Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 640 del 30/11/2011

DI GIOVAN PAOLO (PD). Siamo quasi al termine di una giornata che fortunatamente abbiamo dedicato all'Europa, concludendo stamattina un dibattito ed oggi chiudendo i lavori sulla legge comunitaria.

Sarò sintetico, segnalando due o tre questioni e non ripetendo argomenti che molto opportunamente i colleghi hanno già espresso. Sui tempi e sui modi della legge comunitaria 2010 basta semplicemente leggere le firme dei suoi presentatori: non solo quelle dei ministri Frattini, Alfano, Fazio, Tremonti e Brambilla, ma incredibilmente anche quella del ministro Ronchi, primo firmatario. Se considerate da quanto tempo non è più Ministro, questo dà il segno di quanto sia rimasto di questa comunitaria che, come molti colleghi hanno spiegato, è stata utilizzata come una legge omnibus.

Dobbiamo cambiare la legge comunitaria. L'abbiamo detto anche questa mattina e non lo ripeterò. Credo che in 1a Commissione si sia andati avanti con il lavoro e come 14ª Commissione abbiamo dato un'indicazione. Credo che dobbiamo fare questo passo che ci aiuta a rispondere anche ad alcuni quesiti dei colleghi, cioè come recepire le direttive, come fare in modo che ci sia anche una evoluzione della legislazione europea nel nostro Paese, come dare conto delle sentenze, come dare conto dell'Europa e di come si dipana quotidianamente.

Signor Ministro, colleghi, vorrei richiamare l'attenzione su due questioni che sono esemplificative di questa legge comunitaria, e non solo di questa.

Tra la legge comunitaria precedente, quella del 2009 - anch'essa arrivata nel 2010 - e quella al nostro esame, ci è stato detto che sulla direttiva in materia di rimpatrio volontario, con scadenza a dicembre scorso, avrebbe proceduto il Ministero dell'interno, perché in quel modo si sarebbe fatto più in fretta. Probabilmente è stato così e forse il Ministero ha fatto più in fretta, anche se non ha operato poi tanto bene nell'utilizzo di quella direttiva.

In questo senso, signor Ministro, andava un nostro ordine del giorno che abbiamo poi ritirato, perché ci rendiamo conto che siamo in una fase di passaggio e di interregno, anche se siamo rimasti abbastanza sorpresi del parere sfavorevole che al riguardo è stato espresso in Commissione: diciamo che lo prendiamo come un invito ad una riflessione e ad un supplemento di indagine. La direttiva in materia di rimpatrio volontario contiene infatti per intero la possibilità di costruire un quadro nuovo per quanto riguarda l'asilo e l'identificazione, che è di particolare importanza per il nostro Paese.

L'obiettivo di ogni centro di identificazione dovrebbe essere, appunto, l'identificazione, consentendo al nostro Paese di utilizzare bene le informazioni da trasmettere ai nostri consolati nei Paesi di provenienza degli immigrati e permettendo al nostro Ministero degli esteri di avere relazioni con le ambasciate di quei Paesi cui molto spesso fanno capo i flussi migratori che interessano l'Italia.

Procedere ad un'identificazione in tempi rapidi e, se necessario, espellere, quando lo si deve fare secondo le norme europee, è la regola principe per consentire alle nostre forze di polizia, alla nostra amministrazione, nonché alle forze di polizia e alle amministrazioni dei Paesi con cui abbiamo rapporti, di costruire una relazione saggia e virtuosa, che permetta quell'immigrazione regolare di cui abbiamo bisogno: e questo non lo dico io o pericolosi estremisti, ma il Documento di economia e finanza che fu fatto dall'allora ministro Tremonti, secondo il quale per pareggiare il bilancio ci volevano 350.000 immigrati in più, ovviamente non clandestini e con contratto di lavoro. È proprio su quella direttiva che avrebbe dovuto concentrarsi il dibattito politico, piuttosto che perdersi nei mille rivoli dei 44 articoli che sono stati poi aggiunti.

In questo senso, ha ragione il collega Divina quando fa riferimento alle deleghe al Governo: voglio però allargare il suo discorso anche a quello che noi possiamo fare meglio per il futuro, con l'idea che il Governo non debba soltanto ratificare le direttive sulla base delle quali io posso fare delle deleghe che piacciono a me, ma delle deleghe che siano al servizio di tutto il Paese, e non solo della parte che mi ha votato.

Signor Ministro, vorrei concludere con una questione su cui almeno per me, ma so che anche per altri colleghi, si pone un problema di coscienza. Nell'iter di questa legge comunitaria si è tentato di modificare una delle leggi più avanzate che questo Stato ha, quella cioè sul commercio delle armi, che fu votata dopo tre legislature di lavori con il consenso popolare e delle associazioni. Nel tentativo di cambiare questa legge con un emendamento di tre pagine, abbiamo trovato per fortuna la disponibilità degli altri colleghi della Commissione e del rappresentante del Governo di allora, il sottosegretario Scotti, al quale va dato merito di aver compreso che quella era una legge migliore di altre vigenti in Europa, riducendosi il tutto al recepimento della direttiva.

Ovviamente qui interviene il discorso che faceva prima il collega Divina. In me e in altri colleghi rimane un dubbio sulle deleghe che vengono date al Governo, pur in maniera molto chiara, e lo dico per chi ci ascolta fuori di qui, per le associazioni che si sono impegnate su questo. Ben due volte viene richiamata quella legge, dicendo che i paletti sono quelli della legge sul commercio delle armi e che quella legge giustamente dava incarico al Ministero degli esteri di prendere un impegno su questo. All'interno di tutto questo c'è stato però anche il tentativo - magari in maniera anche non sbagliata o ingenua - di portare tutto sotto la Presidenza del Consiglio, quella stessa che su Finmeccanica aveva cercato di fare già altre manovre sul commercio delle armi nel mondo.

Questo è sbagliato per il nostro Paese e lo dico non perché di un'altra coalizione ma perché abbiamo scelto che quello fosse un pezzo della politica estera del Paese; anche chi di noi ha dubbi su questa ipotesi del commercio delle armi sa bene che essa va affidata alla politica estera, perché è ovvio che non abbiamo questi timori se queste armi vengono commercializzate all'interno dell'Unione europea (che so, in Svezia o in un altro Stato dell'Unione europea). Dobbiamo essere certi della destinazione finale, perché quella legge fu fatta per ovviare alla circostanza che da Talamone, o da altri porti italiani, partivano navi che commerciavano con Paesi-schermo, e quelle stesse armi finivano poi in Paesi in conflitto. Quello fu un atto di tutto un Parlamento che fece bene il suo lavoro.

In merito a queste deleghe, mi permetto allora di dire che mi aspetto che il Governo tecnico faccia un lavoro tecnico di alto livello, di analisi di tale situazione. Personalmente, nelle condizioni in cui è stato votato quell'articolo, come ex obiettore di coscienza non posso approvarlo, ma sono convinto che costituisca il male minore possibile (ci ho lavorato anch'io, e ringrazio il collega Scanu ed i colleghi della Commissione difesa, in particolare il senatore Del Vecchio). Mi affido però al Governo e all'Aula affinché su quelle deleghe i paletti vengano mantenuti dentro le regole scritte dalla legge citata all'interno della comunitaria. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale

Ha facoltà di parlare la relatrice.