Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 640 del 30/11/2011
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Dichiarazione di voto del senatore Fleres sul disegno di legge n. 2322-B
Signor rappresentante del Governo, la legge che stiamo esaminando ha seguito un iter piuttosto lungo e complesso, come dimostra il fatto che essa si trova oggi, qui al Senato, in terza lettura, dopo una serie di chirurgiche modificazioni, frutto dei precedenti esami.
Vero è che la Camera ha provveduto ad approvarla all'unanimità, ma vero è pure che il testo al nostro esame risente delle numerose mutilazioni che sono state necessarie a seguito del suo travagliato percorso.
Siamo, ancora una volta, davanti ad un provvedimento che esalta la vocazione economica dell'Unione europea ma che poco o nulla afferma rispetto alle altre questioni, quelle, per intenderci, che sono alla base non solo di un'alleanza economica, appunto, bensì della nascita di un organismo più coeso, figlio della condivisione di atti e di fatti di natura comportamentale, sociale, politica, a mio avviso assolutamente indispensabili.
E invece, siamo di fronte, ancora una volta, ad un testo che, certamente, affronta questioni rilevanti, ma che sono del tutto inadeguate, di fronte alla drammatica crisi attraversata dal Vecchio Continente. Il disagio finanziario di molti Stati, il consistente flusso migratorio di cui l'Europa è destinataria, i disomogenei diritti soggettivi riconosciuti, la mancanza di una consolidata politica estera e di difesa comunitaria, la coesione territoriale, un armonico sistema fiscale restano questioni off limits.
Quindi, ancora una volta, la legge comunitaria si occupa molto di questioni legate alle etichette, alla quantità di succo di arancia contenuto in una bibita per poterla definire aranciata, al cacao, al cioccolato, e poco di specificità agricole, di adeguato utilizzo delle risorse territoriali, di sostenibilità della vita, di rapporti di coppia, di rapporti tra genitori e figli, di perequazione infrastrutturale, di sviluppo sostenibile, di disoccupazione, di welfare, di specificità dei vari territori, di sviluppo armonico dei vari stati, di iniziative necessarie a determinare un reale ringiovanimento del Vecchio Continente. Il tutto con l'aggravante del ritardo con cui si perviene, comunque, alla approvazione del testo in questione.
Sono fermamente convinto che il percorso che dovrà portarci all'Unione Europea pensata da Gaetano Martino e da Altiero Spinelli sia ancora molto lungo ed altrettanto tortuoso. Sono fermamente convinto che l'Europa a cui dobbiamo pensare debba essere un'Europa attenta alle borse, quanto alla condizione delle carceri, alla quantità di burro che deve essere contenuto nel cioccolato, quanto ai diritti dei singoli nell'ambito della coppia, alla lunghezza del gambo dei carciofi, quanto alla lunghezza delle autostrade necessarie a rendere pieno il diritto alla mobilità, e così via, e su questi temi l'Europa di oggi è ancora lontana.
Quella di oggi è un'Europa lontana perché è un'Europa troppo attenta, come è giusto che sia, agli errori compiuti dai gruppi bancari che operano al suo interno, agli interessi delle società di rating, ma troppo poco attenta alle condizioni di disagio vissute dai suoi cittadini, in particolare di quelli che vivono in zone svantaggiate, in Italia come in Romania, nel Polesine come a Barcellona Pozzo di Gotto. Una guida politica non avrebbe commesso e reiterato questi errori. Dunque, è ad un assetto politico che bisogna guardare con impegno e partecipazione. Non credo che i depliant e qualche convegno siano sufficienti a creare una coscienza europea unitaria. Penso che ci voglia molto di più.
Onorevole Presidente del Senato, onorevoli colleghi senatori, signor rappresentante del Governo, nell'Europa di oggi, dobbiamo chiederci se l'attuale struttura della legge comunitaria italiana sia ancora coerente con un processo di crescita armonica dell'intero continente.
Dobbiamo chiederci se la nostra legge comunitaria e le norme che ne regolano la struttura siano ancora correttamente concepite, in assenza di una adeguata costituzione europea, e se il Trattato di Lisbona possa ancora essere sufficiente a costruire, sia pure con le sue difficoltà, l'Europa unita a cui tutti pensiamo, ma non vedo nessuna iniziativa in questa direzione. Vedo, invece, molti Stati, Italia inclusa, che tentano di eludere persino le direttive comunitarie più virtuose, e questo non mi piace affatto.
È possibile non pensare alla modifica dell'articolo 107 del Trattato? È possibile, ancora, essere irrisi da una Germania unita, che cresce del 2,3 per cento all'anno ma che non applica le norme sulla concorrenza nei territori della ex Germania dell'Est? È possibile, ancora, pensare ad un'Europa unita se non si armonizzano le condizioni socioeconomiche, se non si determinano le condizioni per un governo politico comunitario?
L'Europa nella quale ci troviamo risente ancora delle sue origini, risente ancora di una vecchia impostazione istituzionale degli Stati, risente del suo provincialismo e del suo economicismo esasperato. L'Europa nella quale ci troviamo non ha ancora definito comportamenti univoci in materia di difesa e di politica estera, né in materia di autonomie locali connesse con le scelte unitarie.
In queste condizioni, è ancora attuale la nostra legge comunitaria? È possibile che gli organi di governo europei non abbiano ancora una legittimazione popolare, dunque politica che li metta di fronte ai cittadini?
Non credo! Credo, quindi, che, ancora una volta, il nostro Parlamento stia consumando un passaggio pedissequo e formale, senza compiere alcuno sforzo in direzione del diverso modello europeo a cui, invece, molto rapidamente, dovremmo guardare.
Ma oggi, anche l'Italia, qualunque cosa si voglia dire in merito per negarlo, è retta da un Governo privo di legittimazione popolare, dunque, forte delle sue credenziali, ma debole verso i cittadini, a cui pretende di imporre decisioni tecniche ma non proprio popolari. Necessarie ma poco condivise, urgenti ma del tutto inadatte e insufficienti.
Non faremo mancare il nostro voto su questo provvedimento, che comunque reputiamo necessario, ma non nascondiamo la nostra profonda insoddisfazione per l'ennesima occasione perduta.