Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 639 del 30/11/2011
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DI GIOVAN PAOLO (PD). Signor Presidente, signor Ministro... (Brusìo).
PRESIDENTE. Prego i colleghi che intendono uscire dall'Aula di liberare velocemente l'emiciclo. È un modo politicamente corretto per dire di liberare l'Aula.
DI GIOVAN PAOLO (PD). Per chi rimane potrebbe essere interessante sapere che questa risoluzione, approvata all'unanimità dalla 14ª Commissione permanente, viene esaminata in una condizione un po' particolare, perché abbiamo iniziato la discussione con un Ministro per le politiche europee e la concludiamo con un altro. E quanto accaduto in questo periodo in Europa non è certo poca cosa, anzi, probabilmente il dibattito su questi argomenti potrà essere l'essenza di un nostro impegno su una linea che riguarda questo Governo. (Brusìo. Richiami del Presidente).
Mi ritengo piuttosto fortunato di poter partecipare a questo dibattito con il nuovo Ministro, ma anche per il modo con cui la 14ª Commissione ha lavorato. Lo dico con stima e in termini di amicizia per la relazione che il collega Mauro Marino ha presentato. Ci sarebbero buoni motivi per il Senato della Repubblica di provare autostima, perché nel lavoro fatto dopo il Trattato di Lisbona, come il collega Mauro Maria Marino ha ricordato nella sua relazione, di 387 pareri inviati alla Commissione europea ben 71 sono stati predisposti dal Senato italiano, il che ci posiziona al secondo posto, per attività, fra i circa 40 organi parlamentari nazionali. Tali pareri non riguardano solo le questioni legate alla sussidiarietà, che sono quelle su cui si sono pronunciati moltissimi Parlamenti, ma anche questioni relative al dialogo interistituzionale, che sono, a nostro avviso, egualmente importanti.
Con riguardo all'analisi dei dati, non aggiungo altro, poiché molto è stato già detto. Voglio invece segnalare al Ministro, al Governo e a noi stessi l'importanza che questo ruolo venga svolto anche nella COSAC, cioè all'interno dell'organismo che riunisce i Parlamenti nazionali, dove - devo dirlo per onestà - il Parlamento italiano (cioè, la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica) hanno sempre votato in assonanza con il Parlamento europeo. Lo dico perché ormai non vi è dubbio sul fatto che all'interno della COSAC si pratichi una sorta di sport politico per cui ciò che è più importante è mettere in minoranza il Parlamento europeo e in mora le istituzioni europee. Credo che di questo si debba tener conto nelle prossime riunioni internazionali, considerato anche il fatto che alla COSAC è stato votato un documento in base al quale verranno esaminate non solo le materie già poste all'ordine del giorno in quanto legate al tema della sussidiarietà, ma anche quelle legate alla politica estera, di sicurezza e difesa. Ciò presuppone un maggiore coordinamento tra i Parlamenti nazionali e la COSAC in relazione ai poteri del Parlamento europeo, e anche a quelli futuri delle diverse istituzioni.
Ma quali sono i due temi reali che, a mio avviso, vanno analizzati rispetto all'uso che abbiamo fatto nel primo anno solare pieno del trattato di Lisbona? Il primo tema riguarda i poteri delegati alla Commissione. So di parlare a persona che conosce bene questi meccanismi dall'interno, rivolgendomi al Ministro. La delega alla Commissione è un importante fattore di stabilizzazione e di normalità del lavoro europeo. Non sempre, per fortuna, c'è bisogno di eroi e di padri della Patria europea: qualche volta occorre un lavoro quotidiano comune. Ritengo quindi sia importante che la Commissione preveda un aggiornamento delle norme che assieme abbiamo deciso e su cui abbiamo legiferato anche attraverso deleghe al Governo (sul tema torneremo poi nel pomeriggio nel corso dell'esame della legge comunitaria). Ovviamente, dovranno essere stabiliti dei paletti, e al riguardo il documento del Senato riveste particolare importanza. È un documento unitario della 14a Commissione che pone alcune questioni; lo facciamo da europeisti, convinti che non debba essere rivolta alla Commissione europea l'accusa di continuare a legiferare attraverso la delega su materie che le sono state delegate in passato. Dunque, va data ragione politica e razionalità a questi paletti. È un tema importante contenuto all'interno della strategia di Lisbona.
L'altra questione, signor Ministro e colleghi senatori, è tutta politica, perché è legata da un lato al modo con cui l'Italia sta in Europa (e - mi permetto di dirlo - entra anche nel dibattito di questi giorni e di quello che ha portato alla formazione di questo Governo). Come deve stare l'Italia in Europa non è questione che si esaurisce nel modo in cui si recepisce, attraverso una legge comunitaria (che in futuro non potrà più essere una legge omnibus, come lei, onorevole Ministro, ha già ricordato nel corso della sua audizione in 14a Commissione, e ricordo che stiamo parlando di una legge di quasi 30 anni fa che, quindi, dobbiamo certamente riformare), ma che attiene anche al nostro atteggiamento rispetto all'Europa.
Non c'è - e mi rivolgo anche ai colleghi del centrodestra con cui abbiamo assieme lavorato in Commissione, dove ci siamo contrapposti - un fatto personale: nella politica non dovrebbe esservi e, per quanto riguarda molti di noi, non c'è un fatto personale. Il nostro voler vedere l'Italia pienamente rappresentata in Europa da europeisti, come diceva il presidente Ciampi da cittadini europei nati in Italia, ci serve per poter partecipare alla normalità dell'Europa, che è anche la trattativa: è, per esempio, partecipare alla discussione sul bilancio pluriennale, iniziata a giugno del 2009, nell'ambito della quale rientreranno non solo i fondi strutturali, ma anche le future politiche dell'Europa per il 2014-2020. Partecipare a questa discussione da protagonisti significa anche porre alcune questioni ai nostri colleghi dell'Unione europea a 27, e non solamente essere nell'angolo per nostre difficoltà di relazione. Lo dico ai senatori della Lega, che hanno legittimamente scelto la via dell'opposizione.
Quello che abbiamo contestato in passato, su alcune questioni clamorose che sono entrate anche nelle leggi comunitarie come, per esempio, le quote-latte, non era solo l'errore di contenuto di garantire 350 aziende, su 40.000 che erano in regola, ma anche l'errore concettuale di immaginare che la trattativa italiana ai tavoli dell'Unione europea potesse aver luogo su una materia sola, senza che questo incidesse sulle altre: com'è pensabile che sediamo al tavolo delle quote-latte ed otteniamo risultati se non siamo agli altri tavoli e non discutiamo anche delle altre politiche economiche?
È un approccio diverso di cui c'è bisogno (e, ministro Moavero Milanesi, chiediamo che il Governo Monti possa prenderne atto e pensiamo che possa adottarlo): un approccio globale cioè alle materie, che permetta di essere presenti per poter dire la nostra. E per dire cosa, visto che il Trattato di Lisbona ci porta fino ad un certo punto? Per dire, per esempio, che l'euro non era solo una questione di moneta, ma era il nocciolo originario di una politica economica e fiscale armonizzata. Ma se chiediamo questo rispetto a queste tematiche, è evidente che dobbiamo fare un ragionamento sul bilancio e nello stesso tempo su come scegliamo, a livello europeo, non in base a questioni nazionali. Non è questione di essere pro o contro la Germania sui bond o sugli eurobond; la questione da porre è, rispetto al bilancio, la seguente: tutti vogliono le riforme e la crescita, ma come costruiamo un razionale indebitamento collettivo perché sia utilizzato a favore di politiche di crescita e di sviluppo?
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 11,17)
(Segue DI GIOVAN PAOLO). Questo è un tema che riguarda il Parlamento europeo e i suoi poteri rispetto al bilancio, la Commissione europea e i suoi poteri ed anche i partiti europei, affinché divengano partiti europei e non semplicemente collage. (Brusìo).
PRESIDENTE. Scusi un attimo, senatore Di Giovan Paolo. Colleghi, scusate! Grazie.
DI GIOVAN PAOLO (PD). Concludo, signora Presidente. Dunque, la discussione sul Trattato di Lisbona e sul modo in cui i Parlamenti nazionali e il Parlamento europeo vi partecipano deve poter far dire - permettetemi, da europeista e federalista convinto - che il Trattato di Lisbona va utilizzato e ci ha aiutato ad essere migliori, a fare in otto settimane il nostro dovere qui, ma soprattutto che tale Trattato deve tener conto della cosa più importante scritta, essendo stato redatto dopo il fallimento della Convenzione che dal punto di vista del gap democratico aveva risolto alcuni problemi, e cioè che comunque questo Trattato deve essere l'ultimo intergovernativo. Ciò, per poter fare una scelta che ci impongono le questioni economiche, con la necessità di una comune armonizzazione, di una direzione economica e, probabilmente, di un Alto responsabile dell'Unione europea in questo settore: la scelta cioè di una revisione a breve e migliorativa anche del Trattato. (Applausi dal Gruppo PD).