Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 529 del 30/03/2011

FANTETTI (PdL). Signor Presidente, egregi colleghi, rappresentante del Governo, arriva oggi in Assemblea al Senato della Repubblica, dopo una lunga gestazione in Commissione, un provvedimento particolarmente importante per noi italiani all'estero. L'Atto Senato 1460 alla vostra attenzione, infatti, incide profondamente su ben due delle tre rappresentanze elettive della cosiddetta "Altra Italia" all'interno delle istituzioni della Repubblica italiana: i COMITES (Comitati degli italiani all'estero) e il CGIE (Consiglio generale degli italiani all'estero).

Prima di esporre alcune considerazioni politiche che come eletti della circoscrizione Estero abbiamo maturato su questo provvedimento, mi si consenta di ricordare brevemente la ratio storica sottostante a queste specifiche disposizioni legislative. Il nostro amato Paese è stato protagonista nella sua storia contemporanea di un fenomeno migratorio senza eguali al mondo, sia per quantità che per durata e diversità. Gli italiani sono emigrati - o meglio sono dovuti emigrare - praticamente da ogni regione del Paese, in ondate migratorie che si sono succedute per oltre un secolo (e proseguono tuttora), e sono andati in tutte le parti del mondo. Nessun altro Paese al mondo ha vissuto un simile fenomeno. Il comune denominatore di tante diverse esperienze migratorie sono stati due fattori: primo, il bisogno di partire; secondo, la pressoché totale mancanza di considerazione da parte dello Stato italiano.

A porre fine a questo secondo aspetto, indegno della storia e della cultura dell'Italia, sono finalmente intervenute le disposizioni legislative che hanno riconosciuto ed istituzionalizzato la presenza degli italiani all'estero: la legge n. 205 del 1985, istitutiva dei COMITES, la legge n. 368 del 1989, istitutiva del CGIE, le leggi costituzionali n. 1 del 2000 e n. 1 del 2001 e la legge n. 459 del 2001, cosiddetta legge Tremaglia. Il principio cardine di tutte queste misure sta nel riconoscimento della consequenzialità dei diritti politici di elettorato attivo e passivo al possesso della cittadinanza e nazionalità. Non si consegue il diritto-dovere di votare in ragione del censo o di quante tasse si pagano; non lo si fa sulla base della conoscenza della società o della politica italiana, non sulla base del sesso, non sulla base della religione e non lo si fa sulla base della residenza. All'estero come in Italia è l'essere cittadini italiani che dà diritto all'elettorato attivo e passivo.

Come spesso capita in Italia, però, da una situazione di emergenza istituzionale (quella creata appunto dal colpevole diniego del riconoscimento del fenomeno migratorio), siamo passati ad una sorta di accelerazione in avanti, che ha prodotto in pochi anni non solo l'istituzionalizzazione di rappresentanze elettive locali degli italiani all'estero, i COMITES, ma anche una loro rappresentanza parlamentare nella cosiddetta circoscrizione Estero. A tale riguardo, appare ora come particolarmente importante per il ragionamento che si intende svolgere mettere in luce un aspetto fondamentale di tali rappresentanze, ovvero il loro criterio di selezione democratica. Il carattere elettivo delle rappresentanze degli italiani all'estero riguarda infatti sia i livelli base che quelli massimi. Ed infatti, data la stessa origine elettorale e la stessa tecnica di selezione, sono solo i quorum di successo elettorale a distinguere i consiglieri COMITES dai parlamentari eletti ex lege n. 459 del 2001.

Il criterio democraticamente elettivo non riguardava invece in toto il livello intermedio del CGIE, nella cui composizione attuale oltre un terzo dei componenti non sono eletti, bensì nominati. La legge di riforma oggi all'attenzione del Senato della Repubblica interviene opportunamente e limita i nominati ai soli rappresentanti di Regioni e Province autonome ed ai presidenti di ANCI e UPI (Comuni e Province) e dunque ripristina il principio elettivo, tanto democraticamente caro a noi italiani all'estero, anche all'interno del CGIE. Non è cosa da poco. La natura democratico-elettiva di questi enti, regolati da leggi dello Stato italiano ed in tutto titolati a fregiarsi del rango di istituzioni della Repubblica, è infatti talmente forte da legittimarli anche al di fuori dei confini sovrani dello Stato e della legislazione italiana.

Al riguardo, è bene non sfugga a nessuno che, a differenza delle rappresentanze diplomatico-consolari che costituiscono propaggini statuali all'estero tradizionalmente riconosciute dal diritto internazionale, le rappresentanze COMITES sono in realtà accettate all'interno di sistemi sovrani terzi rispetto al nostro solo in quanto ritenute degne e compatibili con i locali criteri giuridici di rappresentanza democratica di interessi collettivi e legittimi. La proiezione del vigore legislativo italiano in ambiti giuridico-territoriali esclusi dalla nostra sovranità, cioè tutti quelli della cosiddetta circoscrizione Estero, non sarebbe possibile se ivi non si riconoscesse più o meno esplicitamente la coerenza di tali dispositivi con i locali principi di gestione democratica della res publica.

I COMITES, illustri colleghi, non sono e non saranno mai un mero consesso consultativo del Ministero degli affari esteri italiano; non lo sono per la legge italiana e non lo sono per le autorità dei luoghi nei quali esplicano la loro meritoria attività. Sono molto più importanti, per fortuna! Basti pensare che, addirittura, diversi Laender tedeschi, oltre a consentire l'esistenza dei COMITES italiani sul loro territorio, considerano i vertici da loro selezionati democraticamente, i cosiddetti Intercomites, come i legittimi interlocutori istituzionali delle comunità italiane ivi residenti. Ai fini della gestione della locale res publica sono loro e non l'ambasciatore rappresentante del Governo italiano a Berlino a rappresentare gli italiani ivi residenti, perché anche secondo la legge tedesca quelle rappresentanze locali sarebbero selezionate con le stesse procedure democratiche.

In Svizzera, di recente, in seguito all'attività di lobbying politica esercitata dai COMITES locali, il cantone di San Gallo è tornato indietro sulla decisione di tagliare i fondi per i corsi di lingua italiana riconoscendo, per gli stessi motivi sopra detti, a quegli interlocutori istituiti con legge italiana la dignità di rappresentanza di interessi locali svizzeri. Ecco dunque perché il criterio di selezione democratica è talmente importante, ecco perché noi italiani all'estero siamo fieri che esso informi di sé ogni nostra istituzione ed ecco perché il sistema istituito dal legislatore italiano può trovare piena applicazione anche all'estero.

Ora però permettetemi di aggiungere che le tout se tiens, il tutto si tiene! Quindi, se da una parte celebriamo la selezione democratica, dall'altra non possiamo ipocritamente disconoscere la natura anche politica di quelle rappresentanze e la relativa opzione di elettorato sia passivo che attivo. Voglio dire che non ci dovrebbe essere niente di sorprendente o scandaloso se, in futuro, la selezione delle rappresentanze istituzionali locali degli italiani all'estero avvenisse anche per il tramite della condivisione politica di programmi proposti da partiti, oltre che da associazioni, sindacati, patronati, chiese, scuole e così via. II criterio di selezione democratica deve continuare ad essere l'unico faro, il limite non oltrepassabile. Ma all'estero come in Italia, a livello locale come a livello superiore, l'opzione politica deve potersi esplicare liberamente e non essere tarpata dall'ipocrisia - quella sì, poco democratica - dell'esclusiva rappresentanza di tali interessi in capo a tutte le forme di libera associazione tranne la forza politica.

Ecco perché noi rappresentanti parlamentari del Popolo della Libertà eletti nella circoscrizione Estero abbiamo presentato alcuni emendamenti in Commissione (ed in mancanza della loro accettazione li riproponiamo in Assemblea) diretti a salvaguardare questa possibilità e ad ascrivere al criterio della selezione democratica l'affermarsi, anche nelle future rappresentanze degli italiani all'estero, di posizioni e progetti politici propri della forza politica nella quale ci identifichiamo e nella quale, sia detto per inciso, si identifica la maggioranza relativa degli italiani. Invero, sembrerebbe assurdo non poterlo fare, oltre che ipocrita non vedere quanto «politiche» siano già le istanze presentate e rappresentate in quei consessi, anche se da parte di comunità sociali che non si proclamano partiti. Sarebbe altresì incomprensibile stabilire una crasi nella altrimenti logica e funzionale struttura piramidale della rappresentanza degli italiani all'estero, che parte dai COMITES e prosegue con gli Intercomites, il CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero) e la rappresentanza parlamentare ai sensi della legge n. 459 del 2001, in modo coerente e raccordato. Dall'accettazione o meno di queste legittime e motivate istanze dipende, in ultima analisi, il nostro giudizio definitivo (e il conseguente voto) su questo provvedimento.

Dopo oltre un anno di gestazione in Commissione e dopo aver creato, in base a questo travaglio parlamentare, una situazione politicamente difficile sul territorio della circoscrizione Estero, che è culminata già da un anno nel rinvio forzato del rinnovo elettorale dei COMITES, sarebbe a nostro avviso certamente un peccato non potersi avvalere di questa opportunità riformatrice, per agevolare anche questo sviluppo. Certamente sarebbe poi compito dell'altro ramo del Parlamento analizzare nuovamente questi aspetti. Magari, sua maestà il bicameralismo potrebbe infine sortire il risultato auspicato; ma spostando ulteriormente in avanti nel tempo l'approdo finale si corre il rischio di mettere a repentaglio anche la scadenza del 2012 per il rinnovo dei COMITES con la nuova legge e questo, certo, non farebbe onore a nessuno. (Applausi dal Gruppo PdL).