Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 529 del 30/03/2011
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Ripresa della discussione del disegno di legge
n. 1460-1478-1498-1545-1546-1557-1990 (ore 12,29)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento oggetto della presente discussione è reputato da me e dal Gruppo dell'Italia dei Valori di estrema importanza.
Si tratta, infatti, di un disegno di legge che giunge all'esame dell'Assemblea dopo due anni di lavoro in 3a Commissione permanente, all'interno della quale ci siamo ritrovati ben sette disegni di legge, presentati dai senatori di tutti i Gruppi parlamentari, che riguardano tale tematica. Tra questi naturalmente vi è anche quello presentato dal Gruppo Italia dei Valori, a mia firma.
Il fine ultimo che ha accomunato tutti i disegni di legge è stato quello di riformare la disciplina degli italiani residenti all'estero, soprattutto nella prospettiva della semplificazione e dell'efficienza delle forme e degli istituti di rappresentanza degli stessi, ovviamente promuovendo una più efficace tutela degli italiani residenti all'estero, dei loro interessi e dei loro diritti.
Tra i testi esaminati, l'Atto Senato n. 1557, a mia firma, ha sicuramente rappresentato la novità più significativa e - aggiungerei, proprio per eliminare le ipocrisie che più avanti commenterò - anche coraggiosa. La proposta dell'Italia dei Valori si caratterizza per due punti essenziali: il primo è la soppressione del Consiglio generale degli italiani all'estero (il cosiddetto CGIE); il secondo è il trasferimento di alcune sue competenze ai COMITES, generando così uno spostamento di talune attribuzioni più a ridosso degli italiani residenti all'estero.
L'operazione, tra l'altro (e trattasi di un aspetto che non credo sia trascurabile vivendo ormai da anni una crisi economica), genera un significativo risparmio economico.
Occorre innanzitutto, Signor Presidente e colleghi, chiarire che la disciplina del settore tutt'oggi in vigore è regolata da due leggi: la prima è relativa ai Comitati degli italiani residenti all'estero, i cosiddetti COMITES; la seconda, la legge n. 368 del 1989, è relativa invece al Consiglio generale degli italiani all'estero, cosiddetto CGIE.
Da un attento esame del testo delle due leggi emerge, ictu oculi, una sostanziale identità di compiti e funzioni in capo ai due organismi. Entrambi infatti vengono qualificati dalla relativa legge come organi di rappresentanza degli italiani all'estero (sia dalla legge sui COMITES sia dalla legge sul CGIE). L'inutilità di questa doppia funzione, più volte da me dichiarata anche nella sede del CGIE, che si riunisce una volta all'anno presso il Ministero degli affari esteri, è lampante e purtroppo la si ritrova, seppur mitigata, anche nel testo licenziato dalla Commissione. Di questo punto però parlerò in seguito, signor Presidente e colleghi.
Venendo al contenuto del provvedimento all'esame oggi, il cosiddetto testo A, si evidenza come lo stesso sia composto di due capi: il primo relativo alla disciplina dei Comitati degli italiani all'estero; il secondo alla disciplina del Consiglio generale degli italiani all'estero.
All'articolo 1 si prevede l'istituzione dei Comitati degli italiani all'estero, prevedendo che il numero minimo di italiani residenti necessario all'istituzione di suddetti comitati sia pari a 20.000 persone in Europa, 15.000 nelle Americhe, 10.000 in Asia e Oceania e 5.000 in Africa. Ai sensi del successivo comma 4 è comunque garantita l'istituzione di un Comitato in ogni Paese ove ci siano almeno 5.000 abitanti. Sono inoltre previsti Comitati non elettivi (articolo 2), laddove non è possibile procedere all'elezione del Comitato.
La proposta di riforma sottoposta oggi alla nostra attenzione demanda poi ad un successivo decreto ministeriale (articolo 3), da adottarsi entro 180 giorni dalla promulgazione della legge medesima, l'identificazione delle sedi dei Comitati da istituire e l'individuazione del numero dei componenti di ciascun Comitato.
Negli articoli 4 e 5 sono invece disciplinati le funzioni ed i compiti dei Comitati e del Comitato dei presidenti, cosiddetto Intercomites.
Come riportato al comma 1 dell'articolo 4, «i Comitati sono organi di rappresentanza territoriale degli italiani all'estero presso tutti gli organismi che determinano politiche idonee ad interessare le comunità medesime». Desidero sottolineare come il testo così approvato dalla Commissione sia peraltro il risultato di un emendamento proprio del Gruppo dell'Italia dei Valori.
I Comitati contribuiscono ad individuare le esigenze di sviluppo sociale, culturale della comunità di riferimento e possono presentare proposte e progetti alla rappresentanza diplomatico-consolare, la quale ultima dovrà indire periodiche riunioni. Più nel dettaglio, i Comitati potranno cooperare con le autorità consolari nella tutela dei diritti in materia di lavoro, in riferimento alle singole legislazioni nazionali dei Paesi che li ospitano, nonché segnalare all'autorità consolare le violazioni di norme dell'ordinamento locale, internazionale e comunitario, che possano danneggiare i cittadini italiani. Infine, i Comitati redigono una relazione annuale in merito alle attività svolte, oltre che il bilancio preventivo di cui articolo 6, che, come è ovvio, sarà principalmente rappresentato dalla spesa dei contributi del Ministero degli affari esteri.
Come sopra citato, all'articolo 5 si prevede altresì l'istituzione del Comitato dei presidenti, o Intercomites, all'interno di ciascun Paese nel quale ci sia più di un Comitato. Esso è costituito da due membri per ciascun Comitato; elegge all'interno un presidente, si riunisce due volte l'anno ed elegge i membri del Consiglio generale degli italiani all'estero.
Gli articoli dal 7 al 13 contengono le disposizioni relative alla composizione del Comitato e l'eleggibilità, l'elettorato attivo, la durata in carica e la decadenza dei componenti, l'indizione delle elezioni, il sistema elettorale e la formazione delle liste.
Gli articoli 14, 15, 16 e 17 contengono disposizioni circa l'invio e la stampa del materiale elettorale, la modalità di voto, la costituzione dei seggi e le operazioni di scrutinio. Sento subito la necessità di evidenziare in proposito che gli articoli sopra elencati sono relativi ad operazioni che potrebbero essere evitate semplicemente con un click, visto che viviamo ormai in un periodo dove l'informatizzazione regna sovrana. Mi riferisco alla e-mail certificata, con la quale esprimere il proprio voto; un click che permetterebbe un notevole risparmio economico. È ovvio come questa sia una doverosa proposta del Gruppo dell'Italia dei Valori, da sempre contrario ad ogni spreco delle risorse economiche pubbliche.
Venendo al capo II all'articolo 24, poi, si dispone che il Consiglio generale degli italiani all'estero sia «l'organo di raccordo tra le comunità italiane all'estero in esso rappresentate e gli enti e le istituzioni centrali, regionali e locali, ed ha il fine di promuovere e agevolare lo sviluppo delle condizioni di vita delle comunità» medesime. Ad esso è demandato il compito di «rafforzare il collegamento di tali comunità con la vita politica, culturale, economica e sociale dell'Italia».
Devo ribadire che in questo capo sono contenute altre dichiarazioni di principio circa i compiti da svolgere, ma tutte risultano essere una mera ripetizione di quanto già previsto per i COMITES, oltre che già tra le attribuzioni dei parlamentari eletti all'estero. Cercherò di sintetizzare anche questo aspetto, ma nel caso in cui non dovessi riuscirci, chiedo l'autorizzazione alla Presidenza di consegnare il testo integrale del mio intervento.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
PEDICA (IdV). La ringrazio, signor Presidente.
Il Consiglio generale degli italiani all'estero è composto da 82 membri: ne sono membri di diritto i presidenti degli Intercomites, i presidenti dei Comitati italiani all'estero i Paesi con un solo Comitato, i Presidenti o gli assessori con delega all'emigrazione delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, il Presidente dell'ANCI e quello dell'UPI; i rimanenti membri sono eletti dagli Intercomites.
Il Consiglio, nonostante la pochezza dei compiti e delle funzioni, attribuitigli avrà a sua volta un presidente, un vice presidente vicario e tutta una serie di altri incarichi e organi. Ma non è ancora finita: è infatti prevista anche una segreteria del Consiglio presso il Ministero degli affari esteri. Il disegno di legge in discussione dispone l'invarianza finanziaria delle disposizioni contenute nel bilancio dello Stato.
Dopo l'analisi del disegno di legge, desidero esporre i rilievi critici mossi dal mio partito.
«Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», recita l'articolo 67 della nostra Carta costituzionale, e la legge n. 459 del 2001, istitutiva ed attributiva del diritto di voto ai cittadini italiani residenti all'estero, è la naturale manifestazione di quel principio costituzionale: si individua infatti nel parlamentare in genere il rappresentante erga omnes delle comunità italiane radicate fuori dai nostri confini.
Per quanto ci riguarda, attualmente COMITES e CGIE sono, nella sostanza, organismi doppioni. Sono inutili, sottolineo. Riuscire ad individuare una loro utilità pratica risulta seriamente difficile e complesso: considerate pertanto le loro sostanziali identità funzionali tra COMITES e CGIE, sarebbe da preferire l'eliminazione di quest'ultimo organismo a vantaggio del primo, con l'attribuzione ai parlamentari esteri di effettivi e concreti compiti di raccordo con le istituzioni centrali; altrimenti, non riesco a capire perché abbiamo votato la legge che ha permesso l'elezione dei parlamentari che rappresentano gli Italiani all'estero.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ritengo quindi che l'elezione di questi parlamentari faccia venir meno l'utilità, appunto, del CGIE: per l'Italia dei Valori è inutile tenere in vita enti doppioni, soprattutto se comportano spese ulteriori.
Mi avvio alla conclusione, ricordando che, essendo il testo integrale del mio intervento più lungo del tempo che ho a disposizione per leggerlo in quest'Aula, lo consegnerò appena avrò terminato quest'ultima pagina.
La ringrazio, signor Presidente, per avermi dato modo di completarne la lettura almeno nelle sue parti essenziali, contenenti il cuore dell'opinione del mio Gruppo. Ad opinione dell'Italia dei Valori, l'eliminazione del CGIE, il rafforzamento delle funzioni e del ruolo dei COMITES, in sinergia con le rappresentanze consolari territoriali, la ufficializzazione e la istituzionalizzazione di mansioni effettive per i parlamentari eletti all'estero, in quanto oggi esistenti, nelle materie riguardanti la collettività italiana all'estero, sono le direttrici su cui muoversi, indirizzando in maniera organica la riforma del sistema della rappresentanza delle collettività degli italiani all'estero.
Per i motivi che ho elencato, dopo aver contribuito - con l'approvazione in Commissione di alcuni emendamenti - all'implementazione del ruolo dei COMITES chiediamo che vi sia un'ulteriore riflessione su questo argomento, anche per vedere cosa accadrà oggi in sede di esame degli emendamenti. Abolire un doppione credo sia un dovere istituzionale. Non solo ha un senso, ma costituisce anche un risparmio economico per il nostro Paese vista la situazione attuale che ci vede affrontare non con il sorriso i problemi economici e una distribuzione di risorse a due organismi che svolgono lo stesso mestiere. Vedremo se nel pomeriggio si svolgerà nel merito un ragionamento.
Mi auguro che comunque tutto questo porti ad una nuova pagina sui problemi degli italiani all'estero e ad nuova pagina di rappresentanza dei nostri parlamentari, perché se siedono in quest'Aula un compito ce l'hanno, non solo quello di sedere tra questi banchi o tornare a casa. Avranno un compito più istituzionale, più serio, più rappresentativo e sicuramente meno dispendioso. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Filippi Alberto. Ne ha facoltà.
FILIPPI Alberto (LNP). Signor Presidente, innanzitutto ringrazio il relatore per la puntuale e dettagliata relazione che abbiamo testé ascoltato. Proprio perché l'abbiamo ascoltata, e in virtù della sua precisione, non vorrei essere ripetitivo. Pertanto, consegnerò il testo del mio intervento, soffermandomi solo su alcuni aspetti.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
FILIPPI Alberto (LNP). Complimenti anche al gruppo di lavoro della 3a Commissione, ai contributi forniti dalle opposizioni, in modo particolare dell'esperto senatore Micheloni. Mi associo al suo auspicio di arrivare ad innovare la materia, che effettivamente necessita di cambiamenti, soprattutto alla luce della novità avvenuta: mi riferisco al fatto che gli italiani all'estero hanno i loro rappresentanti parlamentari.
Il mio auspicio è anche di trovare la cosiddetta quadra in vista della discussione di oggi pomeriggio sugli emendamenti.
Dobbiamo tener presente che il lavoro è stato importante, che non è durato poco. Esso è stato realizzato tutti insieme, ascoltando le opposizioni e facendo tesoro di tutti i contributi. Di questo deve essere dato atto al relatore e al Governo.
Condivido anche in parte alcune osservazioni riportate dal senatore Micheloni, ricordando però che, se è vero che ci sono pochi soldi, proprio per questo motivo il loro impiego deve essere razionalizzato quanto più possibile, riducendo la portata di situazioni di sperpero.
Ricordo ora alcuni emendamenti proposti dalla Lega Nord, in modo particolare riguardanti la certezza del voto. Una proposta riguarda l'articolo 12, e mira sostanzialmente a sostituire il voto per corrispondenza. Questo sarebbe l'obiettivo forse più importante per una maggiore trasparenza al fine di evitare eventuali irregolarità che potrebbero generarsi, ovviamente, nel caso di difficoltà di natura tecnica, perché dobbiamo fare i conti con ciò che è possibile realizzare. Sono stati presentati altri emendamenti, due in particolare: una proposta emendativa prevede la possibilità di inserire nel tagliando il numero del documento e la firma in calce al nominativo di colui che vota, l'altra è tesa a prevedere una fotocopia del documento. Mi verrebbe da dire che si potrebbero quasi "mixare", quindi riformulare, ed inserire la fotocopia del documento firmato dall'interessato. Si potrebbero unire questi due emendamenti, ovviamente nel caso in cui il precedente non possa, soprattutto per motivi tecnici, essere fin da subito approvato.
Rimando anch'io l'approfondimento di tale argomento nel corso della presentazione e della votazione degli emendamenti e in sede di dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Randazzo. Ne ha facoltà.
RANDAZZO (PD). Signor Presidente, rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, credo che tutti i colleghi conoscano - chi più, chi meno - l'esistenza dei COMITES, ossia i Comitati degli italiani all'estero, operanti nelle circoscrizioni consolari di tutto il mondo dove si registra una presenza italiana di prima, seconda e successive generazioni di rilevanti proporzioni. Parimenti credo sia altrettanto nota l'esistenza di un'altra entità istituzionale, il CGIE, ossia il Consiglio generale degli italiani all'estero, risultante dall'unione dei componenti eletti con elezioni di secondo grado, sulla base dei COMITES e delle collettività di riferimento, e di 19 componenti, una minoranza, di nomina governativa.
Se al contempo si tiene presente che ormai da due legislature - la XV e quella attuale - si ha una rappresentanza parlamentare diretta degli italiani nel mondo, si può constatare quella che non esito a definire una armonica stratificazione di tre moduli, di tre articolazioni di strutture rappresentative elettive, che soddisfano le esigenze e le aspettative degli oltre quattro milioni di cittadini italiani residenti al di fuori dei confini della penisola, con l'esercizio dei più elementari ed inalienabili diritti democratici di ogni popolo, in Patria e all'estero.
Il disegno di legge in esame viene ovviamente ad operare quelle modifiche, quegli aggiornamenti ed adeguamenti alle mutevoli circostanze politiche, economiche e sociali a cui sono soggette in pratica tutte le leggi. Il collega Micheloni ha delineato un quadro sommario dei punti essenziali di queste modifiche, lasciando comunque integre le rappresentanze degli italiani all'estero attualmente vigenti. Mi auguro che dette modifiche, di cui parleremo più dettagliatamente nel corso del pomeriggio, siano accettate e che il disegno di legge possa arrivare in porto, poiché le attese e le esigenze delle collettività italiane all'estero sono di una tale evidenza da non potersi più ignorare o sottovalutare.
Occorre ricordare in questo senso che ci sono state e restano delle divergenze di opinioni e pareri sulle necessità degli italiani all'estero, divergenze tra i parlamentari eletti all'estero, a contatto diretto con quelle realtà, e i parlamentari eletti sul territorio nazionale. Non credo che questo sia un problema insormontabile. Si potrà arrivare ad una sintesi, così come ad una felice sintesi di tutte le proposte è arrivato il relatore, con il quale bisogna effettivamente complimentarsi e che bisogna ringraziare per un lavoro ingrato ma estremamente fruttuoso.
Quindi mi auguro che si possa affrontare la modifica dei COMITES (Comitati degli italiani all'estero) e del CGIE (Consiglio generale degli italiani all'estero) con una certa tranquillità e con una soddisfazione legittima, morale, di tutti coloro i quali si sono applicati a questo compito di riformare gli enti di rappresentanza degli italiani nel mondo. Toccheremo i vari punti all'ordine del giorno man mano che si presenteranno nella seduta di questo pomeriggio, però desidero puntualizzare un aspetto particolare: vi è una proposta di abolizione del Consiglio generale degli italiani all'estero, uno di quei tre strati della rappresentanza degli italiani all'estero, che secondo me non dovrebbe essere in alcuna maniera mutilata o abolita. Si tratta ovviamente di una proposta estrema - qualcuno dice estremistica - alla quale ci opporremo con tutti i mezzi che saranno a nostra disposizione. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fantetti. Ne ha facoltà.
FANTETTI (PdL). Signor Presidente, egregi colleghi, rappresentante del Governo, arriva oggi in Assemblea al Senato della Repubblica, dopo una lunga gestazione in Commissione, un provvedimento particolarmente importante per noi italiani all'estero. L'Atto Senato 1460 alla vostra attenzione, infatti, incide profondamente su ben due delle tre rappresentanze elettive della cosiddetta "Altra Italia" all'interno delle istituzioni della Repubblica italiana: i COMITES (Comitati degli italiani all'estero) e il CGIE (Consiglio generale degli italiani all'estero).
Prima di esporre alcune considerazioni politiche che come eletti della circoscrizione Estero abbiamo maturato su questo provvedimento, mi si consenta di ricordare brevemente la ratio storica sottostante a queste specifiche disposizioni legislative. Il nostro amato Paese è stato protagonista nella sua storia contemporanea di un fenomeno migratorio senza eguali al mondo, sia per quantità che per durata e diversità. Gli italiani sono emigrati - o meglio sono dovuti emigrare - praticamente da ogni regione del Paese, in ondate migratorie che si sono succedute per oltre un secolo (e proseguono tuttora), e sono andati in tutte le parti del mondo. Nessun altro Paese al mondo ha vissuto un simile fenomeno. Il comune denominatore di tante diverse esperienze migratorie sono stati due fattori: primo, il bisogno di partire; secondo, la pressoché totale mancanza di considerazione da parte dello Stato italiano.
A porre fine a questo secondo aspetto, indegno della storia e della cultura dell'Italia, sono finalmente intervenute le disposizioni legislative che hanno riconosciuto ed istituzionalizzato la presenza degli italiani all'estero: la legge n. 205 del 1985, istitutiva dei COMITES, la legge n. 368 del 1989, istitutiva del CGIE, le leggi costituzionali n. 1 del 2000 e n. 1 del 2001 e la legge n. 459 del 2001, cosiddetta legge Tremaglia. Il principio cardine di tutte queste misure sta nel riconoscimento della consequenzialità dei diritti politici di elettorato attivo e passivo al possesso della cittadinanza e nazionalità. Non si consegue il diritto-dovere di votare in ragione del censo o di quante tasse si pagano; non lo si fa sulla base della conoscenza della società o della politica italiana, non sulla base del sesso, non sulla base della religione e non lo si fa sulla base della residenza. All'estero come in Italia è l'essere cittadini italiani che dà diritto all'elettorato attivo e passivo.
Come spesso capita in Italia, però, da una situazione di emergenza istituzionale (quella creata appunto dal colpevole diniego del riconoscimento del fenomeno migratorio), siamo passati ad una sorta di accelerazione in avanti, che ha prodotto in pochi anni non solo l'istituzionalizzazione di rappresentanze elettive locali degli italiani all'estero, i COMITES, ma anche una loro rappresentanza parlamentare nella cosiddetta circoscrizione Estero. A tale riguardo, appare ora come particolarmente importante per il ragionamento che si intende svolgere mettere in luce un aspetto fondamentale di tali rappresentanze, ovvero il loro criterio di selezione democratica. Il carattere elettivo delle rappresentanze degli italiani all'estero riguarda infatti sia i livelli base che quelli massimi. Ed infatti, data la stessa origine elettorale e la stessa tecnica di selezione, sono solo i quorum di successo elettorale a distinguere i consiglieri COMITES dai parlamentari eletti ex lege n. 459 del 2001.
Il criterio democraticamente elettivo non riguardava invece in toto il livello intermedio del CGIE, nella cui composizione attuale oltre un terzo dei componenti non sono eletti, bensì nominati. La legge di riforma oggi all'attenzione del Senato della Repubblica interviene opportunamente e limita i nominati ai soli rappresentanti di Regioni e Province autonome ed ai presidenti di ANCI e UPI (Comuni e Province) e dunque ripristina il principio elettivo, tanto democraticamente caro a noi italiani all'estero, anche all'interno del CGIE. Non è cosa da poco. La natura democratico-elettiva di questi enti, regolati da leggi dello Stato italiano ed in tutto titolati a fregiarsi del rango di istituzioni della Repubblica, è infatti talmente forte da legittimarli anche al di fuori dei confini sovrani dello Stato e della legislazione italiana.
Al riguardo, è bene non sfugga a nessuno che, a differenza delle rappresentanze diplomatico-consolari che costituiscono propaggini statuali all'estero tradizionalmente riconosciute dal diritto internazionale, le rappresentanze COMITES sono in realtà accettate all'interno di sistemi sovrani terzi rispetto al nostro solo in quanto ritenute degne e compatibili con i locali criteri giuridici di rappresentanza democratica di interessi collettivi e legittimi. La proiezione del vigore legislativo italiano in ambiti giuridico-territoriali esclusi dalla nostra sovranità, cioè tutti quelli della cosiddetta circoscrizione Estero, non sarebbe possibile se ivi non si riconoscesse più o meno esplicitamente la coerenza di tali dispositivi con i locali principi di gestione democratica della res publica.
I COMITES, illustri colleghi, non sono e non saranno mai un mero consesso consultativo del Ministero degli affari esteri italiano; non lo sono per la legge italiana e non lo sono per le autorità dei luoghi nei quali esplicano la loro meritoria attività. Sono molto più importanti, per fortuna! Basti pensare che, addirittura, diversi Laender tedeschi, oltre a consentire l'esistenza dei COMITES italiani sul loro territorio, considerano i vertici da loro selezionati democraticamente, i cosiddetti Intercomites, come i legittimi interlocutori istituzionali delle comunità italiane ivi residenti. Ai fini della gestione della locale res publica sono loro e non l'ambasciatore rappresentante del Governo italiano a Berlino a rappresentare gli italiani ivi residenti, perché anche secondo la legge tedesca quelle rappresentanze locali sarebbero selezionate con le stesse procedure democratiche.
In Svizzera, di recente, in seguito all'attività di lobbying politica esercitata dai COMITES locali, il cantone di San Gallo è tornato indietro sulla decisione di tagliare i fondi per i corsi di lingua italiana riconoscendo, per gli stessi motivi sopra detti, a quegli interlocutori istituiti con legge italiana la dignità di rappresentanza di interessi locali svizzeri. Ecco dunque perché il criterio di selezione democratica è talmente importante, ecco perché noi italiani all'estero siamo fieri che esso informi di sé ogni nostra istituzione ed ecco perché il sistema istituito dal legislatore italiano può trovare piena applicazione anche all'estero.
Ora però permettetemi di aggiungere che le tout se tiens, il tutto si tiene! Quindi, se da una parte celebriamo la selezione democratica, dall'altra non possiamo ipocritamente disconoscere la natura anche politica di quelle rappresentanze e la relativa opzione di elettorato sia passivo che attivo. Voglio dire che non ci dovrebbe essere niente di sorprendente o scandaloso se, in futuro, la selezione delle rappresentanze istituzionali locali degli italiani all'estero avvenisse anche per il tramite della condivisione politica di programmi proposti da partiti, oltre che da associazioni, sindacati, patronati, chiese, scuole e così via. II criterio di selezione democratica deve continuare ad essere l'unico faro, il limite non oltrepassabile. Ma all'estero come in Italia, a livello locale come a livello superiore, l'opzione politica deve potersi esplicare liberamente e non essere tarpata dall'ipocrisia - quella sì, poco democratica - dell'esclusiva rappresentanza di tali interessi in capo a tutte le forme di libera associazione tranne la forza politica.
Ecco perché noi rappresentanti parlamentari del Popolo della Libertà eletti nella circoscrizione Estero abbiamo presentato alcuni emendamenti in Commissione (ed in mancanza della loro accettazione li riproponiamo in Assemblea) diretti a salvaguardare questa possibilità e ad ascrivere al criterio della selezione democratica l'affermarsi, anche nelle future rappresentanze degli italiani all'estero, di posizioni e progetti politici propri della forza politica nella quale ci identifichiamo e nella quale, sia detto per inciso, si identifica la maggioranza relativa degli italiani. Invero, sembrerebbe assurdo non poterlo fare, oltre che ipocrita non vedere quanto «politiche» siano già le istanze presentate e rappresentate in quei consessi, anche se da parte di comunità sociali che non si proclamano partiti. Sarebbe altresì incomprensibile stabilire una crasi nella altrimenti logica e funzionale struttura piramidale della rappresentanza degli italiani all'estero, che parte dai COMITES e prosegue con gli Intercomites, il CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero) e la rappresentanza parlamentare ai sensi della legge n. 459 del 2001, in modo coerente e raccordato. Dall'accettazione o meno di queste legittime e motivate istanze dipende, in ultima analisi, il nostro giudizio definitivo (e il conseguente voto) su questo provvedimento.
Dopo oltre un anno di gestazione in Commissione e dopo aver creato, in base a questo travaglio parlamentare, una situazione politicamente difficile sul territorio della circoscrizione Estero, che è culminata già da un anno nel rinvio forzato del rinnovo elettorale dei COMITES, sarebbe a nostro avviso certamente un peccato non potersi avvalere di questa opportunità riformatrice, per agevolare anche questo sviluppo. Certamente sarebbe poi compito dell'altro ramo del Parlamento analizzare nuovamente questi aspetti. Magari, sua maestà il bicameralismo potrebbe infine sortire il risultato auspicato; ma spostando ulteriormente in avanti nel tempo l'approdo finale si corre il rischio di mettere a repentaglio anche la scadenza del 2012 per il rinnovo dei COMITES con la nuova legge e questo, certo, non farebbe onore a nessuno. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.