Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 529 del 30/03/2011

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Micheloni. Ne ha facoltà.

MICHELONI (PD). Signor Presidente, con questo disegno di legge ci apprestiamo a riformare la rappresentanza di base territoriale degli italiani all'estero, che è stata istituita nel 1989 e all'epoca si chiamava COEMIT, e il Consiglio generale degli italiani all'estero. Questo lavoro è di grande importanza per la qualità generale della rappresentanza degli italiani all'estero, diventata necessaria dopo l'arrivo dei parlamentari della circoscrizione Estero nel Parlamento italiano.

Il lavoro svolto in Commissione sui vari testi e gli sforzi fatti dal relatore per trovare il maggior consenso possibile sul suo testo sono, ritengo, importanti e positivi per le nostre comunità italiane all'estero. Chiaramente, non c'è ancora un'intesa totale sul testo e oggi pomeriggio voteremo degli emendamenti, ma credo oggettivamente che, una volta votati gli emendamenti, potremo sperare in un risultato di qualità e costruttivo per tutti.

Stiamo facendo questo lavoro in un momento particolare per le comunità italiane all'estero: i COMITES sono prorogati ormai da due anni e stanno aspettando di andare alle elezioni e di rinnovarsi. Voglio dire qui con chiarezza che mi auguro che questo disegno di legge, che passerà alla Camera (siamo qui in prima lettura), possa essere rapidamente approvato, in modo da poter rinnovare i COMITES con questa nuova legge. Deve però essere chiara la posizione del Partito Democratico sul punto: non abbiamo alcun dubbio in merito alla necessità che entro la primavera dell'anno prossimo i COMITES siano rinnovati. La situazione è umanamente, oltre che politicamente, insostenibile. Mi auguro, ripeto, che il rinnovo si faccia con questa nuova legge e comunque, anche se il suo iter dovesse essere, per problemi vari, frenato alla Camera, è necessario andare al rinnovo dei Comitati nella prossima primavera.

Questo è un punto determinante, anche perché la situazione attuale non è solo quella di un semplice prolungamento di legislatura: i COMITES stanno subendo, come tutte le istituzioni, le stesse difficoltà del bilancio dello Stato: al pari di qualsiasi istituzione sul territorio nazionale, hanno subito tagli e riduzioni di finanziamenti per il loro funzionamento. Parliamo di organismi che vivono sul volontariato dei propri membri: non esistono gettoni di presenza e stipendi. Però almeno la copertura delle spese vive lo Stato deve garantirla, a questi Comitati, e oggi le difficoltà sono fortissime. Molti presidenti di COMITES, persone da anni al servizio delle collettività italiane all'estero, sono addirittura pensionati, e non sono in grado di far fronte a titolo personale al funzionamento dei COMITES. Siamo vicini a tale situazione. Ciò non è sostenibile, e colgo l'occasione per richiamare il Governo a riguardare questo comportamento nella gestione dei finanziamenti dei COMITES. Si tratta globalmente, per tutto il mondo, di una spesa dell'ordine di 2.200.000 euro, se non erro: dunque non stiamo parlando di cifre insostenibili. Però, su una cifra del genere fare un taglio o un congelamento del 10 per cento vuol dire mettere i Comitati, che, ripeto, fanno un lavoro importantissimo per la comunità, nella condizione di non poter nemmeno più pagare l'affitto della loro sede. È allora urgente riformare questa legge ed è urgente che il Ministero degli affari esteri prenda coscienza di tale situazione. Per meglio dire, visto che coscienza ne ha, occorre che risponda positivamente ai COMITES quando questi chiedono semplicemente di non subire ulteriori tagli o congelamenti dei loro finanziamenti.

In questo momento all'estero stiamo vivendo altri problemi, come quello della riduzione dei fondi per la diffusione della lingua e della cultura italiane. Abbiamo parlato in diverse occasioni di questo che per le nostre comunità rappresenta un vero problema. Il concetto che però vorrei far passare in quest'Aula è che ciò rappresenta un problema per l'Italia, perché la diffusione della lingua e della cultura italiane è un investimento per l'economia italiana. Lo sanno la Germania, la Francia e la Spagna (che versa in difficoltà economiche pari alle nostre, se non superiori), che per sostenere gli istituti deputati alla diffusione della loro lingua e cultura nel mondo non hanno ridotto, ma piuttosto incrementato, le risorse.

In particolare, come ho già ricordato in altre occasioni, la Francia spende circa mezzo miliardo di euro l'anno, la Germania 300 milioni, la Spagna - con le sue difficoltà - circa 250 milioni di euro. Tali Paesi vedono questa spesa come un investimento, mentre in Italia abbiamo difficoltà a salvare i corsi di lingua e cultura italiane.

Anche al riguardo dovremmo confrontarci e lavorare in uno spirito di ricerca del consenso e di una soluzione unitaria per riformare anche i sistemi di diffusione della lingua e della cultura italiane poiché, sicuramente, il sistema attuale, anche in questo caso, non risponde più ai bisogni e alla situazione della nostra collettività.

È urgente intervenire. I tagli sono già stati fatti e nonostante le difficoltà. Per fare un esempio, ricordo che vi sono insegnanti che tengono corsi di lingua e cultura italiana a Zurigo che, pur lavorando, non si vedono pagare lo stipendio da diversi mesi.

Contemporaneamente il Ministero degli affari esteri sta realizzando una ristrutturazione della rete consolare. Questo è un altro tema. Riconosco la necessità di ristrutturare la rete consolare, ma adesso si sta procedendo ad un ristrutturazione che non condividiamo nell'impostazione. Non nego che ve ne sia la necessità, ma la sovrapposizione di tutti questi elementi determina per noi un momento di grande difficoltà. La riforma non è la soluzione di questi problemi, ma una presa di coscienza, un segnale del Parlamento alle comunità italiane all'estero che cercano di prendere atto della trasformazione delle comunità italiane nel mondo.

Oggi più della metà dei nostri iscritti all'AIRE, più della metà dei cittadini che risiedono all'estero ma che posseggono un passaporto italiano sono nati all'estero; non si tratta più delle persone partite nel dopoguerra. Vi è stato un cambiamento profondo. E le persone nate all'estero, ma che vogliono mantenere il raccordo e i rapporti con l'Italia, rappresentano una vera risorsa per il Paese. Come lo sono stati prima i loro genitori con le rimesse, le presenti generazioni lo sono perché diventano, stanno diventando (ci sono fatti esemplari in tutto il mondo, non in pochi Paesi) classe dirigente dei Paesi dove sono nati. Dunque, per l'Italia poter mantenere rapporti economici, politici e culturali con questo mondo è sicuramente di grande importanza. È in questo senso che va la riforma che oggi noi ci accingiamo a votare.

Vi sono ancora delle divergenze. Mi auguro che il relatore e il Governo nelle prossime ore siano in grado di accogliere le proposte, costruttive e importanti, avanzate dalle opposizioni, perché l'auspicio è che questa legge possa essere votata con il maggior consenso possibile, per dare un segnale di attenzione alle nostre comunità.

Con riguardo all'intervento del relatore, vorrei rilevare due punti estremamente importanti. I COMITES oggi, come ho già anticipato, svolgono un lavoro straordinario perché in certe zone sono l'unico punto di riferimento delle nostre comunità, in altre l'organo rappresentativo del mondo associativo che ha eletto i suoi rappresentanti. Però, il loro lavoro e la loro funzione sono oggi legati solo alla sensibilità del console di riferimento, e questo non è più possibile. Con questo disegno di legge si riconosce invece una grande valenza al lavoro dei COMITES, che restano comunque degli organi consultivi, di indirizzo, chiamati a dare indicazioni alla politica e all'amministrazione sui bisogni delle comunità: non sono dunque organi decisionali o con poteri di gestione, ma, quando dicono qualcosa, qualcuno deve ascoltarli.

Con questo provvedimento non si tratta quindi di sancire l'obbligo di ubbidire ad un ordine preveniente dai COMITES, perché non è questa la funzione di tali organismi, ma piuttosto di riconoscere loro il diritto ad avere una risposta ai quesiti che sollevano, sia da parte delle rappresentanze diplomatiche, che da parte del Ministero degli affari esteri: ritengo che sia un passo in avanti assolutamente straordinario nel riconoscimento del valore che si dà a questi organismi, pur nel rispetto dello spirito iniziale degli anni Ottanta, che è quello di avere degli organismi di rappresentanza.

Mi soffermerò qui solo su alcuni aspetti principali, rinviando poi per i dettagli alla fase dell'illustrazione degli emendamenti.

Per quanto riguarda innanzitutto il Consiglio generale degli italiani all'estero, esso ha avuto in questi anni un merito importante: quello di mantenere vivo nel dibattito politico italiano - sia pur sempre con molte difficoltà, dobbiamo riconoscerlo - l'interesse per il tema degli italiani all'estero. Questo è stato il risultato del lavoro dei 60 rappresentanti di tutto il mondo che compongono il Consiglio.

Sin dalla sua nascita, ed ancora oggi, il Consiglio è composto da 29 membri di nomina governativa, che rappresentano il cosiddetto mondo sociale e civile: tra essi sono presenti i rappresentanti dei partiti politici, dei sindacati, degli imprenditori, delle cooperative, dell'informazione e così via. Con il disegno di legge al nostro esame si propone una visione molto più alta del Consiglio generale. Si conferma innanzitutto la nomina dei rappresentanti secondo le popolazioni residenti nei vari Paesi di emigrazione, ma si fa un bel passo in avanti: se infatti oggi all'interno del Consiglio generale sono rappresentate 22 Nazioni, con questo disegno di legge si prevede che ne siano rappresentate invece oltre 35, avendo così un quadro molto più ampio. Questo è un altro degli aspetti positivi legati alla nuova disciplina relativa alla composizione del Consiglio generale.

Si prevede inoltre, in luogo della presenza dei 29 componenti di nomina governativa, la partecipazione al Consiglio generale degli assessori regionali per l'emigrazione o, in mancanza degli assessori, dei Presidenti di Regione. Questo vuol dire creare un luogo in cui una o due volte all'anno gli italiani all'estero si confrontano e discutono di indirizzi politici - non debbono deliberare, non sono dei legislatori - con lo Stato, inteso nel suo senso più ampio e più alto. Saranno presenti dunque in quel Consiglio i Ministri, il Governo ed anche il Parlamento - ma senza diritto di voto - e, soprattutto, ci saranno le Regioni. Oggi abbiamo infatti come interlocutore il Ministero degli affari esteri, con il quale siamo praticamente quasi sempre in conflitto, e questo non perché il Ministro sia cattivo, ma perché il nostro Ministero degli affari esteri è uno di quelli con le minori risorse a disposizione (credo che siamo allo 0,11 del PIL, e non riusciamo ad aumentare questa percentuale); ci si dimentica forse però un po' troppo facilmente che le Regioni spendono molto di più per gli italiani all'estero e hanno risorse superiori a quelle del Ministero.

Con il provvedimento in esame l'obiettivo è quello di creare dunque un luogo unico dove queste politiche si possano coordinare, chiaramente nel rispetto dell'autonomia di ogni Regione, in modo da evitare che vi siano quei trattamenti differenziati che oggi ricevono i nostri connazionali all'estero, a seconda che provengano da una Regione piuttosto che da un'altra.

Mi pare che questo sia un punto estremamente qualificante della riforma, perché il Consiglio generale, da luogo molto particolare e chiuso in sé stesso (come è oggi), diventerà un organo di rappresentanza dove l'insieme dello Stato dialoga con i rappresentanti eletti degli italiani all'estero.

Senza voler anticipare una riforma dello Stato, credo che, poiché si sta lavorando sul federalismo fiscale, mettere insieme le Regioni, i rappresentanti delle comunità e lo Stato centrale rappresenti un passo che va nella logica di un'organizzazione federale della Repubblica.

Questi sono i punti qualificanti, ma - ripeto - ve ne sono altri che illustreremo nel corso della presentazione e votazione degli emendamenti.

Mi auguro che oggi con la sensibilità necessaria, che chiedo al relatore (che d'altra parte ha già in più occasioni, nel lavoro svolto all'interno del Comitato ristretto, dimostrato di avere) e soprattutto al Governo, vengano accolti gli importanti emendamenti presentati dalle opposizioni. Ricordo, infatti, che il provvedimento in esame è di iniziativa parlamentare. Oggi ci troviamo nella condizione di svolgere veramente il nostro lavoro di senatori della Repubblica. Il parere del Governo sarà sicuramente determinante su ogni emendamento, ma ripeto che si tratta di una nostra iniziativa; credo dunque che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità, giacché non è un provvedimento che viene dal Governo e che quindi potrebbe aprire qualche strumentalizzazione, qualunque essa sia. Così non è (e lo ribadisco ancora una volta): è un provvedimento di nostra iniziativa. Quindi faccio un richiamo a tutti i colleghi affinché nella seduta pomeridiana ascoltino le argomentazioni di tutti sui vari emendamenti, e poi votino di conseguenza. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Peterlini).