Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 529 del 30/03/2011

Allegato B

Testo integrale dell'intervento del senatore Pedica nella discussione generale del disegno di legge n. 1460-1478-1498-1545-1546-1557-1990

Signor Presidente, colleghi, il provvedimento oggetto della presente discussione è reputato da me e dal gruppo dell'Italia dei Valori di estrema importanza.

Trattasi di un disegno di legge che giunge all'esame dell'Assemblea dopo due anni di lavori in Commissione permanente 3a affari esteri. All'interno della Commissione ci siamo ritrovati ben 7 disegni di legge, presentati dai senatori di tutti i Gruppi parlamentari, riguardanti questa tematica. E tra questi, naturalmente, anche quello presentato dal Gruppo dell'Italia dei Valori, a mia firma.

Il fine ultimo che ha accomunato tutti i disegni di legge è stato quello di riformare la disciplina degli italiani residenti all'estero, soprattutto nella prospettiva della semplificazione e dell'efficienza delle forme e degli istituti di rappresentanza degli stessi. Tutto, ovviamente, promuovendo una più efficace tutela degli italiani residenti all'estero, dei loro interessi e dei loro diritti.

Tra i testi esaminati l'Atto Senato n. 1557, a mia prima firma, ha sicuramente rappresentato la novità più significativa. A mio avviso anche coraggiosa. La proposta dell'Italia dei Valori si caratterizzava infatti per due punti essenziali: la soppressione del Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE); il trasferimento di alcune sue competenze ai COMITES, generando così uno spostamento di talune attribuzioni più a ridosso degli italiani residenti all'estero. L'operazione, tra l'altro, e trattasi di un aspetto non trascurabile, genera un significativo risparmio economico.

Occorre innanzitutto, Presidente, Colleghi, chiarire che la disciplina del settore tutt'oggi in vigore è regolata da due leggi: la prima, la legge n. 286 del 231 ottobre 2003 relativa ai Comitati italiani all'estero COMITES e la seconda, la legge n. 368 del 1989 relativa, invece, alla Conferenza generale italiani all'estero CGIE. Da un attento esame del testo delle due leggi emerge, ictu oculi, una sostanziale identità di compiti e di funzioni in capo ai due organismi. Entrambi, infatti, vengono qualificati dalla relativa legge come "organo di rappresentanza degli italiani all'estero". (legge COMITES, art. 2) (legge CGIE, art. 1 comma 1). L'inutilità di questa doppia funzione è lampante e purtroppo la si ritrova, seppur mitigata, anche nel testo che esce dalla Commissione. Di questo punto, però, parlerò dopo.

Venendo ora al contenuto del provvedimento all'esame oggi - il testo approvato dalla Commissione - si evidenzia come lo stesso sia composto di due capi; il primo relativo alla disciplina dei Comitati degli italiani all'estero", il secondo inerente, invece, la disciplina del Consiglio generale degli italiani all'estero. All'articolo 1 si istituiscono i Comitati degli italiani all'estero, prevedendo che il numero minimo di italiani residenti necessario all'istituzione del suddetto comitato sia pari a 20.000 persone in Europa, 15.000 nelle Americhe, 10.000 in Asia ed Oceania, 5.000 in Africa. Ai sensi del successivo comma 4 è comunque garantita l'istituzione di un comitato in ogni Paese ove ci siano almeno 5.000 italiani. Sono inoltre previsti comitati non elettivi (articolo 2) laddove non sia possibile procedere all'elezione del comitato.

La proposta di riforma sottoposta oggi alla nostra attenzione demanda poi ad un successivo decreto ministeriale (articolo 3) - da adottarsi entro 180 giorni dalla promulgazione della legge medesima - l'identificazione delle sedi dei Comitati da istituire e l'individuazione del numero dei componenti di ciascun comitato. Negli articoli 4 e 5 sono invece disciplinate le funzioni ed i compiti dei Comitati e del Comitato dei presidenti (cosiddetti Intercomites).

Come riportato al comma 1 dell'articolo 4, "I comitati sono organi di rappresentanza territoriale degli italiani all'estero presso tutti gli organismi che determinano politiche idonee ad interessare le comunità medesime" .

Desidero sottolineare - Presidente, colleghi - come il testo così approvato dalla Commissione sia, peraltro, il risultato di un emendamento proprio del Gruppo IdV. I comitati contribuiscono ad individuare le esigenze di sviluppo sociale, culturale della comunità di riferimento e possono presentare proposte e progetti alla rappresentanza diplomatico-consolare, la quale ultima, all'uopo, dovrà indire periodiche riunioni. Più nel dettaglio, i comitati potranno cooperare con le autorità consolari nella tutela dei diritti in materia di lavoro, in riferimento alle singole legislazioni nazionali dei Paesi che li ospitano, nonché segnalare all'autorità consolare le violazioni di norme dell'ordinamento locale, internazionale o comunitario, che possano danneggiare i cittadini italiani. Infine i comitati redigono una relazione annuale in merito alle attività svolte in relazione alle condizioni di vita e di lavoro, alla formazione scolastica e professionale ed alle iniziative culturali ed economiche - oltre che il bilancio preventivo di cui all'articolo 6 che, come ovvio, sarà principalmente rappresentato dalla spesa di contributi del Ministero degli affari esteri.

Come sopracitato, all'articolo 5 si prevede altresì l'istituzione del Comitato dei Presidenti, o Intercomites, all'interno di ciascun Paese nel quale ci sia più di un Comitato. Esso è costituito da due membri per ciascun comitato, elegge all'interno un Presidente, si riunisce due volte l'anno ed elegge i membri del Consiglio generale degli italiani all'estero.

Gli articoli da 7 a 13 contengono le disposizioni relative: alla composizione del comitato e l'eleggibilità (articolo 7); anche su quest'ultimo articolo il contributo del nostro Gruppo è stato importante, in quanto grazie ad un nostro/mio emendamento si è inserito il limite dei due mandati in seno ai cosiddetti comitati; l'elettorato attivo (articolo 8); la durata in carica e la decadenza dei componenti (articolo 9); l'indizione delle elezioni (articolo 11); il sistema elettorale e la formazione delle liste (articolo 13). Gli articoli 14, 15, 16 e 17 contengono poi le disposizioni circa l'invio e la stampa del materiale elettorale, la modalità di voto, la costituzione dei seggi e le operazioni di scrutinio.

Sento subito la necessità di evidenziare, in proposito, che gli articoli sopra elencati sono relativi ad operazioni che - nel terzo millennio - potrebbero esser evitate, diciamo pure, semplicemente con un click. Mi riferisco - Presidente, colleghi - al click necessario per inviare una mail certificata, con la quale esprimere il proprio voto, un click che permetterebbe un notevole risparmio economico. È ovvio che questa sia una proposta del Gruppo Italia dei Valori, da sempre contrario ad ogni spreco delle risorse economiche pubbliche!

Negli articoli finali del Capo I sono contenute disposizioni relative alla ripartizione dei seggi e alla proclamazione degli eletti, quindi ai poteri ed alle funzioni sia del Presidente che dell'esecutivo interno al comitato, infine alle sedute ed alle deliberazioni.

Il capo II, articoli da 24 a 35, contiene invece le disposizioni di riordino del Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE). All'articolo 24 si dispone che esso sia "l'organo di raccordo tra le comunità italiane all'estero in esso rappresentate e gli enti e le istituzioni centrali, regionali e locali ed ha il fine di promuovere e agevolare lo sviluppo delle condizioni di vita delle comunità" medesime. Ad esso è demandato il compito di "rafforzare il collegamento di tali comunità con la vita politica, culturale, economica e sociale dell'Italia".

Devo ribadire che altre dichiarazioni dì principio circa i compiti da svolgere sono contenute in questo Capo. Tutte risultano essere una mera ripetizione di quanto già previsto per i COMITES, oltre che delle attribuzioni dei parlamentari eletti all'estero. Ma anche di questo parlerò in seguito.

Il Consiglio generale degli italiani all'estero è composto di 82 membri. Sono membri di diritto: i presidenti degli Intercomites, i presidenti dei Comitati degli italiani all'estero in Paesi con un solo comitato, i presidenti o gli assessori con delega all'emigrazione delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano, il Presidente dall'ANCI e quello dell'UPI. I rimanenti membri sono eletti dagli Intercomites. Il Consiglio - come ho più volte già ribadito - nonostante la pochezza dei compiti e funzioni attribuitogli avrà a sua volta: un Presidente, un Vice Presidente vicario, altri vicepresidenti, un Ufficio di presidenza, delle Commissioni per le aree continentali, una Commissione regionale ed infine un'Assemblea plenaria. Ma non è ancora finito! È prevista anche una segreteria del Consiglio presso il Ministero degli affari esteri. Voglio sottolineare che per tutti i membri del Consiglio - e dico tutti - è previsto il rimborso delle spese di viaggio, di quelle telefoniche e di quelle postali. Tuttavia il disegno di legge oggetto di questa discussione dispone (precisamente l'articolo 33) l'invarianza finanziaria delle disposizioni contenute sul bilancio dello Stato. Sono poi logicamente abrogate le due leggi oggi in vigore che disciplinano la materia e infine è previsto, all'articolo 35, un decreto del Presidente della Repubblica contenente un regolamento di attuazione del presente disegno di legge.

Dopo l'analisi del disegno di legge ritengo desidero esporre i rilievi critici miei e del Gruppo Italia dei Valori e le relative e conseguenti proposte emendative. Ai sensi dell'articolo 67 della nostra Costituzione, come noto a noi tutti, "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". La legge n. 459 del 27 dicembre 2001, istitutiva ed attributiva del diritto di voto ai cittadini italiani residenti all'estero, è la naturale manifestazione di quel principio costituzionale. Si individua infatti nel parlamentare in genere - ed in quello eletto nella circoscrizione Estero in specie - il "rappresentante erga omnes" delle comunità italiane radicate fuori dai nostri confini. Tale "rappresentanza" è la massima espressione di rappresentatività democratica di cui il nostro sistema si è dotato, eliminando una discrepanza ed una disparità di trattamento che si protraeva dalla nascita della Repubblica. Si tratta oggi di assegnare effettivamente agli eletti all'estero questi ruoli rappresentativi.

Ora, la legge n. 368 del 1989, che ha dato vita al Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE), è anteriore rispetto a quella assegnativa del diritto di voto agli italiani all'estero, che è, come ho appena ricordato, del 2001. A fronte della mutata realtà introdotta con la legge n. 459 del 2001, sono divenuti del tutto ininfluenti il ruolo e le funzioni del CGIE. Il CGIE è conseguentemente, secondo l'opinione del Gruppo Italia dei Valori da eliminare. Ed è da rivedere, inoltre, - cosa di non minor importanza - il ruolo dei COMITES e le relative mansioni. Come ho già detto all'inizio, infatti, dall'esame delle due leggi sui COMITES e CGIE emerge ictu oculi una sostanziale identità di compiti e di funzioni in capo ai due organismi. Mi ripeto perché ritengo questo punto di notevole rilevanza. Entrambi sono qualificati come organi di rappresentanza degli italiani all'estero. Precisamente si legge: "organo di rappresentanza degli italiani all'estero..." nella legge COMITES, articolo 2 e "organo di rappresentanza delle comunità italiane all'estero..." nella legge CGIE, articolo 1 comma 1. È pleonastico affermare che ci si trovi di fronte a "poteri rappresentativi minori" rispetto a quelli - assoluti - assegnati invece dalla Costituzione alla figura del parlamentare attorno al quale - proprio per tale suo mandato istituzionale e costituzionale - sarebbe dovuta necessariamente ruotare la riforma legislativa in questione: consacrandolo come unico elemento di raccordo tra le esigenze delle italianità all'estero e le istituzioni centrali. Anche perché - e relativamente a questo mi rivolgo ai parlamentari di maggioranza - l'elezione per gli italiani all'estero è una vostra proposta del 2001 e dell'allora vostro ministro Tremaglia, Italia dei Valori, in quella legislatura, non siedeva in Parlamento.

Sembra quasi, Presidente, colleghi, che i parlamentari eletti all'estero non siano presi di proposito in considerazione, in quanto appena citati nel testo che ci accingiamo ad approvare. Attualmente COMITES e CGIE sono, nella sostanza, organismi doppione. Sono inutili, lo sottolineo: riuscire ad individuare una loro utilità pratica risulta seriamente difficile e complesso. Considerate pertanto le sostanziali identità funzionali tra COMITES e CGIE, in sede di riforma sarebbe da preferire l'eliminazione di quest'ultimo organismo a vantaggio del primo, con l'attribuzione ai parlamentari esteri di effettivi concreti compiti di raccordo con le istituzioni centrali. Ritengo, Presidente, colleghi, che l'elezione di parlamentari all'estero faccia venir meno l'utilità appunto del CGIE e debba spingere il legislatore alla riformulazione dei compiti del COMITES, con evidente utilità politica e funzionale.

Per l'Italia dei Valori è inutile (e dannoso per le finanze dello Stato) tenere in vita enti doppioni e, soprattutto, organismi farraginosi, dal funzionamento complesso, poco snello. Molte delle funzioni CGIE sono, tra l'altro, oggi svolte da altre strutture (si pensi, in via esemplificativa e non certo esaustiva, agli Istituti italiani di cultura e all'Istituto per il commercio Estero). Il CGIE costa al contribuente italiano, mediamente, da cinque a sei milioni di euro all'anno: risorse che possono invece essere destinate al potenziamento dei compiti e delle mansioni dei COMITES e delle strutture consolari all'uopo delegate. In passato si è assistito a veri e propri sperperi a fini clientelari di soldi pubblici: pensiamo ai 5 milioni e passa di euro di contributi che nella passata legislatura sono stati destinati al finanziamento di "attività di formazione professionale" nel Cantone di Zurigo per sostenere una forma di istruzione che è svolta invece per legge dalle autorità locali svizzere, e dunque non bisognevole di aiuti provenienti dall'Italia.

I COMITES come anche il CGIE rappresentano un unicum, sono di fatto una anomalia tutta italiana nel sistema istituzionale comunitario e non. Ad opinione dell'Italia dei Valori l'eliminazione del CGIE, il rafforzamento delle funzioni e del ruolo dei COMITES, in sinergia con le rappresentanze consolari territoriali, la ufficializzazione, la istituzionalizzazione di mansioni effettive, nelle materie riguardanti la collettività italiana all'estero, per i parlamentari eletti all'estero - in quanto oggi esistenti - sono le direttrici su cui muoversi, indirizzando in maniera organica la riforma del sistema della rappresentanza delle collettività degli italiani all'estero.

Per questi motivi, dopo aver contribuito - con l'approvazione in Commissione di alcuni emendamenti - all'implementazione del ruolo dei COMITES, il Gruppo Italia dei Valori ha provveduto alla presentazione in Assemblea di ulteriori emendamenti che si prefiggono di realizzare l'intento del disegno di legge n. 1557 a mia prima firma, tramite appunto emendamenti, modificativi del testo proposto dalla Commissione.

Integrazione all'intervento del senatore Filippi Alberto nella discussione generale del disegno del disegno di legge n. 1460-1478-1498-1545-1546-1557-1990

Il testo, oggi in Aula, regola la disciplina degli organismi di rappresentanza locale degli italiani residenti all'estero, ovvero dei Comitati degli italiani all'estero (COMITES) e del Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE), ed è il risultato dei vari disegni di legge presentati in materia di riforma delle strutture in questione.

Questo testo è stato elaborato da un Comitato ristretto costituito dalla 3a Commissione affari esteri, affrontando in tal modo unitariamente la disciplina tanto dei Comitati degli italiani all'estero quanto del Consiglio generale degli italiani all'estero. La Commissione, infatti, ha deliberato di istituire tale Comitato ristretto per svolgere una serie di audizioni e il relatore, il senatore Tofani, ha elaborato sulla base di ciò che è emerso una proposta di testo unificato, che tiene conto sia del contenuto dei numerosi disegni di legge, sia delle audizioni, sia del lavoro svolto dal Comitato.

La disciplina attualmente in vigore necessita di una riforma e di un riassetto, soprattutto alla luce della rilevante novità costituita dall'introduzione del diritto di voto per i nostri cittadini residenti all'estero e la correlativa previsione dei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero. È necessario, dunque, procedere alla riforma allo scopo di consentire il rinnovo degli organismi medesimi secondo le nuove e più idonee modalità.

Nel testo unificato vengono modificate le soglie minime di consistenza delle collettività italiane nel mondo necessarie per procedere alla formazione di detti organismi; ciascun Comitato è chiamato a redigere una relazione annuale per dare conto degli interventi effettuati dalle autorità ed enti italiani a favore della collettività italiana nel proprio territorio di riferimento, nonché sullo stato della stessa collettività. Viene stabilito inoltre che deve essere istituito un Comitato dei presidenti, detto Intercomites, quando in un Paese viene formato più di un Comitato; in base alla consistenza della comunità italiana di riferimento, il Comitato è composto dai 9 ai 18 membri, con una carica di durata quinquennale, eletti mediante voto di lista.

Per quanto concerne il Consiglio generale degli italiani all'estero, secondo il testo proposto andrebbe modificata la sua denominazione in Consiglio degli italiani all'estero, con 82 membri, del quale fanno parte di diritto i presidenti degli Intercomites, i presidenti o gli assessori con delega all'emigrazione delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, nonché i presidenti dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI) e dell'Unione delle Province d'Italia (UPI). La funzione del CGIE è ovviamente mutata: vi è un sostanziale ruolo di cordone ombelicale con le Regioni, viste le presenze dirette in Parlamento di rappresentanti.

È necessario sottolineare che Comitati italiani all'estero rappresentano un importante passo nel processo di sviluppo della partecipazione attiva alla vita politica da parte delle collettività italiane nel mondo e, allo stesso tempo, costituiscono l'organismo essenziale per il collegamento permanente con il nostro Paese e le sue istituzioni. Sebbene siano di basilare importanza, è d'obbligo ricordare che le attuali strutture andrebbero rinnovate in quanto causa di duplicazioni anche nelle proprie funzioni. Ciò comporta inefficienze a livello burocratico e conseguentemente spese esose.

Inoltre, è stato da me presentato un emendamento all'articolo 12 che disciplina il sistema elettorale e la formazione delle liste, sostituendo il voto per corrispondenza con le votazioni nei seggi istituiti presso gli uffici all'estero del Ministero degli affari esteri: le ambasciate, gli uffici consolari di prima categoria e gli istituti italiani di cultura. Ancora più importante è ricordare che le elezioni tramite il voto per corrispondenza diverrebbero eccessivamente dispendiose, rispetto alla votazione classica nei seggi, dimostrato da alcuni dati rilevati dal Ministero dell'interno, secondo proiezioni effettuate alla luce di ricerche nell'ambito della riforma in questione.

VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Alberti Casellati, Augello, Bianconi, Caliendo, Castelli, Chiti, Ciampi, Comincioli, Coronella, Davico, De Gregorio, Dell'Utri, Giovanardi, Mantica, Mantovani, Monti, Palma, Pera, Ramponi, Stancanelli e Viceconte.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Mauro e Franco Paolo, per attività di rappresentanza del Senato; Costa, Gallo, Galperti, Granaiola, Sbarbati e Scanu, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito; Adragna, per partecipare ad una Conferenza internazionale.

Disegni di legge, annunzio di presentazione

DDL Costituzionale

senatori De Eccher Cristano, Di Stefano Fabrizio, Digilio Egidio, Bevilacqua Francesco, Bornacin Giorgio, Totaro Achille

Abrogazione della XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione (2651)

(presentato in data 29/3/2011);

senatori Cardiello Franco, Viespoli Pasquale, Carrara Valerio, Gramazio Domenico, Totaro Achille, Piscitelli Salvatore, Izzo Cosimo, Bornacin Giorgio, Compagna Luigi, Fasano Vincenzo, Coronella Gennaro, Sarro Carlo, Sciascia Salvatore, Pastore Andrea, Palmizio Elio Massimo, De Eccher Cristano, Ciarrapico Giuseppe

Modifiche al Decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, in materia di abbassamento dei limiti di altezza per l'ammissione ai concorsi per il reclutamento nelle Forze Armate (2652)

(presentato in data 29/3/2011);

senatrice Pignedoli Leana

Disposizioni per la determinazione del trattamento economico complessivo spettante ai membri del Parlamento (2653)

(presentato in data 29/3/2011);

senatori Poretti Donatella, Perduca Marco

Disposizioni in materia di assunzione di personale nella Pubblica Amministrazione (2654)

(presentato in data 03/3/2011).

Interrogazioni, apposizione di nuove firme

I senatori Adamo, Incostante, Di Giovan Paolo, Mariapia Garavaglia e Mongiello hanno aggiunto la propria firma alle interrogazioni 3-02020 e 3-02021 dei senatori Ceccanti ed altri.

Interpellanze

LANNUTTI - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

in data 28 marzo 2011 il Codacons ha presentato un esposto alla Corte dei conti, alla Procura della Repubblica di Roma e al Tribunale dei Ministri affinché si apra un'indagine sull'approvvigionamento di energia all'estero da parte dell'Italia. In Italia - spiega l'associazione nell'esposto - la produzione di energia elettrica avviene in gran parte grazie all'utilizzo di fonti non rinnovabili (come il carbone, il petrolio e il gas naturale) e in misura minore con fonti rinnovabili (come lo sfruttamento dell'energia geotermica, idroelettrica ed eolica); il restante fabbisogno viene coperto con l'acquisto di energia dall'estero, trasportata nel Paese tramite l'utilizzo di elettrodotti;

per quanto riguarda la potenza installata (ovvero la potenza massima erogabile dalle centrali), l'Italia è tecnicamente autosufficiente; le centrali esistenti a tutto il 2009 sono infatti in grado di erogare una potenza massima netta di circa 101 GW contro una richiesta massima storica di circa 56,8 GW (picco dell'estate 2007) nei periodi più caldi estivi. Secondo i dati 2009 tale potenza massima teorica non è quindi stata sfruttata interamente e la potenza media disponibile alla punta stimata è stata di 67 GW;

vi è dunque una sovrabbondanza di impianti di produzione, già cresciuti del 28,8 per cento fra il 2002 ed il 2008 - come sostiene il Codacons nell'esposto e ancor più paradossale è che a fronte della potenza installata l'Italia è fra i maggiori importatori al mondo di energia elettrica (secondo i dati dell'International Energy Agency, nel 2008 è stata seconda solo al Brasile), e proprio la Francia è tra i nostri maggiori fornitori: considerando la quantità complessiva consumata in un anno in Italia, l'energia proveniente dalla Francia si aggira intorno al 5 per cento, per una spesa superiore al miliardo di euro;

tale risultato sarebbe una conseguenza del dumping nucleare praticato dalla Francia e permesso dal meccanismo di immissione dell'energia elettrica in rete, mediante la borsa dell'energia e a seguito della privatizzazione dell'ENEL, meccanismo che deve ritenersi anti-industriale e in ultima analisi antieconomico per il Paese. Il dumping, infatti, penalizza l'industria italiana, gettando fuori dal mercato gran parte della potenza installata dall'ENEL e inducendo un forzato declino industriale del Paese anche nel settore energetico. Per tali motivi il Codacons ha chiesto alla Corte dei conti, alla Procura e al Tribunale dei Ministri di accertare eventuali sprechi di denaro pubblico a danno nella collettività, ravvisabili nell'approvvigionamento di energia all'estero da parte dell'Italia, che alla luce dei dati descritti appare inutile e dispendioso,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente di un dumping nucleare praticato dalla Francia e permesso dal meccanismo di immissione dell'energia elettrica in rete, mediante la borsa dell'energia e a seguito della privatizzazione dell'ENEL, con un meccanismo che ad avviso dell'interpellante deve ritenersi anti-industriale e in ultima analisi antieconomico per il Paese;

se sia vero che vi sia una sovrabbondanza di impianti di produzione, già cresciuti del 28,8 per cento fra il 2002 ed il 2008, come affermato dal Codacons nell'esposto, con il paradosso che a fronte della potenza installata l'Italia è fra i maggiori importatori al mondo di energia elettrica;

se risponda al vero che tale dumping penalizzi l'industria italiana, gettando fuori dal mercato gran parte della potenza installata dall'ENEL e inducendo un forzato declino industriale del Paese anche nel settore energetico, a favore di altre nazioni industrializzate come la Francia;

se alla luce dell'incidente della centrale di Fukushima in Giappone, che espone al rischio di radiazioni nucleari in primis la popolazione nel raggio di 30 chilometri dalla centrale nucleare, con effetti catastrofici per la salute e per l'ambiente paragonabili a quelli di Chernobyl del 1986, il Governo non abbia l'obbligo di abbandonare totalmente la strategia nuclearista, anche per le forti opposizioni delle Regioni che rifiutano l'installazione dei reattori nei loro territori, e puntare sulle energie rinnovabili, quali biomasse, eolico, solare, fotovoltaico.

(2-00324)

MARINO Ignazio, PORETTI, CAROFIGLIO, MARINARO, DE LUCA, NEROZZI, VITA, SANGALLI, FIORONI, AGOSTINI, GRANAIOLA, MOLINARI, BIONDELLI, PIGNEDOLI, DE SENA, DEL VECCHIO, MORRI, MICHELONI, PASSONI, ADAMO, CRISAFULLI, CARLONI, CHIAROMONTE, SERAFINI Anna Maria, MONACO, VIMERCATI, CASSON, FILIPPI Marco, GARAVAGLIA Mariapia, ANDRIA, PEGORER, CHIURAZZI, TONINI, RANUCCI, PERDUCA - Ai Ministri dell'istruzione, dell'università e della ricerca e degli affari esteri - Premesso che:

l'Italia è tra i Paesi industrializzati che più soffrono una condizione di debolezza della propria ricerca scientifica;

a causa del progressivo ridimensionamento dei finanziamenti e, più in generale, dell'assenza di scelte strategiche operate dal Governo, la ricerca scientifica italiana rischia di ridursi a uno stato di arretratezza strutturale e a dover svolgere, non certo per la qualità dei suoi ricercatori, un ruolo ancillare rispetto ad altri Paesi;

considerato che:

nel corso degli anni uno dei modi per mantenere contatti diretti e costanti con i centri di eccellenza scientifica è stato quello di avvalersi di figure specifiche per svolgere il ruolo di addetto scientifico entro alcune delle compagini diplomatiche italiane all'estero;

tra queste ultime un ruolo di spicco era naturalmente svolto dalla nostra presenza negli USA, in particolare presso il Consolato italiano di San Francisco, dove fino a poco tempo fa ha egregiamente operato il professor Terenzio Scapolla;

lo stesso professor Scapolla è tornato in Italia al suo ruolo di docente presso l'Università di Pavia senza che risulti avviata la procedura per il suo avvicendamento, oggettivamente necessario per dare continuità al lavoro finora svolto dal professor Scapolla medesimo;

procrastinare la vacanza di quel posto priva i ricercatori italiani di un riferimento istituzionale italiano in California e, al tempo stesso, indebolisce la rete di relazioni che anche l'Italia deve necessariamente avere con realtà come la Silicon Valley, se non vuole deprimere il ruolo internazionale tipico di un Paese tecnologicamente avanzato;

considerato, altresì, che:

molti altri Stati, compresi quelli che versano in condizioni economico-finanziarie peggiori dell'Italia, hanno scelto di sostenere nei rispettivi Paesi la ricerca scientifica e di rafforzare la propria presenza in aree strategiche per il futuro del mondo come, appunto, la Silicon Valley;

non trova spiegazione convincente la propensione ad abbandonare il campo che il Governo italiano sembrerebbe prediligere non procedendo alla designazione almeno di un nuovo addetto scientifico presso il Consolato italiano a San Francisco,

si chiede di sapere:

se la mancata surroga del professor Scapolla sia spiegabile solo come ritardo burocratico;

se non ci si debba adoperare senza ulteriore indugio per individuare e nominare almeno un nuovo addetto scientifico presso il Consolato italiano di San Francisco, in California.

(2-00325p. a.)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

FASANO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico - Premesso che:

la congiuntura economica di questi ultimi anni ha generato una gravissima crisi occupazionale in provincia di Salerno che ha colpito duramente il settore della grande distribuzione e della distribuzione organizzata;

è di particolare rilievo la dichiarazione di fallimento delle società gruppo Cavamarket SpA e GDS SpA soggetti concessionari del marchio Despar;

per effetto dell'apertura della procedura concorsuale sono a rischio tutti i lavoratori dipendenti delle società del gruppo;

nelle unità locali operative lavoravano circa 600 lavoratori per la quasi totalità operanti in Campania,

considerato che:

la vicenda coinvolge non solo e non tanto argomentazioni di tipo tecnico-giuridico ma anche e soprattutto il fondamentale contemperamento fra l'interesse alla soddisfazione dei creditori e la tutela dell'occupazione;

si rende, pertanto, necessario coniugare il diritto di garanzia che i creditori hanno sul patrimonio dell'imprenditore con l'interesse dei lavoratori al mantenimento delle condizioni occupazionali sul piano qualitativo e quantitativo;

è specifico compito della curatela fallimentare attuare tutte le azioni tese alla conservazione del patrimonio, intesa quale tutela del valore aziendale: nel caso di specie, la tutela del patrimonio si estrinseca non solo nella conservazione delle dotazioni fisiche ma anche e forse prioritariamente attraverso il mantenimento delle posizioni di mercato che rappresentano un valore immateriale di indubbia rilevanza;

alcune azioni attuate dalla curatela, in particolare con riferimento alla richiesta risoluzione di contratti di locazione che finora hanno permesso il prosieguo delle attività commerciali e quindi il mantenimento, seppur contenuto, dei livelli occupazionali e delle posizioni di mercato, appaiono inadeguate e persino dannose rispetto alla richiamata necessità di conservazione del valore commerciale dell'impresa;

per tali ragioni si rende doverosa un'opera di vigilanza da parte del Governo che, senza intaccare le prerogative attribuite ex lege al giudice delegato delle procedure fallimentari, agisca a tutela degli interessi dei lavoratori,

l'interrogante chiede di sapere:

se il Governo intenda vigilare affinché non siano poste in essere iniziative che potrebbero intaccare in modo irreversibile il valore commerciale delle imprese sottoposte a procedura concorsuale;

se risultino le modalità in base alle quali verranno esperite le aste fallimentari, con specifico riferimento al mantenimento occupazionale dei lavoratori, al fine di accertare se si intenda preservare tutti i lavoratori (cosiddetto ex Despar) o solo i lavoratori attualmente impiegati dei singoli affittuari;

se risulti, infine, che nella procedura d'asta si terrà conto degli impegni assunti dalle parti nei tavoli sindacali, contrattuali ed istituzionali, circa l'impiego della totalità dei lavoratori del gruppo.

(4-04885)

POLI BORTONE - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:

attraverso l'ex Direzione generale della pesca marittima e dell'acquacoltura, il Ministro ha bandito in data 23 ottobre 2009, con scadenza di consegna delle offerte il 30 novembre 2009, le seguenti due procedure ristrette ai sensi dell'articolo 55, comma 6, del decreto legislativo n. 163 del 2006: a) bando per l'affidamento del servizio di promozione e valorizzazione delle specie ittiche nazionali con particolare riferimento alle specie eccedentarie nell'ambito dell'Asse prioritario 3 (base di gara 2.000.000 euro, Iva esclusa); b) bando per l'affidamento del servizio di promozione finalizzato a migliorare l'immagine dei prodotti della pesca e dell'acquacoltura, nell'ambito dell'Asse prioritario 3 (base di gara 2.200.000 euro, Iva esclusa);

tali procedure di gara ai sensi della normativa citata, prevedono la richiesta di invito avanzata da ciascun concorrente e la successiva offerta nelle modalità indicate dalla lettera di invito,

si chiede di sapere:

se le procedure di gara in oggetto siano state regolarmente espletate sino all'aggiudicazione definitiva dei relativi servizi;

in caso di espletamento delle due procedure, quali siano i nominativi dei concorrenti invitati e che hanno presentato offerta, nonché le graduatorie finali con indicazione dell'aggiudicatario del servizio;

qualora invece le gare suddette non fossero state aggiudicate, quale sia lo stato di ciascuna procedura ed eventualmente se i fondi assegnati alle procedure siano stati destinati ad altri servizi.

(4-04886)

ZANOLETTI - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

l'inquinamento elettromagnetico è un problema che da tempo impegna ambientalisti, ricercatori, scienziati;

c'è chi sostiene che le radiazioni prodotte da ripetitori, reti per telefonia cellulare, emittenti radiotelevisive, cavi elettrici percorsi da correnti alternate di forte intensità siano dannose e chi, invece, le ritiene innocue;

in realtà mancano prove scientifiche indiscusse e permane il dubbio sull'esistenza di un rischio serio per la salute;

rilevato che:

le soglie di emissioni elettromagnetiche sul territorio italiano sono quelle dell'Icnirp (International commission on non-ionizing radiation protection) del 1998, accettate dall'Unione europea e raccomandate a tutti gli Stati membri con una direttiva del 1999 per la popolazione in generale e con una seconda direttiva del 2004 per i lavoratori;

secondo alcuni esperti questi standard sono criticabili perché riferiti solo alla protezione degli effetti termici di breve durata delle emissioni e non a quelli dovuti all'esposizione a lungo termine ai campi elettromagnetici;

l'Italia ha inserito indicazioni più restrittive che tuttavia non rappresentano limiti veri e propri; i "valori di cautela" (pari a 20 volt per metro) e gli " obiettivi di qualità" (pari a 6 volt per metro) sembrano valere per i luoghi aperti, accessibili al pubblico, dove possono esserci permanenze di non più di 4 ore al giorno;

a giudizio dell'interrogante, è assolutamente opportuno promuovere con seri studi epidemiologici su campioni rappresentativi della popolazione o studi biologici in vitro su cellule isolate e in vivo, sugli animali,

si chiede di conoscere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno un approfondimento scientifico sugli effetti delle radiazioni non ionizzanti (prodotte da ripetitori, reti per telefonia cellulare, emittenti radiotelevisive, cavi elettrici percorsi da correnti alternate di forte intensità), prevedendo uno studio epidemiologico serio con campioni rappresentativi della popolazione e con studi biologici.

(4-04887)

THALER AUSSERHOFER - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, contiene all'articolo 14, comma 32, una disposizione che differisce al 31 dicembre 2013 il termine per la messa in liquidazione delle società da parte dei Comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti, che risultano costituite alla data del 31 maggio 2010, ovvero per la cessione delle relative partecipazioni;

la norma citata prevede altresì che l'obbligo di liquidazione delle società non si applichi ai Comuni con popolazione fino a 30.000 abitanti nel caso in cui le società già costituite al 31 maggio 2010: 1) abbiano al 31 dicembre 2013 il bilancio in utile negli ultimi tre esercizi, 2) non abbiano subito, nei precedenti esercizi, riduzioni di capitali conseguenti a perdite di bilancio, 3) non abbiano subito, nei precedenti esercizi, perdite di bilancio in conseguenza delle quali il Comune sia stato gravato dell'obbligo di procedere al ripiano delle perdite medesime;

considerato che a giudizio dell'interrogante l'ambito applicativo delle disposizioni citate non risulta molto chiaro lasciando spazio a dubbi e a diverse interpretazioni,

si chiede di sapere:

se le perdite d'esercizio a cui fa riferimento la norma siano solo quelle derivanti dall'ordinaria amministrazione o se vi rientrino anche quelle generate da investimenti;

quale sia l'ambito temporale in cui i bilanci non devono aver subito riduzioni di capitali o ripiani;

in relazione a quali settori i Comuni siano obbligati a costituire società.

(4-04888)

PORETTI, PERDUCA - Al Ministro della salute - Premesso che:

il Consiglio superiore di sanità (CSS), su richiesta del Ministro in indirizzo, si è espresso il 25 febbraio 2011 su "Insufficienza venosa cerebro-spinale cronica (CCSVI) e sclerosi multipla (SM)";

detto parere del CSS è stato successivamente trasmesso con circolare del Ministro agli Assessori regionali alla Sanità in data 4 marzo 2011, "affinché se ne tenga conto nella predisposizione delle connesse attività di studio e assistenza";

con tale parere il CSS ritiene: 1) che la CCSVI non possa essere riconosciuta come entità nosologica; 2) che, ad oggi, non sia dimostrata la sua correlazione epidemiologica con la SM e, pertanto, l'intervento di correzione vascolare non può essere indicato nei pazienti affetti da tale patologia; 3) che sia necessaria, invece, un'indicazione clinica chiara e netta, indipendentemente dalla presenza o meno di SM, per l'erogazione di misure atte a diagnosticare, monitorare e correggere anomalie dell'apparato vascolare venoso, qualora indicato, a causa di condizioni patologiche ad esse sicuramente riferibili;

altresì, ritiene necessario che eventuali procedure di correzione di patologia venosa in pazienti con SM siano effettuate solo ed esclusivamente nell'ambito di studi clinici controllati e randomizzati, approvati da Comitati etici;

inoltre, il Consiglio superiore della Sanità ritiene opportuno: che sia contrastata ogni finalità puramente speculativa ed economica; che debba essere fatto tutto il possibile per proteggere i pazienti da facili entusiasmi, da speculazioni economiche e dai rischi connessi al trattamento stesso;

considerato che:

tenuto conto di tali indicazioni, un medico del Servizio sanitario nazionale, se non nell'ambito di detti studi clinici, sarebbe dissuaso dal diagnosticare a qualsiasi paziente già diagnosticato con SM un'affezione da CCSVI, né prescrivere alcun intervento atto a correggere la CCSVI, patologia circa la cui esistenza il CSS dichiara che "l'esistenza della CCSVI e le correlazioni etiopatogeniche collegate alla stessa sono ancora controverse e, pertanto, risultano necessari ulteriori studi";

tuttavia, non sono pochi, su circa 58.000 pazienti affetti da SM in Italia, quelli che, soprattutto nei casi più gravi, chiedono di poter accedere quanto prima alla diagnosi e all'eventuale trattamento della CCSVI secondo le metodologie messe a punto dal professor Zamboni dell'Università di Ferrara, circostanza che spinge alcuni di questi a ricorrere alla sanità privata o a dispendiose e incerte trasferte in Paesi in cui queste metodologie sono riconosciute e praticate,

si chiede di sapere:

che cosa intenda disporre il Ministro in indirizzo, nella circolare citata con la quale trasmette il parere del CSS su CCSVI e SM agli Assessori regionali alla sanità, quando indica che di tale parere si "tenga conto nella predisposizione delle connesse attività di studio e assistenza";

quanti studi clinici approvati dai Comitati etici su CCSVI e SM siano ad oggi attivati sul territorio nazionale, a chi siano affidati e presso quali strutture, quale sia il numero di pazienti preso in esame e quando se ne prevede il compimento;

se si abbia notizia che sia al vaglio da parte di Assessori regionali alla sanità, o se sia comunque in previsione, la prossima attivazione di nuovi studi clinici su CCSVI e SM;

che cosa intenda fare per promuovere sul territorio la conduzione di ulteriori studi clinici sul CCSVI e SM e se non ritenga opportuno che sia ampliato il numero complessivo di pazienti presi in esame da tali studi.

(4-04889)

LANNUTTI, MASCITELLI - Ai Ministri della salute e dell'interno - Premesso che:

secondo una ricerca dell'associazione Auser, che ha esaminato nella prima indagine nazionale le irregolarità e la poca trasparenza nelle case di riposo, in Italia ci sarebbero almeno 700 case di risposo fantasma;

le case di riposo in Italia risultano essere 6.715, ma il numero reale è un mistero, così come tutto il settore, una vera e propria "giungla" con prestazioni e tariffe fuori controllo. E almeno 700 strutture sfuggono a ogni regolamentazione e non sono autorizzate. È il quadro fosco che emerge da un'indagine nazionale dell'Auser, la prima di questo tipo in Italia, presentata oggi a Roma dall'associazione. La ricerca, realizzata dall'Istituto di ricerche economiche e sociali, ha incrociato dati di Camere di commercio, elenchi regionali, Pagine gialle, censimento 2008 del Viminale, articoli di stampa e Internet . La regione che ospita il maggior numero di case di riposo è la Sicilia: 900, quasi tutte (94 per cento) private. L'indagine mette a fuoco una situazione critica rispetto alla regolarità e trasparenza: 283 delle 863 strutture controllate dai Nas nel 2010 sono risultate irregolari, tra autorizzazioni mancanti, strutture non adeguate, numero di anziani eccessivo, mancanza di condizioni adeguate, attività infermieristiche esercitate in modo abusivo. "Giungla" anche nelle tariffe, che possono variare moltissimo: si parte da 1.200 per arrivare fino a 4.250 euro al mese, con una media di 1.400-1.500 euro;

quello delle case di riposo private per anziani è un business sempre più fiorente: in quattro anni, dal 2005 al 2009, quelle iscritte agli elenchi della Camera di commercio sono passate da 2.555 a 2.906 unità. E i loro ricavi sono aumentati in un anno del 18 per cento. Nel 2010, secondo stime dell'Auser, 23 anziani ogni mille vivevano in un presidio socio-assistenziale (casa di riposo privata), erano 20 nel 2006. Considerando anche le residenze socio-sanitarie (Rsa) e gli altri presidi, si registrano 32 anziani in istituto ogni mille nel 2010. Valori che crescono fino a 84 anziani su mille in Friuli-Venezia Giulia, mentre in Sicilia, la regione con il più alto tasso di diffusione di strutture socio-assistenziali, gli ospiti non superano le 11 unità ogni 1.000 abitanti di età superiore ai 65 anni. L'analisi dei bilanci di un campione significativo di queste strutture private ha evidenziato, tra il 2008 e il 2009, uno sviluppo rilevante (pari al 18 per cento): i servizi assistenziali residenziali risultano quindi in controtendenza rispetto all'andamento economico e non conoscono crisi. Il settore rappresenta un'opportunità di business interessante, alla luce dell'invecchiamento costante della popolazione italiana. Il campione dell'Auser risulta prevalentemente costituito da società a responsabilità limitata, mentre le società per azioni sono solo tre. Emerge la significativa presenza di gruppi che controllano ben 20 società delle 50 analizzate: il fenomeno interessante che sta vivendo il settore è proprio questa sorta di processo di integrazione orizzontale, con la nascita di gruppi in forte sviluppo e capaci di investimenti e acquisizioni delle strutture meno redditizie. Ed è da evidenziare anche come le società di maggiori dimensioni offrono alle loro controllate svariati servizi, dall'amministrazione del personale alla l'information technology, ai servizi di manutenzione e pulizia,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dell'indagine dell'Auser che ha messo in luce un sistema prevalentemente costituito da società a responsabilità limitata, mentre le società per azioni sono solo tre, con la presenza di gruppi che controllano ben 20 società delle 50 analizzate;

se risponda al vero che la Sicilia sia la regione con il maggior numero di case di riposo, quasi tutte private, e se risulti che 283 delle 863 strutture controllate dai Nas nel 2010 siano risultate irregolari;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per "disboscare" la giungla delle tariffe che variano da 1.200 euro fino a 4.250 euro al mese, con una media di 1.400-1.500 euro.

(4-04890)

VILLARI, VIESPOLI, SAIA - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

l'autostrada A1, in particolare nel tratto tra Roma e Napoli, è stata ripetutamente scenario di pericolosi e spesso mortali incidenti;

il giorno 18 marzo 2011, malgrado le condizioni meteorologiche sembrassero migliorate, una frana si è staccata dalla costa di una collinetta adiacente l'autostrada, nel tratto dove termina il muro di contenimento, all'altezza del paese di Pofi in provincia di Frosinone ed ha invaso tutte e tre le corsie in direzione nord, travolgendo un furgone ed uccidendo il conducente che si recava al lavoro. Viaggiava con il conducente il figlio di 20 anni, ferito anche lui, così come l'autista di un Tir;

il traffico, ovviamente, ha subito grossi disagi per ore, si è lavorato alacremente per mettere in sicurezza l'area dopo che gli operai della società Autostrade, i Vigili del fuoco ed i volontari della Protezione civile hanno provveduto a liberare la carreggiata da fango e detriti;

a peggiorare la situazione è stata anche la perenne condizione di dissesto idrogeologico del nostro territorio, che necessiterebbe di urgenti ed importanti interventi. In ogni caso, la tragedia poteva essere evitata se fossero state espletate, da parte della società concessionaria, nei tempi giusti, tutte le attività di informazione e allerta, oltre alle attività di verifica circa la sicurezza della percorribilità dell'autostrada stessa;

la Convenzione di concessione tra il Ministero delle infrastrutture e trasporti e l'Anas SpA e la società Autostrade SpA prevede, tra le altre cose, la manutenzione ordinaria e straordinaria e la realizzazione del progressivo miglioramento ed adeguamento della rete stradale ed autostradale di interesse nazionale;

nell'ambito dell'espletamento dei compiti affidati in concessione, si prevede l'obbligo per il concessionario di garantire la piena utilizzabilità e la costante manutenzione dell'infrastruttura viaria oggetto di concessione oltre che mantenere adeguati livelli e standard di sicurezza, allineati e comparabili a quelli delle principali reti viarie europee,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda chiedere chiarimenti alla società concessionaria circa l'accaduto, ovvero se abbia monitorato il tratto autostradale in cui si è verificato l'incidente, visto che proprio in quella zona le piogge sono state incessanti;

se non intenda intervenire per quanto di propria competenza presso Anas e società Autostrade per chiedere una dettagliata relazione circa l'attività di manutenzione della infrastruttura viaria fino ad ora effettuata, soprattutto nel tratto tra Roma e Napoli;

se non intenda verificare se siano state rispettate le disposizioni previste nella Convenzione di concessione;

infine, quali iniziative intenda intraprendere affinché Anas e società Autostrade rispettino gli impegni sottoscritti, al fine di evitare che sulla A1, fondamentale arteria di collegamento fra il Nord ed il Sud Italia, altri episodi simili si verifichino.

(4-04891)

LANNUTTI - Ai Ministri dello sviluppo economico, dell'economia e delle finanze e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale - Premesso che, come si legge in un articolo pubblicato su "l'Espresso" del 24 marzo 2011, «Un guadagno del 520 per cento in meno di cinque anni. Un incasso colossale, stimabile in almeno 135 milioni di euro, rispetto ai 26 investiti nel 2006. Per un gruppo di ignoti investitori e di società registrate in vari paradisi fiscali sarà questo il frutto di una privatizzazione molto discussa, quella della società milanese Metroweb, predisposta quando era sindaco Gabriele Albertini ma portata a termine dall'attuale primo cittadino Letizia Moratti. Metroweb possiede la rete in fibra ottica sotto la città e, dopo alcuni passaggi tormentati, era finita all'Aem, la municipalizzata di luce e gas. Nel 2006, la cessione. Per motivi mai chiariti l'azienda non viene offerta ai maggiori operatori di comunicazioni che in quegli anni puntano sulla fibra, da Telecom Italia in giù. A comprare è il fondo inglese - con manager italiani - Stirling Square Capital, che mette in piedi una complessa operazione che valorizza Metroweb 232 milioni: 32 vengono pagati in contanti, mentre i restanti 200 sono i debiti presi in carico dai nuovi proprietari. Curiosamente, però, nella privatizzazione alla milanese i compratori investono meno quattrini dei venditori. I soldi messi sul piatto da Stirling e da una serie di soci con sede a Bermuda, Guernsey e alle Isole Vergini, non superano i 26 milioni. Aem, invece, riacquista a sorpresa una quota della nuova Metroweb e in più sottoscrive un prestito convertibile, con un esborso totale di 32 milioni. Il risultato appare oggi discutibile: l'azienda è di nuovo in vendita e le cifre che circolano dicono che, senza considerare i debiti, dovrebbe passare di mano ad almeno 225 milioni, 135 dei quali destinati a Stirling e ai suoi misteriosi soci, e 90 milioni a A2A (come si chiama ora Aem). Altri dettagli sono destinati ad alimentare le polemiche che da sempre la vicenda suscita. Primo: interessati all'acquisto si sono detti anche operatori telefonici che all'epoca erano stati tenuti fuori. Secondo: fra i manager che lavorano con Stirling, in Metroweb e altrove, c'è Luigi Predeval, molto vicino ai Moratti. Ex amministratore delegato dell'Inter, Predeval di recente è stato chiamato dal sindaco alla guida della Sogemi, la società comunale che gestisce i mercati generali»,

si chiede di sapere:

se risultino al Governo le ragioni per cui Metroweb, che possiede la fibra ottica che scorre sotto la città di Milano, non sia stata offerta agli operatori di telecomunicazioni, ma sia stata acquisita da un gruppo di ignoti investitori registrati in varie società offshore, ubicate nei soliti paradisi fiscali e/o legali, che potranno conseguire un profitto del 520 per cento;

quale risulti la filosofia che ha prodotto un accordo grazie al quale i compratori debbano investire meno dei venditori, come risulta da una discutibile intesa che vede l'azienda di nuovo in vendita, per la somma di almeno 225 milioni, 135 dei quali destinati a Stirling e ai suoi misteriosi soci, e 90 milioni a A2A (come si chiama ora Aem);

se risponda al vero che il passaggio di mano della società milanese Metroweb, invece che ad aziende italiane che pur avevano interesse, produrrà profitti pari ad oltre il 100 per cento l'anno, per un totale del 520 per cento in meno di cinque anni, con un introito stimabile in almeno 135 milioni di euro, rispetto ai 26 investiti nel 2006;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che aziende fiore all'occhiello dal settore dell'energia a quello alimentare, importanti per il tessuto industriale italiano e per lo sviluppo economico, possano essere colonizzate da investitori esteri spesso residenti nei paradisi fiscali, trovando nell'Italia il vero "paese di Bengodi", come nella citata scandalosa cessione di Metroweb, venduta al fondo inglese con manager italiani.

(4-04892)

LANNUTTI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

secondo i presidenti di Federconsumatori e Adusbef, in una nota diffusa sul web, il messaggio che trapela dallo spot realizzato dal Ministero sul registro delle opposizioni, in onda in questi giorni in televisione, sarebbe una vera e propria istigazione ad essere molestati dal telemarketing;

in particolare, ritengono che invece di informare i cittadini, fornendo le istruzioni utili su come iscriversi per non essere disturbati con insistenza a tutte le ore del giorno, si tenta quasi di convincerli che, in fondo, il telemarketing non è poi così male e potrebbe anche essere utilissimo. I presidenti proseguono affermando che questo rispecchia in pieno l'atteggiamento del Governo che, nonostante il parere contrario del Garante per la protezione dei dati personali, al posto di adottare il sistema dell'opt-in diffuso in gran parte d'Europa (che prevede che il cliente che voglia essere "disturbato" debba espressamente manifestare la propria volontà), ha istituito il meccanismo dell'opt-out (vale a dire l'iscrizione al registro delle opposizioni per non essere molestati);

pertanto, al motto "uomo registrato un po' meno informato" si diffonde nelle case degli italiani questa vera e propria pubblicità al telemarketing pagata dai contribuenti;

considerato che:

come si apprende dalla lettura del comunicato stampa dell'Autorità diffuso il 31 gennaio 2011, in concomitanza con l'entrata in funzione del registro pubblico delle opposizioni, introdotto dalla recente normativa che ha modificato le regole del telemarketing, il Garante per la protezione dei dati personali ha fissato (con un provvedimento del 19 gennaio pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 31 gennaio) i limiti entro i quali gli operatori del settore potranno utilizzare i dati personali degli abbonati presenti negli elenchi telefonici per effettuare chiamate con operatore ai fini di invio di materiale pubblicitario, vendita diretta, ricerche o comunicazioni commerciali;

gli abbonati che non desiderano ricevere telefonate pubblicitarie dovranno iscriversi al Registro, gestito dalla fondazione Ugo Bordoni. E proprio per assicurare che la volontà dei cittadini venga effettivamente rispettata, il Garante ha imposto alle imprese una serie di obblighi: 1) le società che operano nel settore del telemarketing non potranno più contattare i numeri degli abbonati che si sono iscritti nel registro; 2) se un abbonato ha chiesto a una determinata azienda di non essere più disturbato, quella azienda dovrà rispettare la sua volontà anche se l'abbonato non si è iscritto al registro; 3) la singola azienda che abbia invece ricevuto in passato il consenso dell'abbonato a ricevere telefonate promozionali potrà contattarlo, anche se questi è iscritto nel registro. Tale consenso, che dovrà essere documentabile per iscritto al Garante, potrà comunque essere ritirato in qualunque momento;

con l'entrata in funzione del registro viene meno anche la possibilità di utilizzare le numerazioni telefoniche contenute in banche dati comunque formate (comprese quelle costituite utilizzando i dati estratti dagli elenchi telefonici prima del 1° agosto 2005), senza aver prima acquisito un consenso ad hoc;

per quanto riguarda le numerazioni presenti in pubblici registri, elenchi, atti o documenti conoscibili da chiunque (ad esempio albi professionali) esse potranno essere utilizzate solo se le telefonate promozionali risultino direttamente funzionali all'attività svolta dall'interessato (sempre che questi non si sia opposto) o se il telemarketing sia previsto dalla normativa di riferimento;

l'avvio del registro non modifica le regole finora usate per la pubblicità via posta o effettuata con strumenti diversi dal telefono (ad esempio posta elettronica, telefax, messaggi del tipo mms o sms, chiamate automatizzate senza operatore) che prevedono sempre e comunque la richiesta di un consenso preventivo e informato dell'utente;

il mancato rispetto delle prescrizioni dell'Autorità comporta l'applicazione di una sanzione da 30.000 a 180.000 euro, che potrà raggiungere, nei casi più gravi, i 300.000 euro,

si chiede di sapere:

quali iniziative intenda assumere il Ministro in indirizzo al fine di ritirare immediatamente lo spot di cui in premessa;

se non ritenga che lo spot configuri una forma di pubblicità ingannevole.

(4-04893)

LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

sabato 26 marzo 2011 il settimanale "Milano Finanza" ha fatto circolare la notizia relativa alla candidatura del signor Alessandro Profumo, l'ex banchiere di Unicredit premiato con una buona uscita di 40 milioni di euro per aver distrutto valore, portando il titolo da 8 ad 1,8 euro e la capitalizzazione della banca di piazza Cordusio da oltre 100 a poco più di 30 miliardi con la sua defenestrazione, a capo della Banca per il Sud;

scrive in data 28 marzo 2011 il sito "Dagospia" «l'ipotesi è circolata sabato mattina quando in edicola è apparso il settimanale "MilanoFinanza" dove si legge testualmente che Profumo potrebbe essere il "possibile Schumacher del credito". La tesi sembra piuttosto azzardata perché al momento delle dimissioni si è detto che Profumo», oltre alla lauta buonuscita, «aveva accettato la clausola di rifiutare per due anni incarichi al vertice di altre banche italiane». In un altro punto si legge: «Tremonti potrebbe nominare Profumo al vertice della Banca del Sud, l'istituto per il quale la Lega si sarebbe già spesa in favore di Massimo Ponzellini»;

si legge infatti che il «22 settembre scorso (...) Profumo lasciò lo studio Erede Bonelli Pappalardo firmando le dimissioni e mettendosi in tasca 40 milioni di liquidazione. Il paracadute d'oro fu definito "un'assurdità" dal "Financial Times", lo stesso giornale che negli anni delle scalate sui mercati dell'Est, aveva esaltato le imprese di "Alessandro il Grande". Oggi c'è chi rimette in discussione la presenza su quei mercati e non è un caso se i nuovi vertici di Unicredit hanno dovuto iscrivere a bilancio svalutazioni e accantonamenti per uscire dal bagno di sangue del Kazakistan e dell'Ucraina. Non la pensa così il bocconiano Profumo che non più tardi di una settimana fa ha accettato di entrare come consigliere dentro Bersbank, la più grande banca russa posseduta al 64% dalla Banca centrale e per il resto dal miliardario Kerimov, grande azionista di Gazprom. Con questa adesione l'ex-boyscout di Genova dà ragione alla moglie Sabina che nella notte delle dimissioni esclamò: "non è la fine del mondo". L'ex-banchiere sembra non avere alcuna intenzione di sparire dalla scena ed è questa la ragione per cui ha consentito al suo amico Mimmo Siniscalco, presidente di Assogestioni, di inserirlo nella lista dei consiglieri indipendenti che entreranno tra poche settimane nel nuovo Consiglio di amministrazione dell'Eni. Questa designazione pare non dispiaccia affatto a Giulio Tremonti che secondo la cronaca durante la notte delle dimissioni da Unicredit avrebbe telefonato ai presidenti delle Fondazioni per raccomandarsi di evitare "scambi maldestri". E adesso salta fuori la notizia che il ministro dell'Economia potrebbe nominarlo al vertice della Banca del Sud»;

considerato che:

un articolo pubblicato sul quotidiano "La Stampa", in data 22 ottobre 2007, dal titolo: "Derivati, il contrattacco di Profumo", riporta l'intervista dell'inviato da Washington Stefano Lepri ad Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit dopo il servizio di Milena Gabanelli sui derivati avariati appioppati ad enti locali ed imprese: «Non sono il male e Unicredit non è l'unica banca a operare in questo settore». «"I derivati non sono il male", servono alle imprese per proteggersi contro rischi di cambi o di costi, "e noi più trasparenti di così non possiamo essere. Tecnicamente non esistono altre cifre oltre a quelle che abbiamo già rivelato" contrattacca Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit. Ce l'ha ovviamente con la trasmissione tv dove Unicredit è stata chiamata in causa: "sembrava fossimo l'unica banca che vende derivati. Forse ci avrebbe fatto piacere avere il 100% di quel mercato, ma non è così". Profumo, come gli altri grandi banchieri del mondo, è a Washington in occasione dell'assemblea annuale del Fondo monetario. "È stata una confusione creata ad arte" insiste, in una materia ardua da comprendere per il grande pubblico; in Italia moltissime banche operano in quel settore, nazionali ed estere. Sui casi in cui sono implicati enti locali, non si esprime; cerca invece di spiegare perché alle imprese quegli strumenti finanziari servono. "Sarebbe interessante vedere cosa hanno fatto negli anni scorsi Alitalia, Lufthansa o British Airways per tutelarsi dal rialzo del prezzo del petrolio. Se non si sono coperte avranno avuto dei problemi" dice il numero uno di Unicredit. Agli imprenditori che protestano per le perdite che sarebbero emerse in questa fase, ribatte che i vantaggi a fronte sono stati distribuiti nel tempo, e che le perdite non possono essere state una sorpresa: "Noi inviamo ogni tre mesi ai nostri clienti le loro posizioni sui derivati in termini di mark-to-market, non possiamo sapere se le contabilizzano". Sia come sia, al momento alcuni settori della finanza innovativa utili alle imprese si sono bloccati dalla crisi finanziaria scoppiata sui mutui subprime. Discutendo a Washington con gli altri banchieri, Profumo però non ne ha tratto l'impressione che il credito alle imprese si ridurrà; sicuramente non in Italia»;

si legge ancora: «Prendere denaro in prestito potrà essere un po' più caro, perché si allargheranno gli spread, in una più articolata valutazione del rischio; ma il credito non mancherà, "non ci sarà una stretta". Dunque le ricadute dovrebbero essere molto limitate. Difficile dire se funzionerà il maxi-fondo proposto dalle grandi banche americane per evitare che vengano gettati in massa sul mercato i titoli di debito strutturati ora invendibili per mancanza di fiducia, ma non privi di valore. Profumo su questo non si esprime, altri banchieri europei sono scettici. Più che altro, si attende di capire se l'iniziativa riuscirà a marciare negli Stati Uniti; quanti fondi di investimento aderiranno, se le grandi banche di investimento parteciperanno o no. Il dollaro debole intanto potrebbe suggerire ai banchieri europei di fare acquisti negli Usa. L'amministratore delegato di Unicredit si chiama fuori "perché noi per il momento di soldi non ne abbiamo" dopo la maxifusione con Capitalia; "altri forse ne faranno". Quanto a strategie bancarie in Europa, Profumo non intravede grandi operazioni transnazionali, casomai ristrutturazioni dentro i singoli Paesi, soprattutto la Germania nel settore delle Landesbanken (simili alle nostre Case di risparmio); ma occorrerà anche capire quali saranno gli effetti dell'acquisto e successiva spartizione dell'olandese Abn-Amro. Alle critiche per non aver valutato a fondo (due diligence) gli attivi di Capitalia prima della fusione, Profumo risponde piccato che non sarebbe stato possibile, perché "occorreva impegnarci cento persone per due mesi senza fughe di notizie: vorrei vedere se c'è riuscito il consorzio Rbs-Santander-Fortis prima di acquistare Abn-Amro";

in data 3 marzo 2011, l'agenzia Ansa in un dispaccio intitolato: "Derivati: Bari, ex ad Unicredit Profumo indagato", informa sull'inchiesta della Procura pugliese in merito agli sviluppi giudiziari di un imprenditore, titolare della Divania, costretto a sottoscrivere derivati avariati di Unicredit;

si legge nel dispaccio: «L'ex ad di Unicredit, Alessandro Profumo, è indagato a Bari con altri 27 dirigenti della banca nell'inchiesta sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l'istituto di credito, relativo alla sottoscrizione di titoli di credito derivati. Lo anticipa l'Espresso. Nell'inchiesta vengono ipotizzati i reati di associazione, estorsione, truffa e appropriazione indebita. Tra gli indagati Luca Fornoni e Davide Mereghetti, già collocati da Bankitalia nel ruolo di artefici dei derivati»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero l'ipotesi del settimanale "Milano Finanza", circa la candidatura di Profumo, indagato da alcuni Tribunali per la vendita di derivati avariati, alla guida della Banca del Sud;

se sia a conoscenza del fatto che Profumo ha ricevuto in premio una buona uscita di 40 milioni di euro per aver distrutto valore, portando il titolo da 8 ad 1,8 euro e la capitalizzazione della banca di Piazza Cordusio, da oltre 100 a poco più di 30 miliardi di euro nel giorno della sua defenestrazione;

se risulti che al momento dell'allontanamento, oltre ad aver ricevuto un'ingente somma, il signor Profumo aveva sottoscritto una clausola di divieto di due anni da incarichi ai vertici di altre banche italiane, tenuto conto che tale clausola di salvaguardia, qualora non esibita e/o rispettata, imporrebbe ad Unicredit giusta azione di rivalsa a tutela degli interessi degli azionisti, specie del "parco buoi";

se la ventilata nomina di Profumo al consiglio Enel per conto di Assogestioni, nota associazione di derivazione bancaria nemica dei risparmiatori che affidano il risparmio a fondi comuni di investimento sapientemente selezionati dai gestori e da altre banche, che ha creato sconcerto tra utenti e consumatori truffati e frodati dai derivati avariati di Unicredit, non debba indurre il Ministro in indirizzo a smentire categoricamente l'affidamento al cultore dei derivati della banca che ha lo scopo di sviluppare il Mezzogiorno.

(4-04894)