Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 067 del 07/10/2008

*QUAGLIARIELLO (PdL). Domando di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, nel ricordare Leopoldo Elia a pochissimi giorni dalla sua scomparsa non voglio cedere né alla retorica che, cancellando ogni accento critico, non renderebbe giustizia a una figura così complessa e fino all'ultimo orgogliosamente presente nella storia politica del nostro Paese, né tanto meno alla tentazione di una lettura esclusivamente di parte che, in nome delle tante battaglie e delle tante discussioni che ci hanno visti contrapposti, cancelli il ruolo determinante che Leopoldo Elia ha giocato nella comprensione del rapporto tra la politica e le istituzioni.

Vorrei piuttosto concentrarmi su alcuni dei tratti che hanno caratterizzato la sua multiforme e incisiva presenza nella vita pubblica italiana a cominciare dalla profonda innovazione che la sua riflessione ha determinato nel dibattito costituzionale.

Con la voce dell'Enciclopedia del diritto dedicata alle forme di Governo - alle quali anche lei, signor Presidente, ha fatto riferimento -, autentico spartiacque teorico e metodologico, Leopoldo Elia seppe infatti superare il formalismo dominante e riconoscere in maniera sistematica la centralità dei partiti politici e dei loro assetti per una lettura realistica del concreto rendimento dei sistemi di Governo vigenti nelle democrazie contemporanee. Da categorie statiche, dunque, nell'analisi di Elia le forme di Governo divennero modelli dinamici, condizionati in maniera determinante dal numero dei partiti, dalle loro interrelazioni, dalle regole convenzionali che al sistema partitico fanno capo e dai meccanismi di elezione delle Assemblee rappresentative.

Leopoldo Elia, quindi, spalancò alle problematiche politologiche le porte della dottrina costituzionalistica, ricollegandosi alla più autentica vocazione del diritto costituzionale, che è quella della consapevolezza della sua storicità e politicità. La storia ha provveduto a dargli ragione: basti pensare alla profonda rivoluzione che nel 1994 ha traghettato l'Italia nella stagione - per dirla con le parole dello studioso e uomo politico che oggi ricordiamo - della «democrazia di indirizzo», senza che una sola virgola della Carta costituzionale, laddove è disciplinato il funzionamento delle nostre istituzioni nazionali, sia stata modificata.

Precorrendo i tempi, Elia seppe comprendere l'importanza di quella che al secolo è passata con il nome di Costituzione materiale, nozione sulla quale pure qualcosa avrebbe avuto da dire. E in un periodo storico nel quale la politica e i partiti politici sono stati posti sotto accusa, ha sempre difeso il ruolo e la responsabilità della classe politica, in quanto titolare di un'attività di indirizzo generale non surrogabile da nessun altro potere, senza per questo rinunciare alla denuncia nei confronti dei processi degenerativi, al punto che ebbe a definire il partito in cui militava un «partito d'occupazione».

Leopoldo Elia, insomma, fu interprete autentico dell'Italia dei partiti. Lo fu nell'elaborazione scientifica così come nella pratica politica. Dalla contemperazione tra questo approccio analitico e l'influenza determinata dalle sue radici che affondavano in profondità nella sinistra democristiana e, in fondo, in quella corrente del cattolicesimo democratico che presenta strette parentele con il dossettismo, derivò il suo farsi strenuo oppositore quando dalla democrazia dei partiti si è passati alla democrazia degli elettori.

Per questo nel processo di semplificazione politica e istituzionale credette di scorgere un pericolo per l'equilibrio democratico. Per questo al cospetto di una progressiva popolarizzazione delle formule di comunicazione e integrazione politica gridò al populismo. Per questo al cospetto della riforma costituzionale elaborata nel 2005 dal centrodestra pubblicò un libro dai toni drammatici, dal titolo «La Costituzione aggredita», nel quale paventava il rischio che la riforma della Casa della Libertà potesse compromettere anche la tenuta della prima parte della Carta costituzionale, quella che tutela i diritti fondamentali di tutti (e allora anche l'ultima lezione di Dossetti tornava di preziosa attualità). Per questo negli ultimi anni lo si è visto - ce lo ha ricordato il senatore Pardi - firmare documenti e appelli sempre più allarmati e allarmanti.

Leopoldo Elia, insomma, fu più profondo nel cogliere le rotture tra una nuova stagione istituzionale dell'Italia e quella che aveva così ben compreso, descritto e, in fondo, amato, che non a individuare le linee di continuità tra l'evoluzione della Costituzione materiale italiana dell'ultimo quindicennio e quella stagione del costituzionalismo europeo fondata sulla categoria del carisma democratico. Questa è una categoria genialmente individuata già da Max Weber, posta al centro dello sviluppo costituzionale europeo dalla metà del secolo scorso dalla Quinta Repubblica, e poi confermata dalle Costituzioni di seconda e terza generazione (quelle che si affermarono dopo la fine dei regimi autoritari e comunisti), rispetto alle quali l'Italia dei partiti va considerata a tutti gli effetti un'eccezione.

In ciò che è avvenuto dal 1994 in poi, Leopoldo Elia avrebbe dovuto scorgere l'avverarsi delle sue lungimiranti elaborazioni. Ma le sue origini politiche e culturali gli hanno impedito di sentirsi a casa sua al cospetto di quel cambiamento. Anche perché - particolare di non poco rilievo - Elia ha fatto parte di quella scuola di pensiero che, nel dichiararsi fedele guardiana della Costituzione, tende a considerare ogni proposta di ammodernamento del nostro sistema politico-istituzionale in termini di attentato alla stessa Carta fondamentale.

Soprattutto, non seppe scorgere nella «democrazia di investitura», nel rafforzamento della figura del premier e nell'avvento della leadership carismatica, una naturale evoluzione del parlamentarismo applicato alla società contemporanea e in linea con la tendenza delle democrazie occidentali.

Ma a differenza di altri che con lui hanno condiviso recenti battaglie, non ha mai coltivato la pretesa di essere depositario della verità assoluta. Al contrario, Leopoldo Elia, senza reprimere passioni, idee e ideali, seppe comunque fare del riconoscimento dell'avversario e del confronto critico la sua cifra d'intervento. Non fu mai arrogante, e tanto meno ottuso. Per questo, oggi il suo lascito culturale è per noi motivo di riflessione e sarà motivo di approfondimento, ma dovrebbe servire anche - ci permettiamo di suggerire - a chi, spesso con minore rispetto, in questi anni ha combattuto dalla sua stessa parte. (Generali applausi).