Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 067 del 07/10/2008
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MARINI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio il Gruppo del Partito Democratico per aver voluto affidare a me il ricordo in quest'Aula di Leopoldo Elia. Abbiamo letto questa mattina le numerosissime testimonianze di amici, di colleghi e di allievi pubblicati dai giornali e gli articoli che riportano le altrettante numerose considerazioni espresse ieri dal mondo politico e da quello accademico alla notizia della sua scomparsa.
La tristezza per una perdita che ci rende tutti un po' più poveri è corale e unanime. Proprio questa coralità, questo sentire comune, al di là della diversità delle opinioni, rende efficace testimonianza dell'alto giudizio che il Paese aveva di Leopoldo Elia. Del suo lungo servizio nelle istituzioni, soprattutto alla Corte costituzionale e poi qui a Palazzo Madama, è stato detto. Così come dello straordinario contributo scientifico sul terreno della dottrina costituzionale, come testimoniano i suoi innumerevoli scritti a partire dalla voce "Forme di governo " della Enciclopedia del diritto di 40 anni fa, le sentenze che portano il suo nome - soprattutto in materia di libertà - e la folta generazione di giuristi cresciuti alla sua scuola.
Pur essendo intimamente uno studioso, un uomo più aduso alla ricerca, alla dottrina e all'insegnamento, non gli ha mai fatto difetto la passione e l'energia, nella sua stagione politica, come ricordano bene quanti in quest'Aula sono stati suoi colleghi o hanno avuto modo di osservarne l'opera di Capogruppo del Partito popolare e altri, come me, che hanno potuto ascoltarlo negli incontri di partito, seguirlo nei seminari e negli svariati appuntamenti in cui sapeva miscelare la straordinaria competenza dottrinale ad una genuina ed energica passione politica.
Tra le testimonianze che, dopo la notizia della morte, domenica sera, abbiamo potuto leggere spicca frequentemente il richiamo, fatto anche dal Presidente del Senato, al suo tratto mite. È vero. Il garbo si accompagnava sempre alla solidità del suo ragionamento, ne era costante compagno; non era solo uno stile ma una concezione della politica, che coniugava nettezza delle convinzioni e tensione all'ascolto, al dialogo. Debbo dire che nel periodo politico che viviamo colpisce questa attenzione anche ai toni della politica: pensiero forte e toni amichevoli, mentre a noi capita - ed è un vizio di questo nostro tempo - di abbinare pensiero debole e toni acuti. Anche in questo il suo insegnamento è stato prezioso. Ma mitezza in lui non è mai stata docilità o remissività. Il rigore e la forza dei suoi comportamenti e delle sue argomentazioni faranno parte del ricordo che porteremo con noi come una delle caratteristiche salienti di Elia.
Ci ha lasciato nell'anno in cui si celebra il 60° anniversario della Costituzione di cui, a buon diritto, era stato definito come custode. Ha scritto oggi il professor Valerio Onida, suo successore alla presidenza della Consulta: «Leopoldo Elia non fu, per ragioni anagrafiche, tra coloro che in Assemblea costituente parteciparono alla elaborazione della Costituzione repubblicana, ma è come se fosse stato anch'egli un Padre costituente, tanto significativo, intenso, continuo e multiforme à stato il suo contributo alla vita, all'attuazione e alla difesa della Carta costituzionale». Credo anch'io che le cose stiano esattamente così e che, legittimamente, si possa considerare Elia alla stregua dei padri costituenti.
La difesa e l'inveramento della Costituzione ha attraversato tutta la sua vita di studioso, di docente, di giudice e di uomo politico. Strenuo difensore della nostra forma di governo parlamentare reagiva con forza allorquando il patriottismo costituzionale veniva bollato, da alcuni osservatori, come conservatorismo poco illuminato.
Al seminario sulle riforme promosso da alcune fondazioni lo scorso luglio fu netto: «La parola d'ordine della governabilità rischia di diventare il passe-partout, non per soluzioni di efficienza costituzionale, ma di estrema personalizzazione del potere e di impoverimento dell'ispirazione democratica».
Era chiaramente sostenitore delle riforme, come decisamente avversario degli stravolgimenti della Costituzione. Aveva guardato con favore il pacchetto di misure che, nella scorsa legislatura, erano state esaminate con ampia condivisione dalla Commissione affari costituzionali della Camera per superare il cosiddetto bipolarismo perfetto, per dare forza al potere di indirizzo e di controllo del Parlamento, per irrobustire il ruolo dell'Esecutivo, per giungere ad un federalismo solidale. In questa linea si inseriva, per opposto, la sua totale contrarietà all'attuale legge elettorale considerata, non a caso, «un grande problema dell'Italia di oggi».
Leopoldo Elia è stato un esponente di spicco della cultura cattolico-democratica. Penso si possa dire di lui quanto egli stesso disse di Beniamino Andreatta, suo grande amico: «Ha saputo rappresentare la laicità e l'autonomia di pensiero, unite ad un senso profondamente religioso della vita». Cattolico e democratico lo è stato nella pienezza dei due termini, come accadde per Aldo Moro, di cui Elia fu collaboratore e consigliere, e per Pietro Scoppola, altro riferimento fondamentale per i cattolici democratici, scomparso non molto tempo fa.
Nonostante la malattia, Leopoldo Elia non aveva smesso di dare il suo contributo a convegni, seminari, dibattiti, e soprattutto non aveva smesso di aggiornarsi, di studiare e di ricercare. Perciò i suoi interventi non erano mai scontati, c'era sempre qualcosa di nuovo e qualcosa di pensato, di valutato e di elaborato da offrire a quanti lo ascoltavano.
Ricordo la sua relazione al convegno promosso lo scorso febbraio dal Gruppo del Partito Democratico della Camera, in occasione dei 30 anni dal sequestro e dall'omicidio di Aldo Moro. Nel mettere a fuoco il pensiero dello statista democristiano sui limiti della politica o sul valore della laicità come su quello della ricerca dei punti di unità piuttosto che di divisione o sullo sforzo tenace di allargare il campo della democrazia italiana - la cosiddetta terza fase - si poteva leggere in filigrana la sintassi del cattolicesimo democratico stesso, che Elia riproponeva a se stesso e a quanti a quella cultura fanno riferimento.
Elia concludeva la sua relazione con alcune affermazioni di Moro che, ci disse, «sintetizzano le sue idee al livello più alto». In conclusione le ripropongo oggi, convinto che esse rientrino a pieno titolo nel lascito ideale e morale di Elia. Diceva Moro: «La politica è un fatto di forza, più propriamente di consapevolezza, di fiducia nel proprio compito, ma ci deve pur essere in profondo una ragione, un fondamento ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere ed il potere si esercita. È solo nell'accettazione incondizionata di una ragione morale che si sviluppa con coerenza il patrimonio delle nostre idealità ed il complesso degli impegni per il nostro tempo».
Grazie, signor Presidente, per aver promosso in Aula il ricordo di questo nostro illustre collega. (Generali applausi).