Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 067 del 07/10/2008
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MORANDO, relatore di minoranza. Signora Presidente, in queste ore tutti i Parlamenti del mondo stanno discutendo della drammatica crisi finanziaria in atto, delle sue cause profonde e immediate e delle scelte che le istituzioni pubbliche e le autorità di regolazione dovrebbero mettere in atto per farvi fronte. Tutti i Parlamenti, signora Presidente, meno il nostro, meno quello italiano. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
Per questo, voglio tornare a rivolgere al Governo un invito pressante nell'interesse del Paese: ritiri per procedere ad un'integrazione, oppure - se ritiene questa soluzione insoddisfacente sul piano politico - integri, senza ritirare, la Nota di aggiornamento presentata il 26 settembre scorso ed utilizzi questa integrazione per dire al Parlamento e al Paese quali scelte ha già compiuto o intende compiere nell'ambito nazionale e, soprattutto nelle sedi europee e internazionali, per cercare di limitare gli effetti della crisi finanziaria in atto sull'economia reale.
Nella Nota di aggiornamento, che pure è stata presentata qualche giorno fa, a crisi dei mercati finanziari pienamente in corso, il Governo ignora completamente il tema. Anzi - è paradossale - individua tra i mutamenti della realtà che obbligherebbero ad aggiornare il DPEF di luglio fattori di crisi, come i prezzi dei prodotti energetici e delle materie prime, che in realtà nel frattempo hanno cambiato di segno ed in ogni caso erano perfettamente noti a luglio, mentre ignora la crisi finanziaria globale.
Come si giustifica questo silenzio, signora Presidente? Va esclusa la debolezza delle capacità previsive, anche perché, almeno alla fine di settembre, non c'era più bisogno in questo campo di ricorrere alle portentose doti divinatorie dell'attuale Ministro dell'economia, né mi sembra convincente l'argomento della cautela nel rapporto con mercati nervosi e volatili. Quella che si va diffondendo è una gravissima crisi di fiducia e dubito che il silenzio delle autorità politiche possa contribuire a ripristinarla. Dunque, il Governo parli attraverso la riscrittura della Nota di aggiornamento e faccia propri gli indirizzi che il Parlamento vorrà fornirgli attraverso l'apposita risoluzione parlamentare.
Sia chiaro, non sto sostenendo che il Governo non abbia fatto e non abbia detto nulla. Ho preso atto positivamente delle rassicurazioni e delle garanzie sui depositi dei risparmiatori di cui ha parlato il Presidente del Consiglio. Credo di poter affermare, per quanto la conosco, che è apprezzabile l'orientamento del Governo a favore di un'iniziativa europea. Sto però sostenendo altro: ritengo che il rischio che stiamo correndo è tale da pretendere un'iniziativa organica delle autorità politiche italiane volta a scongiurarlo e che tale iniziativa deve essere sviluppata dal Governo sulla base di un atto di indirizzo parlamentare, che deve essere generale per poter essere gestito con la necessaria flessibilità dal Governo, ma non può essere generico se vuole essere efficace.
Noi del Partito Democratico siamo pronti a concordare un atto di indirizzo con il Governo per dare il senso dell'impegno corale del Paese di fronte alla tragedia incombente. Chi mi conosce sa che quando uso paroloni non lo faccio per mero riferimento retorico o per uso retorico dell'eccitazione che deriva dalle parole. È questo il senso della risoluzione che abbiamo presentato alla Nota di aggiornamento del DPEF, che è distinta in due parti. Nella prima, noi del Partito Democratico cerchiamo di rispondere con precisione alla seguente domanda: quale iniziativa può essere sviluppata e a quale livello, per ridurre l'impatto della crisi finanziaria sull'economia reale, quindi sui posti di lavoro, (perché economia reale è un'espressione vaga) sui redditi delle famiglie e sulle imprese italiane? La nostra risposta è chiara: occorre un'iniziativa europea che vada ben oltre il coordinamento promesso a Parigi e non attuato; un'iniziativa volta a ricapitalizzare le banche, così da riportare un po' di fiducia e da impedire il collasso del credito verso le imprese e le famiglie, che a mio giudizio è un collasso imminente.
Nella seconda parte della risoluzione sosteniamo che la politica economica e fiscale programmata dal Governo nel DPEF di luglio, e confermata nella Nota di aggiornamento al nostro esame, dovrebbe cambiare di segno: da restrittiva e prociclica, come il DPEF programma che diventi nel 2009 e rimanga per tutto il periodo di programmazione, a responsabilmente espansiva ed anticiclica, come abbiamo proposto, inascoltati, già con gli emendamenti al decreto‑legge n. 112 del luglio scorso.
Mi soffermo rapidamente sul primo punto per sottolineare che chi ha parlato nei mesi scorsi di Europa estranea alla tempesta e di basso rischio di trasferimento all'economia reale si è sbagliato di grosso. La crisi finanziaria in atto nell'economia globale investe direttamente l'Europa e, determinando il dissolversi della fiducia nei mercati, può causare gravi danni all'economia reale, con la distruzione di un enorme numero di posti di lavoro e il fallimento di migliaia e migliaia di imprese. L'interconnessione e l'interdipendenza tra le banche e gli intermediari finanziari europei sono tanto profonde e diffuse da rendere interventi di salvataggio e di stabilizzazione sviluppati alla dimensione nazionale del tutto sproporzionati rispetto all'obiettivo, quando non addirittura controproducenti per gli imprevedibili effetti indotti presso gli altri partner europei. L'esempio di ciò che sta accadendo nel rapporto tra Regno Unito e Irlanda, a questo proposito, è lì a dimostrarlo.
D'altra parte, gli Stati nazionali non possono sviluppare interventi di salvataggio e di prestazione di garanzia di ultima istanza su singole banche, inseguendo quindi il fallimento di singole banche, poiché questa linea di intervento è al tempo stesso inefficace e foriera di nuove difficoltà, per l'azzardo morale che induce nei soggetti oggetto dell'intervento. Non solo, di fronte a scelte nazionali di prestazione di garanzia a carico del bilancio pubblico, viene fatto di chiedere: dove sono, negli esausti bilanci pubblici degli Stati nazionali, le risorse necessarie per dare un seguito a quegli impegni, quando ciò - Dio non voglia - si rivelasse necessario? In Europa il principale problema sembra essere quello della troppo elevata leva finanziaria delle grandi banche, capace di provocare un effetto di sottocapitalizzazione dell'intero sistema: ecco perché è indispensabile che sia l'Unione europea nel suo complesso, superando veti e contrapposte pregiudiziali di ogni singolo Stato membro, manifestatisi ancora in occasione dell'ultimo vertice di Parigi conclusosi con un drammatico nulla di fatto, a sviluppare un'immediata iniziativa volta alla ricapitalizzazione del settore bancario, o attraverso l'iniezione diretta di fondi pubblici o attraverso, come credo sia preferibile, l'obbligo di convertire il debito in capitale azionario, ad esempio attraverso la Banca europea degli investimenti.
Mi avvio alla conclusione e chiedo al mio Gruppo di concedermi qualcuno dei minuti ad esso assegnati per consentirmi di terminare l'esposizione della mia relazione. Naturalmente, questo intervento deve accompagnarsi a quello che conduce ad un immediato ridisegno della regolamentazione dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie europee, andando decisamente oltre le inefficaci forme di regolamentazione nazionale ancora in vigore. Si dovranno a quel punto concordare con gli altri Paese membri, in particolare con i partner dell'Eurogruppo, le modificazioni al Patto di stabilità e di crescita che sono indispensabili per l'attuazione di questo intervento di stabilizzazione e di consolidamento patrimoniale.
Sul secondo punto, quello della politica economica nazionale, partiamo da ciò che è ben rappresentato, in un modo che non dà adito a dubbi, nel grafico II.2.3 di pagina 31 dello studio dei Servizi del bilancio di Camera e Senato (mi scuso per il burocratese), che invito tutti i colleghi a leggere. Il grafico dà conto della direzione della politica di bilancio rispetto alla posizione dell'economia italiana nel ciclo economico. Ebbene, in quel grafico si vede bene che la politica di bilancio dell'Italia, che nel 2008 (ma il 2008 è un anno di cogestione sul piano politico) si è mantenuta ancora in un'area che chiamo di ragionevolezza e cioè espansione fiscale in sede di ciclo negativo, cioè di bassa crescita, è programmata dal Governo (non prevista ma programmata, cioè c'è un atto di volontà politica) collocarsi stabilmente nel quadrante che io chiamo della irragionevolezza (in Europa si è usata in passato la categoria di stupidità), cioè nel quadrante della politica di restrizione fiscale durante il ciclo negativo; ininterrottamente, secondo il Governo, questo deve avvenire fino al 2011, con un lievissimo spostamento positivo nel 2012 e nel 2013.
Noi pensiamo che vi sia bisogno di un svolta e nella risoluzione che presentiamo ne delineiamo i contorni: subito una riduzione e l'interna redistribuzione tra i diversi soggetti economici e sociali della pressione fiscale, a partire dalla restituzione del fiscal drag attraverso un aumento della detrazione IRPEF per lavoro dipendente, per un onere complessivo di tre miliardi di euro nel 2009; una riduzione del prelievo fiscale sulla quota di salario da contrattazione di secondo livello, per un onere pari a un miliardo e mezzo di euro, così da favorire anche per questa via la positiva conclusione del confronto in atto per la riforma del modello contrattuale; infine, una specifica detrazione per le donne lavoratrici con figli, quello che consideriamo l'avvio della dote fiscale dei figli per un onere iniziale pari ad un miliardo e mezzo di euro.
Proponiamo di finanziare questo intervento attraverso la riduzione della spesa corrente primaria e la riqualificazione della pubblica amministrazione, adottando le tecniche operative e le procedure previste dal disegno di legge Atto Senato n. 746 (mi scuso ancora una volta per il burocratese), il cui primo firmatario è il senatore Ichino, ricorrendo ad una sistematica opera di comparazione tra le performance dei diversi segmenti dei singoli dirigenti, degli uffici e dei singoli dipendenti della pubblica amministrazione, così da ottenere un generale adeguamento ai migliori risultati con le minori spese.
Pensiamo si debba proseguire nell'opera di riduzione dell'evasione e dell'elusione fiscale, impiegando però ogni euro recuperato attraverso la lotta all'evasione fiscale per la riduzione della pressione fiscale sui contribuenti leali. Proponiamo di rifinanziare investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali, ricerca, formazione, telecomunicazioni anche utilizzando forti economie di spesa corrente primaria cui ho già fatto riferimento.
In questo contesto, cioè nell'ambito di una politica al tempo stesso rigorosa e anticiclica, potremmo sviluppare come Paese, maggioranza e opposizione assieme, l'iniziativa volta ad ottenere un impegno dell'Unione europea e dell'Eurogruppo in particolare per il finanziamento di progetti europei in infrastrutture materiali e immateriali, in larga parte progetti già definiti in sede comunitaria, attraverso l'emissione di eurobond garantiti sul merito di credito dell'Unione europea in quanto tale. Tale proposta, avanzata in tempi molto lontani da Jacques Delors (lui sì davvero lungimirante) riemerge ciclicamente nel dibattito di politica economica e viene alla fine accantonata, magari a favore di allentamenti del Patto di stabilità per investimenti pubblici nazionali, che rischiano di essere un'altra parte del problema più che una credibile soluzione dello stesso. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).