Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 067 del 07/10/2008

Discussione del documento:

(Doc. LVII, n. 1-bis) Nota di aggiornamento al Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2009-2013 (Relazione orale) (ore 19,17)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del Documento LVII, n. 1-bis.

Il relatore, senatore Azzollini, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore, senatore Azzollini.

Prego l'Assemblea di fare silenzio, onde poter seguire con attenzione.

Presidenza della vice presidente MAURO (ore 19,19)

 

Colleghi senatori, vi invito al silenzio per consentire al senatore Azzollini di svolgere la sua relazione.

AZZOLLINI, relatore. Signora Presidente, onorevoli colleghi, la Nota di aggiornamento al nostro esame presenta una riduzione delle prospettive di crescita, rispetto alle previsioni fornite nel Documento di programmazione economico-finanziaria, di 0,4 punti percentuali sia per il 2008 che per il 2009.

Per il 2008, la crescita del PIL si attesterebbe infatti sullo 0,1 per cento, rispetto allo 0,5 per cento stimato nel Documento di programmazione economico-finanziaria, mentre, per il 2009, la crescita dell'economia italiana si attesterebbe allo 0,5 per cento rispetto allo 0,9 del Documento di programmazione economico-finanziaria.

Le previsioni di crescita relative al 2010 e 2011 vengono riviste al ribasso: esse si attesterebbero infatti, rispettivamente, sullo 0,9 per cento e sull'1,2 per cento (a fronte dell'1,2 e dell'1,3 del Documento di programmazione economico-finanziaria), mentre viene confermata la previsione relativa al 2012 e 2013 (pari all'1,5 per cento).

Per il 2008, il valore dell'indebitamento netto indicato è confermato al 2,5 per cento del PIL, percentuale pari a quella indicata dal Documento di programmazione. Nel periodo successivo, la Nota evidenzia però un peggioramento, rispetto alle precedenti stime, pari allo 0,1 di PIL nel 2009, allo 0,2 nel 2010 e nel 2011, che si riduce di un decimo di punto nel biennio 2012-2013.

Su tale dinamica, pesa in particolare la prevista contrazione dell'avanzo primario, cui si aggiunge un aumento della spesa per interessi nella prima parte del periodo di previsione. Il debito pubblico, a fronte di una previsione migliore delle attese per l'anno in corso (103,7 per cento del PIL invece di 103,9), evidenzia di conseguenza un percorso di rientro più lento: pur confermandosi la discesa al di sotto del PIL nel 2011, a fine periodo risulta di 1,8 punti più elevato rispetto a quanto indicato nel DPEF.

La Nota modifica altresì il profilo delle misure una tantum rispetto al DPEF. Oltre all'aumento per il 2008, la Nota indica misure pari all'0,1 per cento sia per il 2009, sia per il 2010. Per il triennio 2011-2013, il quadro non cambia rispetto al DPEF. In proposito, occorre osservare che la Nota di aggiornamento non fornisce alcuna indicazione specifica sulle motivazioni sottostanti alla revisione delle misure una tantum, operata rispetto al quadro presentato in giugno. Si evidenzia pertanto un diverso, più impegnativo profilo di aggiustamento strutturale rispetto a quanto indicato a giugno.

La correzione del saldo di bilancio (corretto per il ciclo e al netto delle una tantum) risulta pari a -0,8 tra il 2008 e il 2009 (più 0,2 rispetto al DPEF), -1,1 nel 2010 (più 0,1 rispetto al DPEF), -0,9 nel 2011 (immutato rispetto al DPEF). L'impegno per una correzione annuale strutturale di almeno 0,5 punti percentuali all'anno viene soddisfatto, fino al raggiungimento dell'obiettivo di medio periodo. La Nota prevede per il triennio 2009-2011 una correzione strutturale complessiva pari a 2,8 punti percentuali di PIL, a fronte di un consolidamento complessivo previsto dal DPEF pari al 2,5 per cento, dalla Relazione unificata per l'economia e le finanze pari al 2,1 per cento del PIL e dal Programma di stabilità 2007 pari al 2,2 per cento.

La spesa per interessi nel 2008 è prevista ammontare a 81.133 milioni di euro (5,1 per cento del PIL) con un incremento del 5,7 per cento rispetto al 2007. Nel confronto con le stime indicate dal DPEF, si evidenzia un incremento in tale anno di circa 1,3 miliardi di euro. Nel periodo 2009-2013 la spesa è prevista crescere ad un tasso medio annuo del 2 per cento, inferiore di 0,6 punti percentuali rispetto alle previsioni di luglio. Nel nuovo scenario, la spesa nel 2013 si colloca a 89.589 milioni di euro, circa un miliardo di euro in meno rispetto alla precedente stima.

Nel nuovo scenario programmatico delineato dalla Nota di aggiornamento, il debito delle amministrazioni pubbliche è previsto scendere progressivamente dal 104 per cento del PIL nel 2007 al 91,9 per cento del 2013. Nel 2008 il rapporto si colloca al 103,7 per cento del prodotto a fronte del 103,9 stimato nel DPEF, a seguito di una revisione al rialzo del PIL nominale, risultante, a sua volta, da un ridimensionamento della crescita del prodotto reale più che compensata dalla maggiore dinamica inflattiva.

Nel periodo 2008-2013 si prevede complessivamente una riduzione del rapporto debito/PIL di 12,1 punti percentuali, a fronte della riduzione di 13,9 punti programmata nel DPEF. Analogamente a quanto previsto in tale documento, la variazione risulta modesta nel 2008 (0,3 punti del PIL) per poi crescere progressivamente nel corso del periodo di previsione, fino ad oltre tre punti percentuali annui di prodotto negli ultimi due anni della serie. Risulta confermato l'obiettivo del raggiungimento di un rapporto debito/PIL inferiore al 100 cento nel 2011, anche se per tale anno il valore stimato si colloca al 98,4 per cento del prodotto, anziché al 97,2 come previsto in luglio.

Nel quadro delle nuove proiezioni programmatiche 2008-2013 il saldo primario assicura complessivamente un contributo alla riduzione del rapporto debito/PIL di 23,8 punti percentuali: 0,7 punti in meno di quanto previsto nel DPEF. La Nota di aggiornamento al DPEF 2009‑2013 ridetermina il livello del saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato per il triennio rispetto a quanto indicato nel DPEF presentato lo scorso giugno. Per l'esercizio 2009 tale saldo viene fissato pari a 33,6 miliardi di euro, a fronte dei 16,6 miliardi di euro indicati nel DPEF. La Nota evidenzia che tale rideterminazione è disposta in base agli elementi che emergono dal bilancio a legislazione vigente per il 2009 ed è conseguenza della revisione, per circa 14 miliardi, di alcune poste relative ai trasferimenti alle amministrazioni pubbliche (tra i quali quelli agli enti di previdenza e agli enti territoriali), nonché, per circa 4 miliardi, di poste correttive e compensative delle entrate.

La Nota di aggiornamento precisa inoltre che, a causa della natura delle revisioni intervenute, il nuovo obiettivo relativo al bilancio dello Stato non implica modifiche a livello programmatico dell'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni. La Nota di aggiornamento espone, infine, anche l'aggiornamento del saldo netto da finanziare per gli anni 2010 e 2011: per entrambi gli anni il saldo è fissato ad un livello più elevato rispetto a quello indicato in giugno, pur mantenendo comunque un profilo discendente nell'arco temporale di riferimento.

Signora Presidente, questi sono i dati fondamentali che connotano la Nota di aggiornamento al nostro esame. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).

 

PRESIDENTE. Grazie, senatore Azzollini.

Il relatore di minoranza, senatore Morando, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore di minoranza, senatore Morando.

MORANDO, relatore di minoranza. Signora Presidente, in queste ore tutti i Parlamenti del mondo stanno discutendo della drammatica crisi finanziaria in atto, delle sue cause profonde e immediate e delle scelte che le istituzioni pubbliche e le autorità di regolazione dovrebbero mettere in atto per farvi fronte. Tutti i Parlamenti, signora Presidente, meno il nostro, meno quello italiano. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

Per questo, voglio tornare a rivolgere al Governo un invito pressante nell'interesse del Paese: ritiri per procedere ad un'integrazione, oppure - se ritiene questa soluzione insoddisfacente sul piano politico - integri, senza ritirare, la Nota di aggiornamento presentata il 26 settembre scorso ed utilizzi questa integrazione per dire al Parlamento e al Paese quali scelte ha già compiuto o intende compiere nell'ambito nazionale e, soprattutto nelle sedi europee e internazionali, per cercare di limitare gli effetti della crisi finanziaria in atto sull'economia reale.

Nella Nota di aggiornamento, che pure è stata presentata qualche giorno fa, a crisi dei mercati finanziari pienamente in corso, il Governo ignora completamente il tema. Anzi - è paradossale - individua tra i mutamenti della realtà che obbligherebbero ad aggiornare il DPEF di luglio fattori di crisi, come i prezzi dei prodotti energetici e delle materie prime, che in realtà nel frattempo hanno cambiato di segno ed in ogni caso erano perfettamente noti a luglio, mentre ignora la crisi finanziaria globale.

Come si giustifica questo silenzio, signora Presidente? Va esclusa la debolezza delle capacità previsive, anche perché, almeno alla fine di settembre, non c'era più bisogno in questo campo di ricorrere alle portentose doti divinatorie dell'attuale Ministro dell'economia, né mi sembra convincente l'argomento della cautela nel rapporto con mercati nervosi e volatili. Quella che si va diffondendo è una gravissima crisi di fiducia e dubito che il silenzio delle autorità politiche possa contribuire a ripristinarla. Dunque, il Governo parli attraverso la riscrittura della Nota di aggiornamento e faccia propri gli indirizzi che il Parlamento vorrà fornirgli attraverso l'apposita risoluzione parlamentare.

Sia chiaro, non sto sostenendo che il Governo non abbia fatto e non abbia detto nulla. Ho preso atto positivamente delle rassicurazioni e delle garanzie sui depositi dei risparmiatori di cui ha parlato il Presidente del Consiglio. Credo di poter affermare, per quanto la conosco, che è apprezzabile l'orientamento del Governo a favore di un'iniziativa europea. Sto però sostenendo altro: ritengo che il rischio che stiamo correndo è tale da pretendere un'iniziativa organica delle autorità politiche italiane volta a scongiurarlo e che tale iniziativa deve essere sviluppata dal Governo sulla base di un atto di indirizzo parlamentare, che deve essere generale per poter essere gestito con la necessaria flessibilità dal Governo, ma non può essere generico se vuole essere efficace.

Noi del Partito Democratico siamo pronti a concordare un atto di indirizzo con il Governo per dare il senso dell'impegno corale del Paese di fronte alla tragedia incombente. Chi mi conosce sa che quando uso paroloni non lo faccio per mero riferimento retorico o per uso retorico dell'eccitazione che deriva dalle parole. È questo il senso della risoluzione che abbiamo presentato alla Nota di aggiornamento del DPEF, che è distinta in due parti. Nella prima, noi del Partito Democratico cerchiamo di rispondere con precisione alla seguente domanda: quale iniziativa può essere sviluppata e a quale livello, per ridurre l'impatto della crisi finanziaria sull'economia reale, quindi sui posti di lavoro, (perché economia reale è un'espressione vaga) sui redditi delle famiglie e sulle imprese italiane? La nostra risposta è chiara: occorre un'iniziativa europea che vada ben oltre il coordinamento promesso a Parigi e non attuato; un'iniziativa volta a ricapitalizzare le banche, così da riportare un po' di fiducia e da impedire il collasso del credito verso le imprese e le famiglie, che a mio giudizio è un collasso imminente.

Nella seconda parte della risoluzione sosteniamo che la politica economica e fiscale programmata dal Governo nel DPEF di luglio, e confermata nella Nota di aggiornamento al nostro esame, dovrebbe cambiare di segno: da restrittiva e prociclica, come il DPEF programma che diventi nel 2009 e rimanga per tutto il periodo di programmazione, a responsabilmente espansiva ed anticiclica, come abbiamo proposto, inascoltati, già con gli emendamenti al decreto‑legge n. 112 del luglio scorso.

Mi soffermo rapidamente sul primo punto per sottolineare che chi ha parlato nei mesi scorsi di Europa estranea alla tempesta e di basso rischio di trasferimento all'economia reale si è sbagliato di grosso. La crisi finanziaria in atto nell'economia globale investe direttamente l'Europa e, determinando il dissolversi della fiducia nei mercati, può causare gravi danni all'economia reale, con la distruzione di un enorme numero di posti di lavoro e il fallimento di migliaia e migliaia di imprese. L'interconnessione e l'interdipendenza tra le banche e gli intermediari finanziari europei sono tanto profonde e diffuse da rendere interventi di salvataggio e di stabilizzazione sviluppati alla dimensione nazionale del tutto sproporzionati rispetto all'obiettivo, quando non addirittura controproducenti per gli imprevedibili effetti indotti presso gli altri partner europei. L'esempio di ciò che sta accadendo nel rapporto tra Regno Unito e Irlanda, a questo proposito, è lì a dimostrarlo.

D'altra parte, gli Stati nazionali non possono sviluppare interventi di salvataggio e di prestazione di garanzia di ultima istanza su singole banche, inseguendo quindi il fallimento di singole banche, poiché questa linea di intervento è al tempo stesso inefficace e foriera di nuove difficoltà, per l'azzardo morale che induce nei soggetti oggetto dell'intervento. Non solo, di fronte a scelte nazionali di prestazione di garanzia a carico del bilancio pubblico, viene fatto di chiedere: dove sono, negli esausti bilanci pubblici degli Stati nazionali, le risorse necessarie per dare un seguito a quegli impegni, quando ciò - Dio non voglia - si rivelasse necessario? In Europa il principale problema sembra essere quello della troppo elevata leva finanziaria delle grandi banche, capace di provocare un effetto di sottocapitalizzazione dell'intero sistema: ecco perché è indispensabile che sia l'Unione europea nel suo complesso, superando veti e contrapposte pregiudiziali di ogni singolo Stato membro, manifestatisi ancora in occasione dell'ultimo vertice di Parigi conclusosi con un drammatico nulla di fatto, a sviluppare un'immediata iniziativa volta alla ricapitalizzazione del settore bancario, o attraverso l'iniezione diretta di fondi pubblici o attraverso, come credo sia preferibile, l'obbligo di convertire il debito in capitale azionario, ad esempio attraverso la Banca europea degli investimenti.

Mi avvio alla conclusione e chiedo al mio Gruppo di concedermi qualcuno dei minuti ad esso assegnati per consentirmi di terminare l'esposizione della mia relazione. Naturalmente, questo intervento deve accompagnarsi a quello che conduce ad un immediato ridisegno della regolamentazione dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie europee, andando decisamente oltre le inefficaci forme di regolamentazione nazionale ancora in vigore. Si dovranno a quel punto concordare con gli altri Paese membri, in particolare con i partner dell'Eurogruppo, le modificazioni al Patto di stabilità e di crescita che sono indispensabili per l'attuazione di questo intervento di stabilizzazione e di consolidamento patrimoniale.

Sul secondo punto, quello della politica economica nazionale, partiamo da ciò che è ben rappresentato, in un modo che non dà adito a dubbi, nel grafico II.2.3 di pagina 31 dello studio dei Servizi del bilancio di Camera e Senato (mi scuso per il burocratese), che invito tutti i colleghi a leggere. Il grafico dà conto della direzione della politica di bilancio rispetto alla posizione dell'economia italiana nel ciclo economico. Ebbene, in quel grafico si vede bene che la politica di bilancio dell'Italia, che nel 2008 (ma il 2008 è un anno di cogestione sul piano politico) si è mantenuta ancora in un'area che chiamo di ragionevolezza e cioè espansione fiscale in sede di ciclo negativo, cioè di bassa crescita, è programmata dal Governo (non prevista ma programmata, cioè c'è un atto di volontà politica) collocarsi stabilmente nel quadrante che io chiamo della irragionevolezza (in Europa si è usata in passato la categoria di stupidità), cioè nel quadrante della politica di restrizione fiscale durante il ciclo negativo; ininterrottamente, secondo il Governo, questo deve avvenire fino al 2011, con un lievissimo spostamento positivo nel 2012 e nel 2013.

Noi pensiamo che vi sia bisogno di un svolta e nella risoluzione che presentiamo ne delineiamo i contorni: subito una riduzione e l'interna redistribuzione tra i diversi soggetti economici e sociali della pressione fiscale, a partire dalla restituzione del fiscal drag attraverso un aumento della detrazione IRPEF per lavoro dipendente, per un onere complessivo di tre miliardi di euro nel 2009; una riduzione del prelievo fiscale sulla quota di salario da contrattazione di secondo livello, per un onere pari a un miliardo e mezzo di euro, così da favorire anche per questa via la positiva conclusione del confronto in atto per la riforma del modello contrattuale; infine, una specifica detrazione per le donne lavoratrici con figli, quello che consideriamo l'avvio della dote fiscale dei figli per un onere iniziale pari ad un miliardo e mezzo di euro.

Proponiamo di finanziare questo intervento attraverso la riduzione della spesa corrente primaria e la riqualificazione della pubblica amministrazione, adottando le tecniche operative e le procedure previste dal disegno di legge Atto Senato n. 746 (mi scuso ancora una volta per il burocratese), il cui primo firmatario è il senatore Ichino, ricorrendo ad una sistematica opera di comparazione tra le performance dei diversi segmenti dei singoli dirigenti, degli uffici e dei singoli dipendenti della pubblica amministrazione, così da ottenere un generale adeguamento ai migliori risultati con le minori spese.

Pensiamo si debba proseguire nell'opera di riduzione dell'evasione e dell'elusione fiscale, impiegando però ogni euro recuperato attraverso la lotta all'evasione fiscale per la riduzione della pressione fiscale sui contribuenti leali. Proponiamo di rifinanziare investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali, ricerca, formazione, telecomunicazioni anche utilizzando forti economie di spesa corrente primaria cui ho già fatto riferimento.

In questo contesto, cioè nell'ambito di una politica al tempo stesso rigorosa e anticiclica, potremmo sviluppare come Paese, maggioranza e opposizione assieme, l'iniziativa volta ad ottenere un impegno dell'Unione europea e dell'Eurogruppo in particolare per il finanziamento di progetti europei in infrastrutture materiali e immateriali, in larga parte progetti già definiti in sede comunitaria, attraverso l'emissione di eurobond garantiti sul merito di credito dell'Unione europea in quanto tale. Tale proposta, avanzata in tempi molto lontani da Jacques Delors (lui sì davvero lungimirante) riemerge ciclicamente nel dibattito di politica economica e viene alla fine accantonata, magari a favore di allentamenti del Patto di stabilità per investimenti pubblici nazionali, che rischiano di essere un'altra parte del problema più che una credibile soluzione dello stesso. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Avverto che, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo, le proposte di risoluzione dovranno essere presentate entro la fine della discussione generale. Sono già state presentate la proposta di risoluzione n. 1 del senatore D'Alia, la proposta di risoluzione n. 2 dei senatori Gasparri e Bricolo e la proposta di risoluzione n. 3 della senatrice Finocchiaro ed altri.

Dichiaro aperta la discussione.

È iscritto a parlare il senatore Nicola Rossi. Ne ha facoltà.

ROSSI Nicola (PD). Signora Presidente, credo che il senatore Morando abbia illustrato i punti essenziali di tutte le argomentazioni del Partito Democratico circa questa Nota di aggiornamento; mi limiterò quindi a elaborare alcuni degli argomenti che il senatore Morando ha proposto.

La discussione del DPEF a luglio e quella odierna sono forse le uniche occasioni in cui riusciamo a discutere delle impostazioni della politica economica in quest'Aula; quindi probabilmente dovrebbero risultarci abbastanza preziose, visto che altrimenti non riusciamo a farlo. Quanto ha riferito il senatore Morando non solo emerge chiaramente dal testo della Nota di aggiornamento ma, se possibile, in realtà è ancora più profondo di quanto egli non abbia accennato. Mi permetto infatti di segnalare come la Nota di aggiornamento sia in realtà un po' reticente: è certamente vero che dalla stessa emerge un'impostazione della politica economica, così come prevista e programmata dal Governo, che per certi versi è abbastanza paradossale nella situazione odierna.

Avevamo già avvertito il Governo nella discussione di luglio che si andava verso una fase piuttosto difficile dell'economia ed esattamente per questo motivo già da allora era necessario programmare un intervento che conducesse ad una riduzione della pressione fiscale, nei modi e con le modalità di finanziamento che avremmo tutti ritenuto più convenienti al Paese in quel momento. Quella con ogni probabilità doveva essere la direzione voluta.

Questo non è stato fatto; il Governo ha voluto mantenere una posizione piuttosto rigida da questo punto di vista e oggi, però, ne scontiamo un po' le conseguenze, anche perché oggi comincia ad essere tardi per un intervento di quel genere. Per molto versi allora compresi la prudenza del Governo e la comprendo tuttora. Mi esprimo così: sono tra coloro i quali hanno sempre considerato la questione del tesoretto una pia illusione, per essere sinceri. Quand'anche vi fosse stato un tesoretto nel 2008 - certamente c'era nel 2007, purtroppo é stato un po' dilapidato - sarebbe stato prudente da parte di qualunque Ministro dell'economia negarne l'esistenza, visto che si andava verso tempi non proprio facilissimi.

Ebbene, esattamente perché si andava versi tempi non facilissimi, probabilmente fin da luglio era necessaria un'impostazione diversa della politica economica. Le indicazioni che il senatore Morando ha dato nel suo intervento vanno in questa direzione. Guardate, però, che il problema è ancora più serio. Non so se vi rendete conto, dal punto di vista quantitativo, qual è la dimensione dello sforzo che voi state richiedendo al Paese in un momento tutt'altro che semplice. Dietro le cifre della Nota di aggiornamento - che credo possono essere leggermente riviste con un certa ragionevolezza e con una certa facilità per renderle un po' più adatte alla situazione che viviamo - si cela un risultato molto banale: voi state chiedendo al Paese di dimezzare l'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni in una situazione congiunturalmente particolarmente complicata e di farlo passare da una cifra superiore al 2 per cento ad una cifra molto prossima all'1 per cento.

Ho ascoltato attentamente il presidente Azzollini, ma non vi ho trovato le motivazioni per una scelta di questo genere. Certo, si può obiettare che è prudente comportarsi in questa maniera, che il peso del debito pubblico incombe, ormai da decenni, sulle nostre spalle. Sono tutte cose comprensibili e ragionevoli, ma non spiegano come mai si decida scientemente di chiedere al Paese uno sforzo particolarmente rilevante e serio nel momento in cui questo Paese visibilmente manifesta segni di disagio economico, che potrebbero divenire segni di vera e propria sofferenza qualora la crisi finanziaria che stiamo vivendo arrivasse a colpire i programmi delle imprese, i portafogli delle famiglie e la situazione sociale del Paese.

Da questo punto di vista, allora, è veramente difficile comprendere perché si sia scelta una strada di questo genere. Mi si potrà controbattere dicendo che non si può fare diversamente perché si vuole mantenere un equilibrio di bilancio. A quel punto, la risposta è, per certi versi, abbastanza semplice: se l'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni - se mi permettete, un po' rivisti i numeri della Nota di aggiornamento - si colloca nel 2009 intorno all'uno per cento, una volta allora le posizioni e le indicazioni espresse dal senatore Morando diventano particolarmente attuali.

So benissimo che l'obiezione che può venire dai banchi della maggioranza alle cose che il senatore Morando ha detto può essere del tipo: come pensate ragionevolmente di poter finanziare un taglio di imposte che è immediato con un intervento sulla spesa che non potrebbe che avere effetti in tempi un po' più lunghi? Questo è esattamente il punto, è esattamente questa la situazione in cui quel tipo d'intervento è ragionevole. Proprio perché dal punto di vista ciclico e congiunturale noi saremmo oggi tranquillamente in grado di sostenere un intervento di abbattimento della pressione fiscale mettendo in campo subito interventi di contenimento della spesa, quand'anche questi dovessero produrre i loro effetti dal 2010 in poi. Questo perché secondo la sequenza dei dati sull'indebitamento netto il 2009, alla luce di tutto quello che sta accadendo, corre il rischio di essere un anno di straordinaria severità dal punto di vista del bilancio pubblico.

Sotto questo profilo, questa Nota di aggiornamento per un verso la guardiamo come una conferma di quanto abbiamo detto a luglio, ma il nostro lavoro non consiste nell'essere contenti del fatto che avevamo previsto bene qualcosa a luglio. Non è questo il punto. La Nota di aggiornamento è il documento che certifica la possibilità di una politica economica diversa. Ripeto: non diversa nel rigore - cosa che ci trova perfettamente d'accordo, dato che qui nessuno sta chiedendo di allentare i vincoli del bilancio pubblico - ma nell'impostazione, perché lo spazio c'è e lo avete scritto voi stessi. In quella Nota di aggiornamento si vede che c'è e non è - lo ripeto - il tesoretto di mitica memoria, ma qualcosa di diverso: la necessità di concedere al Paese un respiro diverso nel momento in cui vive una fase particolarmente difficile dal punto di vista economico. Lo spazio è esattamente quello che corre tra i dati attuali di finanza pubblica e quelli corretti per il ciclo ed è questo spazio che la politica economica dovrebbe sapere intravedere e catturare.

Naturalmente, anche rispetto a quanto ci siamo detti in Commissione, si potrà obiettare che queste cose avverranno e che il Governo ha scelto un suo indirizzo, traducendolo in provvedimenti in luglio che prima o poi daranno un frutto. Badate però che la politica economica non si fa così, ma si fa cogliendo l'attimo e sapendo scegliere il momento giusto. Il fatto di aver adottato dei provvedimenti a luglio non significa che, alla luce di quello che è accaduto poi, siano ancora oggi la soluzione migliore. Governare significa anche sapersi adattare alle circostanze, non semplicemente mantenere fermo un punto quando anche il mondo è cambiato.

Da questo punto di vista - ripeto quanto vi ho detto a luglio - prendete la Nota di aggiornamento e voi stessi un po' sul serio: se scrivete quei numeri dovete anche adottare una diversa politica. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Mariapia Garavaglia. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Mariapia (PD). Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, vale la pena di ricordare che la manovra che - come ci è stato ricordato poco fa dal suo relatore, il presidente Azzollini - ammonta a 33,3 miliardi di euro, per quasi un quarto (7.830 milioni di euro) è a carico della scuola.

Nessuno però potrebbe saperlo, perché la manovra che riguarda la scuola è contenuta nel decreto-legge del 25 giugno 2008, n. 112, convertito nella legge n. 133, recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria». I rappresentanti del Governo che erano presenti al Consiglio dei ministri e hanno sentito un loro collega vantarsi di aver approvato una manovra così importante in nove minuti non potevano immaginare che in quel testo fossero contenuti tre articoli enormi, anche dal punto di vista finanziario, che toccano la scuola dalle radici: non la riformano, ma la distruggono.

Dal punto di vista dell'aggiornamento del DPEF questa sera ci troviamo esattamente nel corto circuito di luglio. È stato emanato il decreto-legge finanziario prima del DPEF e quindi un Governo che sa di porre la fiducia è sicuro che non deve cambiare il DPEF quando ha già approvato la manovra. Sta accadendo anche questa sera: il corto circuito oggi è ancora più strano, perché si sta discutendo di scuola nell'altro ramo del Parlamento, dove è stata posta la questione di fiducia su un decreto che questa volta sì, recita disposizioni sulla scuola.

Nell'auspicio che vi sia finalmente una sede in cui i colleghi - sono anche troppi quelli che, rispetto alle mie aspettative, stasera hanno ancora voglia di ascoltarmi ‑ per un volta sentano parlare di scuola e non di una riforma, vorrei ricordare come il decreto-legge in questo momento in discussione alla Camera parla di scuola, all'articolo 4, comma 1: «Nell'ambito degli obiettivi di contenimento (...) è ulteriormente previsto che le istituzioni scolastiche costituiscono classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con un orario di ventiquattro ore settimanali». A contenimento della spesa: altro che progetto educativo, altro che indagini sociali, psicologiche e pedagogiche!

Abbiamo avuto tanti Ministri che si sono affaccendati nelle riforme della scuola e sono state riforme anche molto contestate. Un Ministro che non apparteneva alla nostra area, la ministra Moratti, ha lavorato incessantemente per quattro anni, ha convocato gli stati generali della scuola, ha avuto anche grandi contestazioni, ma ha realizzato il suo progetto. Quello stesso Presidente del Consiglio dei ministri che sostenne la Moratti, oggi sostiene la Gelmini, perché l'attuale Ministra attua la politica economica del Governo, non la politica scolastica.

In proposito, onorevole Presidente, vorrei richiamare qui alcuni dati che non è stato possibile ricordare in altre occasioni, considerato che le competenti Commissioni di Camera e Senato sono state depauperate del dibattito perché, trattandosi di materia economica, la discussione si è svolta presso la competente Commissione bilancio (e ringrazio il presidente Azzollini per aver sopportato anche me in Commissione, dal momento che ho deciso di partecipare almeno alla discussione generale, devo dire imparando anche molte cose). Ci sono numeri che sono rimasti oggi identici a quelli di luglio per cui, con riferimento alla Nota di aggiornamento, la scuola continua a fare la sua parte alla stessa maniera, senza essere minimamente toccata, nonostante la crisi di cui tutti, soprattutto i più esperti, questa sera hanno dato conto e che riguarderà molte famiglie. La scuola vedrà ridurre 87.400 insegnanti in tre anni - altro che Alitalia! - e 44.500 ATA, cioè bidelli, tecnici dell'amministrazione, collaboratori scolastici.

Spero ci sia ancora qualche insegnante in Aula, Presidente, perché credo non si smetta mai di essere insegnanti: quando si parla per esempio dei bidelli come ha fatto Feltri domenica pomeriggio, ci si deve sentire offesi come cittadini italiani. Il bidello è colui che apre e chiude la porta - qualcuno deve aprire la porta della scuola! - è colui che accompagna ai servizi i bambini, è colui che controlla i corridoi: vogliamo affidare tutto alle cooperative? E ancora, qual è il progetto educativo di una cooperativa, che si occuperà al massimo delle pulizie? Potrà anche andar bene, ce lo auguriamo, ma non ci sarà sicuramente lo stesso rapporto con le famiglie, con i bambini, con gli insegnanti. Quanto sta accadendo, Presidente, è un tentativo di cambiare la natura della scuola, per cui, quasi come fosse un'azienda improduttiva, si procede a tagli indiscriminati.

Sono presenti in quest'Aula colleghi della Lega, ai quali devo riconoscere che fanno approfondimenti seri sull'autonomia, ma a loro innanzitutto devo dire che questo decreto ha leso l'autonomia della scuola, perché sono previsti tagli orizzontali e ha leso altresì l'autonomia dei Comuni e parlo ad un sindaco che conosco bene, perché i Comuni hanno competenza specifica riguardo all'organizzazione dei plessi e riguardo ai servizi. Quando sono previste per i bambini ventiquattro ore la settimana - e vi ho letto il decreto, quindi norma vigente e non propaganda del Partito Democratico o dei sindacati - significa che per i bambini il pomeriggio è libero, ma per fare cosa? Presidente, so bene che la scuola non è un servizio sociale, ma è un grande servizio educativo per cui il pomeriggio, anche in un tempo disteso per i bambini, potrebbe essere dedicato allo svolgimento di attività con cui si sollevano le famiglie. Se a questo aggiungiamo che l'80 per cento degli insegnanti sono donne, il decreto incide doppiamente sulle donne, sia perché come insegnanti non verranno utilizzate, né stabilizzate, sia come mamme, perché per il pomeriggio dovranno avere qualche preoccupazione.

Il Ministro dell'istruzione sostiene - ma lo ha detto anche il primo Ministro in una conferenza stampa di copertura totale, ed io stessa se fossi Ministro sarei onorata che il Presidente del Consiglio venisse a darmi manforte - che ci sarà più tempo pieno, anche se più tempo pieno degli insegnanti vuol dire che potremo usare gli insegnanti diversamente: ma chi pagherà? I Comuni. Credo davvero ci siano in quest'Aula forze che devono ricordarsi che i Comuni hanno già molti meno fondi a causa dell'eliminazione dell'ICI, per cui bisogna chiedersi cosa accadrà quando dovranno anche sistemare servizi integrativi, chiudere scuole, occuparsi del trasporto alunni, e forse fare i doposcuola di antica memoria; è mai possibile che i colleghi presenti in quest'Aula pensino che il maestro unico sia davvero la cosa migliore in una società così complessa?

È possibile prevedere 150 ore di aggiornamento per un insegnante, l'unico insegnante che faccia anche inglese? La Ministra ha propagandato un dato che a noi sta a cuore perché è anche una nostra proposta di legge delega. Avremmo cioè lavorato con il Governo e saremmo entrati nel dettaglio. Avremmo fatto un confronto dato che nel disegno di legge del 1° agosto si parlava di educazione civica con un monte ore annuale di 33 ore nell'ambito storico-geografico mentre nel decreto del 1° settembre si parla solo di educazione civica, senza indicazioni di ore dedicate: di fatto togliamo ai bambini tempo-scuola e materie, facendo finta di aggiungerne altre.

C'è qualcosa che non torna e lo dico in questa sede, la più alta che esiste. Abbiamo parlato di un Documento di programmazione e la programmazione per i Governi è il momento di scelte strategiche, in quanto parte da dati consolidati ed annuncia che strada si vuole percorrere. La scuola è un tesoro per il Paese. Non riguarda solo chi adesso è a scuola; non riguarda solo i genitori ed i nonni che hanno nipoti, gli adolescenti, i giovani, ma riguarda il futuro del Paese. Anche chi non ha figli e non ha scolari e non li vedrà nella propria vita magari perché è un single, deve essere interessato alla scuola che deve risultare una ossessione per il Paese: senza di essa non c'è futuro.

Con la globabilizzazione, la complessità del mondo è in casa con i nostri bambini. Essi parlano con espressioni per noi inimmaginabili 30 o 40 anni fa. Possiamo togliere loro questa ricchezza, queste relazioni umane e culturali, con questo decreto finanziario che è stato confermato dal DPEF? Questa è la scuola che dobbiamo aspettarci. Quindi, credo di poter chiedere a tutti voi, ai vostri Gruppi, al Governo di tornare sull'argomento perché a breve arriverà il decreto in via di approvazione alla Camera.

Vi prego: parliamo di scuola, altrimenti parliamo solo del contenimento della spesa. Ci sono sprechi e servono tagli. Una forza come il Partito Democratico non può rinunciare a partecipare anche ai tagli poiché è necessario anche saper programmare se ci sono sprechi, se ci sono troppo insegnanti con pochi bambini, se ci sono tanti bambini e non ci sono insegnanti. Non possiamo essere noi a non partecipare ad un dibattito costruttivo.

Questo è il nostro impegno purché possiamo entrare nel merito e parlare finalmente di scuola e non solo di contenimento della spesa pubblica. I nostri bambini, i nostri adolescenti, il futuro del Paese non rappresentano una spesa, non sono un costo. Sono un investimento. (Applausi dai Gruppi PD e IdV. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fleres. Ne ha facoltà.

FLERES (PdL). Onorevole Presidente del Senato, membri del Governo, onorevoli colleghi, a poche settimane dal suo insediamento il Governo Berlusconi ha presentato alle Camere, il 24 giugno scorso, il Documento di programmazione economico-finanziaria, con il quale ha delineato il quadro macroeconomico e l'entità della manovra finanziaria per gli anni 2009-2013.

Il Governo, inoltre, ha esplicitato in modo chiaro le procedure che avrebbe seguito, in termini di iter parlamentare, e i provvedimenti che avrebbe adottato per attuare le misure indicate nel DPEF, a cominciare dal primo passo costituito dal decreto-legge n. 112 (anticipazione della manovra finanziaria), che è stato poi convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008. Il successivo passaggio sarebbe stato il disegno di legge n. 1441, trasmesso alla Camera dei deputati, che avrebbe completato la manovra di bilancio.

Già nel momento in cui veniva presentato a giugno il DPEF, la congiuntura internazionale e la situazione dei mercati finanziari negli Stati Uniti e in Europa lasciavano presagire condizioni difficili per l'economia mondiale. Ma se qualcuno, nei mesi scorsi, avesse predetto, anche soltanto in minima parte, quello che poi è accaduto e che sta accadendo nei mercati internazionali, soprattutto rispetto alla entità del fenomeno, nessuno gli avrebbe dato alcun credito. Si sarebbe trattato della solita Cassandra (così sarebbe stato definito), che sarebbe rimasta probabilmente inascoltata. A dire il vero, quello che sta succedendo non sarebbe stato ipotizzabile neppure come trama di un film di fantascienza, ma la realtà sembra avere di gran lunga superato la fantasia.

Nel giro di pochi mesi abbiamo visto abbattersi come uno tsunami una gigantesca onda anomala, che ha già colpito alcuni dei giganti della finanza mondiale. Colossi come Lehman Brothers, Fannie Mae, Freddie Mac, Merrill Lynch, Morgan Stanley, che sembravano imbattibili, si sono sgretolati nel giro di pochi giorni o sono stati salvati in extremis, uscendone con le ossa rotte e con un ruolo decisamente ridimensionato. Queste società hanno improvvisamente messo in mezzo alla strada decine di migliaia di dipendenti, ma soprattutto, hanno lasciato sgomenti e a tasche vuote milioni di risparmiatori in tutto il mondo; milioni di cittadini che avevano creduto nell'affidabilità e nella sostenibilità del sistema, i quali si sono ritrovati da un giorno all'altro con in mano pacchi di titoli equivalenti a carta straccia.

Negli Stati Uniti il Governo americano e la Federal Reserve sono intervenuti per evitare il peggio e per impedire un effetto domino che sarebbe stato devastante. Il Governo americano ha nazionalizzato i colossi dei mutui ipotecari Fannie Mae e Freddie Mac, nel tentativo di salvare il mercato immobiliare dalla crisi. La Bank of America ha acquistato Merrill Lynch, ormai piena di debiti. Goldman Sachs e Morgan Stanley sono diventate holding bancarie sotto la supervisione della Federal Reserve. La stessa Federal Reserve ha rifinanziato AIG con un pacchetto di salvataggio da 85 miliardi di dollari rilevando il 79,9 per cento del colosso assicurativo. Il 25 settembre scorso ha chiuso per fallimento la Washington Mutual. Si tratta del maggior crack mai registrato da una banca negli Stati Uniti.

Il Congresso americano ha varato, tra le polemiche, la scorsa settimana, un piano da 700 miliardi di dollari voluto dall'amministrazione Bush per fronteggiare la crisi. In Europa anche il Governo inglese è intervenuto per salvare alcuni istituti di credito e assicurativi. La stessa cosa ha fatto il Governo olandese e si appresta a fare quello tedesco, che ha anche annunciato che garantirà con fondi pubblici i depositi bancari dei cittadini.

Il Presidente francese, di concerto con i Capi di Governo di Germania, Gran Bretagna e Italia e con il Presidente della Commissione europea, ha convocato un vertice urgente per affrontare la questione ed individuare le misure necessarie da adottare a livello comunitario e dei singoli Stati. La deliberazione di provvedimenti straordinari e la decisione di assumere misure comuni miranti ad assicurare la solidità e la stabilità del sistema bancario e finanziario e a proteggere i contribuenti non hanno sortito finora l'effetto sperato, considerando che le borse mondiali hanno registrato ieri il peggiore risultato degli ultimi 21 anni e uno dei peggiori dell'ultimo secolo.

In questo quadro internazionale, in continuo cambiamento, caratterizzato da forte instabilità, il Governo Berlusconi ha prontamente e correttamente provveduto a trasmettere al Parlamento la Nota di aggiornamento al DPEF in discussione oggi. L'aggiornamento tiene in dovuto conto tutti i fattori che hanno determinato le correzioni delle stime, a cominciare dalle attenuate prospettive di crescita dell'economia italiana e dalle modifiche apportate in sede di conversione dei provvedimenti attuativi della manovra finanziaria, approvata lo scorso agosto. Inoltre, per quanto concerne il conto delle pubbliche amministrazioni, la Nota prende in considerazione l'aggiornamento realizzato in base all'attività di monitoraggio ed effettua una più puntuale ripartizione della manovra di finanza pubblica per gli anni 2009-2011 tra le voci di entrata e di spesa.

Nella Nota di aggiornamento si fa riferimento ad un ridimensionamento dell'aumento del PIL per il 2008 e per il 2009, previsto rispettivamente allo 0,1 e allo 0,5 per cento. Le previsioni di crescita per l'Italia sono state riviste insieme a quelle degli altri Paesi dell'Unione anche dalla Commissione europea, dall'OCSE e dal Fondo monetario internazionale. Il quadro dell'economia italiana risulta comunque in linea con le stime degli altri Paesi europei, che registrano un generalizzato peggioramento della crescita.

Nonostante il quadro descritto, nel complesso, con la Nota di aggiornamento, vengono mantenuti inalterati tutti gli impegni già indicati dal DPEF nella manovra varata ad agosto, con la conferma dell'indebitamento netto sul PIL al 2,5 per cento per l'anno 2008 e di una consistente riduzione del debito pubblico che si prevede in discesa progressiva fino al 91,9 per cento del PIL nel 2013.

Il Documento in discussione, infatti, considera già gli effetti positivi dei provvedimenti contenuti nella manovra varata ad agosto, a cominciare dalla diminuzione della spesa e dai consistenti tagli effettuati nel settore pubblico a livello di amministrazioni centrali dello Stato. Pertanto, seppure in una condizione di oggettiva difficoltà, dettata dagli eventi e dalla negativa congiuntura internazionale, ancora una volta, il Governo Berlusconi si è mosso in linea con il proprio programma e sta avviando tutte le iniziative idonee a fronteggiare l'emergenza e a rilanciare l'economia, senza proclami mediatici, assai pericolosi, e soprattutto senza fretta, onorevole senatore Rossi, nel momento in cui si devono dichiarare ipotesi che potrebbero alterare gli equilibri e danneggiare il nostro Paese.

Nell'ambito degli impegni programmatici, si inquadrano i disegni di legge approvati dal Consiglio dei ministri, alcuni dei quali già in discussione presso i due rami del Parlamento, che andranno a completare la manovra del bilancio per il 2009‑2011.

In particolare, si fa riferimento ai disegni di legge n. 1441-bis, 1441-ter e 1441-quater in discussione presso la Camera dei deputati, in materia di sviluppo economico, di semplificazione, di competitività, di perequazione tributaria, di lavoro sommerso, di lavori usuranti, di internazionalizzazione delle imprese. A questi si aggiungono il progetto di legge in discussione al Senato per la delega al Governo finalizzata all'ottimizzazione della produttività nel lavoro pubblico ed il progetto di legge approvato dal Consiglio dei ministri per la delega al Governo in materia di federalismo fiscale. Si tratta di misure in grado di rimettere in moto l'economia italiana, che è sostanzialmente sana, perché si basa su un tessuto di piccole e medie imprese sane, che rappresentano l'asse portante del nostro sistema economico e sociale, che non conta più del dovuto sulle speculazioni (e per fortuna!).

Attraverso l'attuazione di questi provvedimenti e di altri eventuali interventi straordinari che si dovessero rendere necessari per affrontare emergenze contingenti, il nostro Paese potrà raggiungere gli obiettivi di risanamento delle finanze pubbliche e di rilancio dell'economia prefissati dal Governo. Non dico che sia necessario dimostrarsi ottimisti ad oltranza; dico, però, che non ho mai visto un pessimista raggiungere gli obiettivi che si è prefissato.

E quindi, con l'ottimismo che li contraddistingue, il Governo e la maggioranza sono coscienti delle difficoltà; hanno però il coraggio di affrontare la situazione, nella consapevolezza che soltanto attraverso l'approvazione di misure serie, che contribuiscano a sostenere il tessuto imprenditoriale, ad aumentare la competitività delle nostre imprese e a responsabilizzare maggiormente i livelli di Governo locale, si possono conseguire i risultati previsti, anche in termini salariali. E questo, soprattutto se si esce dai vecchi schemi contrattuali, come anche questa sera abbiamo avuto modo di sottolineare con la votazione proposta dai colleghi della Lega. E tutto ciò, con il duplice effetto di contenere le spese, senza mettere le mani in tasca ai contribuenti e senza aumentare la pressione fiscale.

Ricorda Theodor Fontane che una "giusta economia non dimentica mai che non sempre si può risparmiare; chi vuole sempre risparmiare è perduto". Ma anche chi tassa è perduto, dunque è necessario trovare un punto di equilibrio realistico tra i due concetti, attraverso una concreta riduzione della spesa pubblica, cosa che il Governo Berlusconi sta facendo molto bene.

Nei giorni scorsi, il ministro Tremonti ha risposto a chi gli faceva notare di avere citato Marx, che la differenza o la discriminante non è tra chi ha letto Marx e chi non lo ha letto; la differenza fondamentale è tra chi l'ha compreso e chi l'ha male interpretato. Il filosofo tedesco sosteneva che "l'economia politica è la scienza della ricchezza e ad un tempo la scienza della rinuncia: essa è una scienza morale". Quindi, l'equilibrio, nel governo di un popolo, si fonda proprio nella giusta combinazione tra la ricchezza e la rinuncia.

Dunque, onorevoli colleghi, noi del PdL iscriviamo alla voce rinuncia: la rinuncia agli sprechi, la rinuncia ai privilegi, la rinuncia alle clientele, la rinuncia alla proliferazione degli enti, la rinuncia ad una scuola sprecona, ma ignorante, la rinuncia ad una pubblica amministrazione lenta e clientelare, la rinuncia ad una sanità e ad una università baronali. Queste rinunce, insieme ai provvedimenti di razionalizzazione e miglioramento qualitativo della spesa, produrranno le ricchezze necessarie a far ripartire il Paese, facendolo uscire da una condizione di disagio, che ha radici profonde e lontane e dalla quale prendiamo le distanze, certi di riuscire, senza effetti annuncio, senza fregole, ma con tanta, tanta e ancora tanta buona volontà! (Applausi dal Gruppo PdL).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, il senatore Morando, la cui moderazione è nota a tutti, ha espresso tutta la sua preoccupazione rispetto ad una crisi finanziaria senza precedenti che sta sconquassando i mercati globali e - permettetemi - che è superiore a quella del 1929. Nel 1929, infatti, non c'era la globalizzazione, non c'erano i subprime, non c'era la finanza derivata, quella finanza creativa definita dagli interpreti autentici di Marx la peste del ventunesimo secolo (salvo poi, nella finanziaria del 2001, averla inserita in modo che gli enti locali l'abbiano promossa).

Allora, davvero siamo di fronte ad una crisi che può essere riassunta con pochissimi dati. Voglio ricordare che Unicredit, la prima banca europea ad aver capitalizzato oltre 100 miliardi di euro, è stata costretta a fare una ricapitalizzazione, e che il patrimonio di vigilanza era sotto la soglia prevista dalla Banca d'Italia: eppure, il mercato non vi ha creduto e anche oggi si è affossata. Capitalizzava 100 miliardi di euro e oggi ne capitalizza a malapena 33.

Per i capitalisti delle bollette, quelli della Telecom, non tanti mesi fa quel titolo era quotato a circa 1,8 euro: oggi ha toccato il minimo di 0,89 euro.

Esistono altri indicatori che vorrei cercare di elencare; essi comunicano il senso di una crisi profonda che - mi permetta, signor presidente Azzollini - con tutto il rispetto, io non trovo riportato in questa Nota di aggiornamento del DPEF. I dati sono questi e riguardano lacrime e sangue della gente, che ha compiuto sacrifici per acquistare una casa ed è stata indotta ad indebitarsi, milioni su milioni, con mutui a tasso variabile, perché le banche non erogavano a tassi fissi oppure consigliavano il tasso variabile.

Ancora, nell'ottobre del 2005 il tasso di riferimento della Banca centrale europea era del 2 per cento; l'Euribor, un paniere determinato da un cartello bancario europeo era del 2,123 per cento e i mutui erano al 3,12 per cento. Noi facciamo esempi concreti: una rata mensile per un mutuo di 100.000 euro costava 428 euro; nell'ottobre 2006 è passata a 497 euro; nel 2007 a 557 euro e oggi a 609 euro. Ciò significa dover sopportare un costo ulteriore di 2.172 euro l'anno.

Con tutto lo sforzo possibile, in questa Nota di aggiornamento al DPEF non troviamo riportata la gravità di una crisi che viene da lontano: è datata almeno luglio 2007 quando, dopo il crollo delle torri gemelle, l'ex governatore Greenspan abbassò i tassi di interesse fino all'1 per cento, attirando 5-6 milioni di americani nella trappola di acquistare una casa che non avrebbero mai potuto ripagare. È scoppiata quella bolla e vorrei ricordare che quel tipo di economia del debito, qualche anno fa, voleva essere praticata anche dagli interpreti autentici di Karl Marx anche se poi, per fortuna, non è passata.

Questo è un DPEF che non ha voluto registrare, signor presidente Azzollini, se non in minima parte gli effetti nefasti della gravissima crisi finanziaria che sta sconvolgendo i mercati globalizzati e che riduce lievemente le stime di crescita per l'anno in corso e per il 2009. Questo è un DPEF che non tiene conto della grave recessione economica, della caduta verticale dei consumi delle famiglie che si devono indebitare per sopravvivere. A questo proposito, anche altri colleghi nei loro interventi hanno affermato che tante famiglie si stanno indebitando, costrette ad una vita a rate, a cedere il quinto dello stipendio e a fare debiti per piccoli prestiti con le finanziarie. Il DPEF, rispetto a questo, non mette al centro la difesa dei redditi.

Voglio ricordare anche altri dati come quello della Banca d'Italia che individua 18 milioni di lavoratori e pensionati a reddito fisso che hanno avuto una caduta verticale del loro potere di acquisto. Questa Nota aggiuntiva non si pone affatto, ripeto, il problema dei tassi di interesse, dei mutuatari indebitati a tasso variabile e di 3.200.000 famiglie costrette a pagare rate più salate del 60, 70 per cento che oggi rischiano di subire pignoramenti ed esecuzioni immobiliari senza interventi forti di tutela. E non si parli della convenzione Ministero dall'economia - ABI, della quale noi abbiamo cercato di attenuare gli effetti perché si è trattato di un regalo alle banche e di un alibi per la mancata applicazione, da parte delle banche, del decreto Bersani sulla portabilità e sulla surroga. Ci sono stati segnalati casi di persone che devono allungare la vita del debito fino ad 80 anni: io comprendo che si vive di più e che l'uomo più vecchio del mondo è un cinese di 113 anni a cui hanno anche regalato una teiera, ma in questo caso si dovrebbe vivere 137, 138 anni per pagare un mutuo. Quindi, non è quella la strada.

Noi ci aspettavamo più coraggio, ci aspettavamo soprattutto una interpretazione della realtà e della crisi. Ci dispiace sottolineare che, nonostante numerose richieste, ci sia una sorta di allergia, signor Sottosegretario, del Ministro dell'economia a venire nell'Aula del Senato a riferire l'entità della crisi. Quante famiglie hanno prodotti tossici, quante polizze index-linked sono in mano a gente che, anche inconsapevolmente, ha sottoscritto quei prodotti? C'è reticenza anche da parte delle autorità vigilanti, come ISVAP, CONSOB e Banca d'Italia.

Voglio ricordare, ancora una volta, che questa crisi non dico che poteva essere evitata, ma almeno gli effetti potevano essere attenuati soprattutto da parte del presidente del Financial Stability Forum, il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, uomo di Goldman Sachs. Conosciamo le banche d'affari e sappiamo chi è il ministro Paulson, un signore che ha lavorato per 26 anni ai massimi vertici di quella banca, come presidente e amministratore delegato e oggi ritiene di fare un piano di salvataggio. L'anno scorso i dipendenti di Goldman Sachs hanno avuto 600.000 dollari cadauno, le stock option non si contano, i premi dei dirigenti non si contano, ma poi il conto lo devono pagare i contribuenti, quelli americani e, in via indiretta, quelli europei e gli italiani, come ho detto.

Signora Presidente, il piano americano, che meno male è stato approvato dal Congresso, non può ripianare un buco della finanza derivata: 700.000 miliardi di dollari sono quel fuori bilancio. Io l'ho ricordato più volte in quest'Aula: l'economia reale si misura con il PIL, con la fatica degli uomini, quella fatica che è stata ricordata anche ieri dal Santo Padre.

Questo è il fallimento del capitalismo e da questo bisognerebbe ripartire. Noi ci aspettavamo più coraggio, più responsabilità, purtroppo non l'abbiamo trovata. Grazie per l'attenzione. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione del documento in titolo ad altra seduta.