Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 067 del 07/10/2008

Mozione in materia di costo della vita e retribuzioni

(1-00026) (testo 2) (02 ottobre 2008)

V. testo 3

MAURO, BRICOLO, ADERENTI, BODEGA, BOLDI, CAGNIN, DIVINA, FILIPPI Alberto, FRANCO Paolo, GARAVAGLIA Massimo, LEONI, MARAVENTANO, MAZZATORTA, MONTANI, MONTI, MURA, PITTONI, RIZZI, STIFFONI, TORRI, VACCARI, VALLARDI, VALLI. - Il Senato,

        premesso che:

            appare evidente dall'esame dei dati statistici dell'ISTAT pubblicati negli anni più recenti che il costo della vita ha subìto un aumento generalizzato in tutto il territorio nazionale, gravando ancora di più sulla condizione economico-sociale critica che si rileva costantemente da molto tempo;

            a subire le conseguenze più deleterie di questa situazione sono le famiglie italiane che arrivano a coprire le spese mensili con molta fatica, o non ci riescono affatto, indebitandosi e passando così nella fascia sociale della povertà;

            l'ISTAT evidenzia come la percentuale delle famiglie che non arrivano, o arrivano alla fine del mese con difficoltà, sia aumentata in alcuni casi di tre/quattro punti percentuali negli ultimi tre anni e soprattutto nelle regioni del Nord;

            diminuendo la capacità di risparmio delle famiglie, diminuisce parallelamente il loro potere di acquisto e la loro potenzialità ad accedere sia ai consumi essenziali sia anche a consumi che migliorerebbero la qualità della vita;

            secondo uno studio elaborato da «Il Sole-24 Ore» basato sulla media ponderata delle rilevazioni dell'ISTAT sul costo della vita nelle province italiane (nei settori alimentare, abbigliamento e arredamento), rapportando le retribuzioni previste dai contratti nazionali di sette categorie, si nota come la differenza aritmetica fra i livelli minimi e massimi del costo della vita nei venti capoluoghi risulti pari al 37 per cento, corrispondente a una differenza fra il Nord e il Sud di circa tre mensilità;

            la situazione non è identica in tutte le province, come si comprende facendo dei rapidi raffronti sulla base di quanto rivelano i dati dell'Osservatorio prezzi e tariffe del Ministero dello sviluppo economico: prendendo ad esempio il prezzo medio al chilo del pane, bene di consumo di primissima necessità, si rileva come siano palesi alcune differenze: a Venezia attualmente è pari a 3,78 euro al chilo, a Firenze 1,86 euro e a Bari 2,40 euro, determinando in modo ineguale ricadute sui bilanci familiari. Così il prezzo medio al litro del latte in polvere per neonati, altro bene essenziale, è di 16,68 euro a Firenze, di 21,90 euro a Palermo e di 23,32 euro a Bari. Ancora più marcate sono le differenze con altre città della euro-zona: a Milano, per esempio, si paga circa 34 euro al chilogrammo contro i 18 di Parigi e i 16 euro di Bonn, come sostiene il Movimento nazionale dei liberi farmacisti. Un altro esempio esplicativo è quello riferibile al consumo di carburante per riscaldamento: anche se il prezzo di questo prodotto varia minimamente sul territorio nazionale, variano, invece, e in modo rilevante, i consumi rispetto alle esigenze climatiche. Sempre secondo i risultati dell'ISTAT l'energia è aumentata del 12,9 per cento, gli alimentari del 5,7 per cento, il pane del 12,9 per cento e la pasta del 24,7 per cento in pochi anni. Nuovi rincari di luce e gas sono stati comunicati in questi giorni dall'Autorità per l'energia e, purtroppo, sulla spesa annua delle famiglie graveranno ulteriori uscite per 65 euro;

            a fronte di ciò, il rapporto del CENSIS per il 2007 mostra che i redditi reali familiari crescono in misura ridotta (con un tasso annuo pari al +0,5 per cento) e per il prossimo biennio saranno di poco superiori all'1 per cento. Cresce, invece, l'incidenza sui consumi delle spese per l'abitazione, passate, nel periodo 1996-2006, dal 20,6 per cento al 26 per cento, attestandosi al 31 per cento se vi si includono le spese per energia e combustibile. 2,4 milioni di famiglie hanno un mutuo a carico che comporta un esborso medio annuo di 5.500 euro, pari a circa il 14 per cento della propria spesa. Per oltre 622.000 famiglie con una spesa media mensile fino a 2.000 euro il peso del mutuo sale a quasi il 27 per cento della propria spesa totale e per i giovani che vivono da soli al 19,2 per cento. Il ricorso al credito al consumo è passato da circa 48 miliardi di euro del 2002 a oltre 85,6 miliardi di euro del 2006, con un incremento del 78 per cento;

            le fonti ISTAT per l'anno 2006 dall'analisi dei livelli e del comportamento di spesa sul territorio evidenziano che si conferma l'ormai nota differenza tra la spesa per consumi delle famiglie del Nord e quella delle famiglie residenti nel Mezzogiorno. In particolare, il valore di spesa più basso si osserva nelle Isole (1.839,41 euro al mese), immediatamente seguito da quello del Sud (2.009,21 euro); i valori più alti si rilevano nel Nord-est (2.859,61 euro al mese), e nel Nord-ovest (2.736,32 euro);

            vi sono differenze di spesa rilevanti fra le varie province anche per ciò che riguarda l'acquisto di immobili, fattore determinante per la formazione di nuovi nuclei familiari, data la natura di bene primario che la nostra gente attribuisce all'abitazione. Secondo i dati forniti nei mesi scorsi dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato sono 530.000 le famiglie che si trovano in difficoltà nel pagare la rata del mutuo e di queste 110.000 sono a rischio insolvenza. Come dimostrano studi recenti di settore effettuati dalla Confedilizia, da una parte assistiamo ad un'offerta immobiliare che cresce nei segmenti di minor qualità e dell'usato meno costoso, dall'altra registriamo una domanda che non è più in grado di accedere al segmento medio-basso del mercato. In sostanza, nonostante una generalizzata diminuzione dei prezzi degli immobili, le famiglie che possono permettersi l'acquisto della prima casa sono in numero sempre minore e ciò vale per tutto il Paese, ma con un incremento del fenomeno nel Nord Italia, soprattutto nelle zone periferiche delle grandi aree metropolitane. Oltre ai dati relativi, dunque, agli acquisti, bisogna prendere in considerazione anche l'incidenza della spesa media per il pagamento degli affitti che nel 2006 era pari a 340 euro mensili sul territorio nazionale, compendiando importi medi più modesti nel Mezzogiorno (266 euro), nel Nord (372 euro) e più elevati nel Centro (393 euro);

            inoltre, negli ultimi due anni gli importi medi degli affitti sono aumentati del 10,6 per cento e, come afferma il Sindacato nazionale unitario inquilini ed assegnatari (SUNIA), sono doppi a Milano rispetto a quelli di Bari. Così, per alcune categorie e, segnatamente, per i giovani, l'accesso all'alloggio sembra però essere divenuto più difficile in qualsiasi forma, spingendo a procrastinare anche il processo di costituzione di nuovi nuclei familiari;

            secondo l'OCSE i salari e le pensioni in Italia sono inferiori del 20 per cento rispetto alla media nell'Unione europea, mentre il loro potere di acquisto è più basso di 22 punti percentuali rispetto al valore massimo su scala mondiale. A tal fine sono certamente utili i provvedimenti economici predisposti dall'attuale Governo per aiutare le famiglie dei lavoratori, ma, tuttavia, è opportuno introdurre un meccanismo contrattuale che tenga conto del reale costo della vita nelle diverse province. Da quando infatti, nel 1992, fu abolita la scala mobile come strumento automatico di adeguamento delle retribuzioni all'aumento dell'inflazione non vi sono stati altri elementi regolatori che abbiano mantenuto il rapporto stipendi/costo della vita in equilibrio o che abbiano cercato di porre rimedio alle differenze esistenti nelle diverse realtà territoriali;

            dai dati sopra esposti risulta evidente che vi sono delle disuguaglianze fra le province e che per favorire lo sviluppo socio-economico occorre introdurre degli strumenti di regolazione degli aumenti retributivi che seguano di pari passo l'aumento del costo della vita. Questa è ormai una misura urgente e non ulteriormente rinviabile se non si vuole rischiare un impoverimento generalizzato del Paese;

            è necessario introdurre un principio nella contrattazione per il personale della pubblica amministrazione, nella convinzione che possa servire da esempio e da volano per una riforma in senso territoriale della contrattazione nel settore privato. Il contratto nazionale dovrebbe definire la normativa minima di tutela del lavoratore e i minimi retributivi;

            l'attuazione della riforma dello Stato in senso federale rende indispensabile legare parte dello stipendio al reale costo della vita in ogni provincia, garantendo il mantenimento di uguali diritti per tutti i lavoratori e lo stesso potere d'acquisto nelle diverse realtà provinciali;

            in assenza di un intervento mirato a rivedere l'attuale struttura della contrattazione, superando dogmi e veti strumentali da parte dell'opposizione e di quelle organizzazioni sindacali impegnate nella difesa ad oltranza di un modello centralista di contratto non più in grado di tutelare gli interessi dei lavoratori, il rischio concreto è quello di un ulteriore impoverimento delle famiglie e una riduzione della capacità di spesa e di risparmio con evidenti ricadute negative sulla ripresa dell'economia del Paese,

        impegna il Governo:

            a svolgere indagini e ad elaborare gli indicatori atti a rilevare in maniera sistematica l'indice medio del costo della vita su base nazionale, con la relativa suddivisione su base provinciale;

            ad attivare le procedure necessarie affinché venga riformato l'attuale sistema di contrattazione nazionale del pubblico impiego, in modo che le retribuzioni dei dipendenti siano commisurate al costo medio della vita nelle province in cui i pubblici dipendenti svolgono la loro attività lavorativa, adeguando automaticamente al rialzo le retribuzioni dei dipendenti che operano nelle province in cui l'indice di costo medio della vita appare superiore a quello nazionale.

(1-00026) (testo 3) (7 ottobre 2008)

Approvata

MAURO, BRICOLO, ADERENTI, BODEGA, BOLDI, CAGNIN, DIVINA, FILIPPI Alberto, FRANCO Paolo, GARAVAGLIA Massimo, LEONI, MARAVENTANO, MAZZATORTA, MONTANI, MONTI, MURA, PITTONI, RIZZI, STIFFONI, TORRI, VACCARI, VALLARDI, VALLI, CARRARA, LICASTRO SCARDINO. - Il Senato,

        premesso che:

            appare evidente dall'esame dei dati statistici dell'ISTAT pubblicati negli anni più recenti che il costo della vita ha subìto un aumento generalizzato in tutto il territorio nazionale, gravando ancora di più sulla condizione economico-sociale critica che si rileva costantemente da molto tempo;

            a subire le conseguenze più deleterie di questa situazione sono le famiglie italiane che arrivano a coprire le spese mensili con molta fatica, o non ci riescono affatto, indebitandosi e passando così nella fascia sociale della povertà;

            l'ISTAT evidenzia come la percentuale delle famiglie che non arrivano, o arrivano alla fine del mese con difficoltà, sia aumentata in alcuni casi di tre/quattro punti percentuali negli ultimi tre anni e soprattutto nelle regioni del Nord;

            diminuendo la capacità di risparmio delle famiglie, diminuisce parallelamente il loro potere di acquisto e la loro potenzialità ad accedere sia ai consumi essenziali sia anche a consumi che migliorerebbero la qualità della vita;

            secondo uno studio elaborato da «Il Sole-24 Ore» basato sulla media ponderata delle rilevazioni dell'ISTAT sul costo della vita nelle province italiane (nei settori alimentare, abbigliamento e arredamento), rapportando le retribuzioni previste dai contratti nazionali di sette categorie, si nota come la differenza aritmetica fra i livelli minimi e massimi del costo della vita nei venti capoluoghi risulti pari al 37 per cento, corrispondente a una differenza fra il Nord e il Sud di circa tre mensilità;

            la situazione non è identica in tutte le province, come si comprende facendo dei rapidi raffronti sulla base di quanto rivelano i dati dell'Osservatorio prezzi e tariffe del Ministero dello sviluppo economico: prendendo ad esempio il prezzo medio al chilo del pane, bene di consumo di primissima necessità, si rileva come siano palesi alcune differenze: a Venezia attualmente è pari a 3,78 euro al chilo, a Firenze 1,86 euro e a Bari 2,40 euro, determinando in modo ineguale ricadute sui bilanci familiari. Così il prezzo medio al litro del latte in polvere per neonati, altro bene essenziale, è di 16,68 euro a Firenze, di 21,90 euro a Palermo e di 23,32 euro a Bari. Ancora più marcate sono le differenze con altre città della euro-zona: a Milano, per esempio, si paga circa 34 euro al chilogrammo contro i 18 di Parigi e i 16 euro di Bonn, come sostiene il Movimento nazionale dei liberi farmacisti. Un altro esempio esplicativo è quello riferibile al consumo di carburante per riscaldamento: anche se il prezzo di questo prodotto varia minimamente sul territorio nazionale, variano, invece, e in modo rilevante, i consumi rispetto alle esigenze climatiche. Sempre secondo i risultati dell'ISTAT l'energia è aumentata del 12,9 per cento, gli alimentari del 5,7 per cento, il pane del 12,9 per cento e la pasta del 24,7 per cento in pochi anni. Nuovi rincari di luce e gas sono stati comunicati in questi giorni dall'Autorità per l'energia e, purtroppo, sulla spesa annua delle famiglie graveranno ulteriori uscite per 65 euro;

            a fronte di ciò, il rapporto del CENSIS per il 2007 mostra che i redditi reali familiari crescono in misura ridotta (con un tasso annuo pari al +0,5 per cento) e per il prossimo biennio saranno di poco superiori all'1 per cento. Cresce, invece, l'incidenza sui consumi delle spese per l'abitazione, passate, nel periodo 1996-2006, dal 20,6 per cento al 26 per cento, attestandosi al 31 per cento se vi si includono le spese per energia e combustibile. 2,4 milioni di famiglie hanno un mutuo a carico che comporta un esborso medio annuo di 5.500 euro, pari a circa il 14 per cento della propria spesa. Per oltre 622.000 famiglie con una spesa media mensile fino a 2.000 euro il peso del mutuo sale a quasi il 27 per cento della propria spesa totale e per i giovani che vivono da soli al 19,2 per cento. Il ricorso al credito al consumo è passato da circa 48 miliardi di euro del 2002 a oltre 85,6 miliardi di euro del 2006, con un incremento del 78 per cento;

            le fonti ISTAT per l'anno 2006 dall'analisi dei livelli e del comportamento di spesa sul territorio evidenziano che si conferma l'ormai nota differenza tra la spesa per consumi delle famiglie del Nord e quella delle famiglie residenti nel Mezzogiorno. In particolare, il valore di spesa più basso si osserva nelle Isole (1.839,41 euro al mese), immediatamente seguito da quello del Sud (2.009,21 euro); i valori più alti si rilevano nel Nord-est (2.859,61 euro al mese), e nel Nord-ovest (2.736,32 euro);

            vi sono differenze di spesa rilevanti fra le varie province anche per ciò che riguarda l'acquisto di immobili, fattore determinante per la formazione di nuovi nuclei familiari, data la natura di bene primario che la nostra gente attribuisce all'abitazione. Secondo i dati forniti nei mesi scorsi dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato sono 530.000 le famiglie che si trovano in difficoltà nel pagare la rata del mutuo e di queste 110.000 sono a rischio insolvenza. Come dimostrano studi recenti di settore effettuati dalla Confedilizia, da una parte assistiamo ad un'offerta immobiliare che cresce nei segmenti di minor qualità e dell'usato meno costoso, dall'altra registriamo una domanda che non è più in grado di accedere al segmento medio-basso del mercato. In sostanza, nonostante una generalizzata diminuzione dei prezzi degli immobili, le famiglie che possono permettersi l'acquisto della prima casa sono in numero sempre minore e ciò vale per tutto il Paese, ma con un incremento del fenomeno nel Nord Italia, soprattutto nelle zone periferiche delle grandi aree metropolitane. Oltre ai dati relativi, dunque, agli acquisti, bisogna prendere in considerazione anche l'incidenza della spesa media per il pagamento degli affitti che nel 2006 era pari a 340 euro mensili sul territorio nazionale, compendiando importi medi più modesti nel Mezzogiorno (266 euro), nel Nord (372 euro) e più elevati nel Centro (393 euro);

            inoltre, negli ultimi due anni gli importi medi degli affitti sono aumentati del 10,6 per cento e, come afferma il Sindacato nazionale unitario inquilini ed assegnatari (SUNIA), sono doppi a Milano rispetto a quelli di Bari. Così, per alcune categorie e, segnatamente, per i giovani, l'accesso all'alloggio sembra però essere divenuto più difficile in qualsiasi forma, spingendo a procrastinare anche il processo di costituzione di nuovi nuclei familiari;

            secondo l'OCSE i salari e le pensioni in Italia sono inferiori del 20 per cento rispetto alla media nell'Unione europea, mentre il loro potere di acquisto è più basso di 22 punti percentuali rispetto al valore massimo su scala mondiale. A tal fine sono certamente utili i provvedimenti economici predisposti dall'attuale Governo per aiutare le famiglie dei lavoratori, ma, tuttavia, è opportuno introdurre un meccanismo contrattuale che tenga conto del reale costo della vita nelle diverse province. Da quando infatti, nel 1992, fu abolita la scala mobile come strumento automatico di adeguamento delle retribuzioni all'aumento dell'inflazione non vi sono stati altri elementi regolatori che abbiano mantenuto il rapporto stipendi/costo della vita in equilibrio o che abbiano cercato di porre rimedio alle differenze esistenti nelle diverse realtà territoriali;

            dai dati sopra esposti risulta evidente che vi sono delle disuguaglianze fra le province e che per favorire lo sviluppo socio-economico occorre introdurre degli strumenti di regolazione degli aumenti retributivi che seguano di pari passo l'aumento del costo della vita. Questa è ormai una misura urgente e non ulteriormente rinviabile se non si vuole rischiare un impoverimento generalizzato del Paese;

            è necessario introdurre un principio nella contrattazione per il personale della pubblica amministrazione, nella convinzione che possa servire da esempio e da volano per una riforma in senso territoriale della contrattazione nel settore privato. Il contratto nazionale dovrebbe definire la normativa minima di tutela del lavoratore e i minimi retributivi;

            l'attuazione della riforma dello Stato in senso federale rende indispensabile legare parte dello stipendio al reale costo della vita in ogni provincia, garantendo il mantenimento di uguali diritti per tutti i lavoratori e lo stesso potere d'acquisto nelle diverse realtà provinciali;

            in assenza di un intervento mirato a rivedere l'attuale struttura della contrattazione, superando dogmi e veti strumentali da parte dell'opposizione e di quelle organizzazioni sindacali impegnate nella difesa ad oltranza di un modello centralista di contratto non più in grado di tutelare gli interessi dei lavoratori, il rischio concreto è quello di un ulteriore impoverimento delle famiglie e una riduzione della capacità di spesa e di risparmio con evidenti ricadute negative sulla ripresa dell'economia del Paese,

        impegna il Governo

ad attivare le procedure necessarie alla riforma del sistema di contrattazione nazionale del pubblico impiego e ad introdurre strumenti che consentano autonomia ai diversi livelli territoriali di governo nella gestione della contrattazione collettiva .