Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 688 del 08/03/2012

SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVI LEGISLATURA ------

688a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 8 MARZO 2012

(Antimeridiana)

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Presidenza del vice presidente CHITI

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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Coesione Nazionale (Grande Sud-Sì Sindaci-Popolari d'Italia Domani-Il Buongoverno-Fare Italia): CN:GS-SI-PID-IB-FI; Italia dei Valori: IdV; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord Padania: LNP; Partito Democratico: PD; Per il Terzo Polo (ApI-FLI): Per il Terzo Polo:ApI-FLI; Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Verso Nord, Movimento Repubblicani Europei, Partito Liberale Italiano, Partito Socialista Italiano): UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI; Misto: Misto; Misto-MPA-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MPA-AS; Misto-Partecipazione Democratica: Misto-ParDem; Misto-Partito Repubblicano Italiano: Misto-P.R.I..

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RESOCONTO SOMMARIO

Presidenza del vice presidente CHITI

La seduta inizia alle ore 9,34.

Sospesa alle ore 9,38 per la mancanza del numero legale sulla votazione del processo verbale, la seduta riprende alle ore 9,58.

Il Senato approva il processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.

Le comunicazioni rese dalla Presidenza nel corso della seduta sono riportate nel Resoconto stenografico.

Discussione delle mozioni nn. 576 (testo 2) e 577 sul riequilibrio della rappresentanza politica

Approvazione della mozione n. 576 (testo 3). Ritiro della mozione n. 577

PRESIDENTE. Nel giorno della festa della donna, ricorda le lotte e i sacrifici compiuti dalle donne nella rivendicazione di fondamentali diritti civili e politici e richiama l'attenzione sulla strada che resta ancora da compiere verso una reale uguaglianza, obiettivo indispensabile per realizzare una società migliore e più giusta.

BIANCONI (PdL). L'articolo 51 della Costituzione promuove le pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive, ma la presenza femminile nel Parlamento presenta quote nettamente inferiori rispetto a quelle di molti altri Paesi. Lo strumento delle quote rosa obbliga alla parità di genere sostanziale, senza limitare né comprimere la qualità dalla rappresentanza parlamentare. La mozione n. 576 (testo 2) chiede quindi al Governo di sostenere il riconoscimento di tale principio di uguaglianza nelle nuove norme in materia elettorale che il Parlamento si impegna a discutere. E' una battaglia di civiltà affinché, così come avviene in tutti i campi, le donne possano portare un surplus di democrazia e di attenzione sul vissuto quotidiano anche all'interno delle sedi istituzionali nazionali e locali dove si creano le leggi e si può cambiare la vita delle persone.

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Rilevando la ristrettezza dei tempi imposti al rilevante dibattito odierno, riconoscendosi nella mozione unitaria, ritira la mozione n. 577.

I senatori LEGNINI (PD), GHIGO (PdL) e PEDICA (IdV) comunicano i nomi dei senatori dei rispettivi Gruppi che sottoscrivono la mozione n. 576 (testo 2).

PORETTI (PD). Toglie la firma dalla mozione n. 576 (testo 2) poiché, al momento della sottoscrizione, nel dispositivo non si faceva riferimento alla discrezionalità dei partiti nella stesura delle liste elettorali, in merito alla quale il Governo non può essere chiamato ad intervenire.

VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). L'esame della mozione in oggetto rappresenta, più che un atto di indirizzo nei confronti del Governo, l'occasione per avviare un dibattito sulle disparità di genere, evitando di banalizzare la problematica.

DE FEO (PdL). Da unica senatrice eletta nel PdL nella regione Campania, non può non sottolineare che anche in un Paese islamico come la Libia è in fase di elaborazione una nuova legge elettorale che prevede l'alternanza di candidati femminili e maschili nelle liste.

BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). La mozione unitaria n. 576 (testo 2) dovrebbe recare come prima firmataria la senatrice Finocchiaro, Presidente donna di uno dei principali Gruppi parlamentari del Senato.

PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione.

GIOVANARDI (PdL). Nel lamentare l'inopportunità di comprimere il dibattito in favore della celebrazione delle cerimonie esterne al Parlamento, preannuncia il voto di astensione sulla mozione n. 576 (testo 2) in quanto richiede al Governo di attivarsi per sostenere per legge una parità di genere in favore della rappresentanza femminile, atto che rischia di creare nuove discriminazioni. Essendo l'uguaglianza tra generi già riconosciuta a livello formale dall'impianto legislativo vigente che garantisce alle donne l'accesso a tutti gli incarichi pubblici, l'azione delle istituzioni deve concentrarsi sull'eliminazione degli ostacoli sostanziali.

CARLINO (IdV). La parità della rappresentanza di genere è un principio costitutivo del sistema democratico ed è pertanto grave il forte ritardo del Paese nel valorizzare il contributo delle donne nelle Assemblee elettive e nei processi decisionali in generale. Auspica quindi una riforma della normativa elettorale, che venga elaborata anche con il contributo della Commissione per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio e delle associazioni attive sul tema, che preveda un incremento forzoso della rappresentanza femminile a tutti i livelli, dal momento che il sistema delle quote ha portato risultati positivi in molti Paesi europei e si sta sperimentando con successo in alcune Regioni italiane.

POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). La rituale discussione odierna mette in evidenza l'incapacità del legislatore di risolvere un problema annoso. Bisogna interrogarsi sul ruolo svolto dai partiti, dal momento che la legge elettorale in vigore avrebbe consentito di incrementare in modo sostanziale la rappresentanza femminile già dalle passate elezioni, mentre va apprezzata la decisione del Governo Monti di riservare a delle donne alcuni Ministeri importanti. Ritira dunque il sostegno alla mozione, auspicando che la Commissione Affari costituzionali del Senato, che ha all'esame specifici provvedimenti, possa agire concretamente per favorire la presenza femminile nelle assemblee elettive.

BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Auspica che l'approvazione della mozione unitaria, positivamente sottoscritta da un ampio numero di senatori di entrambi i generi, possa aiutare la concreta modifica della legislazione vigente e creare le condizioni per rimuovere gli ostacoli, ancora esistenti, ad un maggiore protagonismo delle donne in politica e all'interno dei partiti. Per tale motivo sarà molto importante la presenza delle donne nelle sedi in cui verrà affrontato il tema della riforma istituzionale ed elettorale. Auspica infine la celere calendarizzazione della mozione per il contrasto alla violenza sulle donne.

BOLDI (LNP). Il riproporsi del dibattito sulla rappresentanza femminile nelle assemblee elettive testimonia l'incapacità del Parlamento di risolvere il problema e dimostra che l'equilibrio di genere nella rappresentanza politica non può essere ottenuto senza un intervento normativo che lo favorisca. È dunque necessario prevedere delle azioni positive, anche di natura temporanea, per superare le resistenze presenti nella società e nella classe politica ad una maggiore rappresentanza femminile negli organi elettivi e nei vertici dei partiti. Questo compito spetta al Parlamento e non certo ad un Governo di natura tecnica, ed è quindi auspicabile che l'approvazione della mozione incida positivamente sul dibattito che la Commissione affari costituzionali dovrà affrontare sulla riforma istituzionale ed elettorale.

FRANCO Vittoria (PD). Sebbene nove anni fa sia stato inserito in Costituzione il principio della promozione della parità tra uomo e donna, il legislatore non è ancora riuscito ad approvare una normativa che contrasti nei fati la discriminazione di genere. È necessario un impegno condiviso per costruire una democrazia paritaria, che offra alle donne le opportunità e le responsabilità che meritano: per questo va accolta positivamente la decisione di molti senatori di firmare la mozione in esame. Alla luce delle resistenze dei partiti a valorizzare la rappresentanza femminile, è dunque indispensabile che la nuova legge elettorale preveda anche una norma anti-discriminatoria.

ALLEGRINI (PdL). La crisi economica, con le sue conseguenze in termini di disoccupazione, sottoccupazione e ridimensionamento del welfare, ha fatto segnare un arretramento della condizione femminile e la politica continua ad essere appannaggio esclusivo degli uomini. La nuova architettura istituzionale del Paese deve tenere conto degli indirizzi europei in tema di riequilibrio della rappresentanza di genere e l'applicazione effettiva del principio richiede un sistema sanzionatorio nei confronti dei partiti che non rispettino le quote rosa. Sostiene la mozione unitaria.

MALAN (PdL). La questione della pari opportunità di genere andrebbe affrontata con maggiore concretezza e pragmatismo muovendo, certamente da meccanismi che garantiscano l'elezione di un maggior numero di donne, ma anche dal sostegno alla maternità e dalla tutela delle donne sui luoghi di lavoro e dell'immagine femminile nei media.

PRESIDENTE. Dichiara chiusa la discussione.

MARTONE, vice ministro del lavoro e delle politiche sociali. Esprime parere favorevole sulla mozione che impegna il Governo a sostenere, in sede di riforma del sistema elettorale, iniziative parlamentari volte ad assicurare un'equilibrata rappresentanza di entrambi i generi. Ricorda che all'esame della Commissione affari costituzionale vi è un disegno di legge sulle quote di lista e la doppia preferenza di genere, che è volto a dare attuazione al principio delle pari opportunità sancito dall'articolo 51 della Costituzione. Sulla stessa linea si muovono le disposizioni contenute nel disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 febbraio sulle modalità di elezione dei Consigli e dei Presidenti delle Province.

PRESIDENTE. Passa alla votazione.

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Nel dichiarare voto favorevole alla mozione, ricorda che un anno fa il Parlamento ha approvato una legge sulla presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa che rappresenta un esempio positivo anche a livello europeo. Si augura che il Governo, che nel decreto salva Italia ha inserito incentivi all'assunzione di giovani e donne, possa occuparsi quanto prima dei temi dell'occupazione femminile e della conciliazione tra lavoro e famiglia.

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). La questione di fondo non è affermare una parità che neghi le differenze, bensì garantire la piena affermazione delle potenzialità femminili inespresse. Personalmente contraria al sistema delle quote, ha sottoscritto la mozione per sottolineare la necessità di un lavoro culturale volto a superare stereotipi sessisti discriminatori e differenze sostanziali in ambito lavorativo e retributivo, che rappresentano altrettante lesioni di diritti costituzionali. Chiede quindi che l'atto di indirizzo contempli anche la creazione di uno specifico Ministero e l'istituzione di una Commissione parlamentare per la parità e la non discriminazione.

FINOCCHIARO (PD). Il fatto che nel corso del dibattito siano emerse idee e posizioni diverse indica che c'è un reale interesse sulla questione. Lo strumento delle quote ha una sua dignità teorica e politica ed è stato utilizzato in molte democrazie; tuttavia il problema reale non è tanto quello di tutelare il genere femminile, quanto piuttosto di fare in modo che la forza e il protagonismo delle donne italiane ottengano finalmente il posto e il riconoscimento che meritano. Si tratta di una questione politica spinosa, dal momento che il sistema di potere in Italia è tradizionalmente in mano maschile e c'è dunque la necessità di rompere schemi, rapporti di forza e gerarchie consolidati. Chiede che nel testo della mozione n. 576 (testo 2) sia eliminata l'ultima frase del dispositivo.

BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Annuncia a titolo personale l'astensione, ritenendo che, anziché garantire una riserva di posti, sarebbe necessario rimuovere all'origine gli ostacoli che si frappongono alla piena affermazione delle donne, garantendo servizi pubblici più adeguati e maggiori detrazioni per la famiglia. Ritiene inoltre che l'Aula stia impiegando troppo tempo nella discussione di atti di indirizzo, a scapito dell'attività legislativa.

PRESIDENTE. Prende atto del fatto che non c'è accordo sulle proposte di modifica avanzate dalla senatrice Sbarbati. Pertanto la mozione n. 576 sarà posta ai voti con la sola modifica proposta dalla senatrice Finocchiaro (v. testo 3 nell'Allegato A).

MARTONE, vice ministro del lavoro e delle politiche sociali. Esprime parere favorevole sulla mozione n. 576 (testo 3).

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Invita nuovamente le presentatrici ad accogliere le proposte di modifica, altrimenti annuncia il voto di astensione.

Con votazione nominale elettronica, il Senato approva la mozione n. 576 (testo 3).

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

BELISARIO (IdV). Richiama l'attenzione dell'Assemblea e della Presidenza sul fatto che il decreto-legge sulle liberalizzazioni sia stato trasmesso alla Camera dei deputati in un testo diverso rispetto a quello approvato dal Senato con voto di fiducia sul maxiemendamento del Governo.

LEGNINI (PD). La ricostruzione della vicenda, così come riportata da alcuni organi di stampa, non è corretta: il Governo ha chiesto che in sede di coordinamento formale il testo venisse adeguato all'esatto deliberato della Commissione industria.

PRESIDENTE. La Presidenza farà pervenire al senatore Belisario una nota tecnica sull'accaduto preparata dagli Uffici, che conferma quanto anticipato dal senatore Legnini. Si possono condividere le perplessità circa la procedura di coordinamento formale, ma non si può parlare di atti arbitrari o ingannevoli nella conduzione dei lavori.

BELISARIO (IdV). Precisa di non avere parlato né di manomissioni né di arbitri. Ribadisce la necessità di trasparenza nelle procedure.

SPADONI URBANI (PdL). Sollecita la risposta del Governo all'interrogazione 4-06356 in merito all'obiezione di coscienza per i farmacisti circa la cosiddetta contraccezione di emergenza. Chiede inoltre la calendarizzazione degli Atti Senato nn. 2121, sullo stesso argomento, e 2828, per l'inserimento nel codice penale del reato di omicidio stradale.

PRESIDENTE. La Presidenza si attiverà presso le Commissioni competenti.

Dà annunzio degli atti di indirizzo e di sindacato ispettivo pervenuti alla Presidenza (v. Allegato B) e toglie la seduta.

La seduta termina alle ore 12,11.

Nel corso della seduta, la Presidenza ha salutato, a nome dell'Assemblea, rappresentanze di studenti presenti nelle tribune.

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente CHITI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,34).

Si dia lettura del processo verbale.

DI NARDO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.

Sul processo verbale

MURA (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MURA (LNP). Signor Presidente, chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.

Verifica del numero legale

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato non è in numero legale.

Sospendo la seduta per venti minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 9,38, è ripresa alle ore 9,58).

Ripresa della discussione sul processo verbale

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori.

Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,59).

Sulla Festa della donna

PRESIDENTE. Prima di iniziare la trattazione delle mozioni, voglio fare alcune considerazioni sulla giornata di oggi, se consentite.

Oggi è l'8 marzo, il giorno della Festa della donna. In questa giornata credo si debbano tener presenti due momenti: uno è quello della memoria, perché questa data ricorda le lotte e i sacrifici che hanno caratterizzato un percorso di rivendicazioni di diritti fondamentali (dal diritto al lavoro alla sicurezza sul posto di lavoro, fino ai diritti civili e politici), ma è anche un percorso che tende - perché non ancora realizzato compiutamente da nessuna parte, neppure nel nostro Paese - a una reale uguaglianza nella società.

Per questo motivo la giornata odierna deve rappresentare anche un'occasione di riflessione per tutti: per valutare quanto siamo vicini all'obiettivo di una reale uguaglianza e per valutare i problemi che ancora permangono nel nostro Paese. Sono rimasto francamente colpito dai dati, che, seppure noti, considerati tutti insieme rappresentano una realtà molto dura, relativi al numero delle violenze e degli omicidi che vengono perpetrati sulle donne in ambito familiare dai partner.

Vi sono poi gli obiettivi di fondo che tendono al raggiungimento compiuto dell'eguaglianza. Fra poco discuteremo degli aspetti della politica; il Senato e la Camera dei deputati hanno approvato leggi importanti, che vanno tuttavia attuate per quanto riguarda l'uguaglianza nei diversi campi di vita della società.

Permettetemi di concludere con una considerazione di cui sono convinto e che spero sia una convinzione comune.

Ritengo che una società nella quale esista una reale uguaglianza tra donne e uomini sia una società più giusta e migliore per tutti, sia per gli uomini che per le donne. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI, Per il Terzo Polo:ApI-FLI, CN:GS-SI-PID-IB-FI e IdV). Pertanto, dobbiamo avere questo come obiettivo comune, perché una società in cui vi sia una reale uguaglianza fra donne e uomini è davvero una società che - non solo a parole - mette al centro e a suo riferimento la persona umana. Questa è la riflessione che voglio consegnarvi in questa giornata che non deve limitarsi alla retorica ma rappresentare un momento di riferimento e di importanza vera.

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna gli studenti e gli insegnanti dell'Istituto alberghiero «Giuseppina Colombatto» di Torino, a cui va il nostro saluto e gli auguri per la loro attività di studio e di formazione. (Applausi).

Discussione delle mozioni nn. 576 (testo 2) e 577 sul riequilibrio della rappresentanza politica (ore 10,03)

Approvazione della mozione n. 576 (testo 3). Ritiro della mozione n. 577

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00576 (testo 2), presentata dalla senatrice Adamo e da altre senatrici, e 1-00577, presentata dalla senatrice Germontani e da altri senatori, sul riequilibrio della rappresentanza politica.

Ha facoltà di parlare la senatrice Bianconi per illustrare la mozione n. 576 (testo 2).

BIANCONI (PdL). Signor Presidente, vorrei iniziare il mio intervento rivolgendo un ringraziamento a lei, per le sue parole, che mi rendono molto orgogliosa di essere qui, oggi, a trattare con lei e con tutti i colleghi del Senato questa mozione. Grazie, signor Presidente. (Applausi).

Signor Presidente, se non vogliamo commettere l'errore di commentare in modo rituale questa mozione - e non lo vogliamo fare, perché gli occhi di tutte le italiane e di tutti gli italiani oggi convergono in quest'Aula - illustrerò brevemente il testo nel quale si sono riconosciute tutte le donne rappresentanti delle forze politiche dell'arco costituzionale e anche moltissimi nostri colleghi, che voglio ringraziare.

Voglio cominciare proprio affermando, secondo quanto si sostiene nella mozione, che a tutt'oggi non è stata data completa attuazione al principio sancito dall'articolo 51 della Costituzione in materia di promozione di pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive, al fine di costruire una seria democrazia paritaria capace di riconoscere una realtà sociale nella quale le donne siano sempre più protagoniste e di garantire loro un'adeguata rappresentanza nella politica.

Tutto ci dice che le donne hanno libero accesso alle cariche elettive, ma non in forma paritaria. Eppure tutti gli organismi internazionali, già nel lontano 1953, a New York, hanno sollecitato questo punto come una delle grandi ricchezze della società. Nel 1979, è stata ribadita all'ONU l'assoluta necessità di uguaglianza.

Anche l'Unione europea ha trattato questi argomenti con molta precisione. Nella Carta di Nizza si stabilisce che la parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi. È da queste parole, presenti negli atti fondamentali dell'Unione europea e anche nella Costituzione italiana, che oggi vogliamo avviare le nostre riflessioni.

I dati sono ancora drammatici: il nostro Parlamento vede una presenza di donne pari al 17 per cento; in molti altri Paesi europei, anche grazie ad azioni e leggi precise votate dai Parlamenti, la presenza delle donne sfiora il 50-60 per cento. Dunque, noi dobbiamo percorrere ancora molto strada su questo terreno.

Ci viene in aiuto una ricerca, pubblicata proprio ieri, di due ricercatrici dell'Università Bocconi: è un soccorso che rafforza ulteriormente le nostre convinzioni, semmai avessimo ancora bisogno di altre motivazioni. Si afferma: «Inserire le signore per forza perché lo chiede la legge non abbassa la qualità e non è antidemocratico. Effetto quote rosa in politica: si alza la qualità degli eletti». Noi siamo sempre stati convinti di questo. Per tale motivo, ancora una volta abbiamo voluto tentare, tutte insieme, di compiere un piccolo passo avanti in questa direzione.

Presso la 1a Commissione permanente del Senato si sta discutendo la legge elettorale: quale miglior campo per inserire qualche germe di grande novità! La mozione n. 576 (testo 2) termina chiedendo un impegno a noi legislatori, che siamo i primi responsabili ad accogliere tale novità ed inserirla nella novella legislativa, e anche al Governo, che poi si esprimerà su questa particolare norma di civiltà; si chiede, infatti, che anche l'Esecutivo possa vigilare affinché tale provvedimento sancisca finalmente la parità di genere nella nostra legge elettorale.

Certamente dobbiamo dispiacerci del fatto che i tavoli che compongono le grandi riforme ancora vedono soltanto la partecipazione di uomini. Ciò rappresenta sicuramente un dato negativo; tuttavia, se oggi da quest'Assemblea verrà assunto un impegno preciso affinché la prossima legge elettorale recepisca questo intendimento che ci sta particolarmente a cuore, vorrà dire che il Parlamento è maturo per compiere un salto di qualità.

Termino sottolineando che abbiamo al nostro fianco il Presidente del Senato, al quale rivolgo commossa un saluto e un ringraziamento in questa giornata. (Applausi delle senatrici Bonfrisco e Colli). In tutte le sue dichiarazioni, anche degli ultimi giorni, egli ha voluto sottolineare l'importanza di tale equiparazione.

Dunque, incamminiamoci velocemente su questa strada che rappresenta una battaglia di civiltà, affinché le donne possano, così come avviene in tutti i campi (dalla ricerca al lavoro e alla famiglia), portare un surplus di democrazia e di attenzione sul vissuto quotidiano anche all'interno delle Assemblee parlamentari, dei Consigli regionali e dei Consigli comunali, là dove si creano le leggi e si può cambiare - e noi lo vogliamo fare in positivo - la vita delle persone. (Applausi dai Gruppi PdL e PD e della senatrice Boldi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la senatrice Germontani per illustrare la mozione n. 577.

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, il mio Gruppo - che ha presentato questa mozione - si riconosce nella mozione unitaria, che noi donne del Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI abbiamo firmato. Lei ha invitato al dibattito, ma sappiamo benissimo che il dibattito stamattina purtroppo non ci potrà essere, perché molte senatrici sono impegnate al Quirinale. Pertanto, considerando che la nostra mozione ha una particolarità (è stata sottoscritta anche dai colleghi senatori del mio Gruppo, che hanno tenuto moltissimo ad aggiungere la loro firma affinché fosse chiaro che il dibattito sulla presenza delle donne nelle istituzioni e nella società era voluto non soltanto dalle donne, ma anche da tutti gli uomini), proprio per i tempi stretti di cui disponiamo, rammaricandomi per questo e in considerazione del fatto che lei ha invitato al dibattito, ritiro la mozione e mi riservo di parlare a nome del mio Gruppo in discussione generale o in fase di dichiarazione di voto, dove ogni Gruppo ha diritto di dichiarare il proprio voto. (Applausi del senatore Digilio).

PRESIDENTE. La mozione n. 577 è dunque ritirata.

LEGNINI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEGNINI (PD). Signor Presidente, desidero comunicare alla Presidenza e all'Aula la volontà dei senatori del Gruppo del Partito Democratico di sottoscrivere la mozione n. 576 (testo 2), dopo averla esaminata e aver ascoltato l'illustrazione della senatrice Bianconi.

I senatori sottoscrittori sono: Agostini, Andria, Barbolini, Bianco, Bosone, Bubbico, Carofiglio, Casson, Ceccanti, Ceruti, Chiti, Chiurazzi, Cosentino, Crisafulli, D'Ambrosio, De Luca Vincenzo, De Sena, Del Vecchio, Della Seta, Di Giovan Paolo, D'Ubaldo, Ferrante, Filippi Marco, Follini, Galperti, Garraffa, Giaretta, Ichino, Latorre, Legnini, Livi Bacci, Marcucci, Marini, Marino Ignazio, Marino Mauro Maria, Mercatali, Micheloni, Monaco, Morando, Morri, Musi, Nerozzi, Papania, Passoni, Pegorer, Pertoldi, Procacci, Ranucci, Roilo, Rusconi, Sangalli, Sanna, Scanu, Sircana, Stradiotto, Tomaselli, Tonini, Treu, Vimercati, Vita, Vitali, Zanda.

Altri colleghi non sono presenti: credo tuttavia di poter interpretare la volontà di sottoscrizione dei componenti del Gruppo rigorosamente appartenenti al genere maschile. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Bonfrisco e Colli).

GHIGO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GHIGO (PdL). Signor Presidente, dopo questa impegnativa dichiarazione del senatore Legnini, anch'io comunico alla Presidenza i nomi dei senatori del Gruppo del PdL che hanno intenzione di sottoscrivere la mozione unitaria n. 576 (testo 2). I sottoscrittori sono i senatori Augello, Scarpa Bonazza Buora, Ghigo, Carrara, Asciutti, Saltamartini, Camber, Pichetto Fratin, Serafini Giancarlo, Gramazio, Totaro, Tancredi e Piscitelli. (Applausi dal Gruppo PdL).

PEDICA (IdV). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signor Presidente, in qualità di delegato del Gruppo dell'Italia dei Valori, dichiaro che aderiscono alla mozione 576 (testo 2) i senatori Belisario (presidente del nostro Gruppo), Di Nardo, Giambrone, Caforio, Lannutti, Li Gotti, Mascitelli, Pardi, Pedica e De Toni. (Applausi dal Gruppo IdV e delle senatrici Bianconi e Bonfrisco).

PORETTI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PORETTI (PD). Signor Presidente, mi scuso, ma non mi sottopongo a questo rito collettivo dell'aggiunta della firma; al contrario, chiedo di poter togliere la mia firma da questa mozione. (Applausi dal Gruppo LNP e della senatrice Sbarbati).

Mi scuso, ma, quando l'ho firmata, non c'era questa clausola finale che ritengo veramente degradante per tutti noi: noi chiediamo - addirittura - una legge che «consenta il superamento di criteri improntati alla discrezionalità da parte dei partiti». Il problema sta nei partiti, e noi non possiamo chiedere al Governo di superare questo problema che nei partiti si crea quando non candidano le donne.

Chiedo, pertanto, di togliere la mia firma dalla mozione. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dei senatori Baldassarri e Sbarbati).

VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, non si può non condividere la riflessione - peraltro già emersa in sede di confronto in occasione della Conferenza dei Capigruppo per la calendarizzazione della discussione della mozione - che è evidente che, più che un atto di indirizzo rivolto al Governo, questo sia un modo per affrontare una questione che riguarda la capacità della politica di autoriformarsi e di darsi delle regole.

Ciò premesso, è evidente che, come Gruppo (non elenco, quindi, i nomi degli appartenenti al Gruppo, perché c'è anche il diritto al dissenso), condividiamo l'esigenza di affrontare nella sede propria della Commissione affari costituzionali (con le presenze più che con le deleghe) l'operatività concreta per trattare le questioni e di evitare la banalizzazione del ritualismo. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e LNP e delle senatrici Bianconi e Bonfrisco).

DE FEO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE FEO (PdL). Signor Presidente, qualche giorno fa, nell'ambito del Comitato parlamentare Schengen, Europol e immigrazione, ho incontrato il nostro ambasciatore in Libia, Giuseppe Buccino Grimaldi, cui ho chiesto come è la condizione delle donne in Libia.

La Libia è un Paese islamico, che però è stato per molto tempo un Paese laico. Gli ho chiesto qual era la situazione delle donne. Ebbene, con mia grande meraviglia, mi ha risposto che si sta elaborando una legge elettorale che prevede una lista in ordine alfabetico, nell'ordine - però - di un nome maschile e di un nome femminile che si intervallano. Ciò mi ha veramente meravigliato, perché se, guardiamo le nostre liste elettorali, la presenza delle donne è assolutamente inesistente. Io sono l'unica donna del Gruppo eletta in Campania (c'era la senatrice Contini, ma è passata altrove). Ripeto: nel Gruppo del PdL, che ha avuto un grandissimo risultato elettorale, è presente una sola donna. Spero che ci si possa adeguare almeno alla Libia, se non meglio. (Applausi della senatrice Rizzotti).

BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Certo, senatrice Baio, le do la parola, ma sulle questioni poste, perché non ho aperto la discussione. Lo dico non solo a lei, ma anche ai colleghi che seguiranno. Ha facoltà di parlare.

BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, vorrei solo porre un punto legato a questa mozione. Stiamo cercando infatti di dare un messaggio positivo all'esterno: al mondo femminile ma anche a quello maschile, a tutta la società.

Stavo iniziando a dire che la forma in politica è sostanza, e per correttezza politica mi sembra che seguire l'ordine alfabetico sia un atteggiamento da scuola elementare, quando impariamo a leggere, a scrivere e a far di conto. Rappresentiamo le forze politiche: quindi, per quanto attiene alla prima firmataria, giacché abbiamo una Capogruppo donna di una delle maggiori forze politiche qui presenti, si può iniziare dalla senatrice Finocchiaro, e proseguire, dopo di lei, con rappresentanti di altre forze politiche. Altrimenti non è unitaria: è un insieme di colleghi e colleghe che hanno firmato.

Questa è sostanza politica: diamo all'esterno la rappresentazione che tutte o la maggioranza delle forze politiche presenti qui hanno sottoscritto, firmato e conseguentemente approvato la mozione, altrimenti il messaggio che si dà all'esterno è incomprensibile.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

È iscritto a parlare il senatore Giovanardi. Ne ha facoltà. (Commenti). Colleghi!

GIOVANARDI (PdL). Signor Presidente, innanzitutto vorrei svolgere una considerazione. (Commenti).

PRESIDENTE. Scusi un momento, senatore Giovanardi. Colleghi, abbiamo voluto svolgere questa discussione e vorrei che essa fosse svolta, per noi e per coloro che sono fuori di qui, con un'alta dignità di attenzione e di rispetto.

GIOVANARDI (PdL). Mi associo all'appello del Presidente ricordando anche che, poiché stiamo parlando di una questione estremamente importante, se ci sono cerimonie fuori dal Senato è più importante la discussione e il voto del Senato rispetto alle cerimonie. Quindi non restringiamo la discussione a mezz'ora perché ci sono altre cose da fare!

Qui si affronta una questione importante, con profili di grandissima rilevanza costituzionale. Per esempio, ricordo alla senatrice che ha parlato poc'anzi che già la legge del 1994 prevedeva l'equilibrio uomo-donna, ma la Corte costituzionale l'ha dichiarata illegittima dicendo che era in contrasto netto con l'articolo 3 della Costituzione.

Inoltre, quanto all'articolo 51 della Costituzione, il testo l'ho scritto io in Consiglio dei ministri correggendo un testo che era stato presentato in tale sede e che recava la previsione delle quote. Allora il Consiglio dei ministri prima e il Parlamento dopo, approvando l'attuale testo dell'articolo 51, hanno sottolineato per l'ennesima volta - ed è il ragionamento di fondo che farò e per il quale non posso votare questa mozione - che le sacrosante politiche di parità sono quelle che devono portare a un'evoluzione della società tale per cui ovunque alle donne sia data la possibilità, in base alle loro capacità e alle loro condizioni di vita, di accedere agli alti incarichi senza essere discriminate, come già accaduto per la magistratura, per il notariato, per i medici, per i prefetti, per i concorsi di Carabinieri e Polizia, anche quelli per i questori, che sono stati vinti in maggioranza dalle donne.

Qui si tratta di rimuovere le discriminazioni e non di garantire qualcosa, tant'è vero che, se mi guardo attorno, non mi sfugge che il capo di Confindustria è una donna, il capo del maggiore sindacato è una donna, il Ministro degli interni è una donna, e parimenti il Ministro della giustizia, e che nei concorsi dove vale il merito, ovunque, c'è una stragrande maggioranza di donne vincitrici.

Ma se arriviamo invece a questa mozione, il grande impegno quale dovrebbe essere? Quello di mettere le donne che fanno politica in condizioni di fare politica senza essere discriminate rispetto a questioni familiari, ai figli, ai carichi di cui si devono sobbarcare rispetto alla disattenzione del mondo maschile. Invece la politica delle quote che cosa comporta? Cito un caso concreto: comporta che un nostro collega, che è vice sindaco di Roma, a un certo punto deve dimettersi perché al suo posto, per legge, ci deve andare una donna. Dopo di che, come hanno spiegato Antonio Baldassarre e altri eminenti presidenti della Corte costituzionale, noi, per eliminare una discriminazione teorica, facciamo delle discriminazioni pratiche. Tiriamo via Antonio e ci mettiamo Maria, o tiriamo via Maria e ci mettiamo Antonio: perché uno è più bravo dell'altro? No, lo facciamo per una questione di quota. Tu sei fuori quota e devi andartene! (Proteste dal Gruppo PD).

Scusate, ma se io in un Comune voglio presentare una lista solo femminile o voglio fare una Giunta composta solo da donne non posso farlo perché la legge obbliga la Giunta a rispettare una data percentuale di uomini e di donne. Noi togliamo la libertà, per esempio, di partecipare alle elezioni con una lista femminile, perché ci deve essere per forza una quota di genere maschile. Allo stesso modo, un concorso può essere vinto anche dal 100 per cento di donne se sono più brave degli uomini, perché l'articolo 3 della Costituzione dice che non si può essere discriminati in base al sesso. Se la donna è più brava di me, è lei che deve ricoprire quell'incarico, ma se l'uomo è più bravo deve essere lui.

Ora, la politica delle quote per legge cancella tutti questi discorsi e comporta, come ho detto prima, il fatto che per eliminare una discriminazione teorica - per eliminare la quale andrebbero rimosse tutte le condizioni che impediscono alle donne di accedere agli incarichi, da consigliere comunale a parlamentare - introduce una discriminazione di fatto, perché discrimina una persona di sesso maschile facendo passare al suo posto una di sesso femminile, o viceversa, solo in base al genere, e questo è contrario ai nostri principi costituzionali.

Capisco le condizioni economiche del Paese, anche perché mi sono interessato degli asili nido, per i quali abbiamo stanziato, come l'ex ministro Bindi prima di noi, 400 milioni di euro. È una briciola, rispetto a un Paese che ha ancora strutture e servizi molto ridotti, specialmente al Sud, per le famiglie e le donne, ma è quello il luogo dove operare per far sì che le donne possano accedere alla politica come gli uomini senza avere degli handicap che impediscono loro di farlo, non con la politica delle quote. Questo è uno dei modi costituzionalmente corretti. Ricordo infatti che la Corte è già intervenuta in materia dicendo che bisogna favorire le politiche di accesso ma bocciando una legge del 1994 che prevedeva di comporre le liste con l'alternanza uomo-donna e spiegando bene che quella legge era incostituzionale per le ragioni che ho detto sopra. (Commenti dal Gruppo PD. Proteste delle senatrici Franco Vittoria e Amati).

Io penso che il Senato sia una cosa seria. E allora, scusatemi (lo dico ai colleghi): ma come si fa a dire che per un argomento così serio si iscrivono a parlare soltanto le donne? Lo dico alle colleghe: è offensivo per voi il fatto che un argomento decisivo per il futuro del Paese e per l'equilibrio dei generi sia una questione solo delle donne e non anche degli uomini e sia una questione che il Senato liquida in mezz'ora perché c'è una cerimonia al Quirinale, senza approfondire tutti i problemi sottostanti a questo argomento, che sono decisivi per il futuro del nostro Paese! Queste sono le motivazioni per le quali mi asterrò dal voto su questa mozione. (Applausi dal Gruppo PdL. Commenti delle senatrici Bianconi e Bonfrisco).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna gli studenti e gli insegnanti dell'Istituto comprensivo «Maria Grazia Cutuli» di Roma. A loro vanno il saluto del Senato e gli auguri per la loro attività di formazione. (Applausi).

Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 576 (testo 2) e 577
(ore 10,28)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.

CARLINO (IdV). Signor Presidente, colleghi, signori rappresentanti del Governo, considerati gli impegni di molti di noi, farò una sintesi del mio intervento e chiedo di poterne lasciare agli atti il testo completo.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

CARLINO (IdV). La scarsa presenza delle donne nei luoghi decisionali della politica è un deficit della democrazia. L'Italia è in forte ritardo rispetto ai livelli di partecipazione politica di altri Paesi europei.

La conquista del diritto di voto nel 1946 coronò una storia lunga e travagliata. Ma non ha significato il raggiungimento di una vera parità con gli uomini, anzi, tuttora permangono profonde disuguaglianze, nelle istituzioni come nella società.

Se il 52 per cento dell'elettorato italiano è donna, pochissime ancora si trasformano in elette, e la questione non è squisitamente quantitativa, ma riguarda anche la possibilità che una parte consistente della società possa prendere parte ai processi decisionali e contribuire materialmente alla realizzazione di politiche in favore di tutti.

Dopo le elezioni del 2008, nell'attuale Parlamento le donne hanno superato per la prima volta il 20 per cento. La nostra classe politica, seppur di poco, è più rosa, ma sempre molto distante dagli altri Stati europei.

Allora, che fare, ci chiediamo. Introdurre con una legge l'incremento forzoso della rappresentanza paritaria di genere: la previsione di quote di genere si è rivelata l'unico strumento efficace per non perdere i talenti femminili che esistono, ma che vengono solitamente esclusi. Volutamente non parlo di quote rosa, ma di genere, come accade in tutti i Paesi.

Le quote, che noi donne per prime non amiamo, sono un mezzo verso la parità di risultato, un mezzo tramite il quale sperare di poter realizzare un progetto politico e sociale globale di piena parità politica tra donne e uomini, che costituisce l'applicazione di un principio e non di una percentuale.

In questa prospettiva, le quote non sarebbero una discriminazione nei confronti degli uomini, ma piuttosto una compensazione per le barriere strutturali che le donne incontrano nel processo elettivo.

Il Consiglio d'Europa, in una raccomandazione del marzo 2003, ha sottolineato che una rappresentanza equilibrata di uomini e donne nei processi decisionali è un'esigenza di mera giustizia e che «la parità dei sessi è elemento costitutivo, non negoziabile, della democrazia».

Dei 27 Stati europei 6 Paesi hanno previsto quote impositive nella Costituzione o nella legge elettorale; 16 Paesi - il gruppo più numeroso, tra cui l'Italia - hanno quote elettorali volontaristiche messe in atto spontaneamente da alcuni partiti politici; in 5 Paesi non è previsto alcun correttivo.

Da studi effettuati nei 6 Paesi in cui è stata presentata una legge impositiva, è emerso un dato inconfutabile: le quote funzionano, aumentando la presenza di donne fra gli eletti, anche se non in modo direttamente proporzionale. Anche perché le quote sono, ovviamente, applicate alle candidature e quindi non è detto che tutte le candidate siano elette.

Sono passati nove anni da quando l'articolo 51 della Costituzione italiana è stato modificato con l'introduzione del principio delle «pari opportunità tra donne e uomini» nelle cariche elettive. Cinque anni da quando l'Italia veniva collocata al 48° posto nella graduatoria mondiale sulla presenza delle donne nella politica, e faceva una certa impressione che al primo ci fosse il Rwanda.

Il Rapporto ombra sui diritti delle donne in Italia, elaborato alla fine dello scorso anno da una serie di associazioni, in occasione dei trent'anni della CEDAW, la Convenzione per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne, ha sottolineato una gravissima carenza di democrazia in Italia proprio a causa della sottorappresentanza delle donne nei luoghi decisionali.

La CEDAW, nel suo rapporto, sollecitava il Governo italiano «ad adottare ulteriori misure per accrescere il numero delle donne nelle cariche pubbliche e politiche, anche attraverso l'uso delle quote di genere».

Siamo certamente anche davanti a un problema culturale; come ha sottolineato più volte anche il presidente Napolitano è necessario «incidere essenzialmente sulla cultura diffusa, sulla concezione del ruolo della donna, sugli squilibri persistenti e capillari nelle relazioni tra i generi».

È per questo che mi sembra un risultato importantissimo la mozione che stiamo approvando oggi, la quale ha avuto la sottoscrizione da donne appartenenti a tutti i Gruppi politici.

Purtroppo i cambiamenti culturali richiedono tempi lunghi, e quindi è sempre più impellente approvare una legge sulla rappresentanza di genere che preveda l'accesso alle cariche elettive in condizioni di parità tra donne e uomini, in tutte le elezioni, dalle circoscrizioni comunali al Parlamento.

Del resto, anche alcune leggi elettorali regionali, come, per esempio, quella della Campania, peraltro «benedetta» dalla Corte costituzionale, già lo prevedono e danno i risultati auspicati.

Sarebbe opportuno anche il formale coinvolgimento, nell'auspicata opera normativa, della Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna, operante presso la Presidenza del Consiglio, oltreché delle associazioni e dei movimenti che sul piano nazionale si occupano di pari opportunità tra uomo e donna.

Questa è la proposta dell'Italia dei Valori. Questa è la richiesta che viene dal movimento delle donne, che sta vivendo una nuova stagione attiva e propositiva e che chiede di contare di più, non per la propria affermazione, ma per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese.

Pertanto il voto del mio partito non può che essere favorevole. (Applausi dal Gruppo IdV e delle senatrici Bianconi e Colli. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Poli Bortone. Ne ha facoltà.

POLI BORTONE (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, questa è stata la prima volta in cui ho firmato una mozione che riguarda questo problema. L'ho firmata perché pensavo che non dovessimo parlare mai più del problema delle quote e per un fatto di coerenza con me stessa, perché nel tempo ho fatto una riflessione sulle percentuali di presenza delle donne fra elettorato attivo e passivo. La mia riflessione è consistita solo in questo: mi intrigava pensare che il 52 per cento dell'elettorato attivo composto da donne potesse vedere anche un riflesso nell'elettorato passivo. Sta a noi legislatori individuare le modalità per combinare questo rapporto.

Oggi abbiamo celebrato e stiamo celebrando - in un'atmosfera che, come dirò tra breve, non mi è piaciuta assolutamente e non mi sta piacendo, per come si sta svolgendo il dibattito in Assemblea - l'incapacità di noi legislatori di mettere un punto fermo rispetto a un problema che ci stiamo ponendo non da ieri, ma credo da una cinquantina d'anni e che ritualmente, purtroppo, celebriamo in questo benedetto 8 marzo, che faremmo bene a non celebrare più nelle Aule del Parlamento. Credo, infatti, sia veramente un rito del tutto inutile, aggravato ‑ se me lo consentono i colleghi uomini ‑ dalle loro firme, apposte pietosamente in questa circostanza (Applausi delle senatrici Boldi, De Feo e Sbarbati), che, per quanto mi riguarda (capisco che è poca cosa), non sono assolutamente gradite. (Applausi delle senatrici Boldi, De Feo e Sbarbati). È veramente fuori luogo, è un atteggiamento così paternalistico: «vi abbiamo concesso persino le nostre firme». Per fare che cosa? Per andare a celebrare un rito che continuerà a non servire assolutamente a nulla.

Condivido appieno quello che ha detto il collega Pasquale Viespoli, e oggi sono qui solo per fare un favore a lui e niente di più: lo dico chiaramente alle colleghe, e anche ai colleghi, se amano sentire. Condivido quanto afferma il senatore Viespoli: nella Commissione affari costituzionali vi è in itinere un disegno di legge sul tema.

Se me lo consentite, vorrei ancora aggiungere che, forse, nel 2008, quei partiti che impropriamente sono citati in questa mozione hanno avuto tutta l'opportunità di formare un Parlamento costituito per il 50 per cento da donne. Quando mai si è verificata un'opportunità del genere? I partiti hanno deciso di non dare ai cittadini la possibilità di scegliersi democraticamente gli eletti: li hanno scelti loro. È chiaro ed evidente che i partiti siamo noi qui dentro; che i partiti sono quelli che hanno nelle mani il potere e che sono fuori; che sono quelli che hanno deciso che, per gentile concessione, ci doveva essere un certo numero di donne. Se qualcuna di noi ha la disgrazia di pensare un pochino di più non è neanche molto gradita all'interno dei partiti, anzi, se si può espellere è tanto di guadagnato. (Applausi dei senatori Fleres, Sbarbati e Scarpa Bonazza Buora).

L'unica azione positiva - sono quelle che riconosco - in questi ultimi tempi è stata quella del Governo Monti che, devo riconoscerlo, ha affidato il Ministero dell'interno, il Ministero del lavoro e il Ministero della giustizia a tre donne, alle quali vanno gli auguri migliori e veramente sinceri. (Applausi dei senatori Amato, Sbarbati e Scarpa Bonazza Buora). Credo, infatti, che, avendo nelle loro mani la giustizia, il lavoro e l'interno potranno condurre veramente un'azione positiva e cambiare - mi auguro - la cultura politica di questo Paese.

Possiamo arrovellarci il cervello per approvare tutte le leggi che vogliamo, ma dobbiamo capire che ci sono donne capaci - convengo con il senatore Giovanardi - non soltanto di diventare magistrati, ma anche di fare politica. Non è detto, infatti, che le donne che fanno politica non siano in grado di farlo.

Ma cosa hanno fatto i partiti fino ad ora per far crescere le donne? Sono una vecchia parlamentare: me lo ricordo l'emendamento rosa (il 5 per cento dei bilanci dei partiti), perché si doveva seguire, all'interno dei partiti, una linea per far crescere le donne e quindi per migliorare la qualità dell'offerta politica. Credo che nessuno sia mai andato a guardare se nei bilanci dei partiti, effettivamente peraltro, quel 5 per cento sia stato investito in questo modo, perché probabilmente oggi, in assenza dei partiti, che sono in sospensione d'identità, avremmo avuto più donne che, qualitativamente, avrebbero potuto dare molto di più all'interno del Parlamento.

Signor Presidente, io so che darò forse un dolore soprattutto al mio Capogruppo, che è persona alla quale voglio decisamente bene perché ci conosciamo, per fortuna, da tanti anni e viviamo nello stesso tipo di comunità valoriale che non si è mai interrotta nel tempo, ma è un problema stare in un'Aula nella quale l'8 marzo si celebra - solo oggi si dovrebbe parlare di donne - in fretta e furia perché c'è qualcuno che ha qualche altra cosa da fare, nella quale non si possono fare le dichiarazioni di voto, perché così è stato stabilito, così facciamo in fretta. Inoltre sento che gli uomini sono graditi, ma quel tanto che basta (q.b., quanto basta, come nelle ricette) per dire qualcosa. Eppure sono loro che, insieme con noi, dovrebbero fare le leggi, quindi semmai un'assunzione di responsabilità oggi l'avremmo voluta sentire più che altro da loro.

Ho sentito parlare, cosa assurda, di donne dell'arco costituzionale. Io nel mio animo, consentitemi di dirlo, sono sempre stata missina. (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL e del senatore De Angelis). Allora sono fuori dall'arco costituzionale? Penso che siamo tutti nella Costituzione italiana. Penso che tutti rispettiamo gli articoli della Costituzione italiana. Ma di che cosa stiamo parlando? Possiamo fare le battaglie di retroguardia pretendendo di essere numericamente di più nel Parlamento? Ho sentito delle cose veramente assurde.

Allora, scusatemi tanto, anch'io avevo firmato questa mozione, ma onestamente non me la sento di sostenerla. Aspetterò che i colleghi e le colleghe in Commissione affari costituzionali, se lo riterranno, facciano il loro dovere. Per quel che mi riguarda, continuerò a fare le mie battaglie politiche, sola o in compagnia, ma certamente con coraggio, (Applausi dai Gruppi CN:GS-SI-PID-IB-FI e PdL e delle senatrici Giai, Poretti e Sbarbati. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Baio. Ne ha facoltà.

BAIO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, non credo che impiegherò tutto il tempo a mia disposizione, e comunque chiedo di poter consegnare il testo del mio intervento.

Questa mattina si è cercato di rimediare, perché la mozione n. 576 (testo 2) è stata sottoscritta, oltre che dalla componente femminile, dalla componente maschile.

La storia italiana, non quella di altri Paesi, è ricca della presenza e dell'impegno sociale delle donne. Credo però che, nell'anno 2012, presentare una mozione solo con le firme femminili sia il segno di un passato che noi speravamo, immaginavamo e volevamo che fosse profondamente superato.

Noi sappiamo che la storia è una storia in cui l'«unidualità», la presenza maschile e la presenza maschile, è ancora dispari, non pari. Però vorremmo che almeno la maturità umana, civile e politica ci portasse, in quest'Aula, a voler guardare e a voler andare avanti. Se vogliamo affrontare il tema della rappresentanza, una rappresentanza oggi dispari, profondamente dispari, e poi presentiamo una mozione sottoscritta solo da donne, diamo il segno di un passato vecchio, di un passato che ha portato anche alla sconfitta. (Applausi dei senatori Rutelli e Pedica). Infatti oggi, se guardiamo qui dentro, scopriamo che gli uomini sono molto molto più presenti rispetto alle donne.

Se vogliamo guardare avanti, la discussione e l'approvazione di questa mozione oggi devono servire ad aiutarci a cambiare le leggi, perché questo è il Parlamento e non l'Ufficio studi. Già sarebbe importante che gli Uffici studi approfondissero queste tematiche, ma a noi, che siamo il Parlamento, è assegnato il compito di marcare la differenza dal punto di vista legislativo per creare le condizioni atte a rimuovere tutti gli ostacoli che ancora si frappongono al raggiungimento di tale obiettivo. Questo dovrebbe contribuire anche a far cambiare una certa cultura all'interno del nostro Paese e a farla crescere. Le donne qui presenti, che si sforzano di rappresentare tutta la società, ma in modo particolare le donne, e che sperano di farlo al meglio, hanno attraversato un determinato percorso che le ha aiutate ad essere qui.

In conclusione, signor Presidente (ribadendo che chiedo l'autorizzazione a consegnare alla Presidenza il testo scritto del mio intervento, al fine di farlo allegare al resoconto della seduta odierna), rivolgo un appello a tutti noi affinché oggi, 8 marzo, in quest'Aula - anche se non abbiamo dato proprio il meglio di noi - cominciamo a guardare avanti e a creare le condizioni per la rimozione di tutti gli ostacoli ancora oggi esistenti, a partire dalle forze politiche. Queste ultime, nonostante stiano attraversando un periodo di crisi, esistono ancora: ebbene, il momento di forte unità che stanno vivendo speriamo ci permetta di uscire dalla grave crisi economica nella quale ci troviamo.

Salutiamo la signora ministro Fornero, che è appena arrivata in Aula, sottolineando che apprezziamo la sua presenza durante questa discussione e che riteniamo che il fatto che faccia parte del Governo in carica costituisca un contributo ad andare in questa direzione.

Mi appello, però, anche a tutti i colleghi affinché innanzitutto noi ci diamo un calendario - deciso «unidualmente», da parte di uomini e donne insieme - che ponga attenzione a tematiche squisitamente femminili, come quella gravissima della violenza contro le donne. Abbiamo presentato una mozione a tal proposito, che chiediamo venga calendarizzata al più presto, e reclamiamo una presenza femminile nei gruppi, fuori dalle Aule delle Commissioni, dove si individuerà il percorso della riforma costituzionale e di quella elettorale.

La sensibilità maschile e femminile fortunatamente è diversa. A dimostrazione di questo concetto, concludo il mio intervento leggendo una frase di Givanni Paolo II che vuol essere un monito, per noi tutte, ma per me che sto parlando per prima, affinché lavoriamo non solo per cambiare le leggi, ma anche per contribuire a cambiare la cultura nei partiti e nella società: «la donna e l'uomo non riflettono un'uguaglianza statica e omologante, ma nemmeno una differenza abissale e inesorabilmente conflittuale: il loro rapporto più naturale (...) è "l'unità dei due", ossia una "unidualità" relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante».

Ciò che chiediamo qui oggi, come Gruppo Per Il Terzo Polo:ApI-FLI è che questo dono arricchente e responsabilizzante diventi risorsa effettiva per il nostro Paese, così da evitare che tale separazione contribuisca a portarci verso il baratro. Con la riforma elettorale, ci auguriamo di riuscire davvero a dare tale dono arricchente e a valorizzare la risorsa femminile. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLIe del senatore D'Ubaldo).

PRESIDENTE. Senatrice Baio, la Presidenza l'autorizza a consegnare il testo del suo intervento.

È iscritta a parlare la senatrice Boldi. Ne ha facoltà.

BOLDI (LNP). Signor Presidente, colleghi, sono stata eletta per la prima volta in Senato nel 2001 ed effettivamente è da allora che tutti gli anni l'8 marzo si trasforma in una giornata in cui bisogna parlare del problema della rappresentanza delle donne in politica, che però alla fine assume quasi le sembianze di una commemorazione di quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto; dopo di che votiamo una mozione, in qualche modo, andiamo a casa ed è finita lì.

Devo dire che, ormai da anni, ci raccontano che l'equilibrio della rappresentanza politica sarebbe avvenuto automaticamente, così come automaticamente si è sviluppata nella nostra società la possibilità per le donne di accedere a cariche nella scuola, nella magistratura, in campo privato, nelle aziende, eccetera. Ho creduto in questa cosa e, in parte, continuo a crederci. Il problema è che in politica non si arriva per titoli ed esami. Infatti, se in politica si arrivasse per titoli ed esami, molto probabilmente, così come in altri campi, in quest'Aula ci sarebbe un numero adeguato di donne rispetto agli uomini. Ma non è così. Allora, nonostante io sia stata per molto tempo di quelle che dicevano e pensavano che l'equilibrio della rappresentanza politica sarebbe stato un cammino naturale, noto che gli anni sono passati senza che nulla accadesse.

Ho cominciato così a pensare che laddove ci si trovi in una società, nell'ambito della quale questo naturale processo non avviene, forse dargli una spintarella, facendo in modo di intervenire con azioni positive, non è sbagliato, perché evidentemente, dal punto di vista culturale, la società italiana non è preparata a questo passo e ha una resistenza enormemente superiore a quella che si registra in altri Paesi.

È vero che non ci sarà bisogno semplicemente di una legge, e non so come essa potrà essere. Veniva ricordato dai colleghi che il vero obiettivo è quello di esaminare e portare avanti i disegni di legge che sono all'esame della Commissione affari costituzionali. Il Governo obiettivamente c'entra poco o niente, perché sono decisioni che vengono prese a livello parlamentare. A maggior ragione, un Governo che si presenta non come un Governo politico, ma come un Governo tecnico, dovrebbe, a mio parere, mantenersi assolutamente fuori da questo tipo di argomenti.

Ribadisco però che non vedo ostacoli alla possibilità di accelerare l'equilibrio della rappresentanza anche con una qualche norma, magari temporanea, anche perché si è visto che in moltissimi Paesi è stato sufficiente applicare queste norme positive per un certo periodo di tempo per raggiungere l'equilibro. A quel punto le cose funzionano perché, nel momento in cui si è raggiunto l'equilibrio, aumenta il numero della rappresentanza femminile nei posti che contano all'interno dei partiti. Alla fine, infatti, è sempre lì che cadiamo: non ci sono donne ai tavoli che veramente contano, nei quali si decide su queste tematiche e, come ricordava la senatrice Poli Bortone, quale migliore occasione delle liste bloccate se i partiti volevano mettere più donne in politica? (Applausi della senatrice Adamo). È stato deciso dalle segreterie e sarebbe stato assolutamente facile decidere di mettere più donne. Così non è stato. Evidentemente c'è ancora qualcosa che non funziona.

Ricordo al senatore Giovanardi, che non c'è più (ma la mia osservazione rimarrà agli atti), che in realtà, rispetto ad alcune leggi regionali, ad esempio della Regione Valle d'Aosta e della Campania, la Corte costituzionale si è assolutamente espressa in senso positivo rispetto a questo favor nei confronti del genere femminile, giudicandole assolutamente compatibili con la Costituzione.

Pertanto, personalmente, a livello personale (lo ripeto per la seconda volta), ho aderito a questa mozione, l'ho firmata, la voterò e spero non lasci assolutamente il tempo che trova; questo ce lo diranno i lavori della Commissione affari costituzionali, e vedremo come si svilupperà il dibattito. Però, vi prego: ormai inizio ad avere una certa età, e a chi dice: «Ma con le quote vi sentite una riserva indiana; voi dovreste essere quelle che più di tutte difendono la possibilità per le donne di arrivare in politica», rispondo che sono tutte storie (mi verrebbe da dire un altro termine), perché non è così, non è mai stato così e sappiamo che non sarà così. Per cui non mi sento minimamente sminuita se penso che ci sarà una legge che favorisce in qualche modo, anche temporaneamente, ripeto, l'accesso delle donne alla politica.

Ho assistito un po' di tempo fa ad un monologo molto bello, che si intitolava: «A noi ci ha fregato il '68». Ecco, a noi ci ha sempre fregato il '68, vediamo di finirla lì. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Franco Vittoria. Ne ha facoltà.

FRANCO Vittoria (PD). Signor Presidente, i colleghi ricorderanno che nel 2003 questo Parlamento ha approvato una modifica dell'articolo 51 della Costituzione, al quale, a proposito delle cariche elettive, è stato aggiunto un periodo che recita: «A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». Appunto, la Repubblica «promuove», ma in che modo? È questo il punto. In nove anni non siamo stati capaci di fare una legge che contenga una norma antidiscriminatoria.

Molti colleghi ricorderanno il fallimento di ogni tentativo compiuto in occasione della discussione della legge elettorale in vigore e l'intervento del senatore Giovanardi ci fa capire perché gli uomini in quell'occasione fecero barriera. È un argomento che evidentemente accende gli animi, come anche stamattina abbiamo visto; le cose però stanno cambiando, i tempi oggi sono maturi per un altro passo verso la parità.

Le donne sono capaci - anche qui mi vorrei rivolgere al senatore Giovanardi, che ha parlato e se n'è andato - e spesso lo sono anche più degli uomini (Applausi dal Gruppo PD), solo che hanno bisogno di opportunità e di condizioni di parità e non di sottoporsi a test di capacità tutte le volte che devono fare qualcosa. Le donne chiedono parità anche nelle istituzioni; come donne vogliamo condividere il mondo, le responsabilità di governo, della costruzione delle istituzioni della democrazia e tutta la sfera pubblica.

Vogliamo appunto una democrazia paritaria, che vuol dire non solo quote, colleghe e colleghi, ma uomini e donne insieme per un nuovo patto di condivisione. Ecco perché stamattina anche le firme degli uomini alla mozione sono importanti, perché sono un impegno verso questo obiettivo.

E non è un fatto corporativo, come qualcuno pensa, ma è in gioco la capacità di modernizzazione del Paese, quindi un obiettivo molto più ampio. È un fatto, e tutte le ricerche lo confermano, che la condizione di emarginazione delle donne si accompagna all'enorme difficoltà dell'Italia sulla strada della modernizzazione; e di questo processo fa parte anche l'eguale rappresentanza fra i generi, perché questo vuol dire creare una società più inclusiva e dinamica, una democrazia più giusta. Oggi non è più possibile costruire un Paese più moderno e più giusto se le donne non sono protagoniste, se non si valorizzano i loro saperi, le loro capacità nelle professioni, nelle carriere, nei ruoli dirigenti e anche nelle leadership politiche.

E se i partiti non lo capiscono, senatrice Poli Bortone (lei lo sa benissimo), una legge è necessaria. Ciò vuol dire, signor Presidente, colleghe e colleghi, che questo Parlamento non potrà per la seconda volta assumersi la responsabilità di varare una legge di riforma elettorale che non preveda la norma antidiscriminatoria. Questa volta le barriere le faremo noi! (Applausi dai Gruppi PD, PdL e della senatrice Contini).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrici Allegrini. Ne ha facoltà.

ALLEGRINI (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, come ogni anno 1'8 marzo le donne parlano di donne, ma è innegabile che la gravità del momento economico e la crisi della politica e delle istituzioni, nella prospettiva della riforma istituzionale e della legge elettorale e di un imprescindibile ripensamento del ruolo dei partiti, renda l'odierna discussione un'occasione assolutamente diversa ed unica che, proprio per questo, deve essere colta nel migliore e più costruttivo dei modi.

La discussione sulla parità di genere nella società italiana può toccare oggi qui, attraverso la mozione che tutte insieme le senatrici hanno voluto sottoporre al giudizio dell'Aula, un punto alto e definitivo. Vogliamo uscire oggi da quest'Aula con un impegno chiaro, preciso, concreto, con una indicazione inequivocabile della volontà del legislatore non tanto di mettere fine a discriminazioni di sorta, ma piuttosto di utilizzare ogni mezzo, giuridicamente e moralmente proponibile, per raggiungere l'obiettivo finale di equa partecipazione alla vita politica e istituzionale.

Se la politica non fosse stata per tanto tempo esclusivo appannaggio degli uomini, sono certa non saremmo qui oggi a chiederci come colmare un gap che sembra ancora incolmabile. Se noi donne avessimo avuto 1'elettorato attivo e passivo esattamente nello stesso momento, sarebbero emerse le capacità e le ambizioni che in tutti gli altri campi le donne hanno già saputo dimostrare.

Come è possibile pensare di poter costruire la nuova architettura costituzionale italiana senza tenere conto degli indirizzi dell'Unione europea ampiamente illustrati nella mozione? Unione europea che, peraltro, tanto peso ha avuto nelle ultime scelte politiche del Governo e del Parlamento. Senza poi tener conto della palese inadempienza rispetto a quanto faticosamente a suo tempo sancito con la modifica dell'articolo 51 della Costituzione e del pericoloso arretramento delle condizioni economiche della donna in Italia, che paga più degli uomini il costo della crisi e della recessione, di cui disoccupazione, sottoccupazione e riduzione del welfare sono solo alcuni aspetti. E neppure si possono dimenticare tutti quei fenomeni di violenza, psicologica e fisica, domestica e non, a danno delle donne, che non accennano a diminuire e anzi assumono contorni preoccupanti ed inquietanti, per la eradicazione dei quali la presenza delle donne ad ogni livello istituzionale è di fondamentale importanza.

Intendo dire che il dibattito sul gender gap non può inquadrarsi esclusivamente in termini quantitativi, ma va visto anche e soprattutto nella sua dimensione qualitativa, quale difesa di specifici bisogni di genere. Problema, questo, scientifico e politico insieme tutto da studiare, vista la riluttanza di molti politologi a riconoscere la dimensione di genere come fattore di influenza nelle decisioni politiche. Infatti, non esistono ancora studi che dimostrino quanto la differenza di genere sia fattore propulsivo di processi politici. Inoltre, la crescente permeabilità e contiguità tra il potere economico e quello politico rischia di mettere fuori gioco le donne dall'uno e dal1'altro ambito. L'auspicato e poi contestato sistema delle quote è solo uno dei mezzi attraverso i quali si è reso possibile in molti Stati il riequilibrio di genere.

Oggi noi siamo consapevoli che la particolare circostanza di una legge elettorale con lista bloccata unita al sistema delle quote può non garantire ciò che a noi più preme: 1'affermazione delle capacità, della militanza e dell'impegno femminile comunque manifestato nella professione, nella politica, nel sociale. In una parola, la meritocrazia. Ancor più mortificante sarebbe, per le donne, se 1'establishment maschile esistente compisse scelte senza regole certe, in autarchia, e con la finalità dell'autotutela.

Per questo, è di non poco conto l'impegno che nella mozione 1-00576 (TESTO 2) si chiede al Governo: sostenere tutte le iniziative legislative del Parlamento che superino la discrezionalità dei partiti nell'affermazione del principio di riequilibrio di genere. Vi è la consapevolezza che questo obbiettivo si può realizzare solo attraverso un sistema sanzionatorio per i partiti che può andare dall'esclusione delle liste ad una valutazione delle inadempienze in sede di rimborsi elettorali.

Cito un recentissimo lavoro fornito dal Servizio studi del Senato sulla rappresentanza di genere in politica, nel quale si evidenzia che le quote, da sole, non bastano ad assicurare 1'aumento del numero delle donne nelle istituzioni. L'esempio della Finlandia dimostra che anche senza quote previste dalla legislazione o adottate volontariamente dai partiti un Paese può essere tra i primi nella rappresentanza di genere. Alla stessa conclusione si arriva se si guarda il risultato dell'Emilia-Romagna, che ha il 20 per cento di donne nel proprio Consiglio regionale pur non avendo modificato la legge. D'altra parte, gli esempi di Francia e Slovenia mostrano come, anche in presenza di entrambi i tipi di quote, il numero delle donne elette può rimanere molto basso.

Oltre al sistema elettorale scelto (le quote sembrerebbero più efficaci nel sistema proporzionale), vi sono altri fattori essenziali per aumentare la rappresentanza. Un ruolo di primo piano deve essere svolto dai partiti che, per primi, possono dare maggiore visibilità alle donne ed alla loro attività politica. I partiti, certamente da riformare e regolamentare, sono anche 1'elemento chiave per la presenza del cosiddetto processo imitativo e di contagio. Secondo alcuni studiosi, infatti, l'adozione di quote da parte di partiti minori ha portato anche i maggiori ad applicarle, sia per paura di perdere voti rispetto a formazioni maggiormente innovative, sia perché 1'utilizzo nei partiti minori ha dimostrato che le quote non sono penalizzanti in termini di voti raccolti.

Non si può poi prescindere dallo sviluppare una capacità delle istituzioni di promuovere una vera cultura di parità in tutti i settori della vita del nostro Paese; ciò rende necessario un cambiamento di mentalità e di approccio non solo politico, ma anche economico e sociale. In Italia, ad esempio, una vera alleanza tra le donne che fanno politica e i mass media non è mai nata e costituirebbe invece un supporto strategico fondamentale.

Per tali motivi, il Popolo della Libertà, protagonista assoluto e responsabile della fase di riforma delle istituzioni democratiche italiane, sosterrà la mozione n. 576 (testo 2).

In conclusione, credo sia giusto ricordare oggi un uomo, Salvatore Morelli, sconosciuto ai più, affiliato alla «Giovine Italia», deputato dal 1867 al 1880, che primo in Europa presentò proprio nel 1867 il disegno di legge dal titolo «Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti civili e politici», forte risposta al codice civile italiano del 1865 che sottometteva la donna all'autorizzazione maritale facendone una minorenne a vita. Nel 1875 propose un nuovo diritto di famiglia (esattamente cento anni prima della riforma del 1975), che prevedeva l'eguaglianza dei coniugi nel matrimonio, il doppio cognome, i diritti dei figli naturali (allora si chiamavano illegittimi) e il divorzio. Sempre nel 1875 presentò un disegno di legge con cui si chiedeva il diritto di voto per le donne. Nel 1877 fu approvata la sua legge che consentiva alle donne di essere testimoni in atti del codice civile, come i testamenti, importante progresso per 1'affermazione della capacità giuridica delle donne. Il suo libro «La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale», tradotto in inglese e francese, aveva anticipato quello di Stuart Mill sull'emancipazione femminile «La servitù delle donne».

Cito Morelli perché oggi siamo chiamati a competere con la sua, e quella di tanti altri, capacità anticipatrice ed innovatrice.

Siamo qui oggi, tutte insieme e veramente unite, a dire, non agli uomini di questo Parlamento, ma a tutti gli italiani, che la vera unità è quella che si fonda sulla coesione sociale, che non può prescindere dalla riduzione delle disuguaglianze pur nella valorizzazione delle differenze, anche sessuali.

Ripensiamo a quante donne hanno fatto e continuano a fare, nel silenzio, questa Italia: una giovane donna di 150 anni che solo così potrà vedere la propria storia e la propria cultura proiettarsi nel futuro. (Applausi dai Gruppi PdL e PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, al quale chiedo di esprimere il parere sulla mozione presentata.

MARTONE, vice ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signor Presidente, anzitutto mi unisco al suo augurio affinché questo 8 marzo segni un passo avanti verso un'Italia più giusta, uguale e libera. E infatti, nonostante l'articolo 51 della Costituzione, come recentemente modificato con la legge costituzionale n. 1 del 2003, riconosca a tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso il diritto di accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza e impegni la Repubblica a promuovere, con appositi provvedimenti, le pari opportunità tra donne e uomini, le donne sono purtroppo ancora ben lontane dal raggiungere posizioni di parità rispetto agli uomini sia in ambito politico che economico.

Proprio al fine di assicurare una maggiore partecipazione delle donne all'attività politica, è all'esame della Commissione affari costituzionali della Camera il disegno di legge n. 3466 che introduce le quote di lista e la cosiddetta doppia preferenza di genere. Il fine che il disegno di legge intende perseguire è quello di colmare il divario esistente tra uomini e donne nella rappresentanza politica in seno agli organi rappresentativi degli enti locali.

Secondo i dati relativi alle ultime elezioni comunali, purtroppo risultano attualmente in carica 891 donne sindaco su un totale di 8.092 Comuni (solo l'11 per cento). Un dato che mostra una lieve crescita della presenza femminile nei vertici amministrativi comunali, dal momento che in precedenza le donne sindaco erano solamente 865 (il 10,69 per cento). Nelle Province italiane la situazione non è migliore, posto che delle 107 Province italiane solo 13 sono amministrate da presidenti donna, con una percentuale pari al 12 per cento.

Se approvato, il disegno di legge sarà in grado di promuovere e assecondare un progressivo e naturale innalzamento della presenza femminile negli organi rappresentativi più vicini ai territori e alle popolazioni affinché l'incremento della partecipazione femminile possa servire da impulso e da base di partenza per il raggiungimento di accettabili livelli di presenza delle donne anche nelle assemblee elettive regionali, nazionali ed europee.

Il provvedimento, proprio per questo, è in linea con la più recente giurisprudenza costituzionale e con gli interventi legislativi regionali in materia elettorale, incide sui criteri di formazione delle liste per l'elezione dei Consigli comunali e riconosce all'elettore la possibilità di attribuire, in ambito comunale, una seconda preferenza, purché ad un candidato di sesso diverso, offrendo alle candidate e ai candidati una parità di chances nella competizione elettorale in funzione antidiscriminatoria, senza influire sui diritti dei cittadini e sulla libertà di voto degli elettori.

Il disegno di legge stabilisce, inoltre, l'obbligo per gli enti locali di modificare i propri statuti in modo tale che, nel rispetto del principio di pari opportunità, venga garantita la presenza di entrambi i sessi nelle Giunte e negli organi collegiali comunali e provinciali, nonché degli enti, aziende ed istituzioni da essi dipendenti.

Tra le iniziative positive adottate, e che costituiscono un importante punto di partenza, segnalo la campagna avviata con l'ANCI, in occasione delle ultime elezioni amministrative, a favore della democrazia paritaria nei Comuni italiani. La campagna, che ha ottenuto l'adesione da parte dei candidati a sindaco di 68 Comuni, nasce per far fronte a una situazione critica, che vede su 2.285 Comuni il 32 per cento guidato da Giunte in cui la componente femminile è del tutto assente e un tasso di partecipazione femminile agli organi di governo dei Comuni che si attesta solo intorno al 19 per cento. La presenza di più donne nelle assemblee elettive e negli organi esecutivi dei Comuni risponde alla richiesta di rinnovamento avvertita da tutti i cittadini. Ritengo, infatti, che dalla sensibilità e dalla concretezza delle donne possa nascere uno stile di governo più attento, capace di interpretare i bisogni e offrire risposte a tutti i cittadini, uomini e donne, con uno sguardo più attento ai problemi della quotidianità.

Ma la necessità di incrementare la presenza femminile non è riducibile solo all'ambito politico. È infatti necessario che le stesse assumano un ruolo crescente anche in ambito economico.

Segnalo inoltre che nel corso del Consiglio dei ministri dello scorso 24 febbraio è stato approvato lo schema di disegno di legge recante modalità di elezione del Consiglio provinciale e del presidente della Provincia, il cui spirito sembra essere perfettamente in linea con il disegno di legge appena richiamato, dal momento che prevede, all'articolo 2, comma 6, «nel rispetto del principio di pari opportunità, la necessaria presenza di candidati di entrambi i sessi in ciascuna lista, salvo motivata impossibilità, che deve essere esplicitata dai sottoscrittori con un'apposita dichiarazione, da produrre in sede di presentazione della lista». L'articolo 4, al comma 2, in merito alle modalità di voto prevede per l'elettore la possibilità di esprimere due preferenze a favore di candidati di sesso diverso.

Si tratta di passi importanti per promuovere l'uguaglianza tra i generi di cui si è parlato questa mattina con i begli interventi durante la discussione e per poter raggiungere quell'equilibrio necessario alla costruzione di un modello europeo di democrazia matura. Coinvolgere le donne è giusto e proficuo; è un'occasione preziosa da non perdere, che può incentivare la crescita culturale ed economica del Paese ed accrescere altresì il benessere della collettività.

Ritengo, quindi, che il Governo possa assumere l'impegno di favorire, nel corso dell'esame dei disegni di legge in materia di riforma elettorale, ogni iniziativa volta a rimuovere gli ostacoli che di fatto contrastano l'eguaglianza di genere nelle cariche elettive. Ritengo altresì che il Governo possa impegnarsi ad individuare adeguate strategie volte a rimuovere, anche attraverso idonee misure in favore del sesso meno rappresentato, gli ostacoli alla realizzazione di un'effettiva eguaglianza di genere e a una compiuta ed effettiva partecipazione delle donne alla vita democratica.

Buon 8 marzo! (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare sull'ordine dei lavori il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (PdL). Signor Presidente, in realtà avevo chiesto di intervenire nella discussione, ma probabilmente c'è stato un equivoco: ma come, è un uomo che chiede di intervenire? Dal momento, però, che altri sono intervenuti, non credo di avere meno diritto degli altri e delle altre.

Avrei voluto dire che ritengo che, generalmente, viviamo in un Paese che ha un rapporto maturo tra gli uomini e le donne e che ci sono, però, in questi rapporti, degli aspetti talora imbarazzanti. Ad esempio, nel contratto per le lavoratrici precarie della televisione di Stato c'è una clausola secondo cui il rapporto di lavoro si può risolvere in caso di gravidanza. Questa la trovo una faccenda davvero imbarazzante. (Applausi dai Gruppi PdL e PD e delle senatrici Carlino e Sbarbati). C'è una grande compagnia aerea (di cui non è necessario fare il nome, ma che ha fruito di enormi aiuti da parte governativa) che ha obbligato le lavoratrici e i lavoratori con bambini minori a firmare la rinuncia ai diritti che tutti i genitori di bambini sotto una certa età hanno. Queste sono cose che trovo imbarazzanti. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).Così come trovo imbarazzanti determinati atteggiamenti che si vengono a verificare in occasioni come queste, quando discutiamo leggi o mozioni di questo genere (o meglio: di questo tipo, per evitare problemi).

Credo che l'argomento necessiterebbe di un approfondimento e di un pragmatismo maggiori. Discuteremo la legge elettorale e, in quella sede, dovremo trovare la soluzione migliore. (Applausi del senatore Izzo). Partire da documenti che affermano che in Italia non c'è una parità di diritto all'elettorato passivo non mi sembra un buon punto di partenza, specialmente se bisogna approvarli in fretta e furia perché dopo c'è una cerimonia, per quanto rispettabilissima, ma fuori dal Parlamento. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Sbarbati).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna gli studenti e gli insegnanti del Liceo scientifico e classico «Isaac Newton» di Chivasso, in provincia di Torino. A loro va il saluto del Senato e gli auguri per la loro attività di studio. (Applausi).

Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 576 (testo 2) e 577
(ore 11,19)

PRESIDENTE. Prima di passare alle dichiarazioni di voto, mi sembra di poter rilevare che il Vice Ministro, con il taglio del suo intervento, abbia espresso un parere favorevole sulla mozione in esame. È così?

MARTONE, vice ministro del lavoro e delle politiche sociali. Sì, signor Presidente.

PRESIDENTE. Passiamo dunque alla votazione.

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, la ringrazio per aver consentito questo dibattito, che ha previsto interventi sia in discussione che in dichiarazione di voto. Ringrazio anche il Vice Ministro per la notizia che ha dato, che riguarda un importante disegno di legge di carattere elettorale.

Contrariamente a quanto è stato detto, credo che questa sia un'occasione importante per fare il punto della situazione, e voglio per questo ricordare, perché non è stato ancora evidenziato, che proprio in quest'Aula un anno fa abbiamo approvato una legge molto importante, quella con la quale si prevede la norma di garanzia affinché nei board delle società quotate in Borsa sia prevista la presenza di un terzo di donne. Questo permetterà, per il 2018, di passare da una percentuale della presenza femminile che attualmente è di circa l'8 per cento al 30 per cento. È un rilievo importante, perché il nostro è uno dei pochissimi Paesi dell'Unione europea ad avere questa legge e la commissaria Reding lo ha riconosciuto due giorni fa e, facendo il punto della situazione europea, ha dovuto ammettere che l'autoregolamentazione purtroppo non ha prodotto i suoi frutti.

Tuttavia, c'è anche la questione che il tema del lavoro e dell'occupazione femminile non è ancora entrato nell'agenda politica del Governo, ma sono molto fiduciosa che vi entrerà, perché fin dalla sua prima venuta in Aula il presidente Monti ha sottolineato l'importanza dell'occupazione femminile, così come il ministro Fornero, che proprio ieri, intervenendo a un interessante incontro presso la Banca d'Italia, ha detto che l'obiettivo dell'occupazione delle donne al 60 per cento è raggiungibile. Certo, bisogna intervenire là dove si può, perché le risorse sono poche, e quindi agire sul tema soprattutto con interventi che riguardino la conciliazione fra lavoro e famiglia. Credo allora che sarà importante che il Governo dimostri, così come ha già anticipato, di volersi occupare fortemente e concretamente della questione. Voglio ricordare che già nella lettera dei 12 Primi Ministri europei che è stata firmata il 20 febbraio a Bruxelles, vi è tra i punti rilevanti il tema dell'occupazione delle donne e, lo voglio evidenziare, dell'occupazione dei giovani e degli anziani, anche questa una novità che è stata sottolineata dal ministro Fornero ieri.

Il Governo ha quindi tutte le carte in regola per inserire l'agenda donne nel cuore strategico dell'azione di governo. Una norma che è già stata varata è l'agevolazione fiscale per le imprese che assumono giovani e donne, prevista nel decreto salva Italia, ma si può fare di più, coraggiosamente, nella riforma del mercato del lavoro che attualmente si sta discutendo e con il nuovo programma nazionale di riforme che il Governo dovrà presentare tra poche settimane a Bruxelles. Infatti, soprattutto in questo documento si dovrà inequivocabilmente porre il lavoro delle donne al centro delle proposte per la crescita inclusiva dell'Italia nei prossimi anni con obiettivi precisi e impegni cadenzati nel testo stesso.

Concludo ricordando il tema - che è affrontato e su cui lei, Vice Ministro, ha dato parere favorevole - della mozione unitaria, che era nella mozione del Terzo Polo che abbiamo disciplinatamente ritirato anche se, lo voglio ricordare, era firmata anche dai nostri colleghi senatori, e a questo tenevamo molto: il tema della riforma elettorale. Siamo assolutamente consapevoli che non si può chiedere un impegno al Governo su un tema che è squisitamente parlamentare e che viene discusso tra le forze politiche, ma abbiamo voluto porlo oggi, in questa occasione, perché vogliamo avere vicino il Governo, auspicando che continuino la grande collaborazione e il rispetto reciproco tra Governo e Parlamento finora dimostrati.

Allora, in vista delle prossime elezioni politiche, da una parte si discute di una nuova legge elettorale e dall'altra, in parallelo, in Parlamento è già partito l'iter di una normativa che promuove il riequilibrio della rappresentanza di genere nei consigli e nelle giunte di Comuni e Regioni. Questo offre alle donne concrete possibilità di essere elette e di essere presenti e partecipi alla vita del nostro Paese sia nelle istituzioni nazionali che in quelle, importantissime, locali. È necessario che le due strade si incrocino. La legge elettorale può portare questa novità. Per questo noi chiediamo che vengano favorite iniziative legislative che rimuovano gli ostacoli che ancora ci sono.

Con lo stesso spirito, è essenziale che il Governo individui, nell'ambito del piano nazionale di riforma in atto - lo ribadisco perché è importante ed imminente - le strategie di promozione più adatte perché vengano rimossi gli ostacoli e perché per il mondo femminile sia possibile una reale, profonda, vera partecipazione sia al mondo del lavoro che alle istituzioni e si possano liberare tutte quelle capacità e professionalità che nel nostro Paese esistono a tutti i livelli. Il processo è già stato avviato ma deve essere accelerato. Concludo con questa considerazione e ringrazio sia il presidente Chiti che il Governo per aver consentito un dibattito che all'inizio della giornata sembrava dovesse essere limitato, e veramente sarebbe stata un'occasione importante sprecata. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, mi rivolgo prima ai colleghi per un motivo semplice: voglio iniziare la dichiarazione di voto a nome del mio Gruppo con uno slogan, «Non fiori ma opere di bene», che intendo sviluppare nel corso della dichiarazione di voto.

«Non fiori ma opere di bene» perché il dibattito che abbiamo ascoltato fa parte della ritualità con cui affrontiamo l'impegnativa giornata dell'8 marzo che avrebbe dovuto vederci mobilitate sui territori per affrontare un discorso politico, sociale e soprattutto culturale, perché è questo che manca nel nostro Paese relativamente ad una questione di rispetto della diversità che significa soprattutto offrire pari opportunità in ogni ambito e settore alle donne e agli uomini perché possano costruire se stessi in libertà. Ritengo che la questione di fondo non sia tanto affermare una parità che avvolge tutto e confonde la specificità dei generi, le differenze che devono essere valorizzate, le opportunità che devono essere assicurate.

Per capire quanto siamo indietro e quanta strada dobbiamo percorrere per affrontare questo problema bastano pochi dati contenuti nell'indice di equità di genere che viene stilato prendendo in esame 154 Paesi. Il nostro Paese ha un punteggio di 70 ed è tre punti percentuali al di sotto della media dei Paesi europei. Il Global Gender Gap Report del 2011 ha visto il nostro Paese al 74° posto su 135 Paesi presi in esame. Prima di noi ci sono perfino il Ghana, il Bangladesh e il Perù. In Parlamento abbiamo una percentuale di presenza femminile del 21,59 per cento alla Camera e del 19 per cento al Senato, mentre la media europea è intorno al 40 per cento.

È scarsa anche la partecipazione alla vita pubblica delle donne. L'ANCI ha denunciato che nelle amministrazioni locali, su 118.000 unità, solo il 18 per cento sono donne. Nei board delle società private quotate in Borsa siamo all'8 per cento e a livello pubblico ancora non si sta facendo nulla, mentre la media dell'Unione europea è al 12 per cento. Basta dire questo.

L'articolo 51 della Costituzione è stato varato nove anni fa. Abbiamo l'articolo 3 del Trattato sull'Unione europea. Abbiamo l'articolo 23 della Carta dei diritti di Nizza. Abbiamo una dichiarazione, che desidero ricordare, resa dal Presidente della Repubblica all'inizio del suo settennato. Ricordando la figura, bellissima, di Nilde Iotti, egli sottolineava quanto ancora le potenzialità femminili a tutti i livelli siano sprecate nel nostro Paese e quante energie dobbiamo saper mobilitare perché la nostra società cresca in democrazia e soprattutto a livello di libertà ed equità.

Basta ricordare tutto questo per capire quanto ancora siamo lontani dal fare una politica che rispetti effettivamente la diversità, una politica non discriminatoria, la quale non parli semplicemente di quote. È proprio questo il motivo per cui la sottoscritta, che alle quote è stata sempre decisamente contraria, ha firmato la mozione in esame, in quanto la ritiene comunque un passo importante per una presa d'atto quanto meno del problema, che è ancora largamente aperto e non affrontato decentemente.

È vero quanto è stato affermato rispetto al problema che è sociale, è dei partiti politici ed è - aggiungo al Vice Ministro - un problema di cultura. Voglio far rilevare al Vice Ministro che una commissione tecnica presso il Ministero della pubblica istruzione aveva il compito di decodificare tutti i libri di testo delle scuole per abolire gli stereotipi sessisti che condizionano la mente dei nostri bambini e giovani e che implicano poi atteggiamenti sociali e culturali discriminatori.

Desidero ricordare al Vice Ministro che le donne, nonostante siano arrivate con la riforma delle pensioni da voi fatta a una parità di doveri, non sono ancora a una parità di diritti. Faccio un esempio che vale per tutti. Vice Ministro, lei sa benissimo che nelle banche le donne sono sottopagate rispetto agli uomini e che le carriere non sono così facilmente accessibili. Voi parlate sempre di merito. Personalmente è da una vita che credo nel merito. Se la società fosse fondata sul merito e sull'equità, sarebbe veramente più giusta e democratica. Ma se parliamo di merito senza favorirlo con opportune indicazioni cogenti e con la sorveglianza dovuta alla questione del merito, rimarrà sempre una questione semplicemente aleatoria.

Noi parliamo di merito ma, nello stesso tempo, sappiamo che nei partiti non vale il merito, spesso e volentieri. Nella carriera politica non vale il merito, spesso e volentieri. Sappiamo che nella società non vale il merito. Tra concorsi truccati, tra tutto quello che possiamo mettere in campo a livello di corruzione e corruttela generale, il merito passa sempre in seconda linea. Pochi casi fortunati riescono ad emergere, ma è lo spreco che denuncia il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che deve farci orrore. La mobilitazione delle energie femminili significa mettere la società veramente all'altezza delle sfide dei nostri tempi, per la qualità della vita e del sistema democratico.

Desidero ricordare a questo punto che la Repubblica nei confronti delle donne, nonostante l'articolo 51, nonostante la riforma pensionistica fatta, nonostante il ministro Fornero si impegni per arrivare doverosamente almeno al 60 per cento dell'impiego femminile, nonostante tutti gli sforzi compiuti dalle associazioni delle donne in questi termini, ha un grande deficit e debito democratico nei confronti delle donne, il quale deve essere recuperato.

Alla mozione in esame chiederei di poter aggiungere, se possibile, due proposte concrete. Non mi basta infatti dire «impegna il Governo a sostenere le leggi», e via discorrendo. È ovvio che il Governo deve essere impegnato. Siamo noi che in prima persona dobbiamo combattere, noi parlamentari. Ha ragione la collega Poli Bortone quando dice ancora una volta che, nelle Commissioni di merito, ci dobbiamo presentare e fare le battaglie fino in fondo, a muso duro e soprattutto con coraggio e non ascoltando, se necessario, i partiti di riferimento quando non fanno l'interesse di questa battaglia di civiltà. Dico questo perché dobbiamo, se possibile, aggiungere alla mozione, ripeto, due punti più concreti.

Il primo, signor Vice Ministro, è che il Governo si impegni a istituire un Dicastero di serie A e non di serie B. Il Ministero per la parità e la non discriminazione deve avere un portafoglio, altrimenti, senza portafoglio, non si possono adottare le politiche di promozione e di prevenzione; senza portafoglio non si fa politica. Se il Ministero continua a essere senza portafoglio, chiudono le case famiglia e le case antiviolenza, non si istituiscono i tribunali per la famiglia, i minori vengono abbandonati. Di cosa stiamo parlando, allora? Un'emancipazione vera richiede uno sforzo, richiede la valorizzazione di una priorità che va assunta fino in fondo, soprattutto attraverso il suo finanziamento, altrimenti ci parliamo addosso e non combiniamo proprio nulla.

Nel ricordare che questa giornata dedicata alla donna non deve essere di festa, perché abbiamo ben poco da festeggiare, tra violenze, stupri, omicidi in famiglia e tutto ciò che è rimasto da percorrere anche a livello sociale, oggi dobbiamo rivendicare principi e diritti e dobbiamo chiedere cose concrete al Governo. Chiedo alla senatrice Bianconi se è possibile introdurre nel testo della mozione le due proposte che ho appena illustrato, ossia un Dicastero munito di portafoglio e l'istituzione di una Commissione parlamentare - badate, colleghe - per la parità e la non discriminazione.

In Europa questa Commissione esiste da sempre e lavora su tutte le iniziative legislative, valutando se nelle leggi è rispettato il principio della pari opportunità tra uomini e donne. Se così non è, la legge non passa. Questo succede in Europa e nei Paesi europei. Perché mai, tra le tante Commissioni, utili e meno utili, che si costituiscono in Parlamento, non ci può essere una Commissione per la parità e la non discriminazione, che riguarda le donne, gli handicappati e una serie di problemi e di persone ai margini della società che, di fatto, oggi non esistono, neanche per il Governo tecnico?

Chiedo quindi che possa essere inserita nella mozione la proposta di istituire un Dicastero con portafoglio e una Commissione per la parità e la non discriminazione, che possa affrontare effettivamente, con il concorso di tutti, donne e uomini, il problema di cui stiamo discutendo, riuscendo a colmare il deficit di democrazia che ancora la Repubblica italiana ha nei confronti delle donne. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e dei senatori Ramponi e Contini).

FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, francamente sono abbastanza soddisfatta del fatto che il dibattito odierno abbia registrato anche note così dissonanti, perché sono una sia pur lontana eco ed evocazione del fatto che questo è un tema politico di primario interesse, che qui non si celebra un rito stanco e che, soprattutto, ci sono idee diverse sul punto. Ciò è un felice indice di riconoscibilità del fatto che vi è un interesse sulla questione.

Voglio essere molto chiara e probabilmente, in questo senso, non interpreterò esattamente il pensiero di tutte e tutti coloro che qui si sono espressi (e me ne dispiace, perché parlo a nome delle firmatarie della mozione), ma non posso fare a meno di sottolineare che la discussione che oggi ci occupa sta interessando e ha interessato non solo tutte le democrazie occidentali ma, direi, tutti i Paesi del mondo. Ad essa partecipano Parlamenti e Governi - questo, anche per smussare le critiche emerse per la chiamata in causa del Governo - che sono chiamati ad esprimersi sulla questione nei consessi internazionali più prestigiosi, dalle sedi ONU alle sedi europee.

Ciò che stiamo discutendo in questa sede non è una questione che riguarda la necessità di tutelare ‑ come potrebbe arguirsi, forse erroneamente, dall'intervento della senatrice Sbarbati ‑ una minorità o una categoria di soggetti che hanno bisogno di una particolare tutela. Stiamo parlando della questione politica che viene in campo ai fini, certamente, della compiutezza dei sistemi democratici e della forza di un Paese, in ragione della forza e del protagonismo delle donne italiane. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Bonfrisco, Bianconi e Colli).

Questo è il problema. La questione non è come facciamo a tutelare una minorità femminile, ma come fa questo Paese a giovarsi della forza e del protagonismo delle donne italiane. È un punto spinoso e urticante, me ne rendo conto, e vorrei quindi andare sino in fondo al perché: come credo le colleghe condividono, ciò attiene ad una questione che ha modi di manifestazione determinati dalla storia e dalla cultura del Paese, dalle sue vicende politiche, dalle sue vicende di governo, per cui nel nostro sistema il potere politico è tradizionalmente in mano maschile, e quindi, quando una forza così evidente come quella delle donne italiane - e ringrazio tutti gli intervenuti, e anche in particolare il senatore Giovanardi, per le cose che ha detto - emerge e si manifesta con tanta forza nella società italiana ha bisogno in qualche modo di irrompere, dunque di rompere schemi, modelli di relazione, rapporti di forza e gerarchie. Ma ciò di cui stiamo discutendo è questo. Lo voglio dire molto esplicitamente anche ai colleghi che hanno ridimensionato la necessità di questa discussione, dicendo che sarebbe stata poi fatta nelle Commissioni.

La questione del riequilibrio della rappresentanza in tutte le democrazie occidentali è questione preliminare e che poi influenza le scelte dello strumento elettorale. Lo influenza più di quanto non lo influenzi la scelta tra maggioritario e proporzionale; la influenza più di quanto non lo influenzi la scelta sul bipolarismo, e via dicendo. Lo dico perché è ovvio che misurare lo strumento elettorale rispetto alla necessità di riequilibrare la rappresentanza impone delle scelte. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Sbarbati, Colli, Bianconi e Bonfrisco).

Allora, dobbiamo intenderci. È di questo che stiamo discutendo, o di altro? Io credo che stiamo discutendo di questo. In caso contrario, non ci sarebbero questa vivacità, questa briosità è questa latente animosità nella discussione.

Visto che il nostro è un Paese nel quale, come dicono i senatori Giovanardi, Poli Bortone, Allegrini, e tante altre colleghe, le donne italiane stanno manifestando, sotto il profilo del loro protagonismo culturale, intellettuale, professionale, sociale ed economico una grande forza, come facciamo a rendere utile alla forza del Paese questo nuovo protagonismo? Questo è il punto politico. Tutto questo si scontra con un sistema nel quale tradizionalmente il potere è stato in mano maschile.

Dunque, se è difficile non considerare come rapace un'irruzione in altri settori, è ancora più difficile non considerarla una irruzione rapace nel campo della politica. Ma io penso che quella che viene avvertita come rapacità sia frutto di una discussione tra di noi ancora troppo superficiale, e per qualche verso ipocrita. Invece noi dobbiamo avere la lucidità di guardare le cose come stanno, misurandole - qui torno su un altro punto - rispetto all'Italia.

Guardate, io appartengo a un partito nel quale, per statuto, per prassi, si promuove, o si cerca di promuovere, la presenza femminile in politica. Quindi, potrei magari portare quale riferimento il mio partito. Ma non è questo. Il dato con il quale ci dobbiamo rapportare non sono il PdL, il PD o IdV, bensì quale rappresentanza politica femminile ha l'Italia. Su questo dato forze politiche responsabili e classi dirigenti politiche devono misurarsi: cosa serve perché in Italia la forza delle donne possa essere trasferita nei luoghi della politica? Permettetemi un paragone forse improprio, ma suggestivo: per alcuni versi, la discussione cui abbiamo dato vita in quest'Aula qualche tempo fa sulle liberalizzazioni - cioè sull'apertura dell'accesso alle opportunità economiche per un maggior numero di persone e per soggetti che ne erano esclusi - presenta alcune caratteristiche assimilabili a quelle del dibattito odierno. Come fare per aprire alle donne il mercato delle opportunità di accesso alle sedi della rappresentanza politica e dell'esercizio del potere? Quanto tempo ancora dobbiamo tenere chiuso il fortilizio del potere maschile? Questo è il fulcro di una discussione degna di un Paese avanzato e di classi dirigenti che riescono a ragionare, ben oltre il mantenimento della propria posizione di privilegio, nell'interesse del Paese.

Voglio ribadire, però, che si tratta comunque di una discussione che riguarda la forza - non la debolezza - delle donne italiane: altrimenti, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché quelle donne italiane che - come giustamente ha ricordato il senatore Giovanardi - vincono i concorsi pubblici, irrompono nelle professioni, si misurano nelle imprese e via dicendo dovrebbero ambire ad occuparsi della "cosa pubblica", quando la loro presenza viene considerata una minorità e un riconoscimento di debolezza.

Questo mi dà l'occasione per tornare a parlare degli strumenti, perché nella mozione non se ne individuano di cogenti. Comunque ciascuno di noi la pensi, anche la discussione sul sistema delle quote - che qui ho sentito per accenni - deve scontare il fatto che lo strumento non può essere banalizzato, se le maggiori democrazie occidentali ne hanno discusso per decenni e molte di esse lo hanno utilizzato. Ha ragione il senatore Giovanardi: evidentemente stiamo ragionando di una discriminazione positiva, talmente importante nella sua ideazione e nella sua applicazione e sostenuta da una elaborazione teorica talmente profonda, da comparire in documenti delle Nazioni Unite, come uno strumento con dignità teorica e politica per essere applicato.

Una discussione sulla forza e sul protagonismo delle donne italiane è urticante, me ne rendo ben conto, ragion per cui ho chiesto, a nome delle colleghe, che oggi qui si discutesse di questo e non della mozione sulla violenza sulle donne, un tema di enorme impatto. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Bianconi, Bonfrisco e Colli). Come ha ben detto la senatrice Sbarbati con una frase che ha reso perfettamente l'idea del dolore, dell'impegno e della responsabilità che la questione evoca: è molto più facile per un Parlamento a schietta prevalenza maschile discutere di una forma di tutela e di debolezza che muove anche ottimi sentimenti e volontà, ed è molto più difficile, invece, parlare della forza e del protagonismo delle donne, che è anche politico. Comunque la si pensi, infatti, in Italia in quest'ultimo anno la forza del protagonismo politico non solo dei partiti, ma delle donne italiane ha impresso segnali e segnato momenti particolarmente significativi.

Ecco la ragione per la quale abbiamo insistito perché oggi si discutesse di questo: si tratta di un tema politico di tale rilievo che pensare che la relativa discussione possa essere esaurita nell'ambito di un emendamento che alcuni parlamentari possono presentare nel corso dell'esame della riforma elettorale mi pare francamente assolutamente inadeguato. Questo è il senso con il quale abbiamo voluto aprire oggi una discussione su questo tema, sapendo che non poteva essere qui esaurito, ma con la volontà di porlo per quello che è e non per un'altra ragione. Poniamo il tema politico per quello che è; questo tema ci accompagnerà nel lavoro di questi mesi e di questi anni, ma, per favore, chiamiamolo con il suo nome.

Infine, per lo sforzo che è stato fatto - e non è stato neanche un grande sforzo -ringrazio tutte le colleghe che si sono impegnate perché questa discussione potesse oggi avere luogo, e per raccogliere le osservazioni che sono state fatte da alcune di loro, a cominciare dalla collega Poretti, chiedo che la mozione venga posta in votazione con esclusione dal dispositivo delle parole «e consenta il superamento di criteri improntati alla discrezionalità da parte dei partiti». (Applausi dal Gruppo PD delle senatrici Bonfrisco, Bianconi e Colli).

BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, intervengo per annunciare il mio voto di astensione, con le seguenti due motivazioni.

La prima è di carattere generale, perché, quando mi insegnarono i fondamenti dello Stato di diritto e della separazione dei poteri mi fu detto che il Parlamento era il potere legislativo e non il potere "mozionativo"; negli ultimi tempi mi pare che abbiamo fatto più mozioni e ordini del giorno che non leggi.

La seconda motivazione attiene invece al merito: sono profondamente convinto della parità di genere, ma se non vogliamo essere ipocriti dobbiamo specificare che la parità di genere è al punto di partenza e non al punto di arrivo, e il criterio delle quote è, in realtà, una specie di riserva indiana che non rimuove gli ostacoli alla partenza, ma garantisce alcune posizioni all'arrivo.

Faccio questa considerazione: con tutto il rispetto per le decine di migliaia di donne in Italia impegnate in politica, nella dirigenza pubblica e nella dirigenza delle imprese private, ricordo che, a fronte di queste, ci sono 30 milioni di donne che si alzano la mattina, accudiscono i bambini, li portano a scuola, vanno a lavorare, tornano la sera, accudiscono nuovamente i bambini e gli anziani e poi vanno a dormire. (Proteste dal Gruppo PD).

Allora, signor Presidente, chiudo con un esempio. Credo che l'impegno politico che deve essere espresso da quest'Aula sia nella rimozione degli ostacoli alla partenza. (Applausi dal Gruppo PD). Vorrei fare un esempio concreto. Delle due l'una: o più servizi pubblici, più asili e più assistenza o più deduzioni alla famiglia per le stesse motivazioni. Allora avremmo concretamente realizzato la parità di genere. (Commenti della senatrice Spadoni Urbani). Credo che l'impegno politico nell'equilibrio debba essere quattro quinti su questi temi e forse, alla fine, un quinto sullo schema delle quote. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PdL).

PRESIDENTE. La presidente Finocchiaro ha chiesto una modifica, e cioè che la mozione n. 576 (testo 2) termini con le seguenti parole: «un'equilibrata rappresentanza di entrambi i generi».

Senatrice Finocchiaro, ho capito anche dal suo intervento, ma glielo chiedo in modo formale, che non c'è accordo - perché ha detto che la mozione si considera definita - rispetto alle due proposte che aveva avanzato la senatrice Sbarbati. Quindi la mozione rimane così come è stata presentata, ad eccezione delle ultime due righe.

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, ho annunciato il voto favorevole del Gruppo, e chiaramente non impegno il Gruppo su quanto sto dicendo a titolo personale. Poiché la proposta l'ho fatta a titolo personale, ma anche a nome del Gruppo, nel momento in cui da parte della senatrice Finocchiaro non c'è stata un'esatta valutazione della portata di questa aggiunta (non si tratta di una correzione), che nulla ledeva rispetto ai principi affermati nella mozione, ma semmai li arricchiva e li rendeva cogenti, io mi sono stancata di parole, parole e parole: occorre passare ai fatti. Se ai fatti non passiamo attraverso gli strumenti che possiamo mettere in campo, è inutile fare grandi discorsi e pronunciare paroloni. L'ho detto prima: tutte le politiche hanno dei costi; in modo particolare ha dei costi, lo ha detto il collega Baldassarri, creare le condizioni di parità, perché significa mettere in moto politiche vere per la parità di accesso alle carriere, al lavoro, all'istruzione e al rispetto della libertà individuale. Voglio essere me stessa, non voglio nessuno che mi accarezzi i capelli nel momento in cui faccio una carriera politica o una carriera professionale. È chiaro questo? Il sistema dei partiti e il sistema pubblico non lo consentono: o mettiamo in campo strumenti giuridici, legislativi e istituzionali per garantire questi percorsi o parliamo semplicemente di aria fritta.

Chiedo ancora una volta alla senatrice Finocchiaro di rivedere il suo orientamento e di accogliere la mia proposta; a quel punto il mio voto sarà favorevole. Diversamente, personalmente mi asterrò sulla mozione in esame.

PRESIDENTE. Chiedo al Vice Ministro se mantiene il parere favorevole sulla mozione, con la modifica proposta dalla senatrice Finocchiaro.

MARTONE, vice ministro del lavoro e delle politiche sociali. Mantengo il parere favorevole, Presidente.

PRESIDENTE. Procediamo dunque alla votazione della mozione n. 576 (testo 3).

DE ECCHER (PdL). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore De Eccher, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della mozione n. 576 (testo 3), presentata dalla senatrice Adamo e da altri senatori.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico:

Senatori presenti

215

Senatori votanti

212

Maggioranza

107

Favorevoli

164

Contrari

3

Astenuti

45

Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

Sul disegno di legge sulle liberalizzazioni

BELISARIO (IdV). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BELISARIO (IdV). Signor Presidente, vorrei fare un breve intervento che penso interessi, o debba interessare tutti, perché si tratta di come i testi sono approvati in Aula e di come sono trasmessi alla Camera. Noi approviamo cioè dei testi e alla Camera ne arrivano altri: lo riportano i quotidiani e ce ne siamo accorti direttamente: c'è qualcosa che non va.

Il presidente Schifani, oltre a discriminare le opposizioni, in sede di Giunta per il Regolamento, dovrebbe anche cercare di curare che i testi che approviamo arrivino pari pari, così, alla Camera dei deputati. È successo infatti che nel maxiemendamento... (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, il presidente Belisario sta facendo un intervento non formale. Consentitegli di parlare.

BELISARIO (IdV). ... nel maxiemendamento del Governo al provvedimento sulle liberalizzazioni sia stato approvato l'abbassamento della soglia per la trattativa privata da 1 milione a 500.000 euro: l'Assemblea l'ha approvato. Nel passaggio alla Camera della norma - ormai conosciuta come il famigerato comma 2 dell'articolo 40-bis - non si legge nulla di quanto avevamo approvato. Ed allora noi vogliamo capire cosa è successo, perché mi pare che l'episodio non sia assolutamente trascurabile. (Applausi dal Gruppo IdV).

LEGNINI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEGNINI (PD). Signor Presidente, poiché l'argomento sollevato dal presidente Belisario oggi è oggetto di commento da parte della stampa (ricordo «Il Sole 24 ORE», «Italia Oggi», oltre ad altri quotidiani), è utile che si faccia un punto: altrimenti può sembrare che qui succedono cose di cui nessuno si accorge, che ci siano pasticci.

In realtà, da una ricostruzione puntuale che abbiamo fatto di questa vicenda emerge che ciò che riferiscono i giornali non corrisponde a come sono andate le cose. Mi spiego meglio: parliamo di un emendamento, presentato dal senatore Zanda e da molti senatori del Gruppo del Partito Democratico, che conteneva norme in materia di protezione civile. Tra queste norme vi era l'articolo 2 che prevedeva la riconduzione, entro il limite di 500.000 euro (ed altri limiti previsti in materia di appalti pubblici), della possibilità di ricorrere alla trattativa privata. Sappiamo che c'è stato un intervento legislativo nei mesi scorsi che ha elevato quella soglia a 1 milione di euro, norma che noi abbiamo contestato, che continuiamo a contestare e che riteniamo debba essere modificata.

É accaduto che in 10a Commissione quell'emendamento ha ricevuto il parere favorevole della relatrice Vicari a condizione che venisse soppresso il comma 2, cioè quello che conteneva la materia cui mi sono riferito. Dopo di che, in Aula il Governo, nel presentare il maxiemendamento, ha reincluso il comma 2. Sempre in Aula, durante l'esame del maxiemendamento sulla fiducia, il Governo ha chiesto poi di fare un'espunzione in sede di coordinamento formale (che probabilmente non è lo strumento più appropriato: senza dubbio è così) riadeguando il testo all'esatto deliberato della Commissione industria.

Nel fare ciò, cioè nell'indicare nel coordinamento formale la necessità di espungere quel comma 2, il Governo ha chiesto l'autorizzazione al nostro Gruppo, in particolare al senatore Zanda, che era il primo firmatario dell'emendamento, ed egli ha fornito, correttamente, il suo assenso, pur ribadendo il senatore Zanda e l'intero Gruppo del Partito Democratico il nostro convincimento che quella norma vada prima o poi approvata nel senso di limitare la possibilità di ricorrere alla trattativa privata. Quindi, il testo ha riacquisito, in sede di esame in Aula, la fisionomia esatta uscita dalla Commissione industria. Questa è, per la precisione, la ricostruzione della vicenda.

Quindi, dire che c'è stata, come dire, una manomissione, non so da parte di chi, non è corretto, ed era utile e giusto precisarlo.

PRESIDENTE. Farò pervenire al senatore Belisario una nota tecnica, predisposta dagli Uffici, che in modo ancora più dettagliato riprende alcune considerazioni che ora riferiva il senatore Legnini. Quindi, lei intanto avrà - gliela faccio consegnare - questa nota, senatore Belisario. Poi potrà su questo eventualmente, se lo riterrà ancora necessario, svolgere iniziative.

Mi sembra che si possa certamente discutere, come sottolineava il senatore Legnini, se il coordinamento è la sede più adatta e su quale sia l'ambito proprio di un intervento di coordinamento, che dovrebbe essere più formale, e questo è un aspetto che dovrà essere rivisto.

Rispetto però all'arbitrio di una conduzione o a una trappola per inserire cose diverse, queste non mi pare francamente, dagli elementi che noi abbiamo, che sono quelli che diceva il senatore Legnini, che possano essere considerate ipotesi fondate.

BELISARIO (IdV). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BELISARIO (IdV). Signor Presidente, non ho parlato né di manomissione né di arbitrio. (Commenti del senatore Legnini). Poiché il presidente Chiti ha parlato di questo, ho voluto fare questa precisazione.

Nella nota tecnica, però, gli Uffici non possono limitarsi a riferire la storia, ma devono precisare anche le norme del Regolamento, per cui il coordinamento è stato fatto in un modo certamente erroneo, certamente forzato e non idoneo. A questo punto, probabilmente c'è qualcosa nell'iter procedurale che non ha funzionato. Non ha funzionato da parte degli Uffici, da parte dell'Assemblea o da parte della conduzione dell'Assemblea. È un problema che va chiarito: sulla trasparenza dei nostri lavori non vi possono essere dubbi di sorta.

Non ho parlato né di manomissione né di arbitrio, ma ho chiesto il rispetto lineare e puntuale di tutte le norme che regolano i lavori dell'Assemblea. (Applausi del senatore Lannutti).

PRESIDENTE. Senatore Belisario, le do atto che lei non ha parlato né di manomissione né di arbitrio, però si è riferito al fatto (pur senza assumerlo) che oggi è riportato sulla stampa, e la stampa dà un'altra versione rispetto a quello che obiettivamente è stato il suo intervento.

La mia risposta è stata anche nei confronti della stampa, perché noi, al di là delle differenze politiche e dei ruoli, dobbiamo tutelare la dignità, la trasparenza ed il rigore dell'istituzione, dell'Assemblea del Senato della Repubblica. Questo è il primo aspetto, diciamo, erga omnes.

Lei ha chiesto che nella nota degli Uffici vi sia un supplemento in riferimento ai compiti, alla procedura e allo svolgimento del lavoro di coordinamento: è giusto, la Presidenza prende atto di questa sua richiesta e svolgerà, e farà svolgere, tali approfondimenti, affinché anche su questo vi sia la risposta che è legittimo avere.

Sulla votazione di verifica del numero legale sul processo verbale

ANTEZZA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTEZZA (PD). Signor Presidente, intervengo solo per segnalare alla Presidenza che questa mattina, durante la verifica del numero legale sul processo verbale, ero in Aula ma non sono riuscita a votare perché stavo ritirando la tessera.

PRESIDENTE. Ne prendiamo atto.

Per la risposta scritta ad un'interrogazione
Per un sollecito esame in Commissione dei disegni di legge nn. 2121 e 2828

SPADONI URBANI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SPADONI URBANI (PdL). Signor Presidente, ringraziandola per avermi concesso la parola, intervengo per sollecitare la risposta all'interrogazione 4-06356, a mia firma, presentata il 30 novembre 2011, in ordine all'utilizzo della pillola "ellaOne", che viene indicata come farmaco anticoncezionale e di fatto risulta abortiva.

Chiedo anche che venga calendarizzato il disegno di legge n. 2121, di cui sono firmataria insieme ad altri colleghi, sul diritto soggettivo del farmacista all'obiezione di coscienza. Infatti, dispensare farmaci abortivi senza avere il diritto soggettivo all'obiezione di coscienza non è cosa di uno Stato civile.

Inoltre, ho sentito che il ministro Severino è intervenuto in ordine ad alcuni gravissimi e preoccupanti incidenti stradali avvenuti in questi giorni, dovuti all'assunzione di sostanze stupefacenti, sottolineando l'opportunità di istituire un delitto di omicidio stradale. Ebbene, una norma che prevede l'istituzione nel codice di procedura penale del delitto di omicidio stradale giace nell'Atto Senato n. 2828, a mia prima firma, depositato dall'estate scorsa in Parlamento.

Chiedo che questi due disegni di legge siano calendarizzati, perché giacciono da tempo in Commissione giustizia, dove non sono tenuti minimamente in conto.

PRESIDENTE. Senatrice Spadoni Urbani, per quanto riguarda la risposta all'interrogazione da lei richiamata, la Presidenza si attiverà col Governo per sollecitarne lo svolgimento.

Per quanto concerne invece la calendarizzazione di proposte di legge, come lei sa, c'è una prerogativa delle Commissioni rispetto alla quale la Presidenza dell'Assemblea può solo far presente la richiesta, sulla base di questo suo intervento, al Presidente della Commissione di merito. Dopo questo primo ruolo della Commissione e una volta approvato il disegno di legge, la decisione di iscriverlo all'ordine del giorno dei lavori dell'Assemblea spetta alla Conferenza dei Capigruppo. Queste sono le regole e questo è quanto possiamo fare.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16, con l'ordine del giorno già stampato e distribuito.

La seduta è tolta (ore 12,11).

Allegato A

MOZIONI

Mozioni sul riequilibrio della rappresentanza politica

(1-00576) (testo 2) (07 marzo 2012)

V. testo 3

ADAMO, ADERENTI, ALBERTI CASELLATI, ALLEGRINI, AMATI, ANTEZZA, ARMATO, BAIO, BASSOLI, BASTICO, BERTUZZI, BIANCHI, BIANCONI, BIONDELLI, BLAZINA, BOLDI, BONFRISCO, BUGNANO, CARLINO, CARLONI, CASTIGLIONE, CHIAROMONTE, COLLI, CONTINI, DE FEO, DE LUCA Cristina, DELLA MONICA, DONAGGIO, FINOCCHIARO, FIORONI, FONTANA, FRANCO Vittoria, GALLONE, GARAVAGLIA Mariapia, GERMONTANI, GHEDINI, GIAI, GRANAIOLA, INCOSTANTE, LEDDI, LICASTRO SCARDINO, MAGISTRELLI, MARAVENTANO, MARINARO, MAURO, MAZZUCONI, MONGIELLO, NEGRI, PIGNEDOLI, PINOTTI, POLI BORTONE (*), PORETTI (*), RIZZOTTI, SBARBATI, SERAFINI Anna Maria, SOLIANI, SPADONI URBANI, THALER AUSSERHOFER, VICARI (**). - Il Senato,

            preso atto che:

            l'articolo 51 della Costituzione recita solennemente che «Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini»;

            l'articolo 117, settimo comma, della Costituzione dispone inoltre che le leggi regionali «rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive»;

            la Corte costituzionale ebbe a dichiarare (nella sentenza n. 49 del 2003) che «Le nuove disposizioni costituzionali, [con cui si è riformulato l'art. 51 nei termini suddetti,] (...) pongono dunque esplicitamente l'obiettivo del riequilibrio e stabiliscono come doverosa l'azione promozionale per la parità di accesso alle consultazioni, riferendoli specificamente alla legislazione elettorale». Inoltre, con la più recente sentenza n. 4 del 2010, il Giudice delle leggi ha sottolineato, altresì, che la parità di accesso alle cariche elettive rappresenta una facoltà aggiuntiva, che allarga lo spettro delle possibili scelte elettorali, limitato ad una preferenza, introducendo, solo nel ristretto ambito elettorale, una norma riequilibratrice volta ad ottenere, indirettamente ed eventualmente, il risultato di un'azione positiva. In altri termini, è opportuno garantire l'eguaglianza di opportunità particolarmente rafforzata attraverso disposizioni che promuovano il riequilibrio di genere nelle rappresentanze istituzionali;

            nell'ambito di tale mutato contesto ordinamentale, con la sentenza n. 49 del 2003 la Consulta ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale i relazione ad alcune disposizioni introdotte nella legislazione elettorale della Regione Valle d'Aosta, in virtù delle quali le liste elettorali devono comprendere candidati di entrambi i sessi, a pena di inammissibilità;

            il riconoscimento del principio di parità tra uomo e donna fa parte anche degli obiettivi dell'Unione europea (UE) e il principio di non discriminazione, ad esso strettamente connesso, è stato rafforzato dai trattati di Amsterdam e di Lisbona. L'ordinamento comunitario deve, nel suo complesso, adottare tutti i provvedimenti necessari per combattere qualsiasi forma di discriminazione fondata sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o il credo, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale, anche in campo politico ed elettorale;

            con specifico riferimento alla materia delle pari opportunità fra i sessi nell'accesso alle cariche elettive, si ricorda la Convenzione sui diritti politici della donna, adottata a New York il 31 marzo 1953 (ratificata dalla legge n. 326 del 1967) e la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna, adottata anch'essa a New York il 18 dicembre 1979 (ratificata dalla legge n. 132 del 1985). Tali convenzioni internazionali prevedono per le donne il diritto di votare e di essere elette in condizioni di parità con gli uomini;

        considerato che:

            il problema della sottorappresentazione delle donne nei luoghi decisionali della politica richiede un intervento urgente, anche di carattere normativo, ancorché in attesa della definizione di un nuovo e diverso sistema di elezione per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica;

            la situazione italiana mette in evidenza, infatti, il persistere di una condizione di disparità politica sulla base del genere, che può essere considerato come uno degli indicatori di un basso tasso di democraticità del sistema. La questione non si limita ai dati quantitativi, ma investe la concreta possibilità per una delle componenti della società di incidere sui processi decisionali e di "fare" le politiche. Per il pieno esercizio dei diritti politici, in particolare del diritto elettorale passivo limitato di fatto per le donne, risultano essere fondamentali le modalità di accesso agli organi elettivi ed in particolare i meccanismi di formazione e selezione della rappresentanza e della leadership. La necessità improcrastinabile di risolvere la disuguaglianza rende il dibattito sulle azioni positive in materia elettorale un elemento centrale della riflessione politica sulla democrazia paritaria,

            delibera di avviare un percorso volto a promuovere, in tempi rapidi, l'esame, e l'eventuale approvazione da parte dell'Assemblea, di disegni di legge in materia di accesso alle cariche elettive in condizioni di parità tra donne e uomini, nell'ambito della legislazione elettorale, per le circoscrizioni comunali, per i Comuni, per le Città metropolitane, per le Province, per le Regioni a statuto ordinario e speciale laddove non previsto, per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica;

            impegna il Governo a sostenere, nel corso dell'esame dei disegni di legge di riforma del sistema elettorale, iniziative parlamentari finalizzate all'introduzione di un principio di non discriminazione che assicuri un'equilibrata rappresentanza di entrambi i generi e consenta il superamento di criteri improntati alla discrezionalità da parte dei partiti.

________________

(*) Firme ritirate in corso di seduta

(**) Aggiungono la firma in corso di seduta i senatori Agostini, Andria, Barbolini, Bianco, Bosone, Bubbico, Carofiglio, Casson, Ceccanti, Ceruti, Chiti, Chiurazzi, Cosentino, Crisafulli, D'Ambrosio, De Luca Vincenzo, De Sena, Del Vecchio, Della Seta, Di Giovan Paolo, D'Ubaldo, Ferrante, Filippi Marco, Follini, Galperti, Garraffa, Giaretta, Ichino, Latorre, Legnini, Livi Bacci, Marcucci, Marini, Marino Ignazio, Marino Mauro Maria, Mercatali, Micheloni, Monaco, Morando, Morri, Musi, Nerozzi, Papania, Passoni, Pegorer, Pertoldi, Procacci, Ranucci, Roilo, Rusconi, Sangalli, Sanna, Scanu, Sircana, Stradiotto, Tomaselli, Tonini, Treu, Vimercati, Vita, Vitali, Zanda, Augello, Scarpa Bonazza Buora, Ghigo, Carrara, Asciutti, Saltamartini, Camber, Pichetto Fratin, Serafini Giancarlo, Gramazio, Totaro, Tancredi, Piscitelli, Belisario, Di Nardo, Giambrone, Caforio, Lannutti, Li Gotti, Mascitelli, Pardi, Pedica, De Toni.

(1-00576) (testo 3) (08 marzo 2012)

Approvata

ADAMO, ADERENTI, ALBERTI CASELLATI, ALLEGRINI, AMATI, ANTEZZA, ARMATO, BAIO, BASSOLI, BASTICO, BERTUZZI, BIANCHI, BIANCONI, BIONDELLI, BLAZINA, BOLDI, BONFRISCO, BUGNANO, CARLINO, CARLONI, CASTIGLIONE, CHIAROMONTE, COLLI, CONTINI, DE FEO, DE LUCA Cristina, DELLA MONICA, DONAGGIO, FINOCCHIARO, FIORONI, FONTANA, FRANCO Vittoria, GALLONE, GARAVAGLIA Mariapia, GERMONTANI, GHEDINI, GIAI, GRANAIOLA, INCOSTANTE, LEDDI, LICASTRO SCARDINO, MAGISTRELLI, MARAVENTANO, MARINARO, MAURO, MAZZUCONI, MONGIELLO, NEGRI, PIGNEDOLI, PINOTTI, RIZZOTTI, SBARBATI, SERAFINI Anna Maria, SOLIANI, SPADONI URBANI, THALER AUSSERHOFER, VICARI, AGOSTINI, ANDRIA, BARBOLINI, BIANCO, BOSONE, BUBBICO, CAROFIGLIO, CASSON, CECCANTI, CERUTI, CHITI, CHIURAZZI, COSENTINO, CRISAFULLI, D'AMBROSIO, DE LUCA Vincenzo, DE SENA, DEL VECCHIO, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, D'UBALDO, FERRANTE, FILIPPI Marco, FOLLINI, GALPERTI, GARRAFFA, GIARETTA, ICHINO, LATORRE, LEGNINI, LIVI BACCI, MARCUCCI, MARINI, MARINO Ignazio, MARINO Mauro Maria, MERCATALI, MICHELONI, MONACO, MORANDO, MORRI, MUSI, NEROZZI, PAPANIA, PASSONI, PEGORER, PERTOLDI, PROCACCI, RANUCCI, ROILO, RUSCONI, SANGALLI, SANNA, SCANU, SIRCANA, STRADIOTTO, TOMASELLI, TONINI, TREU, VIMERCATI, VITA, VITALI, ZANDA, AUGELLO, SCARPA BONAZZA BUORA, GHIGO, CARRARA, ASCIUTTI, SALTAMARTINI, CAMBER, PICHETTO FRATIN, SERAFINI Giancarlo, GRAMAZIO, TOTARO, TANCREDI, PISCITELLI, BELISARIO, DI NARDO, GIAMBRONE, CAFORIO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA, DE TONI. - Il Senato,

            preso atto che:

            l'articolo 51 della Costituzione recita solennemente che «Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini»;

            l'articolo 117, settimo comma, della Costituzione dispone inoltre che le leggi regionali «rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive»;

            la Corte costituzionale ebbe a dichiarare (nella sentenza n. 49 del 2003) che «Le nuove disposizioni costituzionali, [con cui si è riformulato l'art. 51 nei termini suddetti,] (...) pongono dunque esplicitamente l'obiettivo del riequilibrio e stabiliscono come doverosa l'azione promozionale per la parità di accesso alle consultazioni, riferendoli specificamente alla legislazione elettorale». Inoltre, con la più recente sentenza n. 4 del 2010, il Giudice delle leggi ha sottolineato, altresì, che la parità di accesso alle cariche elettive rappresenta una facoltà aggiuntiva, che allarga lo spettro delle possibili scelte elettorali, limitato ad una preferenza, introducendo, solo nel ristretto ambito elettorale, una norma riequilibratrice volta ad ottenere, indirettamente ed eventualmente, il risultato di un'azione positiva. In altri termini, è opportuno garantire l'eguaglianza di opportunità particolarmente rafforzata attraverso disposizioni che promuovano il riequilibrio di genere nelle rappresentanze istituzionali;

            nell'ambito di tale mutato contesto ordinamentale, con la sentenza n. 49 del 2003 la Consulta ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale i relazione ad alcune disposizioni introdotte nella legislazione elettorale della Regione Valle d'Aosta, in virtù delle quali le liste elettorali devono comprendere candidati di entrambi i sessi, a pena di inammissibilità;

            il riconoscimento del principio di parità tra uomo e donna fa parte anche degli obiettivi dell'Unione europea (UE) e il principio di non discriminazione, ad esso strettamente connesso, è stato rafforzato dai trattati di Amsterdam e di Lisbona. L'ordinamento comunitario deve, nel suo complesso, adottare tutti i provvedimenti necessari per combattere qualsiasi forma di discriminazione fondata sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o il credo, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale, anche in campo politico ed elettorale;

            con specifico riferimento alla materia delle pari opportunità fra i sessi nell'accesso alle cariche elettive, si ricorda la Convenzione sui diritti politici della donna, adottata a New York il 31 marzo 1953 (ratificata dalla legge n. 326 del 1967) e la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna, adottata anch'essa a New York il 18 dicembre 1979 (ratificata dalla legge n. 132 del 1985). Tali convenzioni internazionali prevedono per le donne il diritto di votare e di essere elette in condizioni di parità con gli uomini;

        considerato che:

            il problema della sottorappresentazione delle donne nei luoghi decisionali della politica richiede un intervento urgente, anche di carattere normativo, ancorché in attesa della definizione di un nuovo e diverso sistema di elezione per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica;

            la situazione italiana mette in evidenza, infatti, il persistere di una condizione di disparità politica sulla base del genere, che può essere considerato come uno degli indicatori di un basso tasso di democraticità del sistema. La questione non si limita ai dati quantitativi, ma investe la concreta possibilità per una delle componenti della società di incidere sui processi decisionali e di "fare" le politiche. Per il pieno esercizio dei diritti politici, in particolare del diritto elettorale passivo limitato di fatto per le donne, risultano essere fondamentali le modalità di accesso agli organi elettivi ed in particolare i meccanismi di formazione e selezione della rappresentanza e della leadership. La necessità improcrastinabile di risolvere la disuguaglianza rende il dibattito sulle azioni positive in materia elettorale un elemento centrale della riflessione politica sulla democrazia paritaria,

            delibera di avviare un percorso volto a promuovere, in tempi rapidi, l'esame, e l'eventuale approvazione da parte dell'Assemblea, di disegni di legge in materia di accesso alle cariche elettive in condizioni di parità tra donne e uomini, nell'ambito della legislazione elettorale, per le circoscrizioni comunali, per i Comuni, per le Città metropolitane, per le Province, per le Regioni a statuto ordinario e speciale laddove non previsto, per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica;

            impegna il Governo a sostenere, nel corso dell'esame dei disegni di legge di riforma del sistema elettorale, iniziative parlamentari finalizzate all'introduzione di un principio di non discriminazione che assicuri un'equilibrata rappresentanza di entrambi i generi.

(1-00577) (06 marzo 2012)

Ritirata

GERMONTANI, RUTELLI, DE LUCA Cristina, BAIO, CONTINI, RUSSO, STRANO, MILANA, MOLINARI, DIGILIO. - Il Senato,

        premesso che:

            la Costituzione italiana sancisce il principio di eguaglianza di genere: uomini e donne, in particolare nel mondo del lavoro, hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articoli 3, 4 e 37);

            per garantire una maggiore presenza delle donne negli uffici pubblici e nelle cariche elettive all'articolo 51 della Costituzione è sancita l'adozione di appositi provvedimenti finalizzati alla promozione delle pari opportunità tra uomini e donne;

            nonostante ciò nel Parlamento italiano le donne sono presenti ancora in numero esiguo (ben lontano dall'auspicato 30 per cento), basti ricordare che al Senato della Repubblica le donne rappresentano il 18,63 per cento e alla Camera dei deputati 21,43 per cento;

            per quanto riguarda la presenza delle donne in Parlamento, a livello internazionale l'Italia occupa il 54° posto su un totale di 188 Paesi, come risulta dalle statistiche elaborate dall'Inter-Parliamentary Union, sulla base dei dati forniti dai rispettivi Parlamenti, al 31 dicembre 2010;

        considerato che:

            la legge costituzionale n. 3 del 2001, nel modificare (tra l'altro) l'art. 117 della Costituzione, ha introdotto uno specifico obbligo a carico dei legislatori regionali per favorire la parità uomo/donna. Il settimo comma dell'art. 117 della Costituzione prevede, infatti, che "Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive";

            con la sentenza n. 4 del 2010, la Corte costituzionale ha affrontato il problema della legittimità costituzionale delle misure che tendono a riequilibrare il rapporto fra persone di diverso sesso all'interno delle assemblee elettive: un rapporto tradizionalmente sfavorevole alle donne, che occupano un numero di seggi di gran lunga inferiore rispetto al loro peso elettorale, tanto da rendere in alcuni casi marginale la presenza femminile nelle istituzioni rappresentative;

            la questione di legittimità costituzionale definita dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 4 del 2010 concerneva la norma della legge elettorale della Regione Campania in base alla quale, nel caso di «espressione di due preferenze», «una deve riguardare un candidato di genere maschile e l'altra un candidato di genere femminile, pena l'annullamento» della seconda «preferenza» indicata dall'elettore (art. 4, comma 3, della legge regionale n. 4 del 2009);

            per effetto della nuova normativa elettorale il numero delle donne appartenenti al Consiglio regionale campano è notevolmente aumentato, tanto che la Campania è stata definita la Regione «più rosa», va preso atto del fatto che la "preferenza di genere", insieme con il vincolo delle quote all'interno delle liste elettorali, si è rivelata uno strumento efficace per favorire il riequilibrio della rappresentanza;

            è ormai acquisita la consapevolezza dell'importanza del contributo del mondo femminile alla buona amministrazione e al funzionale perseguimento degli obiettivi del vivere civile; importanza e rilievo di un contributo che si apprezza e si valorizza a livello normativo proprio sul presupposto della diversità di un patrimonio umano, sociale, culturale, di sensibilità e professionalità, che si vuole acquisire ai meccanismi dell'agire pubblico evidentemente in una prospettiva di arricchimento dell'esercizio delle funzioni e di buon andamento;

            tenuto conto che:

            la Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW, adottata dall'Assemblea generale con risoluzione n. 34/180 del 18 dicembre 1979) costituisce lo strumento pattizio fondamentale in materia di diritti delle donne offrendo una prospettiva globale del fenomeno della discriminazione. La Convenzione ha fatto seguito ad una serie di documenti adottati nel quadro delle Nazioni Unite, il più importante dei quali fu certamente la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948. La Convenzione è entrata in vigore nel 1981. Oggi si contano 176 Stati contraenti. L'art. 1 della Convenzione definisce il concetto di "discriminazione contro le donne" come: "ogni distinzione, esclusione o limitazione basata sul sesso, che abbia l'effetto o lo scopo di compromettere o annullare il riconoscimento, il godimento o l'esercizio da parte delle donne, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile, o in qualsiasi altro campo";

            nel corso della IV Conferenza mondiale delle donne, tenutasi a Pechino tra il 4 e il 15 settembre 1995, è stata approvata una piattaforma di azione per i diritti delle donne che ha individuato alcuni obiettivi strategici per assicurare alle donne pieno e paritario accesso e partecipazione alle strutture di potere e ai processi decisionali. Questo, infatti, consentirà di creare un equilibrio che rifletta più accuratamente la composizione della società ed è un presupposto fondamentale per rafforzare la democrazia e promuoverne il corretto funzionamento;

            la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata il 7 dicembre 2000 a Nizza, all'articolo 23, dopo aver affermato al primo paragrafo la «parità tra donne e uomini», al paragrafo successivo legittima «misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato»,

        impegna il Governo:

            a favorire, nel corso dell'esame del disegno di legge di riforma elettorale, iniziative legislative volte a rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano l'eguaglianza di genere nelle cariche elettive;

            ad individuare le strategie di promozione e di controllo più idonee a far sì che venga rimosso, anche attraverso opportune misure a favore del "sesso sottorappresentato", quanto di fatto nell'ordinamento nazionale osti all'eguaglianza di genere e ad una compiuta ed effettiva partecipazione delle donne all'organizzazione politica, economica e sociale .

Allegato B

Testo integrale dell'intervento della senatrice Carlino nella discussione delle mozioni 1-00576 (testo 2) e 1-00577

La scarsa presenza delle donne nei luoghi decisionali della politica è un deficit della democrazia. L'Italia è in forte ritardo rispetto ai livelli di partecipazione politica di altri Paesi europei.

La presenza delle donne nelle istituzioni è una conquista relativamente recente ma continua ad essere piuttosto esigua. E, purtroppo, consentitemi di aggiungere, quelle conquiste e quei passi avanti nell'emancipazione femminile, che ci sembravano solo qualche anno fa procedere speditamente, sembrano ormai segnare il passo, se non essersi fermate del tutto.

La conquista del diritto di voto nel 1946 coronò una storia lunga e travagliata. Ma non ha significato il raggiungimento di una vera parità con gli uomini, anzi, tuttora permangono profonde disuguaglianze, nelle istituzioni come nella società.

Ancora oggi in Italia nessuna donna è diventata Capo dello Stato, Presidente del Consiglio, del Senato e della Corte costituzionale. Tina Anselmi, nel 1976, è stata la prima donna italiana a capo di un Dicastero della Repubblica Italiana, quello del lavoro; Nilde Jotti è stata Presidente della Camera restando in carica fino al 1992 e Irene Pivetti lo è stata dal 1994 al 1996. Ma sono dovuti passare ben 32 anni, 36 Governi e 836 Ministri prima che fosse concesso un ministero ad una donna.

Se il 52 per cento dell'elettorato italiano è donna, pochissime ancora si trasformano in elette, e la questione non è squisitamente quantitativa, ma riguarda anche la possibilità che una parte consistente della società possa prendere parte ai processi decisionali e contribuire materialmente alla realizzazione di politiche in favore di tutti.

Dopo le elezioni del 2008, nell'attuale Parlamento, le donne hanno superato per la prima volta il 20 per cento. La nostra classe politica, seppur di poco, è più rosa ma sempre molto distante dagli altri Stati europei.

Allora che fare ci chiediamo. Introdurre con una legge l'incremento forzoso della rappresentanza paritaria di genere. La previsione di quote di genere si è rivelata l'unico strumento efficace per non perdere i talenti femminili che esistono, ma che vengono solitamente esclusi.

Volutamente non parlo di quote rosa ma di genere, come accade in tutti i Paesi. L'aggettivo «rosa» ha un tono caricaturale e dispregiativo che incoraggia - anziché scoraggiare - la stereotipizzazione (il perpetuarsi?) dei ruoli di genere sia nella famiglia che nel mondo pubblico.

Le quote, che noi donne per prime non amiamo, sono un mezzo verso la parità di risultato, un mezzo tramite il quale sperare di poter realizzare un progetto politico e sociale globale di piena parità politica tra donne e uomini, che costituisce l'applicazione di un principio e non di una percentuale.

In questa prospettiva, le quote non sarebbero una discriminazione nei confronti degli uomini, ma piuttosto una compensazione per le barriere strutturali che le donne incontrano nel processo elettivo: le difficoltà di conciliazione famiglia/impegno sociale, per mancanza di servizi adeguati, e le difficoltà economiche per affrontare le campagne elettorali. Occorre creare condizioni che consentano alle donne una effettiva partecipazione alla vita pubblica.

Il Consiglio d'Europa, in una raccomandazione del marzo 2003, ha sottolineato che una rappresentanza equilibrata di uomini e donne nei processi decisionali è un'esigenza di mera giustizia e che «la parità dei sessi è elemento costitutivo, non negoziabile, della democrazia».

Dei 27 Stati europei 6 Paesi, Belgio, Francia, Grecia, Portogallo, Slovenia e Spagna, hanno previsto quote nella Costituzione o nella legge elettorale (impositive); 16 - il gruppo più numeroso - hanno quote elettorali messe in atto spontaneamente da alcuni partiti politici (volontaristiche): Austria, Cipro, Germania, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Svezia, Ungheria; 5 i Paesi in cui non è previsto alcun correttivo: Bulgaria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia.

Nel bouquet delle migliori 14 leggi europee in favore delle donne, individuate all'interno di una ricerca dell'associazione francese, fondata da Simone de Beauvoir, «Choisir la cause des femmes», che sto promuovendo su tutto il territorio nazionale, per la rappresentanza di genere è stata selezionata la legge elettorale belga. In Belgio - primo Paese in Europa - già dal 1994 è in vigore una legge che ha imposto quote progressive fino al raggiungimento attuale della parità assoluta (liste a cerniera con alternanza uomo/donna) per tutte le elezioni (Comuni, Regioni e Parlamento) e la non ricevibilità delle liste non conformi alla legge.

Da studi effettuati nei sei Paesi in cui è stata presentata una legge impositiva, è emerso un dato inconfutabile: le quote funzionano, aumentando la presenza di donne fra gli eletti, anche se non in modo direttamente proporzionale. Anche perché le quote sono, ovviamente, applicate alle candidature e quindi non è detto che tutte le candidate siano elette.

Sono passati nove anni da quando l'articolo 51 della Costituzione italiana è stato modificato con l'introduzione del principio delle «pari opportunità tra donne e uomini» nelle cariche elettive. Cinque da quando l'Italia veniva collocata al 48° posto nella graduatoria mondiale sulla presenza delle donne nella politica, e faceva una certa impressione che al primo ci fosse il Rwanda.

In Italia l'effettiva applicazione del principio delle pari opportunità tra i sessi ha avuto uno sviluppo assai lento (nel 2010, nella classifica del World Economic Forum che misura il divario di genere, l'Italia si è classificata solo al 74° posto) e, quel che è peggio, con la crisi economica, per le donne italiane si è ampliato il divario di genere, facendo emergere una condizione femminile preoccupante e sempre più sacrificata al lavoro di cura familiare.

In base al «Global Gender Gap Report 2011» del World Economie Forum sul divario di opportunità tra uomini e donne nel mondo, la Penisola conferma la 74a posizione, su 135 Paesi, che aveva nel 2010. Al primo posto l'Islanda, davanti a Norvegia, Finlandia, Svezia, Irlanda e Nuova Zelanda come lo scorso anno. Posizioni confermate anche per Germania (lla), Spagna (12a), Regno Unito (16°) e USA (17mi). In calo di una posizione Francia (48a) e Grecia (56a).

Il rapporto ombra sui diritti delle donne in Italia, elaborato alla fine dello scorso anno da una serie di associazioni quali Action-aid, ARCI, Differenza Donna, Giuristi democratici ed altre, in occasione dei trent'anni del CEDAW, la Convenzione per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne, ha sottolineato una gravissima carenza di democrazia in Italia proprio a causa della sottorappresentanza delle donne nei luoghi decisionali.

Il CEDAW, nel suo rapporto, sollecitava il Governo italiano «ad adottare ulteriori misure per accrescere il numero delle donne nelle cariche pubbliche e politiche, anche attraverso l'uso delle quote di genere».

E l'allarme vale anche per le professioni e i ruoli dirigenziali. Se analizziamo i dati del nostro continente, secondo i dati Eurostat, l'Italia è al 26° posto, su 27 Paesi che compongono l'UE, per la presenza delle donne in posizioni dirigenziali, col 4 per cento, seguita solo da Malta, mentre vede al primo posto la Norvegia col 41 per cento di donne manager.

È recente la denuncia dell'OCSE che evidenzia che le donne italiane sono sottorappresentate nelle aziende pubbliche, solo il 7 per cento. L'anno scorso abbiamo approvato all'unanimità le quote rose nei CDA delle aziende quotate in borsa e nelle municipalizzate. Ad oggi il Governo non ha ancora emanato i decreti attuativi. Un equo inserimento delle donne a livelli dirigenziali è un traguardo di civiltà più che una conquista sociale.

Siamo certamente anche davanti ad un problema culturale; come ha sottolineato più volte anche il presidente Napolitano è necessario «incidere essenzialmente sulla cultura diffusa, sulla concezione del ruolo della donna, sugli squilibri persistenti e capillari nelle relazioni tra i generi».

È per questo che mi sembra un risultato importantissimo la mozione che stiamo approvando oggi, la quale ha avuto la sottoscrizione da donne appartenenti a tutti i Gruppi politici.

Purtroppo i cambiamenti culturali richiedono tempi lunghi e, quindi, è sempre più impellente approvare una legge sulla rappresentanza di genere per imporre, nell'ottica di una futura parità assoluta, quote progressive in tutte le elezioni e per l'applicazione di sanzioni dissuasive nei casi di liste non conformi alla legge e quindi irricevibili.

È quindi prioritario prevedere l'accesso alle cariche elettive in condizioni di parità tra donne e uomini, nell'ambito della legislazione elettorale, per le circoscrizioni comunali, per i Comuni, per le Città metropolitane, per le Province, per le Regioni a statuto ordinario e speciale laddove non previsto, oltreché per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica.

Del resto, anche alcune leggi elettorali regionali, come per esempio, quella della Campania, peraltro «benedetta» dalla Corte costituzionale, già lo prevedono e danno i risultati auspicati.

Sarebbe opportuno anche il formale coinvolgimento, nell'auspicata opera normativa, della Commissione per le pari opportunità tra donna e uomo, operante presso la Presidenza del Consiglio, oltreché delle associazioni e dei movimenti che sul piano nazionale si occupano di pari opportunità tra donne e uomo.

Questa è la proposta dell'Italia dei Valori. Questa è la richiesta che viene dal movimento delle donne, che sta vivendo una nuova stagione attiva e propositiva e che chiede di contare di più non per la propria affermazione ma per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese.

Pertanto il voto del mio partito non può essere che favorevole.

Integrazione all'intervento della senatrice Baio nella discussione delle mozioni 1-00576 (testo 2) e 1-00577

Onorevoli colleghi, nel giorno in cui si celebra la festa delle donne, quest'Aula è chiamata ad approvare una mozione volta ad assicurare un'equilibrata rappresentanza politica di entrambi i generi. Peccato, però, che sia stata sottoscritta solo dalle donne e non anche dai nostri colleghi, segno di un vecchio percorso storico e politico, che deve essere superato.

È doveroso, a mio avviso, sottolineare che i sistemi politici in cui le donne sono sotto rappresentate sono sistemi democratici incompiuti.

Il nodo ancora da sciogliere è quello di ristabilire un sano e fisiologico equilibrio di genere. Sono illuminanti le parole di Giovanni Paolo II nella «Lettera alle donne», che vorrei riportare: «(...)la donna e l'uomo non riflettono un'uguaglianza statica e omologante, ma nemmeno una differenza abissale e inesorabilmente conflittuale: il loro rapporto più naturale» è "l'unità dei due", ossia una "unidualità" relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante».

Alla luce di questa «unidualità», che è immanente nella natura delle cose e che è sinonimo di un arricchimento della vita quotidiana, suscita profonda amarezza constatare che la presenza delle donne stenta, ancora oggi, ad affermarsi sia in ambito lavorativo che politico.

È davvero desolante osservare che, secondo l'ISTAT, nel 2010 il tasso di occupazione femminile in Italia è stato pari al 46,1 per cento, un dato che colloca il nostro Paese in coda alla classifica europea, precedendo solo la Repubblica di Malta. Ed è ancora più desolante riscontrare che ad oggi, nonostante le donne siano mediamente più istruite rispetto agli uomini, hanno difficoltà ad entrare nei vertici dei consigli di amministrazione delle società, con una presenza che si attesta solo al 4 per cento contro una media europea dell'11,4 per cento: uno scenario, quest'ultimo, destinato a mutare in forza della legge n. 120 del 2011, che riconosce alle donne un terzo dei posti nei consigli di amministrazione di società quotate.

La scarsa presenza nelle istituzioni rappresentative, quindi, sembra il risultato di un'esclusione che avviene già a livello prepolitico: porre rimedio a questa asimmetria diventa, quindi, una necessità non più rinviabile.

I dati parlano chiaro. Dal rapporto «Le donne nelle Istituzioni rappresentative dell'Italia repubblicana: una ricognizione storica e critica» presentato alla Camera il 7 marzo del 2011, emerge che sono ancora troppo poche le donne presenti in Parlamento. Da una comparazione dei dati degli ultimi 60 anni risulta che nel 1946 21 donne facevano parte della Costituente; nel 1948, le senatrici erano l'1,7 per cento e le deputate il 6,19 per cento; nel 2008 le senatrici rappresentano il 18,32 per cento e le deputate il 20,95 per cento.

Un dato che stride con quelli relativi al Parlamento europeo, in cui la presenza femminile si attesta al 34,8 per cento, la più alta mai registrata finora.

Uno scenario che non cambia con una comparazione a livello internazionale; secondo le statistiche elaborate dall'Inter-Parliamentary Union, sulla base dei dati forniti dai rispettivi Parlamenti entro il 31 dicembre 2010, a livello internazionale l'Italia occupa il 54° posto su un totale di 188 Paesi.

Siamo ancora lontani dal raggiungere l'equilibrio tra i generi, un equilibrio che non può essere inteso e risolto solo con la presenza fisica delle donne in politica; non è, e non deve essere, solo una questione «quantitativa», bensì una questione legata alla qualità della rappresentanza democratica. Ritengo, infatti, che una più corposa presenza femminile nella gestione della res publica possa aprire la strada ad una competizione politica più costruttiva e qualificata, in un'ottica più ampia volta al reale perseguimento del bene comune, che è il fine ultimo a cui l'attività politica deve naturalmente tendere.

Ce lo dimostra un'analisi svolta da due professoresse associate del dipartimento di «Analisi delle Politiche e Management» della università «Bocconi» di Milano, da cui emerge che aumentando il numero delle candidate, aumenta la qualità di tutti gli eletti, sia donne che uomini. Nello specifico, l'indagine ha comparato due gruppi di Comuni, quelli in cui le elezioni si sono svolte alla luce della legge n. 81 del 1993, secondo cui nessun genere può rappresentare più dei 2/3 dei candidati totali nelle liste elettorali comunali, e quelli in cui la tornata elettorale si è svolta successivamente alla dichiarazione di incostituzionalità della legge n. 81.

Il documento conclusivo dell'indagine deve ancora essere pubblicato, ma le due docenti hanno dichiarato che l'inserimento delle donne nelle liste elettorali ha comportato l'esclusione di candidati meno qualificati, dando vita ad una sorta di selezione naturale. Il risultato è di immediata evidenza: una classe politica qualitativamente elevata è determinante per conseguire il bene comune della collettività nel cui interesse è svolto il mandato elettivo.

Per tali ragioni, la mozione oggi all'esame dell'Aula assume un profondo significato e si pone in linea con i principi espressi a livello internazionale, comunitario e costituzionale sulle pari opportunità nell'accesso alle cariche elettive.

A livello internazionale, la Convenzione sui diritti politici delle donne, adottata a New York il 31 marzo 1953 (ratificata dalla legge n. 326 del 1967), e la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna, adottata anch'essa a New York il 18 dicembre del 1979 (ratificata dalla legge n. 132 del 1985), prevedono il diritto di votare e di essere elette in condizioni di parità con gli uomini.

Con riferimento all'ordinamento comunitario, l'articolo 3 del Trattato sull'Unione europea annovera tra i compiti dell'Unione quello di promuovere la parità tra donne e uomini e l'articolo 23 della Carta fondamentale dei diritti dell'Unione europea stabilisce che la parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i campi.

Un impegno confermato, da ultimo, dalla comunicazione della Commissione europea del 5 marzo 2010, intitolata «Maggiore impegno verso la parità tra uomini e donne - Carta per le donne - Dichiarazione della Commissione europea in occasione della giornata internazionale della donna 2010», in cui, dopo aver considerato che «le donne continuano a non avere pieno accesso alla condivisione del potere e della capacità decisionale», viene affermato l'impegno «a perseguire l'obiettivo di una più equa rappresentazione di donne e uomini nelle posizioni di potere nella vita pubblica e nell'economia».

Nel nostro ordinamento, il diritto alle pari opportunità è consacrato nell'articolo 51 della Costituzione, secondo cui «Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».

Ebbene, l'esame dei disegni di legge di riforma del sistema elettorale presso la prima Commissione affari costituzionali costituisce un'occasione imperdibile per introdurre il principio di non discriminazione nell'ambito della legge elettorale per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato, riducendo il divario tra uomini e donne in termini di rappresentanza politica, e per riaffermare un giusto e sano equilibrio.

Per tali ragioni, l'impegno contenuto nella mozione di sostenere, nel corso dell'esame dei disegni di legge di riforma del sistema elettorale, iniziative parlamentari finalizzate all'introduzione di un principio di non discriminazione che assicuri un'equilibrata rappresentanza di entrambi i generi nelle cariche elettive, rappresenta un indirizzo doveroso per il Governo, che inserisce un tassello nel più ampio mosaico dell'uguaglianza e delle pari opportunità tra i generi.

Vorrei perciò concludere con le eloquenti parole mutuate dalla Medea di Euripide «La cosa migliore è vivere nell'uguaglianza; il nome stesso della moderazione già solo a pronunciarsi è bello; seguirla, poi, è quanto di meglio c'è per gli uomini».

Noi, oggi, possiamo fare molto di più che pronunciare la parola «uguaglianza»: possiamo seguirla e dimostrare al Paese di esserne in grado.

VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Baldini, Castiglione, Ciampi, Chiti (dalle ore 11.45), Colombo, Dell'Utri, Filippi Alberto, Filippi Marco, Messina, Montani, Pera, Saccomanno e Zavoli.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Donaggio, Gramazio, Maraventano, Nerozzi e Tofani, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro con particolare riguardo alle cosiddette morti bianche; Firrarello, per attività del Comitato per le questioni degli italiani all'estero; Marcenaro e Santini, per attività dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa; Bianchi, per partecipare ad un incontro interparlamentare.

Disegni di legge, approvazione da parte di Commissioni permanenti

Nella seduta del 7 marzo 2012 la 12a Commissione permanente (Igiene e sanità) ha approvato il disegno di legge: - "Istituzione del registro nazionale e dei registri regionali degli impianti protesici mammari, obblighi informativi alle pazienti, nonché divieto di intervento di plastica mammaria alle persone minori" (2515), già approvato dalla Camera dei deputati.

Nella seduta del 7 marzo 2012 la 8a Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni) ha approvato il disegno di legge: - "Norme in materia di circolazione stradale nelle aree aeroportuali" (3121), già approvato dalla Camera dei deputati.

Governo, trasmissione di atti

Con lettere in data 1° e 2 marzo 2012, il Ministero dell'interno, in adempimento a quanto previsto dall'articolo 141, comma 6, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, ha comunicato gli estremi dei decreti del Presidente della Repubblica concernenti lo scioglimento dei consigli comunali di Garbagnate Milanese (MI); Ortelle (LE); Ello (LC); Casapesenna (CE); Cassano All'Ionio (CS); Frontino (PU); Trebisacce (CS); Bitonto (BA); Mombercelli (AT); Campoli Appennino (FR).

Corte dei conti, trasmissione di relazioni sulla gestione finanziaria di enti

Il Presidente della Sezione del controllo sugli Enti della Corte dei conti, con lettere in data 27 febbraio, 1°, 5 e 6 marzo 2012, in adempimento al disposto dell'articolo 7 della legge 21 marzo 1958, n. 259, ha inviato la determinazione e la relativa relazione sulla gestione finanziaria:

Ferrovie dello Stato, per gli esercizi 2009 e 2010. Il predetto documento è stato deferito, ai sensi dell'articolo 131 del Regolamento, alla 5a e alla 8a Commissione permanente (Doc. XV, n. 387);

Autorità portuale di Taranto, per gli esercizi dal 2007 al 2010. Il predetto documento è stato deferito, ai sensi dell'articolo 131 del Regolamento, alla 5a e alla 8a Commissione permanente (Doc. XV, n. 388);

Automobile Club d'Italia (ACI), per gli esercizi dal 2008 al 2010 e degli Automobile Club provinciali e locali per gli esercizi finanziari dal 2007 al 2009 (conti consolidati al 31 dicembre). Il predetto documento è stato deferito, ai sensi dell'articolo 131 del Regolamento, alla 5a e alla 8a Commissione permanente (Doc. XV, n. 389);

Ente Irriguo Umbro-Toscano, per l'esercizio 2009. Il predetto documento è stato deferito, ai sensi dell'articolo 131 del Regolamento, alla 5a, alla 8a e alla 9a Commissione permanente (Doc. XV, n. 390);

Cassa depositi e prestiti SpA, per l'esercizio 2010. Il predetto documento è stato deferito, ai sensi dell'articolo 131 del Regolamento, alla 5a e alla 6a Commissione permanente (Doc. XV, n. 391).

Alle determinazioni sono allegati i documenti fatti pervenire dagli enti suddetti ai sensi dell'articolo 4, primo comma, della legge stessa.

Parlamento europeo, trasmissione di documenti

Il Vice Segretario generale del Parlamento europeo, con lettera in data 16 febbraio 2012, ha inviato il testo di sette risoluzioni, approvate dal Parlamento stesso nel corso della tornata dal 1° al 2 febbraio 2012:

una risoluzione recante raccomandazioni alla Commissione su una 14a direttiva di diritto societario in materia di trasferimenti transfrontalieri di sedi di società (Doc. XII, n. 985). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 10a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione "Verso un approccio europeo coerente in materia di ricorsi collettivi" (Doc. XII, n. 986). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 1a, alla 3a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul progetto di regolamento della Commissione che modifica il regolamento (CE) n. 1924/2006 relativo all'elenco di indicazioni nutrizionali (Doc. XII, n. 987). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 9a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul Consiglio europeo del 30 gennaio 2012 (Doc. XII, n. 988). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sull'Iran e sul suo programma nucleare (Doc. XII, n. 989). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 4a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla dimensione europea dello sport (Doc. XII, n. 990). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 7a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla relazione annuale in materia di fiscalità (Doc. XII, n. 991). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 6a e alla 14a Commissione permanente.

Mozioni, apposizione di nuove firme

I senatori Ramponi, Caselli e Saro hanno aggiunto la propria firma alla mozione 1-00579 della senatrice Poli Bortone ed altri.

Risposte scritte ad interrogazioni

(Pervenute dal 1° al 7 marzo 2012)

SOMMARIO DEL FASCICOLO N. 155

BERTUZZI: per la promozione della cultura in Italia (4-05086) (risp. ORNAGHI, ministro per i beni e le attività culturali)

D'ALIA, FINOCCHIARO: sul progetto del Ponte dello stretto di Messina (4-06806) (risp. BARCA, ministro per la coesione territoriale)

LANNUTTI: sulla dismissione del patrimonio immobiliare del Fondo per il personale della Cassa centrale di risparmio Vittorio Emanuele (4-05665) (risp. FORNERO, ministro del lavoro e delle politiche sociali)

Mozioni

SCANU, CANTONI, PISANU, CHITI, CONTINI, TORRI, CAFORIO, CARRARA, SANNA, DELOGU, LADU, SANCIU, SALTAMARTINI, SBARBATI, AMATI, AMATO, CRISAFULLI, FOLLINI, NEGRI, TEDESCO, ADAMO, ALICATA, ALLEGRINI, ANDRIA, ANTEZZA, ARMATO, ASTORE, BAIO, BALBONI, BARBOLINI, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BLAZINA, BOLDI, BOSONE, BRUNO, BUBBICO, CARLINO, CARLONI, CAROFIGLIO, CARUSO, CASSON, CASTELLI, CASTRO, CECCANTI, CERUTI, CHIAROMONTE, CHIURAZZI, COSENTINO, CURSI, D'AMBROSIO, DE LUCA Cristina, DE LUCA Vincenzo, DE SENA, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DIGILIO, DIVINA, D'UBALDO, FERRANTE, FERRARA, FIORONI, FISTAROL, FONTANA, GALLO, GALLONE, GARAVAGLIA Mariapia, GARAVAGLIA Massimo, GERMONTANI, GHIGO, GIAI, GIAMBRONE, GIARETTA, GUSTAVINO, INCOSTANTE, LANNUTTI, LAURO, LEGNINI, LI GOTTI, LIVI BACCI, LUSI, MAGISTRELLI, MALAN, MARCENARO, MARINARO, MARINO Ignazio, MARINO Mauro Maria, MARITATI, MAZZARACCHIO, MAZZUCONI, MERCATALI, MONACO, MORRA, MURA, MUSI, MUSSO, NEROZZI, NESSA, PALMIZIO, PARDI, PASSONI, PASTORE, PEDICA, PERDUCA, PERTOLDI, PORETTI, RIZZI, ROILO, SCARABOSIO, SERAFINI Anna Maria, SERAFINI Giancarlo, SERRA, SIRCANA, SOLIANI, STRADIOTTO, TOMASELLI, TONINI, VITA, VITALI, ZANETTA, ZANOLETTI - Il Senato,

considerato che:

la Regione Sardegna subisce il vincolo del proprio territorio per l'utilizzo da parte dello Stato di aree demaniali e servitù militari nella misura dell'80 per cento del totale nazionale;

in Sardegna sono dislocati tre poligoni di tiro, a Capo Teulada, a Capo Frasca e a Salto di Quirra, corrispondenti a ben 35.000 ettari di territorio;

tali insediamenti risalgono alla metà degli anni '50 e, pertanto, sono riconducibili ad una realtà geo-strategica e ad esigenze di difesa connesse al confronto tra il blocco occidentale e quello orientale;

pertanto, essendo profondamente mutata la situazione internazionale, sono venute meno le condizioni politiche e strategiche che costituirono il presupposto di quegli insediamenti;

lo strumento di difesa italiano è profondamente mutato con il passaggio da un esercito di leva ad un esercito a base volontaria, e si sono conseguentemente modificate le esigenze di sperimentazione, di addestramento e di esercitazione delle Forze armate;

il progresso tecnologico, anche in ambito militare, rende possibili modalità di addestramento e di specializzazione del personale che non necessitano di così ampie aree di territorio;

rilevato che:

il difficile momento che attraversa la finanza pubblica sollecita un'opera di razionalizzazione, semplificazione e sburocratizzazione degli apparati, nonché una riduzione dei costi a carico della collettività, che deve coinvolgere tutte le pubbliche amministrazioni, compresa quella della difesa;

la fase di ammodernamento della NATO e delle Forze armate italiane in corso, indicata dai programmi Nato network Enabled Capacity, prevede la ridefinizione di processi, funzioni, procedure e dotazioni dei reparti militari con una riduzione da 190.000 a 150.000 uomini effettivi, ovvero superiore al 20 per cento;

i risultati del recente progetto di caratterizzazione ambientale del Poligono Interforze di Salto di Quirra (PISQ), hanno mostrato la sussistenza di reali impatti negativi sulle aree ad alta densità militare e zone adiacenti accanto ad ampie porzioni di territorio che non sembrerebbero interessate da significative contaminazioni, come afferma la relazione conclusiva della Commissione tecnica di esperti istituita presso il Comitato misto territoriale per l'indirizzo, l'organizzazione, il coordinamento, la verifica ed il confronto delle attività e dei risultati del monitoraggio ambientale condotto nelle aree adiacenti al PISQ;

il medesimo monitoraggio ambientale ha evidenziato gli effetti indiretti dell'attività del PISQ, consistenti, in particolare, nella risospensione e nel trasporto a distanza di polveri ricche di metalli e/o contaminate, che rappresentano importanti fattori di rischio per la salute umana ed animale, cosi come non può essere sottovalutata la pericolosità di residui di esplosivi e propellenti, anch'essi prodotti dalle attività del poligono;

anche in altri poligoni si sono verificate situazioni inaccettabili di grave degrado ambientale, come, ad esempio, nel Poligono Delta presso il Poligono di Capo Teulada, interdetto anche al personale della base, e giudicato non bonificabile dalle autorità militari;

sulla base di tali elementi, si può parlare di una vera e propria sottrazione delle aree soggette a servitù militari alla normativa nazionale e regionale in materia di tutela della salute e del territorio;

la presenza delle aree militari ha determinato gravi allarmi sociali a causa della percezione di rischi rilevanti per l'ambiente e la salute umana e animale limitando la possibilità di disegnare prospettive di sviluppo e di valorizzazione delle risorse di quei territori;

tali aree, restituite ai Comuni di appartenenza, possono concorrere utilmente allo sviluppo economico-sociale delle comunità locali,

impegna il Governo:

1) a predisporre, in base a tali presupposti, la realizzazione, entro 3 mesi, di un piano di progressiva riduzione delle aree della Regione Sardegna soggette a servitù militare, di dismissione dei Poligoni di Capo Teulada e Capo Frasca, e riqualificazione del Poligono di Salto di Quirra, procedendo comunque all'eliminazione di tutte le attività che, sulla base della valutazione dei rischi, effettuata ai sensi della legislazione vigente, risultino suscettibili di produrre danni gravi ed irreversibili alla salute umana ed animale, ed all'ambiente;

2) a procedere, d'intesa con la Regione Sardegna e fatte salve le sue prerogative di autonomia, alla bonifica e contestuale riqualificazione delle aree non più soggette a vincolo, garantendo: a) la perimetrazione delle aree già sottoposte ad intensa attività militare e la redazione di "carte di pericolo" e di "carte d'uso del territorio" finalizzate a verificarne la compatibilità con l'esercizio in sicurezza delle attività produttive, in primo luogo quelle agrozootecniche già in essere, come suggerito nella citata relazione finale della Commissione di esperti per l'area di Salto di Quirra; b) la bonifica delle aree perimetrate ispirata a criteri di recupero e risanamento del territorio; c) il finanziamento, la progettazione e l'insediamento di attività alternative di adeguato livello qualitativo, che garantiscano il mantenimento degli attuali livelli occupazionali e, in prospettiva, il loro incremento. In tale ambito, possono essere sviluppate: 1) attività attinenti, in ambito regionale, alla protezione civile o nazionale per la formazione e l'addestramento del personale militare destinato a svolgere attività di assistenza alla popolazione civile nell'ambito delle missioni internazionali di pace; 2) attività relative allo sviluppo tecnologico ed all'innovazione nel campo della radaristica, microelettronica e robotica; 3) attività di ricerca e sviluppo di tecnologie e sistemi della filiera delle energie rinnovabili; 4) attività di ricerca e sviluppo in campo metereologico; 5) attività collegata agli esperimenti del consorzio CIRA (Consorzio Italiano Ricerche Aerospaziali), dell'ASI (Agenzia spaziale italiana) e dell'ESA (European space agency) anche in collegamento con le università della Sardegna; 6) sperimentazione aerei UAV; 7) forme di sperimentazione e monitoraggio finalizzate alla predisposizione di protocolli inerenti alle condizioni di sicurezza dei militari impegnati nelle missioni internazionali; d) la tutela delle iniziative imprenditoriali e competenze tecniche e professionali sviluppate nei territori interessati, anche correlate alle attività dei poligoni, e riconducibili a forme di riorganizzazione e riorientamento coerenti con le ipotesi di revisione e riorientamento delle attività dei poligoni stessi;

3) ad assicurare la disponibilità a riferire in Senato, entro 3 mesi dall'eventuale approvazione del presente atto di indirizzo, sullo stato di attuazione di tali misure.

(1-00582p. a.)

Interpellanze

FIORONI, ADAMO, AGOSTINI, ARMATO, BUBBICO, CECCANTI, CERUTI, COSENTINO, DE LUCA Cristina, DEL VECCHIO, DELLA MONICA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, FERRANTE, FONTANA, GRANAIOLA, LEGNINI, MARCENARO, MARINARO, MAZZUCONI, MICHELONI, MONACO, NEGRI, PEGORER, PIGNEDOLI, PORETTI, RUSCONI, SANGALLI, SANNA, SOLIANI, TOMASELLI, TONINI, VITA, VITALI - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dell'interno - Premesso che:

da notizie a mezzo stampa e dalla denuncia fatta pervenire agli interpellanti da parte di alcune associazioni di consumatori, si apprende dell'eventualità che nel settore delle energie rinnovabili sia stata predisposta una poco limpida operazione ai danni di oltre un migliaio di cittadini residenti in circa 1.400 comuni italiani;

dalle informazioni a disposizione degli interpellanti si apprende che il 30 luglio 2008 il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha concesso il patrocinio morale per il convegno «100 impianti in 100 comuni d'Italia» in programma a Fiuggi (Frosinone) per il giorno 31 luglio 2008, promosso dall'associazione ENER (Ente nazionale energie rinnovabili), associazione non riconosciuta e senza fini di lucro;

sul sito Internet dell'ENER sono rinvenibili sia il riferimento al patrocinio morale del Ministero al convegno sia la lettera che, il 30 luglio 2008, il segretario particolare del Ministro ha indirizzato al direttore dell'ente, comunicando la concessione del patrocinio morale (protocollo n. 03892/58);

il convegno era finalizzato a pubblicizzare il progetto «100 impianti fotovoltaici in 100 comuni d'Italia» promosso dalla stessa ENER. Tale iniziativa prevedeva la costruzione di 10.000 micro centrali elettriche da 3 chilowatt per un totale di 30 megawatt, da realizzare in 18 mesi con un investimento complessivo pari a 200 milioni di euro;

l'impianto fotovoltaico avrebbe dovuto essere realizzato dalla società Energesco, con la quale ENER aveva stipulato una partnership tecnica, per il costo complessivo di 21.890 euro comprensivi di IVA, per impianto; i singoli cittadini avrebbero poi dovuto restituire una somma, comprensiva di interessi, pari a circa 28.000 euro;

in numerose regioni italiane molti enti locali - la cui lista pare interamente rinvenibile sul sito dell'ENER - hanno aderito al progetto, persuasi della validità della proposta e dall'affidabilità dei soggetti coinvolti, anche alla luce del patrocinio, ben pubblicizzato, del Ministero dell'ambiente;

in virtù di tali considerazioni gli enti locali hanno sostenuto la diffusione del progetto e promosso un «bando» pubblico con il quale si sarebbero determinate le graduatorie di cittadini richiedenti per l'ottenimento di un impianto fotovoltaico (gazebo o pensilina fotovoltaici);

il «bando» prevedeva la possibilità di accedere a un finanziamento per l'installazione di un impianto fotovoltaico su terreno del richiedente, con cessione all'Energesco del conto energia erogato dal gestore servizi energetici (Gse) a installazione ultimata. Energesco avrebbe provveduto poi a rimborsare le rate mensili del finanziamento. Questo dal momento che, per legge, il finanziamento andava richiesto dai singoli fruitori, che sarebbero stati successivamente rimborsati da parte dell'azienda;

i consumatori (a quanto risulta ciò avveniva, in alcuni casi, anche in presenza di rappresentanti delle istituzioni) hanno sottoscritto una scrittura privata, nella quale erano fissati i termini e le condizioni con cui Energesco avrebbe costruito tali impianti su terreni di loro proprietà entro e non oltre il 31 dicembre 2010;

i cittadini hanno contestualmente sottoscritto una proposta di finanziamento finalizzato all'acquisto dell'impianto fotovoltaico, indirizzata alla BBVA Finanza SpA di Bilbao, alla Santander e ad altre finanziarie per un valore complessivo di oltre 22.000 euro, da restituire in rate mensili di circa 350 euro per un importo finale, interessi compresi, di circa 28.000 euro a carico di ogni cittadino;

considerato altresì che:

in particolare in Umbria circa 400 cittadini (secondo una stima fornita da Federconsumatori), rassicurati dalla presenza degli enti pubblici patrocinanti l'iniziativa, una volta sottoscritta la proposta di finanziamento finalizzato all'acquisto del gazebo, non avrebbero né visto realizzato l'impianto né ottenuto il rimborso delle rate come pattuito e, quindi, sarebbero stati costretti a rimborsare, pagando in prima persona l'importo totale, comprensivo di interessi, per un ammontare di circa 28.000 euro;

a fronte di questi fatti molti cittadini, anche assistiti da associazioni di consumatori, si sono rivolti alla magistratura, riuscendo ad ottenere che un'ordinanza del tribunale sospendesse il pagamento delle rate per 18 mesi;

la magistratura umbra ha posto sotto sequestro i pochi pannelli effettivamente installati, perché risultati derivanti da furti effettuati altrove;

valutato, infine, che fonti giornalistiche, le quali parlano espressamente di "truffa", e le associazioni a tutela dei consumatori stimano in circa 22 milioni di euro l'ammontare complessivo dei costi a danno dei cittadini di tali operazioni,

si chiede di sapere:

se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, oltre al patrocinio morale del convegno promosso da ENER il 31 luglio 2008, abbia concesso un ulteriore patrocinio o sostegno di altra natura al progetto «100 impianti in 100 comuni d'Italia»;

se abbia inteso incentivare, con contributi di qualsivoglia specie, il progetto in questione o le associazioni o società coinvolte;

sulla base di quali considerazioni e rassicurazioni in merito all'affidabilità dell'associazione ENER il Ministero avesse concesso il patrocinio morale al convegno;

quali siano le iniziative che tempestivamente il Ministro dell'ambiente intende adottare per contribuire alla soluzione positiva della situazione, pur nel rispetto delle indagini della magistratura ancora in corso;

se il Ministro dell'interno sia a conoscenza dei fatti e se non ritenga di dover assumere delle iniziative per accertare le circostanze in cui numerosi enti locali hanno sostenuto e pubblicizzato le attività di ENER e Energesco, in considerazione della fiducia che centinaia di cittadini hanno riposto nel progetto anche perché sostenuto dagli enti locali.

(2-00439p. a.)

Interrogazioni

CASSON - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e delle infrastrutture e dei trasporti -

(3-02715)

(Già 4-06848)

CASSON, DELLA SETA - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e delle infrastrutture e dei trasporti -

(3-02716)

(Già 4-06979)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

BIONDELLI - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

il tribunale di Borgomanero è sezione distaccata dipendente dal tribunale di Novara, ubicato esattamente a metà strada fra i capoluoghi di provincia di Verbania e Novara;

questa sua particolare posizione geografica (in una zona che si estende da nord a sud in Piemonte) la rende tuttora strategica per venire incontro alle esigenze di ordine giudiziario ed amministrativo di un ampio bacino d'utenza;

da sempre infatti a questa sede di tribunale si rivolgono, oltre alla popolazione residente nei comuni del circondario, anche cittadini di comuni compresi in province limitrofe (per svariati atti amministrativi, asseverazioni ed atti notori), anche perché la sede di Borgomanero è decisamente più vicina e più facile da raggiungere rispetto agli uffici giudiziari che sarebbero competenti territorialmente;

è inoltre sempre stata una sede giudiziaria con un carico di lavoro considerevole, al punto che ancora non molto tempo fa era stato proposto di farne sede di tribunale centrale;

nel corso degli ultimi anni la carenza di organico amministrativo e giudicante ha determinato il trasferimento di alcuni settori alla sede centrale di Novara, fra cui quello facente capo alla figura del giudice tutelare, fatto che ha determinato un gravissimo disagio per i cittadini appartenenti al ceto meno abbiente e socialmente più debole (interdetti, minori, vedovi o separati), che a tutt'oggi auspica un ritorno a Borgomanero di tali importanti servizi;

a motivo di questo trasferimento di carichi di lavoro alla sede centrale l'attuale statistica fa riferimento solo al settore civile contenzioso e sommario, con un numero di iscrizioni nel corso dell'anno 2011 superiore alle 1.000 pratiche;

in ambito penale, sempre per la carenza di personale giudiziario, i procedimenti per convalida di arresto vengono da qualche anno trattati a Novara. I fascicoli iscritti nel 2011 sono 444 (negli anni precedenti al trasferimento di parte del carico penale a Novara si è anche raggiunta la cifra di circa 540 iscrizioni - nel 2008 e nel 2004);

ritenuto che:

il carico di lavoro è notevole, tanto che, per avere un dato concreto del carico di lavoro della sezione distaccata di Borgomanero rispetto alla sede centrale di Novara, è sufficiente riferire che il solo contenzioso civile e le tutele hanno raggiunto un terzo di quello di Novara, e le sentenze penali emesse hanno raggiunto la metà (ossia oltre 400) del numero di sentenze emesse dal tribunale di Novara;

tali dati ancor più divengono qualificanti se si considera il rapporto in termini di popolazione tra il circondario di Borgomanero e quello di Novara;

presso l'ufficio del giudice di pace di Borgomanero si rileva, per gli anni 2009-2011, una statistica molto significativa circa l'attività svolta, dalla quale emerge che: a) con riferimento al settore civile, i procedimenti iscritti sono stati pari a 1.349 nel 2009, 1.425 nel 2010 e 1.289 nel 2011; le sentenze sono state pari a 881 nel 2009, 509 nel 2010 e 415 nel 2011; i decreti ingiuntivi sono stati pari a 710 nel 2009, 866 nel 2010 e 704 nel 2011; b) con riferimento al settore penale, i procedimenti iscritti sono stati pari a 206 nel 2009, 362 nel 2010 e 385 nel 2011; le sentenze sono state pari a 193 nel 2009, 256 nel 2010 e 271 nel 2011;

tali dati appaiono senz'altro significativi se si considera l'altissimo indice di produttività determinato dalla ridotta dotazione organica, e quindi di personale altamente qualificato che riesce comunque a far fronte al carico di lavoro con estrema efficienza;

si evidenzia che il lavoro svolto soddisfa le esigenze di una popolazione prossima alle 100.000 unità e che sul territorio di competenza si ritrovano peraltro centinaia di aziende, di cui molte note a livello internazionale e mondiale;

preso atto che:

la sede che ospita il tribunale di Borgomanero è un edificio modernissimo, inaugurato nel 1986, ed è stato il primo ufficio giudiziario interamente informatizzato. Progettato dall'architetto Marino Ferrari e dall'allora Pretore dottor Erasmo Renzo Lombardi (alla cui memoria è stato recentemente intitolato) è stato da loro studiato in tutti i dettagli ed è pertanto un edificio realizzato con tutte le specifiche peculiarità di un ambiente giudiziario, dotato di tutti gli spazi e attrezzature necessarie a svolgere con decoro le attività previste. Per le sue caratteristiche è stato anche premiato e indicato come modello per altre strutture giudiziarie realizzate negli anni successivi in Italia;

l'edificio è stato fortemente voluto da tutti i 30 Comuni appartenenti alla sua giurisdizione che hanno contribuito finanziariamente alla realizzazione del progetto informatico,

si chiede di sapere se, nell'ambito della riorganizzazione delle sedi giudiziarie, il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno valutare attentamente ed eventualmente promuovere ogni iniziativa affinché non siano soppresse quelle sedi, come il tribunale di Borgomanero, che, per le caratteristiche e i dati riportati, rappresenta una realtà di sicura efficienza della giustizia e di valido servizio alla cittadinanza.

(4-07037)

FILIPPI Marco - Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

in base alla normativa vigente, tutte le società concessionarie autostradali sono assoggettate, in virtù delle convenzioni sottoscritte con l'Anas, all'attività di vigilanza e controllo da parte del concedente Anas, mediante una propria autonoma struttura interna, denominata Ispettorato di vigilanza sulle concessioni autostradali;

nell'ambito di tali attività rientrano quelle relative all'approvazione dei progetti preliminari, definitivi e esecutivi, nonché delle eventuali perizie di variante tecnica, predisposti dalle società concessionarie redatti anche a seguito di accordi bonari transattivi con le imprese esecutrici di lavori;

con tali approvazioni l'Anas riconosce il maggior costo degli investimenti che si ripercuote integralmente sulle tariffe autostradali poste a carico degli utenti;

il quotidiano "Il Giornale di Milano" del 1° marzo 2012 ha riportato la notizia relativa al provvedimento del tribunale del riesame di Monza con il quale è stato disposto il sequestro di 14 milioni di euro alla società Codelfa SpA, società del gruppo Gavio, frutto della transazione sottoscritta con la società concessionaria A7 Milano Serravalle relativa alla realizzazione della terza corsia dell'autostrada Milano-Serravalle;

tra le motivazioni dell'ordinanza del tribunale, redatta sulla base di una consulenza chiesta dalla Procura, emerge che l'accordo bonario è squilibrato e tutto a vantaggio del gruppo Gavio, a cui è riconosciuta una somma superiore del 30 per cento rispetto ai costi originari dell'opera, e per giunta con il raddoppio dei tempi di esecuzione dei lavori;

considerato che la mancata attività di vigilanza e controllo degli attuali vertici di Anas sulle concessionarie autostradali è stata oggetto di vari atti di sindacato ispettivo parlamentare, fra i quali si ricordano le interrogazioni 3-02557 e 3-02559, rimasti finora senza risposte malgrado la gravità dei fatti descritti,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero che il consiglio di amministrazione dell'Anas, nella seduta del 26 novembre 2008, sulla base dell'istruttoria redatta dall'Ispettorato di vigilanza sulle concessioni autostradali ha approvato i contenuti di tale transazione riconoscendo la necessità, regolarità, congruità e legittimità della perizia proposta dalla società concessionaria che recepiva i contenuti dell'accordo bonario sottoscritto con l'impresa Codelfa SpA;

se i Ministri in indirizzo, a fronte della gravità dell'operato dell'Anas, che ha approvato il maggior valore dei lavori oggetto di contestazione da parte del tribunale del riesame di Monza con conseguente aggravio dei costi a carico degli utenti autostradali, intendano promuovere un'azione di responsabilità nei confronti del vertice Anas;

se non ritengano opportuno, anche tenendo conto della gravità dei fatti e delle censure più volte segnalate da atti di sindacato ispettivo parlamentare, promuovere un segnale di discontinuità nella gestione delle attività di soggetto concedente nominando ai vertici dell'istituenda Agenzia per le infrastrutture stradali ed autostradali, prevista dall'articolo 36 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, professionalità diverse da quelle che nel corso dell'ultimo decennio hanno gestito e adottato decisioni nell'ambito di tali attività.

(4-07038)

CARLINO - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

nei primi nove mesi del 2011 la compagnia aerea Meridiana Fly, la seconda compagnia aerea italiana, registrava perdite per un totale di 62 milioni di euro, quasi il quadruplo rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, un risultato dovuto tra l'altro alla crisi in Egitto, meta abituale di parecchi passeggeri della Meridiana, e all'aumento del costo del carburante;

in conseguenza di tale situazione, nel giugno 2011 metà degli oltre 1.600 dipendenti della Meridiana Fly sono stati posti in cassa integrazione per due anni;

nell'autunno del 2011, al fine di salvare la Meridiana dal fallimento veniva concluso un accordo di fusione con la compagnia aerea Air Italy che prevedeva un'integrazione tra pari attraverso uno scambio di azioni e una forte ricapitalizzazione;

in data 18 novembre 2011, poco dopo l'accordo di fusione, è stato firmato un accordo che fissa nuovi parametri per gli assistenti di volo e i piloti della Meridiana fino a fine 2012: tale accordo prevede una riduzione media dello stipendio dell'8 per cento, con punte che arrivano fino al 28 per cento, e l'abolizione del limite alle ore lavorative;

considerato che:

conseguenza dell'accordo del 18 novembre 2011 è che il personale di bordo, a fronte di una riduzione di stipendio che può arrivare anche al 28 per cento, si trovi a dover prestare servizio anche per 24 ore continuative, con rischi potenziali per la sicurezza dei passeggeri;

secondo quanto riportato da notizie di stampa, l'assemblea dei soci della Meridiana Fly, tenutasi a Milano il 15 febbraio 2012, non ha deliberato l'aumento di capitale da 142 milioni di euro come invece previsto dal citato accordo di fusione tra Meridiana Fly e Air Italy; ha deliberato l'aumento del numero dei membri del consiglio di amministrazione della Meridiana Fly da 8 a 12, con possibilità di ulteriore aumento e ha deliberato di aumentare il compenso fisso complessivo massimo del consiglio di amministrazione portandolo da 1 milione di euro lordi annui a 1,5 milioni di euro lordi annui,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto;

quali azioni concrete intenda porre in essere al fine di salvaguardare il rispetto da parte dei soggetti interessati degli accordi già sottoscritti per il rilancio della compagnia e la salvaguardia dei posti di lavoro.

(4-07039)

PEDICA - Ai Ministri dell'interno e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

è stata recentemente sottoposta all'attenzione dell'interrogante una situazione che coinvolge l'Assessorato al patrimonio e alle politiche abitative di Roma, relativamente alla realizzazione di un piano parcheggi che interessa le zone di via Chiana, via Antonelli e via Magna Grecia;

da quanto emerge dagli atti trasmessi, una delibera sottoscritta dai Dipartimenti interessati prevede di cedere alla società Cam Srl i tre compendi dei mercati siti nelle strade citate, comprensivi degli annessi garage comunali, nella prospettiva del loro abbattimento e di una loro completa ricostruzione, con l'aggiunta di piani parcheggio sotterranei e nuove cubature edilizie da realizzare sopra le aree dei mercati;

in cambio, sempre da quanto emergerebbe dagli atti trasmessi, la Cam dovrebbe restituire alla proprietà pubblica le superfici destinate a mercato e una quota di posti auto, cedendo al Comune un imprecisato numero di alloggi popolari al fine di fronteggiare l'attuale emergenza abitativa;

su richiesta di alcuni comitati di cittadini, il 24 gennaio 2012 si è svolta un'audizione presso la Commissione patrimonio del Comune di Roma: in tale sede è stato richiesto, tra l'altro, che si procedesse ad una verifica tecnica dei progetti in corso da parte degli uffici comunali competenti;

considerato che:

la scelta della Cam Srl viene giustificata adducendo l'esistenza di "diritti acquisiti" dalla ditta in seguito all'inserimento nel piano urbano commissariale dei parcheggi, tra il 2006 e il 2007, di tre interventi di ampliamento delle autorimesse dei mercati, già programmati ed approvati e non più realizzabili per ragioni di ordine tecnico-strutturale e idrogeologico;

i diritti acquisiti di cui parla l'amministrazione comunale riguarderebbero, comunque, interventi diretti alla realizzazione di parcheggi e non di tipo commerciale, residenziale e terziario prefigurati nella proposta ultima;

sebbene l'amministrazione comunale ritenga di non aver garantito alla CAM Srl nuovi e ulteriori diritti, ma solo la predisposizione di un atto necessario per la prosecuzione dei lavori, sembrerebbe opportuna, visto il conseguente impegno economico nei confronti della società, una ponderata discussione sul tema da parte del Consiglio comunale che valuti e deliberi il progetto in corso;

considerato inoltre che:

risulta che sulla fattibilità tecnica dei progetti di ampliamento siano stati sollevati forti perplessità in ben due relazioni tecniche, stilate nel 2008 dall'architetto Giuliano Petrangeli su incarico della Parioli Srl, all'epoca gerente dei tre parcheggi in questione;

dalla lettura di una delle due relazioni si evince che non è tecnicamente e materialmente possibile realizzare dei parcheggi sottostanti il piano interrato, vista la complessità della struttura superficiale (plinti e travi di collegamento) e della struttura verticale (pali di fondazione). L'affermazione di una tale possibilità si configurerebbe come un falso tecnico dettato da ignoranza di documentazione e di conoscenza dei luoghi;

da quanto riportato, i tre compendi interessati non presentano una situazione di degrado strutturale tale da costituire giustificazione per l'abbattimento, ma necessiterebbero solamente di una ristrutturazione e di una messa a norma degli impianti;

l'aumento delle cubature e l'inserimento di uffici e nuove attività commerciali in aree già interessate da alta densità demografica potrebbero significare peggioramenti per la mobilità, con ricadute su un ampio quadrante cittadino;

i tre complessi immobiliari sono stati edificati oltre 50 anni fa e sono quindi assoggettati a vincolo: in particolare il mercato Metronio di via Magna Grecia rappresenta un gioiello architettonico del noto ingegnere Riccardo Morandi ed è semmai bisognoso di interventi finalizzati a tutela e riqualificazione,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se, nell'ambito delle proprie e rispettive competenze, non ritengano opportuno intervenire sulla vicenda, anche favorendo il dialogo tra le parti interessate, con il coinvolgimento dei commercianti che operano nei mercati e dei cittadini che risiedono nei quartieri oggetto dei lavori;

se e quali iniziative intendano adottare al fine di addivenire ad un protocollo che rispetti e armonizzi le esigenze di tutte le parti, con l'obiettivo di verificare le alternative praticabili e garantire la più ampia trasparenza dell'iter di affidamento di lavori e concessioni a soggetti privati, soprattutto in un momento in cui molte amministrazioni locali versano in condizioni economiche precarie, le cui cause sono spesso da ricercarsi proprio nella cattiva gestione amministrativa, finanziaria e patrimoniale da parte degli organi competenti.

(4-07040)

PEDICA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della salute e per gli affari regionali, il turismo e lo sport - Premesso che:

in data 22 febbraio 2012 il procuratore regionale per la Corte dei conti del Lazio Angelo Raffaele De Dominicis ha redatto una memoria per l'adunanza di inaugurazione dell'anno giudiziario 2012;

nella relazione si legge che nell'ambito della Regione Lazio si è potuto accertare un'anomala contiguità decisionale con la società convenzionata San Raffaele SpA, fino al punto che una dirigente regionale, responsabile delle procedure di autorizzazione e accreditamento, è parsa collaborare con i vertici della società per non avere mai emesso alcun atto sanzionatorio. Tale vicenda contenziosa, con i suoi 137 milioni di euro di sprechi e di truffe, ancorché limitata ad una tipologia di prestazioni sanitarie (la riabilitazione), desta particolare sconcerto e preoccupazione soprattutto ove si consideri che oltre il 68 per cento dell'intero debito sanitario nazionale è costituito dal disavanzo accumulato da due Regioni: Lazio e Campania. Gli illeciti rimborsi al gruppo imprenditoriale San Raffaele SpA sono continuati nel corso dell'anno 2011 ed il comando NAS dei Carabinieri ha di recente trasmesso il rapporto investigativo sulla casa di cura di Cassino. Dalle risultanze istruttorie è, comunque, emerso che tale casa di cura ha percepito pagamenti che hanno superato il budget regionale. Inoltre, per le sostanziali irregolarità delle prestazioni assistenziali, prendendo in esame il periodo 2007-2009, il danno erariale è stato di circa 85 milioni di euro. Il che consegue non solo alla violazione sistematica delle convenzioni sanitarie ma soprattutto all'omissione di controllo sulla conformità e sulla regolarità delle prestazioni poste a rimborso;

per quanto risulta all'interrogante, già mesi fa il Gruppo dell'Italia dei Valori, e in particolare il consigliere regionale del Lazio Giulia Rodano, avevano ripetutamente sostenuto, sia nel corso del dibattito in Consiglio regionale, sia attraverso comunicati stampa, che nel decreto n. 62 del 27 luglio 2011 il commissario Polverini modifica, soltanto per un gruppo privato, il finora ferreo e inamovibile criterio della divisione della regione in quattro macroaree: scelta che tanti danni ha prodotto, chiudendo nelle province del Lazio tanti posti letto, 20 ospedali e lasciando sfornite di assistenza intere popolazioni, come hanno sancito ben due sentenze del TAR. Quello che viene negato pervicacemente agli ospedali pubblici e a tanti operatori privati verrebbe però concesso al gruppo Tosinvest. La Polverini procederebbe, infatti, ad una parziale revisione della rete ospedaliera delineata dal decreto n. 80 del 2010 e prevederebbe una riorganizzazione dell'offerta sanitaria di alcune strutture del gruppo San Raffaele SpA. Il famigerato comma 12 del citato decreto n. 80 lo preannunciava: un soggetto che controlli più strutture accreditate sul territorio regionale, può rimodulare i propri posti letto su base regionale e non sulla macroarea. Ed a pochi mesi, ecco il provvedimento esecutivo che si avvale di questa norma: in barba alle regole che valgono per gli altri, il decreto consente al gruppo di recuperare nelle cliniche del gruppo ben 187 posti letto derivanti da una struttura cui la stessa Regione ha dovuto revocare l'autorizzazione, il San Raffaele di Velletri. Il risultato è quindi il combinato disposto delle nuove norme e della chiusura del San Raffaele di Velletri, struttura appartenente alla holding di un noto esponente politico del Popolo della libertà su cui grava un'inchiesta della magistratura. La Regione cede su tutta la linea e decreta, in modo a giudizio degli interroganti illegittimo, rispetto a quanto previsto dalle disposizioni legislative. Si è di fronte ad un trattamento di favore talmente disinvolto che in un passaggio del decreto il commissario Polverini riconoscerebbe l'evidente conflitto d'interessi che verrebbe sollevato e sarebbe costretta a mettersi al riparo da eventuali rilievi di legittimità ricorrendo a una formula a dir poco spericolata sul piano amministrativo: cioè che il San Raffaele potrà procedere alla riorganizzazione fatti salvi eventuali mutamenti normativi che si rendessero necessari per superare i rilievi di legittimità costituzionale sollevati dal Governo nei confronti delle disposizioni sopra richiamate;

ad oggi a quanto risulta all'interrogante l'unico provvedimento di accreditamento definitivo rilasciato dalla Regione Lazio durante l'amministrazione Polverini è il decreto AD U0108 del 24 novembre 2011 a favore della casa di cura San Raffaele Montecompatri gestita dalla San Raffaele SpA, in cui sono stati trasferiti i posti letto recuperati dalla clinica San Raffaele di Velletri;

il 22 febbraio 2012 il consigliere regionale dell'Italia dei Valori Giulia Rodano ha commentato la memoria del dottor De Dominicis tramite un'agenzia di stampa, nella quale dichiarava che nel 2011 la Giunta Polverini ha concesso al gruppo San Raffaele "una vera e propria legge ad aziendam: la relazione del procuratore De Dominicis ripercorre nei dettagli quanto stia costando alla Regione Lazio questo trattamento di favore, illecito e indegno dei principi di terzietà della Pubblica Amministrazione";

lo stesso pomeriggio del 22 febbraio 2012 il Presidente della Regione Lazio Renata Polverini ha diramato un comunicato stampa nel quale si legge che «A tutela dell'onorabilità della regione Lazio, è stato dato mandato all'avvocatura regionale di presentare querela avente ad oggetto le dichiarazioni rilasciate alla stampa in data odierna dalla consigliera Idv Giulia Rodano»,

si chiede di sapere quali siano gli orientamenti che il Governo intenda esprimere in merito alle scelte amministrative compiute dal Presidente della Regione Lazio in qualità di commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dal deficit sanitario in relazione al gruppo San Raffaele SpA.

(4-07041)

PEDICA - Al Ministro della salute - Premesso che:

S.P., detto Lillo, sotto-capo della Marina militare a Brindisi, in data 7 agosto 2003, nella località Santa Sabina di Carovigno (Brindisi), ha un arresto cardiaco;

a causa della mancanza di ossigeno Lillo subisce danni cerebrali. La notizia è data più tardi ai familiari in ospedale, dove i medici riferiscono altresì dello stato di coma del giovane;

intubato il ragazzo viene trasportato all'unità di rianimazione di Brindisi, dove rimane per tre mesi, poi viene trasferito al Villa Verde di Lecce e vi rimane altri cinque mesi. Dopo otto mesi tra rianimazione e unità di risveglio viene riferito che il miglior luogo per il giovane è la famiglia, ma la diagnosi è gravissima: stato vegetativo persistente per conseguenze post -anossiche, con danni cerebrali parietali, temporali, corticali;

in data 28 marzo 2004 il ragazzo, bisognoso di assistenza continua, viene riportato a casa, dove, da allora, lo assistono 24 su 24 ore la madre e il padre che, nel frattempo, per stare vicino al figlio hanno deciso di abbandonare il lavoro;

la famiglia riferisce all'interrogante come la situazione sia veramente drammatica, anche a causa della mancanza di un'adeguata assistenza domiciliare effettuata da figure professionali competenti. In particolare sono state anche ridotte le sedute di fisioterapia, che tra l'altro durano meno di mezz'ora, da cinque a tre giorni a settimana;

la famiglia nel 2009 viene a conoscenza di un centro di riabilitazione di altissima specializzazione in Svizzera (Valens), che notoriamente non conosce eguali in Italia: la Clinica Valens, infatti, specializzata in neurologia e neuro riabilitazione, è considerata uno dei centri di riabilitazione leader a livello internazionale. Nella clinica vengono assistiti pazienti con impedita o ridotta capacità motoria provenienti dalla Svizzera e dall'estero;

considerato che:

i genitori di Lillo decidono quindi di inoltrare domanda e relativa documentazione al suddetto centro per un primo ciclo di cura, che inizierà circa un anno data la lunga lista d'attesa;

la famiglia riferisce all'interrogante di aver iniziato, nel mese di giugno 2010, ad instaurare un dialogo con la Direzione sanitaria della Azienda sanitaria locale di Brindisi - all'epoca il direttore sanitario era il dottor Rodolfo Rollo - riuscendo ad ottenere l'autorizzazione per effettuare il primo ciclo di cura nel centro svizzero;

nonostante la mancata dazione di un anticipo delle spese da parte della Asl competente, e nonostante la grave situazione economica in cui versano, i genitori riescono a sopportare il costo della suddetta cura grazie all'apertura, su un social network, di una campagna di solidarietà per il giovane;

nell'agosto 2010 la famiglia si reca in Svizzera per far effettuare a Lillo il primo ciclo di cure: in proposito riferisce di aver dovuto anticipare ogni somma e di non aver ricevuto ancora alcun rimborso;

nel novembre 2010 la famiglia viene poi autorizzata a recarsi nuovamente in Svizzera per far effettuare un'operazione molto complicata ai piedi del giovane: la riabilitazione viene svolta nuovamente presso la clinica di Valens, e nell'occasione gli interessati ottengono i rimborsi economici da parte della Asl di Brindisi;

in data 19 luglio 2011 la famiglia presenta la richiesta per un altro ciclo, ma non riceve alcuna risposta in proposito. Sceglie allora di partire comunque per la Svizzera, sostenuta economicamente ancora una volta dalla generosità delle persone; nel frattempo decide altresì di affidarsi ad un legale per la tutela degli interessi del giovane, anche perché è venuta a conoscenza di casi simili a quello di Lillo, casi in cui però sono stati autorizzati diversi cicli di cure presso la clinica svizzera;

la famiglia riferisce inoltre che le cure svizzere hanno determinato un evidente miglioramento delle condizioni di Lillo;

in data 2 febbraio 2012, convinti della bontà delle cure svizzere e pronti ad ogni sacrificio per la salute del proprio figlio, i genitori ripresentano la domanda per l'autorizzazione ad un altro ciclo di cure sempre presso la Clinica svizzera,

la famiglia riferisce che, in data 21 febbraio 2012, il responsabile del Centro di riferimento regionale, che è un fisiatra, e altri due soggetti si sono recati presso l'abitazione del giovane per verificare le condizioni dello stesso;

in data 5 marzo 2012 la famiglia riceve una raccomandata dalla Asl competente dove viene riferito il parere negativo in relazione al nuovo ciclo di cure presso la clinica svizzera, a causa delle condizioni ormai stabili del giovane che avrebbe solo bisogno di nursing continuativo ma non di riabilitazione intensiva. Si tratta di un dato ritenuto dagli interessati in forte contraddizione con la relazione del fisiatra, redatta per la presentazione della richiesta, nonché contrario a quanto sostenuto dalla stessa clinica svizzera;

ad avviso dell'interrogante ci si trova di fronte ad una situazione estremamente delicata, coinvolgente diritti fondamentali dell'uomo costituzionalmente garantiti, che richiede una verifica attenta della bontà della decisione della Asl di Brindisi in ordine all'inutilità delle cure richieste dalla famiglia del giovane, data, tra l'altro, l'impossibilità della stessa di far fronte alle spese per le cure all'estero senza il sostegno pubblico,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti in premessa;

se e quali provvedimenti, nell'ambito delle proprie competenze, intenda adottare a tutela del diritto alla salute del giovane coinvolto, in particolare verificando la bontà delle scelte che hanno condotto la Asl competente a negare l'aiuto richiesto.

(4-07042)

FLERES - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

il detenuto signor Hussein Saleh Mohamed Amehd è stato per alcuni anni recluso presso la casa circondariale di Palermo Ucciardone; nel corso di tale detenzione, i sanitari hanno accertato la presenza di patologie, come diabete, l'epilessia e problemi di carattere cardiocircolatorio, provvedendo a somministrare le relative cure;

a seguito di un aggravamento dello stato di salute, il detenuto è stato trasferito, per tre mesi, presso il centro clinico della casa circondariale di Roma Regina Coeli, dove è stato possibile mettere a punto la terapia e ristabilizzarlo;

la patologia più grave di cui il recluso è affetto è una malformazione aortica che, oltre a cure adeguate, necessita di particolari attenzioni e, soprattutto, sono sconsigliati gli sbalzi di temperatura;

terminato il periodo di assegnazione a Regina Coeli, il signor Hussein ha fatto rientro a Palermo, ma piuttosto che utilizzare uno fra i tanti voli diretti che collegano le due città, si è ritenuto di utilizzare un metodo alquanto anomalo. Senza preavviso, infatti, una sera del mese d'ottobre 2011, egli è stato imbarcato su un volo diretto per Catania e da lì portato presso il carcere di Caltanissetta, dove è giunto intorno alle ore 2 del mattino ed è stato allocato in cella singola senza neanche una coperta. Il recluso è rimasto a Caltanissetta per due giorni in queste condizioni, aggravate dal fatto che gli è stato somministrato un farmaco (Metformina) il cui dosaggio non era quello corretto. Dopo Caltanissetta, egli è stato inopinatamente condotto a Siracusa, dove è rimasto altri due giorni, per poi essere finalmente tradotto a Palermo;

al suo rientro all'Ucciardone, prima di essere assegnato in sezione, ha atteso più di 7 ore in una cella di prima accoglienza, il famoso "canile", privo di qualunque assistenza. Tutto ciò ha determinato un peggioramento dello stato di salute del recluso, tanto che lo stesso ha avuto un ictus ed è, in atto, ancora semi paralizzato;

l'aggravarsi del quadro clinico ha comportato il definitivo trasferimento del recluso a Regina Coeli dove, in data 1° marzo 2012, il Dirigente sanitario ha dichiarato la sua incompatibilità con il regime penitenziario,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa, come intenda intervenire, e se non ritenga di dover effettuare delle verifiche circa le modalità di traduzione dei reclusi, che nel caso descritto hanno determinato seri problemi di salute ed anche un notevole aggravio di costi ingiustificati per l'erario.

(4-07043)

TOTARO - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

"Il forteto" è una delle principali comunità toscane di recupero per minori disagiati, con sede nel Mugello (in provincia di Firenze);

Rodolfo Fiesoli detto il "profeta" insieme all'altro fondatore Luigi Goffredi, che si avvalevano di falsi titoli di studio come quello in Psicologia, nel 1985 furono processati e condannati ad una pena di reclusione per maltrattamenti aggravati e atti di libidine nei confronti degli ospiti della comunità;

nonostante questi gravissimi capi di imputazione nel 1997 Fiesoli risultava ancora a capo della comunità e, cosa ancora più grave, il tribunale continuava ad affidare minori alla struttura;

considerato che:

nel 1998 la Corte europea dei diritti dell'uomo ricevette la richiesta di ricorso contro l'Italia, e in particolare contro l'operato del tribunale dei minori di Firenze, da parte di due madri con doppia cittadinanza, italiana e belga, cui il tribunale per i minorenni di Firenze aveva imposto di interrompere ogni relazione con i rispettivi figli, collocati presso la comunità Il forteto. Le donne, inoltre, denunciarono trattamenti violenti e inumani nei confronti dei minori, con una scolarizzazione pressoché inesistente; il 13 luglio 2000 la Corte condannò l'Italia per l'affidamento alla comunità dei due bambini a pagare una multa di 200 milioni di lire come risarcimento dei danni morali;

dall'indagine della Corte europea è emerso che Il forteto fu oggetto, alla fine degli anni '70, di un'inchiesta penale in relazione a tre dei suoi fondatori, per supposti atti di zoofilia e pedofilia commessi all'interno della cooperativa. Due di queste persone, in particolare il direttore Rodolfo Fiesoli e il suo socio Luigi Goffredi, furono arrestate, poi rimesse in libertà con rinvio a giudizio;

nonostante questi precedenti il tribunale dei minori per anni ha continuato ad affidare minori, almeno fino al 2009, all'istituto, nel quale, secondo le testimonianze delle vittime, Fiesoli imponeva proprie regole;

rilevato che:

nel 2002 l'eurodeputata di Alleanza nazionale Cristiana Muscardini aveva presentato un'interrogazione alla Commissione europea chiedendo l'allontanamento immediato di tutti i minori presenti nella struttura e la cancellazione de Il forteto quale centro di riferimento per la commissione per l'infanzia. Tuttavia la Commissione incredibilmente si dichiarò non competente;

il 20 dicembre 2011 Rodolfo Fiesoli, tuttora a capo della comunità, è stato nuovamente arrestato sulla base di un'ordinanza del Gip Paola Belsito;

nei giorni passati sono state rese pubbliche a mezzo stampa le testimonianze delle vittime, al tempo minorenni, che sarebbero state costrette ad avere in ogni luogo rapporti sessuali con Fiesoli,

si chiede di sapere:

se risultino i motivi per i quali "Il forteto", nonostante la condanna per abusi sessuali e maltrattamenti a Fiesoli, abbia continuato ad ottenere l'affidamento dei minori e a mantenere rapporti con i servizi sociali e l'autorità giudiziaria per la gestione dei minori in affido a terzi;

quali siano i motivi per i quali, nonostante le accuse, le denunce, la creazione di un profilo chiamato "falsi educatori" sul network "Facebook" in cui si raccontano le presunte violenze commesse all'interno della comunità "Il forteto", detta struttura abbia continuato a funzionare;

se risultino l'epoca dell'ultimo affidamento e gli eventuali controlli posti in essere dal tribunale dei minori e dai servizi sociali.

(4-07044)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell'articolo 147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso la Commissione permanente:

13ª Commissione permanente(Territorio, ambiente, beni ambientali):

3-02715, del senatore Casson, e 3-02716, dei senatori Casson e Della Seta, sul transito delle grandi navi nella laguna di Venezia.