Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 657 del 17/01/2012

SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVI LEGISLATURA ------

657a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO (*) (**)

MARTEDÌ 17 GENNAIO 2012

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Presidenza del presidente SCHIFANI,

indi della vice presidente BONINO

e del vice presidente NANIA

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(*) Il testo della Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia, consegnato alla Presidenza dal ministro Severino Di Benedetto, è pubblicato in un separato allegato al Resoconto della seduta odierna.

(**) Include l'ERRATA CORRIGE pubblicato nel Resoconto della seduta n. 658 del 18 gennaio 2012
(N.B. Il testo in formato PDF non è stato modificato in quanto copia conforme all'originale)

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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Coesione Nazionale-Io Sud-Forza del Sud: CN-Io Sud-FS; Italia dei Valori: IdV; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord Padania: LNP; Partito Democratico: PD; Per il Terzo Polo (ApI-FLI): Per il Terzo Polo (ApI-FLI); Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Verso Nord, Movimento Repubblicani Europei, Partito Liberale Italiano, Partito Socialista Italiano): UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI; Misto: Misto; Misto-MPA-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MPA-AS; Misto-Partecipazione Democratica: Misto-ParDem; Misto-Partito Repubblicano Italiano: Misto-P.R.I..

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RESOCONTO SOMMARIO

Presidenza del presidente SCHIFANI

La seduta inizia alle ore 16,34.

Il Senato approva il processo verbale della seduta pomeridiana del 12 gennaio.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B ai Resoconti della seduta.

Avverte che dalle ore 16,36 decorre il termine regolamentare di preavviso per eventuali votazioni mediante procedimento elettronico.

Sul naufragio della nave da crociera Costa Concordia

PRESIDENTE. (Si leva in piedi e con lui tutta l'Assemblea). Esprime il plauso dell'Assemblea nei confronti di quanti si stanno adoperando nelle operazioni di salvataggio dei passeggeri della nave da crociera Costa Concordia, naufragata al largo delle coste dell'Isola del Giglio per cause su cui sta indagando l'autorità giudiziaria e ricorda la solidarietà dimostrata in tale drammatico frangente dagli abitanti dell'isola. Non appena sarà in possesso degli elementi necessari, il Governo riferirà al Senato circa la dinamica del naufragio e sulle azioni intraprese per scongiurare i rischi di inquinamento dell'ecosistema. Consapevole della necessità di operare affinché non si ripeta una tragedia del genere, che sembra essere stata causata da ragioni futili e responsabilità umane, invita l'Assemblea ad osservare un minuto di silenzio in segno di cordoglio per le vittime e di vicinanza alle loro famiglie. (L'Assemblea osserva un minuto di silenzio).

MENARDI (CN-Io Sud-FS). Esprime a nome del Gruppo il cordoglio per le vittime, la solidarietà alle loro famiglie e l'auspicio affinché tra i dispersi si trovino ancora persone in vita, ringraziando tutti coloro che si stanno adoperando coraggiosamente nei soccorsi. Occorre inoltre riflettere su quanto si sta apprendendo dagli organi di informazione, secondo cui la tragedia è stata provocata da una grave negligenza e l'atteggiamento di chi in quel momento aveva la responsabilità dell'imbarcazione non è stato corrispondente ai propri doveri. Va infine ricordata la prova di solidarietà offerta, in tale difficile frangente, dagli abitanti dell'Isola del Giglio. (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud-FS).

DE TONI (IdV). Associandosi alle parole di cordoglio espresse dal Presidente, rileva che al momento non sono note le ragioni che hanno condotto la nave ad effettuare manovre non autorizzate e cambiamenti di rotta non previsti, né si è a conoscenza dell'adeguatezza e dell'effettivo funzionamento dei sistemi di sicurezza e prevenzione presenti a bordo. Occorre dunque compiere tutti gli sforzi possibili per chiarire le ragioni e le responsabilità che hanno condotto al naufragio, per evitare che si ripeta quanto accaduto a seguito dello speronamento del traghetto Moby Prince, sulle cui cause non si è mai fatta luce. Chiede pertanto che venga compiuto un approfondimento nelle Commissioni competenti e che il Governo fornisca informazioni più puntuali all'Assemblea. Il Parlamento deve testimoniare il proprio impegno affinché sia garantita la sicurezza della navigazione, in modo particolare nel momento dell'avvicinamento delle navi alle coste. (Applausi dal Gruppo IdV).

MILANA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Il naufragio della nave Costa Concordia deve costituire occasione per una riflessione più profonda sui controlli e sul monitoraggio delle rotte marine e della navigazione, valutando anche la possibilità di estendere a tutte le aree delicate i sistemi informativi di controllo più avanzati, attualmente utilizzati solo in alcune zone ad intenso traffico marittimo. Va inoltre condannata, oltre all'imprudente condotta di chi aveva la responsabilità di guidare l'imbarcazione, anche la generale acquiescenza nei confronti di comportamenti pericolosi, come l'avvicinamento delle grandi navi da crociera alle coste, che andrebbero impediti. Esprime pertanto il cordoglio nei confronti delle vittime e il plauso per il comportamento dei soccorritori, degli abitanti dell'Isola del Giglio e dell'equipaggio, che si è prodigato per salvare i passeggeri. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI e della senatrice Giai).

FISTAROL (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Dopo essersi associato al cordoglio per le vittime della tragedia e al plauso per il lavoro dei soccorritori, ricorda il grave rischio di danno ambientale connesso alla presenza a bordo dell'imbarcazione di un enorme quantitativo di combustibile, la cui rimozione appare particolarmente difficoltosa. Auspica quindi che vi sia la massima efficienza nelle operazioni di salvataggio e di messa in sicurezza della nave, su cui si sta appuntando l'attenzione dell'opinione pubblica italiana e internazionale. Chiede infine la presenza in Assemblea del ministro dell'ambiente Clini, per offrire al Senato una ricostruzione di quanto accaduto e per rassicurare il Parlamento sull'intenzione del Governo di adottare misure efficaci per scongiurare il rischio di danno ambientale e di predisporre una diversa regolamentazione dei percorsi delle grandi navi, soprattutto per quanto riguarda le distanze dalle coste. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).

MARAVENTANO (LNP). Desta sconcerto la leggerezza e l'atteggiamento goliardico del comandante della nave Costa Concordia che hanno determinato una tragedia di così gravi proporzioni che l'apprezzabile intervento dei soccorritori ha saputo contenere. Auspica che la magistratura proceda ad un rapido accertamento degli eventi anche per dare risposte plausibili ai familiari delle vittime e all'opinione pubblica. Si rendono altresì necessari immediati interventi al fine di scongiurare qualsiasi rischio di danno ambientale. (Applausi dal Gruppo LNP).

FILIPPI Marco (PD). Esprime solidarietà e cordoglio ai familiari delle vittime di una tragedia le cui dimensioni, essendo ancora ignoto il reale numero dei deceduti e profilandosi il rischio di catastrofe ambientale, restano tuttora indefinite. È quindi auspicabile che il Governo renda in tempi brevi al Parlamento un'informativa atta a chiarire i numerosi interrogativi originati dalla dinamica dell'incidente, evidentemente addebitabile ad errore umano. Chiede inoltre di sapere se l'intero apparato di controllo a terra e a bordo delle navi, sul cui ammodernamento tecnologico sono state investite ingenti risorse finanziarie, sia effettivamente operativo e quali controlli gli armatori effettuano sulla affidabilità e capacità dei comandanti delle proprie navi. (Applausi dal Gruppo PD).

MATTEOLI (PdL). Si associa ai sentimenti di cordoglio espressi dal Presidente del Senato ai familiari delle vittime di un evento tragico senza dubbio addebitabile a precise responsabilità del comandante della nave il cui tentativo di raggiungere il vicino porto ha comunque evitato un bilancio ben più grave. Encomiabile è stata poi l'azione dei soccorritori e della popolazione dell'Isola del Giglio che hanno dimostrato grande capacità e lodevole spirito di solidarietà. Per evitare simili tragedie non servono nuove norme ma solo il rispetto di quelle esistenti. Interventi tempestivi possono scongiurare il rischio di catastrofe ambientale. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Si associa a nome del Governo ai sentimenti di cordoglio espressi dal presidente Schifani ed alle sue parole di ringraziamento rivolte ai soccorritori. È intenzione del Governo informare a breve il Parlamento in merito alle dinamiche dell'incidente in cui è incorsa la nave Costa Concordia ed alle procedure previste per la verifica della professionalità e dell'affidabilità dei soggetti cui le società armatrici affidano i propri mezzi. L'informativa riguarderà, inoltre, anche le misure che si intendono intraprendere al fine di evitare qualsiasi rischio di danno ambientale.(Applausi dai Gruppi PdL e PD).

PRESIDENTE. Prende atto della disponibilità del Governo a rendere un'informativa al Senato sulla tragedia della nave Costa Concordia.

Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia e conseguente discussione

SEVERINO DI BENEDETTO, ministro della giustizia. Anche nell'ambito dell'amministrazione della giustizia il Governo intende operare in piena collaborazione con l'ampia maggioranza parlamentare da cui è legittimato. Sul fronte della giustizia civile, le maggiori criticità sono costituite dall'enorme mole di arretrato, dall'eccessiva durata dei processi e dall'elevato tasso di litigiosità della popolazione, che produce un costante intasamento degli uffici giudiziari. Tutto ciò non solo lede il diritto dei cittadini ad ottenere giustizia in tempi ragionevoli, con conseguenti richieste di risarcimento che aumentano la mole di lavoro degli uffici e provocano pesanti costi per le finanze pubbliche, ma danneggia anche gravemente il tessuto produttivo e produce un allontanamento degli investimenti stranieri, con costi per il sistema economico che la Banca d'Italia ha stimato pari all'1 per cento del PIL. Per snellire e rendere più efficiente l'amministrazione della giustizia civile è necessario anzitutto proseguire nell'azione, già intrapresa dal precedente Governo, volta alla riorganizzazione degli uffici, alla razionalizzazione delle risorse umane e alla diffusione dell'impiego delle tecnologie informatiche, soprattutto nell'espletamento delle formalità procedurali. Tali misure, che riguardano anche il settore penale, consentiranno un aumento dell'efficienza e dell'efficacia della macchina amministrativa. Particolare rilevanza assume la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, che il Governo intende portare avanti con equilibrio e pacatezza, tenendo costantemente informato il Parlamento e valutando scrupolosamente le diverse specificità territoriali. Per favorire la deflazione dei procedimenti civili è necessario inoltre incentivare il ricorso a forme di conciliazione e di risoluzione dei contrasti alternative a quella giudiziaria, quale ad esempio la mediazione, un istituto introdotto nel 2010 che sembra stia funzionando bene, ma il cui utilizzo deve essere ulteriormente incoraggiato; il fatto che nella maggior parte dei casi si partecipi alla mediazione con l'assistenza di un legale dovrebbe fugare i dubbi dell'ordine forense in ordine ad una minore tutela dei diritti dei cittadini. Anche nella giustizia penale una delle maggiori criticità è costituita dall'eccessiva durata dei processi, che incide sulla sorte dell'elevatissimo numero di detenuti in attesa di giudizio. Questa anomalia tipicamente italiana pregiudica l'equilibrio tra diversi valori di rango costituzionale, quali il diritto alla libertà individuale e il diritto alla sicurezza e il rispetto della legalità, e causa richieste di risarcimento per ingiusta detenzione ed errore giudiziario; sarebbe pertanto auspicabile un uso più calibrato della carcerazione preventiva, ricorrendo alle altre opzioni di cui il giudice dispone. Un'altra gravissima emergenza è costituita dallo stato delle carceri e degli ospedali psichiatrici giudiziari e dalle inaccettabili condizioni di vita dei detenuti e degli stessi agenti di polizia penitenziaria; è necessario agire in via prioritaria per migliorare tali condizioni, anche se si tratta di una questione di difficile soluzione. Il Governo sta lavorando non solo sul fronte dell'edificazione di nuove carceri e della manutenzione di quelle esistenti, attraverso un miglioramento del piano carceri varato dal precedente Esecutivo, ma anche per favorire la depenalizzazione dei reati bagatellari e il ricorso a forme di detenzione alternativa e per limitare al massimo le permanenze in carcere di breve durata, dimezzando i tempi massimi per la convalida dell'arresto. È stata inoltre varata una misura che consente al detenuto di essere correttamente informato sui suoi diritti e i suoi doveri al momento dell'ingresso in carcere. È intenzione del Governo di colmare le lacune di organico procedendo all'assunzione di nuovi magistrati tra i vincitori di concorso e di riordinare la magistratura onoraria; l'attività didattica della Scuola della magistratura sarà volta a fornire ai futuri magistrati anche la necessaria formazione per quanto riguarda l'organizzazione e la gestione degli uffici giudiziari. L'aumento dei detenuti negli istituti minorili è un dato che deve far riflettere; particolarmente importante in questo caso è l'aspetto rieducativo della pena, attraverso istituti ampiamente sperimentati come quello della messa alla prova. Il Governo si accinge a varare un piano di convenzioni internazionali volte ad incentivare il ritorno del minore straniero nel suo contesto di origine, che potrà più adeguatamente accompagnarlo in un percorso di reinserimento sociale. Sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata, con il decreto legislativo n. 159 del 2011 è stato varato il codice antimafia, che contiene la ricognizione e il coordinamento delle norme antimafia di natura penale, processuale e amministrativa. Il complesso degli interventi già adottati o in corso di adozione, seppur in presenza di positivi segnali di miglioramento, non ha ancora determinato una significativa svolta strutturale di tutto il sistema; nell'attuale difficile congiuntura economica, è più che mai importante il concorso operoso di tutti i protagonisti al fine di contribuire al risanamento e alla ripresa del Paese attraverso un servizio giudiziario più snello, più rapido, meno costoso. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, IdV, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI, CN-Io Sud-FS e Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. Informa che il Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti Passera renderà, nel corso della seduta pomeridiana di giovedì 19 gennaio, un'informativa al Senato sul naufragio della nave da crociera Costa Concordia.

Rinvia inoltre alla seduta antimeridiana di domani la votazione sulla costituzione in giudizio del Senato della Repubblica per resistere in un conflitto di attribuzione, originariamente previsto all'ordine del giorno della seduta odierna.

Presidenza della vice presidente BONINO

Ripresa della discussione della Relazione del Ministro della giustizia
sull'amministrazione della giustizia

DELLA MONICA (PD). La grave situazione che caratterizza il comparto della giustizia impone una nuova stagione incentrata su obiettivi concretamente realizzabili ma senza perdere di vista il necessario ampio respiro prospettico volto a rendere il servizio giustizia un volano per un'economia competitiva, una prospettiva per la quale il PD garantisce leale collaborazione al Ministro della giustizia, di cui va anzitutto apprezzata l'impostazione manifestata in ordine alle misure da assumere in tema di carceri. Particolarmente condivisibile è la riconosciuta necessità di arricchire le misure alternative alla detenzione, intervenendo anche laddove esse sono oggi difficilmente applicabili, ad esempio nei riguardi dei recidivi e dei tossicodipendenti. Occorre altresì ridurre il numero degli ingressi e rendere effettivi i diritti dei detenuti con la giurisdizionalizzazione del reclamo e l'istituzione di un apposita autorità garante. In tema di contrasto alle mafie, va implementato l'intervento realizzato con il codice delle leggi antimafia il cui carattere meramente compilativo impone nuove misure soprattutto di natura economico-patrimoniale. Quanto al contrasto alla corruzione, bisogna dotare la magistratura e la polizia giudiziaria di mezzi più incisivi, definire meglio le norme attinenti i delitti contro la pubblica amministrazione e introdurre il delitto di corruzione nel settore privato. Ulteriori interventi devono riguardare la prescrizione, il cui decorso dei termini consentito per tutta la durata dei tre gradi di giudizio è forse eccessivo, la durata dei processi, materia su cui è auspicabile che il Governo sostenga le proposte già avanzate dal PD, e il numero dei processi civili, con interventi deflattivi che riguardino la fase esecutiva dei procedimenti e che comportino l'effettiva unificazione dei riti prendendo a modello il rito del lavoro. Quanto infine ai carichi di lavoro degli uffici giudiziari, non è condivisibile il carattere obbligatorio assegnato alla media conciliazione, che infatti non ha fornito i risultati sperati, mentre va ripensato il sistema relativo ai mezzi di impugnazione. (Applausi dal Gruppo PD). Allega ai Resoconti della seduta il testo integrale dell'intervento (v. Allegato B).

DIVINA (LNP). La Lega Nord è contraria a indulti ed amnistie come strumenti per affrontare il sovraffollamento delle carceri e considera discutibile anche l'ampliamento da 12 a 18 mesi del residuo di pena da scontare agli arresti domiciliari. Il problema è infatti di natura culturale e politica ed è legato all'eccessiva apertura concessa agli ingressi di cittadini stranieri, che infatti ormai rappresentano la stragrande maggioranza dei detenuti e che dovrebbero scontare la pena, attraverso opportuni accordi internazionali, nei rispettivi Paesi d'origine. Occorre inoltre rendere obbligatorio, come peraltro avviene in Germania con pochissime eccezioni, il lavoro in carcere o in strutture dedicate per chi è agli arresti domiciliari, anche per riaffermare il carattere riabilitativo della pena. Bisogna infine chiedere maggiore impegno e massima responsabilità ai magistrati che dovrebbero cercare meno i riflettori e dedicarsi di più al contrasto dei delitti che maggiormente allarmano i cittadini. I tempi eccessivamente lunghi dei processi negano la giustizia ai cittadini e le norme sui risarcimenti non garantiscono tempi compatibili con le esigenze di competitività del sistema Paese producendo un disincentivo per gli investitori esteri. (Applausi dal Gruppo LNP).

Presidenza del vice presidente NANIA

BENEDETTI VALENTINI (PdL). Posto che qualunque riforma non produce effetti senza una formidabile responsabilizzazione dei protagonisti del comparto giustizia, a partire dai magistrati, occorre incidere sulle patologie che oggi determinano di fatto l'ineseguibilità delle sentenze, con ciò che ne deriva in termini di frustrazione per gli addetti ai lavori e per i cittadini. La revisione delle circoscrizioni giudiziarie non produrrà i risparmi attesi e comunque la delega che il Governo si appresta ad attuare prevede un ineludibile principio guida, frutto di un preciso accordo politico e di un minuzioso lavoro parlamentare, che impone il riequilibrio territoriale, demografico e funzionale quale principio ispiratore degli interventi sui tribunali, escludendo quindi interventi volti a sopprimere i tribunali minori. Quanto all'affollamento delle carceri, proprio perché si condivide l'opinione della insostenibilità della situazione che coinvolge elementari diritti della persona, se non si vuole cadere in contraddizione con l'esigenza di mantenere alta la difesa sociale, occorre individuare adeguate risorse per costruire nuovi padiglioni e nuovi istituti di pena e per assumere nuovo personale. Quanto infine alla liberalizzazione delle professioni forensi, è impensabile che, a fronte delle sempre maggiori garanzie imposte per legge nei confronti dei mestieri non intellettuali, si possa procedere allo smantellamento di ogni garanzia qualitativa nei confronti di professioni intellettuali di alta rilevanza sociale. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Astore).

PRESIDENTE. Avverte che sono state presentate le proposte di risoluzione n. 1, sottoscritta dai senatori Gasparri, Finocchiaro, D'Alia, Rutelli, Viespoli e Pistorio, n. 2, a prima firma della senatrice Bonino, n. 3, a prima firma del senatore Li Gotti, e n. 4, a prima firma del senatore Mura.

In relazione dell'andamento dei lavori e d'intesa con i Gruppi parlamentari, la replica del Ministro, le dichiarazioni di voto e le votazioni sulle proposte di risoluzione avranno luogo nella seduta antimeridiana di domani.

BONINO (PD). Concorda con l'analisi sullo stato della giustizia italiana proposta dalla ministro Severino Di Benedetto, che ha evidenziato l'inaccettabile situazione delle carceri e degli ospedali psichiatrici giudiziari e ha sottolineato l'impatto negativo del malfunzionamento della giustizia civile sull'economia italiana. Come i Radicali evidenziano ormai da anni nelle loro battaglie, le condizioni della giustizia e delle carceri costringono la stessa amministrazione statale ad agire in condizioni di patente illegalità. È preoccupante l'elevato numero di suicidi e di morti violente negli istituti di detenzione, mentre occorre ricordare i tanti sforzi degli operatori del mondo penitenziario, che si prodigano per rendere più accettabile la situazione delle carceri. Va allora sostenuta la riforma preconizzata dal Ministro in materia di carcerazione preventiva, visto il numero troppo elevato di detenuti sottoposti a tale misura cautelare. Ritiene però che l'unica strada per consentire alle istituzioni di tornare ad operare in condizioni di legalità, riconquistando così la fiducia dei cittadini, sia quella di approvare provvedimento di amnistia e di indulto, che consentirebbe di alleviare l'emergenza carceraria e di deflazionare il numero dei processi pendenti e che non andrebbe a detrimento della sicurezza dei cittadini, pregiudicata invece dalla scarsa capacità di identificare gli autori dei reati più comuni, quali i furti. (Applausi dei senatori Perduca, Biondelli, Negri e Del Pennino).

BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Il rasserenamento del clima politico consente al Governo di affrontare il delicato tema della giustizia superando un approccio emergenziale e mettendo mano in modo strutturale agli aspetti più critici, come l'elevata durata media di procedimenti civili, che minano la competitività del sistema economico italiano. Anche alla luce dell'elevato tasso di litigiosità che si riscontra in Italia, è ad esempio auspicabile amplificare l'utilizzo dell'istituto della mediazione, riducendo i costi di accesso a tale procedura. È positivo l'impegno del Governo per affrontare il tema del sovraffollamento carcerario, testimoniato dall'adozione della Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati e dall'emanazione di un apposito decreto-legge, su cui annuncia la presentazione di un emendamento volto ad assicurare la presenza di un soggetto titolato a garantire i diritti dei detenuti in ogni istituto di pena. Per quanto riguarda la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, la riorganizzazione va affrontata in modo ponderato e oggettivo, valutando anche il tasso di criminalità e di illegalità nei vari territori. Anche in virtù dell'ampia maggioranza che lo sostiene, il Governo potrebbe infine affrontare il tema delle intercettazioni telefoniche, rivedere la normativa sul gratuito patrocinio e procedere al recupero delle somme dovute per multe, spese giudiziarie e ammende. Allega la restante parte dell'intervento ai Resoconti della seduta (v. Allegato B).

BUGNANO (IdV). La Procura della Repubblica di Torino, attraverso un documento inviato anche al Ministero della giustizia, ha evidenziato l'opportunità di prevedere un'organizzazione specializzata e non frammentata per le procure che si occupano del delicato tema degli infortuni sul lavoro, evidenziando anche gli effetti negativi derivanti dall'applicazione dell'articolo 19 del decreto legislativo n. 160 del 2006, che limita la durata del periodo durante il quale i magistrati di primo e secondo grado possono rimanere in servizio presso lo stesso ufficio o nel medesimo gruppo di lavoro. L'Italia dei Valori auspica pertanto una modifica di tale articolo, che limita la creazione di pool altamente specializzati, e invita a creare una procura nazionale per la sicurezza sui luoghi di lavoro, che garantisca interventi sistematici e coerenti su tutto il territorio nazionale. È inoltre necessario rivedere i decreti attuativi del testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, emanati dal ministro Sacconi, che hanno stravolto alcune parti della normativa ampliando eccessivamente la discrezionalità dei datori di lavoro in tale settore. (Applausi dal Gruppo IdV).

CASTELLI (LNP). Ormai da decenni le relazioni sullo stato della giustizia in Italia si soffermano sui problemi della lentezza della giurisdizione e del sovraffollamento delle carceri, senza che i Governi riescano concretamente a porvi rimedio. Quando ha rivestito il ruolo di Ministro della giustizia ha proposto un'importante riforma dell'ordinamento giudiziario, che avrebbe migliorato l'efficacia dell'azione giudiziaria, ma che è stata purtroppo abrogata dalla maggioranza di centrosinistra della successiva legislatura, e un sistema di monitoraggio degli uffici giudiziari, che giace tuttora inutilizzato. Auspica dunque che l'attuale Esecutivo possa per lo meno consentire l'avvio dei corsi della Scuola superiore per la magistratura, con sede a Bergamo, che dopo una vicenda travagliata è pronta per l'inaugurazione. Il problema del sovraffollamento carcerario non deve essere affrontato con l'ennesimo provvedimento di clemenza, che andrebbe a detrimento della sicurezza dei cittadini, ma si dovrebbero reperire le risorse necessarie a farvi fronte vendendo alcuni immobili dello Stato, come taluni edifici penitenziari ormai inadatti alle funzioni di detenzione, ma dall'indubbio valore commerciale. Occorrerebbe infine incrementare le attività lavorative dei detenuti e prevedere istituti di pena differenziati per i detenuti meno pericolosi, che richiedono un livello più basso di custodia e di vigilanza. (Applausi dal Gruppo LNP, PDL e CN-Io Sud-FS).

GALPERTI (PD). Il quadro presentato dalla condivisibile relazione del Ministro evidenzia problematiche storiche del comparto giustizia, quali la lentezza della macchina giudiziaria, il peso dei risarcimenti a carico dello Stato per ingiusta detenzione e lunghezza del processo e l'emergenza carceri. Diverse sono le azioni riformatici che possono essere avviate per il risanamento del sistema: oltre all'intervento sulla magistratura onoraria, serve una riorganizzazione dei distretti giudiziari che tenga conto degli indici di produttività registrati sul territorio. Per dare soluzione al problema del sovraffollamento delle carceri, gli interventi nel settore dell'edilizia devono necessariamente accompagnarsi all'applicazione di un regime premiale che, concretizzandosi in forme alternative alla pena, rappresenti non una soluzione meramente logistica ma la concreta realizzazione della funzione riabilitativa della detenzione. (Applausi dai Gruppi PD e PdL e della senatrice Giai).

PASTORE (PdL). Nel processo di riforma del sistema giudiziario, che potrebbe caratterizzare l'anno di governo dell'attuale Esecutivo, di primaria importanza appare l'intervento riorganizzativo delle circoscrizioni giudiziarie che deve essere attuato sul territorio secondo un principio di equità. Si dovrebbe inoltre prevedere la soppressione dei tribunali delle acque e dei commissariati agli usi civici, giudici speciali ormai ultronei ma che contribuiscono all'intasamento della macchina giudiziaria. Un ulteriore problema da considerare nel processo riformatore della giustizia è connesso all'intervento di liberalizzazione delle tariffe professionali che rischia di incidere sulla qualità dell'ausilio prestato al mondo dell'impresa nell'ambito del suo rapporto con la pubblica amministrazione la quale, ormai, sulla libera azione imprenditoriale esercita un controllo a posteriori e non più preventivo. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Poli Bortone).

CHIURAZZI (PD). Il realistico approccio del Ministro ai problemi della giustizia è accompagnato dalla sua ferma volontà di assumere decisioni risolutive, confermata dal recente decreto-legge emanato in materia di sovraffollamento carcerario. Non meno importante si rivela essere l'intervento di riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie che, necessariamente improntato al criterio di estensione territoriale, deve al tempo stesso evitare che una riduzione eccessiva del numero degli uffici arrechi ulteriori danni al cittadino, già pesantemente sfiduciato nel suo rapporto con il sistema giudiziario. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Benedetti Valentini e Poli Bortone).

CENTARO (CN-Io Sud-FS). La relazione obiettiva e pragmatica del Ministro ha evidenziato i molti aspetti positivi che hanno caratterizzato la politica del precedente Governo sui temi della giustizia ma anche le pesanti problematiche che impediscono un efficace funzionamento del sistema giudiziario. L'emergenza carceraria rappresenta in questo senso un inquietante segnale di disfunzione che incide in modo deleterio sul grado di civiltà dimostrata dal Paese. Le soluzioni prospettate sono molteplici: gli interventi di edilizia carceraria, le forme alternative alla detenzione, le convenzioni con i Paesi stranieri. Esse però possono rivelarsi efficaci solo se considerate complementari l'una all'altra. La riforma del processo penale si inserisce prepotentemente in questo quadro perché piccoli aggiustamenti sono in grado di ridurre considerevolmente il ricorso alla custodia cautelare. In tale ambito, è certamente auspicabile non solo un intervento sulle intercettazioni, che il Governo Monti può attuare con maggiore serenità di quanto non abbia potuto fare il precedente Esecutivo, ma anche un'azione di depenalizzazione dei reati. L'inversione nel trend delle pendenze nel processo civile dimostra inoltre la validità dell'azione riformatrice perseguita dai precedenti Governi volta a modernizzare, anche attraverso meccanismi di informatizzazione, un diritto civile ormai obsoleto ed inadeguato. A completamento di questo percorso già attivato è auspicabile che l'intero settore dell'avvocatura intraprenda un'opera di rinnovamento culturale nel proprio rapporto con la magistratura. La riforma del sistema della giustizia non può prescindere nemmeno dalla riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie, intervento questo che richiede un fattivo contributo del Consiglio superiore della magistratura improntato a garantire l'efficienza degli uffici. È questo un tassello fondamentale da inserire nell'intero processo riformatore, evitando che la riduzione dei distretti incida sull'efficacia dell'azione della magistratura nelle regioni tradizionalmente colpite dall'azione dalla criminalità organizzata. Il Parlamento è disponibile ad affiancare il Ministro nel percorso di riforma che non può però esplicarsi attraverso una decretazione d'urgenza in quanto non in grado di garantire quel confronto istituzionale necessario quando si affrontano temi di primaria importanza come quelli della giustizia. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS e PdL).

COMPAGNA (PdL). Esprime consenso per la relazione del Ministro. In coerenza di una visione della giustizia come servizio e istituzione di garanzia, il Ministro non dovrebbe sottrarsi al tentativo di completare, mediante una riforma costituzionale che introduca la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, il passaggio al processo accusatorio adottato dal Parlamento con la riforma del codice di procedura penale del 1988. I successivi tentativi di rendere coerente l'impianto accusatorio limitando lo strapotere del pubblico ministero sono stati contrastati dal centrosinistra per la pressione dei settori della magistratura più oltranzisti ed arroganti nei confronti della politica. Si è determinato uno stallo, nel quale però il Parlamento ha prodotto, con ampio sostegno, la modifica costituzionale sul giusto processo, che altro non è se non un'accentuazione dei profili di distinzione tra le carriere. In tale contesto, magistrati trasformatisi in difensori sociali continuano ad individuare nemici pubblici, ad accusarli, a privarli della libertà prescindendo da qualsiasi accertamento dibattimentale e ad impedire loro di difendersi. Contro questa impostazione, che ha consentito a figure di magistrato che disonorano la toga di crearsi una immagine pubblica che poi magari hanno sfruttato per fare carriera politica, il centrodestra ha proposto disegni di legge per la separazione delle carriere che da anni sono fermi per l'opposizione pregiudiziale del centrosinistra. Un approfondimento del tema appare ormai dovuto. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Del Pennino).

LI GOTTI (IdV). Prese le distanze dal garantismo di coloro che inveiscono contro i magistrati annoverando tra le proprie fila collusi con la criminalità organizzata, esprime apprezzamento per il ragionevole programma enunciato dal Ministro, in particolare per l'impegno a condurre con equilibrio la riforma della geografia giudiziaria. Per quanto riguarda la deflazione dell'arretrato civile, il Ministro non dovrebbe sottovalutare la straordinaria offerta di collaborazione venuta dall'avvocatura ed individuare una soluzione normativa che consenta a migliaia di avvocati di collaborare alla redazione delle sentenze. Sottolineata l'esigenza di completare la discussione dei disegni di legge in tema di irreperibilità, minima offensività e affidamento in prova da anni all'esame delle Commissioni parlamentari piuttosto che ricorrere a nuove deleghe al Governo, chiede al Ministro di affrontare i problemi del personale amministrativo; di assicurare finalmente le risorse per la creazione delle strutture di analisi necessarie alla messa in opera della banca dati del DNA; di ridurre i costi delle intercettazioni provvedendo all'acquisto delle apparecchiature, il cui noleggio rappresenta attualmente l'80 per cento della spesa; di completare il testo unico della legislazione antimafia affrontando, oltre alle misure di prevenzione, anche la parte relativa al diritto sostanziale e processuale che è stata stralciata, contrariamente a quanto riportato dalla relazione su indicazione degli uffici del Ministero. (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore D'Ambrosio. Congratulazioni).

VALDITARA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Il Ministro colga la grande, forse irripetibile occasione offerta dal consenso di forze politiche di orientamento diverso per adottare una efficace e moderna riforma del processo civile, la cui inefficienza è causa tra l'altro di ingenti danni dal punto di vista economico. A tale proposito, sottolinea le proposte contenute nel disegno di legge n. 2971, che individua il ricorso quale atto introduttivo del giudizio, elimina i termini perentori a comparire, riduce i termini di costituzione del convenuto, rende eventuali le memorie istruttorie nel corso della prima udienza ed elimina quelle conclusionali e le repliche. Le modifiche proposte sono orientate verso una trattazione orale della causa e una concentrazione delle attività istruttorie nella prima, possibilmente anche unica udienza davanti al giudice. Di pari importanza sono le misure volte a garantire la certezza della pena: a tale riguardo segnala un altro disegno di legge in materia di revisione della legge Gozzini e, più in generale, dei benefici premiali. Condivide le sollecitazioni al finanziamento della banca dati del DNA.

ADERENTI (LNP). Contrariamente a quanto affermato da coloro che si oppongono alle modifiche proposte all'ordinamento penitenziario in tema di ospedali psichiatrici giudiziari, l'articolo 3-bis proposto come emendamento aggiuntivo al decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211, prevede di trasformarli da strutture a prevalente connotazione penitenziaria in strutture a prevalente connotazione sanitaria, per garantire a queste persone malate il rispetto dei diritti umani di base e le cure più appropriate. La Lega è fortemente impegnata da questo punto di vista e segnala al Ministro l'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, una struttura già esclusivamente sanitaria che, con le sue prestazioni di eccellenza, può costituire un modello di assistenza e recupero dei pazienti da riproporre nel resto del Paese. Occorrerebbe, peraltro, che per la sua qualità tale struttura fosse più adeguatamente sostenuta dal punto di vista finanziario e ne fosse completata la pianta organica. (Applausi dei senatori Mura e Santini).

D'AMBROSIO (PD). I contenuti della relazione del Ministro sono certamente condivisibili; possono però essere accompagnati da alcuni suggerimenti. Occorre insistere sul giudizio direttissimo, che in alcuni tribunali è stato sperimentato con successo. E' necessario però dotarsi delle strutture necessarie: per esempio, essendo stato applicato soprattutto per evitare che giovani tossicodipendenti andassero in carcere, all'interno del tribunale di Milano è stato istituito un ufficio del medico della ASL per preparare il programma per l'inserimento nelle comunità terapeutiche presso cui gli arrestati avrebbero dovuto scontare gli arresti domiciliari; tali comunità, poi, devono essere protette per impedire al tossicodipendente di fuggire e commettere nuovi reati per procurarsi la droga. Sarebbe inoltre opportuno eliminare le restrizioni alle misure alternative al carcere poste dalla legge cosiddetta ex Cirielli del dicembre 2005. In attesa di attuare le proposte sulla revisione delle circoscrizioni, occorrerebbe apportare modifiche alle regole che presiedono i trasferimenti dei magistrati, che dovrebbero essere consentiti solo dopo che questi ultimi abbiano definito le cause per le quali siano già depositate le conclusioni delle parti, così da evitare al giudice subentrante di dover ristudiare il processo dall'inizio. Il legislatore del 1988, pur ispirandosi al processo accusatorio di tipo americano, non ebbe il coraggio o la possibilità di realizzare compiutamente quel modello. Non fu introdotta la giuria, né la caduta della preclusione di non colpevolezza dopo il primo grado; furono invece introdotti istituti assolutamente ignoti al rito accusatorio, quali l'incidente probatorio ed il rito abbreviato. Oggi forse sarebbe il caso di esaminare se vale la pena di mantenere ancora il processo di appello, che esiste solo in Italia, per i reati di competenza della Corte di assise. Segnala anche i disegni di legge presentati per limitare il ricorso per Cassazione soltanto ai giudizi di legittimità. (Applausi del senatore Chiurazzi).

MUGNAI (PdL). Ringrazia il Ministro della giustizia per l'attenzione dedicata al dibattito e per l'onestà intellettuale che l'ha portata a riconoscere gli importanti risultati raggiunti dai suoi predecessori. Sebbene il settore della giustizia civile risulti ancora patologicamente intasato, bisogna evitare il rischio di istituzionalizzare dei meccanismi meramente deflattivi, perché ciò incide negativamente sul diritto dei cittadini di accedere al sistema giudiziario e sulla stessa cultura della legalità. La revisione delle circoscrizioni giudiziarie, ad esempio, è un provvedimento indispensabile, ma deve essere attuato sulla base di criteri oggettivi, al fine di non introdurre disparità di trattamento tra i cittadini. Continuano inoltre a suscitare perplessità istituti controversi quale quello della mediazione, che è stata introdotta forzatamente senza ascoltare le obiezioni sollevate dall'ordine forense, cioè da coloro che sono impegnati quotidianamente nel compito delicato e vitale della tutela dei diritti dei cittadini. Tale ambito non può essere compresso per il perseguimento di meri obiettivi contabili di riduzione della spesa. Sarebbe invece necessario ripartire dalla riforma dell'ordinamento forense faticosamente approvata in prima lettura dal Senato, cioè da norme che riconducono ad una cultura della legalità. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Rinvia il seguito della discussione sulla relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia alla seduta antimeridiana di domani.

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

AMATO (PdL). Venerdì scorso è scomparso Rauf Denktaşh, leader storico della comunità turca di Cipro e fondatore della Repubblica turco-cipriota di Cipro del Nord. Combattente indomito della causa della libertà, dotato di eccezionale carisma, con lui scompare un protagonista della politica internazionale. La Repubblica turco-cipriota è espressione dell'irrisolta crisi cipriota, che l'Europa ha inglobato in sé senza condurla a soluzione. (Applausi dal Gruppo PdL).

PERDUCA (PD). Ricorda la figura di Rauf Denktaşh, presidente per trent'anni della Repubblica turco-cipriota, che ha fondato e in cui è riuscito a creare un sistema con una vera dialettica democratica e una vera opposizione. Sarebbe auspicabile una maggiore attenzione da parte dell'Unione europea nei confronti della componente turca di Cipro. (Applausi del senatore Amato).

PRESIDENTE.Dà annunzio degli atti di indirizzo e di sindacato ispettivo pervenuti alla Presidenza (v. Allegato B) e comunica l'ordine del giorno delle sedute del 18 gennaio.

La seduta termina alle ore 21,22.

RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del presidente SCHIFANI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,34).

Si dia lettura del processo verbale.

THALER AUSSERHOFER, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 12 gennaio.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,36).

Sul naufragio della nave da crociera Costa Concordia

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, come è tristemente noto, nella notte fra venerdì e sabato un tragico incidente ha coinvolto la nave Costa Concordia: per cause e responsabilità sulle quali le autorità competenti stanno indagando, la gigantesca imbarcazione da crociera ha urtato gli scogli dell'isola del Giglio e si è incagliata a pochi metri dalla riva, affondando parzialmente.

Il terribile bilancio di quello che sarà ricordato come uno dei più gravi incidenti marittimi del Mediterraneo conta purtroppo già 11 vittime e un preoccupante numero di dispersi. Le squadre di soccorso, dopo aver mirabilmente tratto in salvo e prestato le prime cure alle oltre 4.000 persone presenti a bordo della nave al momento dell'impatto, continuano senza sosta, con coraggio e perizia straordinari, a lavorare all'interno del relitto, le cui condizioni rendono assai difficili e pericolose le operazioni di ricerca dei molti, fra passeggeri e membri dell'equipaggio, che purtroppo risultano ancora dispersi.

Sono certo di esprimere il sentimento di tutti voi nel rivolgere il commosso ringraziamento ed il vivo plauso della nostra Assemblea a quanti si sono adoperati - ed ancora in queste ore si prodigano - nelle operazioni di salvataggio: la Guardia costiera, la Marina militare, i Vigili del fuoco, le forze dell'ordine, il personale dei servizi sanitari e di protezione ambientale, senza dimenticare l'affettuosa solidarietà della gente del Giglio che, con lo spirito autentico degli uomini e delle donne di mare, ha saputo spalancare, nel cuore della notte, le porte delle case, dei negozi e delle chiese, per offrire un primo riparo all'ingentissimo numero di naufraghi, più del triplo degli abitanti della stessa isola.

Sono certo che il Governo riferirà al Senato non appena in possesso di tutti gli elementi necessari ad una prima, esauriente risposta circa le cause e la dinamica di questa immane tragedia, nonché sulle azioni intraprese per scongiurare i rischi di inquinamento di un ecosistema marino e costiero tra i più delicati e protetti.

Al di là della concreta identificazione delle cause e delle responsabilità, non c'è però alcun dubbio che si debba fare in modo che eventi come questo - a quanto sembra non ascrivibile a quel "mare amaro", affamato di vite umane, di cui parla il Verga ne "I Malavoglia", bensì a ragioni ben più futili e umane - non si ripetano più.

Con questa consapevolezza, in segno di cordoglio per le vittime e di affettuosa vicinanza alle loro famiglie, invito tutti i colleghi ad osservare un minuto di silenzio e di raccoglimento. (L'Assemblea osserva un minuto di silenzio).

MENARDI (CN-Io Sud-FS). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MENARDI (CN-Io Sud-FS). Signor Presidente, onorevoli colleghi, a nome del Gruppo di Coesione Nazionale, esprimo cordoglio per le vittime e solidarietà alle famiglie, nonchè l'auspicio affinché tra i dispersi si trovino ancora persone in vita. Ringraziamo tutti coloro che si sono adoperati nei primi soccorsi, che hanno aiutato i passeggeri a mettersi in salvo e che in queste ore continuano la loro attività.

Non possiamo tuttavia non sottolineare come questa tragedia sia stata provocata, come è stato rilevato dagli organi d'informazione, da grave negligenza e irresponsabilità e sia stata caratterizzata da atteggiamenti che non solo sono censurabili - ovviamente non sta a noi giudicare al riguardo in questa sede - ma che ad un'Assemblea come questa devono porre qualche argomento in più di riflessione. Credo non si possa non sottolineare che l'atteggiamento di chi in quel momento aveva la responsabilità della nave non sia stato corrispondente ai suoi doveri, e purtroppo mi pare di rilevare, come è stato fatto da autorevoli commentatori in queste ore, che quell'atteggiamento, seppur non ascrivibile a un costume, certo non sia isolato.

Crediamo pertanto che, nel momento in cui ci si accinge anche ad avviare un'indagine più concreta, come lei ha già anticipato, si debba affrontarla con questa disposizione, che non è certo quella di perseguire responsabilità - il che non attiene al nostro ruolo - ma di mettere in atto tutto quanto è possibile perché nel nostro Paese certi modi di comportarsi non siano un costume nazionale.

Inoltre, esprimendo il cordoglio per le vittime, vorrei anche ricordare, come già bene ha fatto lei, signor Presidente, quanto è stato fatto dalla popolazione dell'isola del Giglio e quel senso di solidarietà umana che caratterizza il popolo italiano, che anche in questa occasione tragica si è manifestato in modo molto forte per quanto riguarda la vicinanza a coloro che avevano bisogno in quel momento, segnato da un sentimento di solidarietà nazionale e di angoscia che aveva colpito tutto il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo CN-Io Sud-FS).

DE TONI (IdV). Domando di parlare. (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, stiamo parlando di una tragedia e non di un evento qualunque, quindi mi attenderei dai senatori un comportamento adeguato e consono alla delicatezza del tema che stiamo affrontando.

Ne ha facoltà, senatore De Toni.

DE TONI (IdV). Signor Presidente, desidero innanzitutto associarmi ai sentimenti di solidarietà da lei poc'anzi espressi a nome del Senato.

È con profondo sgomento e con grande dolore che abbiamo appreso della gravissima tragedia avvenuta nelle acque dell'isola del Giglio. Assistiamo in queste ore al lutto di tante famiglie di marinai e di passeggeri che si recavano in vacanza. Un momento di piacere trasformatosi in una tragedia. Sogni infranti. Davvero impensabile.

A coloro che sono stati colpiti da questa tragedia e ai loro familiari va il pensiero commosso e partecipe di tutto il Gruppo dell'Italia dei Valori. Voglio rivolgere ai superstiti l'augurio di un pronto ristabilimento. A tutti coloro che in queste ore si stanno prodigando nell'opera di soccorso vanno il ringraziamento e l'incoraggiamento di tutto il mio Gruppo.

Viviamo da venerdì notte in una situazione di sgomento e di attesa: attesa per capire se ci fossero vittime, e quante fossero. Non è dato al momento sapere il perché di manovre non autorizzate, di cambiamenti di rotta non previsti, nè tanto meno se, nel prodursi della collisione, i sistemi di prevenzione presenti a bordo fossero adeguati e siano stati impiegati secondo le regole. Per capirci: se fossero funzionanti o no; se fossero stati disattivati o no.

Ognuno di noi può fare le sue supposizioni. Quello che conta è compiere ogni sforzo per arrivare alla verità, compito che spetta alla magistratura, nei confronti della quale nutriamo piena fiducia. Imprescindibili esigenze di verità, che sono proprie non dei soli familiari delle vittime o della sola comunità territoriale coinvolta, ma dell'intera collettività nazionale, impongono che si faccia assoluta chiarezza su questo disastro.

Noi non permetteremo che possa ripetersi, neppure lontanamente, quanto accaduto con il disastro della «Moby Prince». Oggi il bilancio relativo a quella tragedia è vergognoso: vent'anni di domande e pochissime risposte. Vent'anni di pianti, rabbia, dolore. I familiari delle 140 vittime della «Moby Prince», vent'anni dopo aspettano ancora giustizia. Due inchieste e altrettanti processi non hanno chiarito fino in fondo quello che accadde veramente il 10 aprile 1991 nella rada del porto di Livorno, quando il traghetto della Navarma entrò in collisione con la petroliera «Agip Abruzzo».

Tutto questo, signor Presidente, implica anche un'esigenza di analisi più approfondita, che deve essere realizzata il più presto possibile. Mi rivolgo a lei per chiederle un ulteriore segno di sensibilità, cioè se è possibile avere, magari presso le Commissioni competenti, delle informazioni più puntuali ed un successivo dibattito in Aula. Dobbiamo garantire l'impegno del Parlamento per l'approfondimento di quanto accaduto, per verificare davvero le condizioni di sicurezza della navigazione, in modo particolare nel momento dell'avvicinamento alle coste. Si tratta di un grande interrogativo, sul quale le autorità competenti dovranno portare avanti un'indagine assai approfondita, per consentirci di intervenire laddove le norme eventualmente necessitino di ulteriori approfondimenti.

Purtroppo, lo ribadisco, non è la prima volta che si verificano degli incidenti. Io credo che, al di là della tragedia che colpisce tutti - i marinai, i familiari, la popolazione intera - sia assai opportuno e necessario che ci si soffermi su questo fatto al fine di evitare che piccole e grandi tragedie si ripetano nel campo della navigazione. Individuare le cause che hanno prodotto la tragedia della Costa Concordia, appare dunque come un'ineludibile esigenza.

Ma vorrei aggiungere una riflessione tutta personale: io credo si debba tornare al rispetto delle regole (e lo dico in questa Aula del Senato) alla cultura del rispetto, al corretto rapporto tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e l'ambiente, tra l'uomo ed il suo habitat. Spesso l'uomo, colto da un delirio di onnipotenza, va oltre ogni limite, preso da insipienza ed arroganza.

Sicurezza e responsabilità: compiti che appartengono alla cogenza dei controlli. Seguiremo con molta attenzione il definirsi delle diverse fasi che attengono alla ricerca della verità. Questo è l'impegno del Gruppo dell'Italia dei Valori. (Applausi dal Gruppo IdV).

MILANA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MILANA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, colleghi, noi del Gruppo del Terzo Polo (FLI e Alleanza per l'Italia), ci uniamo al cordoglio suo, del Senato, di tutta la Nazione per questa tragedia che ha colpito delle persone, delle famiglie che vivevano attimi di svago, magari sognati per tutta la vita: ad una vacanza, una crociera, quelle cose che vengono reclamizzate e che spesso rappresentano per qualcuno il sogno di un'esistenza. E proprio in quel momento, mentre si erano affidate ad una grande compagnia, ad una grande nave, ad una delle professionalità riconosciute nel nostro Paese, quella della cantieristica navale e del turismo crocieristico, sono state colpite in maniera così dura e così tragica.

Io, per cultura, ho sempre rispettato, rispetto e taccio di fronte al lavoro della magistratura, però è evidente che qui c'è una figura di comandante ben diversa da quella che l'immaginario collettivo, la storia, la letteratura ci fanno immaginare.

Non credo tocchi a noi dire quale articolo del codice della navigazione sia stato violato. Sicuramente è stato violato un principio basilare della sicurezza della navigazione, quello della salvaguardia, prima di tutto, della vita umana in mare. Credo però che questa debba anche essere un'occasione per una riflessione più profonda su come monitoriamo le vicende delle rotte marine, della navigazione, e per domandare alle autorità preposte e al Governo se è possibile estendere il sistema VTS - quello che controlla già lo Stretto di Messina, le Bocche di Bonifacio, Genova, La Spezia, Bari, Taranto, Mazara del Vallo (aree ad intenso traffico marittimo) - almeno a tutte le aree e zone delicate ai fini della navigazione nelle acque del Paese.

È evidente infatti che a fronte dell'imprudenza criminale di chi aveva la responsabilità di quella grande imbarcazione, c'è anche una sorta di omissione generale di fronte ad un atto che si ripeteva - e si ripeteva costantemente, ancorché ritenuto pericoloso - e che in qualche modo credo debba essere scongiurata per il futuro. Non dobbiamo qui, credo, discutere di abolire qualcosa che è nel DNA della nostra marineria e della nostra economia (le grandi navi, le grandi rotte, il turismo crocieristico), ma far sì che certe cose non succedano più perché le regole si rispettano, e per far sì che ci sia soprattutto qualcuno in grado di farle controllare.

Io, signor Presidente, voglio però che si spenda anche una parola di verità per tutti quelli che hanno lavorato in questa operazione di salvataggio. Si tratta di 4.000 persone disperse in mare: un numero enorme, di notte, in un momento di difficoltà. Credo che quindi non vadano trascurati la considerazione e il plauso per quanto fatto da gran parte dell'equipaggio, che ha fatto il proprio dovere e che ha impedito che il sacrificio di vite umane fosse ancor più grande di quello, tragico, che abbiamo.

Voglio pure ricordare le popolazioni dell'sola del Giglio, la Capitaneria di porto, la Guardia costiera, i Vigili del fuoco, i Carabinieri, la Guardia di finanza e le unità della Marina, che hanno in qualche modo alleviato le sofferenze di chi ha visto interrotto il proprio sogno e di chi ha subito un colpo durissimo. Il nostro cordoglio è per le vittime; il nostro senso di vicinanza va ai parenti e a tutto il mondo della marineria, in difficoltà, ancor più oggi, in seguito a questi fatti.

È però opportuno ricordare che una riflessione è necessaria, perché ciò non accada più e perché una industria così importante per il nostro Paese non soffra queste onte e queste macchie. Il lavoro dei nostri è stato riconosciuto dalle Organizzazioni internazionali. Facciamocene vanto, ma non facciamocene scudo. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI e della senatrice Giai).

FISTAROL (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FISTAROL (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, il Senato, come hanno detto i colleghi, esprime oggi la propria partecipazione a questa tragedia. La esprime con il proprio cordoglio, innanzitutto, e con la solidarietà alle vittime e alle loro famiglie. La esprime con il ringraziamento sentito alle popolazioni dell'isola del Giglio, a tutti coloro che si sono impegnati e si stanno impegnando per salvare vite umane, anche in questi minuti.

Si tratta di una tragedia ancora in essere. Innanzitutto, perché il bilancio è provvisorio, muta e, purtroppo, temo sia destinato a mutare con il passare delle ore. Oggi si contano 11 vittime e più di 20 dispersi, e l'opera di salvataggio è ancora in corso. Abbiamo seguito in molti, nelle scorse ore, le immagini televisive dei palombari impegnati in una difficilissima, anche dal punto di vista tecnico, opera di salvataggio.

Ma è una tragedia in essere anche per un grave rischio di danno ambientale, e quindi credo che dobbiamo tutti seguire gli sviluppi. In questo senso, anche le rassicurazioni del ministro Clini potrebbero essere utili, non tanto nei confronti del Senato, ma della pubblica opinione, che segue con apprensione queste vicende. Una tragedia ambientale è rappresentata dal fatto che nel cuore di questa nave sono presenti 2400 tonnellate di combustibile: combustibile pesante, il cui asporto sappiamo essere particolarmente difficoltoso (sembra che richiederebbe qualcosa come due settimane di lavoro) e quindi dobbiamo seguire gli eventi con una partecipazione che innanzitutto auspichi una grande efficienza di queste operazioni.

Noi non abbiamo bisogno di piangere le vittime, ma di impegnarci tutti, ciascuno per quanto in suo potere, affinché il numero delle vittime sia contenuto e affinché le operazioni di salvataggio e di messa in sicurezza della nave, che sono oggettivamente molto difficili, si possano dispiegare con maggiore efficienza possibile.

Se mi consente, signor Presidente, non soltanto l'Italia, ma il mondo intero sta guardando a come l'Italia affronta questa tragedia, che nessuno auspicava di dovere affrontare. Siamo alla prova del mondo anche da questo punto di vista.

Da ultimo, sapendo che le inchieste sono state avviate e che la magistratura svolgerà il proprio dovere (e oggi mi sembra sia stata avviata la terza inchiesta), a nome del Gruppo UDC-SVP-Autonomie, chiediamo una presenza in Senato del ministro Clini, non perché ciò sia rituale, ma perché quando il Ministro lo riterrà, se non nelle prossime ore nei prossimi giorni, egli possa venire in quest'Aula per rispondere su due questioni. In primo luogo, per una ricostruzione quanto più precisa di quanto avvenuto. Al di là delle immagini e delle registrazioni che abbiamo ascoltato, di grande impatto emotivo, sulle comunicazioni fra il comandante e la Capitaneria di porto, è indispensabile capire quanto prima cosa davvero è avvenuto. E' necessario, poi, che il Ministro possa rassicurare il Parlamento sull'intenzione del Governo di adottare misure efficaci per scongiurare il danno ambientale e anche per una diversa regolamentazione dei percorsi delle grandi navi, soprattutto per quanto riguarda le distanze di queste dalle coste. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).

MARAVENTANO (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARAVENTANO (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci troviamo nuovamente di fronte a una grave sciagura, ma ciò che è peggio è che questa volta essa non pare causata dagli elementi o dalla natura ma da responsabilità di persone che avevano il dovere di evitarla. Si deve convenire con chi lo ha già detto: non ci sono parole per esprimere il dolore e lo sbigottimento di fronte a questa tragedia.

Proprio per l'incredibilità della vicenda, le domande e i dubbi sull'operato del comandante e delle altre persone al comando sono tanti; auspichiamo quindi una rapida indagine da parte della magistratura, per dare risposte certe, per prima cosa ai familiari, ma anche a tutta l'opinione pubblica, rimasta sconvolta di fronte a questa tragedia, che ricorda storici naufragi, avvenuti però quando non c'erano ancora tutti i dispositivi di sicurezza e controllo che oggi le moderne tecnologie forniscono. Rimane sconcertante il fatto che - sembra una semplice goliardata - non sia per nulla calcolato il rischio al quale si esponevano migliaia di persone navigando così tanto sotto costa. Per contro, dobbiamo ringraziare tutte quelle persone che si sono comportate con la massima responsabilità e hanno così contribuito a contenere il numero delle vittime. Oltre al dolore per le perdite umane, resta il timore per il disastro ambientale in una zona marinara di grande pregio, argomento che mi sta a cuore in quanto isolana.

Auspico pertanto che le necessarie decisioni vengano assunte immediatamente, anche e soprattutto attraverso il coinvolgimento di organi governativi, non facendo leva solo sugli interventi dei tecnici della compagnia Costa Crociere.

Esprimo a titolo personale e a nome del Gruppo LNP profondo cordoglio per tutte le vittime, purtroppo in aumento ora dopo ora, e grande vicinanza ai parenti, che si sono visti strappare i loro cari in un modo così assurdo e incredibile a causa di una sconsiderata leggerezza nella gestione della rotta da parte dell'autorità di controllo della nave. (Applausi dal Gruppo LNP).

FILIPPI Marco (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FILIPPI Marco (PD). Signor Presidente, venerdì 13 gennaio, data in sé poco propizia a chi va per mare, la nave Costa Concordia, già gravata, per gli scaramantici da un carico infausto di eventi negativi, è salpata da Civitavecchia alle ore 19 e, diretta a Savona, si è incagliata in località Punta Gabbianara, non lontano dall'isola del Giglio. L'impatto ha fatto inclinare su un lato e affondare parzialmente la nave, trasformando una crociera in tragedia. A bordo della nave erano presenti, è stato ricordato, 4.229 persone, di cui 3.209 passeggeri. Con i cinque ritrovamenti odierni, le vittime accertate salgono finora ad 11, e 70 sono stati i feriti provocati dall'impatto, mentre in merito ai dispersi si assiste ad un balletto di cifre tra l'Unità di crisi e i Paesi dei passeggeri, che reclamano i loro cittadini, con cifre anche molto diverse tra loro. A quattro giorni dalla tragedia, chiazze oleose cominciano ad emergere intorno alla nave. I punti oscuri restano numerosi e il rischio di catastrofe ambientale sta diventando realtà.

È doveroso - come lei, Presidente, ha richiamato opportunamente - esprimere la più profonda solidarietà alle vittime del naufragio della Costa Concordia, come pure stima e apprezzamento a tutti indistintamente i soccorritori, che, anche in questo momento, stanno rischiando la loro vita con la speranza di trovare ancora qualche sopravvissuto. Ma sarà anche necessario chiarire i molti aspetti di questa tragedia. Per questo le chiediamo, signor Presidente, che il Governo svolga quanto prima un'informativa urgente al Senato, perché non certo alla sola superstizione può essere imputato quanto è avvenuto.

Nella ricostruzione a disposizione si è appreso che l'allarme dalla Costa Concordia è stato dato alle ore 22,42, mentre l'impatto si era verificato circa un'ora prima, come risulta dalle numerose telefonate di passeggeri allarmati arrivate intorno alle ore 21,40 alla Guardia costiera e ai Carabinieri di Grosseto. È un comportamento che già di per sé pone molti interrogativi.

Le responsabilità personali che vanno emergendo a carico del comandante Schettino sono indubbiamente gravi: ritardo nella comunicazione dell'avvenuto incidente, abbandono della nave, ostacolo alla direzione dei soccorsi. Lo stesso amministratore delegato di Costa Crociere Foschi si è dissociato dal comportamento del comandante, ma anche le sue dichiarazioni pongono qualche ulteriore interrogativo. Foschi ha spiegato che per modificare la rotta impostata nel computer alla partenza da Civitavecchia era necessario disattivare il sistema di allarme visivo e sonico: operazione, a suo giudizio, evidentemente compiuta dal comandante, il quale ha poi usato altre mappe per avvicinarsi alla costa.

Se è vero che il cosiddetto inchino è una consuetudine, o comunque una pratica diffusa, la Costa Crociere non si è mai accorta che i propri comandanti così frequentemente disattivavano il sistema d'allarme, con i rischi che questo comportava?

Un ulteriore elemento che sarebbe bene chiarire, e che finora non è emerso, è se il comandante della nave si sia mai messo in contatto, prima di lasciare la nave, con la dirigenza della compagnia armatrice. Al momento dell'impatto la nave viaggiava a soli 150 metri dalla costa ad una velocità di 16 nodi, ritenuta eccessiva in quel punto anche per una piccola imbarcazione.

Vorrei ricordare, signor Presidente, che dal 2001 è legge dello Stato una normativa (la legge n. 51, articolo 5, comma 3) che ha introdotto un sistema sanzionatorio che dovrebbe fungere quantomeno da deterrente per coloro che intendono deviare dalla rotta prestabilita; un sistema volto a prevenire ed impedire le collisioni. Tutte le navi ormeggiate o in movimento dovrebbero essere controllate dai controllori del traffico navale, i quali - come accade per gli aerei - dovrebbero essere in condizione di percepire i rischi e segnalare il possibile pericolo e limitare l'errore umano. Ma non solo di errore umano si è trattato, purtroppo!

Per dotare il nostro Paese di questo sistema VTS satellitare sono state investite e spese somme ingenti ed aumentato l'organico del Corpo delle Capitanerie di porto-Guardia costiera, cui è stato affidato il servizio. Vorremmo sapere se questo sistema è operativo, e sarebbe interessante sapere quante multe sono state elevate in occasione dei cosiddetti inchini.

Ora l'appello è a fare presto, soprattutto per scongiurare il disastro ambientale. Ma bisogna anche chiedersi come sia possibile che questi giganti del mare possano attraversare luoghi di grande rilevanza ambientale come l'arcipelago toscano e le aree naturali contigue di valore inestimabile o addirittura l'interno di aree urbane, come nel caso della laguna di Venezia. Tutto solo per regalare un brivido o un piccolo piacere in più ai passeggeri delle navi o ai turisti nei pressi della costa? Tutto all'insaputa delle compagnie e delle Capitanerie di porto?

Presidente, è davvero troppo poco per il valore strategico di questo settore economico, specie per un Paese nelle condizioni attuali dell'Italia, che rischia adesso di averne perfino un enorme contraccolpo negativo. (Applausi dal Gruppo PD).

MATTEOLI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MATTEOLI (PdL). Signor Presidente, innanzitutto desidero associarmi al cordoglio che lei, presidente Schifani, ha rivolto alle famiglie degli 11 morti, a nome naturalmente del mio Gruppo. Auspico che i dispersi siano tali magari perché si sono allontanati o perché ancora incastrati tra le lamiere della nave.

Forse sarò una voce fuori dal coro. Non c'è dubbio infatti che di errore umano si è trattato; non c'è dubbio che il comandante ha grandi responsabilità: nemmeno con piccole barche possiamo avvicinarci alle coste quanto si è avvicinato il comandante con una meganave da crociera. Ma il comandante, poi, ha fatto una manovra che, a mio avviso, ha salvato la vita a 4.000 persone. Infatti, se anziché andare verso l'isola fosse andato verso il largo, molto probabilmente oggi avremmo parlato di centinaia di morti. La magistratura farà il suo corso. Non sta a me giudicare le responsabilità, sarà la magistratura a farlo, e queste sicuramente appaiono gravi.

Desidero tuttavia sottolineare che i soccorsi hanno funzionato, perché, se è vero che l'SOS è stato lanciato in ritardo, che i famosi sette fischi di abbandono della nave sono stati dati con notevole ritardo, è anche vero che occorre ringraziare, e lo faccio in questa sede, la Protezione civile, le Capitanerie di porto, i cittadini di Orbetello, dell'Argentario e soprattutto dell'isola del Giglio, che hanno dato immediatamente assistenza ai naufraghi. Non c'è dubbio che i soccorsi sono stati da encomio. Occorre un plauso, perché, se immaginiamo che in 292 metri - tanta era la lunghezza della nave - c'erano 4.300 persone, 4.270 delle quali ne sono state salvate (speriamo infatti che i dispersi si salvino), vuol dire che i soccorsi hanno funzionato e bene.

Ora invece sento parlare di nuove norme. Si dice che occorrono nuove norme. In realtà le norme ci sono, e vanno rispettate. E' assurdo, ogni volta che accade qualcosa, sovrapporre norme a norme, tanto da rendere il nostro sistema legislativo un caos. Le norme ci sono e vanno rispettate, e non esiste alcuna disposizione che consenta ad una nave di tali dimensioni di accostarsi ad un'isola in questo modo.

Subito dopo l'incidente, a caldo, è stato intervistato il comandante, e si è detto che quello scoglio non era riportato dalle mappe nautiche. Chiunque abbia una piccola barca, come molti di noi, sa perfettamente che quello scoglio è rilevato da tutte le mappe nautiche esistenti.

Ora c'è anche un altro problema. Mi riferisco all'ipotesi, richiamata da qualcuno, di una catastrofe ambientale. Non credo che ciò possa accadere, perché esistono oggi moderni mezzi tecnici che consentono di intervenire: basta fare presto e agire immediatamente, tant'è che sono state date 48 ore di tempo alla compagnia per decidere come intervenire, ovvero come svuotare le 2.400 tonnellate di gasolio presenti all'interno della nave. Occorre ricordare che la compagnia non ha abbandonato la nave, perché, se così avesse fatto, questa sarebbe stata considerata rifiuto, con il conseguente intervento dello Stato italiano, attraverso il Ministero dell'ambiente. Poiché però la compagnia non ha abbandonato la nave, come è capitato invece in altre occasioni, questo problema non si pone.

Il senatore Marco Filippi, di Livorno come me, ricorderà bene che la nave mercantile «Venus», che spiaggiò a Castiglioncello alcuni anni fa, fu abbandonata dalla compagnia, e lo Stato italiano, attraverso il Ministero dell'ambiente, dovette recuperare il relitto. In questo caso, invece, siamo di fronte ad una compagnia che vuole addirittura recuperare il relitto per intero. È necessario, dunque, che nelle prossime 48 ore faccia sapere come intende svuotare i serbatoi. Credo che ciò sia possibile e che non si debba tutte le volte essere catastrofisti (io non mi sono mai voluto iscrivere al partito dei catastrofisti). Oggi ci sono i mezzi per farlo: basta sbrigarsi ed operare velocemente.

Stiamo ricevendo un insegnamento molto forte da un incidente che ha avuto queste caratteristiche, ma non possiamo condannare tutti ed annullare tanti posti di lavoro perché un comandante ha sbagliato la manovra o è colpevole di una manovra azzardata. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALASCHINI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, innanzitutto il Governo si associa alle parole da lei pronunziate di cordoglio per le vittime, di solidarietà per coloro che sono rimasti coinvolti in questa drammatica vicenda e, in particolare, di ringraziamento per tutti coloro - soggetti istituzionali e privati cittadini, come da più parti è stato ricordato - che hanno contribuito ad un'opera di difficile soccorso.

Le prime parole che vengono in mente sono sgomento ed incredulità per come la vicenda si è sviluppata. Il Governo, naturalmente nel pieno rispetto di quanto la magistratura sta doverosamente compiendo, riferirà al Parlamento sulla dinamica dei fatti e su cosa si può fare per prevenire che accadano nuovamente tragedie di questa portata.

Prendo spunto, signor Presidente, da una sua osservazione sottolineando che probabilmente verrà fatta una riflessione anche sulle modalità di selezione del personale che ha la responsabilità di migliaia di vite umane, sui programmi di aggiornamento e di verifica della competenza e della professionalità. Non abbiamo bisogno di romantici Lord Jim, ma più prosaicamente di professionisti che diano, con professionalità, calma e sicurezza, certezza a tutti coloro che vengono posti nelle loro mani.

Signor Presidente, ribadisco che è stato pienamente accolto l'invito a riferire: il Governo, nella persona del Ministro competente, riferirà anche sulle misure, in corso di attuazione, da intraprendere per evitare ulteriori danni di carattere ambientale. In questo momento, però, il primo pensiero è rivolto alle vittime, italiane e straniere, di una tragedia che non avremmo mai voluto veder accadere. (Applausi dai Gruppi PdL e PD).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, posso assicurare - così come confermato anche dal sottosegretario Malaschini - che il Governo al più presto, non appena sarà in possesso di compiuti argomenti, verrà a riferire in quest'Aula. Ho avuto piena assicurazione da parte del Governo in tal senso. Io lo auspicavo, ma ora ho avuto conferma (d'altra parte non poteva essere diversamente) che l'Esecutivo verrà a riferire al più presto.

Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia e conseguente discussione (ore 17,16)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia».

Dopo l'intervento del Ministro avrà luogo il dibattito, i cui tempi sono stati stabiliti dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi.

Ha facoltà di parlare il ministro della giustizia, professoressa Severino Di Benedetto.

SEVERINO DI BENEDETTO, ministro della giustizia. Signor Presidente, signori senatori della Repubblica, prima di iniziare la lettura della relazione, vorrei unire a quello già espresso dal Presidente del Senato e dall'intero Senato il mio cordoglio e quello di tutto il Governo per le vittime ed i loro familiari colpiti nel terrificante incidente della Costa Concordia. Desidero esprimere anche profondo apprezzamento per la solidarietà e la generosità con cui la popolazione dell'isola del Giglio è intervenuta a dare soccorso e supporto nel corso della tragedia ed ancora oggi. Non dubito che la magistratura saprà far luce e saprà efficacemente intervenire ed indagare sulle cause che hanno provocato questa terribile ed inspiegabile tragedia.

Prendo ora la parola rivolgendo al Presidente della Repubblica, garante del corretto equilibrio tra i poteri dello Stato e custode della nostra Costituzione, un deferente ossequio ed esprimendogli la mia personale riconoscenza per la considerazione e l'incoraggiamento che in questi mesi non mi ha mai fatto mancare. Rivolgo anche a lei, signor Presidente del Senato, seconda carica della nostra Repubblica, tutto il mio apprezzamento per le parole di grande saggezza e per gli appelli alla coesione nazionale, alla pacatezza ed alla moderazione dei toni, che ho sempre personalmente condiviso ed apprezzato, unitamente al senso di equità di cui lei dà prova quotidiana nell'esercizio delle sue alte funzioni.

Onorevoli senatori della Repubblica, considero un onore ed un privilegio illustrare in quest'Aula, massima espressione della sovranità popolare, l'andamento dell'amministrazione della giustizia nel corso del 2011, nonché gli interventi che il Governo ha già adottato o si prefigge di adottare durante l'anno in corso. Nell'adempiere a questo compito, che è imposto dalle vigenti disposizioni dell'ordinamento giudiziario, desidero ricordare dinanzi a questo ramo del Parlamento di aver piena contezza che il Governo di cui faccio parte è legittimato esclusivamente dalla larga fiducia che voi gli avete concesso ed intende operare in materia di giustizia in piena collaborazione con la maggioranza parlamentare che lo sostiene, nel comune intento di servire il Paese in tempi così difficili.

Al termine del mio intervento depositerò una completa documentazione sullo stato della giustizia, anche su supporto informatico, in modo da garantire il massimo della trasparenza e dell'accessibilità dei dati, mentre concentrerò l'esposizione sui punti di maggiore criticità del sistema giudiziario italiano e sui possibili rimedi che intendiamo proporre all'esame del Parlamento, alcuni dei quali avevano già trovato un'iniziale attivazione nella precedente legislatura e da parte del precedente Governo. Inoltre, l'aver già trasmesso il testo di questa relazione a tutti i Capigruppo mi permetterà di risparmiarvi alcuni passaggi relativi all'attività ordinaria del Ministero, rispetto ai quali mi pare sufficiente rinviare al testo della relazione stessa.

Già stamane alla Camera dei deputati ho indicato le principali emergenze che il Governo deve affrontare e che riguardano, innanzitutto, l'attuale stato delle carceri e le problematiche condizioni dei 66.897 detenuti che, salvo poche virtuose eccezioni, soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un Paese come l'Italia.

Vi è poi il deficit di efficienza degli uffici giudiziari rispetto ad una domanda di giustizia che in termini quantitativi appare nettamente sovradimensionata nel confronto con altre democrazie occidentali. A tale riguardo, il rapporto CEPEJ 2010 ci dice che nel civile, con 4.768 contenziosi ogni 100.000 abitanti, l'Italia è al quarto posto in Europa per tasso di litigiosità, dietro Russia, Belgio e Lituania, su 38 Paesi censiti. Anche su questo ci si dovrebbe forse interrogare maggiormente per capire da cosa derivi questo elevato tasso di litigiosità. Da una propensione socio-culturale italiana alla conflittualità? Da una scarsa fiducia nella possibilità di affrontare a monte la controversia e di trovare soluzioni ragionevoli nel dialogo tra cittadini? Da una eccessiva complessità del tessuto normativo, tale da generare essa stessa un proliferare di contrasti interpretativi la cui soluzione va devoluta al giudice? Ognuna di queste domande richiederebbe un'approfondita analisi, perché la risposta ad esse potrebbe segnare un cambiamento di politica legislativa volto ad incidere sulle cause di una domanda di giustizia così diffusa, piuttosto che limitarsi sul versante totalmente a valle dell'esercizio dell'attività giudiziaria.

Ancora, la problematica individuazione degli strumenti attraverso cui, soprattutto nel settore civile, sia possibile procedere alla rapida eliminazione dell'arretrato accumulatosi negli ultimi 30 anni, senza stravolgere i nostri principi fondamentali, senza deludere le aspettative di quanti hanno già da tempo intrapreso il cammino processuale e senza limitare eccessivamente l'accesso del cittadino al sistema giudiziario per nuove istanze.

Ancora - si tratta del quarto punto di emergenza - l'indifferibile razionalizzazione organizzativa e tecnologica dell'intera struttura amministrativa dei servizi giudiziari, in modo da utilizzare al meglio le risorse umane e finanziarie disponibili, realizzando risparmi di spesa che siano il frutto di interventi strutturali e non di semplici tagli alle dotazioni di bilancio.

In questi primissimi mesi di governo, mi sono resa conta di come i risparmi più razionali si potrebbero realizzare anche sulle spese minori, sol che si modificasse l'erronea attitudine mentale a pensare che il denaro e le risorse pubbliche siano di nessuno, convertendola nella corretta concezione che il denaro pubblico è di noi tutti, perché proviene delle nostre tasse, dalla nostra fatica quotidiana, dal nostro lavoro e dal nostro impegno per contribuire alla crescita del Paese. La consapevolezza di questo ci deve spingere a considerare di noi tutti la cosa pubblica e il denaro pubblico. Vedremmo allora come, dalla somma dei piccoli grandi sprechi e dalla loro eliminazione, si potrebbe ottenere un ammontare molto più rilevante di quanto non si pensi, ma soprattutto un cambiamento culturale idoneo a garantire risparmi di spesa strutturali e non episodici.

Queste, dunque, sono le quattro principali criticità da affrontare, che di certo non rappresentano una sorpresa, se è vero che se ne parla da molti lustri e che si inseriscono nel quadro generale rappresentativo di una situazione che desta forti preoccupazioni, sia in ordine all'enorme mole dell'arretrato da smaltire (che al 30 giugno 2011 è pari a quasi 9 milioni di processi: 5,5 milioni per il civile e 3,4 milioni per il penale), sia con riferimento ai tempi medi di definizione, che nel civile sono pari a 7 anni e 3 mesi e nel penale a 4 anni e 9 mesi. In sostanza, noi abbiamo circa un cittadino su sette (se escludiamo i minori, ovviamente la media si alza di molto) che entra nel circuito della giustizia e ne esce dopo anni e anni. Mi sembra una media decisamente intollerabile.

Peraltro, nel settore civile l'inefficienza nella definizione dell'arretrato ha dato luogo a costose e talvolta paradossali conseguenze. Si è già detto che il ritardo nella definizione dei giudizi dipende in larga misura dal numero davvero esorbitante di questioni per cui si richiede l'intervento del giudice. Con oltre 2,8 milioni di nuove cause in ingresso in primo grado, l'Italia balza al secondo posto nella classifica stilata dal citato rapporto CEPEJ, dietro soltanto alla Russia: da quarta passa a seconda. Ebbene, proprio questo fenomeno determina un ulteriore intasamento del sistema conseguente al numero progressivamente crescente di cause intraprese dai cittadini per ottenere un indennizzo conseguente alla ritardata giustizia. Un ritardo al quadrato, a questo punto.

Al riguardo, i numeri non ammettono equivoci. Approvata la cosiddetta legge Pinto, che consente di indennizzare l'irragionevole durata del processo, si è verificata una vera e propria esplosione di questo contenzioso, passato dalle 3.580 richieste del 2003 alle 49.596 del 2010. Il numero, cioè, si è più che decuplicato.

Un secondo effetto negativo introdotto da tale contenzioso è quello dell'ulteriore dilatazione dei tempi di celebrazione e di conclusione dei giudizi presso le corti d'appello, cui è assegnata la competenza a decidere anche su questa materia, che si aggiunge all'entità ormai stratosferica e sempre crescente degli indennizzi liquidati. Si tratta, quindi, di un problema di costi. Si è passati dai 5 milioni di euro del 2003 ai 40 milioni del 2008, per giungere ai circa 84 del 2011. Una vera e propria emorragia, che appare angosciosamente inarrestabile ed autoriproduttiva di ulteriori ritardi.

Il dato di maggiore rilievo mi pare, però, quello fornito nel 2011 dalla Banca d'Italia, secondo cui l'inefficienza della giustizia civile italiana può essere misurata in termini economici come pari all'1 per cento del PIL. Se a questo si aggiunge che nella categoria «enforcing contracts» del rapporto Doing Business del 2010 l'Italia si classifica al 157° posto su 183 Paesi censiti, con una durata stimata per il recupero del credito commerciale pari a 1.210 giorni, mentre in Germania ne bastano 394, si coglie la misura di quanto ciò incida negativamente sulle nostre imprese, segnando, anche sotto tale aspetto, una divaricazione di efficienza con i migliori sistemi dei Paesi dell'Unione europea, che frena, ineluttabilmente, le possibilità di sviluppo ed anche gli investimenti stranieri.

Ho parlato naturalmente di quest'ultimo tema in diverse occasioni con il presidente Monti e con l'intero Governo, traendone la comune convinzione che le interazioni tra economia e giustizia siano fortissime; che se si vogliono attrarre capitali in Italia sia necessario garantire certezza ed efficienza della giustizia; che se si vogliono accrescere le iniziative imprenditoriali italiane e straniere nel nostro Paese sia indispensabile assicurare un percorso celere al processo. Restituire, dunque, efficienza alla giustizia civile, per recuperare questa ricchezza e la competitività che ne deriva, è il vero obiettivo che dobbiamo perseguire, perché ciò consentirebbe di trasformare le criticità del sistema giudiziario italiano in opportunità di sviluppo e di crescita, ben oltre i semplici, e pur indispensabili, risparmi di spesa.

Non meno rilevanti risultano le conseguenze dell'eccessiva durata del processo penale. Non inganni la circostanza che la durata media del processo penale è inferiore rispetto a quella del processo civile, poiché occorre tenere conto che essa incide in modo sensibile anche sulla sorte degli oltre 28.000 detenuti in attesa di giudizio, che rappresentano il 42 per cento dell'intera popolazione carceraria: altra anomalia tutta italiana. Se è vero, poi, che la libertà personale può e deve essere limitata per tutelare la collettività, è parimenti incontestabile che una dilatazione eccessiva della durata del processo a carico di imputati o indagati detenuti pregiudica questo delicato equilibrio tra valori di rango costituzionale ed aumenta, in modo intollerabile, la sofferenza di chi, ad onta della presunzione di innocenza, è costretto ad attendere da recluso una sentenza che ne accerti la responsabilità, con la possibilità, non del tutto remota, che alla carcerazione preventiva segua una sentenza assolutoria.

Sulla necessità che la delicata e complessa valutazione delle esigenze cautelari sia improntata a criteri di estrema prudenza condivido le preoccupazioni pubblicamente manifestate dal primo presidente della Corte di cassazione. La durata del processo penale incide, infatti, anche sul numero dei procedimenti, in media 2.369 ogni anno, per ingiusta detenzione ed errore giudiziario e in ogni caso aggrava la misura dei pur doverosi risarcimenti a tale titolo erogati. Nel solo 2011 lo Stato ha subito un esborso pari ad oltre 46 milioni di euro, che certamente ha rappresentato un sacrificio per lo Stato, mentre non ha rappresentato un'effettiva riparazione per chi abbia subito un'ingiusta detenzione.

Se mi è consentita una digressione senza alcun intento polemico, credo che i dati oggettivi che ho appena illustrato consentano di riflettere sull'effettività del sacrosanto principio di civiltà giuridica sancito dal terzo comma dell'articolo 275 del codice di procedura penale, secondo cui la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata. Quello che è certo è che un uso - per così dire - meglio calibrato della custodia cautelare in carcere sarebbe, sotto più aspetti, benefico per l'amministrazione giudiziaria e per il sistema carcerario, senza alcuna controindicazione per la collettività, se è vero che le esigenze di sicurezza possono essere alternativamente garantite da un ventaglio davvero ricco di opzioni di cui oggi il giudice dispone e che, se possibile, proveremo a migliorare ed incrementare.

Detto questo, ho già manifestato in più occasioni la mia personale preoccupazione, anzi, la mia angoscia, per lo stato delle carceri italiane e degli ospedali psichiatrici giudiziari. Sento fortissima, insieme a tutto il Governo, la necessità di agire, in via prioritaria e senza tentennamenti, per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti, ma - mi sia consentito - anche degli agenti della polizia penitenziaria che, negli stessi luoghi, condividono la realtà e spesso le sofferenze dei detenuti.

Si tratta, ancora una volta, di questioni di difficile soluzione a causa di complicazioni burocratiche e di difetti strutturali e logistici che si sono stratificati nel corso del tempo. Non intendo, però, soffermarmi sul numero e la composizione della popolazione carceraria, sulla vetustà e le condizioni delle strutture, sugli spazi che competono e su quelli effettivamente assegnati e su tutte le altre questioni, fatte di freddi dati numerici che facilmente troverete nei documenti ufficiali. Tutto questo, infatti, dice poco della vera questione in ballo. Siamo di fronte ad un'emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poiché il detenuto è privato della libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la dignità di persona umana.

Le innegabili difficoltà non possono costituire un alibi né per il Ministro della giustizia, né per tutte le altre istituzioni interessate. Qualunque giustificazione è, infatti, destinata a crollare miseramente non appena si varchi la soglia di una delle strutture a rischio e si verifichi personalmente la realtà. Lo dico da Ministro, ma anche, e soprattutto, da cittadina. Questa situazione va migliorata subito, pur nella piena consapevolezza che non esiste alcuna formula magica per risolvere questo annoso e doloroso problema, se è vero, come è vero, che anche in altri Paesi la piaga del sovraffollamento carcerario è segnalata da numeri che parlano da soli, come ad esempio 80.000 detenuti nel Regno Unito e più di 2 milioni negli Stati Uniti.

Solo un equilibrato insieme di misure idonee a coniugare sicurezza sociale e trattamento umanitariamente adeguato del custodito o del condannato potrà fornire un serio contributo alla soluzione del problema: edificazione di nuove carceri, ma anche manutenzione e migliore utilizzo di quelle esistenti; misure alternative alla detenzione, ma anche lavoro carcerario; deflazione giudiziaria attraverso la depenalizzazione dei reati bagattellari e non punibilità per irrilevanza del fatto, ma anche effettività della pena.

Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano come il campionario delle possibili soluzioni sia molto ampio, ma che l'aspetto più difficile è quello di un corretto equilibrio tra aspetto afflittivo e aspetto rieducativo della pena, tra carattere umanitario del trattamento del condannato e tutela del diritto dei cittadini alla sicurezza, tra riconoscimento dei più elementari principi di civiltà anche a chi è detenuto e pieno soddisfacimento dei diritti delle vittime e dei loro familiari.

Si tratta di una strada lunga e complessa, ma che va affrontata con la massima urgenza privilegiando, anche in considerazione della durata necessariamente limitata di questo Governo, gli aspetti maggiormente connotati dall'emergenza. So che sulle misure che ho citato vi è e vi può essere una larga convergenza di idee e quindi una possibilità di confronto e di dialogo aperto.

Il Governo ha già adottato provvedimenti finalizzati agli obiettivi dei quali parlavo. Mi riferisco innanzitutto al decreto-legge 22 dicembre 2011, con il quale si è prevista una prima serie di misure urgenti per il contrasto al sovraffollamento carcerario. Ciò che si poteva fare con immediatezza è stato fatto, introducendo norme che modificano le procedure di convalida dell'arresto, dimezzandone i tempi massimi (48 ore anziché 96). Desidero sottolineare questo aspetto, perché nel dibattito spesso acceso che si è avuto su questo argomento si è dimenticato che uno dei punti caratterizzanti del disegno di legge era proprio quello del dimezzamento dei tempi di parcheggio, dovunque esso sia, della persona in attesa di giudizio direttissimo. Si è inoltre inciso sulle correlative modalità di custodia, in modo da limitare al massimo il transito in carcere, destinato statisticamente a durare per poco tempo.

Nel 2010, 21.093 persone sono state trattenute in carcere per un massimo di 30 giorni. Vorrei rassicurare sull'esigenza di sicurezza sociale: è proprio questo il dato che conta. Non stiamo rilasciando e mandando in strada persone che possono commettere delitti o che siano socialmente pericolose; affidiamo comunque al magistrato il compito di verificare al più presto se si tratti di persona che deve andare in carcere, agli arresti domiciliari o nella camera di sicurezza. La bontà di questa misura, così limitata e così selettiva negli obiettivi, si apprezza anche se si considera che una permanenza così breve in carcere, oltre a rivelarsi inutilmente afflittiva, molto costosa ed impegnativa per l'Amministrazione, non è giustificata né da esigenze processuali, né - come dicevo - da istanze di difesa sociale, giacché si tratta di persone delle quali, all'esito della convalida dell'arresto e del giudizio direttissimo, il giudice spessissimo dispone la scarcerazione.

Si è altresì deciso di innalzare da 12 a 18 mesi la soglia della pena detentiva residua per l'accesso alla detenzione domiciliare, potenziando uno strumento già introdotto nel 2010 dal precedente Esecutivo. Per effetto di tale modifica, il numero dei detenuti che potranno essere ammessi alla detenzione domiciliare in base alla legge del 2010 potrà quasi raddoppiare. Agli oltre 3.800 detenuti sino ad oggi effettivamente scarcerati se ne potranno aggiungere altri 3.327, con un risparmio di spesa pari a 375.318 euro ogni giorno e comunque previo vaglio da parte del giudice che dovrà valutare se permangano o meno le situazioni di pericolosità sociale prima della immissione nel circuito riabilitativo della detenzione domiciliare.

Con il successivo decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 216, si sono operati importanti interventi di miglioramento del piano carceri approvato dal precedente Esecutivo. Si è infatti reso necessario disporre la proroga della gestione commissariale del piano straordinario sino al 31 dicembre 2012, mentre le nuove norme hanno altresì consentito di superare le criticità del previgente impianto normativo, attraverso la disgiunzione delle funzioni di Commissario straordinario da quelle di Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. Lo si è fatto per potenziare le capacità del piano edilizio carcerario, per concentrare tutte le forze del Commissario straordinario sull'edilizia carceraria, lasciando altri importanti compiti al Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria.

Infine, il 16 dicembre 2011, il Governo ha approvato in via preliminare una modifica al regolamento penitenziario per introdurre la Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati, già trasmessa al Consiglio di Stato per il prescritto parere. Anche questa è una misura che considero importante, anche se sembra di carattere secondario. La nuova Carta fornirà al detenuto, al momento del suo ingresso in carcere, e ai suoi familiari, una guida in diverse lingue che indica in forma chiara le regole generali del trattamento penitenziario e fornisce tutte le informazioni indispensabili su servizi, strutture, orari e modalità dei colloqui, corrispondenza e doveri di comportamento, ed altro.

Si tratta, come si vede, di un primo gruppo di interventi, apparentemente minori, ma sapeste che conforto dà al detenuto, appena entrato in carcere, sapere cosa deve fare, anche le piccole cose, e che conforto dà al familiare sapere come aiutare e sostenere il detenuto!

Dicevo che si tratta di un primo gruppo di interventi sostenuti dall'urgenza, cui va aggiunta certamente una più ampia e complessa opera di riorganizzazione e razionalizzazione della struttura ministeriale, finalizzata a migliorare le condizioni della detenzione, anche attraverso un'intensa attività di riqualificazione della spesa. Su tutto questo vi garantisco, onorevoli senatori, il mio personale impegno e quello dell'intero Governo. Come pure intendo garantire altri segnali di attenzione su temi fondamentali sui quali, in materia di giustizia penale, bisogna intervenire nel futuro.

Il dovere istituzionale mi impone, in questa sede, di elencare solo le iniziative già completate e quelle intraprese, ma vorrei anche assicurare il mio personale impegno e quello del Governo sui temi del prossimo futuro, e in particolare sulla lotta a tutte quelle forme di illecita sottrazione di denaro al circuito della legalità, forme che si collegano diabolicamente fra di loro, creando un canale sotterraneo che va dall'evasione fiscale alla corruzione, al riciclaggio, alla criminalità organizzata, con una imponente erosione di valori, come quello della leale concorrenza tra le imprese e con un altrettanto imponente dissanguamento e depauperamento delle risorse economiche sane - ci sono - del nostro Paese.

Vi è, poi, il capitolo efficienza e risparmio della spesa e miglioramento delle performance. Nel quadro che ho appena descritto, e tenuto conto dell'approssimarsi della scadenza naturale di questa legislatura, il Governo ha inteso muoversi cercando di dare ulteriore impulso ai progetti ministeriali già in corso ed effettiva attuazione alle riforme organizzative che hanno già positivamente superato il vaglio parlamentare, attribuendo priorità al recupero dell'efficienza organizzativa e del risparmio della spesa. In tal senso, si è inteso dare immediata attuazione alla delega per la rimodulazione della geografia giudiziaria, dalla quale ci si attende, non soltanto un consistente risparmio di spesa ed un più razionale utilizzo delle risorse umane disponibili, ma anche un netto recupero della specializzazione delle funzioni giudiziarie.

Ciò consentirà di ottimizzare le performance e di elevare nettamente il tasso di prevedibilità delle decisioni giudiziarie, che è un altro dei parametri sui quali si misura il ranking internazionale del sistema Italia, cuore e fondamento della certezza del diritto, che, troppo spesso, appare come smarrita.

Ciò premesso, appare opportuno analizzare qualche piccolo segnale di apertura del sistema verso il miglioramento per verificare in quale direzione procedere e su quali meccanismi concentrarsi per amplificarne gli effetti. Il dato più rappresentativo al riguardo è costituito dalla conferma per il secondo anno consecutivo di un decremento, sia pure meno marcato rispetto a quello dello scorso anno, delle pendenze nel settore civile, con un calo, al 30 giugno 2011, di oltre 170.000 processi rispetto al 30 giugno del 2010 (meno 3 per cento), mentre non si è ancora riusciti ad intaccare in modo significativo la durata media dei processi, che si presenta sostanzialmente stabile, al pari dell'arretrato nel settore penale. È una goccia, certo, nel mare degli oltre 5,5 milioni di processi civili pendenti, ma è la conferma di una inversione nel trend in costante ascesa negli ultimi anni.

Quanto di questo risultato sia dovuto agli interventi sul contributo unificato, alla riforma del processo civile, ai miglioramenti delle performance conseguenti agli investimenti sulle notifiche on line, sulla digitalizzazione, ovvero ad un'ampia diffusione del progetto «Best practices», finanziato dal Fondo sociale europeo per 45 milioni di euro, è ancora difficile dire, ma certo è che per questa ultima strada si deve accentuare l'impegno riformatore, perché è questa la strada che ha iniziato a dare alcuni risultati confortanti.

Proprio in questi ultimi anni, infatti, nella struttura ministeriale, negli uffici giudiziari, negli enti rappresentativi delle comunità locali interessate nei vari territori ed anche presso il Consiglio superiore della magistratura fervono le più svariate iniziative per individuare nuovi modelli organizzativi e nuove forme di collaborazione tra tutte le istituzioni interessate, con una diffusione della cultura dell'organizzazione che, sino a poco tempo addietro, era per molti versi estranea al sistema giudiziario italiano.

Orbene, occorre raccogliere e governare queste nuove progettualità, tener conto delle indicazioni e delle positive esperienze che provengono dagli uffici giudiziari, senza perdere di vista la governance complessiva di questi progetti, che si riferiscono ad un servizio erogato dallo Stato che, anche per ragioni di equità sociale, deve tendenzialmente svolgersi in modo armonico ed uniforme sull'intero territorio nazionale; una cabina di regia da esercitarsi insieme al Consiglio superiore della magistratura, ciascuno nel proprio ambito operativo, ma sempre in un rapporto di leale collaborazione istituzionale.

Tutto ciò dovrebbe proiettarsi in un miglioramento del servizio giustizia; un nobile servizio, di cui i cittadini devono poter uniformemente usufruire; un servizio che deve basarsi anche sul concetto di organizzazione funzionale degli uffici. E deve nascere una nuova cultura del magistrato, capace di occuparsi tanto del difficile compito di amministrare la giustizia quanto dell'oneroso incarico di organizzare le strutture e gli uffici che da lui dipendono in maniera efficace e proficua.

La mia esperienza precedente ha già visto lodevoli esempi di tal genere, sia in piccoli che in grandi tribunali, dovuti a pregevoli doti personali, i cui risultati vanno però oggi estesi, quanto più possibile, all'intero sistema giudiziario e non alla iniziativa di chi ha volenterosamente e sporadicamente realizzato dei lodevoli risultati.

La mediazione. Il Governo nel 2010, dando attuazione alla delega relativa all'introduzione della mediazione, ha attuato una riforma che mira a ridurre il numero dei giudizi dinanzi al magistrato, offrendo alle parti uno strumento generale, alternativo alla via giudiziale, per risolvere le controversie dei cittadini.

Dai pochi dati statistici disponibili, emerge un trend in crescita delle mediazioni registrate, superiori alle 53.000 unità. Sorprendono, invece (e lo devo dire), i dati relativi allo scarso utilizzo della mediazione delegata dal giudice e l'elevato numero di mancate comparizioni dinanzi al mediatore. Occorre formare una cultura della mediazione, sia dal punto vista della magistratura, sia dal punto di vista dell'utente del servizio giustizia, perché soltanto così questo istituto potrà dare i suoi frutti migliori.

Vorrei, però, sottolineare due dati che mi sembrano rilevanti: nell'80 per cento dei casi, le parti partecipano alla mediazione con l'assistenza di un legale di fiducia. E ciò vale a scongiurare, almeno in parte, le preoccupazioni della classe forense in ordine ad una possibile, minorata tutela tecnica dei diritti dei cittadini. Il cittadino conosce il valore dell'assistenza del difensore e si rivolge ad esso anche nel caso della mediazione, nell'80 per cento dei casi.

Altra notazione di rilievo: in presenza delle parti, il tentativo di mediazione si conclude con successo nel - badate bene - 60 per cento dei casi: fatto che testimonia le grandi potenzialità deflattive dell'istituto.

Ciò premesso, sono consapevole delle polemiche, talvolta aspre, suscitate da questa importante innovazione, che certamente è suscettibile di miglioramenti, ma che può rappresentare un importante pilastro nella strategia complessiva di recupero dell'efficienza del sistema giudiziario attraverso una diminuzione dei casi in cui la soluzione della controversia avviene tramite il lungo e defatigante cammino del giudizio ordinario.

So, naturalmente, che le critiche si appuntano soprattutto sulla mediazione obbligatoria. D'altra parte, pur non essendo né nella mia cultura né nel mio carattere propugnare forme obbligatorie di intervento, devo dire che, trattandosi di misura sperimentale, se non la si sperimenta con qualche piccolo invito più forte ad adottare la mediazione, la sperimentazione non potrà produrre dei risultati significativi.

Il nuovo Governo è già intervenuto, con il decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 212, operando alcune correzioni ed integrazioni finalizzate a potenziare l'utilizzo della mediazione. Mi auguro che tutti gli addetti ai lavori condividano questa necessità, cogliendo le nuove e numerose opportunità professionali che la riforma offre.

Un altro capitolo è quello della revisione delle circoscrizioni giudiziarie. L'intervento di riorganizzazione di gran lunga più incisivo riguarda la nuova geografia giudiziaria, approvata da questa legislatura con la legge 14 settembre 2011, n. 148, con la quale il Governo è stato delegato a procedere alla riduzione del numero degli uffici giudiziari ed alla razionalizzazione dei relativi assetti territoriali. L'evento, spesso trascurato dai media, è la prova ulteriore che questo Parlamento è ben in grado di superare egoismi, localismi e resistenze corporative, consegnando al Paese un sistema giudiziario più moderno, in un momento nel quale ciò appare davvero indifferibile.

Sia chiaro, sono consapevole che la chiusura di un ufficio giudiziario crea numerose difficoltà e non poche preoccupazioni alla classe forense, ai magistrati, al personale amministrativo ed alla comunità locale direttamente interessata e so bene che queste legittime preoccupazioni sono condivise da molti parlamentari. Bisogna però convincersi della necessità di ridurre le spese di gestione e di razionalizzare l'utilizzo delle risorse umane esistenti, perché non ci possiamo più permettere 2.000 uffici giudiziari allocati in 3.000 edifici, prendendo atto che le innovazioni normative e tecnologiche rendono non più giustificabile l'attuale distribuzione territoriale.

Detto questo, intendo rassicurare tutti sul fatto che le specificità di ciascun territorio saranno scrupolosamente valutate e che nessuno intende spazzare via presidi di legalità che hanno i numeri e le peculiarità che ne rendono utile il mantenimento. Si procederà, dunque, con equilibrio e con pacatezza, cercando parametri oggettivi che sappiano tenere lontani gli egoismi localistici e soddisfare invece le esigenze di razionalizzazione e di efficienza del sistema.

In tal senso, prosegue presso il Ministero questo complesso e faticoso lavoro, che si è già tradotto nello schema di decreto legislativo che riguarda il riassetto territoriale dei giudici di pace, con un accorpamento di diversi uffici, ben 674, che consentirà di recuperare 2.104 unità di personale amministrativo e di risparmiare 28 milioni di euro l'anno.

Per quanto concerne la revisione dei tribunali e delle relative sezioni distaccate, contiamo di predisporre la prima bozza operativa entro marzo-aprile del 2012 e non mancherò di informare tempestivamente il Parlamento sulle modalità di concreta attuazione della delega.

Già dicevo stamattina alla Camera e intendo ribadire qui al Senato che vi è un mio forte impegno in questo senso, a mantenere il contatto, l'informativa, una relazione costante sull'andamento di questo importante provvedimento, in modo da poter andare avanti attraverso una reciproca informazione ed un dialogo aperto. Lo farò non appena i tempi di queste due settimane parlamentari così intense mi consentiranno di riprendere un dialogo costante con le Commissioni, soprattutto con la Commissione giustizia, ma con tutte le Commissioni che sono interessate a questi provvedimenti.

Considero poi fondamentali gli interventi in materia di informatizzazione e digitalizzazione del sistema giudiziario: si tratta di attività approvate, attrezzate e intraprese ben prima di me, e ritengo importantissimo continuare su questa strada.

Nel corso del 2011 è proseguita l'attività di informatizzazione e razionalizzazione dell'amministrazione giudiziaria, malgrado la costante contrazione delle risorse finanziarie disponibili. In particolare, nel settore civile, nel corso del 2011, i sistemi elettronici di gestione dei registri sono stati installati nel 100 per cento degli uffici giudiziari di primo e secondo grado. Consentitemi di dire che questo è un risultato veramente straordinario, visto che eravamo partiti da zero pochi anni fa. È stato poi dato un forte impulso al miglioramento e alla diffusione degli strumenti per il giudice civile, con particolare riferimento alla «consolle del magistrato».

È stata anche completata un'infrastruttura telematica che rende disponibili i servizi on line, cui accedono oltre 43.000 avvocati. È attivo il servizio telematico di deposito degli atti e risultano già depositati oltre 150.000 atti di parte, con pieno valore legale. In alcuni uffici è attivo il servizio di comunicazioni telematiche di cancelleria, che consente di ridurre a zero i tempi di comunicazione e di annullare i costi di notifica riducendo significativamente il tempo di lavoro delle cancellerie. Da giugno del 2009 sono state inviate oltre 1.600.000 comunicazioni telematiche ed a regime si stimano risparmi per oltre 84 milioni di euro l'anno.

Al di là delle cifre, che sono comunque significative ed importanti, consentitemi di dire che questi mezzi informatici consentono di risolvere una serie di problemi di piccoli grandi ritardi della giustizia. In uno studio che feci anni fa con un ristrettissimo gruppo di studiosi sul tema dei ritardi della giustizia, constatammo che la somma dei piccoli ritardi dovuti agli intralci di natura puramente burocratica e organizzativa del sistema delle notifiche, del sistema delle comunicazioni e del sistema delle copie rappresentava uno dei grandi momenti di rallentamento della giustizia. Ed allora l'informatizzazione può dare un impulso risolutivo anche sotto questo profilo.

Negli ultimi mesi del 2011 è stato realizzato il sistema per la gestione telematica dei pagamenti delle spese di giustizia, già attivo in otto uffici giudiziari, che consente all'avvocato di pagare on line il contributo unificato e i diritti di segreteria per il processo civile.

Non occorrono altre indicazioni per affermare che è qui il futuro della giustizia e che il Governo intende imprimere, se possibile, un'ulteriore accelerazione alla diffusione di questi modelli operativi, curando in maniera particolare due aspetti di fondamentale importanza per un pieno recupero di efficienza attraverso questi sistemi.

Il primo attiene alla uniformità dei mezzi utilizzati e delle possibilità di accesso al sistema. Sistemi diversi producono costi maggiori e riducono sensibilmente i risultati virtuosi dell'informatizzazione. Anche qui, consentitemi di parlare della mia pregressa esperienza: avere sistemi informatici che non comunicano tra di loro e che non consentono una percezione uniforme del dato rappresenta un ostacolo grandissimo alla realizzazione dei risultati che l'informatizzazione potrebbe dare.

Il secondo attiene alla diffusione uniforme delle capacità e della cultura dell'utilizzo del mezzo informatico. Sappiamo perfettamente - io per prima ne sono un esempio - quanto sia difficile, soprattutto per una certa fascia generazionale, cui purtroppo appartengo, adattarsi all'utilizzo costante di un mezzo di comunicazione rivoluzionario ed i cui effetti erano impensabili fino a non molti anni fa. Ma sappiamo altrettanto bene che solo una diffusione omogenea di tale mezzo di comunicazione ne renderà veramente risolutivo l'utilizzo, perché solo un utilizzo uniforme consentirà quel dialogo, quella rete di comunicazione complessiva e globale, per un approccio risolutivo al problema. Sono, altresì, certa che l'intera avvocatura saprà dare a queste innovazioni il suo indispensabile contributo, comprendendo pienamente di esserne coprotagonista e beneficiaria.

Per quanto riguarda gli interventi in materia di organici della magistratura, al momento risultano presenti in organico 8.834 magistrati togati, con una scopertura di 1.317 posti. Per rimediare a questa situazione, l'impegno del Ministero è già stato particolarmente rilevante, con un piano di concorsi che consentirà di raggiungere quota 9.169 con l'assunzione dei nuovi magistrati, dato superato negli ultimi dodici anni soltanto nel 2005. Si tratta di bandi che risalgono al precedente Esecutivo e di cui non voglio quindi ascrivermi alcun merito. Va però dato atto che la regolare programmazione dei suddetti concorsi restituisce ai migliori laureati in giurisprudenza una costante possibilità d'ingresso nella magistratura ordinaria.

Quanto alla magistratura onoraria, sappiamo tutti il grande contributo che essa ha dato alla celebrazione dei processi e allo snellimento e alla deflazione delle attività giudiziarie. Naturalmente il riordino della magistratura onoraria è nelle cose, è nelle intenzioni, è nei progetti, ma qui devo dare atto del grande contributo che essa ha dato all'amministrazione della giustizia, al servizio giustizia per il cittadino.

Infine, su questo punto, la scuola della magistratura è chiamata a rivestire un ruolo centrale nella formazione dei magistrati e degli aspiranti dirigenti. L'innovazione di maggior significato è senz'altro quella che per un verso istituisce nuovi programmi per l'internazionalizzazione del magistrato, e soprattutto per la creazione di una cultura della organizzazione dell'ufficio del magistrato, che è veramente nuova ed innovativa.

L'altra innovazione di grande significato è quella che affida congiuntamente al Consiglio superiore della magistratura ed al Ministro della giustizia la responsabilità dell'indicazione delle linee programmatiche di cui il comitato direttivo dovrà tener conto nella elaborazione del programma annuale dell'attività didattica. E proprio poiché credo nella capacità di formazione e credo nella importanza di queste linee programmatiche, cercherò di dare il mio più elevato contributo, naturalmente d'intesa con il Consiglio superiore della magistratura, alla progettazione delle linee programmatiche.

Con riguardo alla giustizia minorile, nel corso del 2011 l'esame delle statistiche ha confermato l'aumento generale della presenza di minori di nazionalità italiana, già iniziato negli anni immediatamente precedenti. È un dato che ci deve far riflettere molto. È una inversione di tendenza che certamente crea delle esigenze di meditazione sul punto.

Per ulteriori e specifici dettagli rimando, per esigenze di sintesi, alla documentazione prodotta, mentre vorrei soffermarmi su un aspetto programmatico. La giustizia minorile deve necessariamente privilegiare l'aspetto rieducativo della pena, tendendo al reinserimento sociale del giovane condannato attraverso istituti ampiamente sperimentati, come quello della messa alla prova. Si tratta, però, di istituti che richiedono un notevole impegno, non solo dei servizi sociali, ma anche delle famiglie e delle comunità dei cittadini.

Questi due ultimi contributi possono venir meno se il giovane condannato è uno straniero, la cui famiglia e la cui comunità sono lontani dall'Italia. Ecco perché ci accingiamo a varare un piano di contatti internazionali e di convenzioni bilaterali, volti ad incentivare il ritorno del minore nel suo sistema culturale di origine, che potrebbe molto più adeguatamente confortarlo ed accompagnarlo nel percorso di reinserimento sociale che egli deve realizzare senza sentirsi doppiamente sradicato dalle proprie abitudini socio-familiari.

Io credo profondamente nel contributo che la famiglia può e deve dare al risanamento dei giovani detenuti. Il contributo della famiglia è sempre importante per il detenuto. La vicinanza di un familiare è sempre importante per superare i momenti di disperazione che colgono il detenuto, ma ancor più lo è quando si tratti di un detenuto minore. L'aumento del numero di minori italiani negli istituti mi fa ritenere che su questo problema dobbiamo stimolare le famiglie e le istituzioni sociali. Se la famiglia e le piccole comunità non riescono ad arginare il fenomeno della criminalità minorile vuol dire che dobbiamo arrenderci, ma noi non siamo qui per arrenderci: siamo qui per combattere, per stimolare, per insistere. L'attenzione socioculturale al fenomeno della delinquenza minorile deve crescere in generale, e anche nelle nostre famiglie.

Sugli interventi legislativi, avviandomi alla conclusione, sarò brevissima. Per quanto riguarda gli interventi sulla giustizia civile, come ho già detto l'emergenza del settore civile costituisce una priorità di questo Governo, che intende raccogliere e valorizzare quanto è già stato fatto in precedenza. A tal riguardo, meritano di essere ricordati taluni provvedimenti significativi assunti dal precedente Governo.

Mi riferisco al decreto-legge che ha varato il piano straordinario per l'efficienza della legge civile ed introdotto l'obbligo di programmazione della gestione del contenzioso civile e previsto la possibilità di sottoscrivere convenzioni per formare giovani laureati come assistenti di studio dei magistrati. È un progetto bello, che va portato avanti e incentivato, perché accresce la cultura del giovane e quella del magistrato. Lo scambio di idee e di esperienze tra magistrati e giovani è fondamentale. Per i giovani, perché apprendono e sperimentano la loro vocazione per una determinata professione; per il magistrato, perché riceve gli stimoli che tutti noi che siamo abituati a stare a contatto con i giovani riceviamo quotidianamente dai nostri studenti.

Vi è poi il decreto legislativo in materia di riduzione dei riti e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione. È questa la strada sulla quale occorre proseguire.

La legge di stabilità del 2012 ha poi introdotto ulteriori disposizioni per l'accelerazione delle controversie civili e per l'uso della posta elettronica certificata nel processo civile.

Ovviamente, questi positivi interventi non esauriscono il panorama di quanto dovrà ancora essere sottoposto all'approvazione del Parlamento, anche per rimediare alle patologie del sistema. In tal senso, una prima risposta è stata fornita con il decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 212, che ha introdotto disposizioni urgenti in materia di processo civile e di composizione delle crisi da sovraindebitamento. Il decreto riprende, per la parte relativa al debitore non consumatore, una procedura di esdebitazione già prevista da un apprezzato disegno di legge parlamentare. Ne voglio dare pubblica menzione. Si tratta di un ottimo disegno, e fare propri, o in qualche modo sollecitare, per renderne più celere l'approvazione, disegni di legge condivisi credo sia un compito nel quale anche questo Governo si deve cimentare, riconoscendo che la bontà dei risultati raggiunti da questo Parlamento deve trovare sbocco il più rapidamente ed efficacemente possibile in provvedimenti definitivi.

Per quanto concerne gli interventi sulla giustizia penale, degli interventi connessi con l'emergenza delle carceri ho già detto in premessa. In questa sede va ricordato che l'adozione del codice antimafia rappresenta la novità di maggior rilievo del 2011 sul fronte dell'azione di contrasto alla criminalità organizzata. Il lavoro svolto è stato imponente e molto impegnativo e proprio per questo esso appare meritevole di ulteriori approfondimenti e riordini sistematici.

Un'ulteriore e importante iniziativa legislativa riguarda il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 16 dicembre 2011, che prevede il conferimento al Governo delle deleghe legislative in materia di depenalizzazione, di introduzione nel codice di procedura penale degli istituti della sospensione del procedimento con messa alla prova e della sospensione del processo per assenza dell'imputato, nonché l'introduzione nel codice penale e nella normativa complementare delle pene detentive non carcerarie. So che si tratta di un intervento su materie ampiamente condivise dal Parlamento ed in linea con il principio di un diritto penale minimo. E allora cerchiamo di compiere insieme questo percorso nel modo più veloce ed efficace possibile. Io mi auguro che, nel dibattito parlamentare che si terrà per la conversione del decreto-legge, queste misure possano trovare spazio, o comunque possano avere una corsia preferenziale, veloce, per giungere all'approvazione. Dunque, queste misure sono condivise, deflattive, efficaci e rappresentano un insieme di mezzi che, coordinati tra loro, possono risolvere gravi e seri problemi.

Inoltre, tale intervento intende introdurre elementi di razionalizzazione nel processo penale e nel sistema sanzionatorio ed appare destinato a determinare nel medio periodo un'ulteriore deflazione delle presenze in carcere per quei soggetti dalle modeste e facilmente controllabili potenzialità criminogene. In altri termini, è solo dall'insieme di tutti questi interventi ed istituti che si potrà avere un'armoniosa risoluzione dei problemi della detenzione, della carcerazione e della giustizia penale e civile in generale.

Le considerazioni che ho sviluppato in modo necessariamente sintetico spero consentano di apprezzare l'azione del Governo (che naturalmente è iniziata da poco tempo), sia con riferimento alle iniziative normative che all'impegno organizzativo ed esecutivo. Il complesso di questi interventi non è ancora - ovviamente - riuscito a determinare una svolta positiva e strutturale nel sistema giudiziario italiano, ma, come si è visto, non mancano né i segnali positivi né le potenzialità che consentano di prevedere un miglioramento concreto. Bisogna lasciarsi influenzare da questi segnali positivi per consolidare e migliorare il servizio giustizia italiano con una strategia di sistema che è già ben definita nei suoi principali obiettivi.

Nel settore civile, si tratta di deflazionare i flussi di ingresso della domanda di giustizia, anche attraverso l'affermarsi di metodi alternativi di definizione dei conflitti, di garantire la specializzazione dei giudici, di aggredire con decisione la massa dei procedimenti arretrati con il piano straordinario di smaltimento, eventualmente perfezionato ed ampliato (accogliendo alcune indicazioni che recentemente mi sono pervenute dal Parlamento), e di assicurare una più celere definizione dei giudizi e la prevedibilità delle decisioni in termini di certezza del diritto.

Nel settore penale si tratta, anzitutto, di assicurare condizioni di dignità ai detenuti, nonché di razionalizzare e velocizzare il processo penale, di garantire ai magistrati tutti gli strumenti, anche tecnici ed informatici, assicurando nel contempo una gestione più oculata e razionale della spesa.

Nella erogazione del servizio giustizia si tratta di assicurare condizioni di uniformità su tutto il territorio nazionale attraverso una profonda revisione dei modelli organizzativi e della geografia giudiziaria, sorretta da robusti e sistemici interventi finalizzati all'uso sempre più intenso delle nuove tecnologie in grado di assicurare, se adeguatamente inserite in strutture ben organizzate, notevoli risparmi di spesa ed un sicuro miglioramento delle performance.

Per quanto possa apparire paradossale, proprio oggi, in presenza di una drammatica congiuntura economica internazionale, si presenta l'occasione, forse irripetibile, di riformare davvero il sistema giudiziario italiano. Nessuno di noi, infatti, può più permettersi di considerare ineluttabile il deficit di efficienza del sistema giudiziario italiano in un momento come quello attuale ove ogni settore della vita pubblica e privata è tenuto a garantire il proprio contributo operativo al miglioramento delle condizioni economiche del Paese.

Si può far questo accettando supinamente e passivamente i sacrifici imposti dalle attuali necessità economiche oppure - come io credo fortemente sia più utile - lo si può fare, ciascuno nel proprio ambito, trasformando le criticità in opportunità di sviluppo e di miglioramento dei servizi offerti al cittadino.

È possibile applicare questo modello virtuoso anche al sistema giudiziario? Certamente sì, purché tutti i protagonisti (magistrati, avvocati, personale amministrativo, cittadini utenti) e non soltanto le istituzioni competenti (come Governo, Parlamento e Consiglio superiore della magistratura) siano disposti ad accettare che un altro modello di servizio giudiziario, più snello, più rapido, meno costoso e meno intasato, non soltanto è possibile ma è oggi assolutamente necessario e non più rinviabile.

Ciascuno di noi sarà magari chiamato a rinunciare a qualche privilegio o a qualche abitudine consolidata e rassicurante, ma così facendo consegneremo al Paese, cioè a tutti noi, un sistema giudiziario migliore e più giusto. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI, IdV, Per il Terzo Polo:ApI-FLI e CN-Io Sud-FS).

PRESIDENTE. La ringrazio, signora Ministro, per la sua compiuta, dettagliata e molto analitica relazione che, ne sono certo, quest'Aula apprezzerà.

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. Colleghi, prima di aprire la discussione sull'informativa del Ministro, debbo fare due comunicazioni.

Innanzitutto, comunico che giovedì 19, alle ore 16,30, il ministro Passera ha dato la sua disponibilità a rendere un'informativa sulla vicenda Costa Concordia.

L'ordine del giorno odierno prevedeva poi che dopo il voto finale sui documenti presentati in ordine alla relazione del Ministro si sarebbe proceduto al voto sulla costituzione in giudizio del Senato della Repubblica per resistere in un conflitto di attribuzione del quale si è già discusso.

Data presuntivamente l'ipotesi che il voto sui documenti presentati sulla relazione del Ministro avverrà in serata avanzata, anche dietro un'ufficiosa consultazione con i Gruppi, propongo di posticipare tale votazione - soltanto tale votazione - immediatamente dopo il voto del decreto che incardineremo domani mattina: questo, per avere un'Aula piena.

Non ho riscontrato contrarietà: si tratta soltanto di un voto, da agganciare quindi non al voto di stasera, ma a quello del decreto-legge presentato dal Ministro della giustizia, il cui esame inizierà domani mattina.

Poiché non si fanno osservazioni, così resta stabilito.

Ripresa della discussione della Relazione del Ministro della giustizia
sull'amministrazione della giustizia
(ore 18,22)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulla relazione del Ministro della giustizia.

È iscritta a parlare la senatrice Della Monica. Ne ha facoltà.

DELLA MONICA (PD). Signor Presidente, ringrazio il ministro della giustizia, professoressa Severino Di Benedetto, per le comunicazioni asciutte ed essenziali, che peraltro non prescindono da una riflessione sulla grave situazione che caratterizza la giustizia nel nostro Paese e sui possibili rimedi da mettere in atto.

Lei, signora Ministro, con le sue comunicazioni si fa parte diligente di una sfida che sembra possibile vincere e apre convintamente una nuova stagione tesa a restituire alla giustizia il ruolo di servizio efficiente per i cittadini e le imprese volto al soddisfacimento di interessi generali attraverso l'individuazione di priorità d'intervento che noi, come Partito Democratico, fin dall'inizio della legislatura avevamo indicato: la giustizia civile, il carcere e l'organizzazione giudiziaria.

La sua relazione dimostra la consapevolezza, da noi condivisa, che la giustizia può divenire da pesante costo per il Paese, un volano per un'economia competitiva. E questo scorcio di legislatura è l'occasione non più rinviabile, in una valutazione realistica e nell'ambito di una delicatissima fase politica ed economica, di avviare delle riforme concretamente realizzabili. Ma se gli obiettivi non possono essere che concreti e limitati, tali non devono essere la prospettiva e il respiro degli interventi da realizzare.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 18,25)

(Segue DELLA MONICA). Lei, signora Ministro, sta anzitutto per realizzare una riforma strutturale in una materia ritenuta uno dei punti qualificanti di ogni intervento in materia di giustizia, un intervento fortemente voluto e prospettato dal Partito Democratico: la revisione di una geografia giudiziaria caratterizzata da circa 1.500 uffici distribuiti secondo criteri risalenti a due secoli fa. Nel dar seguito alla delega, è indispensabile che lei vada avanti con coraggio, pur senza sottovalutare i problemi delle singole aree geografiche e dei contesti economici e di criminalità, come del resto ha esposto nella sua relazione. (Brusìo. Richiami del Presidente).

La riforma consentirà una migliore efficienza della giustizia anche sotto il profilo della specializzazione dei magistrati. Lei, signora Ministro, ha preannunziato interventi incisivi per la giustizia civile e per il settore penale, andando nella direzione del cosiddetto penale minimo e della depenalizzazione, che costituiscono un cardine della riforma del diritto penale e un'inversione di tendenza. Lei ci ha preannunziato un forte contrasto all'economia illegale e all'evasione fiscale. Inoltre, ha inteso intervenire sul problema delle carceri, la cui drammatica situazione è stata denunziata a più riprese dal Presidente della Repubblica.

Procederò per singoli punti, muovendo dalla tematica delle carceri. Apprezziamo gli interventi e la stessa attenzione sul carcere e sulle sue perenni emergenze, non declinate finalmente solo in termini di esigenze di edilizia penitenziaria, ma volte invece a rendere il carcere davvero l'extrema ratio che è necessario sia. (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia. Non siamo moltissimi e credo che l'importanza del dibattito richieda un po' più di attenzione.

Prego, senatrice Della Monica.

DELLA MONICA (PD). Grazie, signora Presidente.

In tal senso, si auspica che possa essere arricchito il disegno di legge, Atto Senato n. 3074, in modo da favorire ed estendere le condizioni di applicabilità delle misure alternative alla detenzione.

Ancora, su questo versante guardiamo con favore alla annunziata proposta del Governo di introdurre nel codice penale, quale sanzione principale, una misura di carattere detentivo non carceraria - la detenzione domiciliare - che davvero potrebbe restituire al carcere quella natura di sanzione residuale che deve necessariamente connotarlo. Tuttavia, nessuna modifica alla legge 26 luglio 1975, n. 354, può realmente avere efficacia deflattiva sul carcere in assenza di una revisione di norme di carattere sostanziale (incriminatrici), che, più di ogni altra favoriscono l'ingresso in carcere. Si pensi - in particolare - alla disciplina della recidiva che, come modificata dalla cosiddetta legge Cirielli - legge 5 dicembre 2005, n. 251 - e resa aspecifica e perpetua, priva sostanzialmente coloro che siano stati dichiarati recidivi della possibilità di fruire di misure alternative.

Analoga portata limitativa dei benefici penitenziari ha l'attuale disciplina sugli stati di tossicodipendenza, che riduce - appunto - per i condannati tossicodipendenti le possibilità di fruire dell'affidamento in prova al servizio sociale, ovvero dell'unica misura realmente special-preventiva, rieducativa, in questi casi. Su questi temi il Partito Democratico ha presentato, non solo diversi disegni di legge, ma anche specifici emendamenti al disegno di legge n. 3074, su cui è auspicabile un sostegno del Governo nel corso dell'iter parlamentare.

Dall'altro lato, parallelamente alla riduzione degli ingressi in carcere (che dovrebbe conseguire all'estensione di misure alternative alla detenzione e alla previsione di pene principali di carattere extracarcerario), è necessario rendere effettivi i diritti di chi in carcere permane, impedendo abusi che troppo spesso si verificano. In tal senso si muove, in particolare, l'emendamento del Partito Democratico sulla giurisdizionalizzazione del reclamo, a mia prima firma, volto a garantire l'effettiva tutela dei diritti dei detenuti rispetto ad atti dell'amministrazione penitenziaria rispetto ai quali oggi non sono previsti rimedi giurisdizionali adeguati.

Tale misura sarebbe il necessario completamento della previsione della Carta dei diritti dei detenuti che il Ministro, condivisibilmente, ha introdotto e che potrebbe essere affiancata dall'istituzione del garante dei diritti dei detenuti. Infine, l'approvazione in Commissione dell'emendamento proposto dal senatore Marino, sottoscritto dal Gruppo del PD, e fatto proprio dal senatore Maritati, relatore del provvedimento sugli ospedali psichiatrici giudiziari, sembra essere la strada giusta per superare questi luoghi di estremo orrore in favore di strutture completamente sanitarizzate all'interno, e tuttavia garantite dalla presenza della Polizia penitenziaria all'esterno, al fine di coniugare esigenze di cura degli internati e difesa sociale.

Nel settore del contrasto alle mafie e alla corruzione un'innovazione importante si è avuta indubbiamente con il decreto-legge istitutivo dell'Agenzia dei beni confiscati, che ha tra l'altro apportato significative modifiche (molte delle quali suggerite già da tempo dal Partito Democratico) alla disciplina delle misure di prevenzione. Il codice delle leggi antimafia non ha invece apportato alla disciplina vigente modifiche particolarmente significative, in ragione del suo carattere meramente compilativo. Questo è il principale limite del codice, da cui discende anche l'esigenza di ulteriori, importanti modifiche, in relazione, ad esempio, ad una novella all'articolo 416-ter che estenda in particolare la pena ivi sancita anche a chi si adopera per far ottenere la promessa di voti prevista dal terzo comma dell'articolo 416-bis e disponendo inoltre che, oltre alla erogazione di denaro, anche il trasferimento di «qualunque altra utilità» ovvero «la disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell'associazione mafiosa» possano rientrare tra le finalità del delitto.

È poi necessario apportare modifiche a fattispecie complementari ai reati di mafia strettamente intese come l'autoriciclaggio, ovvero alla disciplina della collaborazione, con particolare riferimento ai tempi e alla durata della stessa (si pensi al caso Spatuzza), e quindi all'esigenza di configurare un sistema nel quale la richiesta di assegnazione di un termine ulteriore da parte del procuratore della Repubblica sia soggetta alla verifica del giudice per le indagini preliminari.

Un effettivo contrasto alle mafie presuppone un'azione di contrasto non meno efficace alla corruzione, in ragione del nesso che spesso avvince i due fenomeni. In tal senso, in attesa dei lavori della Commissione governativa appositamente istituita, è opportuno riprendere l'esame dei disegni di legge in materia, volti in particolare a introdurre nel codice penale le modifiche necessarie a dotare la magistratura e la polizia giudiziaria degli strumenti necessari a tale azione di contrasto, oltre che a ratificare la Convenzione di Strasburgo. Si pensi, in tal senso, all'esigenza di intervenire su settori trasversali quali non solo il già ricordato autoriciclaggio e la prescrizione, ma anche le false comunicazioni sociali, la falsa fatturazione, la disciplina degli appalti, la previsione di adeguate cause di incompatibilità nell'assunzione di incarichi pubblici.

Si consideri infine l'esigenza di ridefinire il settore dei delitti contro la pubblica amministrazione in termini di pene e di nuove figure di reato introducendo la fattispecie del traffico di influenze. È infine auspicabile introdurre, all'interno della sezione del codice penale relativa ai delitti contro l'industria e il commercio, il delitto di corruzione nel settore privato, consistente nella condotta di induzione, sollecitazione o ricezione di denaro od altra utilità, o nell'accettazione della relativa promessa, per compiere od omettere atti, in violazione di un dovere, qualora ne derivino o possano derivarne distorsioni della concorrenza nel mercato, ovvero danni economici all'ente o a terzi, anche attraverso una non corretta aggiudicazione o una scorretta esecuzione di un contratto. Tale fattispecie consentirebbe, ben più dell'articolo 2635 del codice civile, di adeguare il dettato normativo alla realtà attuale e alle concrete caratteristiche del fenomeno corruttivo in Italia.

Passo alla prescrizione. Il nostro sistema, pressoché unico in campo europeo, consente il decorso dei termini di prescrizione per tutta la durata dei tre gradi di giudizio. Non è forse il caso di interrogarsi, anche ai fini deflattivi, di tecniche dilatorie, in particolare le impugnazioni, se il sistema non vada modificato, se non debba essere modificata la legge Cirielli?

Relativamente all'eccessiva durata dei processi penali, al fine di risolvere o quantomeno contenere questo problema strutturale della giustizia italiana, è necessario coniugare modifiche alle norme processuali con misure di carattere sostanziale. Sotto il primo profilo, dunque, è auspicabile che il Governo sostenga le proposte presentate dal Partito Democratico sullo specifico tema dell'accelerazione e della razionalizzazione del processo penale.

Ovviamente nessuna di queste misure di carattere processuale può in alcun modo scindersi da una profonda revisione delle norme sostanziali che più stretta connessione hanno con il processo. Si pensi, in primo luogo, alla già richiamata disciplina della prescrizione che, a seguito della legge Cirielli, rischia di vanificare totalmente la possibilità di giungere a sentenza nei termini.

Per quanto concerne i processi civili, al fine di ridurre l'eccessiva durata dei procedimenti civili, che - come è noto - ha implicazioni fortemente negative, tra l'altro, sull'economia italiana, è necessario intervenire in un settore non toccato dalla riforma del processo civile di cui alla legge n. 69 del 2009, ovvero la fase dell'esecuzione. Nessuna modifica, sia pur rilevante, del giudizio dì cognizione, può infatti avere una reale portata deflattiva del contenzioso e migliorativa dell'efficienza della giustizia civile, se scissa da interventi sulla fase esecutiva.

È pacifico poi, alla luce dei dati riportati nella sua relazione, che, dopo tre anni di legislatura del Governo Berlusconi, provvedimenti legislativi varati in questa legislatura non hanno avuto purtroppo la portata deflattiva annunciata. Sicuramente non l'hanno avuta il provvedimento riguardante il rito processuale di cognizione sommaria della legge del 2009, né l'attuazione della delega sulla semplificazione dei riti civili, che non ha colto tutte le aspettative verso l'auspicata unificazione e riduzione dei riti in relazione alle esigenze di tutela differenziata delle situazioni giuridiche soggettive. Per cui, Ministro, le chiedo di prendere in considerazione la proposta della effettiva unificazione dei riti, prendendo a modello quello del processo del lavoro.

Venendo ai carichi di lavoro degli uffici giudiziari, come lei ha sottolineato, maggiormente gravate sono le corti d'appello dove, peraltro, il contenzioso viene moltiplicato dalle richieste di equo indennizzo per la irragionevole durata dei processi per la legge Pinto. Richiamo al riguardo quanto evidenziato dal Presidente della Corte di cassazione nella relazione inaugurale dell'anno giudiziario 2011.

Pertanto, una volta che ormai, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di cassazione, si sono formati e stabilizzati i parametri di riferimento circa i criteri di indennizzo, potrebbe prevedersi una procedura deflattiva, degiurisdizionalizzando la decisione sulle richieste di risarcimento di cui alla legge Pinto, attribuendola ad un organo diverso dalla giurisdizione civile. La misura potrebbe essere realizzata attraverso l'affidamento della liquidazione delle somme determinate alle prefetture sulla base dei criteri già ormai ben codificati dalla Cassazione.

Quanto alla media conciliazione, disciplinata dal decreto legislativo n. 28 del 2010, come Partito Democratico vogliamo essere chiari. Abbiamo sostenuto e presentato proposte in tema di conciliazione, ma non abbiamo condiviso il suo carattere obbligatorio che si pone come condizione di procedibilità; inoltre, la media conciliazione non ha avuto quegli effetti deflattivi che sono stati annunciati e sperati. Siamo in attesa di una pronuncia della Corte costituzionale proprio sul punto della obbligatorietà della media conciliazione.

Per quanto riguarda i mezzi di impugnazione, il sistema va ripensato in relazione al principio della ragionevole durata del processo, al contesto europeo, alle risorse di cui dispone il Paese e alla necessità di delimitazione dei motivi di impugnazione. Il che ci riporta, tra l'altro, alla necessità di intervenire sul sistema della legge Pinto.

Non è poi accettabile, se non a discapito dei diritti e delle garanzie, un sistema incentrato sul ricorso sistematico, per dissuadere i cittadini dal rivolgersi alla giustizia e ridurre il contenzioso, all'aumento dei contributi per le impugnazioni.

In merito alle misure strutturali trasversali, rimando al testo integrale dell'intervento che chiedo di allegare al Resoconto della seduta.

Concludo sottolineando che cambiare la giustizia in Italia è possibile. Se si ha la volontà politica, nel giro di qualche anno si potrà consentire al sistema giustizia di funzionare in modo migliore, di rispondere alle aspettative delle imprese e ai bisogni di tutti i cittadini.

In questa direzione intendiamoci muoverci, in un rapporto di leale collaborazione istituzionale con lei, signora Ministro, approvando le sue comunicazioni. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Senatrice Della Monica, la Presidenza l'autorizza ad allegare il testo integrale del suo intervento.

È iscritto a parlare il senatore Divina. Ne ha facoltà.

DIVINA (LNP). Signora Presidente, signora Ministro, ricordo che quest'Aula è ricca di ex Ministri della giustizia. Negli anni si sono alternate tante figure, ma abbiamo notato che i problemi sul tavolo rimangono sempre gli stessi. Forse bisogna iniziare ad usare in un certo senso la fantasia, ed ecco i tecnici, nei quali magari tanti hanno sperato e ai quali si sono affidati, che dovrebbero ispirarci per uscire dai normali metodi, che hanno raggiunto obiettivi relativamente scarsi.

In merito ai problemi, cito l'arretrato. Signora Ministro, lei ci dice che i processi sospesi, tra il civile e il penale, sono arrivati a 9 milioni. Tempi lunghi della giustizia: 7 anni per chiudere un processo civile, quasi 5 per un processo penale. Lei ricorderà che, tra le prime lezioni di diritto penale, i professori insegnavano che una giustizia tardiva non si può nemmeno definire giustizia: potremmo dire che lo Stato italiano in questo momento non sa nemmeno offrire giustizia. La legge Pinto sui risarcimenti: lei ha toccato il tema del costo per lo Stato di questa eccessiva lunghezza. Diciamo che ne va anche dell'efficienza dello Stato, perché poche imprese straniere possono avere interesse a operare in un Paese dove per definire ogni vertenza i tempi sono quelli che conosciamo.

Infine, un altro problema è il sovraffollamento, che pone una serie di domande conseguenti; qual è la soluzione giusta? Lei ci propone quella che è stata definita la misura svuota-carceri: far passare da 12 a 18 mesi la pena detentiva residua da scontare agli arresti domiciliari. Noi non sappiamo se sia giusto, ma sicuramente sappiamo che indulti e amnistie non sono soluzioni: come Lega Nord, infatti, le abbiamo sempre contrastate e abbiamo sempre tentato di ostacolarle.

Partiamo dalla fine: sovraffollamento. Lei non lo dice, ma nella sua relazione avrebbe dovuto precisare che la maggioranza dei carcerati in Italia è di provenienza straniera, come riferiscono dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La domanda provocatoria è: gli stranieri hanno un tasso criminogeno maggiore degli italiani? Evidentemente no, ma vi è una causa culturale e politica in questo Paese, perché quelle aperture (che noi definiamo azzardate) sono state la causa del fenomeno, hanno attratto molte persone con l'illusione che in Italia avrebbero trovato le risposte a tutti i loro bisogni. Ahimé, per tantissimi non è stato così: il problema più banale che esiste per tutti è combinare pranzo, cena e colazione e, se non ci si riesce per tre giorni, si cade preda delle peggiori organizzazioni e, alla fine, l'epilogo è che si finisce in carcere.

Signora Ministro, a questo punto, mi chiedo perché non si stipulino, dove è possibile, convenzioni con tutti gli Stati stranieri per far scontare le pene nei Paesi d'origine. Sgraveremmo così sia le casse dello Stato che le nostre carceri. Questi patti, però, vanno rispettati, perché ricordiamo ancora la figuraccia che facemmo con gli USA a proposito del caso di Silvia Baraldini.

Lei comunque preferisce i 18 mesi di pena residua da scontare a casa, cioè agli arresti domiciliari. Noi non condividiamo tale misura, anche perché la riteniamo un premio, ma se dovesse passare riteniamo che il premio abbia almeno bisogno di una riconoscenza, cioè che chi beneficia di questa opportunità debba offrire i propri servigi alla comunità che gliela dà, quindi operare con lavori socialmente utili ed essere assegnato presso enti, associazioni del settore sociale o del volontariato in modo che ci sia un do ut des, e che ci sia anche una funzione rieducativa, con il lavoro in alternativa al carcere.

Noi vorremmo spingerci anche più avanti: anche per gli altri carcerati sarebbe meglio rendersi utili piuttosto che oziare in carcere. Signora Ministro, le suggerisco di andare a vedere la normativa della Germania, dove il lavoro nelle carceri è un obbligo. Poche categorie sono esentate: gli ultrasessantacinquenni, le donne che allattano e alcune altre ora. Si cerchino le aziende interessate per questo tipo di lavori; si dotino gli istituti delle strutture necessarie. Rendiamo la pena rieducativa, ma anche reintroduttiva. Sarebbe opportuno che queste persone, magari uscendo, potessero, o avere la pecunia... (Il microfono si disattiva automaticamente).

PRESIDENTE. Senatore Divina, la invito a concludere.

DIVINA (LNP). Concludo chiedendo al Ministro di operare sull'unico fronte possibile, perché non si può parlare di giustizia se non parliamo di magistrati. Chiediamo uno sforzo e maggiore impegno, oltre che responsabilità ai magistrati, perché li abbiamo visti attenti più volte a casi dai risvolti politici e magari meno a casi che preoccupano di più i cittadini e che sono sentiti come pericolosi. Il caso dell'Olgiata è emblematico: un omicidio nel 1991; le prove nel cassetto; da vent'anni bobine inascoltate. Abbiamo visto tanti magistrati ascoltare più volentieri i nastri magari con frivolezze su prestazioni sessuali che con le inchieste non avevano niente a che vedere.

Ministro, la nostra opinione è che i magistrati debbano stare molto meno sotto i riflettori e molto più sopra i fascicoli che sono stati loro assegnati. Glielo ricordi frequentemente. Questo già migliorerà sensibilmente la nostra... (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dal Gruppo LNP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Benedetti Valentini. Ne ha facoltà.

BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signora Presidente, gentile Ministro, abbiamo pochi minuti per interloquire e, se mi consente, vengo alle priorità in agenda.

Mi sottrarrò dunque al piacere e alla tentazione del dibattito politico. Ho ascoltato quello svolto dai colleghi della Camera, dove si sono incrociate le lame sullo stabilire se vi sia continuità con il precedente Governo o se invece vi sia discontinuità, come invoca quella che era prima l'opposizione, nonché sulla rivendicazione di una paternità di gran parte dei provvedimenti da parte del centrodestra rispetto al precedente Governo.

Presidenza del vice presidente NANIA (ore 18,46)

(Segue BENEDETTI VALENTINI). Mi sottrarrò a questo poco utile gioco politico, che poco risolve, anche perché non ci metteremmo mai d'accordo. Resisterò anche alla tentazione di parlare di tutto, anche se sarei molto tentato, pure se si ha un parere su tutti i punti che lei ha toccato, perché bisogna limitarsi, anche per i pochi minuti a disposizione, alle priorità assolute. Del resto, lei frequenta la Commissione giustizia, come molti di noi ne sono assidui frequentatori, e quello forse è il luogo dove ci si può confrontare in maniera quotidiana.

D'altra parte, voglio anche dirle - non sono in Commissione, ma in Aula, e forse qualcuno ci sta anche ascoltando; può darsi che ancora qualcuno ci ascolti, forse più di quelli che noi supponiamo - una cosa che forse le sembrerà generica: molti dei problemi che lei ha sottolineato sono reali - e bisogna adottare le relative misure - ma senza una formidabile responsabilizzazione dei protagonisti del mondo giudiziario (parlo in primis dei magistrati, perché sono depositari di un potere, non soltanto esercenti una professione altissima, ma anche degli avvocati e degli altri coadiutori della giustizia) le nostre riforme non serviranno a nulla. Noi dobbiamo "stringere" i magistrati, perché ciascuno di noi frequenta le aule di giustizia e sa quali siano le incurie, i ritardi e le pigrizie. Non mi si risponda con le statistiche, dicendo che siamo più o meno produttivi. Le statistiche sono ingannevoli. Ciascuno di noi, che frequenta le aule di giustizia, sa quali siano i problemi umani che sono decisivi per rendere operativa e virtuosa una riforma, oppure vanificarla, anche se teoricamente giusta. E se non è un Governo tecnico che può intervenire di brutto, con rigore, per far rispettare la disciplina, per quello che è possibile, ai magistrati, dato il principio costituzionale, ed anche agli avvocati, attraverso i loro strumenti ed organi di autodisciplina, allora chi lo deve fare, dal momento che abbiamo detto che i Governi politici sarebbero più deboli rispetto alle spinte particolaristiche?

Lei ha analizzato con correttezza le principali cause anche del formarsi dell'arretrato, della lentezza, dell'iperafflusso, delle cause. Sì: tutto giusto. E noi le daremo una mano, senza spaccare il capello in quattro sulle misure che possono servire a riassorbire e smantellare l'arretrato. Le vere cause però, sono più profonde: è la inaffidabilità ormai delle obbligazioni che vengono assunte, e quindi la frustrazione degli utenti della giustizia e di chi li deve assistere nel promuovere azioni che non portano a nulla, che poi danno luogo a sentenze ineseguibili. È questa la frustrazione. Incidere su queste cause non è facile, è molto complesso. Significa incidere sulle logiche economiche, sui rapporti civili, e non è semplice.

Sullo specifico strumento della mediazione che, come vede, continua ad occuparci e a pressarci non mi soffermo. Lei ha sentito qual è il parere unanime della Commissione giustizia e dell'Assemblea. Mi accorgo bene che non se ne vuol far nulla, non se ne vuole prendere atto e, in pratica, siamo tutti ad aspettare che la Corte costituzionale faccia quello che deve. Così, almeno, nessuno si prende la briga e la responsabilità di agire, e intanto ci appelliamo ad altri. Aspettiamo che sia la Corte costituzionale, soprattutto in punto di obbligatorietà, a sistemare le cose. Non so se questo sia giusto: è la realtà inconfessata, ma da confessare.

Detto tutto questo, esamino velocemente tre temi a cui do la precedenza, perché sono quelli dell'agenda, i più immediati, altri importantissimi restano tali, ma sono meno immediati, e quindi seguo la scala della priorità: circoscrizioni giudiziarie, emergenza carceri e liberalizzazione della professione nell'ambito delle professioni da liberalizzare.

Quanto alla delega sulle circoscrizioni, signora Ministro, mi consenta di dire che questa attesa provvidenziale degli enormi risparmi che ne dovrebbero derivare vedrà che poi tutto sommato non sarà particolarmente esaudita, perché ci saranno costi aggiuntivi per altri versi, e poi ci saranno i formidabili costi che la povera gente, i cittadini tutti, poveri e meno poveri, dovranno sostenere. Quindi, è un mito che presto verrà meno.

Ma una cosa è certa: questa delega è stata inserita in modo costituzionalmente molto opinabile - e voglio usare un eufemismo - e regolamentarmente scorretto, con l'escamotage di inserirla in un comma nella legge di conversione; una presa in giro per non metterla nel decreto da convertire. Infatti, alla fine ci siamo messi d'accordo, dopo un lavoro tremendo di avvicinamento delle posizioni, contemperando la filosofia degli iperaccentrazionisti (CSM e quant'altro, ANM), secondo cui non può sussistere un tribunale se non ha queste megadimensioni, con 20, 28, 30 magistrati, e quelli, come il modesto sottoscritto, portatori di una visione più territoriale che ritiene che la giustizia diffusa sia un valore, quindi da difendere, più che per difendere tribunali, per difendere città, territori, quindi quelli con una visione politica più complessiva. Alla fine, abbiamo mediato su ogni parola e su ogni virgola, perché si facesse quella violazione regolamentare e quella forzatura costituzionale. Ora si tratta, signor Ministro, di dare attuazione equilibrata e rigorosa a quella delega. E noi vigileremo in questo senso.

Per i giudici di pace non era stabilito alcun criterio, se non quel meccanismo del cancellarli, anche se poi gli enti locali possono fare le proprie spese e, quindi, restituirli. E lì siete intervenuti con mano pesante, come non era possibile immaginare, perché quando si cancella tra il 75 e l'80 per cento degli uffici giudiziari, praticamente rimangono solo le sedi circondariali e pochissime altre unità di enormi dimensioni. Considerato quindi che si trattava di centri e di città un tempo sedi di pretura, e che avevamo detto che sarebbe rimasto loro almeno un giudice di pace prossimale, la verità è che li stiamo prendendo in giro e che stiamo smantellando il reticolo.

Ma nella legge delega questo era concepibile e possibile. Ora però siamo alla fase due: e la fase due non è così, signor Ministro. Quei criteri che alcuni vogliono reintrodurre (ad esempio, il numero minimo di magistrati) sono tutti arbitrari. La legge delega nel combinato disposto, che io ho seguito passo dopo passo, auspice il suo predecessore, senatore Nitto Palma, che si è speso per una mediazione tra questi criteri, comprende i criteri guida alle lettere b),c), d), e) ed f). Non debbo rammentarle il testo parola per parola, signora Ministro... (Il senatore Benedetti Velentinirichiama l'attenzione del Ministro della giustizia).

PRESIDENTE. Senatore Bendetti Valentini, la prego di continuare il suo intervento.

BENEDETTI VALENTINI (PdL). Signor Presidente, faccio presente che sto trattando un passaggio delicato, che ho rare occasioni di poterlo fare e che debbo utilizzarle. Proseguo nell'intervento, ma poi godrò del tempo recuperato.

Signor Ministro, il criterio guida è la citata lettera e). La riforma che noi abbiamo concepito in delega per la revisione delle circoscrizioni non prevede la loro cancellazione. Vi è sì la riduzione delle sedi giudiziarie, ma il principio di cui alla lettera e) prevede il riequilibrio territoriale, demografico e funzionale dei carichi di lavoro. Il principio guida è che, dove c'è un tribunale molto grande e, finitimo, uno piccolo, si scorporano abitanti, territori e carichi di lavoro di quello grande e si accorpano a quello più piccolo, perché questo è il criterio che, dopo lungo dibattito, abbiamo scelto.

La lettera e) è stata definita linea prioritaria di intervento. Se non si vuol violare e fare eccesso di delega, prima di cancellare anche un solo tribunale si deve riequilibrare.

E così è anche in materia di sezioni, che noi non abbiamo autorizzato a cancellare. É vero, però, che è stato scritto di sopprimere, ovvero di ridurre. É vero, ricordo ogni parola. Ciò che si prevede, però, è che, essenzialmente, si deve intervenire mediante - non a caso: combinato disposto con quanto ho detto prima - accorpamento a tribunali limitrofi. É lo stesso principio di prima: è il combinato disposto. Serve, tutto questo intervenire sulle sezioni, non per il gusto di cancellarle (perché i magistrati non ci vogliono andare, perché i capi degli uffici trovano scomodo inviarci i magistrati, perché gli avvocati metropolitani non vogliono andare nella città minore): non per questo. Serve a riequilibrare le competenze territoriali demografiche e funzionali.

Una volta che ci intendiamo, una volta che spirito e lettera della legge delega sono stati ben ricordati qui pubblicamente, in aperto colloquio con il Ministro (il quale, bontà sua, e gliene do atto, sempre si sofferma sulla necessità della collaborazione con il Parlamento), queste sono le linee di intervento, e noi aspettiamo che, distretto per distretto, esse siano stabilite. Ciò, tenuto presente, poi, che vi è stata anche una scelta in prospettiva, e precisamente un numero minimo di tribunali che, guardando non tanto all'oggi quanto alla prospettiva, concepiscono un distretto che ha un minimo di ossatura e di articolazione territoriale. Come detto da altri colleghi, quella delega, nella quale chi non era d'accordo sui capoluoghi di provincia si è dovuto piegare, come il sottoscritto (ma altri hanno dovuto piegarsi ad altro), è il punto irreversibile sul quale è maturato un consenso bi, tri, addirittura quadripartisan. Su questo punto ci siamo intesi.

Sul punto riguardante il sovraffollamento delle carceri e le misure da adottare, ci mancherebbe poi che qualcuno non fosse perfettamente compreso e consapevole della enormità della situazione. Però, la domanda che ci dobbiamo porre, onestamente, onorevoli colleghi, è se tale punto sia una priorità assoluta. La risposta è affermativa, e allora bisogna trovare le risorse per realizzare nuovi padiglioni, nuovi istituti di pena e adibirvi il personale necessario a che questi possano funzionare civilmente e in maniera razionale. Si sottrarranno perciò le risorse destinate ad altri interventi. Per questo servono le larghe convergenze, per fare scelte amare, dure e difficili e stabilire che poiché questa è una priorità assoluta, in quanto coinvolge i diritti umani e il nostro livello di civiltà, allora i denari si mettono qui, e altre questioni verranno sacrificate. Se invece, signora Ministro, ci veniamo inventando molte misure che vanno a diminuire il livello di difesa sociale, ciò non va bene.

Sono stanco di dover affrontare dibattiti in cui chi richiama le esigenze della difesa del cittadino e, in sintesi, di Abele viene fatto passare per grifagno che non ha a cuore i problemi dell'umanizzazione della pena. Per contro, dobbiamo poi tenere un linguaggio in cui si chiedono più severità, pene e tutele quando partecipiamo ai funerali delle vittime o ai consigli comunali aperti che si svolgono nelle zone dove c'è la delinquenza, oppure quando accade che una banda - non mi interessa se italiana, straniera o mista - sfonda le porte e le finestre delle case mentre la gente per bene sta dormendo all'interno e sequestra le persone, rompe i denti ai vecchi, e tortura fino a che non ottiene il denaro contante o qualche prezioso.

Questa è l'emergenza, signora Ministro; questo non è qualunquismo, glielo dice un che è abituato per mestiere a difendere le persone e i rei, ma qui siamo dei politici, e quindi dobbiamo contemperare tali esigenze, altrimenti diamo non solo la sensazione ma il segno preciso che stiamo fortemente abbassando il livello della difesa sociale.

In merito poi alla liberalizzazione delle professioni, e dunque, per la parte che ci riguarda, delle professioni forensi, bisogna che ne parliamo a fondo. Non vorremmo trovarci di fronte a decreti rispetto ai quali poi bisogna accumulare polemiche che vengono considerate pretestuose. Faccio solo una considerazione, perché il tempo mi manca e non posso dilungarmi. Per carità, il confronto e la competizione, specie sulla libertà delle professioni, dovrebbe essere assiomatico, però, mentre pretendiamo perfino da chi ci ripara le apparecchiature idrauliche in casa o deve fare altri mestieri, pur nobili ma tuttavia non esattamente intellettuali, albi, garanzie, esami e revisioni dell'idoneità periodica, non è accettabile attuare delle liberalizzazioni che si traducono nello smantellamento di ogni garanzia qualitativa delle professioni più delicate, come quella che attiene alla tutela dei diritti.

Dobbiamo quindi trovare e discutere prima un punto di equilibrio tra l'esigenza della competizione e della libertà professionale e quella della difesa qualitativa delle prestazioni che si rendono e quindi della loro affidabilità rispetto al cittadino. Ciò che sentiamo dire non va esattamente in questa dimensione. È necessario che ci si confronti prima piuttosto che dover intervenire su provvedimenti, soprattutto in forma di decreto, che ci farebbero trovare di fronte a fatti compiuti.

Ho mantenuto la promessa di limitare il mio intervento ad alcune priorità e spero che siano state conformi a quella che è l'agenda del Governo che tutti ascoltiamo in questi giorni. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Astore).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, comunico che sono state presentate le proposte di risoluzione n. 1, sottoscritta dai senatori Gasparri, Finocchiaro, D'Alia, Rutelli, Viespoli e Pistorio, n. 2, della senatrice Bonino ed altri, n. 3, del senatore Li Gotti ed altri, e n. 4, del senatore Mura ed altri, i cui testi sono in distribuzione.

È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà.

BONINO (PD). Signor Presidente, in realtà ho seguito con grandissima attenzione l'esposizione del Ministro, il quale sa quanto quello della giustizia, o della mala giustizia attuale, sia un tema che occupa le iniziative e le energie radicali da tantissimo tempo - direi da decenni - anche in maniera intensificata in questi ultimi anni. Signor Ministro, in effetti, come non essere d'accordo con lei e con la sua presentazione, non solo nelle cifre, tutte drammatiche, che lei ha presentato a questo Parlamento, ma anche sui giudizi che lei ha voluto dare rispetto ad alcuni settori specifici?

Lei ha detto che la situazione delle carceri oggi è inaccettabile; lei ha detto che la situazione degli ospedali psichiatrici le procura angoscia; lei ha detto che è intollerabile la situazione dell'amministrazione della giustizia nel nostro Paese.

Se traspongo sul piano giuridico questi giudizi (non dico sentimenti, ma proprio giudizi), ne deduco che se sono inaccettabili, intollerabili, se producono angoscia, non è quindi una questione solo morale o dei suoi sentimenti. Tradotto sul piano giuridico, la verità è che lo Stato nell'amministrazione della giustizia è esso stesso in violazione delle proprie norme e delle proprie regole. In realtà, lo Stato è esso stesso fuorilegge; penso in particolare agli operatori del mondo carcerario, che quotidianamente operano in aperta violazione delle norme, compiendo così azioni appunto di illegalità costante, permanente, invasiva. Insomma, la nostra amministrazione, il nostro Stato, le nostre istituzioni sono quotidianamente in flagranza di reato, se violare le norme è un reato. Lo dico sul piano tecnico, quindi non ho alcuna connotazione morale da attribuire a questo punto.

Lei ha dato - ripeto - delle cifre tutte drammatiche, con alcuni segnali positivi (non le ripeterò, sarebbe inutile) per quanto riguarda, ad esempio, l'impatto sull'economia del disfunzionamento della giustizia civile, che di questi tempi viene calcolato all'un per cento del PIL. Francamente è qualcosa su cui riflettere con grande attenzione. Lei ha detto altrettanto che in fondo, così stando le cose, la consapevolezza, la strada della certezza del diritto appare smarrita. Queste sono affermazioni che condivido, ma che danno la misura - credo - di uno sfacelo istituzionale che viene sicuramente da lontano e a cui occorre porre rimedio.

Per parte mia, proprio sulla certezza del diritto, voglio solo aggiungere due dati che sono sicuramente a sua conoscenza, ma che trovo particolarmente importanti per quanto riguarda la fiducia del cittadino nell'amministrazione della giustizia. Per esempio, su circa tre milioni di delitti denunziati, come lei ben sa, quasi i due terzi riguardano i furti, di cui rimangono ignoti gli autori nella misura del 97,4 per cento.

Anche per gli altri reati non va molto meglio: le cifre ufficiali indicano che, anche per quanto riguarda omicidi, rapine, estorsioni e sequestro di persona a scopo di estorsione, la percentuale media degli autori che rimane impunita supera l'80 per cento. Quando si dice che la carcerazione e la certezza della pena sono quelle che danno più fiducia al cittadino anche in termini di sicurezza, se queste sono le cifre, mi pare che da sole diano sostanzialmente l'ampiezza del problema che lei in prima persona e noi tutti ci troviamo ad affrontare, evidentemente con un risultato analogo sui milioni di processi pendenti.

Quando in un Paese - come lei ha evidenziato - un cittadino su sette ha a che fare con l'istituzione giustizia, ci rendiamo conto quanto impatto abbia questo pilastro della certezza del diritto smarrito sulle famiglie italiane, ma anche su un mondo che possiamo calcolare in milioni di persone, se ci aggiungiamo ovviamente gli avvocati e tutto il mondo carcerario, che vive una situazione - così è stata definita da autorevoli esponenti - di tortura legalizzata.

Infatti, nel 2011 abbiamo avuto 66 suicidi in carcere, e la percentuale delle morti violente in Italia, su 10.000 detenuti, è pari al 10,24 per cento mentre negli Stati Uniti è del 2,55 per cento. In pratica, nelle carceri italiane le morti violente accadono con una frequenza addirittura quattro volte maggiore rispetto a quanto avviene nei "famigerati" penitenziari americani. E tutto questo, nonostante gli sforzi incredibili degli operatori del mondo penitenziario; anzi, proprio grazie ad alcuni direttori del carcere e alle loro invenzioni, dal momento che si prodigano al di là non solo dei loro compiti ma del possibile per rendere vivibile o perlomeno accettabile una situazione che in realtà non lo è più da nessun punto di vista: non è accettabile per gli spazi vivibili e per 1000 altri aspetti che non voglio ricordare in questa sede.

Non parliamo poi del tema della carcerazione preventiva, di cui lei ha auspicato una riforma molto rigorosa, che sosteniamo di tutto cuore. Infatti, quando i detenuti in questa condizione sono 28.000 su 67.000, vuol dire che c'è qualcosa che francamente non funziona.

Concludo, signora Ministro, sottolineando che noi non divergiamo dalla sua analisi, ma nella proposta di avvio di una soluzione su una materia la cui complessità non sfugge a nessuno. Da tempo proponiamo l'amnistia per la Repubblica, non tanto e non solo per liberare e rendere più vivibili le carceri, ma soprattutto per liberare le scrivanie dei magistrati, oberati da milioni di processi pendenti. È un modo per far rientrare nella legalità quella parte delle amministrazioni dello Stato costretta ad operare in regime di flagranza del reato. Non è buonismo, non è un attentato al senso di sicurezza dei cittadini, che non vedono neanche individuati gli autori dei furti e degli omicidi, ma è un modo per cominciare a sbrogliare una matassa che altrimenti rischia di complicarsi sempre di più.

Mi auguro che abbia ragione lei e che le proposte da lei avanzate siano efficaci, efficienti ed immediate. Per parte mia la riconquista della legalità del comportamento delle istituzioni è il primo punto per riacquisire la fiducia dei cittadini. Infatti, se è illegale lo Stato, non capisco in che modo possiamo chiedere ai cittadini di obbedire alle leggi se per primi, fatta la legge, non riusciamo ad applicarla.

Vorrei tanto che i colleghi riflettessero su queste idee di fondo e sui motivi di una richiesta di amnistia e di indulto fatta in primo luogo in nome della legalità del Paese e della Repubblica affinché a testa alta si ricominci ad amministrare la giustizia in base alle leggi che questo Parlamento ha votato. (Applausi dei senatori Perduca, Biondelli, Negri e Del Pennino).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bruno. Ne ha facoltà.

BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, in una fase storica come questa, in un contesto di sobrietà come quello attuale, forse la stessa apertura dell'anno giudiziario da parte delle varie magistrature dovrebbe essere rivista in quanto ridondante rispetto al momento. Tuttavia, la relazione sull'amministrazione della giustizia è un'utile occasione per svolgere una riflessione sullo stato dell'arte e sugli avanzamenti che si possono intraprendere grazie al confronto tra Governo, Parlamento, magistratura e avvocatura.

Lo stesso Ministro avrà colto oggi uno spirito diverso in Parlamento. Un tempo, appena si ventilava l'arrivo in Aula di questioni riguardanti la magistratura, le fazioni contrapposte erano pronte a darsi battaglia. Devo riconoscere che proprio l'insediamento di questo Governo ha in qualche modo rasserenato il clima e ci consente di fare una premessa di fondo, ripetuta anche oggi da alcuni colleghi alla Camera dei deputati (in particolare, da alcuni colleghi del mio Gruppo) e comunque già sostenuta più volte in Parlamento: forse è arrivato il tempo ed esistono le condizioni, proprio grazie all'esistenza di questo Governo, perché si parli di giustizia in termini di gestione ordinaria, relegando alle pagine della storia l'epoca delle situazioni emergenziali. Questo ci permetterebbe di discutere su una costituente per la giustizia, aperta a tutti gli attori del sistema, che possa mettere mano alle criticità conosciute, peraltro non sottaciute dallo stesso Ministro. Infatti, nella sua relazione, già nella prima pagina, ha citato indici significativi, come ad esempio quello in cui l'Italia si classifica al centocinquantasettesimo posto su 183 Paesi censiti, con una durata stimata per il recupero del credito commerciale pari a 1.210 giorni, a fronte della Germania con 394 giorni. Signora Ministro, questo è un grande spread!

Tale evidenza induce a fare una considerazione sulla credibilità di uno Stato che pretende dai cittadini l'adempimento di doveri, ma non li garantisce, non li assiste, quando essi siano vittime di inadempimenti.

Se, poi, come troppo spesso capita, è lo stesso Stato, nelle articolazioni in cui si declina la pubblica amministrazione, a rendersi inadempiente, si comprende come le disparità di trattamento e le disuguaglianze dinanzi la legge siano così radicate da scoraggiare la spinta ad intraprendere (cosa che sta puntualmente accadendo nel nostro Paese). È oggettivamente pesante constatare che la durata media del processo civile in Italia sia pari a sette anni e tre mesi. Il risultato è di palmare evidenza: la mortificazione dell'economia, della spinta ad investire, l'avvilimento delle imprese, in tanti casi vere eccellenze, che scivolano drammaticamente verso il fallimento nell'attesa di incassare crediti incagliati.

Come ha ricordato ancora il Ministro nella sua relazione, la Banca d'Italia stima nell'1 per cento del prodotto interno lordo il peso, in termini economici, delle inefficienze della macchina giudiziaria italiana. Questo fenomeno spesso è considerato concausa rilevante nella mancanza di competitività del Paese. Per tale motivo, mi permetto di invitare il Ministro a provare a quantificare, anche in termini economici, quanto incide la diversità di efficienza geografica interna del sistema giudiziario nel nostro Paese. Tra Nord e Sud la differenza di efficienza del sistema giudiziario presenta un costo anche in termini di sviluppo, a tutti noto, ma sul quale non si riesce mai ad intervenire.

Alcuni dati, invece, sono positivi. I miglioramenti sono stati introdotti attraverso la mediazione alla quale è affidato il compito di deflazionare il carico dei tribunali. I numeri indicati costituiscono un segno positivo ed incoraggiante ove si tenga conto del dato sul tasso italiano di litigiosità, in Europa al quarto posto dopo Russia, Belgio e Lituania. Io non credo affatto, però, che il popolo italiano sia particolarmente litigioso; mi viene invece il dubbio che tale fenomeno possa essere alimentato dalla consapevolezza di poter sfruttare prescrizioni, condoni ed inefficienze della giustizia per sfuggire agli obblighi previsti dalla legge, oltre che - a mio avviso - da un numero spropositato di avvocati che esercitano nel nostro Paese.

I valori assoluti sulla mediazione vanno poi letti congiuntamente ad alcune riserve che, se sciolte, potrebbero ulteriormente amplificarne l'utilizzo. Il Ministro ha già affermato che terrà conto delle inevitabili polemiche che un nuovo strumento comporta; tuttavia suggerisco di pensare all'opportunità di riconsiderare il tema dei costi di accesso alla procedura che, ove ridotti, potrebbero incentivare il ricorso ad essa con l'intento di trovare un accordo tra le parti, e non già di espletare un mero obbligo procedimentale prima di accedere al giudizio dei tribunali.

Sul fronte carcerario riconosciamo che l'impegno profuso dal Governo, sin dall'insediamento, è significativo. Prova è data, non da ultimo, dalla presentazione del decreto-legge sul sovraffollamento nelle carceri.

Lo scorso 16 dicembre il Governo ha varato la Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati; una guida, anche in lingue diverse, per orientare coloro che vivono in un regime ristretto nella individuazione dei diritti fondamentali di loro spettanza.

La Carta rappresenta indubbiamente un segno di civiltà, ma occorre attuarla perché ad essa è collegata una indifferibile opera di «umanizzazione» del sistema carcerario italiano.

A tale riguardo, nel corso dell'esame in Aula del disegno di legge di conversione del decreto-legge in materia di sovraffollamento delle carceri, presenteremo un emendamento perché noi riteniamo che in ogni istituto di pena ci debba essere qualcuno che garantisce i diritti dei detenuti. Se non può farlo l'amministrazione centrale, possiamo incaricare i Comuni e se i Comuni non provvedono possiamo fare in modo che questi diritti vengano tutelati direttamente dai sindaci anche nei luoghi alternativi di detenzione di più recente introduzione (penso alle camere di sicurezza, ma anche alla stessa detenzione domiciliare) dove qualcuno, in qualche modo, dovrà far si che vengano tutelati i diritti di questi esseri umani. Tuttavia, di questo discuteremo meglio nel corso dell'esame del provvedimento ad hoc.

Riteniamo che il sistema debba essere improntato ad un canone di uniformità per quanto attiene la qualità del servizio reso. Così come accade, o quanto meno dovrebbe accadere, per ogni altro servizio erogato dallo Stato.

Presidente, il microfono lampeggia, ma a me risulta che ho a disposizione ulteriori cinque minuti degli otto assegnatimi.

Come dicevo, è necessario tendere da subito verso una sorta di standard di riferimento, minimo ed inderogabile, dei servizi in grado di assicurare a tutti sostenibilità ed efficienza dell'intera macchina.

Al riguardo anche il tema della revisione delle circoscrizioni giudiziarie deve essere più rettamente inteso come revisione della geografia giudiziaria del nostro Paese. Non vorremmo, signora Ministro, che nel ridisegnare le circoscrizioni intervenissero fattori, come dire, geopolitici legati al peso di certe magistrature o avvocature locali e non oggettive valutazioni.

PRESIDENTE. Solo per comunicarle, senatore Bruno, che ha già sforato il tempo a sua disposizione di due minuti.

BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, io sto cronometrando il mio intervento e a me risulta di aver utilizzato sei minuti. Comunque, mi attengo a ciò che lei dice.

PRESIDENTE. A me lo dicono gli Uffici, non lo dico io. Comunque, proceda.

BRUNO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Le rassicurazioni fornite dal Ministro circa le attenzioni da prestare ad alcune aree ove è necessaria la presenza di presidi giudiziari sono di conforto.

La riorganizzazione degli uffici giudiziari è un'operazione da condurre con ponderazione e non con tagli lineari.

Nella decisione di accentrare più sedi giudiziarie occorre valutare il tasso di criminalità e di illegalità dei territori interessati. È di tutta evidenza come il mantenimento di presidi di legalità in prossimità di tali situazioni costituisce una garanzia assoluta per le comunità, oltre a tutta un'altra serie di valutazioni che non si possono trascurare. Immagino che il Ministro, come me, abbia ricevuto le segnalazioni e le ragioni di alcuni tribunali (cito, ad esempio, Castrovillari o Rovereto alle quali bisogna dare risposte trasparenti).

Passando alle conclusioni, bisognerebbe conoscere i costi della giustizia dell'anno precedente ed i benefici ottenuti. È utile che il bilanciamento tra queste questioni sia a conoscenza di tutto il Paese. Credo poi che questo Governo e il Ministro qui presente possano oggettivamente osare toccare argomenti più scomodi (penso al tema delle intercettazioni telefoniche). Se non riusciamo a mettervi mano con un Governo tecnico, sostenuto da una larga maggioranza, se non riusciamo ad affrontare certi nodi in questo momento, quando mai ci riusciremo? Lo stesso vale per il gratuito patrocinio e per il recupero delle somme per multe, spese giudiziarie e ammende.

In considerazione del fatto che il Presidente mi ha segnalato che il tempo a mia disposizione è scaduto, chiedo di poter allegare al Resoconto della seduta odierna la parte finale del mio intervento.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, in relazione dell'andamento dei lavori e d'intesa con i Gruppi parlamentari, la replica del Ministro, le dichiarazioni di voto e le votazioni sulle proposte di risoluzione si svolgeranno nella seduta antimeridiana di domani, che avrà inizio alle ore 9,30.

Ripresa della discussione della Relazione del Ministro della giustizia
sull'amministrazione della giustizia
(ore 19,25)

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bugnano. Ne ha facoltà.

BUGNANO (IdV). Signora Ministro, nel ringraziarla per la comunicazione che ha reso all'Aula, colgo l'occasione del mio intervento per sottoporre alla sua attenzione un tema che è a me molto caro, riguardante il tema più generale dell'organizzazione giudiziaria. Credo sia un argomento di cui lei è già a conoscenza e che richiede - è per questo che svolgo l'intervento - una pronta attivazione del suo Ministero.

Mi riferisco al grave e annoso problema degli infortuni sul lavoro e alla necessità di pensare ad un'organizzazione giudiziaria che possa garantire interventi sistematici e coerenti su tutto il territorio nazionale, a protezione, anche in fase preventiva, della sicurezza sul lavoro. Quale membro della Commissione di inchiesta sugli infortuni sul lavoro ho potuto constatare, in questi anni, quanto sia importante il lavoro della magistratura specializzata in questo settore, non solo perché rende più agevole l'accertamento di eventuali reati commessi, ma anche perché il know-how acquisito svolge un ruolo importante anche per la formazione e l'informazione sui luoghi di lavoro.

Da mesi la procura della Repubblica di Torino ha presentato un documento, che è stato trasmesso anche al suo Ministero (proprio a lei, signora Ministro, è stato inoltrato poche settimane fa), in cui si evidenzia l'importanza di un'organizzazione altamente specializzata e non frammentata delle tante procure della Repubblica che attualmente si occupano di infortuni sul lavoro in Italia. In particolare, la procura di Torino, che sul fronte degli infortuni sul lavoro ha una lunga e seria tradizione di indagini, ha posto l'accento sul danno che, per effetto dell'applicazione dell'articolo 19 del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160, si arrecherebbe ai pool di magistrati (in questo caso al pool di magistrati guidati dal dottor Guariniello), che, con tanta dedizione e attenzione, hanno portato avanti indagini molto delicate.

Ricordiamo che l'articolo 19 prevede che i magistrati che esercitano funzioni di primo e secondo grado possano rimanere in servizio presso lo stesso ufficio o nel medesimo gruppo di lavoro per un periodo determinato. Ovviamente questo problema non riguarda solo la procura di Torino e soltanto i gruppi di lavoro che si occupano di infortuni sul lavoro, ma anche altri importanti gruppi di lavoro altamente professionalizzati e specializzati (penso, per esempio, ai magistrati che si occupano di fasce deboli).

La specializzazione è necessaria, signora Ministro. Da moltissimi anni, in molte procure d'Italia, gli uffici del pubblico ministero stanno cercando di organizzare il proprio lavoro seguendo - appunto - criteri di specializzazione, con buoni risultati di produttività, qualitativi e quantitativi. Tutto questo lavoro verrebbe reso inutile se non si intervenisse prontamente con una modifica legislativa. Si perderebbero importanti professionalità, conoscenze specialistiche, giuridiche e non, acquisite nel tempo in settori particolarmente sensibili, anche agli occhi dell'opinione pubblica. Signora Ministro, questo non ce lo possiamo permettere.

Tornando, in particolare, alla materia degli infortuni sul lavoro, si potrebbe pensare ad una rimodulazione dell'articolo 19, prima citato. Questo per il presente, mentre non è da sottovalutare - e sottopongo questo alla sua attenzione - la prospettiva, contenuta nella risoluzione che il Gruppo dell'Italia dei Valori ha presentato, di creare una procura nazionale per la sicurezza sui luoghi di lavoro, che potrebbe far fare un salto di qualità nelle inchieste per i tanti morti che ancora oggi abbiamo nei cantieri e nelle nostre fabbriche. In ultimo, signora Ministro, anche se non è una competenza che riguarda solo lei - ma lei potrà farsi parte diligente nel parlarne anche con gli altri Ministri, suoi colleghi - credo sia necessario che si rivedano i decreti attuativi del decreto legislativo n. 81 del 2008 del ministro Sacconi, che aveva in parte stravolto il testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Quei provvedimenti hanno allargato, a mio parere troppo, le maglie discrezionali dei datori di lavoro in materia di sicurezza e prevenzione, allentando anche le catena delle responsabilità e incoraggiando quel senso di impunità che favorisce alla fine gli infortuni, sviluppando l'idea che le regole ci sono ma possono essere violate senza incorrere in effettive responsabilità.

Ecco, queste sono alcune proposte che ho ritenuto di porre alla sua attenzione, signora Ministro, in una materia, quella degli infortuni sul lavoro, che vede ancora troppe vittime nel nostro Paese. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Castelli. Ne ha facoltà.

CASTELLI (LNP). Signora Ministro, signor Presidente, devo dire che sono po' invidioso dell'atmosfera che il gentile Ministro sta vivendo in questo momento, anche se un po' sonnacchiosa. Ricordo le ribollenti sedute in cui c'ero io al suo posto e dicevo più o meno le stesse cose; eppure allora l'Aula ribolliva.

CHIURAZZI (PD). Non proprio le stesse cose.

CASTELLI (LNP). Sì, le stesse cose. Anzi, è dal 1976 che si dicono le stesse cose: che c'è un fortissimo arretrato dei processi e che c'è l'emergenza carceri.

Dico dal 1976 perché una volta mi sono preso la briga di andare a prendere la relazione del Ministro della giustizia, che allora si faceva soltanto in Corte di cassazione. Andate anche voi a leggerla e vedrete che si dicono sempre le stesse cose. C'è da chiedersi allora come mai, se sono passati così tanti anni, non è mai accaduto nulla. Credo che tutti quanti noi abbiamo perso un'occasione.

Ma naturalmente so cosa state pensando: «Ma parli proprio tu che sei stato il più longevo Ministro della Repubblica? Che cosa hai combinato?» Beh, signora Ministro, noi qualcosa, in quella legislatura, abbiamo combinato.

Vengo soltanto a due questioni tra le tante che si potrebbero prendere in esame, le due emergenze che ritengo più importanti in questo momento: l'arretrato dei processi, sia civili sia penali e l'emergenza penitenziaria. Quindi, bisogna che quanto è stato fatto venga ricordato. Noi abbiamo fatto una riforma epocale, quella dell'ordinamento giudiziario, che innovava in maniera decisiva il modo di funzionare dei tribunali e dei magistrati. È stata cancellata. Il Governo Prodi, nei due anni di sua stentata esistenza, in materia di giustizia si è dedicato ad un unico esercizio: cancellare tutto quello che nella legislatura precedente, di buono o di cattivo, avevamo fatto. Sono convinto che se oggi quella riforma fosse vigente, sicuramente saremmo qui ad esaminare un panorama non dico risolto ma sicuramente più confortante. E non lo dico soltanto io. Il presidente dell'ANM Palamara ha dichiarato - peraltro mi ha anche un po' stupito - che apprezzava il sistema concorsuale di promozione che avevamo messo in piedi con quella riforma. Cancellato completamente. Ne approfitto però, signora Ministro, per dirle che una misura è rimasta in piedi, una cosa fondamentale che tutti i Paesi europei hanno e che soltanto il nostro non ha: la Scuola della magistratura.

C'è una Scuola a Bergamo che è finita: banchi, telefoni, fax, credo persino i quaderni. Finalmente il CSM, dopo anni di resistenza, ha dovuto nominare anche il Consiglio direttivo. Spezzo una lancia affinché lei, Ministro, si prenda questo merito e venga finalmente ad inaugurarne il funzionamento.

Tutti quanti sappiamo, infatti, che c'è bisogno di una Scuola della magistratura efficiente, che formi i magistrati attualmente al lavoro insieme con i nuovi. Quindi, è pronta, basta solo girare la chiave e farla funzionare. C'è tutto. Sono stati spesi milioni di euro. Prima o poi potrebbe diventare un caso da "Striscia la notizia", se non la facciamo finalmente funzionare.

Avevamo poi messo in piedi un sistema per monitorare l'efficienza degli uffici giudiziari, che aveva però un peccato originale fondamentale: scendendo di un gradino si poteva monitorare anche l'efficienza dei singoli magistrati. È ovvio che la magistratura non poteva sopportare un fatto del genere. Sto ancora sopportando i processi per aver solo osato immaginare di poter in qualche modo misurare l'efficienza di un giudice. Eppure, si tratta di uno strumento che lei ha a disposizione e giace presso l'ufficio statistica del Ministero. Pensi che, con me, è imputato anche l'allora responsabile, tra l'altro un magistrato specchiato, che si è trovato da testimone a imputato per il semplice fatto di aver dichiarato che il ministro Castelli aveva fatto qualcosa di buono. In ogni caso, lo strumento è pronto, si chiama "cruscotto". Signora Ministro, la invito ad esaminarlo.

Salto per brevità, visto che il tempo è tiranno, alla questione delle carceri. Ebbene, la nostra posizione è chiara e l'abbiamo sempre esposta. Che cosa è accaduto nella storia della Repubblica? Come è stato sempre mantenuto basso il livello dei detenuti? Lo si è fatto in un modo molto semplice: attraverso 39 provvedimenti di amnistia e indulto. In sostanza, si è sempre risolto il problema scaricandolo sui cittadini. I penitenziari scoppiano? La risposta è semplice: si liberano i detenuti e si ricomincia da capo.

Noi non la pensiamo in questo modo. Riteniamo che lo Stato debba affrontare il problema. Noi avevamo provato ad affrontarlo attraverso due provvedimenti; uno dei quali va molto di moda adesso ed è quello di reperire risorse vendendo immobili dello Stato e, nel caso specifico, penitenziari obsoleti, dismessi. Ce ne è uno vicino Trapani, un vecchio castello che avrebbe un grande valore dal punto di vista turistico, ma che come penitenziario è una vergogna. Avevamo creato due società apposite per procedere in questa direzione. L'allora ministro Mastella le ha cancellate, e quindi ha bloccato anche questo provvedimento.

Riteniamo che oggi, di fronte a questa emergenza, esista soltanto una via, che è difficile e complicata e che sappiamo il DAP non gradisce. Si dovrebbero mettere a lavorare più di quanto non facciano normalmente. Si tratta, cioè, di creare come negli Stati Uniti circuiti a livello differenziato. Basterebbe semplicemente impiegare qualche caserma a bassa custodia, basterebbero pochi agenti di polizia penitenziaria, per contenere all'interno quei detenuti. Ce ne sono migliaia di bassissima pericolosità. Pensiamo soltanto a coloro che lavorano nelle aziende agricole, al di fuori del penitenziario, e che regolarmente ogni sera vi ritornano. Basterebbe fare questo e in pochi mesi si potrebbe abbassare immediatamente il livello di pressione nei nostri penitenziari, nei quali oggi le condizioni di vita sono veramente intollerabili. Su questo credo siamo d'accordo tutti.

Per fare ciò, però, bisogna lavorare, impegnarsi e mettersi in gioco, ma si tratta di un fatto purtroppo poco gradito in tanti uffici del Ministero. (Applausi dai Gruppi LNP, PdL e CN-Io Sud-FS).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Galperti. Ne ha facoltà.

GALPERTI (PD). Signor Presidente, signora Ministro, abbiamo ascoltato una relazione ampiamente condivisibile alla quale va un sostegno convinto.

Perché è ampiamente condivisibile? Perché non indugia - è questa per noi una novità non di poco conto - nella descrizione o nell'invocazione di riforme epocali e cerca di indicare con un approccio direi persino minimalista, ma che abbiamo molto apprezzato, le possibili soluzioni per riportare il treno della giustizia su binari corretti, salvo poi, magari in un futuro, aprire il discorso su riforme più impegnative, di taglio costituzionale, che però fino ad oggi ci hanno portato fuoristrada ed hanno impedito di arrivare ad una amministrazione della giustizia confacente con le aspettative dei cittadini e gli indici che dovrebbe avere un Paese come l'Italia.

È condivisibile per i malanni indicati, che definirei storici. In questo ha ragione il senatore Castelli, ma lo dice anche il Ministro stesso nella sua relazione: non sono nuovi i punti critici, che non vorrei definire cronici perché questo ci impedirebbe di sperare che l'anno prossimo possiamo invece cominciare a registrare un'inversione di tendenza. Indico solo due di questi punti particolarmente difficoltosi: i 9 milioni - ribaditi ancora - di cause pendenti tra civili e penali e soprattutto un dato che replico in maniera molto sintetica, ovvero i 130 milioni di euro che lo Stato italiano ha pagato nel 2011 in relazione a risarcimenti per ingiusta detenzione e per la lunghezza del processo, ovvero per la legge Pinto. Come si rileva dalla sua relazione, peraltro, si tratta di una crescita esponenziale ed immaginiamo che nel 2012, se non si interviene, non sarà destinata a diminuire.

L'altra indicazione più generale in mezzo a tanti dati si riferisce al fatto che, come ricordava prima la senatrice Bonino, un terzo dei detenuti è in carcerazione preventiva: su più di 60.000 detenuti, oltre 20.000 sono in detenzione preventiva. Inoltre, un dato che riassume e fotografa la nostra situazione anche dal punto di vista degli osservatori internazionali è quello della Banca mondiale, che effettua il monitoraggio sull'efficienza dei sistemi e su dove è possibile o è meglio andare a investire e fare impresa. Se alcuni dati che riguardano l'accesso al credito e il mercato del lavoro non sono sicuramente positivi, ancora una volta quest'anno l'aspetto su cui siamo sotto osservazione in maniera ancora più critica che in altre circostanze è quello relativo alla giustizia: mi sembra che siamo centocinquantasettesimi nel mondo, quindi fuori non solo dalla zona euro, ma da tutti i sistemi competitivi dell'Occidente. Se queste sono le questioni aperte, la priorità mi pare sia ben indicata ed è quella di provare a rimettere la macchina nella giusta direzione per poter dare risposte efficaci alla comunità e agli operatori del diritto.

Anch'io vorrei poi sottolineare tre questioni. La settimana prossima noi ci apprestiamo a una reiterata proroga della magistratura onoraria; credo sia dal 1998 che il provvedimento in questione viene prorogato e dunque bisognerebbe quasi dire che urge prorogarlo. Forse quest'anno urgerebbe provare a mettere in cantiere questa riforma, anche come segno visibile e concreto di una inversione di tendenza: non limitarsi più solo a un elenco di cose che non vanno, ma presentare una serie di punti che cominciano a essere evasi in qualche misura e riportati all'interno di una corretta amministrazione. Considererei quasi come simbolo di una buona volontà del Parlamento e della maggioranza che ha espresso la fiducia a questo Governo provare a eliminare alcune questioni che si trascinano da molti anni.

La seconda questione è già stata sottolineata da molti, ma vorrei fare un'osservazione che riguarda la riorganizzazione degli uffici giudiziari. Sicuramente il criterio dell'efficienza e dell'efficacia non può essere messo in discussione. Ma laddove questa efficacia, perché gli indici di produttività degli uffici giudiziari, seppur periferici, sono riscontrabili, sia verificata, sarebbe un peccato che, in virtù soltanto del principio della concentrazione e del risparmio della spesa, venisse meno quell'indicazione del criterio di sussidiarietà che credo sia caro a molti, ovvero che se le soluzioni sono possibili vicino, nel territorio, queste debbano essere garantite. Certo, è come la riorganizzazione dei plessi ospedalieri. Ci sono degli indici di produttività che devono essere individuati. Non basta la dimensione. Non basta la popolazione. Conta quanto si interviene; quanto si è produttivi; quante aziende vi sono; quante risposte, in buona sostanza, si è stati in grado di dare alla comunità.

Il terzo punto, e vado alla conclusione, riguarda invece il tema dell'edilizia carceraria. È la quarta relazione che sentiamo in questa legislatura e possiamo dire che, al di là della responsabilità e delle difficoltà registrate, in questi quattro anni non abbiamo fatto grandi passi in avanti su una questione aperta: sistemare e ammodernare gli istituti penitenziari e, se necessario, aprirne di nuovi. Certo, tra i vari principi che non vanno dimenticati c'è quello della certezza della pena, un caposaldo del nostro ordinamento e del nostro sistema. Non si può immaginare che i regimi premiali che indicano forme alternative, fuori dal carcere, all'esecuzione della pena siano indotti perché lo Stato non è in grado di garantire la legalità nella custodia in carcere di chi, purtroppo, è stato condannato.

Il regime premiale ha un senso se è un processo di accompagnamento, se si accompagna alla riabilitazione, se si accompagna alla riconsiderazione delle condizioni personali del soggetto trattenuto in carcere, per cui il magistrato decida che è giunto il momento della possibilità di un'alternativa alla detenzione in carcere. Ma non può essere una resa dello Stato. Non può essere l'impotenza dello Stato a garantire una corretta detenzione in carcere a portare all'introduzione surrettizia di un regime premiale, che poi non si basa sul principio di distinguere tra persona e persona, tra curriculum e curriculum, tra comportamento e comportamento nel periodo di detenzione.

Credo che una possibile forma di riconciliazione dell'attività parlamentare e della politica con l'opinione pubblica quest'anno passi proprio attraverso questi temi di cui abbiamo discusso e che dovrebbero riconsegnare ai cittadini e agli operatori economici e della giustizia un pianeta che va in un'orbita diversa rispetto a quella che abbiamo registrato, al di là delle responsabilità, in questi anni, come oggi è stato ben confermato dalla relazione del Ministro, cui va il nostro sostegno e la nostra condivisione. (Applausi dai Gruppi PD, PdL e della senatrice Giai).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.

PASTORE (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo sia difficile non convenire sui temi trattati dal Ministro, al quale quindi auguro buon lavoro. Anche se un anno è apparentemente breve, nella storia della nostra Repubblica e di tanti altri Paesi in un lasso di tempo simile si sono verificate cose straordinarie. Auspico che ciò avvenga in positivo.

Il mio intervento verterà su due temi. Il primo è strettamente connesso alla revisione della geografia giudiziaria, una specie di nota a piè di pagina, perché credo che la possibilità per lei, signor Ministro, e per il Governo Monti di varare questa riforma epocale può veramente connotare quest'anno di un grande risultato. La revisione delle circoscrizioni, infatti, non è certamente semplice. Vi sono problemi a non finire. Lei ha avuto la fortuna di una delega introdotta in maniera un po' avventurosa e con una certa forzatura procedurale in un decreto-legge. E adesso è il momento di sviluppare questa delega attuando il lavoro sul territorio: un lavoro sul territorio così difficile potrà esserlo ancora di più se non rispondesse a criteri di equità.

Mi riferisco ora ad una situazione del tutto nuova che non è stata ancora trattata ma che mi sta particolarmente a cuore: vi sono alcuni giudici speciali, di cui si ignora probabilmente l'utilità. Se ne discute la necessità di sopravvivenza: mi riferisco agli otto tribunali regionali delle acque pubbliche, al tribunale superiore delle acque pubbliche ed ai commissariati agli usi civici; due tipologie di uffici giudiziari che ben dovrebbero essere considerati quando si descrive la complessiva disposizione sul territorio delle sedi dei tribunali che hanno naturalmente le competenze oggi attribuite a questi giudici speciali o quanto meno potrebbero essere competenze attribuite ai giudici amministrativi. Ricordo ai colleghi, Ministro, che i tribunali delle acque sono nati negli anni '30, hanno avuto per oggetto l'accertamento della demanialità delle acque. Oggi le acque sono tutte pubbliche. Non vedo quale sia l'attività che questi tribunali devono svolgere.

Tra l'altro, ricordo che nel 2002 tornarono alla luce ed ebbero un momento di notorietà grazie a una sentenza della Corte costituzionale. Un intervento legislativo con un decreto-legge dell'allora ministro Castelli del Governo Berlusconi li cancellò. Ma poi, durante l'iter parlamentare, i tribunali sono resuscitati.

L'altro giudice speciale che occorrerebbe revisionare - ed a mio parere sopprimere, anche in ossequio alla VI Disposizione transitoria della Costituzione - è rappresentato dai commissariati agli usi civici. Ricordo brevemente che furono costituiti perché allora occorreva un soggetto pubblico terzo che assommasse in sé sia le funzioni amministrative in senso proprio, cioè gli accertamenti della natura civica dei beni, sia le funzioni giurisdizionali, parte di natura amministrativa e parte di natura ordinaria. E si pensò di utilizzare e creare, nel 1927, questo soggetto. Dal 1977, con il DPR n. 616, con l'istituzione delle Regioni, le funzioni amministrative sono state tutte ad esse trasferite, e quindi è rimasto un soggetto che esercita solo la giurisdizione.

Purtroppo spesso, nelle società umane vige il principio opposto a quello che vige in natura. In natura vige il principio che la funzione crea l'organo. Nelle società umane spesso è l'organo che crea la funzione. In questo caso, godendo i commissariati agli usi civici anche delle attribuzioni dei pubblici ministeri, per dimostrare l'utilità della loro sopravvivenza, sollevano dinanzi a sé le cause, le decidono, le archiviano e comunque creano problemi alla cittadinanza.

Credo che anche su questo si debba svolgere una riflessione. Voglio anche ricordare che durante il I Governo Prodi ci fu un tentativo di cancellare i commissariati agli usi civici con un decreto-legge, ma poi, così come è avvenuto per i tribunali delle acque, misteriosamente la misura venne meno durante l'iter parlamentare. Voglio ricordare anche che su questa materia la delega per la riforma delle circoscrizioni giudiziarie, prevista dai colleghi del PD, prevedeva espressamente una norma che autorizzava il Governo a revisionare e sopprimere questi giudici speciali.

Credo sarebbe importante dare questo segnale, perché se domani il cittadino non dovesse avere più il tribunale di prossimità o il giudice di pace, che prima trovava nel comune, sarebbe veramente una beffa, invece, individuare questi uffici che tutti, universalmente, ritengono ormai divenuti superflui.

Il secondo punto, signor Ministro, riguarda un argomento connesso alla legalità e alle professioni: non solo a quelle forensi ma a tutte le professioni. Lei sa che nel campo del diritto amministrativo si sono compiuti passi da gigante, nel senso che si è passati da un sistema fondato sulle autorizzazioni preventive ad un sistema generalmente fondato sull'iniziativa libera dei privati, salvi i controlli da parte della pubblica amministrazione. Questo rovesciamento, questa rivoluzione copernicana, nel campo delle attività economiche e del diritto amministrativo, presuppone che il privato che dichiara, che segnala, che autocertifica sia, il più delle volte, accompagnato e avvicinato da un soggetto che sia capace di muoversi nell'ambito delle pandette, nell'ambito delle tecnicalità, nell'ambito dei piani regolatori piuttosto che nell'ambito di altre situazioni giuridicamente rilevanti.

Ebbene, questo soggetto professionale, che il nostro Parlamento ha valorizzato al massimo, attribuendo a questo soggetto, e ai privati con esso, il massimo di responsabilità, oggi viene sfiduciato con una politica sulle libere professioni che è sicuramente fondata su un pregiudizio ideologico: non da parte sua, signor Ministro, né da parte di molti componenti del Governo, ma certamente tale politica è sorretta da un pregiudizio ideologico. Non si riesce a capire perché il regime giuridico delle professioni debba essere diverso dal regime giuridico delle imprese. Si pensa che il privato, l'impresa, il cittadino, abbiano bisogno piuttosto di un professionista a basso costo che di un professionista ad alta qualità. La ragione, ad esempio, della presenza di tariffe rigide è che la concorrenza tra professioni dovrebbe avvenire sulla qualità e non sui costi o, almeno, non solo sui costi.

Se noi pensiamo a questo nuovo modo di regolamentare l'attività amministrativa, con un controllo a posteriori, che quindi presuppone la preparazione di un'attività da parte dei privati in piena regola, ebbene questo tipo di rivoluzione potrà portare a molte situazioni di illegalità, laddove l'ausilio professionale non sia un ausilio ad alta qualificazione.

Aggiungo questa ragione, alle tante che vi sono, perché, nella sua responsabilità, rifletta non tanto lei, quanto i suoi colleghi di Governo su questo atteggiamento che, indubbiamente, le professioni vedono come ostile, e non come atteggiamento costruttivo. Per il resto, signor Ministro, le auguro buon lavoro. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Poli Bortone).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Chiurazzi. Ne ha facoltà.

CHIURAZZI (PD). Signor Presidente, signora Ministro, i minuti concessi sono pochi, ed anche io ho compiuto una scelta di priorità tra i tanti stimoli che la sua relazione ha prodotto.

Vorrei, in primo luogo, dentro questa scelta, esprimerle l'apprezzamento per i contenuti della relazione, che confermano, come abbiamo avuto l'opportunità di verificare insieme ai colleghi della Commissione giustizia, un approccio realistico, ma non per questo rassegnato, ad un settore dove, probabilmente, una manovra di carattere generale e compiuta è impossibile da portare a compimento, come lei stessa ha riferito in Commissione, in un tempo così ristretto quale quello che è riservato alla legislatura che si incammina ormai verso la sua parte finale. Tuttavia, i temi e le emergenze sono stati da lei affrontati, e il provvedimento riguardante lo svuotamento delle carceri testimonia e conferma di questo suo indirizzo.

Anche la relazione di questo pomeriggio ha tali connotati, che a me piacciono e che apprezzo moltissimo, e penso che per questa ragione da qui al termine dell'anno di attività di cui ancora disponiamo saremo capaci di fare un lavoro utile in un settore dove le patologie sono tantissime.

Signora Ministro, accanto alle considerazioni che lei ha fatto ne aggiungerei anche una sulla giustizia che non viene intercettata. Alla patologia di una domanda di giustizia che è forte, se comparata con quella degli altri Paesi, se mi consente, aggiunga anche quella di tanti cittadini che non intendono intercettarla perché dissuasi dai costi onerosi e anche dalle lungaggini, dall'esito incerto o da un esito che arriva in un tempo che non è più utile per tantissime controversie. Avrà anche lei nella sua attività professionale constatato che tantissimi cittadini preferiscono non ricorrere alla giustizia perché appunto la ritengono onerosa e anche ingiusta nell'esito finale.

Mi premeva fare tale apprezzamento e mi preme occuparmi negli ultimi due minuti che mi restano, signor Presidente, di un tema che mi è caro e che ho seguito e seguo insieme ai colleghi, quello della geografia giudiziaria. Vorrei evitare di farmi iscrivere tra quelli che sono per la sua conservazione, ma non ci tengo neppure a farmi iscrivere tra quelli che sono per l'innovazione a tutti i costi. Penso che anche qui l'approccio debba essere ragionato, saggio ed equilibrato. Deve essere così, perché la legge delega pone indirizzi particolari, oserei dire ben definiti.

Anche noi ci siamo appassionati in questi tre anni ai tanti modi di approcciare il tema, come ha precisato il collega Valentino, relativi alla quantità e al carico di lavoro o al numero dei giudici per ogni distretto giudiziario e per ogni tribunale, ma il legislatore accanto a questi ha voluto porre altri principi e anzi li ha posti in una condizione di priorità (mi riferisco all'estensione territoriale, ai mezzi di comunicazione, al rapporto tra popolazione e estensione del territorio), nella prospettiva non di conservare a tutti i costi quello che c'è, ma, signora Ministro, di evitare che una riduzione eccessiva dei presìdi giudiziari comporti un danno o un onere a carico dei cittadini, che sono già in questo tempo caricati di onerosità. Molti servizi, per effetto delle manovre necessarie, non saranno più gratuiti. Lei comprenderà che un processo lungo nel tempo implicherà una percorrenza e una frequenza più lunga di chi interpella la giustizia tra la sua dimora e la sede del tribunale; evitiamo che questo provvedimento, eccessivamente severo se non tiene conto di quei criteri, scarichi sul cittadino gli oneri. Facciamo dunque un'operazione equilibrata, come il legislatore nella delega ha voluto.

Infine, non mi sento "provinciale" se negli ultimi trenta secondi del mio intervento le porto l'esempio della mia Regione, la Basilicata: 600.000 abitanti distribuiti in ben 10.000 chilometri, con una densità abitativa di 60 abitanti per chilometro quadrato e una popolazione divisa in ben 131 Comuni. Questa situazione, che non è solo della Basilicata ma che è frequente nel territorio nazionale, impone - come per tutti gli altri servizi - un modello organizzativo che deve stare nel giusto equilibrio. Infatti, un eccesso di chiusure e di tagli può determinare appunto un elemento di ulteriore sfiducia verso un servizio, quello giudiziario, che è essenziale e primario per gli italiani e per i cittadini del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Benedetti Valentini e Poli Bortone).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Centaro. Ne ha facoltà.

CENTARO (CN-Io Sud-FS). Signor Presidente, signora Ministro, onorevoli colleghi, anche in questa occasione abbiamo potuto apprezzare non solo la sua obiettività, ma soprattutto la concretezza e il pragmatismo che la caratterizzano nell'approccio agli enormi ed innumerevoli problemi della giustizia. Il suo è stato un rendiconto fatto di tante luci (e questo fa giustizia delle critiche ai suoi predecessori assolutamente spesso ingenerose), ma anche di inquietanti ombre che purtroppo derivano da problemi che si sono stratificati e che è difficile superare ancor più in momenti di crisi economica.

Mi ha fatto particolare piacere la circostanza che lei abbia messo al primo posto delle priorità il problema delle carceri. Ne hanno parlato tanti colleghi, ma devo dire che sulle carceri si gioca la capacità di una società di dimostrarsi veramente avanzata e civile, perché non ci si misura solo sulla possibilità di andare incontro alle esigenze dei più deboli e dei meno garantiti sotto il profilo fisico e sotto quello economico, ma anche sulla possibilità di preservare e rispettare la dignità del cittadino, dell'uomo recluso, anche se si tratta del peggiore dei delinquenti, soprattutto sulla capacità di reinserirlo attivamente nella società, perché toglierlo per un certo periodo, anche lungo, dal contesto sociale, evitando che continui a violare la legge anche in maniera pesante, non serve, se poi al ritorno sarà ancora più incattivito avendo fatto le scuole superiori del crimine nel penitenziario.

Ho detto in tante occasioni che il problema carceri si gioca su più tavoli, certamente attraverso il riattamento dei padiglioni esistenti, 1.400 posti letto già realizzati ma non ancora entrati in funzione, 1.600 da realizzare di quel programma di 3.000 nuovi posti letto, istituti nuovi che ancora non si riesce ad aprire, e certamente il problema degli organici pesa fortemente. Tutto questo si gioca anche sul tavolo del Ministero dell'economia, perché diversamente è inutile discutere o cercare altro tipo di soluzione.

Ha fatto bene il Governo a separare la gestione commissariale per l'edilizia carceraria dalla titolarità del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, perché si tratta di compiti estremamente complessi e pesanti che difficilmente una sola persona può portare a soluzione ed a compimento.

Naturalmente anche per le problematiche di reinserimento tutto si gioca sul tavolo dell'economia. È soltanto commendevole quella soluzione da lei inserita nel decreto-legge cosiddetto svuota carceri, cioè soluzioni che consentono quella cosiddetta porta girevole che inutilmente sovraccarica il sistema carcerario, anche solo per quarantott'ore, di decine di migliaia di persone ogni anno, quando il 70 per cento sicuramente sarà messo fuori, nella peggiore delle ipotesi ai domiciliari e spesso direttamente nella propria abitazione.

Così come anche dovrebbe perseguire sicuramente l'applicazione di quelle convenzioni di cui parlava un collega della Lega con i Paesi stranieri, ma evitando che condizione per l'applicazione della convenzione sia il consenso dell'interessato. È difficile che questo si possa realizzare perché, malgrado la situazione drammatica delle nostre carceri, i penitenziari di altri Paesi anche dell'Unione europea sono in condizioni di gran lunga peggiori, con situazioni veramente drammatiche e vessatorie nei confronti del detenuto.

Ma il problema delle carceri si ricollega a quello del processo penale. Senza la necessità di realizzare riforme epocali, qualche piccolo aggiustamente potrebbe certamente evitare quella corsa ad ostacoli che è diventato l'attuale processo penale, evitando inutili ripetizioni di verbalizzanti che devono testimoniare ciò che hanno già consacrato in un verbale ed evitando gli eccessi della custodia cautelare che, da un lato, sovraccarica il sistema carcerario e, dall'altro, colpisce duramente la libertà dei cittadini che poi spesso vengono assolti o escono nelle 48 o 96 ore successive. La riforma del processo penale può riguardare anche lo scottante tema delle intercettazioni.

Lei è fortunata, signora Ministro, perché può toccare temi scottanti - come diceva poco fa il collega Castelli - ricevendo un'accoglienza assolutamente diversa. Infatti, se la stessa relazione fosse stata presentata al Parlamento dai ministri Palma o Alfano e se costoro avessero proposto gli stessi decreti-legge, le assicuro che l'accoglienza sarebbe stata diversa. Lei oggi vive in un clima di pacificazione complessiva, che evita i dubbi e le dietrologie rispetto a misure che modificano radicalmente la situazione e quindi, forse, sarebbe il caso di osare qualcosa.

Si potrebbe osare anche sotto il profilo del diritto penale sostanziale. Tre commissioni ministeriali hanno svolto un grande lavoro: la commissione Grosso, la commissione Pisapia e la commissione Nordio. Senza arrivare ad una utopia, ad una legge delega frutto dell'assembramento del lavoro di queste commissioni, qualcosa, anche sotto il profilo delle depenalizzazioni, sicuramente si potrebbe fare e avrebbe grande importanza sul nostro sistema.

Ma ancora più importante - e questo lo può fare anche nel breve lasso di tempo a sua disposizione - è riuscire a convincere i partner dell'Unione europea ad adottare una legislazione antimafia che sia non dico consonante (sarebbe troppo) ma almeno omogenea sotto il profilo del diritto sostanziale, della possibilità del sequestro dei beni ai prestanome dei mafiosi e quindi delle misure di prevenzione patrimoniale che in Europa non esistono. Mi riferisco alla possibilità di sequestrare beni a prestanome assolutamente lontani, neppure indirettamente raggiungibili rispetto alla commissione di un reato; misura che in Italia ha funzionato, e nessun innocente è stato mai colpito da tali misure. Questo è importante perché con la libera circolazione dei capitali e dei beni la mafia, che dispone di enormi capitali, investe nei Paesi dell'Unione europea e fa rientrare il denaro e i proventi in Italia con estrema facilità, muovendoli da un contenitore assolutamente pulito.

Per quanto concerne il processo civile, è vero che in Italia c'è un tasso di litigiosità notevole, ma è anche vero che esiste un diritto civile obsoleto. Se lei pensa che da una finestra si possono impiantare tre cause diverse per tre tipi di servitù diversa, di cui il soggetto è titolare o anche solo possessore, questo la dice lunga sull'enorme pendenza. Esiste certamente un'inversione di tendenza nelle pendenze civili, a dimostrazione che le misure adottate dai suoi predecessori cominciano a fare effetto; magari il debito pubblico italiano decrescesse del 3 per cento ogni anno come il debito pubblico della giustizia civile, come dimostrato dai suoi dati. Anche qui qualcosa si può fare, ma la semplificazione dei riti non può portare ad alcun risultato se non si approva un provvedimento che azzeri totalmente l'arretrato. Il miglior rito sarà di nuovo impastoiato nelle pendenze precedenti che continuano ad aumentare.

Quindi, l'inversione culturale chiesta all'Avvocatura, la mediazione, può essere utile ed entrare in questo meccanismo ma è importante che lei, signora Ministro, svolga il proprio ruolo politico da protagonista, evitando che i tecnici - e lei lo comprende bene anche se viene definita un Ministro tecnico - mettano mano alla vicenda. Il problema è solo politico, e riguarda il rapporto con l'altra parte e la capacità di individuare una soluzione di compromesso che possa far evitare rapporti perversi che in alcune sedi giudiziarie si sono instaurati tra avvocati e magistrati.

Il precedente Governo - e lei certamente proseguirà in tale direzione - ha svolto un ottimo lavoro sotto il profilo dell'informatizzazione. Vi sono stati grandi progressi; le cifre che lei ha sciorinato sono veramente notevoli. Ancora poco si è fatto per la Scuola superiore della magistratura perché l'insediamento nel novembre dello scorso anno del consiglio direttivo rappresenta un timido inizio; sulla Scuola della magistratura, però, si giocano il futuro della magistratura italiana e la capacità del nostro Paese di avere un giudice veramente qualificato, che sfugga alle suggestioni delle correnti e a quelle di un'attività di insegnamento meritoriamente svolta dal Consiglio superiore della magistratura in assenza di altri organismi oggi esistenti (che spesso ha visto concatenarsi ed inserirsi la questione delle correnti e tutto il resto).

I nuovi modelli organizzativi di cui lei, signora Ministro, ha parlato, passano indubbiamente attraverso la revisione delle circoscrizioni giudiziarie. Al riguardo, sottolineo che l'equilibrio creato nella legge delega è stato raggiunto a prezzo di forti mediazioni ed è particolarmente delicato. Vi è la necessità di eccezioni, perché vi sono luoghi emblematici dove il presidio giudiziario deve comunque esserci, anche se è inferiore ai 20 componenti: penso, ad esempio, a Gela, a Locri, a Palmi, a Nuoro e ad altri luoghi. Si potrebbero, però, ipotizzare anche altre eccezioni, senza con ciò far venir meno lo spirito centrale della riforma, pensando ad una sezione distaccata che sostituisce l'ufficio giudiziario che viene abolito, pur con un notevole decremento della dotazione dei funzionari amministrativi e di tutto il resto.

Lei, signora Ministro, ha affermato di voler attuare nuovi modelli organizzativi e nuova governance con una cabina di regia insieme al Consiglio superiore della magistratura. In teoria si tratta di un'idea perfetta; il problema è far comprendere al Consiglio superiore della magistratura che i capi degli uffici non devono essere i migliori giuristi, ma devono essere i migliori organizzatori. Il migliore giurista spesso è lontano dai moduli organizzativi e allora non serve per la vicenda concreta di organizzazione. Vorrei sapere perché l'ex presidente del tribunale di Torino Barbato riesce ad ottenere risultati straordinari in relazione ad una pendenza enorme, in particolare per le controversie del lavoro di Torino, che vede presenti colossi come FIAT, Ferrero oltre a tante altre attività dell'indotto, e quindi con una forte propensione alle cause del lavoro, mentre altri non ci riescono.

Dunque, questa governance deve essere realizzata esercitando incisivamente i suoi poteri legati all'organizzazione degli uffici nel momento in cui esprime il concerto nei confronti di un magistrato, attraverso cioè un'attività incisiva che guardi alla capacità organizzativa più che alle capacità giuridiche. Ribadisco che servono innanzi tutto buoni organizzatori.

Vi è, poi, soprattutto il problema dei controlli. Si ha un bel dire sulle statistiche della sezione disciplinare del CSM, ma l'impressione è che certe violazioni entrino nel gioco delle correnti e quindi svaniscano sospinte dal vento di queste correnti. Sono tante piccole cose, e probabilmente anche grandi problemi.

Signora Ministro, il Parlamento è pronto a costruire insieme a lei un percorso virtuoso, pur conscio del poco tempo a disposizione, perché ha potuto apprezzare, anche nella vicenda del decreto-legge sul sovraindebitamento, il rispetto e la condivisione dell'attività parlamentare.

Se mi è concesso, le suggerisco di fare più disegni di legge e meno decreti-legge. Spesso, quando si è reso necessario, abbiamo approvato disegni di legge nel giro di poche ore in una Camera e nell'altra. Ricordo quello che riguardava la scarcerazione di alcuni mafiosi che fu velocemente approvato in Senato e subito dopo alla Camera. Il decreto-legge pone già le norme, come suol dirsi, avanti, quindi rende più difficile quell'attività di colloquio, di confronto e di mediazione, a fronte di un Parlamento che è pronto a renderle la vita veramente facile, ad aiutarla, certo del suo rispetto e assolutamente rispettoso dell'attività che lei svolgerà. (Applausi dai Gruppi CN-Io Sud-FS e PdL. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.

COMPAGNA (PdL). Signor Presidente, signora Ministro, colleghi, la fantasia e ovviamente la istituzionalità dei calendari parlamentari inducono il Senato a vedere stasera anticipate questioni, ipotesi, soluzioni che domani incardineremo in un articolato dettato da necessità e urgenza cui si è richiamata, per comprensibili ragioni, gran parte della discussione in questa Aula e stamattina alla Camera dei deputati.

Ecco perché, in omaggio ad una idea di bicameralismo il meno ripetitivo possibile, la mia intenzione è di non rifarmi a questi stessi temi, ma ad un punto di vista diverso, un punto di vista di politica costituzionale, dalla giustizia come servizio alla giustizia come istituzione di garanzia, che rende atipica e originale la condizione del Ministro della giustizia nel nostro ordinamento costituzionale e quindi nel nostro sistema parlamentare.

Sotto il profilo politico (e noi siamo un'Assemblea politica), ovviamente sine ira et studio, bisognerebbe interrogarsi sul cosiddetto strapotere del pubblico ministero che, a giudizio di molti, limiterebbe autonomia e indipendenza della magistratura. A tale riguardo un riferimento attuale molto stimolante lo ha fatto il primo presidente della Corte di cassazione, Ernesto Lupo, sabato mattina a Napoli nell'aula di giurisprudenza dove si presentava l'ultimo libro di Luigi Labruna ("Politica e magistratura a Napoli").

Molti di noi in quest'Aula, in questi anni, hanno così pensato; molti altri lo hanno sempre considerato invece mera faziosità craxiana, cossighiana, berlusconiana e via dicendo, alimentando, a nostro giudizio, ben altre faziosità. Anzi, storiograficamente mi sembra che molti colleghi prima di Craxi e di Cossiga non mancano mai di citare il commendatore Gelli. Di qui, una condizione di stallo perché quel codice del 1988 aveva nitidamente segnato, per la prima volta dopo una esperienza che va dalla prima legge processuale dell'Italia unita nel 1865 al codice Rocco, un profilo di separazione dei ruoli di accusa e di giustizia. Si era poi andati al fallimento dell'ipotesi della Bicamerale. Di quei testi c'è molto, signor Ministro, e non le sarà sfuggito, nei testi del predecessore del suo predecessore, che da due anni non hanno l'onore di avere accesso all'Aula parlamentare.

Non rimase allora che approdare, alla fine della legislatura del 2000, al giusto processo, al nuovo articolo 111 della Costituzione votato alla fine di quella XIII legislatura da centrodestra e centrosinistra, che conteneva però ancor di più profili di distinzione. Ha ragione il senatore Castelli, allora Ministro. Lui a suo modo fece la riforma dell'ordinamento e noi l'approvammo; quello che si poteva fare con legge ordinaria, per distinto, fu fatto ma nella legislatura successiva bastò un tratto di penna per eliminarlo.

E allora, come si fa a negare un profilo di politica costituzionale alla storia e alla realtà della questione giustizia? Come si fa a non comprendere che quella che molti esorcizzano come la nefasta separazione delle carriere tra inquirenti e giudici è il completamento obbligato di quell'edificio del processo accusatorio? Mi riferisco a quello del 1988. Lo dobbiamo a Vassalli, a Pisapia senior e ad un percorso importante.

Ma davvero, colleghi del centrosinistra, voi avete deciso di consegnarvi a quei pubblici ministeri che guardano alla politica con tanta arroganza e nessuna umiltà e che poi, non senza cinismo, si propongono come sindaci, assessori e via dicendo? Ogni riferimento a quelle macchiette che disonorano la toga - Woodcock, de Magistris, Narducci, Ingroia - è voluto e non è casuale. Allora, proprio per uscire da questa trama di falli di reazione gli uni contro gli altri, io credo che bisogna pensare di ritornare a quei tempi, (ai tempi di Amodio e di Vassalli), quando, con la riforma del 1988, si diceva che i contorni qualitativi da parte di chi accusa rendono più sicura, più inossidabile, più credibile, l'imparzialità e la terzietà dell'organo giurisdizionale. Si invoca spesso, ma tendenziosamente, la cosiddetta cultura della giurisdizione. Ma che vuol dire? La si richiama, appunto, da personaggi squallidi che disonorano la tradizione della nostra magistratura come una bardatura corporativa, come a voler trasformare il mestiere di magistrato in difensore sociale. No! È proprio a uomini e studiosi che so essere a lei cari, signor Ministro, come Vassalli, nella generazione dopo Amodio e all'associazione Pisapia che si dovette la scelta irrinunciabile di un modello accusatorio che conquistasse pienezza di giurisdizione come istituzione di garanzia avulsa da ogni impegno di difesa della società del delitto.

Si è invece radicata in Italia, complici i Violante (che poi ha cambiato idea), i Caselli, i Mannoia, gli Ingroia, i Ciancimino, una connotazione diversa. Siamo passati a una specie di diritto penale del nemico. In nome del cosiddetto ordine pubblico, qualcuno viene additato come nemico pubblico, se ne pretendono le dimissioni da membro del genere umano, lo si accusa e non gli si consente di difendersi, perché da meccanismi come quelli della legislazione premiale la difesa è tecnicamente impossibile. Allora sì che il carcere diventa, per forza di cose, preventivo e deve prescindere da ogni accertamento dibattimentale!

Signor Ministro, io mi rendo conto di tutte le cautele e di tutte le prudenze che a un Ministro - in particolare il Ministro della giustizia - si addicono in quest'Aula. Però ci sono valori e procedure di libertà e di potere neutro, dai quali non può prescindere il suo operato. Penso ai profili di responsabilità disciplinare e al diritto del Parlamento di segnalarglieli, qualora. Da questo punto di vista, ho l'impressione che un approfondimento, nel senso della politica costituzionale, sia dovuto. E il nostro Gruppo, nel pieno rispetto di altri Gruppi e delle nuove condizioni politiche e parlamentari, non perdonerà mai a questo Parlamento di aver negato accesso in Aula, da due anni, a testi che meritavano un'opposizione (magari un'opposizione a viso aperto) e non questo barrage pregiudiziale che ha immeschinito tante ragioni.

Ovviamente questi sono sentimenti che mi sono permesso di far presente a quest'Assemblea e che non mi impediscono di votare a favore della Relazione che abbiamo ascoltato. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Del Pennino).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Li Gotti. Ne ha facoltà.

LI GOTTI (IdV). Signor Presidente, signor Ministro, non intendo per nulla cadere nella trappola di antichi, perniciosi e collusivi discorsi, frutto di mentalità che hanno consentito alla criminalità di prendere possesso del nostro Paese. Grazie a voi, garantisti che avete fatto simpatia con i mafiosi! Non coloro che secondo voi disonorano la toga facendo il nome di Ingroia: voi avete nelle vostre file fior fiori di galantuomini, di cui dovreste vergognarvi! Grazie a voi siamo a questo punto.

Cerchiamo di parlare di giustizia e non di mascalzoni.

SPADONI URBANI (PdL). Esagerato!

LI GOTTI (IdV). I mascalzoni vestono tante vesti e parlano anche in maniera forbita.

In questi ultimi 10 anni, signora Ministro, si è perso troppo tempo per riformare la giustizia e per operare interventi che potessero risollevare questo antico male della nostra giustizia malata. Lei è stata destinataria delle sofferenze della giustizia in quanto cittadina, al pari di tutti gli altri, e, in modo particolare, come avvocato. Non possiamo ora ovviamente addebitare a lei, signora Ministro, ciò che negli anni trascorsi non si è fatto, e abbiamo apprezzato il suo programma ragionevole.

Abbiamo apprezzato e apprezziamo la sua intenzione di portare avanti, con equilibrio - ovviamente siamo ansiosi di conoscere anche le determinazioni e le linee guida - il suo programma sulla geografia giudiziaria: una scelta assolutamente importante.

Io vorrei sollecitarla a non sottovalutare la proposta che viene dal mondo dell'avvocatura di un forte impegno per la deflazione dell'arretrato civile. L'avvocatura, in diverse migliaia di componenti, si offrirebbe per risolvere il problema dell'arretrato, il che consentirebbe, nel giro di un anno, di risolvere il problema, se 10.000 avvocati dedicassero un anno a scrivere ognuno 50 sentenze. Non sottovaluti quest'offerta; si trovi la soluzione giuridica per dare una risposta positiva a questa straordinaria offerta.

Allo stesso modo, ritengo positive le sue iniziative su tre punti del penale, sostanziale e processuale: irreperibili, minima offensività e affidamento in prova. Positivo è il recepimento di questi tre istituti, ma non condividiamo, signor Ministro, un fatto. Essendo queste tre soluzioni contenute in disegni di legge all'esame del Parlamento dal 2008, non condividiamo che sulla stessa materia il Governo proponga disegni di legge delega a 12 mesi. Possiamo farlo ora e non con la delega a 12 mesi, perché i testi sono già pronti, li stiamo esaminando e giacciono in Commissione da oltre tre anni.

Un fatto devo lamentare. Non c'è stata una parola nel suo intervento relativa al problema del personale amministrativo, che è invece un enorme problema della macchina della giustizia. Sappiamo che è sottodimensionato, sappiamo che attende la riqualificazione, la progressione di carriera da oltre 10 anni. È un problema che non può essere accantonato e che merita attenzione e - sicuramente lei lo farà nella sua replica - qualche parola. Non dimentichiamo questa componente importante del mondo della giustizia.

Vorrei poi richiamare la sua attenzione su alcune azioni del Parlamento che non si riescono però a realizzare. Pensi che siamo riusciti a portare alla votazione finale, dopo che era stato presentato nella scorsa legislatura (avevo seguito personalmente l'intervento), l'istituzione della banca dati del DNA, di cui lei conosce bene l'importanza, la quale è diventata legge dello Stato nel 2009. Non si trovano però 8 milioni di euro per aprire i laboratori per l'estrazione dei profili genetici del DNA. Ci siamo muniti di uno strumento estremamente importante per la lotta alla criminalità, ma mancano le risorse. Pensiamo all'Inghilterra che ha una banca dati con oltre 6 milioni di profili. Arrestata una persona per aver commesso un reato, incrociando il suo profilo genetico estratto in carcere con quello contenuto nella banca, si scopre essere l'autore di un delitto commesso anni prima. È incredibile lo strumento. Più è ricca la banca dati, più offre questa possibilità. Purtroppo, però, fatta la legge non riusciamo a farla partire perché mancano 8 milioni di euro da due anni e mezzo.

Se ne faccia carico, signora Ministro. Allo stesso modo si faccia carico anche di risolvere il problema degli enormi costi - perché il problema della giustizia è anche un problema di risorse - che noi affrontiamo per le intercettazioni telefoniche. (Richiami del Presidente). Signor Presidente, mi conceda ancora pochi secondi.

Noi spendiamo per le intercettazioni telefoniche circa 300 milioni di euro l'anno, di cui l'80 per cento è rappresentato dal noleggio di apparecchiature. Quelle stesse apparecchiature, secondo gli studi fatti dal Ministero (e noi abbiamo presentato un disegno di legge nella scorsa legislatura, che abbiamo ripresentato in questa), acquistate costano 50 milioni: cioè, ne spendiamo 240 l'anno quando, acquistandole, ne spenderemmo 50. Sono soldi che la giustizia potrebbe risparmiare. E sono tanti soldi. C'è uno studio al Ministero fatto analiticamente, con la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato, perché quel disegno di legge fu del Governo, che prevedeva questo sistema di intervento estremamente portato al risparmio, quindi proprio a quella politica che lei ha indicato di riduzione dei costi. È giusto. Il problema non è quello dei tagli, ma della riduzione dei costi, in maniera mirata e intelligente, attraverso questi interventi.

L'altra cosa che dobbiamo dire è che purtroppo si è fermato a metà il discorso del testo unico delle leggi antimafia. Si è fatta esclusivamente la parte delle misure di prevenzione, riprendendo i lavori del 2000, di undici anni fa, della commissione Fiandaca, ma la parte di diritto sostanziale e processuale non è più stata fatta ed è stata stralciata. Qualcuno nella Relazione, parlando dello straordinario strumento del codice antimafia ha inserito le parole: «ricognizione completa delle norme antimafia di natura penale, processuale (...)». Le hanno detto una cosa che non è vera, perché c'era il disegno di legge, però è stata fatta soltanto la parte delle misure di prevenzione, stralciando totalmente la parte di diritto penale e processuale. Giustamente lei c'è solo da due mesi, quindi si deve anche fidare di ciò che dicono di aver fatto e non può ovviamente andare a leggere tutta la produzione, però le assicuro che le hanno scritto nella Relazione che è stata fatta la ricognizione della legislazione sostanziale e processuale antimafia, quando non è vero, perché quella parte è stata stralciata; abbiamo fatto esclusivamente le misure di prevenzione. Quindi, più attenzione anche da parte dei suoi collaboratori. Ripeto: più attenzione anche da parte dei suoi collaboratori.

Ricordo, signora Ministro (le faccio questo esempio e chiudo il mio intervento), che quando nel 2006-2007 al Ministero da Sottosegretario affrontai il problema dell'acquisto delle apparecchiature per le intercettazioni telefoniche, ci fu un alto dirigente, suo attuale collaboratore, del Ministero, che mi disse: «Ma cosa volete fare? Ma sapete cosa c'è dietro? Quante imprese andranno in crisi il giorno in cui il Ministero comprerà le apparecchiature?». Il Ministero era la Croce Rossa! Quante porte chiuse ci sono in quel Ministero. Quante porte chiuse e quanti piccoli grandi misteri. Le do un consiglio: dei suoi collaboratori se ne avvalga, ma se ne guardi anche. Buon lavoro! (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore D'Ambrosio. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valditara. Ne ha facoltà.

VALDITARA (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevole colleghi, voglio subito recuperare nel mio intervento un tema che sta a cuore alla stragrande maggioranza dei cittadini italiani: quello della certezza della pena. Signor Ministro, credo che quando si parla di giustizia penale, non possiamo sottacere questo che è uno dei grandi temi per garantire un sano ed equilibrato sviluppo al nostro Paese. Voglio proporle, per esempio, di considerare un nostro disegno di legge in materia di revisione della cosiddetta legge Gozzini e, più in generale, di revisione dei benefici premiali. Voglio infatti ricordare che un anno di reclusione nel nostro ordinamento è fatto soltanto di nove mesi, il che è un po' un'anomalia.

Mi unisco anche al discorso che è stato affrontato da alcuni colleghi del finanziamento della cosiddetta banca dati del DNA. Signora Ministro, presentai io già nella XIV legislatura, e il presidente Nania ben lo dovrebbe ricordare perché lo firmò anche lui, un disegno di legge per introdurre anche in Italia la banca dati del DNA, che poi venne finalmente istituita con un contributo molto bipartisan in parte in questa legislatura in parte in quella scorsa.

Voglio però anche toccare un tema che ritengo sia assolutamente strategico per lo sviluppo della nostra Nazione. Nella sua Relazione lei ha ricordato alcuni dati molto interessanti. Ha ricordato come in Italia vi sia un contenzioso enorme (4.768 cause ogni 100.000 abitanti; il quarto Paese in Europa per contenzioso); ma soprattutto devono colpire alcuni dati che lei ha citato: le cause civili durano mediamente sette anni e tre mesi.

Della sua Relazione credo debba essere ricordato anche certamente il giudizio, più volte citato fra l'altro dai media recentemente, della Banca d'Italia, secondo cui l'inefficienza della giustizia civile italiana vale un punto percentuale di PIL. Allora, proprio di questo vorrei parlarle perché, se è vero che noi siamo addirittura al 157° posto su 183 Paesi censiti per quanto riguarda la possibilità di recuperare i crediti da parte delle imprese o anche - immagino - dei semplici cittadini che vogliono far valere un proprio diritto nei confronti di un debitore, credo che questo sia un dato veramente allarmante: 1.210 giorni - ricordava lei - contro i 394 della Germania. È evidente: quale imprenditore straniero, ma quale imprenditore potrebbe avere interesse a investire in un Paese in cui sostanzialmente il credito non viene realizzato?

E allora, le sottoporrei un disegno di legge che noi abbiamo presentato proprio in questa legislatura, a mia prima firma, di riforma del processo civile. Questo disegno di legge parte innanzitutto dalla scelta del ricorso quale atto introduttivo del giudizio, con la conseguente eliminazione dei termini perentori a comparire, la riduzione dei termini di costituzione del convenuto, la prevista mera eventualità della concessione di memorie istruttorie nel corso della prima udienza e, infine, l'eliminazione delle memorie conclusionali e delle repliche. Credo che un meccanismo di questo tipo potrebbe sicuramente favorire lo snellimento dei termini processuali.

Quello che maggiormente emerge dal disegno di legge che noi abbiamo presentato è la compressione dei termini per la costituzione in giudizio della parte resistente. E il nuovo articolo 183 del codice di procedura civile, così come noi lo abbiamo immaginato, prevede la possibilità per il giudice di assegnare alle parti termini per il deposito di memorie istruttorie ovvero, addirittura, di decidere la controversia in sede di prima udienza di trattazione, nell'ipotesi in cui dovesse ritenere la stessa matura per la decisione.

È evidente che le modifiche al codice di procedura civile che noi proponiamo sono orientate verso una trattazione orale della causa e una concentrazione dell'attività istruttoria nella prima (e, a seconda dei casi, addirittura unica) udienza davanti al giudice istruttore.

Ne deriva l'importanza sia del ricorso introduttivo del giudizio sia della comparsa di costituzione e risposta con i quali le parti dovranno esporre compiutamente i fatti posti a fondamento delle proprie pretese e difese, dovranno produrre i documenti rilevanti e formulare le istanze istruttorie.

Ecco, ho riassunto in estrema sintesi un articolato molto più complesso, ma che, signora Ministro, veramente la invito a prendere in seria considerazione perché riteniamo che la crescita della nostra Italia, del nostro Paese passi veramente anche dalla capacità di fare una buona, efficace moderna riforma del processo civile. Abbiamo di fronte a noi una grande occasione. Credo anche che vi sia la disponibilità di più forze politiche di vario orientamento. Le forze politiche che sostengono il suo Governo immagino che vorranno procedere su questa strada. E quindi colga quest'occasione, signor Ministro, per dare all'Italia un processo che sia veramente all'altezza delle esigenze dei nostri cittadini e dei nostri imprenditori. È un'occasione forse irripetibile. Consideri seriamente quest'opportunità.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Aderenti. Ne ha facoltà.

ADERENTI (LNP). Signor Presidente, colleghi senatori, signora Ministro, i sindacati a seguito della modifica in essere dell'ordinamento penitenziario sono già sul piede di guerra; affermano che gli ospedali psichiatrici giudiziari saranno chiusi e paventano una domanda terribile proprio nel suo contenuto: dove andranno i malati psichiatrici, visto che nessuno li vuole? Credo che questa sia davvero una domanda pesante per le implicazioni che pone.

Sappiamo che così non è, basta leggere con attenzione la proposta di introdurre un articolo 3-bis al cosiddetto disegno di legge sulle carceri, che intende trasformare le strutture prevalentemente a connotazione penitenziaria in strutture prevalentemente a connotazione sanitaria, strutture penitenziali che in molti casi non hanno saputo garantire adeguatamente i diritti umani di base e le cure più appropriate ai pazienti e ai detenuti lì ospitati.

La Lega Nord è per la tutela e la cura dei malati psichiatrici, per il loro recupero, ove è possibile ottenerlo, e soprattutto per tutelare e supportare le famiglie di questi malati. Sicuramente la Lega Nord è molto, molto critica rispetto alla domanda: dove andranno visto che nessuno li vuole? Noi crediamo invece che questi malati debbano avere una continuità nel diritto di cura in maniera adeguata ed appropriata.

Per questo motivo, signora Ministro, desidero sottoporre alla sua attenzione una realtà che sicuramente è piccola rispetto all'importanza delle problematiche che investono la giustizia italiana, ma che nello stesso tempo è grande, perché è un modello. Mi riferisco all'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. È una struttura organizzata e preposta ad ospitare 200 persone e che, in realtà, attualmente ne ospita più di 300. Non è una struttura penitenziaria ma è già una struttura esclusivamente sanitaria, come previsto dal citato articolo 3-bis, e lo è da anni e per volere non solo del Ministero della giustizia ma anche della Regione Lombardia. È una struttura ed è un modello importante di grande qualità, al punto tale che nei prossimi giorni sarà oggetto di visita da parte di una delegazione ONU, perché modello vincente per la cura e il recupero di malati psichiatrici, che in taluni casi sono violenti, pericolosi per sé e per gli altri.

Signora Ministro, le chiedo di venire a Castiglione delle Stiviere a visitare l'ospedale psichiatrico giudiziario; lei deve constatare tale modello, deve accertare il livello di eccellenza di questa struttura e deve prendere spunto da essa affinché il suo modello sia replicato in quelle Regioni che non hanno avuto la lungimiranza di prenderlo in considerazione a suo tempo.

Le faccio un'ultima richiesta, signora Ministro: far sì che una piccolissima parte dei 15 milioni di euro di investimento che sono stati previsti per ciascun degli anni del triennio 2012‑2014 proprio per applicare la norma di cui al citato articolo 3-bis, vengano utilizzati per completare la pianta organica dell'ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, che è sottodimensionata rispetto alla previsione di cura di 200 malati (adesso ne sta curando, sempre in eccellenza, 320). Quindi, vogliamo che la pianta organica sia completata e anche che tale struttura sia potenziata, perché è un modello, lo voglio ribadire per l'ultima volta. Occorre non solo potenziare la struttura in sé ma valorizzare l'alto profilo professionale ed umano di tutti gli operatori sanitari che lì lavorano e che ogni giorno si impegnano per garantire cure importanti e appropriate, nel pieno rispetto della dignità dei malati e degli ospiti ricoverati. (Applausi dei senatori Mura e Santini).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Ambrosio. Ne ha facoltà.

D'AMBROSIO (PD). Signor Presidente, signora Ministro, ho seguito con molta attenzione la sua relazione ed è difficile dire che non se ne condivide il contenuto. Parto proprio da questa considerazione per darle, in particolare, dei suggerimenti.

Per quanto riguarda il decreto-legge n. 211 in materia di tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri che lei ha presentato, il problema me lo posi anch'io quando ero procuratore della Repubblica, e ho attuato questo giudizio direttissimo, sia per i monocratici che per i collegiali, che funziona perfettamente. Infatti, ormai dal 2000, perché è rimasta questa mia disposizione, facciamo per direttissima tutti i processi nei confronti degli arrestati proprio per non farli passare dal carcere.

Stia attenta però, signora Ministro, perché noi lo facemmo soprattutto in quanto venivano messi in carcere dei tossicodipendenti. Quindi, per evitare che questi giovani tossicodipendenti andassero in carcere, istituimmo anche all'interno del tribunale un ufficio del medico della ASL perché preparasse il programma per l'inserimento nelle comunità terapeutiche. Infatti i tossicodipendenti venivano assegnati poi agli arresti domiciliari presso le comunità terapeutiche, perché se si manda agli arresti domiciliari il tossicodipendente - purtroppo lo sa meglio di me - quando arriva in crisi di astinenza non può stare da nessuna parte e se ne va. Se la comunità terapeutica non è protetta, se ne va fuori per procurarsi il denaro per comprarsi la dose, ruba e, se la comunità non è protetta, rientra poi nella stessa. Poi signora Ministro, lei lo sa meglio di me, quelli che soffrono della presenza del tossicodipendente sono soprattutto i genitori che se lo devono tenere in casa.

Lei ha parlato anche della detenzione domiciliare. Signora Ministro, le vorrei ricordare (lei sicuramente lo saprà, non so se i suoi collaboratori l'hanno informata; me ne è stata data anche conferma dal dottor Ionta quando lo abbiamo ascoltato in Commissione giustizia) che, prima dell'entrata in vigore della legge ex Cirielli del dicembre 2005, le misure alternative alla detenzione concesse in un anno erano 40.000; attualmente le misure alternative concesse sono 14.000. Non credo che ciò sia avvenuto perché sono aumentati gli extracomunitari, come dicono i colleghi della Lega, in quanto sono passati dal 33,8 per cento al 36 per cento, quindi non può essere dovuto alla presenza degli extracomunitari in carcere che non possono andare certamente agli arresti domiciliari. Secondo me, è dovuto proprio al fatto che con la legge ex Cirielli si è prevista una serie di restrizioni proprio alle misure alternative al carcere.

Quindi, se non sono diminuiti gli organici dei tribunali di sorveglianza, credo che forse sarebbe opportuno reintrodurre l'articolo 47 dell'ordinamento penitenziario nella parte che è stata modificata dalla legge ex Cirielli. Questo darebbe garanzie su chi si mette agli arresti domiciliari perché non sarebbe il giudice, ma il tribunale di sorveglianza a decidere sugli arresti domiciliari.

Lei poi ci ha ricordato - ed ha fatto benissimo - che il male che affligge la giustizia italiana è la durata dei processi. Per fortuna, la durata dei processi non è uguale in tutte le sedi, e questo lei lo sa bene; in alcuni tribunali, infatti, i processi si definiscono molto presto: a Milano e Torino, specialmente per il primo grado, non ci vogliono più di due anni.

Un altro suggerimento, in attesa di attuare le sue proposte sulla revisione delle circoscrizioni, è quello di cercare un aggiustamento ai trasferimenti, visto il turnover terribile esistente in molti tribunali, nei quali si mandano gli uditori che poi, dopo due anni, con il nuovo concorso, se ne vanno in un'altra sede, lasciando in sospeso i processi civili che hanno iniziato e a volte quasi terminato. Non sarebbe il caso di stabilire che il trasferimento avvenga dopo aver definito le cause per le quali hanno già le conclusioni delle parti? In questo modo si eviterebbe al giudice subentrante di dover ristudiare il processo dall'inizio. Questo potrebbe essere uno degli aggiustamenti, ma un altro elemento di cui dobbiamo tener conto è che le sopravvenienze vengono esaurite, perché attualmente sono anni che gli arretrati sono 5 milioni. Forse, quindi, ha ragione il senatore Li Gotti quando propone di cercare di incidere immediatamente su quell'arretrato, come è stato fatto altre volte, purtroppo senza successo, trovando una soluzione di questo tipo.

Naturalmente non si può non condividere la riforma delle circoscrizioni giudiziarie, come la riorganizzazione degli uffici giudiziari che non servirebbe solo al recupero della specializzazione dei giudici e alla certezza del diritto, ma anche ad eliminare le incompatibilità stabilite nel 2000. Mi riferisco all'incompatibilità tra il giudice per le indagini preliminari e il giudice dell'udienza preliminare e all'incompatibilità di quest'ultimo con il giudice del dibattimento. Incompatibilità più che giuste, perché un giudice per essere terzo ed imparziale non deve essersi mai occupato in precedenza del fatto che deve giudicare.

Tuttavia, signora Ministro, a mio sommesso avviso, tutte le riforme da lei suggerite, compresa quella delle circoscrizioni giudiziarie, che mi auguro possa finalmente portare a termine, la depenalizzazione dei reati bagatellari, la non punibilità per irrilevanza del fatto e la sospensione del processo per assenza dell'imputato, non saranno sufficienti a ridurre i tempi del processo penale. Sappiamo che il legislatore del 1988, pur ispirandosi al processo accusatorio di tipo americano, non ebbe il coraggio o la possibilità, sia per la massiccia presenza di almeno tre associazioni criminali di stampo mafioso, sia perché sarebbe stato contrario alla presunzione di non colpevolezza sino alla sentenza definitiva di cui all'articolo 27 della Costituzione, sia perché contrario alle nostre tradizioni, di fare una scelta precisa in quella direzione. Non fu introdotta la giuria, che, com'è noto, è un elemento fondamentale del processo accusatorio, così come non fu introdotto neanche il principio di colpevolezza dopo il giudizio di primo grado, cioè la caduta della presunzione di non colpevolezza dopo il primo grado. Sappiamo bene che con il processo accusatorio dopo il primo grado si va in galera e si aspetta l'appello e la Cassazione: la sentenza è immediatamente esecutiva, perché la colpevolezza è stata stabilita dal popolo che non può che giudicare una sola volta.

A questo punto, si dovrebbe esaminare anche se vale la pena di mantenere ancora il processo di appello, che esiste solo in Italia, per i reati di competenza della Corte di assise. Invece, con la riforma del 1988, furono introdotti istituti assolutamente ignoti al rito accusatorio, quali l'incidente probatorio (per evitare che, nelle more dell'indagine primaria del dipartimento in cui può essere soltanto raccolta la prova, in contraddittorio tra le parti, potesse venire a mancare o potesse essere inquinata la fonte della prova), l'applicazione della pena su richiesta delle parti e il rito abbreviato.

I due riti alternativi furono introdotti perché lo stesso legislatore del 1988 ha riconosciuto che quel processo poteva funzionare solo se l'80 per cento dei processi fosse stato definito con i riti alternativi. Ciò non è accaduto e non accade. Lei, signora Ministro, ha fatto bene ad introdurre il giudizio direttissimo che dovrebbe essere obbligatorio perché, nella mia esperienza, solo in quei casi i riti alternativi assumono una percentuale altissima; a Milano siamo arrivati a definire con il rito direttissimo addirittura il 98 per cento dei processi. Attualmente queste sono le cause del processo.

Visto che ci troviamo di fronte ad una prima parte di processo fino al dibattimento di primo grado, che è prevalentemente di tipo accusatorio e quindi richiede tempi lunghissimi, lei dovrebbe considerare anche la riforma dei mezzi di impugnazione. Non dobbiamo dimenticare che, da una parte, anche nell'articolo 111 della Costituzione, si stabilisce che il nostro processo debba avere una struttura accusatoria, tanto che le prove devono essere raccolte dinanzi al giudice in contraddittorio tra le parti; dall'altra, però, abbiamo conservato le impugnazioni, l'appello ed il ricorso per Cassazione, previsti dai codici inquisitori del 1930. In effetti non è cambiato niente. Ora mi pare eccessivo che il giudice di appello riesamini la prova raccolta in primo grado, in contraddittorio davanti al giudice terzo.

In tale direzione ho presentato disegni di legge ben precisi volti a rivedere l'appello e il ricorso per Cassazione, che deve essere limitato soltanto ai giudizi di legittimità.

Questi sono i suggerimenti che intendevo darle, signora Ministro, e di cui spero lei tenga conto. (Applausi del senatore Chiurazzi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mugnai. Ne ha facoltà.

MUGNAI (PdL). Signora Ministro, prendere la parola per ultimo in quest'Aula mi assicura il privilegio di poterle porgere il saluto di commiato per questa sera da parte del Senato e anche il sincero ringraziamento per l'attenzione che lei ha ritenuto di dedicare a tutti gli interventi. (Applausi del senatore Compagna).

Devo ringraziarla anche per l'onestà intellettuale che ha caratterizzato le sue dichiarazioni nella misura in cui ha ritenuto doveroso sottolineare gli imponenti risultati ottenuti dai suoi immediati predecessori, in un solco che confidiamo possa essere di continuità con il lavoro svolto e che ha già prodotto alcuni significativi risultati, sia per quanto riguarda una stabile riduzione del contenzioso civile in una misura che - faccio una piccolissima opera di plagio rispetto all'intervento di un altro collega - se caratterizzasse il nostro debito pubblico sarebbe più che confortante e significativa, sia in altre misure.

L'ora però è tarda e quindi voglio limitarmi a svolgere qualche riflessione in ordine ai potenziali profili di criticità che mi è parso di ravvisare soprattutto in un punto della sua relazione, là dove si fa riferimento alla necessità di non limitare eccessivamente l'accesso del cittadino al sistema giudiziario per nuove istanze.

Certo, la situazione della giustizia italiana e della giustizia civile, in particolare, ha il carattere di una patologia ormai cronicizzata. Lo sappiamo. Però è anche vero - credo - che i rimedi che si intenderanno adottare debbono avere in sé quella natura che permetta di superare una fase patologica, nonché ormai cronica, non istituzionalizzando una natura forzatamente e meramente deflattiva che, di fatto, andrebbe ad incidere sulla cultura della legalità, perché la cultura della legalità, signora Ministro, ha un suo primo fondamento nell'accesso che ciascun cittadino può avere al servizio giustizia. Di ciò non dobbiamo mai essere dimentichi.

Questo ci ricollega immediatamente a tutta una serie di importanti provvedimenti che ella sarà chiamata ad attuare, come la revisione delle circoscrizioni giudiziarie che sappiamo perfettamente essere indispensabile, ma che, proprio nel solco di quella cultura della legalità che ha nei presidi dello Stato il suo primo fondamento, dovrà essere attuata adottando criteri assolutamente oggettivi che diano a tutti i cittadini italiani, indipendentemente dal luogo in cui vivono, la sensazione che la giustizia è patrimonio di tutti e che non ci sono cittadini di serie A e di serie B per quanto riguarda il vederla dispensata a loro favore.

Parimenti, l'effetto deflattivo non può essere - ripeto - l'unico rimedio. Stiamo discutendo in questi giorni in Commissione, in modo costruttivo ma con assoluta consapevolezza, di certe preoccupazioni che destano alcuni provvedimenti che sono già stati adottati nella forma del decreto-legge in relazione ad istituti assolutamente controversi: quello della mediazione, che sappiamo essere ancora sub judice e che ha trovato un primo inasprimento sanzionatorio assolutamente ingiustificato ed indiscriminato, a parere di molti di noi, perché addirittura incide negativamente sul diritto a richiedere giustizia; ulteriori oneri a carico delle parti, per quanto riguarda quella che è stata definita l'istanza di prelievo di trattazione, potendo in qualche modo innescare meccanismi di responsabilità assolutamente non sostenibili in questo momento, soprattutto da una delle componenti fondamentali del servizio giustizia che, sempre di più, vede marginalizzato il proprio ruolo.

Questo ramo del Parlamento, al termine di un iter sicuramente complesso e difficile, aveva approvato la riforma dell'ordinamento forense. È un punto di partenza - credo - che dalla Camera necessariamente deve essere ripreso, perché in quella riforma erano contenute una serie di norme che riportano alla cultura della legalità e, soprattutto, evitano, signora Ministro, che questa componente fondamentale, la cui voce giustamente e doverosamente nell'interesse di tutti i cittadini deve risuonare in quest'Aula, sia ulteriormente penalizzata. Preoccupano, fortemente preoccupano alcune voci, anche se sappiamo che lei si è già spesa nella difesa di un sistema ordinamentale che, al di là di alcune necessarie migliorie che caratterizzano comunque qualunque situazione dell'umano consesso in tutte le sue articolazioni, è quello che meglio di altri si adatta alla natura organica della nostra società.

Sappiamo che ella si è spesa, però certe voci ci preoccupano, perché questa ulteriore marginalizzazione andrebbe ad incidere sulla cultura della legalità. Siamo preoccupati perché l'applicazione di mere regole commerciali ad un settore assolutamente vitale e delicato, qual è quello della tutela dei diritti, non significherebbe affatto quello che si cerca di perseguire con una logica miope: infatti, una cattiva tutela dei diritti, anche in una fase di natura informativa, consultiva, precontenziosa, significa moltiplicare il contenzioso, non ridurlo. (Applausi del senatore Benedetti Valentini). Abbiamo già oggi di fronte a noi cosa sta determinando quello che rappresenta un processo di mediazione adottato forzatamente senza ascoltare le legittime preoccupazioni di chi, più di ogni altro, sa e conosce quanto difficile sia poi la tutela dei diritti.

Signora Ministro, mi avvio rapidamente a concludere, perché tante altre cose sono state dette, e non le voglio ripetere. A noi preoccupa fortemente la consapevolezza di quella che è la peculiarità del sistema Italia. Ce ne siamo lungamente preoccupati in quel delicato, difficile e tormentato iter, quando si andarono a confrontare due modelli completamente diversi: quello confindustrial-sindacale, tanto caro al professor Ichino, e quello di una società organica e articolata, che riteniamo rappresenti la stragrande parte degli italiani. Mi riferisco a quella dei piccoli e medi imprenditori, dei professionisti, degli artigiani, dei bravi lavoratori dipendenti, di coloro che - in qualche modo - attingono solo a se stessi e non alla mano pubblica e che non intendono controllarla. Quel modello è stato frutto di confronto duro, ma eravamo riusciti, in qualche modo, a porre rimedio a un fatto che è peculiare solo al nostro Paese.

Signora Ministro, il geometra tedesco, il ragioniere francese o il commercialista del Regno Unito non saccheggiano sistematicamente quel vitale e delicato settore che è la tutela del diritto nella fase stragiudiziale, come invece avviene in questo Paese. Una delle grandi preoccupazioni dell'avvocatura italiana, che in questo momento echeggia attraverso la mia voce, relativamente al processo di mediazione, è che esso va ad incidere ulteriormente e negativamente su quel percorso di tutela dei diritti che non può essere in alcun modo compromesso.

Non dobbiamo ribaltare completamente, copernicanamente, il percorso virtuoso. Il percorso fisiologico è quello di garantire un servizio giustizia che sia aperto a tutti e sempre più accessibile, potenziando le strutture, nella consapevolezza della patologia del momento, che ha bisogno di provvedimenti temporanei (perché le patologie devono essere curate per ritornare ad una realtà di natura fisiologica). Se ella, signor Ministro, saprà muoversi lungo questo percorso, ci avrà costantemente accanto. Ma se c'è una cosa su cui molti di noi non la potranno mai seguire è applicare logiche brutalmente e meramente commerciali e largamente estranee alla cultura e al diritto di questo Paese a quello che è il più delicato e vitale dei settori: la tutela dei diritti. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione sulla relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia ad altra seduta.

Sulla scomparsa di Rauf Denktash

AMATO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AMATO (PdL). Signor Presidente, ho chiesto di intervenire perché venerdì sera, all'età di 88 anni, dopo una lunga malattia, è morto Rauf Denktash, leader storico della comunità turca di Cipro, eroe della lotta per l'indipendenza dei turco-ciprioti e fondatore, nonché primo Presidente, della Repubblica turco-cipriota di Cipro del Nord.

Ho avuto l'onore e il privilegio di conoscere personalmente il presidente Denktash in occasione di alcuni colloqui. Di lui conservo il ricordo di una curiosità viva, di un'intelligenza pronta e di uno sguardo sempre sornione. Era un uomo dotato di un'innata simpatia e di un eccezionale carisma: combattente indomito della causa della libertà, dell'autonomia e dell'indipendenza, del suo popolo, sapeva usare con rara abilità le raffinate arti della politica, anche se la sua forza in politica fu sempre quella di possedere grandi intuizioni e grandi visioni.

Con lui scompare, per i turco-ciprioti, una guida venerata, e per noi tutti un protagonista della politica internazionale. Alla scomparsa di Denktash sopravvivono comunque la sua eredità politica, il suo sogno di indipendenza incarnato in istituzioni ormai solide: la Repubblica turco-cipriota di Cipro del Nord, uno Stato che, anche se non riconosciuto dalla comunità internazionale, rappresenta quasi la metà del territorio dell'isola di Cipro. Si tratta di uno Stato che non è ragione, ma espressione dell'irrisolta crisi cipriota: crisi che, senza risolverla, l'Europa ha inglobato in sé; crisi che, proprio in questi giorni, l'ONU si accinge ad affrontare nuovamente nella speranza di arrivare ad un accordo tra le due entità statuali di Cipro.

Signor Presidente, credo che mai come ora sarebbe stato necessario poter contare sulla presenza e sull'esperienza di Denktash, ma il destino ha deciso altrimenti e non mi resta, allora, che unirmi al lutto che ha colpito la comunità turco-cipriota, rendendo onore alla memoria del presidente Denktash. (Applausi dal Gruppo PdL).

PERDUCA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signor Presidente, anch'io voglio ricordare il presidente Denktash, che ho avuto l'opportunità di conoscere nel luglio 2007 quando, in occasione della celebrazione dell'intervento cosiddetto umanitario da parte della Turchia per salvare la popolazione turco-cipriota dall'invasione greca, per la prima volta mi recai nella parte settentrionale di Cipro. In quella occasione ero presente insieme al deputato radicale Maurizio Turco e il presidente Denktash, sapendo che si trattava di una delegazione del partito radicale, disse che si aspettava da noi qualcosa di radicale.

Quel qualcosa di radicale lo facemmo proprio il giorno dopo, chiedendo la cittadinanza della Repubblica turca di Cipro Nord, che creò un problema al Consiglio dei ministri, perché, essendo fine settimana, dovette convocarsi straordinariamente la notte, nonché un problema di rilascio dei documenti, che furono consegnati a settembre perché non c'erano passaporti e carte di identità disponibili.

Denktash è stato presidente ininterrottamente dal 1974 al 2004, da quando la parte settentrionale di Cipro si trovava ancora nel tentativo di una sorta di federazione, ahinoi, però, sempre con un socio di maggioranza, che legava, con patto leonino, la parte settentrionale. Malgrado questa sua permanenza trentennale al Governo, è riuscito a crere uno Stato in cui esiste un'opposizione, che si è rafforzata.

Proprio nel 2004, quando Denktash, contrario all'accordo raggiunto in sede di Nazioni Unite, aveva portato avanti il famoso referendum che avrebbe dovuto fare scegliere a turchi e greci se aderire alle decisioni delle Nazioni Unite, e quindi ritornare a essere uno Stato unico federale, Denktash perse le elezioni e, contrariamente a molti altri Capi di Stato, o a qualche Presidente di Regione, rimasti per decenni al potere, decise di ritirarsi. Da allora la vita politica della parte settentrionale di Cipro si è arricchita di ulteriore dialettica.

Non so come la pensasse nelle ultime settimane della sua vita il presidente Denktash relativamente al futuro di Cipro; certo è che ancora una volta l'Europa si è distratta sul più bello e tra sei mesi vedrà Cipro rappresentata dalla parte greca all'interno dell'Unione europea, senza che una sola voce della comunità turca verrà ascoltata ogni qualvolta si riuniranno i 27. Credo che questo in Italia debba continuare ad essere ripetuto, perché il nostro Paese, anche con questo nuovo Governo, ha dichiarato di essere amico della Turchia e, spero, altrettanto di tutti i turchi che sono in giro per il mondo, a partire da quelli di Cipro Nord. (Applausi del senatore Amato).

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 18 gennaio 2012

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 18 gennaio, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 21,22).

Allegato A

RELAZIONE DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA SULL'AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA

PROPOSTE DI RISOLUZIONE

(6-00094) (17 gennaio 2012) n. 1

GASPARRI, FINOCCHIARO, D'ALIA, RUTELLI, VIESPOLI, PISTORIO.

Il Senato,

        udite le comunicazioni del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia, ai sensi dell'articolo 86 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, come modificato dall'articolo 2, comma 29, della legge 25 luglio 2005, n. 150,

           le approva.

(6-00095) (17 gennaio 2012) n. 2

BONINO, PORETTI, PERDUCA.

Il Senato,

        udite le comunicazioni del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia, ai sensi dell'articolo 86 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, come modificato dall'articolo 2, comma 29, della legge 25 luglio 2005, n. 150,

        premesso che:

        la crisi della giustizia e delle carceri, a causa dei numerosi e complessi problemi cui non si è data in tanti anni adeguata risposta da parte del legislatore e del Governo, rappresenta la più grave questione sociale del nostro Paese perché colpisce direttamente milioni di persone vittime della lentezza dei processi, di condizioni di detenzione intollerabili e di reati che restano impuniti, con ciò minando alle fondamenta il principio stesso di legalità e certezza del diritto;

        è un dato oggettivo e non più un'opinione di alcuni che lo stato della giustizia nel nostro Paese abbia raggiunto livelli di inefficienza assolutamente intollerabili, sconosciuti in altri Paesi democratici, per i quali l'Italia versa, da anni ed in modo permanente, in una situazione di sostanziale illegalità, tale da aver generato numerosissime condanne da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo;

        il diritto ad ottenere giustizia è garantito a tutti dalla Costituzione repubblicana, ma è oggi posto seriamente in discussione: le attuali condizioni degli uffici giudiziari italiani e del sistema giustizia nel suo complesso, unitamente ad una mancata riforma organica della normativa sostanziale e processuale, impediscono di fatto di assicurarlo in tempi brevi e in modo efficace;

        il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, nella risoluzione del 2 dicembre 2010, ha posto sotto osservazione speciale lo stato della giustizia del nostro Paese e ha ribadito che i tempi eccessivi dei procedimenti giudiziari pongono in discussione la stessa riconoscibilità nel nostro Paese di un vero e proprio stato di diritto, tutto ciò prospettando il rischio di gravi sanzioni a carico dell'Italia, con disdoro internazionale dell'immagine del Paese e vanificazione dei sacrifici sopportati dai cittadini per costruire una nazione degna di far parte del gruppo di testa della Comunità europea;

        nel settore civile i fascicoli accumulati sono oltre 5 milioni e mezzo, una montagna di carta che, secondo recenti stime, si traduce in quasi 96 miliardi di euro di mancata ricchezza (pari al 4,8 per cento del PIL). La lentezza dei processi frena la crescita per cittadini, imprese e investimenti esteri con costi enormi per il Paese; un recente studio di Confindustria ha calcolato che il solo abbattimento del 10 per cento dei tempi della giustizia civile potrebbe determinare un incremento dello 0,8 per cento del PIL. L'Ufficio studi di Confartigianato stima che la giustizia-lumaca sottrae agli imprenditori risorse per 2,2 miliardi di euro;

        in tema di competitività del sistema giudiziario, il rapporto "Doing Business 2012" della Banca Mondiale risulta addirittura impietoso, atteso che per esso l'Italia risulta essere il fanalino di coda nella Unione europea (UE) e centocinquantottesima sui complessivi 183 Paesi del pianeta. Secondo il citato rapporto, nel nostro Paese servono 1.210 giorni per tutelare un contratto (in Germania 394, in Gran Bretagna 389 e in Francia 331) ossia ben 692 giorni in più rispetto alla media dei 518 Paesi dell'Ocse. Stime della Banca d'Italia indicano un impressionante deficit pubblico giudiziario tutto da sanare e osservano che "la perdita annua di prodotto attribuibile ai difetti della nostra giustizia civile potrebbe giungere a un punto percentuale", basti pensare che le aziende straniere incassano i danni nel giro di 12 mesi, mentre quelle italiane devono aspettare in media oltre tre anni oppure accettare accordi al ribasso, e nel frattempo chiedere prestiti per sopravvivere. Per non parlare dei fallimenti, che durano in media non meno di 10 anni;

        nel settore della giustizia penale i procedimenti pendenti ammontano a circa 3.300 - cifra che sale a poco più di 5.000.000 se nella conta si includono anche i procedimenti pendenti nei confronti di ignoti. In media, ogni anno, si hanno tre milioni di notizie di reato e se a ciò si aggiunge la cifra oscura del crimine si è portati inevitabilmente a delineare uno scenario dirompente. La durata media dei procedimenti presso le Procure della Repubblica è di circa 400 giorni; quella dei processi penali davanti ai tribunali si attesta intorno ai 350 giorni, mentre i procedimenti davanti alle Corti d'appello durano in termini assoluti più di 730 giorni. Ma la situazione della giustizia penale è addirittura ben peggiore di quella che emerge da tali dati: questi, infatti, si riferiscono a medie che comprendono anche i processi che si esauriscono in pochi giorni, se non in poche ore e comunque non tengono conto del lasso temporale che intercorre, ad esempio, per la redazione del provvedimento definitorio e per la trasmissione degli atti al giudice della fase successiva;

        dall'analisi che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha compiuto sulle proprie decisioni nel cinquantennio 1959-2010 risulta che l'Italia ha riportato 2.121 condanne, la maggior parte delle quali dovute all'eccessiva lunghezza dei processi (1.139); alla mancanza di un equo processo (238); alla violazione del diritto di proprietà (297) e alla violazione del diritto ad un ricorso effettivo (76). Il nostro Paese risulta quindi quello tra i più condannati in ambito UE; mentre rispetto alla più ampia platea dei 47 Paesi che aderiscono alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU), il nostro Paese si attesta al secondo posto superato solo dalla Turchia (Turchia 2.573; Italia 2.121, Russia 1.079);

        rispetto a tale situazione la stessa introduzione della cosiddetta legge Pinto, strumentalmente approvata al solo fine di evitare continue condanne da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, ha ulteriormente sovraccaricato i ruoli delle Corti di appello e, d'altra parte, per quanto è stato autorevolmente affermato, se tutti gli aventi diritto dovessero agire nei confronti dello Stato sulla base della cosiddetta "legge Pinto", lo Stato stesso sarebbe costretto a dichiarare bancarotta;

        ed invero dall'entrata in vigore della cosiddetta legge Pinto, sono stati promossi dinanzi alle Corti d'appello quasi 40.000 procedimenti camerali per l'equa riparazione dei danni derivanti dall'irragionevole durata del processo, con costi enormi per le finanze dello Stato (nel 2008 il danno per le casse dello Stato è stato di 81,3 milioni di euro, l'anno successivo è lievitato a 267 e nel 2010 ha superato i 300 milioni), il quale, inoltre, ritarda nel pagamento degli indennizzi già liquidati in via giudiziale, al punto che la stessa Corte di Strasburgo, nel comunicato stampa n. 991 del 21.12.2010, ha reso noto di aver pronunziato, in un solo mese, 475 sentenze di condanna dell'Italia per ritardati pagamenti di indennizzi e che presso di essa sono già pendenti oltre 3.900 ricorsi aventi il medesimo fondamento;

        l'oggettiva impossibilità di evadere nel settore penale un numero così elevato di carichi pendenti ha indotto in passato alcune Procure della Repubblica ad emanare circolari nelle quali viene stabilita una scala di priorità nella trattazione dei procedimenti, ciò in aperta violazione della legalità giudiziaria stabilita dal precetto costituzionale e codicistico dell'obbligatorietà dell'azione penale;

        negli ultimi dieci anni, a causa dell'eccessivo ed esorbitante numero dei procedimenti pendenti, sono stati dichiarati estinti per intervenuta prescrizione poco meno di due milioni di reati (in media, ogni anno, si registrano in Italia circa 180.000 prescrizioni con un costo per i contribuenti di poco più di 84 milioni di euro), il che ha dato vita ad una vera e propria amnistia strisciante, crescente, nascosta, di classe e non governata;

        il sistema giudiziario italiano si contraddistingue inoltre per non essere in grado di far fronte alla massa crescente dell'illegalità che pervade il Paese. La giustizia relativa ai reati minori sta addirittura scomparendo, schiacciata dalle esigenze di quella maggiore. Sicché la giustizia italiana, avendo smarrito la sua funzione di forza stabilizzante e riparatrice, non può più dare né speranza né conforto, e genera invece sofferenza. Anche da questo punto di vista i numeri confermano largamente la crisi in atto. Infatti, su circa tre milioni di delitti denunziati, quasi due terzi riguardano i furti, di cui rimangono ignoti gli autori nella misura del 97,4 per cento. Del resto anche per gli altri reati non è che vada molto meglio, giacché su omicidi, rapine, estorsioni e sequestri di persona a scopo di estorsione, la percentuale media degli autori che rimane impunita supera l'80 per cento;

        l'elevato numero dei reati che ogni anno rimangono sostanzialmente impuniti, unito all'enorme numero di processi pendenti e all'impossibilità che questi siano definiti in tempi ragionevoli, ha ormai determinato una sfiducia generalizzata dei cittadini nel sistema giustizia tale da rendere sempre più concreto il pericolo che si ricorra a forme di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Del resto se si pensa che ogni processo penale coinvolge un numero di persone, come imputati o parti lese, certamente superiore alle cifre sopra indicate, si ha subito la sensazione concreta dell'entità dell'interesse e del malcontento che per la giustizia hanno i cittadini. Non senza considerare le spese e i costi materiali e le ansie che i processi comportano per ciascuna delle persone coinvolte e dei loro familiari;

        le numerose condanne che ancora vengono pronunciate nei confronti dell'Italia dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo testimoniano come le misure adottate dal nostro Paese in questi ultimi due decenni non siano risultate idonee ad assicurare il ripristino di condizioni di funzionamento dell'apparato giudiziario ritenute normalmente accettabili a livello internazionale;

        la garanzia del diritto dei cittadini alla sicurezza presuppone necessariamente un sistema giudiziario efficiente, per il cui miglioramento è necessario realizzare riforme normative organiche e stanziare risorse adeguate e idonee a realizzare un effettivo miglioramento della qualità dell'amministrazione della giustizia;

        per realizzare una seria riforma della giustizia occorre un progetto organico di interventi diretti a restituire credibilità ed efficienza all'intero sistema giudiziario, allo scopo di farlo funzionare, fornendo risposte rapide ed efficienti alle attese dei cittadini e assicurando loro una ragionevole durata dei processi civili e penali, nel rispetto dell'articolo 111 della Costituzione e senza rinunziare alle altre garanzie costituzionali;

        il sistema giudiziario, oltre che efficiente, va reso anche giusto e garantito, sicché occorre realizzare una riforma complessiva del diritto e del processo penale, il cui obiettivo sia quello di assicurare non solo l'efficacia del sistema giudiziario, ma anche l'affermazione di principi quali, tra gli altri, la terzietà del giudice, la responsabilità civile dei magistrati e il superamento del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale;

        in particolare, per il sistema penale, è di massima importanza introdurre strumenti di deflazione del carico di lavoro degli uffici inquirenti e giudicanti quali: la depenalizzazione dei reati minori, l'introduzione dell'istituto dell'archiviazione dell'irrilevanza penale del fatto e la mediazione dei conflitti interpersonali. In questa stessa chiave assume un ruolo strategico la previsione di una clausola di necessaria offensività del fatto penale. Già da sole, queste innovazioni assicurerebbero maggiore razionalità, coerenza ed efficienza al sistema penale;

           considerato inoltre che:

        la situazione di grave crisi e sfascio in cui versa il nostro apparato giudiziario incide pesantemente sulla sua appendice ultima, quella carceraria, sicché nel contesto dato i concetti stessi di "pena certa" e di esecuzione "reale" della stessa rischiano di risultare fortemente limitativi se non del tutto fuorvianti;

        il numero elevato ed in costante crescita della popolazione detenuta, che al 31 dicembre 2011 ammontava a 67.600 unità - a fronte di una capienza regolamentare ufficiale di 45.320 posti -, produce un sovraffollamento insostenibile delle nostre strutture penitenziarie (la popolazione detenuta risulta in sovrannumero di ben 22.280 unità);

        i nostri istituti di pena stanno affrontando una fase di profonda regressione perché "affogati" e privi di funzionalità a causa dell'aumento di misure contraddittorie ed incontrollabili nell'ambito dell'esecuzione pena e del sistema penitenziario;

        sempre al 31 dicembre 2011 i condannati con sentenza definitiva risultavano essere 37.591, mentre i detenuti ristretti in custodia cautelare 28.220, di questi ben 14.260 sono in attesa della sentenza di primo grado. In pratica il 42 per cento dei reclusi - ossia una percentuale quasi doppia rispetto a quella della media europea - è in attesa di giudizio e quasi la metà di loro verrà assolta all'esito del processo; il che significa che il ricorso sempre più frequente alla misura cautelare in carcere e la lunga durata dei processi - dato abnorme e anomalia tipicamente italiana - costringe centinaia di migliaia di presunti innocenti a scontare lunghe pene in condizioni spesso illegali e disumane;

        nel corso del convegno: "Giustizia! In nome del popolo sovrano", svoltosi lo scorso 28 e 29 luglio presso il Senato della Repubblica, il dottor Ernesto Lupo, primo presidente della Corte di cassazione, ha dichiarato: "Tenere sempre presente la concreta realtà carceraria può e deve costituire un efficace antidoto all'uso non necessitato della custodia cautelare e contribuire a far diminuire il dato percentuale dei detenuti imputati, oggi ancora elevato, per quanto inferiore a quello degli anni passati. […] Il carcere, in queste condizioni, rischia di essere un fattore generatore di illegalità, in contrasto palese e inaccettabile con la sua fisionomia normativa";

        complessivamente, a febbraio 2011, i condannati ammessi ad una misura alternativa risultavano essere 16.018, dei quali 8.604 sono in affidamento ai servizi sociali, 858 in semilibertà e 6.556 in detenzione domiciliare. Tra quanti in Italia stanno scontando una condanna definitiva, il 34,4 per cento ha un residuo di pena inferiore ad un anno, addirittura il 62,9 per cento inferiore a tre anni, soglia che rappresenta il limite di pena per l'accesso alle misure alternative della semilibertà e dell'affidamento in prova, il che dimostra come in Italia il sistema delle misure alternative si sia sostanzialmente inceppato; ciò sebbene le statistiche abbiano dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che il detenuto che sconta la pena con una misura alternativa ha un tasso di recidiva bassissimo, mentre chi sconta la pena in carcere torna a delinquere con una percentuale vicina al 70 per cento; le misure alternative quindi abbattono i costi della detenzione, riducono la possibilità che la persona reclusa commetta nuovi reati aumentando la sicurezza sociale e sconfiggono il deleterio "ozio del detenuto" avviandolo a lavori socialmente utili con diretto vantaggio per l'intera comunità;

        il 30 per cento dei detenuti è tossicodipendente, il 20 per cento invece è affetto da patologie psichiatriche. Negli ultimi 12 anni (periodo 2000-2011) nelle carceri italiane sono morti 1.856 detenuti, e altri 700 si sono tolti la vita. Nel 2011 all'interno dei nostri istituti di pena si sono verificati 186 decessi, di cui 66 suicidi. In Italia la percentuale delle morti violente in carcere su 10.000 detenuti è pari al 10,24 per cento, negli Stati Uniti del 2,55 per cento: in pratica nelle carceri italiane le morti violente accadono con una frequenza addirittura 4 volte maggiore rispetto a quanto avviene nei famigerati penitenziari americani;

        in tale contesto si registra, inoltre, una gravissima carenza organica del Corpo di Polizia penitenziaria per circa 7.500 unità; situazione che riguarda anche il personale addetto al trattamento e alla rieducazione dei detenuti: educatori e assistenti sociali per non parlare degli psicologi, figura professionale importantissima, in via di estinzione nelle nostre carceri;

        il sovraffollamento, la mancanza di spazi, l'inadeguatezza delle strutture carcerarie, la carenza degli organici e del personale civile, lo stato di sofferenza in cui versa la sanità all'interno delle carceri, tutto ciò provoca una situazione contraria ai principi costituzionali ed alle norme del regolamento penitenziario impedendo il trattamento rieducativo e minando l'equilibrio psico-fisico dei detenuti, con incremento, negli ultimi due anni, dei suicidi e di gravi malattie; ed invero il sovraffollamento ha effetti dirompenti, tra l'altro, proprio sulle condizioni di salute dei reclusi, ai quali non vengono garantite le più elementari norme igieniche e sanitarie, atteso che gli stessi sono costretti a vivere in uno spazio che non corrisponde a quello minimo vitale, con una riduzione della mobilità che è causa di patologie specifiche;

        il sovraffollamento rischia di assumere dimensioni tali da creare addirittura problemi di ordine pubblico; in questa situazione di emergenza la funzione rieducativa e riabilitativa della pena è venuta meno; il rapporto numerico tra detenuti ed educatori e assistenti sociali ha frustrato ogni possibile serio tentativo di intraprendere e seguire, per la maggior parte dei reclusi, percorsi individualizzati così come previsto dall'ordinamento penitenziario. Tutto ciò rappresenta innanzitutto una questione di legalità perché nulla è più disastroso che far vivere chi non ha recepito il senso di legalità - avendo commesso reati - in una situazione di palese non corrispondenza tra quanto normativamente definito e quanto viene attuato in pratica ed è quotidianamente vissuto dagli operatori del settore e dai detenuti stessi;

        l'enorme tasso di sovraffollamento comporta automaticamente la fuoriuscita dalle regole minime, costituzionalmente previste, della funzione rieducativa della pena per scadere in quei trattamenti contrari al senso di umanità sanzionati non solo dal nostro ordinamento giuridico, ma anche dalla CEDU se è vero, come è vero, che recentemente lo Stato italiano è stato condannato - sulla base dell'art. 3 della Convenzione (divieto di pene o trattamenti inumani o degradanti) - a mille euro di risarcimento per aver costretto un detenuto a vivere due mesi e mezzo all'interno di una cella in uno spazio di appena 2,7 metri quadrati (Sulejmanovic c. Italia - ricorso n. 22635/03);

        nel gennaio 2010 il Ministro della giustizia aveva comunicato all'Assemblea del Senato che per affrontare la drammatica situazione del nostro sistema carcerario il Consiglio dei ministri aveva disposto la dichiarazione dello stato di emergenza per tutto il 2010: uno "strumento fondamentale", a parere del Ministro, per provvedere alla realizzazione di quegli interventi che avrebbero consentito di rispettare il precetto dell'articolo 27 della Costituzione, secondo il quale "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato";

        il cosiddetto Piano carceri per il 2010 rimane in gran parte inattuato: il primo pilastro del piano, relativo agli interventi di edilizia penitenziaria per la costruzione di nuovi padiglioni e di istituti necessari ad aggiungere oltre 20.000 posti alla dotazione disponibile, è molto lontano dall'essere realizzato: come ammesso dalla stessa amministrazione penitenziaria solamente per la creazione di 10.806 nuovi posti ci sarebbe una adeguata copertura finanziaria, senza però considerare i costi per il personale da assumere per le nuove strutture, la gestione quotidiana delle carceri, per non parlare dell'eventuale costo del lavoro dei detenuti. Si punta tutto sulla realizzazione di nuovi padiglioni da costruirsi all'interno delle mura di cinta di istituti penitenziari già esistenti occupando, quindi, spazi oggi a disposizione del personale penitenziario o della popolazione detenuta per attività sportive o ricreative che si tengono all'aperto, attività essenziali ad assicurare quel minimo di vivibilità delle attuali strutture;

        non si è ancora interamente proceduto alle duemila assunzioni di nuovi agenti di polizia penitenziaria che avrebbero dovuto costituire il terzo pilastro del piano. Inoltre, riguardo agli interventi normativi annunciati - il secondo pilastro del piano del Ministro - la legge sull'esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori un anno (legge n. 199 del 2010) sta avendo effetti trascurabili sulla popolazione penitenziaria;

        di fronte alle drammatiche condizioni di vita dei detenuti, il "piano carceri" fornisce risposte di tutta evidenza inadeguate. È indispensabile l'elaborazione e l'attuazione di un progetto che punti insieme alla riduzione della pena carceraria e, soprattutto, dell'area della penalità; occorre inoltre riavviare il sistema delle misure alternative, ripensando quel meccanismo di preclusioni automatiche che - soprattutto con riferimento ai condannati a pene brevi - ha finito per imprimere il colpo mortale alla capacità di assorbimento del sistema penitenziario; su tale versante è anche necessario rafforzare e rendere più estesa l'applicazione della detenzione domiciliare quale strumento centrale nell'esecuzione penale relativa a condanne di minore gravità anche attraverso l'attivazione di serie ed efficaci misure di controllo a distanza dei detenuti;

        intervenendo in occasione del convegno: "Giustizia! In nome del popolo sovrano", svoltosi lo scorso 28 e 29 luglio presso il Senato della Repubblica, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato che la giustizia "è una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile" e che la realtà carceraria rappresenta "un'emergenza assillante, fuori del trattato costituzionale, che ci umilia in Europa e nel mondo", sollecitando quindi dalla politica "uno scatto e delle risposte";

        nel libro "Diritti e Castighi", Lucia Castellano e Donatella Stasio - rispettivamente direttrice di carcere e giornalista - hanno definito la condizione carceraria presente all'interno dei nostri istituti di pena con l'espressione "tortura legalizzata";

        in un recente saggio il dottor Alberto Gargani, Professore di diritto penale, studiando il rapporto tra sovraffollamento e violazione dei diritti umani, ha scritto che nei confronti dei detenuti vengono consumate quotidianamente forme di maltrattamento massive e seriali a causa dell'eccessivo numero delle persone ristrette all'interno degli istituti di pena;

        con riferimento alla situazione esistente all'interno dei nostri istituti di pena, nel 2006 il dottor Sebastiano Ardita - allora responsabile della Direzione generale dei detenuti e trattamento del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP) - ha dichiarato: "siamo consapevoli di versare in una situazione di grave, perdurante, quanto involontaria ed inevitabile divergenza dalle regole, per il fatto di non essere nella materiale possibilità di garantire, a causa del sovraffollamento, quanto previsto dalle normative vigenti e dal recente regolamento penitenziario" (fonte ANSA 1° marzo 2006);

        il dottor Francesco Cascini, magistrato, responsabile del servizio ispettivo del DAP, in occasione del workshop realizzato all'interno del seminario per giornalisti "Redattore Sociale" tenutosi nel novembre 2009 ha reso noto che "in tutti i Paesi europei ci sono circa 500mila detenuti, di cui 130mila in attesa di giudizio. L'Italia contribuisce con oltre 31mila detenuti. E' di gran lunga il Paese con il numero più alto di detenuti in attesa di giudizio";

        in questo contesto, le condizioni disumane in cui si espia la pena in carcere sono diventate più una forma di perpetuazione dell'ingiustizia, piuttosto che uno strumento di affermazione della certezza del diritto anche nel suo aspetto punitivo; nei nostri istituti di pena vengono recluse, infatti, soprattutto le persone meno in grado di utilizzare la pressoché paralisi del sistema giudiziario a proprio vantaggio, per esempio attraverso l'istituto della prescrizione, o gli autori dei reati collegati a fenomeni sociali come l'immigrazione e la tossicodipendenza, che lo Stato aggrava con leggi più criminogene che adeguate a risolverli;

        di fronte ad un sistema giudiziario e ad una realtà carceraria così ingiusti e così lontani dai loro veri scopi e alla luce delle gravi condizione igieniche e di vivibilità che hanno ormai trasformato la pena in una tortura legalizzata e il carcere in un sistema chiuso, sempre più patogeno e criminogeno, occorrono soluzioni immediate e radicali in grado di assicurare l'improcrastinabile rientro da parte del nostro Paese nel perimetro della legge e dello stato di diritto;

            ritenuto infine che:

        in un contesto di tale sfascio e assenza di legalità, su iniziativa dei deputati e senatori radicali eletti nelle liste del Partito Democratico, in questa Legislatura sono già state presentate e approvate risoluzioni e mozioni che hanno impegnato il precedente Governo a varare alcune importanti riforme sia in ambito giudiziario che penitenziario;

        in particolare, nella seduta del 28 gennaio 2009 la Camera dei deputati, previo parere favorevole del Governo, ha approvato una risoluzione presentata dai deputati radicali eletti nelle liste del Partito Democratico, nella quale si chiede che si dia finalmente corso ad una riforma organica della giustizia di carattere democratico e liberale, fondata su alcuni capisaldi, tra i quali: l'abolizione della obbligatorietà dell'azione penale, in modo da non assoggettare più la stessa all'arbitrio delle Procure della Repubblica; una modifica ordinamentale basata sul principio della effettiva separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti; la responsabilizzazione del pubblico ministero per l'osservanza delle priorità fissate; la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che riconduca tale consesso all'originario ruolo attribuitogli dai costituenti, sottraendolo ai giochi di corrente e all'influenza del sindacato della magistratura; la reintroduzione di severi vagli della professionalità dei magistrati nel corso dei 40-45 anni della loro permanenza in carriera; la modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, con modalità tali da garantire, ai cittadini ingiustamente danneggiati da provvedimenti del giudice o del pubblico ministero, di ottenere il risarcimento integrale dei danni direttamente dal magistrato, pur con la previsione di meccanismi volti ad eliminare il pericolo di azioni intimidatorie e strumentali; la revisione delle modalità di collocamento fuori ruolo dei magistrati e di attribuzione degli incarichi extragiudiziari, salvaguardando le contrapposte esigenze di non disperdere forza lavoro né, per contro, preziose professionalità; l'incompatibilità tra la permanenza nell'ordine giudiziario e l'assunzione di incarichi, elettivi e non, in rappresentanza di formazioni politiche; la promozione di una seria modernizzazione tecnologica degli uffici giudiziari; l'adeguamento numerico e la promozione di qualificazioni professionali degli organici del personale anche amministrativo; la notifica della natura dei termini processuali, con la previsione generalizzata di termini perentori e di sanzioni disciplinari per la loro inosservanza da parte dei magistrati; la radicale semplificazione delle modalità di modifica degli atti giudiziari; la definizione di tempi standard dei procedimenti civili e penali; la modifica delle procedure di nomina dei capi degli uffici e un potenziamento del ruolo gestionale del dirigente amministrativo dell'ufficio; una forte depenalizzazione ed una razionalizzazione delle fattispecie criminose;

        inoltre nella seduta del 12 gennaio 2010 la Camera dei deputati, previo parere favorevole espresso dal Governo, ha approvato la mozione n. 1-00288 presentata dai deputati radicali eletti nelle liste del Partito Democratico e sottoscritta da quasi cento parlamentari aderenti a pressoché tutti i gruppi politici, con la quale il precedente Esecutivo si era impegnato ad assumere iniziative, anche di carattere normativo, volte ad attuare, con il più ampio confronto con le forze politiche presenti in Parlamento, una riforma davvero radicale in materia di custodia cautelare preventiva, di tutela dei diritti dei detenuti, di esecuzione della pena e, più in generale, di trattamenti sanzionatori e rieducativi, che preveda la riduzione dei tempi di custodia cautelare, perlomeno per i reati meno gravi, nonché del potere della magistratura nell'applicazione delle misure cautelari personali a casi tassativamente previsti dal legislatore, previa modifica dell'articolo 280 del codice di procedura penale; l'introduzione di meccanismi in grado di garantire una reale ed efficace protezione del principio di umanizzazione della pena e del suo fine rieducativo, assicurando al detenuto un'adeguata tutela giurisdizionale nei confronti degli atti dell'amministrazione penitenziaria lesivi dei suoi diritti; il rafforzamento sia degli strumenti alternativi al carcere previsti dalla cosiddetta legge Gozzini, da applicare direttamente anche nella fase di cognizione, sia delle sanzioni penali alternative alla detenzione intramuraria, a partire dalla estensione dell'istituto della messa alla prova, previsto dall'ordinamento minorile, anche nel procedimento penale ordinario; l'applicazione della detenzione domiciliare, quale strumento centrale nell'esecuzione penale relativa a condanne di minore gravità, anche attraverso l'attivazione di serie ed efficaci misure di controllo a distanza dei detenuti; l'istituzione di centri di accoglienza per le pene alternative degli extra-comunitari, quale strumento per favorirne l'integrazione ed il reinserimento sociale e quindi ridurre il rischio di recidiva; la creazione di istituti «a custodia attenuata» per tossicodipendenti, realizzabili in tempi relativamente brevi anche ricorrendo a forme di convenzioni e intese con il settore privato e del volontariato che già si occupa dei soggetti in trattamento; la piena attuazione del principio della territorialità della pena previsto dall'ordinamento penitenziario, in modo da poter esercitare al meglio tutte quelle attività di sostegno e trattamento del detenuto che richiedono relazioni stabili e assidue tra quest'ultimo, i propri familiari e i servizi territoriali della regione di residenza; l'adeguamento degli organici del personale penitenziario ed amministrativo, nonché dei medici, degli infermieri, degli assistenti sociali, degli educatori e degli psicologi, non solo per ciò che concerne la loro consistenza numerica, ma anche per ciò che riguarda la promozione di qualificazioni professionali atte a facilitare il reinserimento sociale dei detenuti; il miglioramento del servizio sanitario penitenziario, dando seguito alla riforma della medicina penitenziaria già avviata con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 1° aprile 2008, in modo che la stessa possa trovare, finalmente, effettiva e concreta applicazione; l'applicazione concreta della legge 22 giugno 2000, n. 193 (cosiddetta legge Smuraglia); l'esclusione dal circuito carcerario delle donne con i loro bambini; una forte spinta all'attività di valutazione e finanziamento dei progetti di reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti, nonché di aiuti alle loro famiglie, prevista dalla legge istitutiva della Cassa delle ammende;

        nel corso della presente Legislatura, i deputati radicali eletti nelle liste del Partito Democratico hanno elaborato anche diverse proposte volte a tradurre in altrettanti articolati di legge i punti più rilevanti e salienti di entrambi i documenti sopra richiamati;

        tuttavia le proposte contenute tanto nella risoluzione sulla giustizia del 28 gennaio 2009 quanto nella mozione sulle carceri del 12 gennaio 2010, sono state mano a mano "differite nel tempo", più o meno esplicitamente, fino al punto, oggi, da essere apparentemente accantonate nei fatti;

        l'attuale situazione di profonda e devastante illegalità in cui versano il nostro sistema giudiziario e penitenziario non può essere affrontata con misure tanto effimere quanto intempestive sul fronte dell'edilizia penitenziaria, della depenalizzazione dei reati minori o del parziale rafforzamento delle misure alternative, ma solo con provvedimenti quali l'amnistia e l'indulto i quali avrebbero il pregio di riattivare immediatamente i meccanismi giudiziari ormai prossimi al collasso, evitando una dissennata lotta contro la prescrizione incombente, consentendo così al nostro Stato di rientrare nella legalità e di ricondurre il sistema carcerario a forme più umane, il che faciliterebbe l'avvio di quelle riforme strutturali e funzionali della giustizia capaci di impedire il rapido ritorno alla situazione attuale;

        l'amnistia e l'indulto, quindi, non rappresentano soltanto una risposta d'eccezione ed umanitaria al dramma della condizione carceraria, ma costituiscono la premessa indispensabile per l'avvio e l'approvazione di riforme strutturali relative al sistema delle pene, alla loro esecuzione e più in generale all'amministrazione della giustizia. Inoltre la loro approvazione è necessaria per ricondurre entro numeri sostenibili il carico dei procedimenti penali nonché per sgravare il carico umano che soffre in tutte le sue componenti (detenuti, personale civile, amministrativo e di custodia) la condizione disastrosa delle prigioni, perché nessuna giustizia e nessuna certezza della pena possono essere assicurate se uno Stato per primo non rispetta la propria legalità ed è impossibilitato a garantire la certezza del diritto,

           impegna il Governo:

        a dare concreta attuazione alla risoluzione n. 6-00012 approvata dalla Camera dei deputati il 28 gennaio 2009; nonché alla mozione n. 1-00288 approvata dalla Camera dei deputati in data 12 gennaio 2010;

        a prevedere scadenze certe, rapide ed improrogabili entro le quali con adeguati provvedimenti dimezzare il numero dei procedimenti penali pendenti e ricondurre il numero dei detenuti all'interno della capienza regolamentare dei nostri istituti di pena;

        a presentare per tale ultimo scopo un disegno di legge volto alla concessione di un'ampia amnistia e dell'indulto in grado, da un lato, di ridurre gran parte dell'arretrato pendente che attualmente soffoca l'amministrazione quotidiana della giustizia penale, con ciò liberando risorse umane ed economiche da riversare anche nel civile e, dall'altro, di ricondurre il sistema carcerario al rispetto del dettato costituzionale e della legalità internazionale.

(6-00096) (17 gennaio 2012) n. 3

LI GOTTI, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA.

Il Senato,

        udite le comunicazioni e preso atto della relazione presentata dal Ministro della giustizia, ai sensi dell'articolo 2, comma 29, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150,

          preso atto che:

        l'efficienza del sistema giudiziario e l'accelerazione dei processi, la rapidità dell'accertamento delle responsabilità penali e la predisposizione di norme e strutture tali da garantire la certezza del diritto e la certezza della pena debbono necessariamente rappresentare una priorità nell'azione governativa;

        il settore della giustizia - viceversa - nell'ultimo decennio, oltre a non aver subito alcuna riforma strutturale, corrispondente ad un impianto complessivo e strategico di rilancio, è stato sottoposto ad interventi che ne hanno gravemente limitato la funzionalità e la efficacia. La progressiva asfissia del sistema giustizia è stata realizzata dal punto di vista delle politiche finanziarie, delle dotazioni infrastrutturali, delle politiche del personale e del quadro normativo. In tale contesto si è programmaticamente rinunciato ad affrontare progetti che potevano incidere su aspetti sistematici, dando invece precedenza ad interventi di carattere disorganico. Si è così colpevolmente perduta l'opportunità di intervenire positivamente per restituire efficienza ad un servizio fondamentale per la democrazia e per la legalità;

        l'auspicio è che la fase politico-parlamentare rappresentata dal Governo Monti e dal suo profilo tecnico, possa consentire di trasformare il terreno del conflitto in un terreno di confronto costruttivo, al fine di rendere il sistema giustizia un volano positivo anche per lo sviluppo del Paese, ma tale auspicio deve rapidamente concretizzarsi in provvedimenti di segno radicalmente diverso da quelli a cui si è assistito nella parte iniziale della XVI Legislatura;

           premesso che:

        uno dei problemi più rilevanti che affligge la giustizia italiana concerne notoriamente il mancato rilancio del relativo comparto, sia in termini di investimenti che di personale. Il perdurare e l'aggravarsi di tale situazione determina riflessi inevitabilmente negativi sulla funzionalità ed efficacia del servizio reso al cittadino, a cominciare dalla ragionevole durata del processo. Il processo di digitalizzazione e di informatizzazione appare la strada maestra per velocizzare efficientemente il sistema giudiziario del Paese. Al contrario, sotto questo profilo, il panorama prevalente resta quello della dotazione di strumenti obsoleti, di assenza di programmazione che impedisce scelte di spesa oculate e a lungo termine, dell'utilizzo di programmi e sistemi che spesso non interagiscono tra di loro, mentre permane carente una politica di potenziamento, formazione e valorizzazione della professionalità del personale degli uffici giudiziari;

        il 17 gennaio 2012 il Ministro della giustizia ha presentato al Parlamento la «Relazione sull'amministrazione della giustizia in Italia». Circa l'andamento della giustizia si deve registrare il rallentamento della riduzione del numero di pendenze nel settore civile, con un calo - in buona parte dovuto al progressivo aumento dei costi di accesso alla giurisdizione - rispetto al giugno 2010 pari al 3 per cento, e la conferma che non si è ancora riusciti ad intaccare in modo significativo la durata media dei processi e dell'arretrato nel settore penale. Tali tendenze suscitano forte preoccupazione, in presenza di 5,5 milioni di processi civili e 3,4 milioni di processi penali e di tempi medi di definizione, che nel civile sono pari a 7 anni e tre mesi (2.645 giorni) e nel penale a 4 anni e nove mesi (1.753 giorni) e, soprattutto, alla luce di 2,8 milioni di nuove cause in ingresso;

        la Relazione, nell'ambito degli interventi ulteriori volti alla razionalizzazione del processo, non dedica particolare rilievo né all'istituzione dell'ufficio per il processo, né alle problematiche concernenti il personale dell'amministrazione giudiziaria e alle conseguenti iniziative da assumere in materia;

        nell'ambito dell'attuale stato delle carceri, in connessione alle problematiche condizioni dei 66.897 detenuti, 28.000 dei quali risultano in attesa di giudizio: ovvero il 42 per cento dell'intera popolazione carceraria. Non sembra che tale situazione possa essere risolta dalla sostanziale conferma - e proroga - del cosiddetto Piano carceri approvato dal precedente Esecutivo, pur prendendo atto della disgiunzione delle funzioni di Commissario straordinario da quelle di Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. In tale contesto, tenuto conto dei limiti del decreto-legge n. 211 del 2011, ci si attendono interventi ben più risolutivi della pur lodevole carta dei diritti e doveri dei detenuti e degli internati, all'esame del Consiglio di Stato. Con riguardo alla giustizia minorile, nel corso del 2011 l'esame delle statistiche ha confermato il preoccupante aumento generale della presenza negli istituti di minori di nazionalità italiana;

        la Relazione conferma la scopertura di 1.317 posti nell'organico della magistratura, che sarà parzialmente compensata dal compimento delle procedure concorsuali già poste in essere. In tale ambito si rileva come si dovrà attendere marzo-aprile del 2012, per la «prima bozza operativa», concernente la revisione dei tribunali e delle relative sezioni distaccate, tenuto conto è in dirittura di arrivo il solo riassetto territoriale dei giudici di pace, approvato in prima lettura dal Consiglio dei Ministri ed è in attesa di essere inviato al CSM ed alle competenti Commissioni parlamentari per i prescritti pareri;

        con riferimento agli strumenti deflattivi, la Relazione conferma la fiducia del Governo nella «mediazione come strumento di risoluzione alternativa delle controversie civili e commerciali», ribadita dalle integrazioni apportate alla disciplina vigente dal decreto-legge n. 212 del 2011, onde potenziare la "mediazione delegata dal giudice". A tal proposito occorre rilevare che tali interventi giungono nelle more dell'attesa pronuncia della Consulta sul decreto legislativo n. 28 del 4 marzo 2010 che, sotto più profili, ha suscitato motivati dubbi sulla sua compatibilità costituzionale e comunitaria;

        in materia di contrasto all'illegalità ed alla criminalità organizzata, si rileva l'assenza di ulteriori proposte di carattere normativo, preso atto della perdurante giacenza di numerosissimi disegni di legge in tal senso all'esame delle Commissioni Giustizia del Senato e della Camera dei deputati. Con riferimento al cosiddetto "Codice antimafia" (decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159), appare errata la sua definizione emergente dalla Relazione in oggetto. Il provvedimento, in vero, nella versione finale, non contiene una «ricognizione completa delle norme antimafia di natura penale, processuale e amministrativa», come riportato dalla Relazione, bensì soltanto quelle concernenti le misure preventive;

           considerato che:

        una delle questioni cruciali per il nostro Paese, anche dal punto di vista economico, è rappresentata dalla risposta che il sistema giustizia è in grado di offrire al fenomeno della corruzione, che, oltre a determinare sacche di illegalità in ambiti pubblici e privati, costituisce una vera e propria "zavorra" per lo sviluppo e la crescita. E' evidente che una risposta a tale problema non può essere circoscritta al solo piano giudiziario, tuttavia occorre rilevare che il Consiglio d'Europa ha più volte sottolineato criticamente come la prescrizione del reati incida pesantemente, nel nostro Paese, sui processi per corruzione, invocando riforme che consentano di addivenire alle sentenze, come auspicato dal gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d'Europa e dal documento dell'Ocse del 2009 per un global legal standard;

        appare grave la persistente mancata realizzazione della riqualificazione del personale amministrativo della giustizia, momento fondamentale per l'efficienza del comparto, proposto dal disegno di legge n. 579 (maggio 2008) del Gruppo Italia dei Valori del Senato. Nessun procedimento di riorganizzazione può sperare di funzionare omettendo un corretto riconoscimento delle professionalità del personale dell'amministrazione giudiziaria, il cui sviluppo di carriera è rimasto da lungo tempo bloccato, nonché un adeguato accesso di personale qualificato dall'esterno. E' quindi necessario un programma di assunzioni, mediante concorso pubblico, di un cospicuo contingente di personale ed un percorso di valorizzazione delle professionalità esistenti, concertato con le organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori, nel rispetto delle indicazioni della Corte costituzionale in materia. Si consideri che il personale non ha visto riconosciuta, a differenza di quanto è avvenuto in altri settori della pubblica amministrazione, la progressione della carriera giuridica da almeno dieci anni, e si presenta, a causa dei ripetuti blocchi delle assunzioni disposti negli anni per motivi di cassa, intollerabilmente sottodimensionato e non rinnovato;

        con riferimento alla questione della revisione della geografia giudiziaria, vanno riscontrate talune problematiche recate dalla legge delega, in particolare con riferimento alla possibilità ivi prevista di sopprimere in talune realtà le sole procure circondariali, e non i tribunali di riferimento, istituendo procure intercircondariali; tale situazione, su cui si nutrono forti riserve, non consentirebbe l'esercizio della delega per lo svolgimento delle indagini, attualmente prevista nelle materie in cui è competente la cosiddetta procura distrettuale;

        il Gruppo Italia dei Valori del Senato, per dare risposte concrete ai mali effettivi della giustizia in Italia ha depositato molti disegni di legge, tutti finalizzati ad una maggiore efficienza ed incisività del sistema processuale, sia civile che penale, ritenendo prioritari per il miglioramento del servizio giustizia, interventi di riforma del regime dell'irreperibilità e del processo contumaciale. Basti citare l'Atto Senato 583 (maggio 2008) sulla certezza della pena e sui reati di maggior allarme sociale, l'Atto Senato 584 (maggio2008) recante disposizioni per l'accelerazione e la razionalizzazione del processo penale, nonché in materia di prescrizione, l'Atto Senato 1004 (settembre 2008) per la riforma del processo civile e tanti altri ancora. Questi testi, articolati e puntuali, contengono proposte capaci di incidere efficacemente sul sistema processuale e di voler offrire contributi migliorativi di assoluto rilievo. Il Gruppo Italia dei Valori del Senato ha altresì presentato, in riferimento a disegni di legge esaminati, numerosi ordini del giorno volti ad indicare e risolvere le problematiche suddette, che non hanno ricevuto la necessaria attenzione e considerazione. Parimenti, nessun riscontro concreto hanno finora avuto le proposte legislative di iniziativa parlamentare volte a rafforzare la normativa sugli illeciti societari e per il contrasto alla circolazione e all'impiego di capitali illeciti, dando finalmente autonoma rilevanza penale alle cosiddette condotte di «autoriciclaggio», come proposto dall'Atto Senato 1445 (marzo 2009) presentato dal Gruppo Italia dei Valori, in modo da punire adeguatamente l'utilizzo e l'occultamento dei proventi criminosi, da parte di coloro che hanno commesso il reato che ha generato detti proventi;

        occorre affrontare la complessa questione dei corrispettivi per le prestazioni di supporto tecnologico delle attività tecnico-investigative svolte dalle aziende che forniscono servizi ed attrezzature a noleggio per le intercettazioni telefoniche ed ambientali poste in essere dalla Polizia giudiziaria e disposte dalle Procure della Repubblica, nonché dei costi ad esso correlati. Considerato che nel nostro Paese, per le intercettazioni si spendono annualmente poco meno di 300 milioni di euro, cifra sicuramente elevata, effetto non già di un preteso abuso della prassi intercettativa che in realtà il numero delle persone effettivamente intercettate (meno di trentamila) non consente di denunciare, bensì di un poco accorto meccanismo di gestione delle risorse, dal momento che buona parte del costo è rappresentato dal noleggio delle apparecchiature preposte che, se acquistate direttamente, costerebbero, secondo gli studi dello stesso Ministero della giustizia, circa 50 milioni, a fronte di una situazione debitoria dello Stato verso le imprese del settore che ormai è giunta a sfiora i 500 milioni di euro. A ciò si aggiunga il costo di ciascuna operazione che lo Stato italiano, esempio forse unico in Europa, paga agli operatori del traffico telefonico quasi si trattasse di un qualsiasi privato cittadino. Appare pertanto opportuno riprendere il disegno di legge n. 2501, recante modifiche all'articolo 268 del codice di procedura penale in materia di impianti di intercettazione telefonica, che, sulla linea indicata dal progetto del Governo nella XV Legislatura, è finalizzato a concentrare le operazioni di captazione ed ascolto nel minor numero di strutture possibile, presso le Procure della Repubblica in modo da ridurre i soggetti che possano avere accesso alle informazioni riservate da esse emergenti e garantire conseguentemente il miglior livello di sicurezza nell'acquisizione e nel trattamento dei dati;

           considerato, ancora, che:

        con riferimento alle problematiche della situazione carceraria, non si può non rilevare il permanere di condizioni assolutamente paradossali, come quella di strutture terminata da molti anni e non ancora entrate in funzione, talune delle quali si presentano già obsolete, o come quella dei braccialetti elettronici, per la cui fornitura e gestione il Ministero della giustizia ha terminato quest'anno di pagare l'ultima rata decennale, per un totale di circa 110 milioni di euro, e che sono rimasti sostanzialmente inutilizzati. In materia di interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri, il Governo ha presentato alle Camere, per la conversione in legge, un decreto-legge con il quale dispone l'aumento da 12 a 18 mesi del periodo finale di esecuzione della pena che può essere scontato presso il proprio domicilio previsto dalla legge n. 199 del 2010, aumento che appare eccessivo e presta il fianco a notevoli perplessità, in particolare in quanto consentirebbe di applicare il beneficio a soggetti che hanno ricevuto un aumento di pena in quanto recidivi. Per altri aspetti il decreto non appare efficace in quanto l'idoneità delle camere di sicurezza esistenti nel nostro Paese ai fini proposti è assai dubbia e peraltro la popolazione detenuta per meno di 30 giorni e, in gran parte per meno di 10, rappresenta in realtà quasi la metà dei reclusi;

        l'annoso ed ormai drammatico problema del sovraffollamento carcerario costituisce una questione di legalità perché nulla è più disastroso che far vivere chi non ha recepito il senso di legalità e, quindi, ha commesso reati, in una situazione di palese contraddizione tra quanto normativamente definito e quanto attuato e vissuto. Sono in aumento i suicidi in carcere, così come sono in costante aumento le aggressioni nei confronti della Polizia penitenziaria e gli atti autolesivi. Proliferano altresì le malattie infettive, vero pericolo per tutti coloro che vivono e lavorano in carcere. A questo quadro occorre fornire adeguate e concrete risposte normative, di tipo strutturale, sotto il profilo degli investimenti di adeguamento delle strutture esistenti, oltre che in riferimento alla creazione di nuovi istituti penitenziari. Esistono, paradossalmente, alcuine strutture in cui non è possibile, per diversi motivi, ospitare i detenuti, spesso costruite e lasciate vuote da molti anni: esempio emblematico è rappresentato dal penitenziario di Arghillà (Reggio Calabria), irraggiungibile perché privo di una via di accesso;

        la popolazione delle carceri continua dunque a crescere, con tutte le relative conseguenze, mentre gli agenti penitenziari sono costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori, così come gli educatori, gli psicologi ed i medici. Il numero degli educatori è insufficiente. Risultano peraltro in aumento gli attacchi violenti al personale, che ormai in molti casi è demotivato, stanco per l'eccessivo carico di lavoro e comunque non adeguatamente retribuito. Esiste una problematica specifica connessa agli ospedali psichiatrici giudiziari italiani, che si caratterizzano per una grave situazione di sovraffollamento e fatiscenza delle strutture. Occorre procedere ad interventi finalizzati al loro definitivo e tempestivo superamento;

        valutato che l'articolo 27, comma terzo, della Costituzione sancisce solennemente che "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Tale indiscutibile principio di carattere finalistico ed educativo non può identificarsi, sotto il profilo statuale, solo con il pentimento interiore, con qualsiasi pena ed in qualsiasi condizione carceraria. Deve, pertanto, intendersi come concetto di relazione, rapportabile alla vita sociale e che presuppone un ritorno del soggetto nella comunità esterna. Rieducare il condannato significa riattivare il rispetto dei valori fondamentali del giusto rapporto con gli altri; deve intendersi come sinonimo di "recupero sociale" e di "reinserimento sociale". Ciò può avvenire solo in un quadro in cui siano evitate tutte le forme mascherate di amnistia e siano assicurate la certezza del diritto e della pena;

        considerato infine essenziale il perseguimento del principio di legalità e valutata l'ineludibilità dell'efficienza del sistema giudiziario per il contrasto prioritario alla criminalità organizzata, alla corruzione ed all'evasione fiscale e, quindi, per il progresso socio-economico del Paese;

        considerato positivamente il non interesse, da parte dell'Esecutivo, a procedere all'esame di disegni di legge sostenuti dal precedente Governo, con cui si voleva introdurre il cosiddetto processo lungo, la cosiddetta prescrizione breve e la restrizione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali;

        preso atto positivamente delle dichiarazioni del Ministro,

          invita il Governo a procedere lungo il programma tracciato, anche con attenzione alle proposte di legge già presentate, in particolare:

        ad intraprendere la strada di una riforma coerente e positiva di sistema, intervenendo sulla struttura del procedimento penale per eliminare gli ostacoli alla sua celere celebrazione, in modo da risolvere definitivamente i problemi della giustizia legati alla ragionevole durata del processo, anche in ragione dei pressanti inviti rivolti al nostro Stato ad esibire risultati concreti o piani d'azione realistici per porre rimedio alle gravi carenze strutturali. Ulteriori ritardi nell'assumere le opportune misure contribuirebbero significativamente alle accuse di violazione dei diritti umani e costituirebbero in ogni caso una seria minaccia al principio dello Stato di diritto;

        a sostenere l'esame e l'approvazione dei disegni di legge recanti interventi sistematici, tra i quali l'Atto Senato 3031 e l'Atto Senato 584 per l'accelerazione e razionalizzazione del processo penale ed in materia di prescrizione dei reati; l'Atto Senato 1004 concernente la riforma del processo civile; l'Atto Senato 838 recante revisione della disciplina processuale del lavoro; l'Atto Senato 579 per l'efficienza della giustizia per l'istituzione dell'"ufficio per il processo" e la riorganizzazione dell'amministrazione giudiziaria, nonché in materia di magistratura onoraria; l'Atto Senato 583 in materia di reati di grave allarme sociale e di certezza della pena; l'Atto Senato 581 in materia di diritto societario;

        a sostenere l'esame e l'approvazione del disegno di legge Atto Senato 850 recante la ratifica ed esecuzione della Convenzione penale sulla corruzione, fatta a Strasburgo il 27 gennaio 1999, approvato unanimemente in Commissione Giustizia ed Esteri il 7 giugno 2011;

        a sostenere altresì l'esame e l'approvazione - dando in tal modo seguito all'impegno assunto con l'ordine del giorno G1 accolto dal Governo nella seduta del Senato del 3 agosto 2010 - dei seguenti disegni di legge: l'Atto Senato 1445 in materia di "autoriciclaggio" e meccanismi di prevenzione applicabili agli strumenti finanziari; l'A.S. 2301 in materia di collaboratori di giustizia; l'Atto Senato 2199 in materia di scambio elettorale politico-mafioso; l'Atto Senato 582 in materia di assunzione nella pubblica amministrazione dei testimoni di giustizia;

        a sostenere l'approvazione dell'Atto Senato 2502 in materia di Fondo unico giustizia al fine di assegnare stabilmente il 49 per cento della totalità delle somme, e non solo di una quota parte delle stesse, al Ministero della giustizia ed al Ministero dell'interno ed il rimanente 2 per cento al bilancio dello Stato, dando concreta attuazione all'impegno, assunto con l'accoglimento di un apposito ordine del giorno (G104 del 15 dicembre 2010), a superare definitivamente il regime di ripartizione delle risorse introdotto dal febbraio 2009 aumentando le dotazioni riservate alla giustizia come previsto dell'ordine del giorno G.104 accolto nella seduta pomeridiana del Senato del 15 dicembre 2010;

        a voler favorire, per quanto di competenza, il sollecito esame del disegno di legge in materia di inasprimento delle pene ed esclusione dell'applicazione dell'istituto della sospensione condizionale della pena per reati concernenti l'evasione e l'elusione fiscale (Atto Senato 2912, Li Gotti e altri);

        a valutare positivamente la possibilità di istituire, attraverso opportuni provvedimenti, una Procura nazionale per la sicurezza sui luoghi di lavoro e, più in generale, di valutare una modifica all'articolo 19 del decreto legislativo n. 160 del 2006, nel senso di consentire la permanenza in servizio, presso lo stesso ufficio e per oltre i 10 anni, ai magistrati appartenenti a gruppi di lavoro specializzati, tenuto conto che la specializzazione nel lavoro giurisdizionale è essenziale e che l'esperienza di questi anni ha dimostrato l'efficacia dell'attività dei gruppi di lavoro specializzati che operano presso le Procure della Repubblica in tutta Italia;

        a provvedere urgentemente al reperimento delle risorse adeguate per assicurare un'efficiente e celere amministrazione della giustizia ed anche una riforma organica del processo sia civile che penale, con particolare riferimento al sistema delle comunicazioni e delle notificazioni per via telematica, in modo da consentire agli uffici giudiziari di gestire il carico degli adempimenti e di superare i ritardi nella trattazione dei processi determinati da meri problemi procedurali o formali;

        a prevedere - dando in tal modo seguito anche all'impegno assunto con l'ordine del giorno G102 accolto dal Governo nella seduta del Senato del 15 dicembre 2010 - un significativo incremento di personale nel comparto della giustizia, sia giudicante che amministrativo, con particolare riferimento ai servizi di cancelleria, assicurando inoltre un intervento urgente per garantire la verbalizzazione e la trascrizione degli atti presso tutti i singoli uffici giudiziari, quale passaggio fondamentale per lo svolgimento dei processi penali;

        a reperire le necessarie risorse finanziarie per salvaguardare i livelli retribuitivi degli operatori della giustizia e del settore carcerario, nonché - soprattutto - per l'edilizia penitenziaria, prevedendo l'ampliamento e l'ammodernamento delle strutture esistenti con piena trasparenza e nel rispetto delle normative comunitarie, assicurando l'attuazione dei piani e dei programmi a tal fine previsti da precedenti leggi finanziarie, anziché a fare ricorso soltanto a procedure straordinarie in deroga alla normativa sugli appalti di lavori pubblici;

        valutata la necessità, anche al fine di sopperire al permanere della scopertura degli uffici giudiziari, con particolare riferimento alle sedi che si trovano in aree più esposte alla criminalità organizzata, a provvedere ad una conseguente rimodulazione del numero di magistrati in distacco presso il Ministero della giustizia e presso le altre amministrazioni centrali e periferiche dello Stato;

        a riavviare il confronto con le rappresentanze sindacali del personale amministrativo e dirigenziale al fine di un confronto concreto e costruttivo sulle problematiche del settore e degli operatori; a convocare, parimenti, i sindacati di polizia penitenziaria e le rappresentanze di tutto il personale penitenziario ed a reperire adeguate risorse per consentire di colmare la grave e perdurante scopertura di organico del personale;

        ad informare il Parlamento sui lavori e i risultati del gruppo istituito con il precipuo compito di elaborare proposte di riorganizzazione dei circuiti detentivi e di possibili interventi normativi finalizzati a ridurre il sovraffollamento carcerario;

        a voler mettere in atto ogni iniziativa volta alla predisposizione di strategie di investimenti di lungo periodo volte alla informatizzazione e digitalizzazione del comparto giustizia;

        a fornire al Parlamento un elenco completo delle strutture penitenziarie già edificate e pronte all'utilizzo che, tuttavia, non sono state ancora rese operative, evidenziando le motivazioni che sottostanno al mancato utilizzo delle stesse e le misure che si intende assumere per rimuovere immediatamente gli ostacoli;

        a disporre le opportune verifiche all'interno degli istituti penitenziari - compresi gli ospedali psichiatrici giudiziari, in vista del loro definitivo superamento - al fine di accertare che le condizioni strutturali, le risorse economiche e strumentali disponibili assicurino che non sia posta in essere alcuna violazione del diritto a non subire trattamenti degradanti o vessatori di natura fisica o psicologica;

        a valutare il prioritario adattamento delle strutture esistenti, ove possibile, in luogo della moltiplicazione di procedure speciali e derogatorie alla vigente normativa edilizia e delle opere pubbliche;

        a valutare, in tale contesto, anche l'opportunità di una diversa utilizzazione di immobili ad uso penitenziario siti nei centri storici che si rivelino non adattabili procedendo alla realizzazione di nuovi e moderni istituti penitenziari in altri siti, assicurando sempre nell'affidamento dei lavori il pieno rispetto della normativa nazionale e comunitaria vigente;

        a reperire le necessarie risorse finanziarie per salvaguardare i livelli retribuitivi degli operatori della giustizia e del settore carcerario, nonché per l'edilizia penitenziaria prevedendo, nel rispetto della normativa vigente, la realizzazione di nuove strutture solo ove necessario e, con priorità, l'ampliamento e l'ammodernamento di quelle esistenti che siano adattabili, assicurando anche l'attuazione dei piani e dei programmi a tal fine previsti da precedenti leggi finanziarie, in luogo del ricorso a procedure straordinarie in deroga alla normativa sugli appalti di lavori pubblici;

        ad incoraggiare un significativo miglioramento della qualità di preparazione del personale penitenziario adibito alla custodia a qualsiasi livello gerarchico, attraverso processi di formazione che non si fermino alla fase iniziale di impiego ma accompagnino l'operatore lungo l'intera sua attività lavorativa, e che abbiano tra i propri obiettivi quello di istruire in merito ai diritti umani e ai meccanismi di prevenzione delle loro violazioni, nonché ai percorsi di reinserimento sociale delle persone detenute. Una cultura della Polizia penitenziaria improntata in questo senso, oltre ad apportare un beneficio all'intero sistema e a dargli un indirizzo più attento al trattamento in generale, eviterebbe inutili conflittualità spesso all'origine di rapporti disciplinari ostativi di benefici penitenziari e modalità alternative di espiazione della pena;

        a convocare i sindacati di Polizia penitenziaria e le rappresentanze di tutto il personale penitenziario al fine di un confronto concreto e costruttivo sulle problematiche delle carceri e degli operatori;

        ad assumere iniziative per lo stanziamento di fondi necessari per completare l'organico degli operatori, compresi psicologi ed educatori, previsti dalla pianta organica attualmente vigente presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, considerato che lo sforzo economico da sostenere è esiguo ma necessario per far funzionare meglio ed in modo più umano una branca importantissima del nostro sistema giustizia, che non può più attendere;

        a sostenere iniziative al fine di promuovere, con adeguati provvedimenti organizzativi e di finanziamento, l'attuazione del diritto al lavoro in carcere, sotto il profilo educativo e, più in generale, sotto quello economico, anche attraverso l'utilizzo di cooperative esterne, sulla base di positive esperienze già registrate in altri Paesi dell'Unione europea;

        ad informare il Parlamento sull'attuale ed effettivo stato di utilizzo degli strumenti tecnici di controllo a distanza dei soggetti condannati agli arresti domiciliari ovvero all'obbligo di dimora (cosiddetti braccialetti elettronici) sulle verifiche dell'efficacia di tali strumenti, sui costi unitari dei braccialetti in questione e sulle condizioni contrattuali per il loro utilizzo;

        a preservare e potenziare l'attuale strutturazione ed organizzazione della giustizia, evitando ed impedendo lo smembramento con il passaggio delle professionalità in carico ad essa ad altri rami dell'amministrazione della giustizia, che non ne trarrebbero vantaggio data l'esiguità del numero di unità di personale, adeguatamente modellando il decreto attuativo della ristrutturazione del settore in modo da perseguire quell'obiettivo;

        a potenziare il settore fornendolo degli strumenti operativi e finanziari necessari per perseguire l'obiettivo del recupero sociale di cittadini particolarmente vulnerabili ed indifesi anche a cagione della loro età minore.

(6-00097) (17 gennaio 2012) n. 4

MURA, DIVINA, CASTELLI.

Il Senato,

        udite le comunicazioni del ministro Guardasigilli sull'amministrazione della giustizia, ai sensi dell'articolo 86 del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, come modificato dall'articolo 2, comma 29, della legge 25 luglio 2005, n. 150,

          premesso che:

        risulta necessario dare corso in via prioritaria ad una riforma organica della giustizia per realizzare un effettivo miglioramento della qualità dell'amministrazione della giustizia, che al contempo garantisca ai cittadini il diritto a poter usufruire di un sistema giudiziario efficiente;

        sono pendenti oltre 5 milioni di cause civili e oltre 3 milioni e mezzo di processi penali, cosicché uno dei problemi più impellenti che affliggono la giustizia italiana concerne la ragionevole durata del processo, in applicazione dell'articolo 111 della Costituzione e dell'articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo concernente il diritto ad un processo equo;

        stupisce che il primo intervento del Ministro della giustizia sia stato quello di affrontare in modo settoriale l'emergenza carceri attraverso il decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211, mentre, al contrario, ragioni di opportunità dettate dall'attuale crisi del "sistema Paese" avrebbero dovuto determinare un impegno immediato per il rilancio del comparto giustizia sia in termini di investimenti che di personale, onde garantire al cittadino un servizio efficiente e funzionale che, oltretutto, contribuisce in modo significativo allo sviluppo e alla competitività economica delle imprese e del Paese;

        attraverso la riforma del processo civile, il precedente Governo ha dettato proposte innovative per migliorare l'efficienza processuale e garantire la speditezza della causa, tanto da far registrare una sensibile diminuzione dell'arretrato civile, come riconosciuto in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario scorso;

        analogamente è avvenuto in tema di risoluzione alternativa delle controversie, più esattamente con la conciliazione e mediazione, con cui sono stati razionalizzati gli strumenti utili a deviare una parte del contenzioso verso sedi diverse dalla giurisdizione, con la creazione di una disciplina generale di riferimento sulla quale declinare le diverse discipline di settore, dove l'eccessiva eterogeneità del quadro normativo aveva finito per incidere negativamente sulle capacità deflattive di queste forme di tutela;

        sul fronte della politica penitenziaria, come sopra sottolineato, le urgenti misure appena varate con il decreto-legge che, ad avviso del Ministro, dovrebbero servire a deflazionare in modo significativo la popolazione degli istituti di pena, risultano poco funzionali;

        considerato che le camere di sicurezza - che dovrebbero ospitare, entro 48 ore dal fermo di polizia, persone arrestate per reati minori e in attesa di giudizio - sono poche ed inadatte ad ospitare i detenuti in condizioni minime di dignità, ed inoltre le Forze di polizia non sono organizzate né attrezzate per la custodia degli arrestati, ne consegue che la soluzione prospettata dal Ministro per l'emergenza carceri comporterà conseguenze gravose soprattutto per le Forze di polizia ed i carabinieri;

        considerato inoltre che il Ministro, tra i primi interventi proposti con il decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 212, recante "Disposizioni urgenti in materia di composizione delle crisi da sovraindebitamento e disciplina del processo civile", attualmente all'esame della 2a Commissione permanente (Giustizia) del Senato, ha mostrato di non saper superare il periodico ricorso alle proroghe - seppur urgenti e necessarie - per il personale della magistratura onoraria, mentre sarebbe stato più opportuno proporre una definitiva soluzione dei problemi di questa indispensabile categoria di operatori del diritto;

        evidenziato che la professione forense deve essere considerata nella sua specificità di figura professionale, e pertanto ogni intervento riformatore deve tutelare l'indipendenza e l'autonomia, oltre ad innovare le condizioni di accesso e i requisiti di preparazione ed irrobustirne le verifiche deontologiche, ponendola al riparo da interventi settoriali varati in un'ottica esclusivamente "economicistica" come si deduce dalle anticipazioni delle future iniziative legislative,

           non le approva e impegna il Governo in materia di amministrazione della giustizia:

        a dare corso ad una riforma del processo penale che dovrebbe contenere alcuni punti irrinunciabili, come l'attenuazione o l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, in modo da non assoggettare la stessa all'arbitrio delle procure; una modifica ordinamentale basata sul principio dell'effettiva separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti; la revisione della legge sulla responsabilità civile dei magistrati per garantire ai cittadini, ingiustamente danneggiati da provvedimenti giudiziari, il risarcimento integrale dei danni subiti, con clausole di salvaguardia tese ad evitare il pericolo di azioni intimidatorie e strumentali;

        ad assumere ulteriori iniziative per semplificare il processo civile tali da assicurare la ragionevole durata dei processi, con la garanzia però della speditezza, concentrazione e accuratezza nella trattazione delle cause;

        ad attivare immediatamente la Scuola superiore della magistratura con sede nella città di Bergamo, istituita con decreto legislativo 30 gennaio 2006, n. 26, del Ministro della giustizia pro tempore Roberto Castelli, secondo le modalità definite nel protocollo d'intesa firmato dal Ministro pro tempore Angelino Alfano con i rappresentanti della Provincia e del Comune di Bergamo il 29 settembre 2008;

        a presentare un progetto di riforma complessiva della magistratura onoraria, prevedendo ai sensi del comma 2 dell'art. 106 della Costituzione la nomina elettiva degli stessi, per la definizione delle problematiche dei giudici non togati, che amministrano parte cospicua del contenzioso sia civile che penale e rappresentano un fondamentale ed indefettibile pilastro della giurisdizione, garantendo la soluzione dei processi in tempi brevi, pur ricevendo retribuzioni inadeguate in rapporto all'alta funzione svolta al servizio dello Stato e del cittadino;

        ad assicurare l'effettività del sistema sanzionatorio, soprattutto in riferimento a reati particolarmente gravi, facendo sì che la pena detentiva irrogata sia effettivamente scontata, e al contempo ad assumere iniziative normative per introdurre specifiche sanzioni sostitutive di attività sociale, fondamentali per attribuire alla pena una reale valenza rieducativa, utile al reinserimento sociale del reo, ferma restando l'inflessibilità nell'applicazione dell'articolo 41-bis per ogni forma di criminalità organizzata di tipo mafioso;

        a reperire le risorse finanziarie necessarie a salvaguardare i livelli retributivi degli operatori della giustizia ad ogni livello (anche del settore carcerario), nonché per l'edilizia penitenziaria, prevedendo nuove strutture o l'ampliamento e l'ammodernamento di quelle esistenti, assicurando anche l'attuazione dei piani e dei programmi a tal fine previsti da precedenti leggi finanziarie;

        a promuovere, in tempi rapidi, l'auspicata riforma dell'ordinamento forense giacente in Parlamento per garantire all'avvocatura un ruolo in linea con la normativa comunitaria e con la funzione prevista dalla Carta costituzionale, contemporaneamente stralciando le norme che riguardano tale tema dai provvedimenti di urgenza .

Allegato B

Testo integrale dell'intervento della senatrice Della Monica nella discussione sulla relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia

Ringrazio il Ministro della Giustizia, professoressa Paola Severino, per le comunicazioni asciutte ed essenziali, che peraltro non prescindono da una riflessione sulla grave situazione che caratterizza la giustizia nel nostro Paese e sui possibili rimedi da mettere in atto.

La legislatura iniziata nel 2008 avrebbe dovuto dare l'avvio di una fase nuova, che avrebbe dovuto rifiutare l'idea di giustizia come terreno di scontro e porre al centro dell'attenzione i problemi del sistema giudiziario come servizio ai cittadini e alle imprese, per recuperare competitività al Paese ed efficienza soprattutto sul terreno della durata dei processi, in particolare nella giustizia civile senza ovviamente tralasciare i tempi della giustizia penale. Il bilancio di oltre tre anni di legislatura è stato invece negativo, poiché per oltre tre anni si sono sviluppate soprattutto iniziative legislative di corto respiro, piuttosto che riforme riconducibili alla coerenza del sistema e agli interessi generali.

Lei, signora Ministro, con le sue comunicazioni si fa parte diligente di una sfida che sembra possibile vincere e apre convintamente una nuova stagione, tesa a restituire alla giustizia il ruolo di servizio efficiente per i cittadini e per le imprese, volta al soddisfacimento di interessi generali attraverso l'individuazione di priorità di intervento, che noi - come PD - fin dall'inizio della legislatura avevamo indicato: la giustizia civile, il carcere e l'organizzazione giudiziaria. La sua relazione dimostra la consapevolezza (da noi condivisa) che la giustizia può divenire da pesante costo per il Paese un volano per un'economia competitiva. E questo scorcio di legislatura è l'occasione non più rinviabile, in una valutazione realistica e nell'ambito di una delicatissima fase politica ed economica, delle riforme concretamente realizzabili. Ma se gli obiettivi non possono essere che concreti e limitati, tali non devono essere la prospettiva e il respiro degli interventi da realizzare.

Lei, signora Ministro sta, innanzitutto, per realizzare una riforma strutturale in una materia ritenuta uno dei punti qualificanti di ogni intervento in materia di giustizia, un intervento fortemente voluto e prospettato dal Partito Democratico: la revisione di una geografia giudiziaria, caratterizzata da circa 1500 uffici, distribuiti secondo criteri risalenti a due secoli fa. È indispensabile che nel dare seguito alla delega Lei vada avanti con coraggio, pur senza sottovalutare i problemi delle singole aree geografiche e dei contesti economici e di criminalità, come del resto ha esposto nella sua relazione. La riforma consentirà una migliore efficienza della giustizia anche sotto il profilo della specializzazione dei magistrati.

Lei, signora Ministro ha preannunziato interventi incisivi per la giustizia civile e per il settore penale, andando nella direzione del cosiddetto penale minimo e della depenalizzazione, che costituiscono un cardine della riforma del diritto penale e un'inversione di tendenza; lei ci ha preannunziato un forte contrasto alla economia illegale e alla evasione fiscale, inoltre ha inteso intervenire sul problema delle carceri, la cui drammatica situazione è stata denunciata a più riprese dal Presidente della Repubblica.

Procederò per singoli punti, iniziando dalla questione carceri. In proposito apprezziamo gli interventi e la stessa attenzione sul carcere e sulle sue perenni emergenze, non declinate (finalmente) solo in termini di esigenze di edilizia penitenziaria, ma volte invece a rendere il carcere davvero l'extrema ratio che è necessario sia. In tal senso si auspica che possa essere arricchito il disegno legge atto Senato 3074, in modo da favorire ed estendere le condizioni di applicabilità delle misure alternative alla detenzione.

Ancora su questo versante, guardiamo con favore all'annunciata proposta del Governo di introdurre nel codice penale, quale sanzione principale, una misura di carattere detentivo non carceraria (la detenzione domiciliare), che davvero potrebbe restituire al carcere quella natura di sanzione residuale che deve necessariamente connotarlo.

Tuttavia, nessuna modifica alla legge n. 354 del 1975 può realmente avere efficacia deflattiva sul carcere in assenza di una revisione di norme di carattere sostanziale (incriminatrici) che, più di ogni altra, favoriscono gli ingressi in carcere. Si pensi, in particolare, alla disciplina della recidiva, che, come modificata dalla legge Cirielli n. 251 del 2005 (e resa aspecifica e "perpetua"), priva sostanzialmente coloro che siano stati dichiarati recidivi della possibilità di fruire di misure alternative. Analoga portata limitativa dei benefici penitenziari ha l'attuale disciplina degli stati di tossicodipendenza, che riduce appunto, per i condannati tossicodipendenti, le possibilità di fruire dell'affidamento in prova al servizio sociale, ovvero dell'unica misura realmente special-preventiva, rieducativa, in questi casi. Su questi temi il PD ha presentato non solo diversi disegni di legge ma anche specifici emendamenti al disegno di legge n. 3074, sui quali è auspicabile un sostegno del Governo nel corso dell'iter parlamentare.

Dall'altro lato, parallelamente alla riduzione degli ingressi in carcere (che dovrebbe conseguire all'estensione di misure alternative alla detenzione e alla previsione di pene principali di carattere extracarcerario), è necessario rendere effettivi i diritti di chi in carcere permane, impedendo abusi che troppo spesso si verificano. In tal senso si muove, in particolare, l'emendamento del PD (a mia prima firma) sulla giurisdizionalizzazione del reclamo, volto a garantire l'effettiva tutela dei diritti dei detenuti rispetto ad atti dell'amministrazione penitenziaria, rispetto ai quali oggi non sono previsti rimedi giurisdizionali adeguati. Tale misura sarebbe il necessario complemento della previsione della Carta dei diritti dei detenuti che il Ministro, condivisibilmente, ha introdotto e che potrebbe essere affiancata dall'istituzione del Garante dei diritti dei detenuti.

Infine, l'approvazione in Commissione dell'emendamento proposto dal senatore Marino, sottoscritto dal gruppo del PD e fatto proprio dal relatore senatore Maritati, sugli ospedali psichiatrici giudiziari sembra essere la strada giusta per superare questi luoghi di estremo orrore in favore di strutture completamente sanitarizzate all'interno, e tuttavia garantite dalla presenza della polizia penitenziaria all'esterno, al fine di coniugare esigenze di cura degli internati e difesa sociale.

Quanto al contrasto alle mafie e alla corruzione; in questo settore un'innovazione importante si è avuta indubbiamente con il decreto-legge istitutivo dell'Agenzia dei beni confiscati, che ha tra l'altro apportato significative modifiche (molte delle quali suggerite già da tempo dal PD) alla disciplina delle misure di prevenzione.

Il codice delle leggi antimafia non ha invece apportato reali modifiche alla disciplina vigente, in ragione del suo carattere meramente compilativo. Questo è il principale limite del codice, da cui discende anche l'esigenza di ulteriori, importanti modifiche, in relazione, ad esempio, ad una novella all'articolo 416-ter che estenda, in particolare, la pena ivi sancita anche a chi si adopera per far ottenere la promessa di voti prevista dal terzo comma dell'articolo 416-bis e disponendo inoltre che, oltre alla erogazione di denaro, anche il trasferimento di «qualunque altra utilità» ovvero «la disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell'associazione mafiosa» possano rientrare tra le finalità del delitto. In tal modo l'oggetto dello scambio potrà superare la semplice dotazione di denaro in cambio dei voti e conferire maggior concretezza alla disposizione.

È poi necessario apportare modifiche a fattispecie complementari ai reati di mafia strettamente intese come l'autoriciclaggio, ovvero alla disciplina della collaborazione, con particolare riferimento, ai tempi e alla durata della stessa (si pensi al caso Spatuzza), e quindi all'esigenza di configurare un sistema nel quale la richiesta di assegnazione di un termine ulteriore da parte del procuratore della Repubblica sia soggetta alla verifica del giudice per le indagini preliminari, che sarebbe chiamato a valutare la sussistenza di comprovate e documentate esigenze.

Infine, un effettivo contrasto alle mafie presuppone un'azione di contrasto non meno efficace alla corruzione, in ragione del nesso che spesso avvince i due fenomeni. In tal senso, in attesa dei lavori della Commissione governativa appositamente istituita, è opportuno riprendere l'esame dei disegni di legge in materia, volti in particolare a introdurre nel codice penale le modifiche necessarie a dotare la magistratura e la polizia giudiziaria degli strumenti necessari a tale azione di contrasto, oltre che a ratificare la Convenzione di Strasburgo. Si pensi, in tal senso, all'esigenza di intervenire su settori trasversali quali (non solo il già ricordato autoriciclaggio e la prescrizione, ma anche) le false comunicazioni sociali, la falsa fatturazione, la disciplina degli appalti, la previsione di adeguate cause di incompatibilità nell'assunzione di incarichi pubblici. E si consideri infine l'esigenza di ridefinire il settore dei delitti contro la pubblica amministrazione, in termini di pene e di nuove figure di reato introducendo la fattispecie del traffico di influenze. È infine auspicabile introdurre, all'interno della sezione del codice penale relativa ai delitti contro l'industria e il commercio, il delitto di corruzione nel settore privato (estensibile agli enti in virtù del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231), consistente nella condotta di induzione, sollecitazione o ricezione di denaro od altra utilità, o nell'accettazione della relativa promessa, per compiere od omettere un atto, in violazione di un dovere, qualora ne derivino o possano derivarne distorsioni della concorrenza nel mercato ovvero danni economici all'ente o a terzi, anche attraverso una non corretta aggiudicazione o una scorretta esecuzione di un contratto. Tale fattispecie consentirebbe, ben più dell'articolo 2635 del codice civile, di adeguare il dettato normativo alla realtà attuale e alle concrete caratteristiche del fenomeno corruttivo in Italia.

In materia, il nostro sistema, pressocché unico in campo europeo, consente il decorso dei termini di prescrizione per tutta la durata dei tre gradi di giudizio. Non è forse il caso di interrogarsi anche a fini deflattivi di tecniche dilatorie (impugnazioni, in particolare) se il sistema non vada modificato? Se non debba essere modificata la legge Cirielli che ha ridotto i termini di prescrizione per gli incensurati e tanto negativamente incide sul contrasto alla corruzione?

Quanto all'eccessiva durata dei processi, con riguardo ai processi penali. Al fine di risolvere, o quantomeno contenere questo problema strutturale della giustizia italiana, è necessario coniugare modifiche alle norme processuali con misure di carattere sostanziali. Sotto il primo profilo, dunque, è auspicabile che il Governo sostenga le proposte presentate dal PD sullo specifico tema dell'accelerazione e della razionalizzazione del processo penale, basate essenzialmente sulla soppressione di quelle procedure farraginose - non giustificate da una effettiva funzione garantista - che il codice prevede e che spesso sono strumentalizzate al fine di lucrare la prescrizione. Si pensi, ad esempio, all'esigenza di rendere meno borbonica la procedura per le notificazioni; alla previsione della sospensione del processo per irreperibilità dell'imputato; alla soppressione dell'avviso di cui all'articolo 415-bis, laddove l'indagato abbia già ricevuto l'informazione di garanzia o atti equipollenti che lo rendano edotto dell'esistenza di indagini a suo carico e sempre che non sia mutata la configurazione del reato; all'introduzione dell'udienza di programma; alle modalità 'brevi' di redazione della sentenza in caso di proscioglimento o assoluzione; alla estensione agli adulti dell'istituto della messa alla prova (probation), che ottima prova di sé ha dato nel giudizio minorile.

Ovviamente, nessuna di queste misure di carattere processuale può in alcun modo scindersi da una profonda revisione delle norme sostanziali che più stretta connessione hanno con il processo: si pensi, in primo luogo, alla già richiamata disciplina della prescrizione, che, a seguito della legge Cirielli, rischia di vanificare totalmente la possibilità di giungere a sentenza nei termini. O si pensi ancora all'introduzione di misure (di impatto certamente deflattivo, ma dalla valenza assiologica e simbolica di grande rilievo), quali l'irrilevanza penale del fatto, il proscioglimento per particolare tenuità o la depenalizzazione di contravvenzioni bagatellari.

Queste misure sono realisticamente suscettibili di approvazione in poco tempo e con un consenso anche ampio, senza attendere i tempi - necessariamente più lunghi - dell'attuazione di una delega sulla riforma del codice penale (anche solo della sua parte generale), che pure sarebbe auspicabile, ma probabilmente in uno spazio temporale più ampio.

Con riguardo ai processi civili, al fine di ridurre l'eccessiva durata dei procedimenti civili - che, come è noto, ha implicazioni fortemente negative, tra l'altro, sull'economia italiana - è necessario intervenire su di un settore non toccato dalla riforma del processo civile di cui alla legge n. 69 del 2009, ovvero la fase dell'esecuzione. Nessuna modifica, sia pur rilevante, del giudizio di cognizione, può infatti avere una reale portata deflattiva del contenzioso e migliorativa dell'efficienza della giustizia civile, se scissa da interventi sulla fase esecutiva, ad oggi caratterizzata da procedure farraginose e da formalismi che, lungi

dall'avere un valore garantista, allungano inutilmente i tempi del giudizio.

È pacifico, poi alla luce dei dati riportati nella sua relazione, che, dopo tre anni di legislatura del Governo Berlusconi, i provvedimenti legislativi varati in questa legislatura non hanno avuto la portata deflattiva annunciata. Sicuramente non l'ha avuta il provvedimento riguardante il rito processuale di cognizione sommaria della legge del 2009, né l'attuazione della delega sulla semplificazione dei riti civili, contenuta nel recente decreto legislativo n. 150 del 2011, che non ha colto tutte le aspettative verso quella auspicata unificazione e riduzione dei riti in relazione alle esigenze di tutela differenziata delle situazioni giuridiche soggettive. Per cui, Ministro, le chiedo di prendere in considerazione la proposta della effettiva unificazione dei riti, prendendo a modello quello del processo del lavoro.

Venendo ai carichi di lavoro degli uffici giudiziari, come lei ha sottolineato, quelli maggiormente gravati sono le corti d'appello, dove, peraltro, il contenzioso viene moltiplicato delle richieste di equo indennizzo per la irragionevole durata dei processi per la legge Pinto.

Riporto al riguardo quanto evidenziato dal Presidente della Corte di cassazione, dottor Ernesto Lupo, nella relazione inaugurale dell'anno giudiziario 2011: «Particolarmente consistente è il carico derivante dalle controversie di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, promosse ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, gravante in unico grado di merito sulle corti di appello, con una pendenza che ha raggiunto il numero di 44.357 procedimenti (+6.964 rispetto al 2009, pari a +18,6 per cento), malgrado il forte incremento delle definizioni, pari a 26.125 (+22,7 per cento), ancora inferiore, però, alle sopravvenienze (33.194) a loro volta cresciute dell' 1,7 per cento». Quindi la forte e crescente incidenza di tali giudizi sul complessivo carico di lavoro delle corti, sull'impegno dei singoli consiglieri e sulla stessa funzionalità degli uffici, nonché la constatazione che anche nella trattazione di tali giudizi si verifica una frequente violazione del termine ragionevole di durata, con la paradossale conseguenza di applicazione della legge Pinto con riferimento alla durata dei giudizi inerenti alla violazione della stessa legge, rendono opportuna una modifica del sistema.

Secondo il presidente Lupo, in una logica deflattiva, in tali tipi di procedimento sarebbe auspicabile un maggior apporto collaborativo da parte dell'Amministrazione, sia in termini di spontaneo adempimento dell'obbligo d'indennizzo, che di ricerca di accordi transattivi, tenuto conto degli ormai consolidati indirizzi giurisprudenziali della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte di cassazione formatisi in materia, che consentono di formulare ragionevoli previsioni sulla sorte dei giudizi di equa riparazione via via intrapresi.

Inoltre, come osserva il Primo Presidente, assume rilievo anche il principio dell'interesse alla proposizione del ricorso per equa riparazione, quando il valore del giudizio presupposto, come spesso accade, è di modestissima entità e comunque inferiore all'entità degli indennizzi normalmente riconosciuti in ragione del protrarsi della durata non ragionevole del processo, oppure nei casi in cui nel giudizio presupposto la istanza è rigettata per manifesta infondatezza e risulti dimostrata in atti la piena consapevolezza da parte del ricorrente dell'insuccesso a cui la sua iniziativa giudiziaria è destinata.

Pertanto, una volta che ormai, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di cassazione, si sono formati e stabilizzati i parametri di riferimento circa i criteri di indennizzo, potrebbe prevedersi una procedura deflattiva, degiurisdizionalizzando la decisione sulle richieste di risarcimento di cui alla legge Pinto attribuendola ad un organo diverso dalla giurisdizione civile. La misura potrebbe essere realizzata attraverso l'affidamento della liquidazione delle somme determinate alle prefetture sulla base dei criteri già ormai ben codificati dalla Cassazione.

Quanto alla media conciliazione, disciplinata dal decreto legislativo n. 28 del 2010 vogliamo essere chiari: come PD abbiamo sostenuto e presentato proposte in tema di conciliazione, ma non abbiamo condiviso il suo carattere obbligatorio, che si pone come condizione di procedibilità e, inoltre, non ha avuto quegli effetti deflattivi che sono stati annunciati e sperati.

Nella sua relazione non sono enfatizzati risultati, e d'altronde è giusta una riflessione, perché siamo in attesa di un'importante pronuncia della Corte costituzionale proprio sul punto della obbligatorietà della media conciliazione. Noi siamo convinti che debba essere promossa una mediazione basata sulla volontaria cooperazione, che si deve realizzare attraverso un rinnovato percorso culturale volto, appunto, a una soluzione non conflittuale delle controversie. È un percorso difficile, ma non impossibile, che non può derivare, a nostro avviso, da un sistema di coazione.

Quanto alle impugnazioni e ai costi della giustizia, sul piano degli interventi processuali occorre rivedere i meccanismi delle impugnazioni, sia in civile sia in penale. È ormai acquisito il dato che, mentre il nostro giudizio di primo grado si svolge in tempi non troppo dissimili dal resto d'Europa, veniamo a trovarci fuori di qualsiasi comparazione per la durata dell'insieme dei nostri tre gradi di giudizio, che si caratterizzano per un appello di circa quattro anni ed oltre ed un giudizio di cassazione di circa tre anni. L'attuale sistema dei mezzi di impugnazione va ripensato in relazione al principio della ragionevole durata del processo, al contesto europeo, alle risorse di cui dispone il Paese e alla necessità di delimitazione dei motivi di impugnazione. Il che ci riporta, tra l'altro, alla necessità di intervenire sul sistema della legge Pinto.

Non è poi accettabile, se non a discapito dei diritti e delle garanzie, un sistema incentrato sul ricorso sistematico, per dissuadere i cittadini dal rivolgersi alla giustizia e ridurre il contenzioso, all'aumento dei contributi per le impugnazioni.

Con riguardo a misure strutturali, trasversali, indubbiamente una maggiore efficienza dell'azione giudiziaria presuppone un incremento dell' organico del personale magistratuale e amministrativo, senza il quale è evidente che nessuna riforma può dare i risultati sperati. È inoltre indispensabile prevedere misure strutturali che consentano di migliorare l'organizzazione del lavoro negli uffici giudiziari. In tal senso, il PD ha proposto l'istituzione dell'Ufficio per il processo, capace di favorire, sia nel settore civile che nel settore penale, l'efficienza dell'attività giurisdizionale, migliorando le risorse a disposizione e prevedendo al contempo la possibilità per gli uffici giudiziari di avvalersi di giovani (dottorandi, praticanti avvocati) che, fornendo il proprio contributo all'attività preparatoria, potranno d'altro canto avere l'opportunità di un'importante esperienza formativa. Tale istituto si muove del resto nella direzione di quanto previsto dal disegno di legge n. 98 del 2011, rendendo tuttavia strutturale la misura prevista e disciplinandone più nel dettaglio le modalità di funzionamento.

Quanto poi alle riforme di modernizzazione e digitalizzazione, bisogna considerare che determinano costi iniziali consistenti, che peraltro costituiscono investimenti, alla lunga, produttivi: si tratta di un obiettivo che deve essere razionalmente e concretamente perseguito, anche in linea con le priorità dell'Unione europea e con l'esigenza di garantire un monitoraggio dell'efficienza della giurisdizione. Occorre, pertanto, un piano assolutamente trasparente sulle risorse destinate all'informatizzazione, sui progetti, le priorità, le modalità di attuazione, con un obbligo di bilancio preventivo e di rendicontazione annuale analitica che consenta di verificare le risorse impiegate, gli obiettivi da raggiungere e quelli già raggiunti.

Cambiare la giustizia si può, cambiare la giustizia in Italia è possibile: se si ha la volontà politica nel giro di qualche anno si può consentire al sistema giustizia di funzionare meglio, di rispondere alle aspettative delle imprese e ai bisogni di tutti i cittadini.

In questa direzione intendiamo muoverci, in un rapporto di leale collaborazione istituzionale, approvando le sue comunicazioni.

Integrazione all'intervento del senatore Bruno nella discussione sulla relazione del Ministro della giustizia sull'amministrazione della giustizia

Occorre, infatti, valutare i benefici, anche da un punto di vista economico, che potrebbero derivare dallo spostamento di una sede giudiziaria e dal suo accorpamento.

In termini più generali, il Ministro della giustizia di un passato Governo individuava in 8 miliardi di euro annui il costo della giustizia. Nulla era dato sapere sui benefici prodotti da tali spese. Costituirebbe un autentico cambio di rotta la decisone di avviare, nella direzione di bonificare le aree di inefficienza, un percorso di bilanciamento tra l'ammontare della spesa della macchina giudiziaria e gli effetti che da essa promanano, dandone evidenza al Paese.

La scelta di restituire efficienza alla geografia giudiziaria deve, quindi, essere inappuntabile: per esserlo deve ponderare, sul singolo caso, le condizioni territoriali, i carichi di lavoro esistenti, il rapporto costi-benefici derivanti dalle modifiche e, soprattutto, sterilizzare le posizioni corporative di quanti intendono cristallizzare le situazioni in essere.

In verità noi crediamo che qualcosa in più di quanto contenuto nella relazione si potrebbe anche osare. Con rispetto del lavoro del Governo pensiamo, ad esempio, ad alcune questioni specifiche.

Sul tema delle intercettazioni telefoniche, in considerazione dell'ampia maggioranza che sostiene il Governo, sussistono, a nostro avviso, spazi per convogliare gli sforzi del Parlamento nella direzione di adottare una legislazione coerente con la necessità di salvaguardare questo imprescindibile strumento di indagine e che tenga conto, al tempo stesso, della loro utilizzazione per le sole finalità per le quali sono state adottate senza dover registrare abusi di sorta e senza che si rinunci a nessuno dei diritti riconosciuti dalla Costituzione.

Occorre procedere ad una revisione della legge sul gratuito patrocinio. Gli attuali parametri per accedere al beneficio vanno aggiornati alla luce dei costi del processo. Ed aggiungo, dei ritardi nei pagamenti, che sono anche di anni! Sul fronte delle risorse è necessario procedere al recupero delle somme per multe, spese giudiziarie e ammende. Si stima che siano pari ad un miliardo all'anno, di cui solo il 6 per cento viene versato, e su base volontaria, da coloro che intendono procedere a riabilitazione. In considerazione del fatto che tali somme si prescrivono nel termine di 5 anni, è importante mettere a regime procedure per il loro recupero tempestivo, destinando le somme medesime, per coerenza di materia, per le finalità della giustizia.

Caro Ministro, in quest'Aula abbiamo discusso qualche settimana addietro una mozione che riguardava la riscossione dei crediti da parte dello Stato che si avvale di uno strumento come Equitalia: una collaborazione in tal senso non sarebbe sbagliata. La macchina giudiziaria dello Stato vive, infine, in quanto inserita in un contesto comunitario ed internazionale in continuo divenire. Noi apprezziamo le parole del Ministro quando ci dice che "Siamo, infatti, in prima linea per garantire un Europa sicura dove siano rispettati i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini."

Ed è proprio per questo che siamo sicuri che in tale direzione il Governo vorrà uniformare gli standard di legalità in coerenza con un panorama economico e sociale fortemente integrato iniziando, ad esempio, dall'opportunità che il Governo avvii una riflessione pacata circa i riflessi sul nostro ordinamento della sentenza della Corte di Giustizia dello scorso 24 novembre 2011, sentenza che si è pronunciata sulla responsabilità degli Stati membri per violazione del diritto dell'Unione da parte di un organo giurisdizionale interno che, di fatto, rimanda al tema della responsabilità civile dei magistrati in Italia.

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Casoli, Chiti, Ciampi, Ciarrapico, Colombo, Conti, Dell'Utri, Filippi Alberto, Longo, Messina, Pera e Scarpa Bonazza Buora.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Bianchi, Coronella, De Angelis e Piscitelli, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Commissioni permanenti, approvazione di documenti

La 14a Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea), nella seduta del 13 dicembre 2011, ha approvato una risoluzione - ai sensi dell'articolo 50, comma 2, del Regolamento - a conclusione dell'esame dell'affare assegnato concernente "Riflessi sull'attività della Commissione politiche dell'Unione europea della Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea (anno 2011).

Il predetto documento è stato inviato al Ministro degli affari europei (Doc. XXIV, n. 30).

La 5a Commissione permanente (Programmazione economica, bilancio) ha approvato - ai sensi dell'articolo 50, comma 2, del Regolamento - una risoluzione, d'iniziativa del senatore Agostini ed altri, in data 22 dicembre 2011, a conclusione dell'esame dell'affare assegnato relativo al mantenimento di una quota del fondo di cui all'articolo 1, comma 40, quarto periodo, della legge 13 dicembre 2010, n. 220 (Doc. XXIV, n. 31).

Il predetto documento è stato inviato al Ministro dell'economia e delle finanze.

Commissioni permanenti, trasmissione di documenti

In data 23 dicembre 2011, è stata trasmessa alla Presidenza una risoluzione della 12a Commissione permanente (Igiene e sanità), approvata nella seduta del 20 dicembre 2011 - ai sensi dell'articolo 144, commi 1 e 6, del Regolamento - sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sulla istituzione del programma "salute per la crescita", terzo programma pluriennale d'azione dell'UE in materia di salute per il periodo 2014-2020 (COM (2011) 709 definitivo) (Doc. XVIII, n. 120).

Ai sensi dell'articolo 144, comma 2, del Regolamento, il predetto documento è stato trasmesso al Presidente del Consiglio dei ministri e al Presidente della Camera dei deputati.

Con lettera in data 9 gennaio 2012 sono state trasmesse alla Presidenza due risoluzioni, approvate - ai sensi dell'articolo 144, commi 1, 5 e 6, del Regolamento - dalla 14a Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea), nella seduta del 20 dicembre 2011:

sulla proposta di decisione del Consiglio recante modifica della decisione 2007/659/CE per quanto riguarda il suo periodo di applicazione e il contingente annuale ammesso a beneficiare di un'aliquota ridotta dell'accisa (COM (2011) 577 definitivo) (Doc. XVIII-bis, n. 56);

sulla proposta modificata di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica dei regolamenti (CE) n. 1290/2005 e (CE) n. 1234/2007 del Consiglio per quanto riguarda la distribuzione di derrate alimentari agli indigenti dell'Unione (COM (2011) 634 definitivo) (Doc. XVIII-bis, n. 57).

Ai sensi dell'articolo 144, comma 2, del Regolamento, i predetti documenti sono stati trasmessi al Presidente del Consiglio dei ministri e al Presidente della Camera dei deputati.

Disegni di legge, annunzio di presentazione

Senatori Sacconi Maurizio, Gasparri Maurizio, Quagliariello Gaetano, Giuliano Pasquale, Castro Maurizio

Norme per la protezione economica e professionale dei lavoratori (3095)

(presentato in data 16/1/2012 );

senatore Gasbarri Mario

Istituzione del Sistema integrato di protezione civile e dell'Agenzia per il coordinamento del Sistema integrato di Protezione civile. Norme in materia di potere d'ordinanza in materia di Protezione civile. (3096)

(presentato in data 17/1/2012 );

senatori Poretti Donatella, Perduca Marco

Disposizioni per la conservazione di gameti umani e tessuto gonadale (3097)

(presentato in data 17/1/2012 );

senatori Poretti Donatella, Perduca Marco

Disposizioni in materia di donazione di gameti e embrioni per fini riproduttivi o per la ricerca scientifica (3098)

(presentato in data 17/1/2012 ).

Disegni di legge, nuova assegnazione

10ª Commissione permanente Industria, commercio, turismo

in sede referente

Sen. Granaiola Manuela

Attuazione delle disposizioni relative ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali tra imprese, di cui alla direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 febbraio 2011. Delega al Governo per il recepimento delle disposizioni di cui alla medesima direttiva, relative ai ritardi di pagamento nelle transazioni tra imprese e pubbliche amministrazioni (2624)

previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 5° (Bilancio), 6° (Finanze e tesoro), 8° (Lavori pubblici, comunicazioni), 12° (Igiene e sanita'), 14° (Politiche dell'Unione europea)

Già assegnato, in sede referente, alla 2ª Commissione permanente(Giustizia)

(assegnato in data 17/01/2012 ).

Camera dei deputati, trasmissione di documenti

Il Presidente della Camera dei deputati, con lettere in data 21 e 22 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 127, del Regolamento della Camera dei deputati, i seguenti documenti approvati:

dalla XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea) di quella Assemblea, nella seduta del 14 dicembre 2011, recante un parere motivato, ai sensi del Protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità allegato al Trattato di Lisbona, in merito all'atto dell'Unione europea "Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante disposizioni comuni sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo, sul Fondo di coesione, sul Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale e sul Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca compresi nel quadro strategico comune e disposizioni generali sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo e sul Fondo di coesione, e che abroga il regolamento (CE) n. 1083/2006" (COM (2011) 615 definitivo) (Atto n. 756);

dalla I Commissione (Affari costituzionali) di quella Assemblea, nella seduta del 21 dicembre 2011, concernente la proposta di modifica del regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un meccanismo di valutazione e monitoraggio per verificare l'applicazione dell'acquis di Schengen (COM (2011) 559 definitivo); la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (CE) n. 562/2006 al fine di introdurre norme comuni sul ripristino temporaneo del controllo di frontiera alle frontiere interne in circostanze eccezionali (COM (2011) 560 definitivo) e la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale al Comitato delle regioni - Governance Schengen - Rafforzare lo spazio senza controlli alle frontiere interne (COM (2011) 561 definitivo) (Atto n. 757).

Detti documenti sono depositati presso il Servizio dell'Assemblea a disposizione degli Onorevoli senatori.

Governo, composizione

Il Presidente del Consiglio dei Ministri ha inviato la seguente lettera:

"Roma, 11 gennaio 2012

Onorevole Presidente,

La informo che il Presidente della Repubblica con proprio decreto in data odierna, adottato su mia proposta, ha accettato le dimissioni rassegnate dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri prof. Carlo MALINCONICO.

F.to Mario Monti"

Governo, trasmissione di atti per il parere

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 12 gennaio 2012, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400 e dell'articolo 2, commi 12 e 13, della legge 15 maggio 1997, n. 127 - lo schema di decreto del Presidente della Repubblica recante il regolamento concernente la modifica delle disposizioni in materia di stato civile relativamente alla disciplina del nome e del cognome prevista dal titolo X del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 (n. 434).

Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alla 1a Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il 16 febbraio 2012.

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 13 gennaio 2012, ha trasmesso - per l'acquisizione dei parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 17, commi 2 e 4-bis, della legge 23 agosto 1988, n. 400 - lo schema di decreto del Presidente della Repubblica concernente il regolamento recante integrazioni e modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 23 dicembre 2002, n. 314 concernente l'individuazione degli uffici dirigenziali periferici del Corpo nazionale dei vigili del fuoco (n. 435).

Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alla 1a Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il 16 febbraio 2012. La 5a Commissione potrà formulare osservazioni alla Commissione di merito entro il 6 febbraio 2012.

Governo, trasmissione di atti e documenti

Con lettere in data 31 dicembre 2011, il Ministero dell'interno, in adempimento a quanto previsto dall'articolo 141, comma 6, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, ha comunicato gli estremi dei decreti del Presidente della Repubblica concernenti lo scioglimento dei consigli comunali di Belluno (BL); Luzzi (CS); Mazzano Romano (RM); Gioia del Colle (BA); Castiglion Fiorentino (AR); Lariano (RM); Bussero (MI); Gravina in Puglia (BA); Bova Marina (RC); Licciana Nardi (MS); Melendugno (LE); Scoppito (AQ) e Campodolcino (SO).

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 29 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 9, comma 1, primo periodo, del decreto-legge 12 luglio 2011, n. 107, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 agosto 2011, n. 130, la comunicazione del Ministro della difesa concernente una riduzione, al 31 dicembre 2011, del personale militare impegnato nelle missioni internazionali.

La predetta comunicazione è stata trasmessa, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 4a Commissione permanente (Atto n. 751).

Il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, con lettera in data 4 gennaio 2012, ai sensi dell'articolo 30, comma 5, della legge 20 marzo 1975, n. 70, ha trasmesso:

la relazione sull'attività svolta nell'anno 2010, con il relativo conto consuntivo e il bilancio di previsione per l'anno 2011, del Consiglio per la ricerca e sperimentazione in agricoltura (CRA) (Atto n. 752);

la relazione sull'attività svolta nell'anno 2010, con il relativo conto consuntivo e il bilancio di previsione per l'anno 2011, dell'Istituto nazionale di economia agraria (INEA) (Atto n. 753);

la relazione sull'attività svolta nell'anno 2009, con allegato il bilancio di previsione per l'anno 2010, dell'Unione nazionale per l'incremento delle razze equine (UNIRE) (Atto n. 754);

la relazione sull'attività svolta nell'anno 2010, con allegato il bilancio di previsione per l'anno 2011, dell'Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (INRAN) (Atto n. 755).

I predetti documenti sono stati inviati, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 9a Commissione permanente.

Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, con lettera in data 12 dicembre 2011, ha inviato la relazione, predisposta da ANAS Spa, sull'attività di vigilanza sulle società concessionarie autostradali svolta dalla medesima società nell'anno 2010.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 8a Commissione permanente (Atto n. 758).

Il Ministro dell'economia e delle finanze, con lettera in data 30 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 4, del decreto-legge 10 maggio 2010, n. 67, il decreto ministeriale con il quale è stato disposta l'erogazione di un prestito in favore della Grecia, in base alle condizioni e ai termini concordati dagli Stati membri dell'area euro nella decisione del 6 dicembre 2011.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 5a Commissione permanente (Atto n. 759).

Il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con lettera in data 10 gennaio 2012, ha inviato, ai sensi dell'articolo 1, comma 23, del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 novembre 1996, n. 608, la relazione sull'andamento dell'utilizzo dei lavoratori impegnati in lavori socialmente utili, relativa al secondo semestre 2010.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 11a Commissione permanente (Doc. XIX, n. 8).

Il Ministro dell'economia e delle finanze, con lettera in data 20 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 1, comma 5, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, la relazione riguardante i risultati derivanti dalla lotta all'evasione fiscale, aggiornata al 31 dicembre 2010.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 5a e alla 6a Commissione permanente (Doc. LXVIII, n. 3).

Il Ministro per i beni e le attività culturali, con lettera in data 21 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 10, comma 8, della legge 8 ottobre 1997, n. 352, la relazione sull'attività svolta dalla Società per lo sviluppo dell'arte, della cultura e dello spettacolo - ARCUS Spa, riferita all'anno 2010.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 7a Commissione permanente (Doc. CLXVI, n. 3).

Il Ministro dell'interno, con lettera in data 13 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 3, comma 68, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e successive modificazioni, la relazione sullo stato della spesa, sull'efficacia nell'allocazione delle risorse nelle amministrazioni e sul grado di efficienza dell'azione amministrativa svolta dallo stesso Ministero, relativa all'anno 2010 (Doc. CCVIII, n. 44), corredata dal rapporto - relativo agli anni 2009 e 2010 - sull'attività di analisi e revisione delle procedure di spesa, ai sensi dell'articolo 9, comma 1-ter, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2 (Doc. CCVIII, n. 44-bis).

I predetti documenti sono stati trasmessi, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 1a e alla 5a Commissione permanente.

Il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, con lettera in data 8 novembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 208, comma 3-bis, del decreto-legislativo 30 aprile 1992, n. 285, la prima relazione - per la parte di propria competenza - concernente l'utilizzo delle quote destinate all'educazione stradale dei proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie per violazioni previste dal nuovo codice della strada, relativa all'anno scolastico 2010-2011.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, primo comma, secondo periodo, del Regolamento, alla 7a Commissione permanente (Doc. CCXLIII, n. 1).

Il Ministro dell'economia e delle finanze, con lettera in data 20 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 13, comma 6, del decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, convertito dalla legge 30 luglio 1994, n. 474, la relazione sulle operazioni di cessione delle partecipazioni in società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato, svolte dall'anno 2007 all'anno 2010.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 5a, alla 6a e alla 10a Commissione permanente (Doc. XCIX, n. 1).

Il Ministro degli affari esteri, con lettera in data 23 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 14, comma 1, della legge 11 agosto 2003, n. 231, la relazione sulla partecipazione italiana alle operazioni internazionali in corso, per il periodo gennaio-giugno 2011.

Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 3a e alla 4a Commissione permanente (Doc. LXX, n. 8).

Autorità garante della concorrenza e del mercato, trasmissione di atti

L'Autorità garante della concorrenza e del mercato, con lettera in data 23 dicembre 2011, ha inviato, ai sensi dell'articolo 21 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, una segnalazione in relazione all'articolo 33 della legge 99/2009 e all'articolo 38, comma 5, del decreto legislativo n. 93/2011 di attuazione delle direttive 2009/72/CE, 2009/73/CE e 2008/92/CE, relativi ai sistemi di distribuzione chiusi.

La predetta segnalazione è stata trasmessa, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 10a Commissione permanente (Atto n. 760).

Garante del contribuente, trasmissione di atti

Con lettere in data 27 e 30 dicembre 2011, sono state inviate, ai sensi dell'articolo 13, comma 13-bis, della legge 27 luglio 2000, n. 212, le relazioni sull'attività svolta nell'anno 2011 dai seguenti Garanti del contribuente:

della regione Friuli Venezia Giulia (Atto n. 749);

della regione Umbria (Atto n. 750);

I predetti documenti sono stati trasmessi, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 6a Commissione permanente.

Parlamento europeo, trasmissione di documenti

Il Vice Segretario generale del Parlamento europeo, con lettera in data 6 dicembre 2012, ha inviato il testo di 23 risoluzioni, approvate dal Parlamento stesso nel corso della tornata dal 14 al 17 novembre 2011:

una risoluzione sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio intesa a coordinare, per rendere equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società di ci all'articolo 54, secondo paragrafo, del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, per tutelare gli interessi dei soci e dei terzi per quanto riguarda la costituzione della società per azioni, nonché la salvaguardia e le modificazioni del capitale sociale della stessa (rifusione) (Doc. XII, n. 913). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 2a, alla 3a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul progetto di decisione del Consiglio relativa all'adesione dell'Unione europea al protocollo del 2002 alla convenzione di Atene del 1974 relativa al trasporto via mare dei passeggeri e del loro bagaglio, ad eccezione degli articoli 10 e 11 dello stesso (Doc. XII, n. 914). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 8a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul progetto di decisione del Consiglio relativa all'adesione dell'Unione europea al protocollo del 2002 alla convenzione di Atene del 1974 relativa al trasporto via mare dei passeggeri e del loro bagaglio, per quanto concerne gli articoli 10 e 11 dello stesso (Doc. XII, n. 915). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 8a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul progetto di decisione del Consiglio e dei rappresentanti dei governi degli Stati membri, riuniti in sede di Consiglio, sulla conclusione dell'accordo euromediterraneo nel settore del trasporto aereo tra l'Unione europea e i suoi Stati membri, da un lato, e il Regno hascemita di Giordania, dall'altro (Doc. XII, n. 916). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 8a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul progetto di decisione del Consiglio e dei rappresentanti dei governi degli Stati membri dell'Unione europea, riuniti in sede di Consiglio, concernente la conclusione dell'accordo sullo spazio aereo comune tra l'Unione europea e i suoi Stati membri e la Georgia (Doc. XII, n. 917). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 8a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla proposta di regolamento del Consiglio recante sospensione temporanea dei dazi autonomi della tariffa doganale comune sulle importazioni di taluni prodotti industriali nelle Isole Canarie (Doc. XII, n. 918). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 10a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alle vendite allo scoperto e ai credit default swap (Doc. XII, n. 919). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 6a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alle statistiche europee sulle colture permanenti (Doc. XII, n. 920). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 9a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione su una nuova strategia per la politica dei consumatori (Doc. XII, n. 921). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 10a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul gioco d'azzardo on line nel mercato interno (Doc. XII, n. 922). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 5a, alla 6a, alla 10a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla piattaforma europea contro la povertà e l'esclusione sociale (Doc. XII, n. 923). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 1a, alla 3a, alla 5a, alla 11a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla posizione del Consiglio in prima lettura in vista dell'adozione della decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un'azione dell'Unione europea per il marchio del patrimonio europeo (Doc. XII, n. 924). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 7a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce uno spazio ferroviario europeo unico (rifusione) (Doc. XII, n. 925). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 8a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla Conferenza di Durban sul cambiamento climatico (Doc. XII, n. 926). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 13a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul cinema europeo nell'era digitale (Doc. XII, n. 927). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 8a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul sostegno dell'UE alla CPI: affrontare le sfide e superare le difficoltà (Doc. XII, n. 928). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un programma di sostegno per l'ulteriore sviluppo di una politica marittima integrata (Doc. XII, n. 929). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 8a, alla 10a, alla 13a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sul vertice UE-Stati Uniti del 28 novembre 2011 (Doc. XII, n. 930). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sull'apertura e la neutralità della rete internet in Europa (Doc. XII, n. 931). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 8a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla messa al bando delle munizioni a grappolo (Doc. XII, n. 932). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 4a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla modernizzazione della legislazione in materia di IVA al fine di rafforzare il mercato unico digitale (Doc. XII, n. 933). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 2a, alla 3a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sulla lotta contro la pesca illegale a livello internazionale - il ruolo dell'UE (Doc. XII, n. 934). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a, alla 9a e alla 14a Commissione permanente;

una risoluzione sull'Egitto, in particolare sulla vicenda del blogger Alaa Abd El-Fattah (Doc. XII, n. 935). Il predetto documento è stato trasmesso, ai sensi dell'articolo 143, comma 1, del Regolamento, alla 3a e alla 14a Commissione permanente.

Commissione europea, trasmissione di progetti di atti normativi per il parere motivato ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità

La Commissione europea, in data 11 gennaio 2012, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai fondi europei di venture capital (COM (2011) 860 definitivo).

Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, l'atto è stato deferito alla 6ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine del 23 febbraio 2012.

Le Commissioni 3ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 6ª Commissione entro il 16 febbraio 2012.

La Commissione europea, in data 11 gennaio 2012, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai fondi europei per l'imprenditoria sociale (COM (2011) 862 definitivo).

Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, l'atto è stato deferito alla 6ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine del 23 febbraio 2012.

Le Commissioni 3ª, 11ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 6ª Commissione entro il 16 febbraio 2012.

La Commissione europea, in data 11 gennaio 2012, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alle gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero (COM (2011) 866 definitivo).

Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, l'atto è stato deferito alla 12ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine del 23 febbraio 2012.

Le Commissioni 3ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 12ª Commissione entro il 16 febbraio 2012.

La Commissione europea, in data 12 gennaio 2012, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali e del regolamento relativo alla cooperazione amministrativa attraverso il sistema di informazione del mercato interno (IMI) (COM (2011) 883 definitivo).

Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, l'atto è stato deferito alla 10ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine del 23 febbraio 2012.

Le Commissioni 1ª, 3ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 10ª Commissione entro il 16 febbraio 2012.

La Commissione europea, in data 11 e 12 gennaio 2012, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, i seguenti atti:

proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sull'aggiudicazione dei contratti di concessione (COM (2011) 897 definitivo);

proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulle procedure di appalto degli enti erogatori nei settori dell'acqua, dell'energia, dei trasporti e dei servizi postali (COM (2011) 895 definitivo);

proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sugli appalti pubblici (COM (2011) 896 definitivo).

Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, gli atti sono stati deferiti alla 8ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine del 23 febbraio 2012.

Le Commissioni 3ª, 10ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 8ª Commissione entro il 16 febbraio 2012.

Interrogazioni, apposizione di nuove firme

Il senatore Chiti ha aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-02581 del senatore Vita ed altri.

La senatrice Rizzotti ha aggiunto la propria firma all'interrogazione 4-06554 della senatrice Baio ed altri.

Interpellanze

GIOVANARDI, BENEDETTI VALENTINI, SPADONI URBANI - Al Ministro dell'interno - Premesso che il 15 e 16 maggio 2011 si sono svolte nel Comune di Trevi (Perugia) le elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale, vinte con uno scarto di soli 14 voti dalla lista "Noi per Trevi" capeggiata da Bernardino Sperandio, sulla lista "Trevi per Andreani Sindaco" capeggiata dal dottor Luigi Andreani;

considerato che la sottocommissione circondariale elettorale di Spoleto rispettivamente il 14 e il 15 maggio, ad urne aperte, ammetteva al voto 35 cittadini comunitari che avevano presentato al Sindaco di Trevi domanda di iscrizione nelle liste elettorali aggiunte dopo il termine previsto dall'art. 3 del decreto legislativo n. 197 del 1996 e cioè oltre il quinto giorno successivo all'affissione del manifesto di convocazione dei comizi elettorali, che nel caso di specie coincideva con il 5 aprile 2011;

verificato che:

l'ammissione al voto dei 35 cittadini comunitari, deliberata ai sensi dell'art. 32-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 1967, che è norma di carattere eccezionale anche secondo la costante giurisprudenza amministrativa, si è rivelata determinante per la vittoria della lista "Noi per Trevi";

successivamente, considerata l'erronea applicazione del citato art. 32-bis in quanto il diritto elettorale dei cittadini comunitari in questione era preesistente rispetto alla scadenza del termine per la domanda di iscrizione nelle liste aggiunte, il dottor Luigi Andreani, in qualità di candidato sindaco non eletto, presentava ricorso presso il TAR dell'Umbria che lo accoglieva ritenendo fondata la tesi interpretativa sulla corretta applicazione dell'art. 32-bis di cui sopra;

pertanto, con sentenza 238 del 27 luglio 2011, il TAR dell'Umbria annullava le elezioni amministrative sciogliendo il Consiglio comunale;

si precisa che, in questo giudizio di primo grado, il Ministro dell'interno pro tempore, per quanto poteva occorrere, non si costituiva in giudizio;

preso atto che avverso tale sentenza la lista civica "Noi per Trevi" proponeva appello al Consiglio di Stato il quale fissava la discussione all'udienza del 31 gennaio 2012;

rilevato che il Ministero in data 13 ottobre 2011 scriveva all'Avvocatura generale dello Stato e per conoscenza alla Prefettura di Perugia e all'Avvocatura distrettuale di Perugia, e testualmente affermava di non essere parte in causa, tuttavia era comunque interessato a seguire con attenzione la controversia, in particolare l'indirizzo che avrebbe dato sulla questione il Consiglio di Stato, per fare chiarezza sull'applicabilità dell'art. 32-bis ai cittadini dell'Unione europea e per dare certezza all'indirizzo tenuto in materia dal Ministero, indirizzo messo in discussione dalla decisione del TAR dell'Umbria;

gli interpellanti ritengono che tale lettera costituisce, in un contenzioso giuridico pendente, "un'entrata a gamba tesa" a favore di una parte, che nella fattispecie è quella soccombente in primo grado, nel tentativo di spostare la questione da un terreno squisitamente giuridico ad un terreno di scontro politico;

rilevato, altresì, che:

il Ministro dell'interno in carica all'epoca, sen. Maroni, interpellato sulla questione, ha dichiarato di non essere mai stato messo a conoscenza dalla Direzione centrale dei sevizi elettorali della missiva;

a quanto risulta agli interpellanti, inoltre, detta lettera, inviata dal Ministero ad altri organi dello Stato, è stata utilizzata sul terreno della propaganda politica da parte della lista "Noi per Trevi" che l'ha diffusa nella città e l'ha utilizzata in alcuni articoli sulla stampa locale tesi a legittimare i propri comportamenti e a diffamare i presentatori del ricorso, non tenendo conto che ad oggi la sentenza del TAR dell'Umbria rappresenta l'unico provvedimento giurisdizionale sulle elezioni amministrative del Comune di Trevi,

si chiede di conoscere:

quali siano i motivi che hanno indotto la Direzione centrale dei servizi elettorali ad abbandonare il suo ruolo di terzo garante super partes, a giudizio degli interpellanti per scendere sul terreno dello scontro politico schierandosi apertamente con la lista "Noi per Trevi" che ha come riferimento le posizioni del centro-sinistra non tenendo in alcuna considerazione le argomentazioni e la sentenza del TAR dell'Umbria;

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza che il candidato Sindaco della lista "Noi per Trevi", venuto in possesso della missiva del Ministero l'ha resa nota utilizzandola al fine di propaganda politica di parte, attraverso la stampa locale, con l'unico intento di screditare i ricorrenti che hanno esercitato, nel rispetto della democrazia, un diritto costituzionalmente garantito, ed il TAR Umbria, reo di aver emesso una sentenza che per prima in Italia fa chiarezza sull'applicazione dell'art. 32-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 1967 ritenendolo una norma di carattere eccezionale che non può essere applicata come regola generale;

in quale modo sia garantito il diritto dei candidati a svolgere la propaganda elettorale, se essi non sono in grado di conoscere l'elenco degli elettori, dal momento che l'interpretazione estensiva dell'art.32-bis, condivisa dal Ministero, permetterebbe l'accesso al voto a chiunque ne facesse richiesta anche ad urne aperte;

quali provvedimenti di competenza intenda adottare per ripristinare la terzietà del Ministero in occasione della discussione del giudizio di appello che si terrà avanti al Consiglio di Stato all'udienza del 31 gennaio 2012.

(2-00403)

LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico - Premesso che:

in un articolo pubblicato su "La Repubblica" del 13 gennaio 2012 a commento dell'operazione Fondiaria- Unipol, Giovanni Pons osserva: «L'operazione di messa in sicurezza del gruppo Unipol-Fonsai, così come è stata presentata, sembra confezionata dalla Mediobanca di un tempo, quando a dominare erano Cuccia e Maranghi. Banche e azionisti del salotto premiati, piccoli soci di minoranza violentati nelle loro aspettative di ottenere un qualsivoglia riconoscimento. In effetti Renato Pagliaro e Alberto Nagel sono i degni successori di quel tipo di impostazione sprezzante dei mercati che si credeva ormai andata in soffitta ma che in realtà in Italia è ancora viva e vegeta. Vediamo in sintesi i punti dolenti della vicenda: 1) La famiglia Ligresti, artefice di un disastro gestionale senza precedenti nella compagnia Fondiaria-Sai, invece che essere cacciata viene liquidata a suon di milioni. Per l'esattezza più di cento se si considerano le finanziarie off shore illegali recentemente venute allo scoperto e chiaramente riconducibili alla famiglia. Inoltre ai quattro membri viene riconosciuto uno stipendio, per ben cinque annualità, per non competere con la compagnia, quando ci si dovrebbe augurare il contrario. L'ulteriore benefit e smacco per tutti i soci è il mantenimento della Tenuta Cesarina, in portafoglio a Fonsai. Insomma un vero scandalo di cui gli autori dell'operazione hanno la paternità e la responsabilità. 2) Le banche, e principalmente Unicredit, rientrano al 100% della loro esposizione verso la holding Premafin nonostante il valore netto dell'attivo di tale società sia negativo per quasi 300 milioni. In pratica la holding è fallita ma le banche non pagano pegno per aver prestato con così poca lungimiranza. Le stesse banche ripresteranno i soldi ai nuovi azionisti, alla holding delle Cooperative Finsoe, per far fronte al nuovo mega aumento di capitale che Unipol dovrà affrontare per finanziare tutta l'operazione. Un aumento che peserà non poco sui piccoli azionisti della compagnia. 3) L'Opa su Fonsai e Milano assicurazioni sembra maledetta e i piccoli azionisti che hanno puntato i propri soldi su queste società devono versare altri soldi invece che beneficiare del cambio di controllo. Come possa la Consob permettere che si faccia l'Opa al piano di sopra di Premafin, il cui beneficiario è quasi interamente Ligresti, e non venga lanciata ai piani di sotto, ha dell'incredibile. Per l'esenzione Opa su Fonsai si invoca il salvataggio chiamato dall'Isvap: ma se c'è salvataggio allora c'è anche al piano di Premafin, se no si faccia l'Opa in seguito al cambio di controllo. Vedremo se Giuseppe Vegas avrà il coraggio di far valere le regole del mercato o si mostrerà prono agli interessi dei poteri forti. 4) Il nuovo gruppo Unipol-Fonsai nasce con un vulnus anticoncorrenziale enorme. Mediobanca è infatti il principale azionista di Generali con il 14% di cui esprime due vicepresidenti e un consigliere d'amministrazione. E sarà anche il principale stakeholder di Unipol-Fonsai con 1,5 miliardi di esposizione che, come si è visto in questi giorni, le permetterà di essere il vero dominus della situazione. L'Antitrust in passato ha chiesto a Mediobanca di vendere le sue azioni Fonsai, ma avere un credito così elevato conferisce un potere anche maggiore. Piazzetta Cuccia non può regolare il traffico a proprio piacimento dei primi due gruppi assicurativi del paese, per il bene della concorrenza e per equità di fronte alle liberalizzazione che il governo sta per varare»;

si legge su un articolo pubblicato su "La Repubblica" del 17 gennaio 2012: «Alberto Nagel, ad di Mediobanca, che ha seguito le trattative frenetiche delle settimane scorse» riferisce i retroscena della vicenda per cui l'operazione «Non è tanto un salvataggio della compagnia di assicurazioni Fondiaria-Sai, come si vorrebbe far credere anche alla Consob, ma è un salvataggio dei prestiti di Mediobanca e Unicredit in primo luogo. Se entro la fine del 2011 il cda Fonsai non avesse deliberato una ricapitalizzazione fino a 750 milioni, il rimborso dei crediti subordinati per 1,1 miliardi di piazzetta Cuccia verso la compagnia dei Ligresti sarebbe stato a rischio, anche ai fini di una svalutazione nei conti della merchant bank milanese. Un fatto che avrebbe messo in difficoltà il bilancio di Mediobanca e la credibilità agli occhi dei grandi azionisti dei suoi amministratori di punta, Alberto Nagel e Renato Pagliaro. Così, per non sacrificare se stessi, i manager di Mediobanca e Unicredit hanno deciso di scaricare il costo finanziario dell'intera operazione, definita "industriale", sulle spalle del mercato. Un mercato già messo a dura prova dalle operazioni Bpm e Unicredit ma che ora sarà ulteriormente spremuto per fare fronte agli aumenti di capitale Fonsai e Unipol per un totale di 1,75 miliardi. Visti separatamente i due aumenti preannunciano un bagno di sangue per gli azionisti già presenti sul titolo e un'opportunità per i nuovi che volessero prendersi la scommessa di entrare. Fonsai vale infatti 287 milioni in Borsa e l'aumento sarà pari a 750 milioni, quasi tre volte tanto. Se a ciò si aggiunge che sarà necessario uno sconto di almeno il 40% sul Terp, il concambio sarà anche peggio di quello di Bpm che era 5,5 nuove azioni per ogni vecchia. Di positivo ci sarà che il 35% sarà garantito dall'azionista Premafin, a sua volta ricapitalizzata sotto il controllo Unipol, ma l'effetto diluitivo sarà comunque devastante e non sarà facile neanche per Mediobanca mettere insieme un consorzio di garanzia per circa 500 milioni. Non molto diverso il discorso per Unipol. Per pagare 150 milioni agli azionisti Premafin (l'80 per cento è dei Ligresti), circa 250 milioni alle banche creditici (Unicredit e Mediobanca in prima fila), altri 250 milioni per ricapitalizzare Fonsai più 250 milioni per sanare il proprio bilancio e quello di Banca Unipol, la compagnia bolognese dovrà raccogliere dal mercato circa un miliardo. La cifra è pari al doppio della capitalizzazione di Borsa attuale, che arriva a 553 milioni. In questo caso, però, almeno il 50 per cento dovrebbe essere garantito da Finsoe e dalle altre cooperative che ne sono azioniste grazie a forme di finanziamento messe a disposizione dalle solite due banche. Ma 500 milioni dovrà metterli ancora il mercato, in un rapporto di concambio che non sarà quello di Fonsai ma comunque assai diluitivo per gli attuali azionisti»;

considerato che:

si legge sul sito "Yahoo Finanza" che «In un articolato esposto-denuncia, inviato nei giorni scorsi alla Procura della Repubblica di Milano, Adusbef ha chiesto di accertare, anche con l'acquisizione dei bilanci infragruppo degli ultimi 3 anni, le ragioni di una super valutazione fatta da Unipol che strapaga l'azionista Ligresti in Premafin, ricapitalizza la holding per metterla in condizione di seguire l'aumento di capitale della controllata Fonsai (da 600 a 750 milioni, già approvati dal consiglio della compagnia) e infine vara la fusione a quattro, tra Premafin, Fonsai, Milano assicurazioni e Unipol Assicurazioni, dopo la concessione di crediti allegri di Unicredit, un saccheggio sistematico societario per finanziare il leasing ed a spese degli assicurati Toulon un cavallo montato da Jonella Ligresti, l'omessa vigilanza di Isvap e Consob, che ha prodotto gravissimo danni ai soci minori. (...) La famiglia Ligresti, artefice di un disastro gestionale senza precedenti nella compagnia Fondiaria-Sai, invece di essere cacciata,» è «stata liquidata con il concorso del "salotto buono", con più di cento milioni, uno stipendio riconosciuto ai quattro membri di ben cinque annualità, ossia 700 mila euro ciascuno, pari a 2,8 milioni l'anno come patto di non concorrenza, dopo che dai bilanci è emerso che gli stessi hanno percepito emolumenti per 60 milioni di euro negli ultimi cinque anni, con l'ulteriore benefit della Tenuta Cesarina, in portafoglio a Fonsai. Unipol - Finsoe, ma anche i suoi azionisti di minoranza - pagheranno così circa 150 milioni di euro alla "famiglia" che ha dissestato i conti del Gruppo. Il pacchetto di controllo Premafin (pari al 51,287 per cento) verrà pagato 76,941milioni, cioè 0,3656 euro per ogni azione con un premio, rispetto alle quotazioni dell'ultimo mese e degli ultimi tre, del 100 per cento mentre "scende" al 43 per cento se si considerano gli ultimi sei mesi, e la stessa Premafin, una holding con Nav negativo costituito dalla partecipazione in Fonsai (al 35,7 per cento) e da debiti per circa 330 milioni, addosserà ai nuovi "salvatori" l'esposizione bancaria, con le banche, capofila Unicredit, che potranno rientrare al 100 per cento della loro esposizione verso la holding Premafin nonostante il valore netto dell'attivo sia negativo per quasi 300 milioni di euro. (...) In pratica la holding di controllo è stata ridotta al default, ma le banche come Unicredit e Mediobanca, oltre a non pagare pegno per aver affidato aziende già decotte, potranno così effettuare ulteriori affidamenti ai nuovi azionisti, alla holding delle Cooperative Finsoe, per far fronte al nuovo mega aumento di capitale che Unipol dovrà affrontare per finanziare tutta l'operazione, aumento che graverà pesantemente sui piccoli azionisti della compagnia e sugli assicurati che pagano tariffe obbligatorie tra le più elevate d'Europa, con il concorso del controllore, un'Isvap collaterale che non è riuscita mai a prevenire frodi, truffe ed abusi a danno di assicurati ed azionisti di minoranza;

considerato altresì che a giudizio dell'interpellante:

le autorità di mercato, quali Isvap e Consob, avrebbero dovuto vigilare sul dissesto del gruppo e sui criteri di solvibilità di Fonsai erosi da spese disinvolte ed emolumenti pari a 60 milioni di euro elargiti negli ultimi cinque anni come compensi ai rampolli di Ligresti e la Banca d'Italia avrebbe dovuto effettuare rilievi sui crediti che alcune banche "di sistema" hanno concesso al gruppo, per negarle al contrario a tanti altri imprenditori più meritevoli;

qualora non dovesse svolgersi, con il pretesto del "salvataggio" invocato dall'Isvap (che non sembra abbia mai attuato misure preventive), l'offerta pubblica di acquisto (Opa) obbligatoria su Fonsai e Milano Assicurazioni, potrebbe configurarsi un vulnus ed un ulteriore danno ai piccoli azionisti che hanno puntato i propri soldi su queste società e sono costretti a versarne altri, invece che beneficiare del cambio di controllo, mentre si consente di fare l'Opa "al piano di sopra di Premafin", il cui beneficiario è quasi interamente Ligresti,

si chiede di sapere:

se il nuovo gruppo Unipol-Fonsai non nasca con un ulteriore danno anticoncorrenziale, posto che Mediobanca, principale azionista di Generali con il 14 diventerà il principale stakeholder con 1,5 miliardi di esposizione, il che le permetterà di essere il vero dominus della situazione;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire trasparenza, correttezza e serietà nell'azione di vigilanza di autorità, a giudizio dell'interpellante compiacenti, le quali, invece di tutelare il mercato ed i diritti degli azionisti assicurati, sembrano difendere sempre gli interessi delle imprese.

(2-00404)

LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e della giustizia - Premesso che:

si legge su "Il Fatto Quotidiano" del 12 gennaio 2012: «La norma che vieta ai condannati di ricoprire cariche di vertice nelle assicurazioni varrà solo per il futuro e quindi i vari furbetti potranno tranquillamente continuare a ricoprire i loro incarichi. Il testo porta la firma di Romani ma è stato vistato dal nuovo Guardasigilli». Nell'articolo, dal titolo "Legge sull'onorabilità, un regalo a Caltagirone firmato dal suo ex legale: il ministro Severino", Vittorio Malagutti solleva ampie critiche, com'è doveroso per la libera stampa che ha l'obbligo di segnalare ai lettori ed alla pubblica opinione comportamenti poco decorosi dei Governi, all'ennesima misura a favore dei potentati economici ed assicurativi: «Carlo Cimbri, amministratore delegato di Unipol, il 31 di ottobre è stato condannato in primo grado a tre anni e sette mesi di reclusione per aggiotaggio nella scalata illegale del 2005 alla Bnl, quella famosa dei furbetti. Problemi in azienda? Carriera in forse? Macché. Cimbri è salvo. E già che c'è, può serenamente attendere l'esito dei negoziati per il salvataggio della Fonsai. Il gruppo di Salvatore Ligresti potrebbe infatti finire sotto l'ombrello di Unipol, con il rampante Cimbri numero uno in pectore. Può stare tranquillo anche il costruttore, nonché vicepresidente delle Generali, Francesco Gaetano Caltagirone, pure lui condannato (tre anni e sei mesi) nel processo Bnl. Insomma, liberi tutti. Lo stabilisce il nuovo regolamento sui requisiti di onorabilità di amministratori e alti dirigenti delle compagnie di assicurazioni. Può sembrare incredibile, ma fino a ieri queste norme non c'erano. Il governo, anzi tre governi, ci hanno messo sei anni a venire a capo di un testo. E quando finalmente il decreto è stato messo nero su bianco, tutto si è risolto in un incredibile colpo di spugna, come lo ha definito ieri un articolo del Corriere della Sera. La legge, pubblicata il 9 gennaio sulla Gazzetta Ufficiale (in vigore dal 24 gennaio) è l'ultimo regalo del ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, il quale si è dimesso insieme all'intero governo Berlusconi il giorno dopo la firma, il 12 novembre. Il via libera definitivo alle nuove norme è però arrivato solo qualche giorno dopo grazie al governo Monti. Infatti il decreto di Romani è stato "vistato" anche da Paola Severino, Guardasigilli in carica dal 16 novembre. Severino, come noto, è avvocato di gran fama e tra i suoi principali clienti, ormai da molti anni c'è anche Francesco Gaetano Caltagirone, forse il principale beneficiario delle nuove norme. C'è un conflitto d'interessi, quindi, tra la Severino ministro e la Severino avvocato. Tanto più che il decreto è stato licenziato giusto in tempo per togliere d'imbarazzo il vicepresidente delle Generali. Vediamo le date. Il 31 ottobre viene emessa la sentenza di primo grado per la scalata dei furbetti alla Bnl. E l'11 novembre, neppure due settimane dopo, Romani estrae dal cassetto, dove giacevano ormai da anni, le norme sui requisiti di onorabilità. Di lì a poco arriva anche il visto del nuovo ministro della Giustizia. Ecco il colpo di spugna, quindi. Il decreto, infatti, fissa una serie di casi in cui gli amministratori di compagnie di assicurazioni perdono il requisito di onorabilità e vanno quindi sospesi dai loro incarichi. Le norme però non sono retroattive. I manager già in carica non hanno quindi nulla da temere, possono concludere il loro mandato senza il rischio di essere sospesi. Alla norma sulla retroattività è stato però aggiunto un altro comma che di fatto inchioda i manager alle loro poltrone. Funziona così: in caso di future condanne i requisiti di onorabilità vengono meno, si legge nel testo ministeriale, soltanto "in relazione a procedimenti avviati" dopo la data di entrata in vigore del regolamento. In altre parole, Caltagirone e Cimbri possono stare tranquilli. Se anche fossero condannati in secondo grado e perfino in via definitiva per l'aggiotaggio nella scalata alla Bnl del 2005, non perderebbero comunque la poltrona. Il rischio esiste solo se i due manager venissero coinvolti in nuovi procedimenti penali iniziati dopo il 24 gennaio prossimo, data in cui entreranno definitivamente in vigore le norme firmate dall'inedita coppia Romani-Severino. Quest'ultima disposizione appare quantomeno sorprendente, soprattutto se si confronta il nuovo testo sulle assicurazioni con quello sull'onorabilità dei banchieri, che invece è in vigore sin dal 1998. I due regolamenti sono praticamente identici. Le condanne che prevedono la sospensione immediata dagli incarichi sono le stesse. E cioè, in generale, tutte le condanne per i reati in materia finanziaria, per i delitti di bancarotta e quelli contro la pubblica amministrazione puniti, questi ultimi, con reclusione di almeno un anno. Per tutti gli altri delitti la sospensione è in vece prevista in caso di condanna ad almeno due anni. Insomma, le norme sui banchieri e quelle sugli assicuratori viaggiano in parallelo, ad eccezione del comma che riguarda i procedimenti già avviati. Gli amministratori delle compagnie di assicurazioni, come detto, vengono sospesi solo per eventuali condanne in procedimenti penali futuri. Niente di tutto questo è invece previsto nelle norme, più severe, che si applicano ai banchieri. E allora, è il caso di dirlo, gli assicuratori sentitamente ringraziano i ministri Romani e Severino»;

a riprova nel verbale di udienza redatto da fonoregistrazione, procedimento penale n. 14037/09 R.G. di Berneschi Giovanni Alberto, nell'udienza del 21 maggio 2010 la professoressa Severino, in qualità di difensore di Caltagirone, ha posto numerose domande ai testi, a pag. 3-6 luglio 1913-14-20-21 del verbale di 86 pagine;

considerato che:

"Il Fatto Quotidiano" pubblica la replica del ministro Severino, con riferimento all'articolo pubblicato dal "Fatto Quotidiano" giovedì 12 gennaio in cui si legge: «Intendo precisare alcuni aspetti che, pur in parte rappresentati nel testo, sono contraddetti dal titolo: "Un regalo a Caltagirone firmato dal suo ex legale: il ministro Severino". Il regolamento sui requisiti di onorabilità in ambito assicurativo rientra nelle competenze decisionali del ministro dello Sviluppo economico e non già del ministro della Giustizia. Esso viene emanato previo interpello dell'Isvap, parere del Consiglio di Stato e comunicazione del presidente del Consiglio dei ministri, e senza alcuna partecipazione del ministro della Giustizia, neppure in fase consultiva. Il regolamento è stato formato e deciso nei suoi contenuti dal precedente ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, il quale ha provveduto ovviamente anche a firmarlo. Il visto del guardasigilli è atto volto a verificare la sola forma e non già i contenuti del provvedimento. Esso è un atto dovuto in presenza dei requisiti formali del regolamento. Lascio giudicare ai lettori se questo trasparente itinerario possa giustificare il titolo "Un regalo a Caltagirone firmato dal suo ex legale: il ministro Severino". Prof. Paola Severino, ministro della Giustizia»;

Vittorio Malagutti controreplica: «È comprensibile l'autodifesa del ministro Severino, ma la vicenda del regolamento sui requisiti di onorabilità degli amministratori delle compagnie di assicurazioni resta sconcertante. Il governo ha preso a scatola chiusa un decreto "libera tutti" firmato dal ministro Romani ventiquattr'ore prima di dare le dimissioni e dieci giorni dopo la condanna al processo Bnl di Francesco Gaetano Caltagirone, già cliente dell'avvocato Severino. Quel decreto, è bene ricordarlo, giaceva da anni nei cassetti del ministero. Visto il contenuto assai delicato di quelle norme sarebbe forse stato opportuno prendere tempo per valutare meglio. Il governo non l'ha fatto. E del governo fa parte anche il ministro Severino, che ha controfirmato l'atto»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia consapevole di aver approvato una norma sull'onorabilità degli assicuratori, in base alla quale in caso di future condanne i requisiti di onorabilità vengono meno, soltanto "in relazione a procedimenti avviati" dopo la data di entrata in vigore del regolamento, ciò che offre un salvacondotto in maniera particolare a Caltagirone e Cimbri, condannati in secondo grado e perfino in via definitiva per l'aggiotaggio nella scalata alla Bnl del 2005;

se tale disposizione, a giudizio dell'interpellante sorprendente, che vale solo per il futuro e per le condanne emesse dopo il 24 gennaio 2012, non abbia la finalità di evitare la sospensione immediata dagli incarichi per tutte le condanne concernenti reati in materia finanziaria, per i delitti di bancarotta e quelli contro la pubblica amministrazione, puniti, questi ultimi, con reclusione di almeno un anno, escludendo gli amministratori delle compagnie di assicurazioni, che potranno essere sospesi solo per eventuali condanne in procedimenti penali futuri;

se la controfirma da parte di un Ministro, già difensore di un amministratore, non possa configurare un abuso in atti di ufficio per favorire platealmente almeno un assicuratore suo cliente già condannato dalla perdita dei requisiti di onorabilità e difeso dalla stessa in giudizio nel processo contro "i furbetti del quartierino";

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che, tra i gravi conflitti di interessi, a giudizio dell'interpellante presenti all'interno dell'Esecutivo, possano aggiungersi ulteriori favori che avvantaggiano clienti ed imprese che hanno frodato il mercato ed i diritti dei consumatori, utenti, assicurati.

(2-00405)

Interrogazioni

PASSONI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

la Richard Ginori di Sesto Fiorentino è un'azienda storica per il territorio, nata nel 1735 e ancora oggi leader nella produzione di porcellana industriale e manifatturiera;

lo stabilimento impiega 486 dipendenti in fabbrica più l'indotto e rappresenta un importantissimo sito produttivo per l'intera provincia di Firenze;

nonostante la recente ripresa del lavoro e l'accensione del terzo forno, la dirigenza ha lamentato una grave situazione finanziaria dovuta alla difficoltà di accesso al credito e a una conseguente crisi di liquidità. Il pagamento degli stipendi del mese di dicembre è stato corrisposto con un impegno definito "straordinario" dalla proprietà;

il blocco del credito da parte delle banche e la conseguente crisi di liquidità per l'azienda appaiono incomprensibili, specie se messi in relazione a una domanda dinamica di ordini e commesse, ad un bilancio 2011 che si chiude sostanzialmente in pareggio e alle capacità competitive che l'azienda può ancora esprimere sul mercato interno e internazionale;

la Richard Ginori potrebbe essere ancora più competitiva se si prospettassero degli investimenti minimi e se ricominciasse a svolgere l'attività formativa da tempo interrotta, seppur essenziale per la creazione di prodotti di alta qualità,

si chiede di sapere se il Governo non ritenga necessario intervenire per quanto di competenza in sinergia con il tavolo di crisi già attivato a livello della Regione Toscana per facilitare il superamento della crisi di liquidità della Richard Ginori, nonché per sollecitare un chiarimento delle reali strategie della proprietà riguardo all'assetto societario, all'attività produttiva, alla concreta situazione debitoria e all'ottenimento della liquidità necessaria per permettere la formulazione di un progetto industriale davvero credibile in grado di valorizzare il sito produttivo di Sesto Fiorentino.

(3-02586)

VITA, LEGNINI, ADAMO, AMATI, ARMATO, BARBOLINI, BLAZINA, CHITI, CHIURAZZI, DE SENA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, FERRANTE, FRANCO Vittoria, GIARETTA, GRANAIOLA, MARITATI, MAZZUCONI, NEROZZI, RUSCONI, PERDUCA, MARCUCCI, MARINO Mauro Maria, SOLIANI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per i beni e le attività culturali e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

la SIAE (Società italiana degli autori ed editori) ai sensi della legge 9 gennaio 2008, n. 2, recante "Disposizioni concernenti la Società italiana degli autori ed editori", è ente pubblico economico a base associativa;

l'art. 1, comma 3, della suddetta legge, prevede che "il Ministro per i beni e le attività culturali esercita, congiuntamente con il Presidente del Consiglio dei ministri, la vigilanza sulla SIAE. L'attività di vigilanza è svolta sentito il Ministro dell'economia e delle finanze, per le materie di sua specifica competenza";

il 26 ottobre 2009 il dottor Gaetano Blandini, direttore generale per il cinema presso il Ministero per i beni e le attività culturali, è stato nominato nuovo direttore generale della SIAE;

il 9 marzo 2011, con decreto del Presidente della Repubblica, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 81 dell'8 aprile 2011, il dottor Gian Luigi Rondi è stato nominato commissario straordinario della SIAE. Con lo stesso decreto sono stati nominati sub commissari del medesimo ente il professor avvocato Mario Stella Richter e l'avvocato Domenico Luca Scordino che sembrerebbe essere l'avvocato di fiducia del direttore generale Gaetano Blandini;

come emerge dalle considerazioni contenute nello stesso decreto il commissariamento dell'ente si è ritenuto necessario a causa dell'impossibilità di funzionamento degli organi deliberativi dovuto ad una "sofferenza" del modello di governance della Società e alla mancata approvazione del bilancio preventivo 2011, propedeutico all'attuazione del piano strategico 2010-2013, indispensabile per un adeguato risanamento economico-finanziario della società;

il 28 dicembre 2011 risulterebbe firmato un atto notarile che dispone la cessione dei palazzi del Fondo Pensioni della SIAE al "Fondo Aida": sei immobili situati a Roma, il cui prezzo viene fissato in ottanta milioni di euro, a fronte del bilancio 2010 in cui era stato valutato un prezzo di 103 milioni di euro;

gli immobili della SIAE verrebbero inoltre ceduti al "Fondo Norma" ad un prezzo concordato di 180 milioni di euro; tuttavia il valore dei palazzi è stato stimato in 360 milioni di euro;

i palazzi SIAE sono stimati complessivamente 463 milioni di euro; gli introiti risulterebbero essere pari a 260 milioni di euro;

la società incaricata per la vendita risulta essere la "Sorgente Group", società di diritto italiano al vertice di un gruppo che opera nel settore della finanza immobiliare con 4 società di gestione del risparmio e con 25 società immobiliari;

già nell'interrogazione pubblicata il 29 novembre 2011 (atto 4-06311) si sottolineava la mancanza di trasparenza nella gestione economica della SIAE a fronte del bilancio 2010 del Fondo Pensioni,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti riportati in premessa;

quali misure ritenga necessario adottare per garantire la trasparenza nella gestione economica della SIAE, quale ente pubblico economico;

quali iniziative intenda intraprendere per chiarire i motivi per cui l'incarico di vendita degli immobili sia stato affidato alla "Sorgente Group" ad un prezzo inferiore del suo valore effettivo e quali siano i motivi per cui gli immobili verrebbero confluiti nei fondi "Aida" e "Norma".

(3-02587)

PIGNEDOLI, ANDRIA, ANTEZZA, BERTUZZI, PERTOLDI, RANDAZZO, ZANDA, SOLIANI - Ai Ministri dello sviluppo economico e delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:

il made in Italy e in particolare il made in Italy agroalimentare rappresenta una straordinaria leva competitiva per la crescita del Paese;

la Coldiretti ha denunciato in modo dettagliato e preciso una serie di iniziative poste in essere da società partecipate dal Ministero dello sviluppo economico di svendita dell'economia e dei nostri territori che hanno fatto parlare, con una notevole eco su tutti gli organi di comunicazione, di una vera e propria contraffazione di Stato;

il contrasto alla contraffazione ha, del resto, conseguenze economiche e sanitarie di rilievo tanto per le imprese quanto per i consumatori, e tutte le parti sociali (Abi, Alleanza cooperative italiane, Ania, Cgil, Cia, Cisl, Claai, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Reteimprese Italia, Ugl, Uil), con un documento unitario del 4 agosto 2011, nella definizione delle priorità sulle quali operare per rilanciare la crescita, hanno chiesto di attuare politiche incisive volte alla promozione e difesa del made in Italy di qualità quale leva competitiva del Paese in grado di valorizzare il lavoro, il capitale e il territorio italiano, sfruttando il potenziale di penetrazione commerciale all'estero delle imprese italiane;

nelle dichiarazioni sugli indirizzi e le linee programmatiche espresse al Parlamento (durante l'audizione del 19 aprile 2011 presso la XIII Commissione permanente (Agricoltura) della Camera), lo stesso Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali non ha lasciato dubbi sulla responsabilità di affrontare con decisione la lotta alla contraffazione. A proposito delle innumerevoli circostanze in cui i prodotti agroalimentari italiani sono preda di sofisticazioni e frodi, il Ministro ha rilevato: "Intendo attivarmi (...) per garantire una piena tutela informativa ai consumatori italiani e, al contempo, attraverso un'adeguata azione a livello europeo e mondiale, supportare il vero made in Italy, contrastando quei fenomeni degenerativi, denominati nel gergo italian sounding, che sono da considerarsi altamente decettivi e ingannevoli. Penso a prodotti con lo stivale, con la bandiera o con denominazioni che evocano malamente prodotti nazionali, i quali, in modo scorretto, speculano sulla nostra forza, sulla nostra cultura, sulla nostra tradizione per attivare meccanismi di vero illecito concorrenziale, vanificando ingiustamente il sacrificio dei nostri operatori e abusando del buon nome italiano nei mercati internazionali";

considerato che:

in particolare, la Coldiretti ha denunciato, dopo il caso dell'azienda casearia Lactitalia, anche il caso Parmacotto di cui risulta proprietario il Ministero dello sviluppo economico tramite la partecipazione della Società italiana per le imprese all'estero (Simest);

nella risposta scritta, pubblicata giovedì 10 marzo 2011 all'interrogazione 4-08770, il Ministro pro tempore delle politiche agricole ha parlato dell'adozione di «una serie di iniziative, avvalendosi della collaborazione del Ministero dello Sviluppo economico e della società erogatrice del finanziamento pubblico "Simest S.p.a."». In particolare, si è portato a conoscenza che «tutte le Amministrazioni coinvolte stanno già predisponendo ulteriori criteri per l'assegnazione dei progetti di finanziamento nell'ambito dell'internazionalizzazione delle aziende agroalimentari, al fine di scongiurare qualsiasi tipo di appropriazione indebita delle denominazioni protette ed impropri richiami all'origine italiana dei prodotti ottenuti e commercializzati». È stata data, inoltre, notizia dell'istituzione di «un tavolo tecnico di lavoro per predisporre le linee guida di settore (da inserire nei prossimi contratti di finanziamento delle iniziative imprenditoriali) il cui rispetto costituirà, non solo, un mezzo di valutazione per l'ammissibilità delle domande, ma consentirà, al contempo, di evitare fenomeni di concorrenza sleale nei confronti dei produttori nazionali»;

più in particolare, la Simest finanziaria di sviluppo e promozione delle imprese italiane all'estero, controllata per il 76 per cento dal Governo italiano, opera come partner qualificato delle imprese che scelgono l'internazionalizzazione per affermare la propria presenza sui mercati esteri;

la Simest ha recentemente stipulato con il gruppo Parmacotto, azienda italiana leader nel settore agroalimentare, un accordo che prevede un investimento di 11 milioni di euro nel capitale sociale dell'azienda, finalizzato ad una sua ulteriore espansione in Francia, Germania e Stati Uniti, dove punta a consolidare la propria presenza;

l'azienda in questione, con il supporto di Simest, ha già avviato anche negli Stati Uniti un progetto che ha portato all'apertura di un punto vendita monomarca a New York e prevede di strutturare una vera e propria catena di locali caratterizzati dall'offerta di prodotti italian sounding, tanto è vero che Alessandro Rosi, amministratore delegato di Parmacotto, ha dichiarato che la metà circa delle carni suine lavorate nel gruppo viene da fuori: Francia, Danimarca, Spagna e Germania, per lo più, e ciò che conta è il know how, la lavorazione delle carni. Ad esempio negli Stati Uniti è proibita l'esportazione del salame, perciò nell'emporio di Manhattan di Parmacotto non si possono vendere i prodotti italiani. Perciò un tecnico dell'azienda di San Gimignano si è trasferito nel New Jersey importando lì metodi e processi di produzione in ogni passaggio, adottati in Toscana. Il risultato è che a Manhattan si può trovare una finocchiona che non teme il confronto con quella toscana e che dal punto di vista culturale è una finocchiona made in Italy, sottolineando inoltre che l'importante è che la carne sia di prima scelta, trattata nelle condizioni migliori;

nei punti vendita già aperti nell'Unione europea e negli Stati Uniti, dedicati alla salumeria tradizionale italiana, segmento di eccellenza del made in Italy e sinonimo di qualità e genuinità, si vendono alimenti realizzati con ingredienti e materie prime non italiane confezionati sul posto con etichette e marchi che evocano prodotti tipici della gastronomia italiana e delle specialità regionali;

rilevato che:

con l'obiettivo di cogliere e segnalare anomalie, indicatori e forme nelle quali, anche al di fuori del nostro Paese, possono presentarsi le diverse modalità della contraffazione, è stata istituita con deliberazione della Camera dei deputati del 13 luglio 2010 un'apposita Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale, rafforzando il contrasto a tale fenomeno;

la stessa volontà del Parlamento di tutelare l'identità e la territorialità dell'autentico made in Italy agroalimentare non è in discussione, se si fa riferimento non solo alla recente normativa settoriale sull'olio extravergine di oliva quanto, soprattutto, alle disposizioni generali in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari (legge 3 febbraio 2011, n. 4) approvate al fine di assicurare ai consumatori una completa e corretta informazione sulle caratteristiche dei prodotti, oltre che al fine di rafforzare la prevenzione e la repressione delle frodi alimentari;

la diffusione di prodotti che traggono in inganno circa la vera origine geografica realizza un evidente danno all'immagine della nostra produzione agroalimentare nazionale, raggirando i consumatori che non vengono messi in condizione di scegliere in modo responsabile;

le operazioni di sostegno dell'italian sounding, da parte della Simest, determinano, tuttavia, danni ancora più gravi in quanto bloccano ogni potenzialità di crescita delle imprese italiane a causa della "saturazione" del mercato con prodotti che richiamano qualità italiane senza essere di origine nazionale, impedendo altresì ai consumatori di effettuare una corretta comparazione sulla base della diversa qualità e convenienza con prodotti autentici del made in Italy;

il sostegno della Simest alle attività di commercializzazione di prosciutti ed altri salumi della tradizione italiana da parte di Parmacotto al fine di creare una rete di locali per la ristorazione si inserisce, tra l'altro, in un periodo di grave crisi dell'allevamento di suini nel nostro Paese,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza di quali vantaggi per il sistema agroalimentare nazionale la Simest abbia promosso con una strategia di finanziamento all'estero di imprese che commercializzano prodotti con una falsa identità di origine, utilizzando manodopera, presentandosi quale soggetto d'imposta e creando valore aggiunto all'estero;

se e quali iniziative intendano assumere per verificare i criteri con cui vengono scelti, da parte della Simest, i progetti da finanziare;

se non ritengano di procedere, attraverso le strutture preposte dei propri Dicasteri, al blocco degli attuali investimenti in attività di delocalizzazione di produzioni agroalimentari che costituiscono attività di concorrenza sleale;

se e come intendano documentare al Parlamento e all'opinione pubblica i controlli che la Simest ha effettuato ed effettua sulle attività del settore agroalimentare delle quali acquisisce partecipazioni ovvero sostiene attraverso altre modalità, affinché sia garantita la conformità allo scopo sociale;

quali chiarimenti, precisi e incontrovertibili, intendano formulare a proposito del riscontro delle necessarie informazioni circa le partecipazioni e finanziamenti ad altre società del settore agroalimentare;

come intendano valutare il danno sofferto dalle imprese nazionali a fronte dell'avvenuta occupazione di mercato da parte di imprese, come Parmacotto, che attraverso i finanziamenti hanno immesso prodotti soltanto imitativi di quelli autentici italiani, eliminando o riducendo sensibilmente le future possibilità di scelta dei consumatori in termini di confronto di qualità e di prezzo;

quali iniziative intendano assumere per sanzionare la più grave irregolarità commessa dai responsabili di Simest di violazione nel commercio da parte della Parmacotto da essa partecipata delle norme in materia di protezione di denominazioni di origine protetta a proposito della promozione di un prodotto (salumi calabresi) che gode del riconoscimento europeo;

rispetto alla recente scelta del Parlamento di valorizzare l'effettiva origine geografica degli alimenti ed al sostegno dichiarato dal Governo di procedere all'attuazione della legge sull'etichettatura attraverso l'adozione dei decreti attuativi, se non valutino gravemente lesivo delle linee programmatiche di sviluppo economico l'operato dei rappresentanti legali di Simest;

se, conseguentemente, in che tempi e secondo quali modalità intendano revocare il mandato di rappresentanza agli attuali amministratori di Simest;

se e in che termini intendano declinare l'impegno ad intraprendere progetti di promozione all'estero dei veri prodotti del made in Italy compatibilmente con la ricchezza dei nostri territori e la pluralità delle nostre produzioni, anche più specificamente eliminando le barriere sanitarie che, proprio nel settore della carne, ostacolano il commercio con l'estero.

(3-02588)

SBARBATI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, delle politiche agricole alimentari e forestali, del lavoro e delle politiche sociali e per il turismo e lo sport e per gli affari regionali - Premesso che:

l'ippica ha regalato al Paese pagine eccellenti di sport e tradizione e ha contribuito a rendere celebre l'Italia nel mondo;

il comparto conta attualmente oltre 15.000 cavalli, e interessa, tra operatori e famiglie, migliaia di persone e offre molti posti di lavoro;

la filiera è gestita da dieci anni dall'Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (AAMS), che si è occupata della raccolta delle scommesse, fonte di finanziamento per garantire l'autosufficienza del settore;

la riduzione dei fondi destinati a corse, allevamento, gestione degli ippodromi mette tutta la filiera ippica dall'inizio del 2012 nelle condizioni di non avere più futuro;

le ricadute negative sono enormi anche sull'indotto e penalizzano anche lo Stato per il mancato introito nel 2012 delle imposte, introito che nel 2011 ha raggiunto i 180 milioni di euro;

il Governo è ripetutamente intervenuto a sostegno di aziende in difficoltà, anche quando non ha avuto responsabilità dirette nella loro crisi;

l'attuale crisi del settore è invece totalmente riconducibile alle responsabilità dei Ministeri che hanno competenza sull'intera filiera; nessun potere decisionale è stato infatti lasciato a nessuna delle componenti del mondo ippico;

un sostegno al comparto oggi non rappresenterebbe un contributo ad un settore in crisi, ma avrebbe valore di risarcimento per la cattiva gestione che ha riguardato l'ippica e offrirebbe il meritato riconoscimento, al pari di quanto avviene in altri Paesi europei, a un prodotto di eccellenza per l'Italia,

si chiede di conoscere:

se il Governo non ritenga di dover intervenire con urgenza affinché non venga disperso un patrimonio di lavoro, territorio, sport e cultura ultracentenari;

se non valuti importante la salvaguardia delle entrate fiscali derivanti dal settore ippico e la valorizzazione del settore delle scommesse connesse alle gare, che ha fatto registrare un giro di affari nel 2011, pari a oltre 80 miliardi di euro (di cui 11 destinati all'erario) con una previsione di incremento di un miliardo per il 2012;

se non ritenga di dover assicurare al Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali gli strumenti necessari per rispondere tempestivamente alla crisi del settore;

se non intenda attivare tutte le misure necessarie, organizzative e legislative, per scongiurare la chiusura totale dell'attività ippica e favorire la ristrutturazione del settore e delle scommesse ad esso connesse, al fine di avviare un indispensabile processo di crescita e sviluppo.

(3-02589)

AMATO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

il 18 maggio 2010 il decano del Corpo accademico dell'Università degli studi di Siena indisse le elezioni del Rettore per il quadriennio 2010-2014;

a quanto risulta dal verbale della Commissione elettorale redatto in data 21 luglio 2010, dopo le due tornate elettorali del 7 e 14 luglio, il professor Angelo Riccaboni prevaleva nel terzo turno di ballottaggio sul professor Silvano Focardi per 373 a 357 voti, in presenza di 28 schede bianche e 19 schede nulle, risultando così designato dall'ateneo alla carica di Rettore;

stante l'esiguo distacco elettorale fra i due candidati, ad un'opportuna verifica sulla piena validità del processo elettorale, emersero gravi e numerose irregolarità di carattere formale e sostanziale, sia nei confronti della legislazione ordinaria che verso la disciplina statutaria dell'ateneo, tali da inficiare per diritto la legittimità del risultato, tanto che il processo elettorale divenne immediatamente oggetto di un'indagine della magistratura senese (che poi si concluse, in data 11 novembre 2011, con la formulazione di ipotesi di reato a carico di dieci indagati - componenti del seggio elettorale e della commissione elettorale - per "falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici");

l'esito delle elezioni del Rettore fu così ratificato dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca pro tempore, on. Mariastella Gelmini, con un decreto di nomina emesso in data 26 ottobre 2010, nel quale si faceva cenno alle indagini in corso. Atto che fu poi annullato e sostituito da un secondo provvedimento, emanato il 2 novembre e reso pubblico il 4 novembre, privo di riferimenti all'attività della Procura;

sulle discrepanze tra i due atti di nomina, l'allora Ministro, interpellata dalla Procura di Siena in qualità di parte lesa (in un colloquio avvenuto in data 24 febbraio 2011 e i cui contenuti sono stati resi pubblici dalla stampa in data 17 dicembre 2011) a quanto risulta all'interrogante dichiarò di non essere in grado di chiarire il perché delle differenze esistenti tra il decreto del 26 ottobre e quello del 2 novembre, specificando che il suo Capo di gabinetto (avvocato Vincenzo Nunziata) sia prima della firma del 26 ottobre, sia successivamente e prima della firma del 2 novembre rassicurò il Ministro dicendo che tale atto non avrebbe intralciato l'azione della magistratura e che, se l'indagine avesse scoperto profili di illegittimità, quando non di illiceità dei fatti, si sarebbe comunque potuto annullare, in autotutela, il decreto di proclamazione;

per quanto risulta all'interrogante, nel corso del suddetto incontro il Ministro aggiunse tuttavia che: "soltanto oggi - 24 febbraio 2011- vengo a conoscenza del fatto che nessun elettore il 21 luglio 2010 è stato identificato. Se avessi saputo di detta irregolarità con ogni probabilità non avrei proclamato il rettore";

a quanto risulta all'interrogante, il Ministro pro tempore, on. Mariastella Gelmini, ha operato con grande correttezza personale e piena coerenza sia con l'impianto normativo all'epoca vigente che con la prassi procedurale, risultando effettivamente solo parte lesa in questa vicenda;

premesso altresì che:

in data 21 ottobre 2010, l'interrogante presentò l'atto di sindacato ispettivo 3-01674 al Ministro pro tempore per renderlo edotto del fatto che, circa le operazioni di voto per l'elezione del Rettore dell'Università di Siena, "gli elenchi allegati ai verbali della Commissione elettorale risultano in larga parte sprovvisti di indispensabili e incontrovertibili attestati di identificazione dei partecipanti al voto", considerando inoltre che "la presunta insufficienza dei requisiti di regolarità circa l'elezione interna del Rettore del 21 luglio 2010, laddove il Ministero decidesse di procedere all'insediamento del professor Riccaboni mediante decreto ministeriale confermativo, rischia di dar luogo ad un vulnus di legittimità in seno al vertice dell'ateneo", per sapere se "alla luce di quanto contestato in merito all'elezione del nuovo Rettore dell'ateneo senese, il Ministro in indirizzo non ritenga, nell'interesse esclusivo di tale Istituzione e secondo il principio di autotutela della pubblica amministrazione, di dover approfondire nelle sedi opportune e per gli aspetti di competenza la vicenda prima di addivenire alla firma dell'atto di nomina del Rettore designato";

a quanto risulta all'interrogante, come successivamente emerso in un'intervista rilasciata in data 24 dicembre 2011 al quotidiano "La Nazione-Siena" dal rappresentante del Governo nel Consiglio d'amministrazione dell'Università di Siena (dottor David Cantagalli) si è appreso che questi, alcuni mesi addietro al decreto di nomina di cui sopra, aveva trasmesso agli uffici del Ministero, dettagliate informative in merito alle gravi irregolarità emerse durante il processo elettorale in capo al Rettore dell'Università di Siena, sottolineando puntualmente che "la magistratura svolgeva delle indagini; che nella cittadinanza e negli ambienti universitari si andava diffondendo l'idea che le elezioni fossero viziate da gravi irregolarità";

considerato che:

per quanto si è potuto apprendere dalle intercettazioni recentemente pubblicate dai quotidiani senesi derivanti dall'inchiesta della magistratura senese sui presunti brogli dietro all'elezione del Rettore dell'Università di Siena, si evince chiaramente l'esistenza di un sodalizio tra l'allora Direttore generale del Ministero (dottor Marco Tomasi) e l'attuale Rettore che conferma la piena consapevolezza da parte del dirigente sia della delicatezza delle circostanze attinenti all'emanazione del decreto di nomina dello stesso Rettore, sia dei rischi legati al concorso-selezione propedeutico alla nomina - anch'essa poi acquisita dalla Procura della Repubblica di Siena per accertamenti - dell'attuale direttore amministrativo dell'Ateneo (dottoressa Fabbro). Costei, peraltro, risultava già condannata, nel 2007, dalla Corte dei conti dell'Emilia-Romagna per gravi irregolarità amministrativo-contabili nell'esercizio delle sue funzioni nel medesimo incarico di Direttore amministrativo dell'Università di Bologna, come segnalato nell'atto di sindacato ispettivo a firma dell'interrogante 3-01735 del 24 novembre 2010;

nelle succitate intercettazioni telefoniche, pubblicate dalla stampa locale, spiccano, altresì, gli stretti legami tra l'ex titolare del Ministero ed ex Rettore dell'Università di Siena, l'on. Luigi Berlinguer, ed alcuni dirigenti apicali del Ministero. Relazioni che, a ridosso del novembre 2010, furono utilizzate dall'on. Berlinguer, al fine di imporre la firma del Ministro sul decreto di nomina del Rettore di Siena nonostante l'aggravarsi dell'inchiesta della magistratura sulle elezioni universitarie;

ricordato che, a quanto risulta all'interrogante, con nota scritta dell'11 gennaio 2006, il responsabile del "Centro comunicazione e marketing" dell'Università di Siena, acquisito il parere favorevole del Rettore, provvedeva ad acquistare 300 copie dell'opera "Tra diritto e storia (Studi in onore di Luigi Berlinguer)", pubblicata circa tre anni dopo da Rubbettino editore. A tale ordine corrispondeva un impegno di spesa (26.210 euro cui si sommavano 250 euro di competenze legali nel frattempo maturate) che fu inserito, come debito, in una lunga lista di spese non autorizzate, e quindi fuori bilancio, denominata Atto di ricognizione dei Residui attivi e passivi presentata in Consiglio di amministrazione il 30 marzo 2009. Successivamente, su pressante iniziativa degli attuali Rettore e Direttore amministrativo, la questione venne infine portata alla discussione in Consiglio di amministrazione il 25 febbraio 2011 affinché il debito contratto con Rubbettino editore dal responsabile del Centro venisse saldato dall'Università mediante un'apposita variazione di bilancio. Intenzione respinta dal Collegio dei revisori contabili e dal Consiglio di amministrazione che, stante l'assenza del contratto editoriale, non ha potuto fare altro che sospendere la questione affermando: "qualora l'Ateneo alla fine sia costretto a pagare la somma, la pratica passerà alla Corte dei conti per la valutazione del presunto danno erariale";

valutato che l'Università degli studi di Siena attraversa una delicata situazione economica che, secondo i dati del bilancio di previsione 2012, indica ancora un disavanzo di parte corrente pari a 22.389.000 euro, gravato da elevatissimi costi dovuti all'abnorme quantità di personale dipendente e alla funzionalità di sedi distaccate (locate ad Arezzo e a Grosseto) assai dispendiose. Spese che non potranno essere ulteriormente bilanciate, come eccezionalmente avvenuto nel 2010, da entrate straordinarie dovute alla vendita di parte del patrimonio immobiliare universitario e che potrebbero portare a nuove crisi di liquidità;

la recente scelta operata dal Rettore di rimodulare il piano di risanamento "Unisi 2015", ribattezzato "Unisi 2017", per procrastinare l'obiettivo del pareggio di bilancio di almeno due anni, dimostra a giudizio dell'interrogante l'inadeguatezza della risposta dell'attuale vertice universitario alle indifferibili esigenze di risanamento dell'ateneo;

le disposizioni di cui all'art. 5, comma 4, lettere h) e i), della legge Gelmini (di cui alla legge n. 240 del 2010) consentono ora al Ministro di procedere al commissariamento di un ateneo per motivi legati ai piani di risanamento finanziari,

si chiede di sapere:

se, nel dovuto rispetto dell'autonomia dell'Università di Siena (dato il particolare contesto attinente all'elezione del Rettore dell'Università di Siena ed il carente piano di risanamento economico dell'ateneo da questi adottato), - il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno provvedere alla revoca dell'atto di nomina dell'attuale Rettore ed operare un contestuale commissariamento per far fronte alle straordinarie esigenze gestionali dell'ateneo, oggetto di un dissesto finanziario senza precedenti;

se non ritenga di dover aprire un'indagine interna al Ministero, onde verificare - alla luce di quanto appreso dalle pubblicazioni delle intercettazioni telefoniche - se le informazioni in possesso degli uffici ministeriali sull'irregolarità dell'elezione del Rettore, siano state debitamente trasmesse all'allora titolare del Dicastero. Informazione che, nella loro completezza o incompletezza, hanno comunque pesato sulla decisione di emanare il decreto di nomina del Rettore in carica;

se, infine, corrisponda a verità il fatto che alcuni professori, già iscritti nel registro degli indagati per presunti brogli in capo all'elezione del Rettore, e per i quali è stato richiesto il rinvio a giudizio, siano stati recentemente eletti a cariche di particolare rilievo all'interno degli organi dell'Università di Siena; e, in caso affermativo, quale ne sia la sua valutazione, anche alla luce della prassi secondo la quale il Senato accademico può disporre la sospensione cautelare di un docente oggetto di indagini giudiziarie.

(3-02591)

Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento

MONGIELLO, BARBOLINI, TOMASELLI, GARRAFFA, BUBBICO - Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali e dello sviluppo economico - Premesso che:

il made in Italy e in particolare il made in Italy agroalimentare rappresenta una straordinaria leva competitiva per la crescita del Paese;

la Coldiretti ha denunciato in modo dettagliato e preciso una serie di iniziative poste in essere da società partecipate dal Ministero dello sviluppo economico di vera e propria svendita dell'economia e dei nostri territori che hanno fatto parlare, con una notevole eco su tutti gli organi di comunicazione, di vera e propria contraffazione di Stato;

il contrasto alla contraffazione ha, del resto, conseguenze economiche e sanitarie di rilievo tanto per le imprese quanto per i consumatori, e tutte le parti sociali (Abi, Alleanza cooperative italiane, Ania, Cgil, Cia, Cisl, Claai, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Reteimprese Italia, Ugl, Uil), con un documento unitario del 4 agosto 2011, nella definizione delle priorità sulle quali operare per rilanciare la crescita, hanno chiesto di attuare politiche incisive volte alla promozione e difesa del made in Italy di qualità, quale leva competitiva del Paese in grado di valorizzare il lavoro, il capitale e il territorio italiano, sfruttando il potenziale di penetrazione commerciale all'estero delle imprese italiane;

nelle dichiarazioni sugli indirizzi e le linee programmatiche espresse presso le competenti Commissioni di Camera e Senato in data 19 aprile 2011, lo stesso Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali non ha lasciato dubbi sulla volontà di affrontare con decisione la lotta alla contraffazione. A proposito delle innumerevoli circostanze in cui i prodotti agroalimentari italiani sono preda di sofisticazioni e frodi, il Ministro ha rilevato, durante l'audizione presso la XIII Commissione permanente (Agricoltura) della Camera: "Intendo attivarmi (...) per garantire una piena tutela informativa ai consumatori italiani e, al contempo, attraverso un'adeguata azione a livello europeo e mondiale, supportare il vero made in Italy contrastando quei fenomeni degenerativi, denominati nel gergo italian sounding, che sono da considerarsi altamente decettivi e ingannevoli. Penso a prodotti con lo stivale, con la bandiera o con denominazioni che evocano malamente prodotti nazionali, i quali, in modo scorretto, speculano sulla nostra forza, sulla nostra cultura, sulla nostra tradizione per attivare meccanismi di vero illecito concorrenziale, vanificando ingiustamente il sacrificio dei nostri operatori e abusando del buon nome italiano nei mercati internazionali";

in particolare, la Coldiretti ha denunciato, dopo il caso dell'azienda casearia Lactitalia, anche il caso Parmacotto di cui risulta proprietario il Ministero dello sviluppo economico tramite la partecipazione della Società italiana per le imprese all'estero (Simest);

nella risposta scritta all'interrogazione 4-08770, pubblicata in data giovedì 10 marzo 2011, il Ministro pro tempore delle politiche agricole ha parlato dell'adozione di «una serie di iniziative, avvalendosi della collaborazione del Ministero dello Sviluppo economico e della società erogatrice del finanziamento pubblico "Simest S.p.a."». In particolare, si è portato a conoscenza che «tutte le Amministrazioni coinvolte stanno già predisponendo ulteriori criteri per l'assegnazione dei progetti di finanziamento nell'ambito dell'internazionalizzazione delle aziende agroalimentari, al fine di scongiurare qualsiasi tipo di appropriazione indebita delle denominazioni protette ed impropri richiami all'origine italiana dei prodotti ottenuti e commercializzati». È stata data, inoltre, notizia dell'istituzione di «un tavolo tecnico di lavoro per predisporre le linee guida di settore (da inserire nei prossimi contratti di finanziamento delle iniziative imprenditoriali) il cui rispetto costituirà, non solo, un mezzo di valutazione per l'ammissibilità delle domande ma consentirà, al contempo, di evitare fenomeni di concorrenza sleale nei confronti dei produttori nazionali»;

più in particolare, la Simest, finanziaria di sviluppo e promozione delle imprese italiane all'estero, controllata per il 76 per cento dal Governo italiano, opera come partner qualificato delle imprese che scelgono l'internazionalizzazione per affermare la propria presenza sui mercati esteri;

la Simest ha recentemente stipulato con il gruppo Parmacotto, azienda italiana leader nel settore agroalimentare, un accordo che prevede un investimento di 11 milioni di euro nel capitale sociale dell'azienda, finalizzato ad una sua ulteriore espansione negli USA, Francia e Germania, dove punta a consolidare la propria presenza;

la medesima azienda, con il supporto di Simest, ha già avviato anche negli stati Uniti un progetto che ha portato all'apertura di un punto di vendita monomarca a New York e prevede di strutturare una vera e propria catena di locali caratterizzati dall'offerta di prodotti italian sounding, tanto è vero che Alessandro Rosi, amministratore delegato di Parmacotto, ha dichiarato che la metà circa delle carni suine lavorate nel gruppo viene da fuori: Francia, Danimarca, Spagna e Germania, per lo più, e ciò che conta è il know how, la lavorazione delle carni. Negli Stati Uniti è proibita l'esportazione del salame, perciò nell'emporio di Manhattan di Parmacotto non si possono vendere i prodotti italiani. Perciò un tecnico dell'azienda di san Gimignano si è trasferito nel New Jersey importando lì metodi e processi di produzione in ogni passaggio, adottati in Toscana. Il risultato è che a Manhattan si può trovare una finocchiona che non teme il confronto con quella toscana e che dal punto di vista culturale è una finocchiona made in Italy. Sottolinea inoltre che l'importante è che la carne sia di prima scelta, trattata nelle condizioni migliori;

nei punti vendita già aperti nei diversi Paesi, sia in Unione europea che negli stati Uniti, dedicati alla salumeria tradizionale italiana, segmento di eccellenza del made in Italy e sinonimo di qualità e genuinità, si vendono alimenti realizzati con ingredienti e materie prime non italiane, confezionati sul posto con etichette e marchi che evocano i prodotti tipici della gastronomia italiana e delle specialità regionali;

con l'obiettivo di cogliere e segnalare anomalie, indicatori e forme nelle quali, anche al di fuori del nostro Paese, possano presentarsi le diverse modalità della contraffazione, è stata istituita con deliberazione della Camera dei deputati del 13 luglio 2010 un'apposita Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale, rafforzando il contrasto a tale fenomeno;

la stessa volontà del Parlamento di tutelare l'identità e la territorialità dell'autentico made in Italy agroalimentare non è in discussione, se si fa riferimento non solo alla recente normativa settoriale sull'olio extravergine di oliva quanto, soprattutto, alle disposizioni generali in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti agroalimentari, di cui alla legge 3 febbraio 2011, n. 4, approvate al fine di assicurare ai consumatori una completa e corretta informazione sulle caratteristiche dei prodotti, oltre che al fine di rafforzare la prevenzione e la repressione delle frodi alimentari;

la diffusione di prodotti che traggono in inganno circa la vera origine geografica realizza un evidente danno all'immagine della nostra produzione agroalimentare nazionale, raggirando i consumatori che non vengono messi in condizione di scegliere in modo responsabile;

le operazioni di sostegno all'italian sounding, da parte della Simest, determinano, tuttavia, danni ancora più gravi, in quanto bloccano ogni potenzialità di crescita delle imprese italiane a causa della "saturazione" del Mercato con prodotti che richiamano qualità italiane senza essere di origine nazionale, impedendo ai consumatori di effettuare una corretta comparazione sulla base della diversa qualità e convenienza con prodotti autentici del made in Italy;

il sostegno della Simest alle attività di commercializzazione di prosciutti ed altri salumi della tradizione italiana da parte di Parmacotto al fine di creare una rete di locali per la ristorazione, si inserisce, tra l'altro, in un periodo di grave crisi dell'allevamento di suini nel nostro Paese,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza di quali vantaggi per il sistema agroalimentare nazionale la Simest abbia promosso con una strategia di finanziamento all'estero di imprese che commercializzano prodotti con una falsa identità di origine, utilizzando manodopera, presentandosi quale soggetto d'imposta e creando valore aggiunto all'estero;

se non ritengano di dover verificare i criteri con cui vengono scelti, da parte della Simest, i progetti da finanziare e se non sia da ritenere, comunque, urgente deliberare il blocco degli attuali investimenti in attività di delocalizzazione di produzioni agroalimentari che costituiscono attività di concorrenza sleale;

se e come intendano documentare al Parlamento e all'opinione pubblica i controlli che la Simest ha effettuato ed effettua sulle attività del settore agroalimentare, delle quali acquisisce partecipazioni ovvero sostiene attraverso altre modalità, affinché sia garantita la conformità allo scopo sociale;

quali chiarimenti, precisi e incontrovertibili, i Ministri in indirizzo intendano formulare a proposito del riscontro delle necessarie informazioni circa le partecipazioni e finanziamenti ad altre società del settore agroalimentare;

se non ritengano opportuno valutare il danno sofferto dalle imprese nazionali a fronte dell'avvenuta occupazione di mercato da parte di imprese, come Parmacotto, che attraverso i finanziamenti hanno immesso prodotti soltanto imitativi di quelli autentici italiani, eliminando o riducendo sensibilmente le future possibilità di scelta dei consumatori in termini di confronto di qualità e di prezzo;

quali iniziative intendano assumere per sanzionare la più grave irregolarità commessa dai responsabili di Simest, ovvero la violazione nel commercio da parte della Parmacotto, partecipata dalla medesima, delle norme in materia di protezione di denominazioni di origine protetta a proposito della promozione di un prodotto (salumi calabresi) che gode del riconoscimento europeo;

se anche alla luce della recente scelta del Parlamento di valorizzare l'effettiva origine geografica degli alimenti di cui alla legge n. 4 del 3 febbraio 2011, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 41 del 19 febbraio del 2011 recante: "Disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari" ed alla volontà dichiarata dal Governo di procedere all'attuazione della medesima legge mediante l'adozione dei decreti attuativi, il Ministro dello sviluppo economico non ritenga opportuno valutare quale gravemente lesivo delle linee programmatiche del suo Dicastero l'operato dei rappresentanti legali di Simest e, dunque, in che tempi e secondo quali modalità voglia revocare il mandato di rappresentanza agli attuali amministratori di Simest;

se e in che termini intendano declinare l'impegno di intraprendere progetti di promozione all'estero dei veri prodotti del made in Italy, compatibilmente con la ricchezza dei nostri territori e la pluralità delle nostre produzioni anche, più specificamente, eliminando le barriere sanitarie che, proprio nel settore della carne, ostacolano il commercio con l'estero.

(3-02590)

CARLONI, ARMATO, ADAMO, AMATI, BUBBICO, CASSON, CHIAROMONTE, CHITI, DE SENA, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, FERRANTE, FIORONI, MAGISTRELLI, MARITATI, MAZZUCONI, NEROZZI, PASSONI, VITA - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico - Premesso che:

sulla base di informazioni ottenute in seguito ad incontri con lavoratori Fiat di Pomigliano d'Arco (Napoli) e da notizie pubblicate sulla stampa locale, si è appreso che degli oltre 1.000 lavoratori assunti presso il suddetto stabilimento per la produzione della nuova Fiat Panda nessuno risulta iscritto alla CGIL;

tale situazione è in tutta evidenza alquanto inspiegabile, tanto più se si considera che al momento del referendum sull'accordo aziendale di Pomigliano, risultavano iscritti alla FIOM CGIL circa 650 lavoratori;

il progetto della nuova Panda in termini occupazionali implica un aumento dell'occupazione per 5.000 unità nell'indotto e altre 3.000 nell'azienda di Pomigliano d'Arco con un investimento Fiat di 800 milioni di euro in Fiat e 300 milioni nelle aziende dell'indotto;

attualmente la Fiat a Pomigliano utilizza la cassa integrazione straordinaria per cessazione attività per circa 4.500 lavoratori;

si prevede per gli oltre 5.000 lavoratori del vecchio stabilimento FIAT Giambattista Vico l'assorbimento nella Newco per la produzione di circa 230.000 Panda stimate a regime, anche se in seguito all'impianto di nuove tecnologie automatizzate si presume un dimezzamento degli addetti necessari alla produzione;

non si è a conoscenza dei tempi di rientro in produzione sia per i lavoratori della vecchia Fiat sia per i lavoratori dell'indotto campano (circa 23.000 persone, in condizione di angosciante incertezza);

recenti dichiarazioni dell'amministratore delegato Marchionne, relativamente alla possibilità di nuove strategiche alleanze che potrebbero portare fuori dall'Italia la sede della futura Fiat Chrysler, alimentano paure e rischi di futuri ridimensionamenti di investimenti ed occupazionali;

l'avvio della produzione della nuova Panda per ora ha permesso il rientro nello stabilimento di Pomigliano di un piccolo numero di addetti, e si paventa la possibilità che una quota rilevante di lavoratori non sarà riassorbita dalla nuova società, ed è palese il rischio che la riduzione degli organici apra spazi di grave discriminazione in particolare verso la componente più sindacalizzata tra i lavoratori;

considerato che:

la legittimazione della libertà e dell'organizzazione sindacale si nutre dei principi e dei dettati contenuti nella Carta costituzionale, a partire dall'art. 1 che pone il lavoro, e quindi i lavoratori, a fondamento della Repubblica;

la fonte normativa più importante dopo la Costituzione (art. 39) resta lo statuto dei lavoratori (legge n. 300 del 1970) che garantisce in pratica l'esercizio della libertà sindacale a livello individuale e garantisce il lavoratore nello svolgimento del rapporto di lavoro. Lo Statuto rafforza il principio di non discriminazione (ex Costituzione, art. 3) per ragioni politiche, religiose, sindacali, di razza di lingua e di sesso. In particolare è vietato condizionare l'assunzione all'adesione o meno ad un'organizzazione sindacale, al riguardo l'art. 28 dello statuto prevede una particolare forma di tutela della libertà sindacale che va sotto il nome di "repressione della condotta antisindacale";

con la sentenza n. 4020/2011 del 16 luglio 2011 il Tribunale di Torino (Sezione Lavoro, Fiom Cigl nazionale contro Fiat SpA, Fiat Group Automobiles SpA, Fabbrica Italia Pomigliano SpA) ha giudicato antisindacale la condotta posta in essere da Fiat SpA, Fiat Group Automobiles SpA, Fabbrica Italia Pomigliano SpA, perché determina quale effetto conseguente l'estromissione di Fiom Cgil dal sito produttivo di Pomigliano d'Arco,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga di dover procedere ad un'immediata verifica della fondatezza delle preoccupanti notizie riportate in premessa;

se sia conoscenza dei piani di investimento della Fiat, sia in relazione alla permanenza in Italia del gruppo sia in relazione ai livelli occupazionali previsti per la Fip (Fabbrica Italia Pomigliano) e quali siano le sue valutazioni in merito;

se non ritenga di dover riferire in tempi rapidi in Parlamento in merito ai fatti evidenziati e alle iniziative che si intenda intraprendere.

(3-02592)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

FERRANTE, DELLA SETA - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dell'interno - Premesso che:

in via di Settebagni (Roma), al civico 531, si trova un doppio casale antico, circondato da tre ettari di terreno e confinante con la tenuta di Redicicoli, nel cuore della riserva naturale della Marcigliana. Al catasto è segnato come foglio 136, particelle 2-6. Si tratta di un lembo di agro romano sopravvissuto all'assalto del cemento. È di proprietà del Comune di Roma, che lo ha ottenuto nel 2000, come compensazione, dalla società Porta di Roma;

a quanto risulta agli interroganti, il 24 maggio 2011, il vice capo di Gabinetto del Sindaco di Roma, Antonio Lucarelli, ha posto la sua firma su un verbale con cui si disponeva la consegna del bene a un rappresentante del Dipartimento patrimonio e casa del Comune, e contestualmente l'affidamento dello stesso in uso al legale rappresentante della cooperativa "Isola delle tartarughe onlus", signor Paolo Sebastianelli;

tale verbale, con successiva consegna delle chiavi, sarebbe stato firmato e protocollato in virtù di un precedente atto amministrativo con cui il Comune di Roma avrebbe ratificato la decisione di affidare alla cooperativa due fabbricati e l'area circostante per circa 30.000 metri quadri. Il rimando è all'ordinanza sindacale n. 2 del 23 maggio 2011, prot. 23569. Essendo un'ordinanza emanata dall'Assessore al patrimonio, e non dal Gabinetto del Sindaco, essa non compare nel registro degli atti del Comune. Inoltre non vi è traccia nemmeno del progetto di utilizzazione dell'area che l'Isola delle tartarughe avrebbe dovuto predisporre;

inoltre, è importante evidenziare che la cooperativa "Isola delle tartarughe onlus" a quanto consta agli interroganti è chiaramente riconducibile a Casapound: Sebastianelli è uno stretto collaboratore del leader di Casapound Gianluca Iannone, e del resto il codice per donare il 5 per mille alla cooperativa è ben visibile sul sito on line di Casapound;

questa opaca e poco trasparente vicenda è stata denunciata nei giorni scorsi da vari quotidiani tra cui "l'Unità" e "la Repubblica". Una vicenda inquietante anche per i consiglieri comunali del Partito democratico di Roma, che hanno annunciato che porteranno tutta la questione all'attenzione della Commissione trasparenza del Comune;

è del tutto evidente che la Giunta del Sindaco di Roma Alemanno non può pensare di amministrare il patrimonio capitolino come se fosse una sua proprietà privata. Non solo Alemanno tarda nel restituire alla collettività i beni confiscati alla mafia, come già denunciato dall'associazione "Libera" (sul fatto gli interroganti hanno presentato l'atto di sindacato ispettivo 4-06121) ma l'attuale amministrazione ha finora sistematicamente ignorato le richieste di assegnazione provenienti da realtà associative indiscutibilmente ben più meritorie di quella in oggetto,

si chiede di conoscere:

se ai Ministri in indirizzo risulti che nella richiamata vicenda siano stati rispettati i principi costituzionali di tutela dei beni architettonici, della trasparenza, dell'imparzialità e della legittimità nell'azione della pubblica amministrazione, e se, con particolare riferimento all'ordinanza del Sindaco n. 2 del 23 maggio 2011, siano state espressamente violate le prerogative istituzionali spettanti al Comune di Roma;

se risulti che l'amministrazione comunale di Roma, con l'adozione di questi atti amministrativi, abbia seguito tutte le procedure che impongono un corretto utilizzo dei beni e del denaro pubblico;

se non intendano verificare il rispetto delle norme afferenti alla tutela dei beni d'interesse paesaggistico e storico.

(4-06579)

AMATI, TOMASSINI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:

il maltrattamento di animali, in diritto penale, è il reato previsto dall'art. 544-ter del codice penale ai sensi del quale chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagioni una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da 3 a 18 mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro. La stessa pena si applica a chiunque somministri agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottoponga a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. La pena è aumentata della metà se dai fatti di cui sopra deriva la morte dell'animale;

la somministrazione di sostanze dopanti agli animali viene definita reato di maltrattamento degli stessi e, per ben due mandati, la Commissione tecnica centrale dell'Enci (Ente nazionale della cinofilia italiana), ente vigilato dal Ministero delle politiche agricole, ravvisando l'importanza di tale argomento, in analogia con quanto predisposto nell'ambito equestre, ha lavorato sulla predisposizione di un disciplinare (regolamento per il controllo del doping nei cani iscritti al libro genealogico che partecipano alle manifestazioni cinotecniche riconosciute dall'Enci) che, nonostante il parere positivo del Ministero della salute, non è stato mai approvato in via definitiva,

si chiede di sapere per quale motivo il disciplinare dell'Enci non sia mai stato approvato in via definitiva e quali iniziative urgenti il Ministro in indirizzo intenda intraprendere affinché l'Enci proceda con sollecitudine alla sua adozione, dandone rapidamente applicazione, con particolare riferimento alle efficaci sanzioni per i trasgressori.

(4-06580)

GRAMAZIO - Al Ministro della giustizia - Premesso che la fuga di due detenuti stranieri dal carcere romano di Regina Coeli sta a dimostrare come il controllo a cui devono essere sottoposte le strutture carcerarie non ha alcuna efficacia. Infatti, la fuga dal sapore di un episodio di fine '800, avvenuta con il taglio delle sbarre e una corda di lenzuola che ha permesso ai due di raggiungere un'auto con i complici fuori dalle mura carcerarie, ha dimostrato i limiti e la permeabilità di uno dei più importanti carceri italiani, l'interrogante chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda assumere per garantire la sicurezza delle carceri italiane, dal momento che, oltre alla grave situazione di sovraffollamento da tutti denunciata, la rocambolesca e per certi versi ridicola fuga dei due detenuti ha messo ancor più in evidenza una situazione di estrema criticità e disagio.

(4-06581)

AMATI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

dal 9 gennaio 2012 all'aeroporto di Lamezia Terme (Catanzaro), dal quale ogni giorno partivano cani e gatti salvati dai volontari delle associazioni locali di tutela degli animali, gli aeromobili Alitalia (che coprivano le seguenti tratte: Lamezia-Bologna, Lamezia-Torino e Lamezia-Venezia) sono stati sostituiti da apparecchi non più dotati delle stive pressurizzate indispensabili per il trasporto degli animali;

le associazioni usavano regolarmente quei velivoli per trasferire nei "rifugi del Nord", cioè in strutture più adeguate e comunque presso le nuove famiglie di accoglienza, cani e felini salvati dall'abbandono e dal randagismo,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga utile e urgente intervenire, per quanto di competenza, presso Alitalia perché alle tratte segnalate vengano di nuovo destinati velivoli adeguatamente attrezzati per il trasporto animali, così da ripristinare una via di salvezza e di tutela che è cifra di un Paese davvero unito e civile.

(4-06582)

GRAMAZIO - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

è notizia di queste ore il drammatico naufragio della nave da crociera Costa "Concordia", avvenuto nelle acque dell'isola del Giglio nell'arcipelago toscano, notizia che sta avendo una rilevanza mondiale data la presenza a bordo di moltissimo crocieristi stranieri;

a quanto risulta dalle notizie riportate da tutti i più importanti organi di informazione il comandante avrebbe dato l'allarme generale con molto ritardo rispetto all'evento e le scialuppe di salvataggio non sarebbero state predisposte con la dovuta solerzia e necessaria perizia dall'equipaggio,

l'interrogante chiede di sapere:

se a quanto risulta al Ministro in indirizzo quanto sopra esposto corrisponda a verità e quali iniziative intenda assumere per l'apertura di un'inchiesta sul naufragio della Concordia;

se risulti che il personale dell'equipaggio era regolarmente addestrato ed in grado di gestire un'emergenza;

se non ritenga doveroso, vista la gravità dell'evento, riferire sulla vicenda considerando il grave nocumento che questo drammatico e luttuoso naufragio getta su tutta la marineria italiana ed in particolare su un segmento economico come quello delle crociere nel Mediterraneo il cui movimento di passeggeri ha superato nell'ultimo anno gli 11 milioni di presenze.

(4-06583)

DELLA SETA, FERRANTE - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

le responsabilità sono tutte da accertare e la ricostruzione del naufragio della Concordia, nave della Costa, è ancora tutta da capire. Ma stanno iniziando a circolare in rete dei documenti dai quali emergerebbe uno scambio di lettere che potrebbe risultare importante per fare luce su quello che è successo;

i suddetti documenti sono stati pubblicati, il 18 agosto 2011, da "Giglionews", il giornale on line dell'isola del Giglio e, oggi, rilanciati dalla rivista on line "Elbareport.it". A quanto risulta agli interroganti in un messaggio il sindaco di Isola del Giglio, Ortelli, ringrazierebbe il Comandante della Costa crociere, Massimo Calisto Garbarino, che sarebbe stato al comando della Concordia in occasione del passaggio ravvicinato al Giglio il 14 agosto 2011 (il comandante della nave al momento dell'incidente del 13 gennaio 2012 era invece Francesco Schettino);

dalla lettura dei suddetti articoli si apprende che il sindaco avrebbe scritto: "Egregio Comandante (…) dopo l'incredibile spettacolo di ieri sera, con il passaggio della supernave Concordia davanti a Giglio Porto, non potevo esimermi dall'inviarLe un messaggio di compiacimento a nome di tutta la nostra comunità, compresi i graditi ospiti turisti, omaggiati da questo importante evento. Grazie all'intercessione dell'amico carissimo Mario Palombo, storico comandante della Costa Crociere, abbiamo assistito ad uno spettacolo unico nel suo genere, diventato un'irrinunciabile tradizione di cui ne sono onorato e per questo motivo mi faccio interprete di ringraziamento personale a Lei ed al suo equipaggio pregandola estendere la nostra riconoscenza anche alla Costa Crociere che oramai da anni premia in questo modo un'isola tra le più belle del panorama insulare nazionale. Spero vivamente di averla un giorno ospite dalle nostre parti, naturalmente previo accordo con Mario, insostituibile ed autorevole sostenitore isolano";

la rivisita "Giglionews" pubblica anche la risposta: "Signor Ortelli buona sera, mi scuso per il ritardo nel rispondere alla sua graditissima lettera. È ormai la seconda volta che effettuo il passaggio di fronte all'isola del Giglio nel mese di agosto con la Costa Concordia. Era stata una meravigliosa esperienza tre anni addietro, ed è stata altrettanto emozionante quest'anno. Ieri sera, transitando di fronte al porto, ho potuto notare le migliaia di flash delle macchine fotografiche, e si potevano anche vedere i numerosi turisti che hanno assistito al passaggio, grazie anche alla pubblicità che avete fatto su GiglioNews. Il passaggio è stato pubblicizzato anche a bordo della nostra nave, ed erano molti gli ospiti sui ponti esterni a godersi questo evento speciale. La vostra è un isola meravigliosa, proprio come piacciono a me, piccole, e che ho avuto modo di "visitare" dall'alto grazie alla tecnologia di Internet. È un piccolo paradiso che spero di poter visitare nei prossimi anni, e sono convinto che me ne innamorerò, grazie anche ai racconti del comune amico Mario. È stato un evento bellissimo, e spero possa divenire anche per noi di bordo, una tradizione da continuare. Nell'augurare ogni bene e prosperità alla vostra comunità, colgo l'occasione di porgere i miei più cordiali saluti";

non solo: il passaggio ravvicinato, bisognerebbe solo capire quanto ravvicinato, di fronte al porto, è testimoniato da un altro annuncio, pubblicato a luglio 2011 sempre da "Giglionews": "La Costa Concordia effettuerà uno spettacolare passaggio ravvicinato all'Isola del Giglio. La nave, che sta effettuando crociere nel Mediterraneo occidentale, proveniente da Civitavecchia e diretta a Savona, comandata dal CSLC Massimo Garbarino, transiterà, verso le ore 22.00, tutta illuminata, a lento moto davanti al porto, tributando un caloroso saluto con la sirena ai Gigliesi e turisti presenti sull'isola. Il passaggio sarà sicuramente molto emozionante, specialmente per i gruppi di famiglie Gigliesi e turisti, che già hanno effettuato una crociera su questa splendida nave, ricordando i bei giorni trascorsi a bordo". Insomma, nulla di improvvisato,

si chiede di conoscere se a quanto risulta al Ministro in indirizzo quanto esposto in premessa corrisponda a vero e, in caso affermativo, come intenda comportarsi per quanto di competenza affinché si accertino le responsabilità del naufragio, anche in relazione ad eventuali pratiche abituali come quelle descritte.

(4-06584)

GALLONE - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della salute - Premesso che l'uso irresponsabile di bevande alcoliche e di superalcolici produce conseguenze disastrose per la salute psicofisica di ognuno, ed in particolare dei giovani e giovanissimi. Troppo spesso i ragazzi minorenni sono protagonisti di episodi spiacevoli che finiscono agli onori delle cronache per episodi in cui la loro salute e la loro vita sono esposte a grave rischio, come nella città di Bergamo dove, a fine dicembre 2011, diversi ragazzi, tra i 16 e i 17 anni, sono finiti al pronto soccorso in seguito all'eccessivo consumo di bevande alcoliche. La pessima forma di divertimento tra i ragazzi compresi nella fascia d'età dai 15 e i 19 anni, sembra sia il binge drinking: bere a oltranza con l'apposito scopo di stordirsi, con il potenziale rischio di un'intossicazione o, peggio, del coma etilico. L'uso abnorme e inconsapevole di bevande alcoliche e superalcolici da parte dei giovani è una piaga che non colpisce solo la città di Bergamo, ma anche numerose realtà a livello nazionale;

considerato che:

dai dati forniti dall'Osservatorio delle dipendenze della Asl di Bergamo, riferiti al 2010 e estratti in particolare dallo studio Espad-Italia (European school survey project on alcohol and other drugs) realizzato dal Consiglio nazionale delle ricerche, risulta che l'89,5 per cento della popolazione studentesca provinciale (tra i 15 e i 19 anni) ha assunto bevande alcoliche almeno una volta nella vita, in linea con le medie regionali (90,4 per cento) e nazionali (89,4 per cento); inoltre, l'82,6 per cento degli studenti della provincia ha dichiarato di aver bevuto alcolici nel corso dell'ultimo anno e il 71,5 per cento nell'ultimo mese (in Lombardia la percentuale è rispettivamente 83,5 e 70,8 per cento, in Italia 82 e 66,9 per cento); la percentuale degli studenti della provincia di Bergamo che dichiara di aver consumato alcol tutti i giorni è del 6,8 per cento, mentre in Lombardia è il 6,6 e il dato a livello nazionale è pari al 5,7 per cento;

purtroppo l'abitudine allo "sballo" aumenta durante il fine settimana e con il crescere dell'età: infatti se il 73,8 per cento dei quindicenni dice di aver consumato alcol negli ultimi 12 mesi, la percentuale cresce fino al 92,1 tra i diciannovenni, per quanto riguarda i maschi, mentre tra le femmine si passa dal 63 per cento all'85,7 per cento;

il binge drinking ha riguardato nel 2010 il 41,4 per cento degli studenti interpellati e il 30,8 per cento delle studentesse, che dicono di averlo praticato almeno una volta nell'ultimo mese prima del test,

si chiede di sapere:

quali misure il Governo intenda attuare per limitare la distribuzione di alcol tra i giovani e giovanissimi;

quali misure intenda attuare per evitare che i minori possano accedere nei locali già provvisti di alcolici acquistati all'esterno, magari presso i supermercati;

quali iniziative intenda elaborare di concerto con le associazioni del territorio per avviare o potenziare una campagna di prevenzione e sensibilizzazione su questo grave tema, sia nelle scuole che nelle famiglie - molto spesso non adeguatamente preparate ad affrontare il problema con la giusta sensibilità e le corrette modalità;

se ritenga di prevedere, nei confronti dei gestori dei locali in cui si somministrano bevande alcoliche, un inasprimento delle sanzioni amministrative che, in caso di reiterate inadempienze, portino alla sospensione della licenza per comportamenti illeciti e irresponsabili.

(4-06585)

DELLA SETA, FERRANTE - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

l'ostentazione arrogante del potere politico ha caratterizzato taluni comportamenti del ministro del turismo pro tempore Michela Vittoria Brambilla. A confermarlo vi sono ormai numerosi episodi: come si legge sulla stampa (si veda, ad esempio, l'articolo del quotidiano "Libero" del 13 luglio 2011), appena nominata ministro, l'onorevole Brambilla fece affiggere all'ingresso del palazzo dove ha sede quello che era pro sede il suo ufficio una targa gigantesca in simil-oro che recitava: "Ministro del Turismo". Scelta forse un po' autoreferenziale ed egocentrica; del resto, come si legge nel citato articolo: «La Brambilla non poteva indicare il termine "ministero"» [in quanto non esiste un ministero del turismo] «ma doveva pure far sapere, in qualche modo, che lei sta[va] lì dentro»;

in altre occasioni, il Ministro pro tempore aveva utilizzato impropriamente elicotteri di Stato e aveva evitato di pagare le multe stradali comminatele su un'auto a noleggio. Il tutto è già stato evidenziato in due precedenti interrogazioni (4-04055 e 4-04646) a firma degli interroganti a cui ancora oggi non è stata data risposta;

sebbene il Ministro pro tempore sia cessato dall'incarico governativo, risulta che la sua abitazione a Calolziocorte (Lecco) sarebbe sottoposta alla vigilanza delle Forze dell'ordine, con almeno due agenti presenti sul posto 24 ore su 24;

nel novembre 2010 al Ministro pro tempore era stato recapitato un pacco contenente una zampa di capra, atto qualificato intimidatorio dagli investigatori. Sicuramente un fatto grave; a giudizio degli interroganti occorrerebbe tuttavia valutare se, trascorso più di un anno dall'episodio e non avendo più l'onorevole Brambilla incarichi di Governo, l'attuale livello di protezione sia o meno sovradimensionato,

si chiede di conoscere quali siano le motivazioni per cui si ritenga ancora necessario il mantenimento del richiamato servizio di vigilanza permanente e non invece l'individuazione di qualche altra forma, altrettanto efficace, di tutela e vigilanza che possa permettere l'impiego in un altro compito istituzionale, vista la cronica carenza di personale delle Forze dell'ordine.

(4-06586)

POLI BORTONE - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

la "centralina" collocata nel Comune di Torchiarolo (Brindisi) pare abbia registrato valori di polveri sottili inquinanti (PM10) che destano una certa preoccupazione per la salute degli abitanti del paese;

sul portale dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (ARPA) Puglia i dati rilevati risultano eloquenti, come eloquente e preoccupante è lo sforamento registrato soprattutto nei giorni del 27 - 28 e 29 novembre 2011;

da quanto è dato sapere, detti valori tendono giornalmente al rialzo;

analoga presenza non risulterebbe in altre realtà locali limitrofe;

risulterebbe altresì che a Torchiarolo lo sforamento sia avvenuto già molte altre volte nel corso degli ultimi tempi;

la presenza di sostanze solide e liquide (PM10) derivanti dalle diverse fonti presenti sul territorio (autoveicoli, processi artigianali e industriali e/o fenomeni naturali), secondo i dirigenti ARPA e lo stesso Governo locale, sarebbe causata dai fumi dei camini,

l'interrogante chiede di conoscere se il Ministro in indirizzo non intenda intervenire per verificare la veridicità della situazione descritta e per tutelare la salute dei cittadini di Torchiarolo, visto che sono stati stanziati dalla Regione molti fondi per l'adeguamento dei filtri dei camini.

(4-06587)

D'AMBROSIO LETTIERI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

il 28 dicembre 2011 il Consiglio regionale della Puglia ha approvato a maggioranza il bilancio di previsione 2011 e il bilancio pluriennale 2011-2013;

nei documenti di bilancio, tra le previsioni di spesa, è stato inserito un riferimento specifico per gli aeroporti della Puglia e le spese per la promozione della Regione, per un importo pari a 12.000.000 euro;

come riportato da vari organi di stampa locale, tale importo sarebbe stato destinato a finanziare la compagnia aerea privata "Ryanair" per favorire i voli da e per gli aeroporti pugliesi;

considerato che:

il nucleo di valutazione regionale, pur esprimendo parere favorevole allo stanziamento dei fondi, ha richiesto di approfondire e conoscere i dati sul traffico dei passeggeri e sulla quantità e qualità dei servizi offerti da Ryanair;

il Segretario generale della UIL Puglia, Aldo Pugliese, nei giorni scorsi ha esternato le proprie preoccupazioni nei confronti della Giunta Vendola per le numerose mancanze in tema di trasporti: "a fronte di quella che viene ritenuta dal sindacato una legittima protesta contro Trenitalia, rea di aver inferto un duro colpo ai trasporti locali, contribuendo a fomentare un processo d'isolamento del territorio, la Regione però contribuisce in negativo perché penalizza settori vitali come quelli del commercio e del turismo sfruttando solo due dei quattro aeroporti di cui dispone, peraltro collocati armonicamente lungo il territorio; un danno a cui si aggiungono la beffa della concessione di 12 milioni di euro all'anno per la sola Ryanair ed i gravi ritardi nella portualità e retroportualità che lasciano la Puglia indietro rispetto alle altre realtà del Mediterraneo";

inoltre all'interrogante risulta che altre compagnie aeree low cost operano da e per gli aeroporti pugliesi senza alcun supporto finanziario dal parte della Regione,

si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza di quanto sopra riportato e se intenda agire per quanto di competenza affinché le autorità preposte esercitino le opportune azioni di vigilanza sul rispetto delle vigenti norme sulla concorrenza.

(4-06588)

POLI BORTONE - Al Ministro della difesa - Premesso che:

l'84° Centro SAR è un reparto operativo di soccorso aereo con elicottero HH3F dislocato dal 1979 sulla base militare di Brindisi;

il Gruppo volo, a settembre 2012, subirà un trasferimento e verrà spostato dalla base di Brindisi alla base di Gioia del Colle, a causa dell'acquisto di nuovi elicotteri AUGUSTA Westland AW 139;

nel ripercorrere le fasi di tale trasferimento, possiamo constatare che fino a qualche anno fa 1'84° doveva andare presso il 61° Stormo di Galatina (Lecce): era tutto pronto, si erano spesi dei soldi per realizzare la zona lavaggio elicotteri (necessaria quando un elicottero vola sul mare a bassa quota), altri soldi per ristrutturare l'hangar, necessario per proteggere gli elicotteri ed ospitare il personale. Improvvisamente tale progetto è stato disatteso preferendo, ora, spendere ancora nel trasferire il Gruppo a Gioia del Colle;

all'Amministrazione converrebbe lasciare il Gruppo sulla base di Brindisi per vari motivi: 1) la chiusura del distaccamento aeroportuale (che fa da supporto logistico al SAR) che opera sulla base militare è prevista per il 2015 (il primo decreto prevedeva la chiusura nel 2010); 2) il nuovo elicottero troverebbe il ricovero presso un hangar lasciato, nel gennaio 2011, dalla ditta Aeronavali attualmente vuoto; 3) per il trasferimento del Gruppo occorrerebbe pagare, all'80 per cento del personale, l'indennità di trasferimento, che ammonta a circa 11.000 euro a militare;

la scelta di Gioia del Colle, inoltre, dal punto di vista meteorologico, non gioverebbe all'operatività degli elicotteri, come pure le strutture fatiscenti non faranno operare il personale ai migliori livelli. La distanza dal mare ridurrebbe enormemente il tempo dell'esercitazione, poiché la maggior parte di questa viene svolta sul mare. Il personale, infine, proveniente in prevalenza dalla provincia di Lecce, subirebbe dei disagi economici e fisici a percorrere la distanza di almeno 300-400 chilometri al giorno tra andata al posto di lavoro e ritorno;

è facile comprendere che lasciare il Gruppo a Brindisi, o prevedere uno spostamento a Galatina (come si era ipotizzato negli anni precedenti, considerato che il 50-60 per cento del personale risiede nella provincia di Lecce) farebbe risparmiare all'amministrazione Difesa soldi e soprattutto preserverebbe l'operatività e la motivazione del personale chiamato ad operare con l'84° Centro SAR,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda intraprendere in merito alla situazione su esposta.

(4-06589)

PORETTI, PERDUCA - Ai Ministri dell'interno, della difesa e della giustizia - Premesso che:

secondo notizie di stampa ("Corriere di Bologna" dell'11 gennaio 2012) i Carabinieri di Bologna, in tre mesi di controlli, con il dispiegamento di 253 uomini, divisi in 72 posti di controllo, hanno realizzato una mappa con un censimento del fenomeno della prostituzione a Bologna identificando 248 ragazze, facendo loro compilare un modulo;

secondo i dati raccolti dai Carabinieri, il 98 per cento delle prostitute è di nazionalità rumena, l'1,8 per cento russa, l'1,6 per cento moldava e uruguaiana. L'età media si aggira intorno ai 26 anni;

secondo quanto riferito nell'articolo l'Arma dei Carabinieri chiederà all'Agenzia delle entrate di fare ulteriori verifiche e, in caso, di sottoporre quei patrimoni a una qualche forma di tassazione, come sarebbe possibile per qualsiasi attività di lavoro autonomo. Inoltre, i dati raccolti in strada sono al vaglio della seconda sezione Misure di prevenzione dell'Arma, un gruppo di specialisti che applica le misure restrittive sui patrimoni di provenienza illecita, ma che si sta occupando anche di "spulciare" stili di vita e beni di proprietà delle "lucciole" per segnalare al fisco le incongruenze rispetto al nulla che viene dichiarato;

il comandante provinciale dell'Arma, colonnello Alfonso Manzo, secondo quanto riportato nel citato articolo, dice che si tratta di un'iniziativa avviata nel settembre 2011 e finalizzata soprattutto a tutelare le donne che sono sulla strada, che tutto è fatto nel rispetto della legge e che si tratta di un modulo per capire chi sono le prostitute, in che condizioni vivono, se pagano affitti regolari. A tal proposito il procuratore aggiunto Valter Giovannini ha spiegato che si tratta di assunzioni di informazioni con le quali i carabinieri possono trarre anche spunti investigativi e che se comunque qualche ragazza dovesse sentirsi schedata e pensasse di presentare un esposto, la Procura lo esaminerebbe;

secondo quanto dichiarato dalla fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute, quello che stanno facendo a Bologna è un abuso, il censimento sulle prostitute portato avanti dai carabinieri in questi mesi è un'aperta violazione della legge Merlin;

la "legge Merlin", legge n. 75 del 1958, all'art. 7 recita: "Le autorità di pubblica sicurezza, le autorità sanitarie e qualsiasi altra autorità amministrativa non possono procedere ad alcuna forma diretta od indiretta di registrazione, neanche mediante rilascio di tessere sanitarie, di donne che esercitano o siano sospettate di esercitare la prostituzione, né obbligarle a presentarsi periodicamente ai loro uffici",

si chiede di sapere:

in base a quali criteri di prevenzione e lotta al crimine si autorizzi il dispiegamento di un numero così elevato di militari nella città di Bologna per un censimento in città del fenomeno della prostituzione, motivandolo con il fatto che i carabinieri possono trarre anche spunti investigativi;

se i Ministri in indirizzo non ritengano che la mancanza di diritti legati alla professione della prostituzione, da quelli sanitari a quelli previdenziali, impedisca a coloro che si prostituiscono di poter regolarmente pagare le tasse e che sia quindi in netto contrasto la decisione di trasmettere le informazioni raccolte all'Agenzia delle entrate per fare ulteriori verifiche sulle prostitute censite/schedate;

se non ritengano che tale azione svolta dai Carabinieri a Bologna sia in netto contrasto con quanto previsto dall'art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, vista la violazione del diritto al rispetto della vita privata delle prostitute censite/schedate e dalla legge n. 675 del 1996, sul rispetto al trattamento dei dati personali;

se non si ravvedano gli estremi di una vera e propria schedatura riguardante un reato che non esiste nel codice penale e che è in aperta violazione dell'art. 7 della cosiddetta legge Merlin.

(4-06590)

POLI BORTONE - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

i lavoratori del centro commerciale Billa di San Cesario (Lecce) sono fortemente preoccupati per le future scelte aziendali, avendo la proprietà del centro commerciale espresso la volontà di cedere i suoi punti vendita in Italia;

il gruppo Billa è entrato in possesso del centro commerciale di San Cesario nel 2007, quando acquisì anche altri punti vendita Standa, potendo contare su una serie di sgravi fiscali per tre anni con l'assunzione di una parte del personale all'epoca in cassa integrazione;

dal 2007 al 2010 ha attuato un contratto di solidarietà, con conseguente riduzione di orario di lavoro e di stipendio per il personale, promettendo e mai attuando un piano di rilancio del centro commerciale;

l'attuale preoccupazione dei lavoratori è motivata dal fatto che il centro di San Cesario sembrerebbe non comparire nei punti vendita inseriti nelle trattative per la cessione e su tale vicenda nessuno si è preso nemmeno la briga di informare i dipendenti, che non sanno cosa il futuro riserverà loro;

a giudizio dell'interrogante è assurdo che chi ha beneficiato per anni di forti sgravi fiscali, concessi dallo Stato per creare occupazione, si possa "sbarazzare" del personale in questo modo ed è auspicabile che ciò non avvenga,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga di dovere intervenire sulla vicenda e dare certezze sul futuro dei 75 lavoratori del centro commerciale Billa di San Cesario.

(4-06591)

POLI BORTONE - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

il gruppo Sigma-Tau è costituito da sei società: Sigma-Tau SpA a Pomezia, Avantgarde a Pomezia, Biosint a Latina, Tecnogen (ricerca) a Caserta, Prassis (ricerca) a Milano e Biofutura a Milano con circa 2.500 dipendenti in Italia;

nel 2011 ha acquistato per oltre 300 milioni di dollari una società americana, Enzon, specializzata in orfan drug, farmaci orfani, che possiede un sito di produzione e attività di ricerca: il fatturato di questa società finisce in Portogallo in apposita società costituita con il nome di Defiante;

l'azienda sostiene che non esista un bilancio consolidato ma solo una fatturazione intergruppo; laddove pare esista un bilancio consolidato di gruppo certificato dalla società Ernest&Young che dimostra come il Gruppo per il 2010 abbia chiuso in attivo;

l'azienda ha comunicato alle rappresentanze, nel mese di giugno, la volontà di quotarsi in borsa e di voler continuare l'attività industriale nonostante la morte del fondatore, Claudio Cavazza;

per quotarsi in borsa occorrono, come condizione imprescindibile, bilanci sani;

nel mese di ottobre 2011 sono iniziate a circolare voci su una pesante riorganizzazione che hanno trovato conferma informale nei primi giorni di novembre e ufficiale il giorno 28, quando è stata convocata la rappresentanza sindacale unitaria (RSU) a cui è stata consegnata la lettera di richiesta di esame congiunto per la cassa integrazione guadagni straordinaria. L'annuncio riguarda 569 addetti, la messa in liquidazione dei due centri di ricerca di Milano e Caserta per complessivi altri 110 addetti, l'outsourcing di altre attività di servizio per altre 150 persone. Oltre a ciò ha comunicato la disdetta, dal 1° gennaio 2012, di tutti gli accordi aziendali sostenendo che il peso economico degli stessi avrebbe contribuito in modo determinante alla situazione di crisi in atto;

a detta degli operatori, l'atteggiamento dell'azienda è stato fin da subito "violento": nonostante le organizzazioni sindacali nazionali avessero comunicato con largo anticipo la richiesta di un incontro di Gruppo e nonostante avessero altresì comunicato che, la settimana dal 22 al 28 novembre, impegni internazionali (Congresso ICEM) in Argentina avrebbero impedito la partecipazione, l'azienda ha, prima, ripetutamente convocato le strutture territoriali di Pomezia (che hanno rinviato l'incontro nazionale) e poi convocato l'incontro nazionale per il giorno 28. Alla richiesta di spostamento della data l'azienda ha risposto convocando la RSU e consegnando la lettera di apertura della procedura di cassa integrazione guadagni straordinaria;

non esiste un piano Industriale, più volte richiesto dai dipendenti, che giustifichi un intervento di tale entità;

sembrerebbe che nelle principali banche d'affari esista un dossier di vendita dell'azienda ormai da mesi, sicché vi sarebbe l'obiettivo di dimezzare l'azienda per poterla vendere (tutto a costo zero, o meglio a carico solo dello Stato);

la Sigma-Tau era ed è una delle poche aziende italiane ad avere in Italia tutta la filiera e la chiusura dei due centri di ricerca di Milano e Caserta, unita al pesante ridimensionamento di quello di Pomezia, che occupa circa 300 addetti in attività di ricerca e sviluppo, significherebbe una perdita gravissima di alte professionalità, oltre che una perdita per il Paese;

il Gruppo, oltre ad aver investito negli anni fino al 6 per cento del suo fatturato in ricerca, ha usufruito di importanti finanziamenti pubblici, verificabili, per la stessa attività;

il 6 dicembre 2011 ha avuto luogo presso la Regione Lazio l'unico incontro tra le parti e gli stessi funzionari regionali hanno convenuto che, vista la complessità della vertenza nonché il numero dei coinvolti nella cassa integrazione, il luogo più idoneo per ricomporre il tutto sia il Ministero dello sviluppo economico dove le parti si sono incontrate il 15 dicembre alle ore 10.30,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda assumere iniziative, attraverso un tavolo negoziale, al fine di affrontare con tutti i soggetti interessati i problemi che siano eventualmente di ostacolo al rilancio dell'azienda stessa.

(4-06592)

BENEDETTI VALENTINI - Ai Ministri dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

l'interrogante ha già presentato atti di sindacato ispettivo riguardanti la vertenza sulle industrie "Antonio Merloni", che tocca l'espulsione di un gran numero di lavoratori e il riassorbimento di una minima parte della forza lavoro, nonché quella sulla "Brunelli Costruzioni" che, sebbene in presenza di capitale e lavoro validi, rischia la smobilitazione e la messa in crisi di alcune centinaia di famiglie;

è stata messa in risalto la circostanza che queste importanti crisi aziendali ricadono, insieme ad altre, contemporaneamente sull'area di Nocera Umbra - Gualdo Tadino, cioè sul versante appenninico dell'Umbria fortemente pregiudicato dalla deindustrializzazione ed altresì penalizzato da una marginalizzazione cui neanche la Regione sembra voler efficacemente rimediare;

alle crisi aziendali richiamate si aggiunge quella della "Faber", azienda metalmeccanica produttrice di cappe aspiranti per la cucina, facente capo alla multinazionale Franke, la cui dirigenza ha annunciato la cessazione dell'attività nello stabilimento di Fossato di Vico, che si traduce nella perdita di altri 190 posti di lavoro nello stesso versante appenninico umbro;

su quest'ultima vertenza, per di più, grava un clima di totale sconoscenza delle ragioni oggettive, tecniche ed economiche, che imporrebbero un così drastico smantellamento dell'attività, posto che il gruppo industriale non ha minimamente dato elementi o preavvisi, né alle organizzazioni sindacali né ai rappresentanti istituzionali del territorio nel quale si è insediato ed ha operato,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga opportuno, come fa per le più acute crisi aziendali riguardanti stabilimenti facenti capo a multinazionali, ma a maggior ragione per questa vertenza in quanto ricadente nell'area di crisi umbro-appenninica richiamata, aprire un tavolo di confronto presso di sé, con l'Azienda, le parti sociali, la Regione e gli enti locali, per affrontare autorevolmente la vertenza della "Faber" di Fossato di Vico, esplorando tutte le possibili soluzioni che scongiurino la chiusura e la perdita dell'occupazione di circa duecento lavoratori;

se non ritenga, come già sollecitato dall'interrogante nelle precedenti interrogazioni, sospinto e motivato da questa nuova crisi aziendale nella stessa specifica area economico-sociale e territoriale, di stringere i tempi e concretizzare i modi e le risorse per l'attivazione del "contratto di programma" volto a riaprire potenzialità produttive ed occupazionali nel comprensorio appenninico umbro, a tal fine anche richiamando la Regione agli adempimenti e alle iniziative di sua prioritaria incombenza.

(4-06593)

GRAMAZIO - Al Ministro della salute - Premesso che:

continuano sulla stampa nazionale ed europea le polemiche sulle protesi mammarie PIP, per le quali è indagata la società produttrice. Ad oggi non esistono precise disposizioni del Ministero della salute impartite alle Regioni, per le loro competenze sulla sanità, circa un'indagine urgente che faccia comprendere quante protesi PIP siano state impiantate in Italia;

non si possono attendere le risultanze delle ricerche in corso in Francia circa la nocività di dette protesi,

si chiede di sapere quali iniziative siano state prese ad oggi su questa delicata questione, ricordato che il 10 gennaio 2012 l'interrogante ha sollevato la questione nel corso della 297ª seduta della 12ª Commissione (Igiene e sanità) del Senato del 10 gennaio 2012, sollecitando un preciso intervento ministeriale per conoscere il numero di protesi impiantate in Italia, poiché altri Paesi europei hanno già provveduto ad una statistica mentre in Italia si parla di numeri a giudizio dell'interrogante senza cognizione di causa.

(4-06594)

BERSELLI - Al Ministro della giustizia -

(4-06595)

(Già 3-01330)

MARCUCCI - Ai Ministri dello sviluppo economico, delle infrastrutture e dei trasporti e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che anche i recenti drammatici fatti dell'isola del Giglio confermano l'importanza e la delicatezza della professione di operatore subacqueo e iperbarico;

premesso inoltre che l'Italia è l'unico Paese dell'Unione europea a non avere una disciplina professionale che identifichi e tuteli tali categorie e che utilizza, talora senza una seria formazione, operatori al di sotto del "pelo dell'acqua", inquadrandoli contrattualmente nella propria disciplina. L'attuale situazione legislativa italiana è regolata da tre decreti ministeriali, che prevedono rispettivamente l'iscrizione al registro sommozzatori del Ministero dei trasporti, presso una Capitaneria di porto (decreto ministeriale del 13 gennaio 1979) di cittadini italiani o cittadini europei (decreto ministeriale 31 marzo 1981 che stabilisce l'istituzione dei sommozzatori in servizio locale) che sono in possesso dell'attestato di qualifica professionale di operatore tecnico subacqueo (decreto ministeriale 2 febbraio 1982);

rilevato che l'imprenditoria italiana del settore, se impegnata su scala internazionale, frequentemente deve cedere il passo a società estere meno valide, ma più attente alle disposizioni comunitarie europee. In pratica, non esistendo in Italia una categoria professionale specifica, le aziende nazionali che vogliano assumere operatori qualificati devono rivolgersi a lavoratori stranieri dotati di brevetto "omologato" con costi, rispetto alla realtà economica italiana, superiori del 100 o 200 per cento, con effetti sulla competitività economica facilmente valutabili;

rilevato inoltre che il regolamento professionale di tali operatori è stato argomento di ben 30 proposte di legge mai giunte alla definitiva approvazione nel corso delle diverse Legislature e attualmente è in corso di esame in Commissione permanente alla Camera un disegno di legge (on. Bellotti (PdL), Atto Camera 344) che non prevede alcun aggravio per la finanza pubblica, e che si pone l'obiettivo di sanare le problematiche connesse al lavoro subacqueo,

si chiede di sapere quali iniziative il Governo intenda prendere per dotare il settore di norme e regole in grado di determinare maggiori e migliori condizioni di sicurezza per i lavoratori e dotare le aziende di uno strumento normativo, che rechi una disciplina affine a quella recata nel citato Atto Camera 344, capace di porre l'Italia al pari dei competitor europei ed internazionali.

(4-06596)

PINZGER - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

la Banca centrale europea (BCE) con un tasso di interesse dell'1 per cento ha versato alle banche italiane 116 miliardi di euro;

la BCE ha dichiarato che tali risorse, messe a disposizione in occasione della prima asta di rifinanziamento organizzata dalla BCE, in base alle nuove regole volute dalle autorità dell'Unione europea (UE) per combattere il calo significativo e l'inasprimento delle condizioni dell'offerta di credito, avevano una preciso scopo: dare credito all'economia reale in modo da permettere alle banche di avere più liquidità ad un costo basso da mettere a disposizione di imprese e famiglie;

gli istituti di credito potrebbero impiegare larga parte di tale disponibilità nell'acquisizione di titoli di Stato, ottenendo un facile guadagno e non correndo il rischio di metterli a disposizione di imprese e famiglie, anzi rendendo ancora più rigido l'accesso al credito, non andando così nella direzione della crescita;

si è davanti ad un meccanismo perverso, che pone le banche in una posizione privilegiata, mentre a perdere sono le imprese e le famiglie italiane che vedono sempre più ristretta la possibilità di accedere al credito;

non è più accettabile riscontrare il fallimento di piccole e medie aziende soprattutto in considerazione della risorse messe recentemente a disposizione dalla BCE per favorire lo sviluppo,

si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza dell'utilizzo da parte delle banche italiane dei 116 miliardi di euro ottenuti dalla BCE e quali iniziative urgenti intenda assumere affinché sia verificato il corretto utilizzo delle risorse della BCE, visto che ad oggi le banche non sembrano avere dato alcun credito agevolato ad imprese e famiglie.

(4-06597)

GIAMBRONE - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

la Corte costituzionale, con la sentenza n. 143 depositata il 23 aprile 2010, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 17 del 28 aprile 2010, ha dichiarato l'incostituzionalità della legge regionale siciliana n. 29 del 1951, nella parte in cui non è stata inclusa, tra le cariche incompatibili con le funzioni di deputato regionale, anche quella di sindaco e assessore di Comune con popolazione superiore a 20.000 abitanti;

il Tribunale di Messina con la sentenza n. 2145 del 17 novembre 2010 ha dichiarato l'incompatibilità tra la carica di sindaco del Comune di Messina e di deputato regionale. La sentenza è stata confermata dalla Corte d'appello di Messina con la sentenza n. 255 del 16 maggio 2011 che ha osservato come l'autonomia della domanda di accertamento della incompatibilità risulti inequivocabilmente confermata dall'avere l'art. 1 della legge regionale n. 8 del 2009 posticipato l'esercizio del diritto di opzione, e conseguentemente la decadenza, al passaggio in giudicato della sentenza accertativa della incompatibilità;

la Corte costituzionale con la sentenza n. 294 del 9 novembre 2011, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 48 del 16 novembre 2011 ha dichiarato l'incostituzionalità della legge regionale n. 8 del 2009 nella parte in cui consentiva di esercitare l'opzione dopo il passaggio in giudicato della sentenza affermando la necessità di rimuovere la causa d'incompatibilità entro un termine ragionevolmente breve, dopo la notifica del ricorso per assicurare un equilibrio fra la ratio giustificativa della incompatibilità e la salvaguardia del diritto di elettorato passivo. Ai sensi dell'art. 136 della Costituzione gli effetti della sentenza si producono dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione (pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale);

il sindaco di Messina, a seguito della citata sentenza n. 294, della Corte costituzionale, avrebbe dunque dovuto esercitare l'opzione entro il 26 novembre 2011, cosa che non è avvenuta. Risulta all'interrogante che la questione dell'incompatibilità del sindaco di Messina sia stata posta all'attenzione del Prefetto di Messina con formale istanza del 30 novembre 2011: al Prefetto, in ragione di competenza specifica ai sensi dell'art. 70 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, è stato chiesto di assumere le dovute misure per porre fine allo stato di incompatibilità;

a differenza di altri casi registrati nella Regione ove tutti gli interessati (vice-sindaco di Messina, assessore al Comune di Messina, Presidente della Provincia di Caltanissetta, sindaco di Aci Catena, vice-sindaco ed assessore del Comune di Monreale, vice-sindaco di Palermo) hanno esercitato l'opzione, il sindaco di Messina continua a ricoprire il doppio incarico nonostante le citate sentenze,

si chiede di sapere quali iniziative si intendano porre in essere, per quanto di propria competenza, al fine di risolvere le problematiche di cui in premessa, in considerazione della perdurante e grave violazione di giudicato costituzionale da parte del sindaco di Messina.

(4-06598)

GIARETTA - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

risulta da alcune segnalazioni di cittadini che componenti del precedente Governo abbiano ancora in uso auto blu e scorte senza che risultino particolari esigenze di tutela;

tale situazione appare incompatibile con l'esigenza di un rigoroso contenimento delle spese ed eliminazione di ogni spreco e contribuisce ulteriormente al discredito della classe politica, apparendo all'opinione pubblica come un previlegio ingiustificato,

l'interrogante chiede di conoscere:

se sia disponibile un elenco delle personalità appartenenti al precedente Governo che godono tuttora di un servizio di scorta o usufruiscono di mezzi e personale della pubblica amministrazione;

quali siano i motivi che hanno finora consentito il perdurare di un servizio che appare ingiustificato;

quali provvedimenti il Ministro in indirizzo intenda urgentemente assumere perché cessi questa situazione o vengano resi pubblici i motivi per una eventuale prosecuzione.

(4-06599)

LANNUTTI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

ogni giorno non si contano gli incidenti dei centauri e le vittime, specie nelle grandi città, anche causati da strade piene di buche e dalla cartellonistica selvaggia;

ieri a Roma, l'ennesimo incidente sulla tangenziale, dove una giovane ventenne sbatte su un cartello stradale e muore sul colpo;

scrive "Il Messaggero" in un articolo del 17 gennaio 2012: «Tragico incidente mortale questa mattina sulla Tangenziale Est all'altezza dell'uscita Batteria Nomentana in direzione S.Giovanni. Una ventenne, romana, è morta. Era a bordo di una moto guidata da un giovane. Secondo testimoni la ragazza nell'impatto, è stata sbalzata in aria battendo la testa contro un cartello. Il giovane avrebbe raccontato di essere stato accecato dal sole: è stato trasportato in codice giallo all'ospedale Pertini mentre la ragazza è morta sul colpo. Chiuso al traffico il tratto di tangenziale tra viale Etiopia e Batteria Nomentana, in direzione San Giovanni. La dinamica dell'incidente. Ancora non è chiaro se ci sia anche un'auto coinvolta nell'incidente. L'incidente è avvenuto nel tratto stradale in cui ci sono dei lavori in corso e la giovane passeggera, dopo l'impatto violento della moto con un blocco di cemento, è finita contro un cartellone della vecchia segnaletica. Il conducente della moto è prima finito contro una barriera in cemento provvisoria per i lavori poi, a causa dell'urto, la passeggera è stata sbalzata contro un cartello della vecchia segnaletica stradale (che indicava gli orari di apertura e chiusura della tangenziale), già posizionato in un tratto che attualmente è chiuso al traffico a causa dei lavori. La giovane è morta sul colpo. Attaccato al cartellone stradale c'è anche un piccolo cartello che indica un'attività commerciale. Mesi fa sulla Tuscolana una giovane coppia è morta in un incidente simile. Il ragazzo alla guida dello scooter ha urtato con violenza contro un cartellone pubblicitario posizionato in modo abusivo. La Procura ha aperto un'inchiesta sul caso. Sabato l'associazione Basta Cartelloni ha manifestato in via Cola di Rienzo contro i cartelloni killer presenti in molte vie della città». "La Repubblica" cronaca di Roma titola: "Scontro mortale sulla Tangenziale Est. Scooterista urta contro segnale stradale L'incidente all'altezza della Batteria Nomentana, la ragazza era il passeggero a bordo di una moto. Secondo i testimoni: Nella caduta ha urtato contro un cartello stradale". Nell'articolo si legge: «Una ventenne italiana è morta a Roma in un incidente stradale avvenuto intorno alle ore 10 sulla Tangenziale Est, all'altezza dell'uscita Batteria Nomentana in direzione San Giovanni. La ragazza era a bordo di una moto guidata da un giovane che, probabilmente dopo un urto con un'altra vettura, ha perso il controllo del mezzo. Sono finiti contro un segnale stradale al lato della strada, come riferito da alcuni testimoni. (...) Il giovane è stato trasportato in codice giallo all'ospedale Pertini mentre la ragazza è morta sul colpo. Ancora da chiarire la dinamica e se ci sia anche un'autovettura coinvolta. Sul posto sono intervenuti la Polizia municipale e il 118. L'incidente è avvenuto nel tratto stradale in cui ci sono dei lavori in corso e la giovane passeggera, dopo l'impatto violento della moto con un blocco di cemento, è finita contro un cartellone della vecchia segnaletica (che indicava gli orari di apertura e chiusura della tangenziale), già posizionato in un tratto che attualmente è chiuso al traffico a causa dei lavori»,

si chiede sapere:

se il Governo sia al corrente dei cartelloni abusivi per reclamizzare prodotti e servizi impiantati sul ciglio della strada in aperta violazione del codice della strada, i quali, assieme alle buche, costituiscono un pericolo costante per i conducenti di motoveicoli;

se non ritenga opportuno intervenire, in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni-Città ed autonomie locali, richiamando l'attenzione sui gravissimi pericoli derivanti dall'abusivismo, nonché mettendo in cantiere doverose sanzioni economiche verso quei Comuni che non riescono ad ottemperare al rispetto delle regole e del codice della strada;

quali misure urgenti intenda adottare per evitare che le città vengano trasformate in selve di consigli degli acquisti, con una cartellonistica abusiva che reca guadagni enormi ai gestori e che, oltre a deturpare il paesaggio ed intralciare il traffico quando le affissioni vengono modificate, costituisce un pericolo per l'incolumità degli utenti delle strade.

(4-06600)

LANNUTTI - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

la gestione, a giudizio dell'interrogante scandalosa, della Rai, azienda del servizio pubblico pagato con il canone dei cittadini, con un costo aumentato di 112 euro, non finisce mai di stupire;

oltre allo scandalo denunciato da "il Fatto Quotidiano", secondo il quale i dirigenti della Rai, oltre ad aver saccheggiato l'azienda pubblica e praticato una informazione di parte, in violazione dell'oggettività ed obiettività dell'informazione, usano il servizio pubblico per assecondare le proprie clientele, con il direttore generale Lei che assume amici degli amici, la gestione del contenitore "Uno Mattina", programma molto seguito, sotto la responsabilità del vicedirettore Rai1 Maria Pia Ammirati, non sembra rispondere ai requisiti di pubblico servizio;

"Uno Mattina", infatti, invece di promuovere un'informazione libera e rispondente agli interessi dei cittadini che pagano il canone, con spazi dedicati agli interessi dei consumatori e degli utenti, già vessati e tartassati, sembra voler fare concorrenza a "Sat 2000", peraltro ottima televisione del Vaticano, con interviste a frati, suore, preti e vescovi, escludendo di fatto i rappresentanti dei consumatori o contenendone gli interventi in trasmissione;

la gestione della Ammirati negli ultimi mesi infatti, a giudizio dell'interrogante perché frustrata dalla mancata promozione ad una direzione di rete perché sostenuta soltanto da una delle correnti del Partito democratico, lascia molto a desiderare, forse perché la vice direttrice sembra distratta nel cercare diverse sponde ed accrediti per ricollocarsi presso altre formazioni politiche, purché di area governativa che ne sostengano le ambizioni;

il Contratto di servizio sottoscritto tra il Ministro dello sviluppo economico e la Rai impone a quest'ultima obblighi relativi alla completezza e alla pluralità dell'informazione,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente di una gestione poco equilibrata di "Uno Mattina" da parte del vice direttore Rai Maria Pia Ammirati, che, a differenza del passato, quando tentava di offrire un contenitore più oggettivo anche ospitando le ragioni dei consumatori e dei loro rappresentanti, sembra escluderli oppure limitarne la presenza;

se lo spostamento di "Uno Mattina" in un segmento apparentemente improprio per sopperire alle carenze di informazione ed inchieste del Tg1, diventato sempre più un contenitore di propaganda tale da non disturbare "il manovratore", sia in linea con gli interessi dei consumatori ed utenti che pagano il canone ed hanno diritto ad essere informati secondo correttezza, buona fede e criteri di trasparenza di informazione;

quali misure urgenti intenda attivare per restituire al servizio pubblico Rai, quindi anche ad uno dei contenitori più prestigiosi come "Uno Mattina", l'obiettività e l'oggettività dell'informazione spesso negata da solerti esecutori redazionali dei desiderata della Ammirati, che esercitano le proprie funzioni con palesi discriminazioni nella scelta degli ospiti e degli invitati.

(4-06601)

NEGRI, SOLIANI - Al Ministro degli affari esteri - Premesso che:

nel mese di agosto 2011, l'ex primo ministro Yulia Tymoshenko, l'eroina della "rivoluzione arancione" del 2004, è stata arrestata con l'accusa di aver firmato nel 2009 accordi per le fornitura di gas russo ritenuti svantaggiosi dall'attuale Governo;

ad ottobre, la condanna in primo grado dell'ex premier aveva incrinato le relazioni tra Kiev e Bruxelles, al punto che l'Unione europea ha chiaramente posto il rilascio di Tymoshenko come condizione per la sigla un accordo per la creazione di una zona di libero scambio;

sugli organi di stampa del 14 gennaio scorso, si legge che è ormai chiaro il tentativo di uccidere Yulia Tymoshenko. Quest'ultima è rimasta svenuta per oltre due ore sul lettino della sua cella nella notte tra il 6 e il 7 gennaio a causa di una reazione imprevista a dei farmaci che le erano stati somministrati poco prima, e contro il suo volere, per combattere una forte infiammazione virale. Malgrado la cella dell'ex premier sia costantemente sorvegliata da telecamere a circuito chiuso, gli agenti di custodia hanno lasciato passare almeno 20 minuti prima di chiamare un medico che la rianimasse;

nell'ottobre del 2011, in un intervento in Aula della prima firmataria della presente interrogazione, era stata chiesta una valutazione politica, al Ministro pro tempore, visto che lady Ashton, il presidente Obama e lo stesso Putin si erano già espressi,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda intraprendere in questo momento a giudizio degli interroganti di insensibilità generale dei Governi europei sulla richiamata vicenda.

(4-06602)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell'articolo147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso le Commissioni permanenti:

9ª Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare):

3-02588, della senatrice Pignedoli ed altri,sul contrasto alla contraffazione del made in Italy nel settore agroalimentare;

10ª Commissione permanente(Industria, commercio, turismo):

3-02576, della senatrice Spadoni Urbani, sulla crisi dell'azienda Lyondell-Basell.