Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 280 del 24/01/2008
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RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del presidente MARINI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 15).
Si dia lettura del processo verbale.
MALAN, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 22 gennaio.
Sul processo verbale
CALDEROLI (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CALDEROLI (LNP). Signor Presidente, con riferimento alle comunicazioni che ha dato in chiusura di seduta martedì scorso, voglio leggere testualmente quanto da lei detto: «Onorevoli colleghi, il Ministro ad interim della giustizia ha trasmesso in data odierna, ai sensi dell'articolo 86 della legge sull'ordinamento giudiziario, la Relazione al Parlamento sull'amministrazione della giustizia...».
Il frontespizio della lettera di accompagnamento riporta invece le seguenti parole: «Nella mia qualità di Ministro ad interim della giustizia, trasmetto, ai sensi dell'articolo 86 ... la Relazione al Parlamento sullo stato della giustizia». Il riferimento normativo cui fa riferimento il Ministro della giustizia ad interim e al quale fa riferimento la Presidenza prevede quanto segue: «Entro il ventesimo giorno dalla data di inizio di ciascun anno giudiziario, il Ministro della giustizia rende comunicazioni alle Camere...».
Può sembrare solo un aspetto formale, ma le comunicazioni sono previste dall'articolo 105 del nostro Regolamento. Le comunicazioni devono essere date in Aula e sono diverse dall'invio di una relazione.
Ho voluto precisare questo passaggio alla vigilia della discussione che si andrà a fare perché, a mio avviso, la Relazione non sarebbe stata neanche ricevibile. Comunque, quell'invio non corrisponde alle comunicazioni che avrebbe dovuto fare nella mattinata odierna.
Diversamente, un intervento del Ministro ad interim nonché Presidente del Consiglio con riferimento anche alla giustizia potrebbe presupporre che il voto a conclusione delle comunicazioni abbia riferimento anche alla relazione sull'anno giudiziario. Quindi, proprio per evitare che si ripeta quanto è già accaduto alla Camera dei deputati, la prego di specificare che saranno rese comunicazioni vere e proprie con specifico riferimento all'articolo 105 del nostro Regolamento.
PRESIDENTE. Le voglio precisare che ho ritenuto un atto di correttezza la deposizione della Relazione anche in Senato dopo che ciò era già avvenuto presso l'altro ramo del Parlamento. Non c'è dubbio che, disponendo della Relazione del Ministro della giustizia, quando sarà messo in calendario tale argomento dovrà venire il Ministro in questione a parlarne.
Non essendovi ulteriori osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE.Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 15,06).
Su notizie di stampa riguardanti alcuni senatori
PRESIDENTE. Prima di dare la parola ai senatori che hanno preannunziato di voler intervenire in apertura di seduta - tra l'altro, raccomando a tutti i colleghi la brevità degli interventi, tenuto conto che sulle dichiarazioni di voto vi sarà la diretta televisiva - voglio fare una comunicazione all'Assemblea.
All'interno di un quotidiano di ieri, a mio avviso in maniera assolutamente inaccettabile, sono state pubblicate le foto con il nome di 35 nostri colleghi seguite da un articolo. Si sostiene che tra i menzionati colleghi vi sarà qualcuno che voterà senza rispettare le proprie convinzioni per un interesse di carattere materiale.
Voglio sottolineare in Aula che ho ben chiaro cosa sia la libertà di stampa e della comunicazione, un baluardo della nostra democrazia; credo tuttavia sia doveroso - questa volta lo è per il Presidente del Senato - denunciare un modo inaccettabile e qualunquista di affrontare i problemi. (Generali applausi). Al di là delle tesi che si sostengono, noi chiediamo solo serietà e non vogliamo limitare il diritto di chicchessia.
Per tali ragioni, a nome di tutta l'Assemblea (come ho verificato un attimo fa), esprimo la più grande solidarietà ai nostri 35 colleghi. (Generali applausi).
Sul 29o anniversario dell'omicidio di Guido Rossa
FINOCCHIARO (PD-Ulivo). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD-Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, 29 anni fa, la mattina del 24 gennaio 1979, le Brigate Rosse uccidevano a GenovaGuida Rossa. Era la prima volta che le Brigate Rosse uccidevano un iscritto al Partito comunista, un sindacalista e un operaio, che aveva denunciato un fiancheggiatore delle Brigate Rosse impiegato nella sua stessa fabbrica.
Guido Rossa aveva deciso, e non obbedendo alle direttive di un partito: era una scelta consapevole che derivava da una visione lucida della situazione del Paese e del futuro; era una scelta di responsabilità civile, una scelta che, dopo di lui, molti altri hanno fatto.
È una svolta nella storia delle Brigate Rosse che, da allora, vedono precluso il mondo delle fabbriche. Avviene una svolta nella percezione del terrorismo da parte della classe operaia. Quella mattina vengono smentiti i proclami delle Brigate Rosse e i lavoratori, anche quelli più giovani che dal terrorismo avrebbero potuto essere tentati, cominciano ad isolare le Brigate Rosse nel mondo del lavoro. Da quel momento, il mondo operaio e del lavoro fornisce un contributo essenziale e insostituibile alla fine del terrorismo, confermando l'importanza del sindacato, del mondo del lavoro organizzato, nel sostegno continuo e totale alla democrazia italiana.
Guido Rossa era anche uno splendido essere umano, amato dai compagni di fabbrica, quando la fabbrica era ancora ed anche un luogo di solidarietà fraterna, ed era un uomo che amava la democrazia. L'Italia vinse anche grazie a scelte come quella fatta da Guido Rossa.
Mi pare giusto, in questo giorno, che l'Assemblea del Senato ne ricordi il sacrificio e l'esempio. (Vivi, prolungati applausi. Il Presidente si leva in piedi e con lui tutta l'Assemblea).
PRESIDENTE. L'applauso sottolinea la partecipazione di tutta l'Assemblea alle parole della senatrice Finocchiaro.
Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri e conseguente discussione (ore 15,10)
Reiezione della proposta di risoluzione n. 1. Reiezione della questione di fiducia
PRESIDENTE.L'ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri».
Comunico che, dopo l'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri, avrà luogo il dibattito, i cui tempi sono stati stabiliti dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari e già resi noti.
Come richiesto dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, è prevista, a partire dalle ore 17,45, la trasmissione diretta televisiva della replica del Presidente del Consiglio e delle dichiarazioni di voto. Questo comporta il rispetto dei tempi che ci siamo dati.
Comunico, infine, all'Assemblea che la presentazione delle proposte di risoluzione deve avvenire prima della chiusura della discussione generale e della replica del Presidente del Consiglio.
Ha facoltà di parlare il presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Romano Prodi.
PRODI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro della giustizia ad interim. Signor Presidente del Senato, signore senatrici, signori senatori, sono qui a riferire al Senato sulla crisi politica che si è aperta qualche giorno fa e sulla quale sono già intervenuto alla Camera ricevendo la fiducia.
Come avevo detto nell'Aula di Montecitorio, questa doveva essere l'occasione per parlare di giustizia, tema al quale si è intrecciata negli ultimi giorni la vicenda politica che ha spinto una forza della maggioranza ad aprire la crisi. Su quella vicenda mi sono già espresso sia sul piano personale che istituzionale, assumendo l'interim di un Ministero che ha operato con grande competenza e correttezza nei primi venti mesi di questo Governo, ma è giusto ribadire anche qui davanti allo stesso ex ministro Mastella la solidarietà mia e del Governo verso il senatore Mastella e contro le strumentalizzazioni che si sono moltiplicate con vergognoso opportunismo.
La Relazione sullo stato della giustizia, frutto del rigoroso lavoro del Dicastero e condivisa pienamente dal Consiglio dei ministri, l'avete letta ed è a vostra disposizione, ma lasciate che ribadisca ancora una volta, anche se brevemente, l'importanza di un testo che mette in evidenza le luci e le ombre della giustizia italiana nella difficile fase storica che stiamo vivendo, che dà forte sostegno ai giudici, ai quali come potere e come ordine va l'apprezzamento e la riconoscenza del Paese, una Relazione che chiede alla classe politica e al Parlamento un eccezionale impegno. La Relazione sullo stato della giustizia è a vostra disposizione, così come lo sono le mie comunicazioni dell'altro giorno alla Camera.
Vorrei però soffermarmi un attimo sulle ragioni politiche e costituzionali che mi hanno portato al Senato oggi. Si parla infatti molto e da molto tempo di riforma costituzionale ed è vero che le istituzioni della politica, nelle norme costituzionali, ma anche nella legge elettorale e nei Regolamenti parlamentari, sono tra le cause prime della paralisi dell'azione di Governo e del pericoloso distacco fra i cittadini e la classe politica.
Mi si permetta di osservare che è però prima di tutto necessario rispettare e applicare la nostra Costituzione, e voglio dirvi di più: sarebbe necessario innanzitutto rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la scrissero; non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la debolezza dell'Esecutivo che paralizza chiunque segga a Palazzo Chigi, non l'ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli Ministri, né la prassi delle crisi extraparlamentari, né l'asservimento dell'informazione pubblica al potere politico.
Torniamo dunque con rispetto alla Costituzione del 1948, ecco un'altra degna celebrazione del sessantennio che ricorre in questi giorni. La nostra prassi costituzionale, la nostra stessa lettura della Carta del 1948 è rimasta infatti quella che si era formata in un'epoca che va sotto il nome della prima Repubblica: vera sede del potere erano i partiti, la continuità indispensabile ad un esercizio efficace di potere era fondata sull'assenza di alternanza, i Governi erano scelti non dai cittadini, ma da strutture di partito sottratte al controllo e ai rischi del voto popolare, la composizione del Governo era stabilita dalle segreterie dei partiti. Oggi, in un'epoca di alternanza e di affidamento agli elettori della scelta del Governo, quelle prassi sono residui del passato, residui che impediscono al sistema politico di operare in modo efficace al servizio dei cittadini.
Tutte le istituzioni dello Stato debbono allora impegnarsi innanzitutto a stabilire prassi costituzionali e modi di funzionamento dell'esecutivo e del legislativo più coerenti con le esigenze dell'oggi e - ne sono convinto - più corrispondenti alla volontà dei padri costituenti.
Anche per questo, anzi soprattutto per questo, ho deciso di essere qui oggi e di chiedere un voto esplicito e motivato a ciascuno di voi: nessuno può sottrarsi, nel momento in cui si adopera per far cadere un Governo, al dovere di indicare, nella sede stessa da cui il Governo trae la sua legittimazione, quale altro Governo, quale altra maggioranza, quale altro programma intende istituire al posto di quelli che, in conseguenza di un scelta fatta dagli elettori, sono legittimamente in carica.
Un dibattito come questo deve essere, quindi, un momento di costruzione; non può e non deve essere solo un possibile momento di distruzione.
Sono qui oggi, dopo il voto della Camera che ha riconfermato la fiducia al Governo, per assumermi di fronte a voi tutti le responsabilità che mi competono, ma anche per chiedervi di giudicare il lavoro svolto da questo Esecutivo con pari senso di responsabilità.
Il Paese ha più che mai bisogno di essere governato, ha bisogno di continuità nell'azione di Governo e non può permettersi un vuoto di Governo. L'Italia ha, infatti, di fronte a sé tre emergenze. C'è un'emergenza sul piano delle istituzioni, con la necessità innanzitutto di riformare la legge elettorale. Io ho più volte ribadito - e lo ribadisco ancora - il mio impegno affinché ci sia il tempo per evitare al Paese di ricadere in un voto che lo condanni all'ingovernabilità.
C'è un'emergenza sul piano della politica internazionale: pensiamo a cosa sta capitando a Gaza, che è uno scenario nel quale abbiamo finalmente cominciato a muoverci con coerenza e rispetto e nel quale siamo impegnati con alte responsabilità.
C'è un'emergenza sul piano dell'economia perché anche i grandi risultati ottenuti possono essere vanificati rapidamente se non si persegue con rigore e coerenza la strada giusta.
L'Italia ha un grave ritardo da recuperare e dopo due anni di crescita soddisfacente rischia di trovarsi in una congiuntura mondiale avversa nella quale tutto può farsi difficile. L'instabilità finanziaria e l'aumento dei prezzi internazionali, il rallentamento della crescita del mercato mondiale e le tensioni protezionistiche sono difficoltà che noi affrontiamo con strutture economiche ancora da irrobustire, con scuole e università non adeguate ai tempi, con il peso enorme del debito pubblico, con uno Stato sociale incompleto e con disuguaglianze inaccettabili.
In 20 mesi abbiamo fatto tangibili progressi nel porre rimedio a queste carenze. Arrestare per mesi l'azione di Governo è un lusso che l'Italia non si può permettere. Per questi motivi, vi chiedo la fiducia assicurandovi che sono ben consapevole che il Governo stesso dovrà rafforzare le sue capacità decisionali, snellire le sue procedure, migliorare la sua resa, forse ridefinire le sue strutture e la sua medesima composizione. In una parola, io chiedo a ciascuno di voi, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, fiducia per riprendere con rinnovato slancio e con nuova consapevolezza un processo riformatore di portata amplissima di cui il nostro Paese ha urgente bisogno. (Vivissimi, prolungati applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, SDSE, Aut, Misto-IdV,Misto-PS, del senatore Rossi Fernando e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE.La ringrazio, presidente Prodi, per le sue dichiarazioni rese in quest'Aula del Senato.
Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.
È iscritto a parlare il senatore Rossi Fernando. Ne ha facoltà.
ROSSI Fernando (Misto-Mpc). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, la mia è una fiducia non incondizionata; lo sarebbe maggiormente se le ultime parole del Presidente avessero trovato pratica attuazione nella politica di Governo. Non posso certo affermare di essere tra quelli che si attendevano granché da questo vostro Governo, ma adesso rischiamo di recidere anche l'ultimo filo di speranze.
Ancora una volta il primo tempo, quello dei sacrifici delle fasce sociali più basse, ce lo siamo visto. Le condizioni di vita della maggioranza degli italiani sono peggiorate, mentre le lobby finanziarie e parassitarie del denaro pubblico hanno prosperato.
Quando comincerà il secondo tempo, quello della correzione delle ingiustizie sociali e di una politica che guardi davvero al bene comune?
Con il Governo Prodi ci sono state deboli speranze, ma con Berlusconi produttore e regista di un nuovo film saranno solo primi tempi, e con produttori come De Benedetti, Tronchetti Provera, Caltagirone o con nuovi registi - si fanno i nomi di Marini, di Amato, di Veltroni - l'unica cosa che arriverebbero a darci sarebbero degli intervalli, più o meno lunghi.
L'Italia è la settima potenza economica del mondo (non ce l'ha fatta la Spagna).
GRAMAZIO (AN). Era.
ROSSI Fernando (Misto-Mpc). Ha le risorse per garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini. (Il microfono si disattivaautomaticamente).
PRESIDENTE. Concluda, senatore Rossi. Oggi siamo rigidi nel rispetto dei tempi per la ragione che ho già detto.
ROSSI Fernando (Misto-Mpc). Bisogna liberarla dalla morsa in cui la tengono la criminalità organizzata e la grande speculazione finanziaria.
I nostri cittadini che guardano al futuro di questo Paese, le nostre forze più sane, gli imprenditori veri, i lavoratori, i detentori di quei saperi accumulatisi in secoli e secoli di cultura, arte e professioni, le nuove generazioni, escano dalle sacche di resistenza civile ed economica in cui sono oggi confinati, si riapproprino della politica...
PRESIDENTE. Senatore Rossi, deve concludere, altrimenti passiamo all'intervento del senatore Fisichella.
ROSSI Fernando (Misto-Mpc). ...impongano una democrazia partecipata, esigano su ogni scelta la risposta alla domanda: ma questo conviene al Paese? Cambino i partiti, le istituzioni, caccino i malfattori e gli arraffatori di denaro pubblico.
Io mi auguro che l'eutanasia del Governo Prodi non si consumi ma, se malauguratamente ciò avvenisse, spero che i modi con cui è stata consumata possano scuotere gli illusi e favorire una nuova coesione sociale che possa sviluppare la partecipazione alle scelte e avvicinare il tempo di uscita dalla crisi che, come ogni giorno vediamo, non è solo economica e non è certo colpa dei "bamboccioni".
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fisichella. Ne ha facoltà.
*FISICHELLA (Misto). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, il 20 dicembre 2007, intervenendo in quest'Aula per dichiarazione di voto, ho ricordato che nel corso della presente legislatura a più riprese ho votato la fiducia al Governo presieduto dall'onorevole Prodi, talora per convinzione, talora per senso di responsabilità, anche allo scopo di consentire all'Esecutivo un arco di tempo capace di permettere e garantire un efficace dispiegarsi dell'azione di Governo.
Tuttavia, un insieme di situazioni e circostanze, che ora non ripeto, mi ha poi condotto a valutare criticamente i passaggi successivi della vita del Governo, fino a concludere che - testuale - "il rapporto di fiducia politico con il Governo in carica si è per me esaurito, senza possibilità di recupero", e senza peraltro in pari tempo escludere l'ipotesi che una eventuale crisi ministeriale si concludesse e si concluda con il conferimento al presidente Prodi dell'incarico di formare un nuovo Governo.
A mio avviso, dal 20 dicembre 2007 ad oggi il quadro politico, istituzionale e sociale della Nazione si è ulteriormente aggravato, l'immagine internazionale del Paese è a dir poco imbarazzante, e l'iniziativa del Governo non è riuscita a farvi fronte in maniera tale da attenuarne le gravi conseguenze per il Paese.
Non ho perciò elementi di giudizio che mi inducano a modificare le conclusioni della mia dichiarazione di voto del 20 dicembre 2007.
Tuttavia, capisco e condivido che, di fronte alle turbolenze nella maggioranza e anche per un'esigenza di correttezza formale, il presidente Prodi abbia inteso parlamentarizzare, come si suol dire, il percorso della crisi politica in atto. In questo quadro, ieri la Camera dei deputati ha in pari tempo concesso la fiducia all'Esecutivo e registrato la dissociazione di una formazione minore della coalizione di maggioranza.
A mio avviso, tutto ciò è sufficiente ai fini della parlamentarizzazione della crisi e per sottoporre al Capo dello Stato la valutazione formale delle conseguenze che vorrà trarne e delle iniziative che vorrà assumere. Se poi il Presidente del Consiglio volesse insistere per un voto di fiducia al Senato, come ci ha testé comunicato, e se tale fiducia non emergesse (ma questo nessuno di noi è in grado di indicarlo), allora, con ogni evidenza, verrebbe meno anzitutto proprio l'ipotesi di un nuovo mandato affidato all'onorevole Prodi, per non dire del resto.
Io credo che la prudenza politica e il bene della Nazione suggeriscano perciò di evitare in Senato la prova del voto. Continuo a crederlo, anche se il Presidente del Consiglio ha ritenuto il contrario. (Applausi del senatore Sanciu).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morselli. Ne ha facoltà.
MORSELLI (Misto-LD). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, lei è riuscito a capovolgere il naturale corso delle cose. Solitamente il pienone c'è per la prima; oggi c'è per l'ultima recita che - mi consenta - è stata molto deludente e un po' patetica, ma molto liberatoria per il popolo lavoratore italiano. L'Italia è il Paese peggio governato d'Europa e non lo diciamo noi senatori de La Destra, ma lo dicono tutti i giornali stranieri; lo dice l'autorevole «Financial Times»; lo dice l'Eurispes. Crolla la fiducia della gente davanti a un devastante squallore politico. E lei plaude ai risultati del suo Governo.
Da maestro equilibrista, anche questa volta ha allestito una sorta di unità di crisi presidenziale per tentare di prolungare l'agonia del Governo; ma, nonostante possa contare su potenti medicine che per certi suoi alleati, molti di Palazzo e pochi di lotta, certo contano molto, questa volta non ce la farà: questa volta cadrà perché seppellito da una storiaccia di malaffare che ha destabilizzato i rapporti della casta.
Il 24 gennaio è destinato a diventare una sorta di festa nazionale: la festa dell'"Era ora!": finalmente, il Governo Prodi sbaracca e si toglie di torno. Gli italiani, con compostezza e tanta pazienza, hanno trascorso i peggiori diciotto mesi degli ultimi cinquant'anni. Siete riusciti perfino ad affamare gli italiani, molti dei quali non riescono più neanche a comprare un chilo di pane. Un addio, quindi, certo senza rimpianti, un addio aspettato da tanto tempo.
Vede, signor Presidente del Consiglio, si può cercare di stare attaccati alla sedia in tutti i modi e in tutte le maniere, però oggi per La Destra è un giorno di grande felicità. Oggi La Destra è molto contenta perché la prossima fiducia la darà al Governo di Silvio Berlusconi. (Applausi dai Gruppi Misto-LD e AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Baccini. Ne ha facoltà.
BACCINI (UDC). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, voteremo contro la fiducia al suo Governo. E questo anche in coerenza con la nostra storia e con l'idea che abbiamo noi della politica.
In uno dei suoi discorsi più belli, a Milano, nel 1949, De Gasperi diede una magistrale definizione della politica, a cui oggi mi voglio richiamare: «Politica» - disse - «vuol dire realizzare».
Da quindici anni l'Italia attraversa una fase definita di transizione. In quindici anni lo scenario mondiale è completamente mutato.
Le ragioni della concorrenza tra i Paesi e tra le imprese assegnano un ruolo decisivo alla ricerca, alle tecnologie, alla duttilità dei sistemi economici.
Fra i grandi Paesi che costituiscono il club degli Otto, l'Italia c'è, ma è l'unico che ha istituzioni instabili, Governi precari, regole della politica incerte. Signor Presidente del Consiglio, siamo da quindici anni incapaci di realizzare un cambiamento sempre annunciato e sempre in qualche modo sospeso.
Questo vuol dire che c'è un vuoto della politica, ormai troppo lungo e pericoloso, che finisce col prestare il fianco all'antipolitica e alla delegittimazione delle istituzioni: il solco tra esse e i cittadini si fa sempre più profondo. Un vuoto, signor Presidente del Consiglio, che sta suscitando un sentimento diffuso di crescente disistima verso i partiti, in cui si mescolano rassegnazione, vecchie subculture qualunquiste, nuove suggestioni populiste e asfittiche oligarchie.
Una classe politica che in quindici anni non è riuscita ad adottare una legge elettorale stabile e condivisa, e ha lasciato aperto il cantiere delle riforme istituzionali, rende nei fatti fragile la nostra Repubblica. Tutto è sempre in discussione: la giustizia, la scuola, la forma di Governo e il sistema previdenziale. Intanto, la stessa classe politica, che non riesce a costruire la nuova fase della Repubblica, alimenta tra i cittadini la confusione tra i diritti e i desideri, facendo crescere attese e delusioni.
Abbiamo tutti noi due possibilità: o continuare ad accusarci a vicenda, addebitandoci l'un l'altro le colpe (ma sarebbe un atto di incoscienza restare su questa strada), oppure scegliere la via che richiede alle forze della maggioranza e a quelle dell'opposizione un atto di realismo e perciò stesso di coraggio.
Quest'anno non può che iniziare da un esame crudo dei fatti, depurati dalle opposte propagande. Il debito pubblico è cresciuto negli ultimi quindici anni, nonostante le politiche di contenimento attuate a singhiozzo dalle diverse maggioranze che si sono succedute al Governo. La spesa pubblica allargata, comprensiva di tutto il denaro amministrato e speso negli enti locali e nelle aziende pubbliche autonome, è praticamente fuori controllo giacché gli strumenti di programmazione delle uscite sono diventati una sorta di omnibus sul quale salgono tutte le esigenze, anche le più contraddittorie, senza un preciso e rigoroso riferimento alle risorse disponibili.
Signor Presidente del Consiglio, lei è il primo a saperlo: un conto è vincere le elezioni, un conto è governare il nostro Paese. Proprio per questo, non dobbiamo e non possiamo sottrarci alla nostra responsabilità di eletti e di rappresentanti del popolo. Il Paese è stremato, piegato sotto il peso di congiunture economiche internazionali sfavorevoli e umiliato da paradossi nazionali che hanno minato gravemente la nostra credibilità, quali l'emergenza... (Brusìo).
PRESIDENTE. Presidente Baccini, un attimo solo. Considerato anche il rilievo della questione che stiamo discutendo, credo sarebbe opportuno un po' di silenzio. Senatore Lusi, sto facendo un richiamo perché si parli poco; lei si agita da un banco all'altro, la prego, e non mi rivolgo solo a lei.
LUSI (PD-Ulivo). Sto dicendo di stare zitti!
PRESIDENTE. Capisco che la conversazione può essere un'esigenza, ma in questo caso ci si accomodi fuori dell'Aula.
Prosegua pure, senatore Baccini.
BACCINI (UDC). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, dicevo che, non dobbiamo e non possiamo sottrarci alla nostra responsabilità di eletti e di rappresentanti del popolo.
Il Paese - come dicevo prima - è stremato, piegato sotto il peso di congiunture economiche internazionali sfavorevoli e umiliato da paradossi nazionali che hanno minato gravemente la nostra credibilità, quali l'emergenza dei rifiuti, con il conseguente danno economico e di immagine, e l'incredibile ed esecrabile censura al Papa.
Tra il bene comune e la durata di un Governo come il suo, paralizzato dai veti incrociati, avremmo preferito che lei oggi, signor Presidente del Consiglio, fosse salito al Quirinale e avesse fatto proprio il mirabile appello del Presidente della Repubblica in occasione dell'anniversario dei sessant'anni della Costituzione italiana: c'è bisogno di un nuovo patriottismo, che superi l'interesse di parte e consenta di approdare alla tanto agognata meta delle riforme.
Avremmo auspicato che lei, conscio dell'impossibilità di produrre fatti per questo nostro Paese, facesse il bel gesto di farsi spontaneamente da parte, per favorire la nascita di un Governo istituzionale in grado di promuovere quelle riforme,
il più possibile condivise, di cui l'Italia ha assoluto bisogno. Così non è stato.
Ora è comunque arrivato il tempo dei fatti. Non ci preoccupa certo l'andare al voto. Ci preoccupa riportare in mare aperto la nave Italia e farla uscire definitivamente dalle secche in cui è stata condotta.
Per questo, mi auguro, ci auguriamo che, ottenuta la sfiducia, si apra la fase delle consultazioni, per dare vita ad un Governo istituzionale di altissimo profilo che abbia un mandato specifico, fra cui il portare a termine la riforma della legge elettorale, riconsegnando il potere di scelta ai cittadini che devono scegliersi il personale politico che li andrà a rappresentare, se vogliamo provare a colmare quel solco tra loro e le istituzioni; un piano per l'edilizia popolare che favorisca le giovani coppie alla prima casa. Un Governo che abbia la forza, il coraggio e la capacità di passare dalle parole ai fatti, dalle dichiarazioni di intenti alle azioni concrete.
Non basta, infatti, schierarsi con i proclami a favore della famiglia per sostenerla: occorre mettere in pratica quelle politiche che la favoriscono. Non è sufficiente dirsi contrari agli sprechi, se poi non si ha la forza di promuovere un'indagine sui costi della politica e della democrazia. Signor Presidente del Consiglio, è meglio non agitare il federalismo fiscale se poi non si è in grado di riformare il Titolo V della Costituzione. Non ha senso parlare di decentramento e di lotta al centralismo e alla sclerotizzazione burocratica, se poi non si ha il coraggio di contenere e indirizzare le risorse affidando le competenze agli enti locali senza duplicare costi e ruoli.
La sfida che abbiamo di fronte è immane, ma in palio c'è il futuro del nostro Paese. O sapremo coglierla, avventurandoci nel sostegno a questo Governo istituzionale, oppure l'alternativa è che ciascuno resti nel suo recinto o nella sua palude. Infatti, è davvero arduo negare i limiti e le contraddizioni dell'attuale bipolarismo. Sono ancora tra coloro che lavorano per schieramenti che si formano non in modo aprioristico e a tavolino, avendo come fine le elezioni, ma sulla base dei loro contenuti ideali e programmatici.
Torno volentieri a ripetere le parole di De Gasperi, a cui mi sono fin qui ispirato e a cui intendo ispirarmi ancora per il futuro: «Politica è realizzare». Nessuno ora, se abbiamo a cuore l'interesse generale del Paese e il bene comune, può permettersi l'inerzia dell'attesa. (Applausi dal Gruppo UDC e dei senatori Asciutti, Mantica, Santini e Vegas. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gramazio. Ne ha facoltà.
GRAMAZIO (AN). Signor Presidente, credo siamo arrivati alla conclusione, alla stazione finale di un Governo e di una maggioranza e, quando penso alla stazione finale, non posso non pensare ai cittadini italiani che si sono visti aumentare in modo pazzesco il prezzo del biglietto ferroviario. Tutto ciò, davanti ad un Governo che è rimasto silenzioso di fronte a questi continui aumenti e che oggi si presenta qui a dichiarare, tramite il Presidente del Consiglio, che non vuole avere un vuoto di governo. Ma, più che un vuoto di governo, questo è un Governo vuoto e senza una maggioranza, che viene qui in Senato a tentare una prova di forza, allo scopo di incidere - mettendoli in soggezione con tutto il suo schieramento - su quanti, all'interno di quest'Aula, hanno intenzione di esprimere voto contrario. Ieri, il più grande giornale italiano, il «Corriere della Sera», nel suo articolo di fondo, in nove colonne, parlava del tentativo, da parte di questo Governo, di acquisire altri senatori, per mantenere in piedi una determinata maggioranza.
Questo Governo cade proprio sulla giustizia, quando uno dei temi fondamentali della sua presenza in campagna elettorale era il rinnovamento di questa, nel tentativo di realizzare - come recitavano gli slogan dell'Ulivo - una giustizia giusta. Il Ministro della giustizia cade e con lui questa maggioranza: fino a pochi minuti fa, si ripeteva che, probabilmente, il Presidente del Consiglio e il Governo non sarebbero venuti nell'Aula del Senato, perché sapevano di poter prendere qui - finalmente - non quella spallata, ma quel voto negativo che ci aspettiamo e sicuramente vi sarà.
Questo è un Governo che vuole essere snellito, diceva il Presidente del Consiglio: un prossimo Governo snellito? Ma se questo è il Governo dei 101 parlamentari nominati ad essere Ministri, Vice ministri e Sottosegretari, il più prolifico che questa democrazia dal 1947 abbia avuto!
Ma davanti ai problemi della sicurezza e della legalità, questo è anche il Governo - unico nella storia - che consiglia (per poi smentire) al Sommo Pontefice di non recarsi all'Università di Roma; è il Governo che non ha nemmeno il senso di responsabilità per chiedere scusa alla massima autorità, il Vescovo di Roma. Questo è il Governo che permette a pochi professori, in una grande università come «La Sapienza», e ad alcune decine di extraparlamentari e di elementi di sinistra (che, a mio avviso, dovrebbero essere iscritti e protetti dal WWF, come razza in via di estinzione) di vietare al Sommo Pontefice di entrare in quella Università.
Questo è il Governo, cari colleghi, che tenta di vivere - come farà anche questa sera - grazie al voto dei senatori a vita. Nessuno vuole togliere responsabilità ai senatori a vita, ma è lo stesso Presidente della Repubblica che ripetutamente ha detto che essi non possono far parte di una precisa maggioranza né essere determinanti per essa. Ci dispiace che invece ciò accada. Come ci dispiacciono le dichiarazioni del presidente Andreotti, che ha avuto, da parte nostra, tutta la stima e, addirittura, il nostro voto per essere Presidente del Senato e oggi corre qui a scondinzolare attorno a questo Governo, non si sa per quale motivo, dal momento che dichiara che questo potrà essere sicuramente meglio del prossimo Governo: forse Andreotti, nella palla di vetro, sogna chissà quale tipo di Governo o di responsabilità.
Ecco perché, a nome di Alleanza Nazionale (come potranno confermare i colleghi che seguiranno dopo il mio intervento), ripeto ancora una volta: a casa questo Governo e questa maggioranza. Si torni al voto, per dare agli italiani la possibilità di esprimere liberamente, in una democrazia, il proprio impegno e la propria volontà. A casa il Governo per elezioni subito! (Applausi dal Gruppo AN e del senatore Ruggeri).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cusumano. Ne ha facoltà.
CUSUMANO (Misto-Pop-Udeur). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori Ministri, cari colleghi, ho provato in questi giorni virulenti della vicenda istituzionale e politica del nostro Paese ad orientarmi verso soluzioni ed iniziative di responsabilità, di equilibrio, di coerenza insieme, sapendo perfettamente che il percorso era segnato, in ragione della mia appartenenza politica, da una traumatica vicenda giudiziaria, da controverse prese di posizione dentro la maggioranza di centro-sinistra sul destino della coalizione stessa, sul percorso riformatore, elettorale ed istituzionale, tutto orientato a comprimere, giustamente, la frammentazione, il proliferare di partiti e di Gruppi parlamentari, senza però le necessarie e chiare tutele di coalizione e di alleanze politiche, funzionali a rinnovare un clima positivo di solidarietà operativa, di rilancio dell'azione di Governo, di complessiva ripartenza rispetto ad un quadro sfilacciato ed appesantito vistosamente dalle permanenti e intense iniziative dell'opposizione, prima fra tutte di Forza Italia e del suo leader. Attenti: Forza Italia ha fatto il suo mestiere con determinazione e con convinzione.
Ho provato a determinare approfondimenti, chiarimenti, a darmi e a cercare risposte di efficace e ineccepibile valenza politica senza il tarlo corrosivo delle giustificate emotività ed ho registrato, verificato la nettezza, senza se e senza ma, di una scelta di campo che contraddice dieci anni di impegno politico coerente con un forte accento cristiano-democratico, dentro una coalizione con la propensione a rafforzare l'area di centro del centro-sinistra, un'area aperta ad altre personalità, ad altri segmenti della rete associativa cattolico-democratica.
Questo cammino è stato drammaticamente interrotto da una scelta alta di responsabilità politica e istituzionale del Ministro guardasigilli per l'affiorare di ambiguità, di dichiarazioni distoniche, per molti versi ingenerose, con venature giustizialiste, sul versante di una vicenda giudiziaria costruita sul nulla e certamente determinata da gravi fragilità professionali e da qualche gioco pesante dentro lo stesso palazzo di giustizia casertano.
Tutto ciò non può, non deve far venir meno il rispetto di tutti noi per il lavoro, l'azione della magistratura al servizio delle istituzioni e per l'affermazione della legalità nel nostro Paese. In un quadro politico e sociale corroso da mille insidie di ogni tipo, da un laicismo senza freni, dal venir meno, giorno per giorno, della fiducia verso il Parlamento, verso le classi dirigenti di questo Paese, verso i partiti, vanno tutelate alcune certezze, alcuni presidi costituzionali, per evitare scorciatoie affrettate, per evitare un crescente, emotivo desiderio di autoritarismi di ogni tipo, di derive populiste senza regole e senza freni, tutte giocate su un clima di antipolitica che non ha precedenti nella storia del nostro Paese.
È una ragione di più, cari colleghi, per avviare nel Paese una fase nuova, un nuovo inizio, con partiti aperti, con partiti attrezzati al tempo di una politica nei territori e dentro non con un leader ma con tanti leader, con un circuito di idee forte, con un confronto democratico, se volete aspro ed impietoso, ma ricco di passioni, di idee, di progetti, di esperienze.
È una ragione di più per portare nel Paese un messaggio di confronto civile anche tra di noi, di responsabilità nelle azioni e nei comportamenti, di difesa della propria coerenza. Lo dico a tutti i partiti, ai leader di tutti i partiti, perché tornino a svolgere con equilibrio e con nettezza la loro azione delicata di rilegittimazione della politica, delle istituzioni e dei partiti.
E la politica si rilegittima anche in passaggi delicati e difficili come questo odierno di voto di fiducia al Governo presieduto da Romano Prodi. Si rilegittima con un confronto serio e sereno, con un rispetto reciproco, con il dovere di una missione verso il Paese segnata da scelte disinteressate, senza convenienze, senza la ricerca di reti protettive sul futuro politico che in un momento come questo non sarebbe difficile trovare. Vale per tutti, per ciascuno di noi, cari colleghi, sentendo il confronto tra di noi, un confronto tra amici ed avversari che si rispettano, che tutelano le loro relazioni interpersonali, al riparo dalle dispute politiche, soprattutto quando sono giocate sul versante del futuro del Paese e della etica della responsabilità.
Io ci credo e credo di più al risplendere di una politica senza steccati di comoda convenienza, di una politica nella qualità dei territori, nelle istituzioni, ad un politica che non fa pensare e che non ci riporta alla dedica di Aldo Moro a Giuseppe Bettiol (grande penalista), scritta nel libro sulla storia della DC dal 1948 al 1968. Scriveva Aldo Moro: caro Bettiol, ti regalo la storia dei cannibali. La politica non può, non deve essere cannibalismo tra parti politiche contrapposte; deve poter essere luogo di confronto, di idee, di ascolto, non di calunnie vergognose, di mistificazioni ed insinuazioni. La politica deve essere rispetto reciproco, deve essere coerenza, deve essere apprezzamento per un supplemento di passione civile, di emozioni vere, di sofferenze interiori da rispettare, di tormenti da comprendere, di rigidità culturali da accettare.
Non scelgo percorsi comodi, garantiti da certezze percepite, fiutate. Scelgo il campo più difficile della coerenza, della coscienza, della responsabilità verso il Paese alla vigilia di appuntamenti delicati, di un quadro economico in evoluzione.
Io scelgo con serenità, respingendo il tentativo squallido di infrangere una seria ed ordinata azione politica, con calunniose e infamanti dichiarazioni fatte sul "Corriere della Sera" di oggi: una vera e propria intimidazione.
Sappia il Senato della Repubblica che io sono uscito a testa alta da una vicenda giudiziaria durata nove anni con l'assoluzione piena, richiesta anche in fase di conclusione del dibattimento dai pubblici ministeri. Mi sono difeso nel processo con serietà, sobrietà e silenzio assoluto, nel rispetto della magistratura e della sua azione.
Non inseguo truppe di dirigenti o di militanti, di amici o di simpatizzanti, e sono tanti, che ho curato in questi anni con dedizione e con passione. Li ho lasciati tutti liberi di decidere sul loro percorso politico, con assoluta autonomia, e mi hanno dato pieno e totale mandato a rappresentarli.
Io scelgo in solitudine, scelgo con la mia libertà, scelgo con la mia coerenza, senza prigionie politiche, ma con l'esaltante prigionia delle mie idee, della mia probità, scelgo per il Paese, scelgo per la fiducia a Romano Prodi e al suo Governo! (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, IU-Verdi-Com, RC-SE e SDSE. Molte congratulazioni). (Il senatore Barbato si scaglia contro il senatore Cusumano, ma viene bloccato dagli assistenti parlamentari e accompagnato fuori dall'Aula. Ripetuti, ingiuriosi, violenti epiteti del senatore Strano indirizzati al senatore Cusumano. Vivaci proteste dai banchi della maggioranza).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Massidda. Ne ha facoltà.
MASSIDDA (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, mi conceda di parlare... (Brusìo). Non posso parlare con questo caos.(Il senatore Cusumano accusa un malore e si accascia sui banchi).
BULGARELLI (IU-Verdi-Com). Chiamate un medico! (Vengono prestati i primi soccorsi al senatore Cusumano dai colleghi senatori).
PRESIDENTE. Per favore! Per favore... sedersi. Senatore Massidda, collabori!
MASSIDDA (DCA-PRI-MPA). Presidente, posso collaborare ma credo di aver diritto anch'io di parlare, come hanno fatto gli altri, in assoluto silenzio.
Signor Presidente, mi permetta di parlare dopo la sceneggiata napoletana...
PRESIDENTE. Colleghi, sospendo la seduta e dispongo l'immediato intervento dei sanitari del Senato. (Viene prestato soccorso al senatore Cusumano che viene portato in barella fuori dall'Aula. Generali commenti).
(La seduta, sospesa alle ore 15,58, è ripresa alle ore 16,04).
La seduta è ripresa. Prego i colleghi di riprendere posto.
GARRAFFA (PD-Ulivo). Signor Presidente, il senatore Barbato va espulso.
PRESIDENTE. Porterò la questione al Consiglio di Presidenza dopo aver ascoltato chi era vicino ai fatti.
Prego ora i colleghi, per la dignità del Senato, di avere comportamenti confacenti alle proprie responsabilità. Vi assicuro che non consentirò comportamenti... (Proteste dai banchi della maggioranza).
Il Presidente per decidere deve vedere, altrimenti sono costretto a portare la questione al Consiglio di Presidenza per un approfondimento. (Reiterate proteste dai banchi della maggioranza). Sarà il Consiglio di Presidenza a decidere.
Non consentirò ulteriori comportamenti assimilabili a quelli cui ho assistito.
Sull'ordine dei lavori
ZANDA (PD-Ulivo). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ZANDA (PD-Ulivo). Signor Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori.
Pochi minuti fa, è accaduto un episodio che non è degno della nostra democrazia e dell'Aula del Senato. Un nostro collega, che ai sensi della nostra Costituzione, libero come tutti noi, ha espresso una sua posizione politica, una posizione politica di grande dignità che ha ampiamente motivato con argomenti politici annunciando il proprio voto, è stato aggredito fisicamente... (Proteste dai banchi dell'opposizione). È stato volgarmente aggredito con urla dall'altra parte dell'Aula.
Un nostro collega, cui oggi tutti dobbiamo augurare, con grande amicizia, di potersi velocemente ristabilire, è stato portato via dall'Aula a braccia, in barella, dopo essersi sentito male a seguito dell'aggressione subita. (Applausi dai banchi della maggioranza).
Signor Presidente, in Aula non si devono subire insulti di questo genere. Sono scandalizzato! (Commenti del senatore Divina). Credo che chi ha la responsabilità di questo episodio debba essere sanzionato secondo quanto il Regolamento del nostro Senato prevede ed esige. (Applausi dai banchi della maggioranza).
Questo è un dibattito civile, un dibattito che deve svolgersi sul piano della politica.
Questo è un Senato democratico, in cui chiunque di noi può esprimere la propria opinione politica e può dichiarare e motivare il proprio voto.
Chiedo, signor Presidente, che gli organi del Senato a ciò deputati provvedano nel modo in cui i nostri Regolamenti esigono e provvedano adeguatamente rispetto ad un episodio che io mi auguro, come tutti voi, non abbia più a ripetersi. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, SDSE, Aut, Misto-IdV e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, ricordo che oggi all'ordine del giorno sono previste le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri, con il voto sulla questione di fiducia. (Commenti del senatore Ferrara). Io mi rivolgo a tutti!
Tra poco, inizierà la diretta televisiva. Il senatore Zanda chiede che i competenti organi del Senato assumano la questione. Lo faremo, lo farò.
SODANO (RC-SE). Lo deve fare ora! (Vivaci commenti dai banchi della maggioranza).
PRESIDENTE. Per favore, onorevoli colleghi, non è che facendolo ora voi risolvete il problema! Lo farò portando la questione dinanzi al Consiglio di Presidenza ed ascoltando chi era lì vicino. Adesso, però, andiamo avanti con i nostri lavori nell'interesse del Paese. (Applausi dai Gruppi FI e AN). Vi prego di non applaudire.
STORACE (Misto-LD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà, ma la invito ad essere breve.
STORACE (Misto-LD). Signor Presidente, il suo chiarimento soddisfa. Voglio, però, sottolineare al senatore Zanda che tutti noi siamo colpiti dal fatto che un collega si sia sentito male. Non c'è una civiltà superiore in quest'Aula!
Anche noi auguriamo al senatore Cusumano di poter tornare a fare il suo dovere. (Applausi dai Gruppi AN, FI e dei senatori Formisano e Boccia Antonio).
PRESIDENTE. Richiamo tutta l'Assemblea sul fatto che non verranno accettati comportamenti che impediscano i nostri lavori. Lo dico con grande fermezza. Poi le proteste potranno essere quelle che saranno, ma questo verrà fatto!
Ripresa della discussione sulle comunicazioni
del Presidente del Consiglio dei ministri (ore 16,10)
PRESIDENTE. Riprendiamo la discussione sul punto all'ordine del giorno.
È iscritto a parlare il senatore Massidda. Ne ha facoltà.
MASSIDDA (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, mi permetto di esprimere la mia solidarietà e vicinanza al collega Cusumano; tuttavia - se mi è permesso sottolinearlo - credo faccia male l'ilarità, ma anche la strumentalizzazione in senso opposto quando accadono simili episodi. (Commenti del senatore Tofani).
Questa sera ci è stata chiesta la fiducia in nome dell'amore verso il nostro Paese. Subito dopo, è stato ricordato un uomo di grande valore, come fu Guido Rossa, rammentandoci che proprio il suo sacrificio fu il crinale su cui gran parte della classe operaia capì la pericolosità del fenomenobrigatista. È vero, senatrice Finocchiaro, che molti si impegnarono, taluni persino frequentando salotti dove si facevano sedute spiritiche, ma distratti dalle sedute spiritiche, non si sono accorti che l'Italia che state costruendo permette a molti ex terroristi, per quanto pentiti, di parlare liberamente, anche nelle università, mentre ciò non è concesso ad un uomo come il Papa. (Applausi dal Gruppo DCA-PRI-MPA). È così che ridicolizziamo la nostra Nazione e non perché manca un Governo; noi permettiamo, nell'assoluto silenzio, certe cose.
Abbiamo ridicolizzato l'Italia anche quando abbiamo permesso che la Campania fosse presentata da tutte le televisioni stracolma e offesa dall'immondizia, mentre contemporaneamente si affermava che quella stessa immondizia sarebbe stata spostata in Sardegna: l'unica Regione che per prima, generosamente, ha dato la disponibilità oggi risulta internazionalmente la pattumiera della Campania!
Voi esprimete solidarietà nei confronti di questo Governo e di questa maggioranza che deve nobilitare la Nazione. Vorrei sapere, però, a quale tipo di democrazia e di futuro deve condurla, se il futuro è lo stesso che solo una settimana fa ha ridicolizzato il Governo vedendolo succube di un'azione nei confronti del Ministro della giustizia, del suo partito e soprattutto di sua moglie. In quel momento si è parlato di concussione: se, però, per quei fatti che ci vengono riferiti dalla stampa si parla di concussione, vorrei sapere cosa si può dire per quegli altri fatti, sempre riferitici dalla stampa, rispetto a ciò che sta accadendo ed è accaduto negli ultimi giorni in quest'Aula.
Che immagine stiamo dando? È vero che l'Italia ha bisogno di un Governo e non può permettersi l'ingovernabilità, ma non si può permettere il lusso di mantenere questo Governo inconcludente, rissoso, che ha suscitato, a livello internazionale, soltanto l'ilarità da parte dei nostri alleati e su questo potremmo discutere. I quattro minuti a mia disposizione non mi consentono di enunciare tutta la serie di grandi promesse che ci avevate fatto, che avevate fatto agli italiani; avevate parlato di un'Italia diversa, di un'Italia che sarebbe stata sicuramente capace di cogliere il momento favorevole per recuperare il grave gap che aveva incontrato negli anni passati.
Oggi ci troviamo in una situazione drammatica, signor Presidente, lei stesso è stato lasciato solo dalla sua maggioranza: ecco perché questo Governo e questa maggioranza non possono assolutamente assolvere a quei nobili ruoli ai quali lei ci richiamava nel suo breve intervento. (Applausi dal Gruppo DCA-PRI-MPA)
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Gagliardi. Ne ha facoltà.
GAGLIARDI (RC-SE). Signor Presidente, all'inizio di quest'intervento vorrei fare, a nome di tutto il mio Gruppo, al senatore Cusumano gli auguri di un pronto ristabilimento.
PRESIDENTE. Le notizie che abbiamo sono assolutamente rassicuranti, per fortuna. (Generali applausi).
GAGLIARDI (RC-SE). Non credo, però, che si possano sottacere gli episodi incivili testé avvenuti in Aula. Credo che il fatto che un senatore, un Capogruppo, arrivi ad aggredire in questo modo plateale un proprio compagno al termine di un intervento evidentemente sofferto e arriva a dargli del venduto semplicemente perché è leale nei confronti della maggioranza che lo ha eletto, sia qualcosa di sconvolgente.
Così come piuttosto sconvolgenti credo siano stati gli epiteti che il senatore Strano ha rivolto allo stesso senatore Cusumano, parlando di «checca squallida» e riferendosi a episodi e a vicende sulle quali forse faremmo meglio tutti a tacere.
Penso si sia trattato di un episodio veramente grave dal punto di vista della civiltà, della politica e persino delle relazioni umane e che sia stato raggiunto un limite che non andrebbe mai valicato.
Signor Presidente del Consiglio, noi voteremo con convinzione la fiducia che lei ci ha chiesto, non solo - come è ovvio, o come dovrebbe essere ovvio - per lealtà e senso di responsabilità politica e istituzionale, ma per due buone ragioni.
La prima è che giudichiamo grave, molto grave, l'apertura di una crisi nata fuori da queste Aule, fuori di una dialettica politica trasparente, sia quindi dal punto di vista politico che da quello democratico. Una forza politica si è sottratta alla partecipazione a questa maggioranza e si è collocata forse all'opposizione in termini che restano a tutt'oggi, anche agli occhi di analisti politici acuti, pochissimo trasparenti. Questa modalità ci riconduce direttamente al tema tante volte evocato e mai realmente affrontato della crisi della politica, di cui appunto continuiamo a parlare, ma che forse è venuto il momento di affrontare.
La seconda ragione, signor Presidente, è che, come lei sa bene, noi non manchiamo di rivolgere critiche anche profonde nei confronti dell'operato del Governo; per quanto noi, quindi, abbiamo spesso lamentato il fatto che il programma sottoscritto e votato dagli elettori sia stato frequentemente disatteso e spesso perfino tradito, siamo ben consapevoli che tutto quello che ci aspetta, tutto quello che avverrà dopo, se questo Governo non dovesse farcela ad avere la fiducia, sarà certamente molto peggiore.
Credo che il nostro Paese non abbia bisogno di vivere una fase di così grande inquietudine e preoccupazione.
In queste ore io stessa e, credo, ciascuno di noi stiamo ricevendo messaggi e sollecitazioni molto curiose: singoli individui o realtà collettive, spesso di lavoro, ci manifestano la loro forte preoccupazione per i rischi di caduta del quadro politico; sono magari le stesse persone o le stesse realtà che fino a ieri ci chiedevano il contrario. Credo che in questa richiesta ci sia la preoccupazione per un futuro che si prospetta, ahimè, molto peggiore del pur non splendido presente che stiamo vivendo. La preoccupazione per il futuro, la paura di non farcela e di andare incontro ad un ulteriore peggioramento della propria condizione concreta, delle proprie speranze e dei propri progetti sono alcune delle ragioni che ci spingono a sperare nel miracolo che quest'Aula stasera dia la fiducia a questo Governo.
Il punto che più mi sta a cuore e con il quale voglio concludere questo breve intervento è la questione della politica. Abbiamo di fronte il rischio evidente di un imbarbarimento della politica, oltre che di un distacco crescente tra quello che avviene nei Palazzi e la vita concreta e le speranze di molte persone. Non è un problema soltanto morale; anzi, forse non è neppure un problema morale. Credo che sia un problema di qualità della democrazia e di vitalità delle nostre istituzioni. In qualche modo, mi spingo ancora oltre: forse sono in gioco la civiltà e la razionalità della politica. In queste ore molti cittadini si interrogano su cosa sta succedendo, si domandano cosa potrà succedere e cosa c'è di razionale nella crisi politica che si è aperta. Cosa c'è di razionale nel fatto che è nato un grande partito, il Partito democratico, che soddisfa le aspirazioni e le speranze forse di molti milioni di cittadini? Questa nascita sta determinando e ha già determinato una gravissima situazione di instabilità politica.
Signor Presidente, voglio solo dire che questa battaglia per la civiltà, il risanamento, una nuova qualità della politica e, quindi, per una politica razionale noi comunque non l'abbandoneremo. (Applausi dal Gruppo RC-SE e della senatrice Mongiello).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cursi. Ne ha facoltà.
CURSI (AN). Signor Presidente, colleghi, il Presidente del Consiglio ha aperto il suo intervento parlando di un tema fondamentale, quello dell'emergenza. Vorrei in questa sede ricordare a ciascuno di noi che questo è un Paese che sta vivendo un'emergenza particolare, di cui abbiamo discusso nei giorni scorsi in questa Aula e che non mi sembra abbia trovato soluzioni.
È vero che il Presidente del Consiglio nel mese di dicembre convocò un apposito Consiglio dei Ministri per dichiarare lo stato di emergenza della Regione Calabria dopo l'ennesima vicenda di Vibo Valentia; la stessa dichiarazione di emergenza sanitaria però non la vediamo poi per un'altra Regione, dove da oltre quattordici anni avvengono fatti drammatici. Bastava guardare le televisioni pubbliche e private e leggere i giornali per vedere ragazzi, bambini ed anziani che vivono l'emergenza giornaliera e comprendere la situazione critica in cui versa la città di Napoli, che ci pone un problema serio: quello della stagione dei diritti del cittadino. Penso che ogni cittadino abbia il diritto di vivere, almeno in casa sua, in condizioni normali.
Quindi, non solo una sanità che in quella Regione ha dato i risultati che ha dato (basterebbe soltanto vedere le dichiarazioni all'interno della stessa maggioranza), ma un'emergenza mai dichiarata.
Anche nei giorni scorsi in quest'Aula non abbiamo mai sentito parlare di qualche responsabile che pure ha gestito dei miliardi; c'è chi dice 3.000 miliardi e chi 4.000 miliardi, c'è chi dice che ci sono interventi di stampo camorristico, c'è chi parla di cooperative strane o di consulenze strane. Ebbene, nessuno in questa sede, da parte della maggioranza, ha mai ritenuto opportuno parlare di emergenza sanitaria in Campania e iscrivere in un elenco qualche responsabile. Non è immaginabile continuare a fare discussioni sull'emergenza senza poi individuare qualche responsabile.
Sinceramente, al Presidente del Consiglio diamo atto che questa situazione non l'abbiamo trovata; diamo atto anche al Ministro competente di fare quello che può. Non basta oggi pensare che un De Gennaro possa in qualche modo risolvere tutti i problemi in cento giorni (perché tanti ne sono rimasti) se non avvengono certi fatti. Qui non si parla però di un Ministro dell'ambiente che qualche responsabilità potrebbe averla; non si parla di un Presidente della Giunta regionale che qualche responsabilità deve avere.
Ricordo che il 5 giugno in Commissione igiene e sanità denunciammo, con riferimento ad un rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità scritto insieme all'Istituto superiore della sanità e ad altri organismi, che probabilmente il tipo di situazione presente in Campania, in particolare a Napoli, avrebbe a lungo termine creato problemi seri alla sanità. Dal 5 giugno 2007 tutto è rimasto immutato, nessuno ne ha parlato più; ho visto che nei giorni scorsi la magistratura di Napoli si è mossa e quindi vuol dire che qualcosa di serio lo stavamo dicendo.
Non è possibile dare la fiducia ad un Governo che non ha la capacità di trovare i soldi per i rinnovi contrattuali del personale sanitario, quindi di avere il rispetto rigoroso dei termini, che significa anche rispetto della dignità del lavoro e dunque una rivalutazione di tutte quelle persone che vivono nelle strutture sanitarie e che debbono essere considerate.
Così come non vorremmo farci prendere in giro quando nella legge finanziaria - al Governo diciamo quindi no anche in questo senso - vediamo che per il piano nazionale di sostegno agli anziani non autosufficienti vengono stanziati due soldi.
Diciamo anche, a chi come noi è convinto di alcune posizioni che non sono né ideologiche né di appartenenza, che abbiamo visto ondivago il Governo sui temi della legge n. 194 del 1978 e della legge n. 40 del 2004. In questi giorni ho notato che anche il TAR del Lazio ha detto alcune cose. Ci farebbe piacere capire fino in fondo qual è la posizione del Governo, visto e considerato che al suo interno esistono realtà, culture, sensibilità diverse, che invece non mi sembra abbiano avuto la capacità di portare il Governo su quelle posizioni.
Vorremmo anche vedere uno Stato riequilibratore di un rapporto con un federalismo troppo spinto. (Il microfono si disattiva automaticamente).
PRESIDENTE. Concluda, senatore Cursi.
CURSI (AN). Per questi motivi, e anche per l'evidenza di non dare soddisfazione ai diritti del cittadino, che come tale va salvaguardato in questa vicenda, riteniamo di non poter dare la fiducia al Governo, per cui annunciamo il voto contrario. (Applausi dal Gruppo AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perrin. Ne ha facoltà.
PERRIN (Aut). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, ho apprezzato l'intervento del presidente Prodi sia nel metodo che nei contenuti come pure l'aver riportato nella sede propria, ovvero nelle Aule del Parlamento, un dibattito che già è stato ampiamente consumato al di fuori delle sedi istituzionali. Ognuno di noi assumerà ufficialmente e palesemente le proprie responsabilità in quest'Aula.
Il 18 maggio 2006 ho dichiarato la mia fiducia a lei e al Governo, fiducia legata alla stima per la sua persona, alla condivisione delle linee programmatiche, all'attenzione da lei garantita nei confronti delle autonomie speciali ed in particolare della mia Regione, la Valle d'Aosta.
Ho riconfermato la mia fiducia il 27 febbraio 2007 e il mio sostegno, direi il nostro sostegno. Il sostegno del Gruppo per le autonomie è stato leale, serio, responsabile e costruttivo. Sono l'unico senatore della Valle d'Aosta eletto con il collegio uninominale e rappresento una minoranza linguistica.
Presidenza del vice presidente CAPRILI (ore 16,28)
(Segue PERRIN). Sostenuto da un'alleanza autonomista-progressista che si colloca nell'area politica di questa maggioranza, mi sento di rappresentare un'intera Regione e il mio sostegno è stato ed è collegato all'impegno assunto dal Presidente del Consiglio nei confronti delle autonomie ed alla soluzione di importanti questioni per le autonomie e per la mia Regione. Risposte concrete sono arrivate in questa prima fase di legislatura, ma abbiamo anche dovuto registrare una generalizzata mancanza di sensibilità verso le autonomie speciali.
La Costituzione italiana, di cui celebriamo il sessantesimo anniversario, ha tra i suoi capisaldi i valori del lavoro, i diritti dei cittadini, ma anche il rispetto delle minoranze e delle differenze. La qualità della democrazia di uno Stato si misura proprio con il rispetto delle differenze e delle minoranze. Noi rivendichiamo le nostre specificità, la nostra autonomia politico-istituzionale-finanziaria e chiediamo che i rapporti con lo Stato siano improntati a pari dignità, leale collaborazione, partecipazione alle scelte.
È urgente codificare una procedura d'intesa per le riforme statutarie e garantire una rappresentanza, almeno regionale, per il Parlamento europeo; un ruolo più forte per le Regioni e per le autonomie locali, il rilancio di una politica per la montagna.
Signor Presidente, il mio giudizio sulle sue dichiarazioni è favorevole; l'azione di Governo, che personalmente giudico fatta di luci e di ombre, contiene punti importanti di positività: la riduzione del debito pubblico, l'accordo sul welfare, la lotta all'evasione fiscale; misure significative per il lavoro, per la casa, alle famiglie ed ai giovani, per combattere la precarietà e la disoccupazione; una politica per le liberalizzazioni. Aprire una crisi in un momento così delicato per le difficoltà economiche generali, per le emergenze nazionali, per la credibilità delle istituzioni, per l'inadeguatezza delle attuali regole elettorali, sarebbe un grave errore per il Paese.
Siamo preoccupati per la perdita di credibilità della politica in generale. Se questa Aula, nella sua piena autonomia, decidesse di non rinnovare la fiducia a lei ed al suo Governo, confidiamo nell'autorevolezza del Presidente della Repubblica per una soluzione che tenga conto degli interessi generali, contando sul senso di responsabilità di tutte le forze politiche presenti in Parlamento per evitare l'interruzione della legislatura e garantire alcune riforme essenziali, per dare in futuro maggiore efficacia all'azione del Parlamento e dell'Esecutivo e garantire maggiore stabilità nel Governo del Paese. (Applausi dal Gruppo Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Palma. Ne ha facoltà.
PALMA (FI). Signor Presidente del Consiglio, nel corso della sua campagna elettorale, ella ha avuto modo di affermare - leggasi Internet se non ci si crede - che nel caso in cui lei non avesse vinto le elezioni vi sarebbe stato il deserto. L'Italia sarebbe finita. Signor Presidente del Consiglio, nelle istituzioni nessuno è insostituibile e l'Italia è un grande Paese, talmente grande che è in grado di resistere anche ad un eventuale errore elettorale. Anche oggi, nel suo discorso, lei ha affermato che arrestare l'azione di Governo è un lusso che l'Italia non può permettersi, evidentemente fermare l'azione del suo Governo.
Credo, signor Presidente, che lei abbia un grande gradimento per quella frase «Après moi, le déluge!», «Dopo di me, il diluvio!», che mi auguro per lei la storiografia assegni a Luigi XV invece che a madame Pompadour.
In ogni caso, signor Presidente, ella sa, come sappiamo tutti noi, che l'esito elettorale non le avrebbe consentito di governare con serenità. È per questo che subito dopo le elezioni, al di là delle polemiche del momento, le venne offerta dal presidente Berlusconi la possibilità di porre in essere una grande coalizione. Ella orgogliosamente rifiutò perché si ritiene (Après moi, le déluge!) il demiurgo della difficoltà italiana. Nella realtà, ella ben comprendeva come la debolezza del suo Governo avesse costituito e costituisse la sua reale forza.
Decise pertanto di andare avanti, erigendo così un monumento alla sua ostinata presunzione e, principalmente, alla sua pervicace brama di potere. La capisco, signor Presidente (è inutile che rida: non credo che lei interpreti il ruolo di Presidente del Consiglio come servizio per il Paese, ma esclusivamente come servizio verso se stesso, per quel che di qui a poco dirò), perché se lei avesse accettato in quel momento quella che per tutti gli italiani era la logica conclusione di un discorso elettorale, avrebbe lì concluso la sua vita politica.
Anche oggi lei ci ha detto che bisogna far ricorso ai Padri costituenti. Eppure, signor Presidente del Consiglio, lei non ha avuto timore alcuno nello snaturare il ruolo dei senatori a vita, proprio quel ruolo che a loro era stato attribuito dai Padri costituenti, ed ha retto il suo Governo assegnandogli, grazie alla loro benevolenza, un ruolo attivo sotto il profilo politico, facendo così venir meno quella saggia neutralità che invece era stata alla base dell'istituto, secondo quei lavori preparatori che di qui a poco, quando avrà più tempo per leggere, avrà modo di consultare ed in cui troverà conferma delle mie parole.
Signor Presidente del Consiglio, nel corso del dibattito alla Camera qualcuno le ha detto che lei ha malgovernato. Era una posizione critica rispetto a quel Paese di Bengodi che lei aveva disegnato nel corso del suo intervento, che però non condivido. Nella realtà, lei non ha malgovernato, lei non ha governato. Non ha governato perché non lo poteva fare, perché, ove mai avesse dovuto assumersi la responsabilità di una decisione, sicuramente la sua eterogenea maggioranza sarebbe andata in fibrillazione: oggi un colpo al cerchio, domani uno alla botte. In tutto questo, signor Presidente, lei ha dimenticato il vecchio insegnamento di Tito Livio "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur" (le posso tradurre la citazione, ove mai lei non avesse particolare dimestichezza con il latino).
Lei in questo suo periodo di Governo si è uniformato al dettato del regolamento della Regia marina borbonica, cioè ha fatto ammuina, ha fatto confusione. Lei ha immaginato che un certo movimentismo privo di costrutto potesse dare al Paese l'immagine di un Governo esistente, ed ha sbagliato, signor Presidente. Ha sbagliato, per un verso, perché è bastato un folklore campano per far venire meno un pezzo della sua maggioranza, così come di recente accaduto, e principalmente perché il popolo italiano, signor Presidente, è un popolo intelligente, un popolo che ormai si guarda intorno, un popolo che non vede l'ora che lei, con buona pace sua e del suo Governo, tolga il disturbo.
Lei ci ha disegnato un quadro idilliaco di un Governo che ha risolto tutti i problemi del Paese, quasi che, come aveva promesso in campagna elettorale, fossero diminuite le tasse ed invero - non è un discorso politico ma un discorso che le famiglie conoscono perfettamente - nella prima finanziaria quelle tasse sono aumentate. Poi, probabilmente, sentendo le campane a morto, ha immaginato di poter ipotizzare la seconda finanziaria come una manovra, così come voi la definite, di redistribuzione, da novello Robin Hood: redistribuiamo ai poveri, ciò che ai poveri abbiamo tolto. Ma nella realtà voi avete fatto elemosine, di cui le famiglie non si sono accorte, lasciando le famiglie con lo stesso problema della quarta settimana in ordine al quale tanto starnazzavate quando al Governo c'eravamo noi.
Nel fare elemosine, nel cercare clientele elettorali, vi siete dimenticati forse di concentrare quell'extragettito, quel tesoretto o pluritesoretto di cui tanto vagheggiate, allo sviluppo. Che dire di quel paravento delle finte liberalizzazioni, che non hanno toccato le banche, le assicurazioni, i servizi pubblici e i grandi centri di potere e che sono servite semplicemente a portare affari a gruppi di affari a voi vicini?
Davvero, signor Presidente del Consiglio, lei ritiene che i cittadini siano contenti e soddisfatti della vostra politica in tema di sicurezza? Non vi sono bastati le tragedie e i morti per cercare di assumere con la schiena dritta un atteggiamento doveroso verso la libertà, verso la sicurezza, verso l'assenza di paura dei cittadini. Ma non lo potevate fare, anche se una parte del vostro schieramento in tal senso spingeva: sicuramente, se aveste soddisfatto questa parte, avreste in qualche modo dispiaciuto l'altra, con l'inevitabile caduta del Governo, o meglio, signor Presidente, con l'inevitabile sua caduta.
Ancora, lei parla oggi della politica internazionale. Ma davvero vogliamo dire che l'Italia sotto il profilo della politica internazionale ha raggiunto grandi risultati? Vogliamo davvero dire che la vostra maggioranza è monolitica sotto il profilo della politica internazionale?
Signor Presidente - ed un passaggio che faccio quasi obtorto collo, traduco anche in questo caso: quasi malvolentieri - davvero in questi due anni nulla potevate fare rispetto a quel milione di tonnellate di immondizia che invade, con danni per la salute, il territorio della Campania?
Concludo, signor Presidente. Signor Presidente del Consiglio, lei oggi afferma che non era possibile una crisi extraparlamentare. Se non fosse lei a dirlo potrei quasi condividerlo; ma la realtà - diciamocela fino in fondo - è che lei ha voluto la parlamentarizzazione di questa crisi per un atto di ritorsione nei confronti di quel Partito democratico che l'ha abbandonata, che sulla base della voce del suo segretario, che ha dichiarato: «Andremo da soli alle elezioni», l'ha definitivamente affossata.
Signor Presidente del Consiglio, Svetonio, nelle sue storie, ricordava come Augusto sul punto di morte affermasse: «Acta est fabula». Lei non ha nulla a che vedere con Augusto. Ciononostante, signor Presidente, se consente a me di darle un consiglio, ci eviti l'inutile rito del voto, vada al Quirinale e, come Augusto disse: «Acta est fabula», la commedia è finita, dica al presidente Napolitano: «Acta est tragedia». Liberi il Paese dalla tragedia a cui lei ha dato corso. (Applausi dai Gruppi FI e LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Del Pennino. Ne ha facoltà.
DEL PENNINO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, non so se essere più ammirato o più indignato per la caparbietà che anche in questa circostanza ella ha dimostrato, per l'ostinazione con cui, malgrado gli autorevoli consigli, che la invitavano a prendere atto della fine della maggioranza che sostiene il suo Governo, ella ha voluto, invece, portare fino in fondo la sfida, presentandosi qui al Senato nella ricerca di un voto di fiducia che non otterrà.
Si potrebbe definirla, per fare una battuta, come ha fatto questa mattina un quotidiano, "capatosta", ma sarebbe una battuta e non darebbe appieno il senso di quanto sottostà alla sua decisione.
Il senatore Cossiga, negli scorsi giorni, ha avanzato il sospetto che Ella voglia trarre spunto dal voto di fiducia, ottenuto alla Camera e denegato dal Senato, per richiedere lo scioglimento solo di questo ramo del Parlamento. Non giungo a credere che ella voglia dar corpo a questa ipotesi, ma, se questo fosse il suo retropensiero, lo allontani: sarebbe un tentativo inutile e significherebbe solo cercare di porre in atto un imbroglio, dal momento che oggi non ci troviamo in presenza di diverse maggioranze nei due rami del Parlamento, rispondenti a due diverse indicazioni del corpo elettorale, ma, piuttosto, ad una situazione politica nuova, per cui nemmeno la maggioranza numerica che ha raccolto alla Camera risponde più alle indicazioni del voto popolare.
Il premio di maggioranza attribuito alla sua coalizione con le elezioni del 2006 era stato raggiunto, infatti, con il concorso determinante dei voti dell'Udeur, partito che oggi le nega il suo sostegno, per cui la fiducia che ha ottenuto alla Camera è puramente virtuale. Se lei ha scelto di presentarsi al Senato, senza la sottintesa speranza di determinare lo scioglimento di questa Camera, ciò significa allora che ha mirato e mira solo a irrigidire i rapporti tra le forze politiche, per evitare che si aprano quegli spiragli di dialogo fra i due schieramenti che il leader del suo partito, l'onorevole Veltroni, aveva lasciato intravedere nelle scorse settimane.
Ma in questo modo, ancora una volta, ella contribuisce ad avvelenare il clima politico e a far pagare al Paese le contraddizioni che hanno caratterizzato la sua maggioranza durante tutta l'esperienza di Governo. Quelle contraddizioni che sono deflagrate con le dimissioni del ministro Mastella, rispetto al quale ella non è andato oltre una generica solidarietà umana ed un apprezzamento per la sua sensibilità istituzionale, perché non ha potuto far propria la più complessiva riflessione che il Guardasigilli aveva espresso sui rapporti fra politica e magistratura, poiché non glielo consentivano né l'Italia dei Valori, né i Comunisti italiani, né la Sinistra Democratica.
Contraddizioni che hanno segnato la politica economica del Governo, che non è stato capace di frenare la crescita della spesa pubblica, per le continue richieste che provenivano dall'ala di sinistra della sua maggioranza, che ha aggravato la pressione fiscale e non ha quindi consentito al Paese di sfruttare appieno una congiuntura internazionale favorevole, con il risultato che oggi ci troviamo in condizioni di particolare debolezza, di fronte all'aprirsi di una fase recessiva.
Contraddizioni di cui non ha mai voluto prendere atto, ostentando un ottimismo di maniera smentito dai fatti, come si evince rileggendo oggi, di fronte al dramma dei rifiuti della Campania, quanto ella ebbe a dichiarare in occasione delle dimissioni da commissario del dottor Bertolaso, allorché Palazzo Chigi comunicò che la Presidenza del Consiglio aveva avviato la fase di uscita dall'emergenza rifiuti in Campania.
Contraddizioni già evidenti all'indomani del voto del 9 aprile 2006, che aveva registrato una sostanziale parità dei due schieramenti. Un risultato che avrebbe richiesto un'intesa che superasse le asprezze che avevano contrassegnato la campagna elettorale, per dar vita ad un Governo di grande coalizione, capace di fronteggiare i problemi del Paese. La stessa scelta, cioè, che in Germania Schröder aveva avuto il coraggio di compiere, rompendo con la sinistra antagonista, ma che lei allora ha sdegnosamente respinto, con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.
Per questi motivi, il voto con cui il Senato si accinge a negare la fiducia al suo Governo è quasi una nemesi, perché archivierà l'esperienza di una coalizione il cui fallimento ha riconosciuto implicitamente anche l'onorevole Veltroni, quando ha dichiarato che, comunque, il Partito democratico si presenterà da solo alle elezioni. Un voto che consentirà di aprire una nuova stagione politica, di cui il Paese sente la necessità. (Applausi dal Gruppo DCA-PRI-MPA e del senatore Amato).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pinzger. Ne ha facoltà.
PINZGER (Aut). Egregio signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, ci troviamo in una situazione politica ed economica drammatica: mandare il Paese alle urne, ora e con questa legge elettorale, sarebbe sbagliato e da irresponsabili. Il sistema vigente non garantisce maggioranze omogenee e stabilità: l'attuale legge elettorale, colpevole di aver causato questo stallo, sarebbe, anche in futuro, causa di frammentazione ed ingovernabilità e il Paese non può permettersi altri anni di stallo e di inefficienza.
Pur c'è il bisogno non solo di modificare la legge elettorale ma anche di dare un aiuto concreto alle famiglie e alle piccole e medie imprese. Non so quale sarà l'esito di questo voto ma quello che so di certo è che sarebbe grave lasciare ora il Paese senza garantirgli un aiuto ed un supporto e senza salvare i salari da una possibile recessione, impegni che però non possono essere presi da maggioranze instabili e litigiose. Dobbiamo seguire il monito del Capo dello Stato e garantire quella tranquillità di cui i cittadini ora hanno bisogno.
Nell'ipotesi che il Governo Prodi non ottenga la fiducia, ribadisco il mio no ad elezioni anticipate e auspico un Governo tecnico che non duri solo per un breve periodo ma abbia il tempo necessario per varare delle urgenti riforme. Oltre alla modifica della legge elettorale, che andrebbe varata come prima cosa, è necessario intervenire con riforme in campo pensionistico, giudiziario, fiscale ed economico. Su questo ultimo aspetto mi permetto di ricordare che la politica fiscale ed economica perseguita dal Governo non ha sempre trovato il mio consenso. Mi sarei aspettato misure più efficienti per le piccole e medie imprese, una maggiore riduzione degli oneri burocratici ed un aiuto più forte per le famiglie numerose. Abbiamo molto apprezzato, invece, la sua sensibilità e la sua attenzione nei confronti delle autonomie e delle minoranze linguistiche di cui lei, signor presidente Prodi, si è fatto garante.
La Südtiroler Volkspartei ha stretto un patto programmatico con lei, signor Presidente, e nella mia funzione di Capogruppo di partito qui al Senato le confermo che il mio partito non verrà meno all'impegno assunto e che intende onorare questo patto fino alla fine. Preannuncio pertanto che voteremo la fiducia. (Applausi dai Gruppi Aut, PD-Ulivo e IU-Verdi-Com).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tibaldi. Ne ha facoltà.
TIBALDI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, colleghi, signor Presidente del Consiglio, innanzi tutto vorrei esprimere il mio apprezzamento personale per il suo intervento, per il modo come lei ha gestito questa fase difficile della crisi del suo Governo e per avere resistito alle sirene che la invitavano ad evitare il confronto in quest'Aula del Parlamento, ritornando così ad antiche abitudini. Ha fatto bene a venire qui anche se si sa che i numeri sono risicati e si corre il rischio che non ci sia il voto di fiducia ma davanti agli italiani sarà sempre più chiaro di chi è la colpa se questo Governo cade e non ha più la fiducia.
Credo sia ormai definitivamente chiaro a tutti gli italiani da che parte provenissero le insidie verso il Governo: non era la sinistra della coalizione, che invece ha sempre realmente sostenuto il suo Governo anche con scelte difficili e pagando dei prezzi; non era e non è la sinistra della coalizione, ma la parte più moderata, quando non apertamente conservatrice, del centro-sinistra. Si tratta dei cosiddetti poteri forti che hanno terminali anche nella nostra maggioranza, lavorano ed hanno lavorato contro questo Governo: Confindustria con i suoi giornali per la politica economica ed anche le gerarchie vaticane le cui continue ingerenze minacciano come non mai il principio vitale della laicità dello Stato.
Comunque vi è, rispetto al suo Governo, signor Presidente del Consiglio, un altro nemico per certi versi più insidioso all'interno della sua stessa maggioranza. Quando il partito più grande della coalizione dichiara che l'alleanza è finita, possono non esserci ripercussioni su un Governo del quale tutti facciamo parte? Quando il partito più grande della coalizione e il suo capo dichiarano che la prossima volta andranno da soli alle elezioni piuttosto che allearsi con la sinistra, consegnando il Paese con assoluta e matematica certezza alla guida di Berlusconi, possono non esserci contraccolpi sul Governo del quale tutti facciamo parte?
Presidente Prodi, per noi il capo coalizione è lei. Lei ha vinto le elezioni primarie dell'Unione di centro-sinistra ed è giusto che faccia valere le ragioni e disveli davanti alla Nazione quali sono le vere motivazioni della crisi e gli interessi che ci sono dietro.
Oggi, qui al Senato, così come nel Paese, noi continueremo a batterci perché questo Governo, che è l'unico legittimato a governare (perché è il frutto di una vittoria elettorale) venga ad essere riconfermato. Qualunque altra ipotesi sarebbe drasticamente in contraddizione con il mandato degli elettori. Se il suo Governo non dovesse farcela si vada dunque subito al voto, senza pasticci tra destra e sinistra e senza imbrogli agli elettori, senza porre alcun pretesto di futura ingovernabilità, se non si cambia la legge elettorale. Un Governo di larghe intese, tecnico, istituzionale o di altro tipo, infatti, costituirebbe una ulteriore ferita alla credibilità della politica. A nome del mio partito, in ogni caso, noi siamo e saremo indisponibili del tutto a questa ipotesi.
A noi è piaciuto il tono del discorso tenuto, anche se ci sarebbe piaciuto che la medesima determinazione l'avesse avuta anche nel passato, soprattutto quando a dicembre altri colleghi, sempre appartenenti al versante moderato della nostra coalizione, avevano minacciato la crisi di fronte ad alcuni miglioramenti al cosiddetto protocollo sul welfare. Non vogliamo guardare al passato. Se il Governo, e noi ce lo auguriamo, passerà questo momento di difficoltà si aprirà una fase nuova, e sarà necessario avere più coraggio nella redistribuzione sociale.
È vero, è stato effettuato un risanamento, ma i poveri sono sempre più poveri e alcune categorie che attendevano da questo Governo provvedimenti a loro favore ancora li attendono e sono sfiduciate e deluse. Vi è delusione non soltanto tra i lavoratori più tartassati, cioè gli operai, i lavoratori e le lavoratrici che non ce la fanno più ad arrivare a fine mese, che continuano a morire sul lavoro, ma anche tra quelli appartenenti al cosiddetto mondo intellettuale, quindi alla scuola, all'università, alla ricerca, ai ceti medi. Soprattutto la precarietà del lavoro, che è alta, va combattuta e andava combattuta con maggiore determinazione.
Occorre restituire il futuro a quanti, e sono milioni di persone, avendo un lavoro precario non sanno cosa succederà loro il giorno dopo, tra qualche mese, tra qualche settimana e non sono in grado di programmarsi la vita.
Questo aspettavano e si aspettano milioni di giovani e di padri di famiglia da un Governo di centro-sinistra, cioè una maggiore giustizia sociale, e queste sono le vere politiche a favore delle famiglie di cui tutti si riempiono la bocca, salvo poi proporre rimedi che molte volte definire pelosi è un eufemismo.
Occorre inoltre avere più coraggio riformatore in tutti i sensi. Se, come ci auguriamo, anche questa Camera le rinnoverà la fiducia, con altrettanta determinazione politica, signor Presidente, si approvi subito da una parte la legge sul conflitto di interessi e dall'altra la regolamentazione delle televisioni, perché diversamente il nostro popolo non ci capirebbe.
Vorrei affrontare ancora un'ultima questione. La fragilità numerica, soprattutto qui al Senato, della sua maggioranza, può essere compensata solo dalla determinazione politica, nel tentativo di recuperare i consensi perduti attraverso politiche sociali coerenti, che in questi due anni non sono state assolutamente sufficienti. È una sfida alta, non vi è dubbio, ed io non mi nascondo: a noi non sfuggono le difficoltà, i molti nemici interni ed esterni.
Ma vede, signor Presidente del Consiglio, è in questo momento che si giudicano le leadership e i gruppi dirigenti ed è in questi momenti che si formano le opinioni e i giudizi anche all'interno della cosiddetta opinione pubblica nel Paese.
Converrà con noi che, se alla fine il suo Governo, che ha risanato i conti facendo fare sacrifici alla sua gente, alla nostra gente, dovesse regalare poi la guida del Paese a Berlusconi, allora il giudizio della storia sarebbe davvero impietoso. Noi non ci stiamo. Abbiamo voglia di continuare a combattere una battaglia che si può vincere e vogliamo farlo insieme a lei e - ci auguriamo - insieme a tutta la coalizione con tanta, tanta determinazione.
Per questo ci auguriamo che, entro la fine di questo dibattito (anche se ci sono già stati dei pronunciamenti diversi), tutti coloro che sono stati eletti con questa maggioranza tengano fede al mandato elettorale ricevuto dal popolo italiano e le rinnovino la fiducia. Diversamente, sarà il popolo italiano che penserà, successivamente, a far giustizia nei loro confronti. (Applausi dal Gruppo IU-Verdi-Com).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pisa. Ne ha facoltà.
PISA (SDSE). Signor Presidente, presidente Prodi, Sinistra Democratica voterà la fiducia al Governo, come ha sempre fatto.
Come diceva il senatore Tibaldi, è ora di riconoscere, una volta per tutte, la falsità della leggenda metropolitana secondo cui le fibrillazioni dell'Unione provengono dalla sinistra della coalizione. È chiaro, invece (e oggi tutti gli italiani se ne rendono conto), che l'instabilità è sempre venuta dal centro moderato. Da questo stesso settore sono venute le istanze per modificare quel programma dell'Unione che rappresentava la sintesi - l'unica possibile - in cui tutti ci riconoscevamo e su cui avevamo raccolto, in campagna elettorale, il consenso dei cittadini.
Avevamo promesso che avremmo tenuto insieme risanamento, sviluppo ridistribuzione ma, mentre, grazie al recupero dell'evasione fiscale, sul terreno del risanamento ci sono stati buoni risultati (riconosciuti persino dall'Europa) e si è operato efficacemente anche sul terreno dello sviluppo, riducendo il costo del lavoro con l'abbassamento di cinque punti del cuneo fiscale riuscendo a tornare competitivi (infatti, sono aumentate le esportazioni), la ridistribuzione ha stentato e ha prodotto effetti troppo parziali: l'hanno percepita solo le famiglie con più di quattro figli che in Italia rappresentano solo il 7 per cento delle famiglie!
Già dalla campagna elettorale denunciavamo salari inadeguati, le difficoltà della quarta settimana, le insicurezze della precarietà e le avevamo individuate come priorità su cui intervenire d'urgenza: nel programma comune c'era l'impegno di reperire risorse anche attraverso l'aumento della tassazione delle rendite finanziarie più alte (non i BOT di qualche pensionato, ma le rendite alte!); questo però non si è fatto proprio per l'ostilità del centro cosiddetto moderato.
Non solo. Questo Governo ha aumentato in modo ingiustificato le spese per gli armamenti (più del 20 per cento in due anni rispetto al Governo precedente), nonostante nel programma di tutta l'Unione e nella risoluzione sul DPEF approvata a luglio in Senato fosse previsto il contrario. Al riguardo non c'è stato nessun ascolto delle ragioni della sinistra e del mondo della pace.
Anche sul terreno della laicità e dei diritti c'è stato un arretramento rispetto al lavoro di sintesi comune del programma; per esempio, sulle unioni civili: si è passati dai PACS ai DICO e poi ai CUS, per poi arenarsi grazie a condizionamenti extraparlamentari che oggi attaccano anche la legge n. 194 del 1978.
Le gerarchie ecclesiastiche hanno deciso di fare politica in modo diretto (e sul dato dell'Eurispes la CEI dovrebbe riflettere invece di contraddirlo), ma deve essere chiaro che non hanno il monopolio dell'etica, né l'esclusiva sui valori.
Esiste un'etica laica, fortunatamente e nonostante tutto ancora diffusa fra tanti, la stessa che spinge molti di noi a fare politica: credere e battersi per la giustizia sociale, contro lo sfruttamento delle persone e della natura, per la libertà fatta di diritti e doveri, per l'autodeterminazione dei soggetti; per una politica pulita, sobria, ridotta nei costi che risponda delle proprie responsabilità (la vicenda di Napoli è sotto gli occhi di tutti) e che non equivalga alla «prosecuzione degli affari» con altri mezzi. La questione morale avremmo voluto affrontarla insieme, anche perché è noto che la destra non lo farà.
Per noi questo Governo ha significato luci ed ombre. Le luci vogliamo sottolinearle. Abbiamo compiuto il ritiro dall'Iraq e abbiamo condiviso la responsabilità della missione in Libano, anche se resta - ed è grave - la ferita dell'Afghanistan. Abbiamo condiviso l'avere restituito l'indipendenza e l'autonomia alla magistratura, l'avere abrogato alcune delle leggi vergogna che difendevano gli interessi personali del capo dell'opposizione; l'aver avviato - ancora timidamente - la ridistribuzione; l'aver contribuito al recente contratto dei metalmeccanici. E se il Governo, come ci auguriamo, otterrà la fiducia, condivideremo l'impegno per risolvere la questione sociale, per un maggiore impegno rispetto alla scuola, all'università e alla ricerca, per regolamentare il conflitto d'interessi e per il riordino del sistema televisivo.
È vero: ci aspettavamo di più e meglio, noi e tanti elettori di sinistra. Ma si fa il vino con l'uva che c'è e, pur impegnandoci in mediazioni per noi più avanzate, siamo stati leali e affidabili verso questo Governo e siamo disposti ad esserlo ancora perché questo è stato l'impegno che abbiamo preso con gli elettori.
Per questo crediamo che sia un azzardo, se non un vero e proprio autogol, certamente una rottura dell'equilibrio di questo Governo, l'annuncio che il Partito democratico andrà da solo alle prossime elezioni. È una dichiarazione di autosufficienza che sfiora l'arroganza, una formula comunque dannosa in politica. La politica è fatta di valori (figuriamoci), ma anche di alleanze, di mediazioni, soprattutto quando non si hanno i numeri sufficienti. Mediazioni non pur di governare, ma per governare meglio e rappresentare di più (mi creda, signor Presidente del Consiglio, nessuno di noi è attaccato alle poltrone). Il Partito democratico, fin dal suo progetto iniziale, ha giocato nei fatti un ruolo destabilizzante per questo Governo, per il Paese, oggi anche per una possibile legge elettorale condivisa.
Crediamo che molte delle ragioni dell'Unione restino valide e per quelle occorra ancora battersi per renderle più forti. Crediamo che la Sinistra Democratica debba lavorare insieme ai partiti della Sinistra Arcobaleno per accelerare e dare corpo ad un processo unitario. Nel popolo della sinistra c'è attesa e non possiamo certamente deludere queste aspettative. (Applausi dai Gruppi SDSE e RC-SE).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Galli. Ne ha facoltà.
GALLI (LNP). Signor Presidente, egregio signor primo ministro onorevole Prodi, ho ascoltato con molta attenzione, come credo moltissimi altri cittadini italiani, il suo intervento e l'unica cosa che viene da pensare è che evidentemente lei vive in un altro Paese oppure questi due anni di Palazzo e auto blu le hanno nascosto la realtà esterna.
In questo momento l'immagine dell'Italia è ai minimi storici nel consenso internazionale, i giornali stranieri ci descrivono come un Paese triste e senza prospettive, gli istituti economici non hanno fiducia nelle nostre possibilità di ripresa industriale, i rifiuti campani hanno fatto il giro delle televisioni del mondo e persino la CEI ha sparato a zero sullo spessore morale di questo Governo.
Nonostante questo, oggi lei finirà la sua carriera da Primo Ministro ingloriosamente, con un voto di sfiducia, non per l'incredibile vicenda di politica familiare del ministro Mastella e per la dichiarata conseguente uscita dalla maggioranza del suo partito, l'Udeur. Lei oggi termina un mandato che in realtà non avrebbe mai dovuto avere inizio.
Lei, infatti, e la sua maggioranza avete governato per diciotto mesi grazie ai brogli elettorali (nella sola Emilia-Romagna un controllo reale delle schede avrebbe ribaltato il risultato) e ad alcune leggi, come quella relativa agli italiani all'estero (riguardo alla quale solo la Lega si mise di traverso) che ci pone oggi come unico Paese al mondo in cui è ribaltato il concetto della rappresentatività, con cittadini che non vivono e non pagano le tasse nel nostro Paese senza pagare, ma che con i loro eletti ne condizionano pesantemente le sorti.
Per non parlare dei senatori a vita, riguardo ai quali il solo rispetto per l'età impedisce di fare le giuste considerazioni e di esprimere tutto il disprezzo che meriterebbero.
Lei oggi, signor Presidente del Consiglio, finisce il mandato perché non poteva che andare in questa maniera: con la squinternata compagine di Governo che lei ha messo insieme, solo questo poteva essere il risultato finale. Ha sbagliato tutto. A partire dal numero: dai 103 posti di Governo, massimo storico di sempre. Lei, che doveva risanare il Paese partendo dal taglio delle spese inutili.
Per non parlare delle perle di questa sua formazione. Tralasciando i più stretti collaboratori (e i loro particolari e discutibili gusti personali), ricordo alcuni autentici fenomeni come l'innarivabile Ferrero, che ha iniziato la sua carriera ministeriale con la proposta di istituire locali pubblici dove farsi le canne e che poi ha evidentemente risolto in modo privato il problema, tant'é che successivamente si è messo alla testa di cortei variopinti per i diritti degli immigrati clandestini, ha precisato che un cittadino italiano da 0 a 18 anni costa 150.000 euro e che quindi è meglio importare un extracomunitario già fatto, o che in Padania bisogna dare subito il voto agli immigrati per annacquare il consenso elettorale della Lega. Si tratta di tutte parole riportate dai giornali. (Applausi dal Gruppo LNP).
Di Mastella abbiamo già detto. Vogliamo solo ricordare che è stato colpito da quella stessa magistratura rispetto alla quale si era posto in posizione supina, cercando di annullare la giusta riforma voluta da Castelli e dalla Lega.
Potremmo dire di Rutelli, che sponsorizza i DICO nei comizi nei centri sociali e poi manda lettere di smentita in Vaticano; o del vero regista della sua disfatta politica, quel D'Alema che da ministro degli affari esteri è riuscito a non farla incontrare, signor Presidente del Consiglio, neanche una volta con Bush in due anni, ma che ha trovato il tempo di passeggiare a braccetto, sotto le telecamere di tutto il mondo, con i terroristi dell'Islam integralista (a proposito di Gaza, onorevole Prodi sottolineo che lì i palestinesi sparano i missili Qassam agli israeliani). Potremmo dire di quell'Amato nato politicamente alla corte di Craxi della «Milano da bere», che è sempre in prima linea quando c'è da difendere i rom che ubriachi ammazzano i nostri ragazzi o le nostre donne, ma che poi sparisce dietro quattro sacchetti di immondizia; o del suo conterraneo Bersani, che oggi un po' le spara contro, onorevole Prodi, il quale, nella logica (a dir la verità, poco comunista) della concorrenza sfrenata, si è graziosamente dimenticato di tutti i privilegi delle coop, ma nel frattempo voleva far chiudere tutte le aziende italiane con la retroattività della indeducibilità dei leasing immobiliari (ha riso tutto il mondo). Potremmo dire di Pecoraro Scanio, che predica bene e razzola male: che manifesta contro i rifiuti a Napoli, ma contestualmente blocca gli inceneritori da vent'anni; che vorrebbe far funzionare gli altiforni della Dalmine con le centrali eoliche e il sole: se poi piove e non tira vento, pazienza, quel giorno ci si riposa.
Per non parlare della coppia più bella e più amata: TPS e Visco. Il primo dichiara bellissime le tasse, forse perché non le paga dal momento che nessuno ha ancora spiegato la notizia apparsa sui giornali secondo la quale, sul suo cedolino da Ministro, si applica una ritenuta del solo 10 per cento. Forse perché, lui che ama l'Italia, vive da radical-chic a Parigi. E di Visco che dire? Lui che ama il Nord tanto da rassicurarlo con la presenza massiccia di Guardia di finanza, tant'è che non c'è più neanche un agente da mandare a controllare le attività della malavita nella sua Puglia, e che però, secondo i giornali, ha una villa semiabusiva a Pantelleria, alla quale ha applicato (nessuno è perfetto) il condono edilizio dell'odiato Berlusconi. E che ogni sera si addormenta, soddisfatto, pensando a quante partite IVA la sua invenzione più amata, l'IRAP, e gli studi di settore hanno fatto chiudere. Potremmo elencare tutti gli altri, ma aggiungeremmo poco.
Dove voleva andare con questa squadra, onorevole Prodi? Dove credeva di poter portare il Paese? La prima legge importante del suo Governo è stata quella relativa all'indulto, con le conseguenze che tutti i cittadini hanno pagato e stanno ancora pagando sulla propria pelle. Poi ha fatto una finanziaria di lacrime e sangue, con un aumento del 3 per cento della tassazione che, in un Paese fermo economicamente, ha pagato soltanto chi già pagava le tasse, mentre i cosiddetti evasori e il loro fantomatico recupero fiscale tali erano e tali sono rimasti. Avete introitato 50 miliardi di tasse in più e avete aumentato la spesa pubblica corrente di 50 miliardi.
Perché vuole insistere, onorevole Prodi? Non è soddisfatto della sua carriera? Di essere stato un grande burocrate pubblico, di aver affossato e svenduto le aziende di Stato dove è passato? Non le è bastata l'esperienza europea da Commissario, dimostrando anche lì grande attenzione al diametro dei piselli, avendo il tempo per sfornare leggi incredibili come la Bolkestein, ma dimenticandosi completamente di difendere i suoi concittadini europei dall'assalto delle economie dell'Est, che usano i bambini come schiavi, o dalla prevaricazione e arroganza culturale dell'Islam integralista.
Dopo averci provato già nel 1996, con i risultati che ricordiamo, ci ha voluto riprovare ancora ed oggi siamo qui a celebrare la stessa liturgia di allora. Era proprio necessario farsi trattare come uno scolaretto dal maestrino Veltroni? Era proprio necessario andare in televisione con fare perentorio a dire che le scuole a Napoli le avrebbe ripulite durante la notte e invece dopo venti giorni sono ancora chiuse?
Cosa pensava di ottenere? Cosa pensava di ottenere da una compagine governativa dove c'è tutto e il contrario di tutto, i liberali più sfrenati e i veterocomunisti, che vorrebbero abolire la proprietà privata (degli altri), ma che nel frattempo si fanno la casa ai Parioli comprandola dagli enti pubblici con il 70 per cento di sconto? Dove voleva andare coi teodem da una parte e con gli anticlericali viscerali degli anni '70 dall'altra? A meno che lei, dietro l'espressione bonaria, in realtà sia un furbone di tre cotte. E che, sfruttando l'antiberlusconismo e la buona fede di tanti, sia riuscito semplicemente a gestire il potere in nome dei suoi veri amici: la grande finanza globalizzatrice, le multinazionali che predicano bene e razzolano male, che chiudono ad Arese l'Alfa Romeo e che aprono gli stabilimenti in Vietnam perché lì gli operai prendono 20 euro al mese. Questo ci spiega molte cose sul suo accanimento terapeutico per la poltrona; magari pensa alle seicento nomine (praticamente tutto il PIL parastatale italiano) che lei, e soprattutto i suoi amici, volete gestire in prima persona senza rischiare di lasciare questo impegno agli altri.
Credo che questo suo disegno oggi fallirà miseramente e questa è l'unica vera buona notizia da diciotto mesi a questa parte. Personalmente però non mi faccio tante illusioni: le elezioni anticipate subito, quelle che il popolo vuole, probabilmente non arriveranno. Assisteremo alla liturgia del reincarico o del tentativo di Governo tecnico. Quel che è certo è che l'inquilino del colle più alto, memore del suo passato, farà di tutto per non mettere nelle mani dell'odiato centro-destra una facile e probabilmente eclatante vittoria elettorale.
Nunc est bibendum, comunque, come direbbero gli antichi romani, quelli seri. Oggi comunque un colpo importante al vostro progetto verrà inferto: il progetto di trasformare il Paese in una sorta di Repubblica sudamericana da anni '70, condita da un po' di grigiore da ex Germania dell'Est. Dove tutti sono dipendenti pubblici o delle coop, dove tutti per vivere devono avere in tasca la tessera del partito, del sindacato e dove tutti i lavoratori autonomi, gli imprenditori e gli operai e i tecnici specializzati devono semplicemente sparire.
Speriamo anche che la futura coalizione che governerà - ci auguriamo al più presto - tragga da questi diciotto mesi insegnamento di quello che non si deve fare e che parta decisa con poche semplici linee guida: meno burocrazia, meno spesa pubblica, meno tasse alle famiglie e alle imprese, più sicurezza, immigrazione controllata, federalismo fiscale; soprattutto, recupero della cosa più importante: i valori, nel pubblico e nel privato. E lasci fuori gli statalisti e i centralisti.
Comunque concludo ringraziandola, onorevole Prodi: con questa scelta coraggiosa pone fine ad un incubo. Vada quindi in pensione tranquillo: ha già dato abbondantemente. Vivrà certo agiatamente, con i vitalizi da dirigente pubblico, da commissario europeo, da parlamentare italiano e le dirò che tutti questi emolumenti saranno l'unica tassa che anche in Padania non ci dispiacerà pagare. Solo una cosa: non faccia sapere a nessuno a quanto assommano tutte le sue pensioni, soprattutto non lo faccia sapere a quei milioni di lavoratori e cittadini a cui avete regalato 3 euro al giorno di stipendio e ai quali avete rubato il voto. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grassi. Ne ha facoltà.
GRASSI (RC-SE). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, senatrici, senatori, signori del Governo, credo sia importante approfondire da chi è stata causata questa crisi: formalmente da Mastella, in conseguenza di un'inchiesta giudiziaria rispetto alla quale non ci sarebbe stato un appoggio al Ministro e all'Udeur da parte dell'Unione; credo però che questa sia solo in parte la verità: ritengo che questa crisi abbia a che fare anche con il modo scriteriato con cui è stata gestita l'operazione politica di cambio della legge elettorale.
Non voglio certamente assolvere Mastella, l'Udeur e, più in generale, quella palude centrista che in questi mesi ha spesso messo in difficoltà il Governo: mi è del tutto chiaro che sono stati loro e non la sinistra a tirare la corda per impedire che il Governo realizzasse quei pur timidi segnali di cambiamento che erano contenuti nel programma. I poteri forti e non certo le istanze del movimento hanno cercato di condizionare le scelte del Governo: infatti, mentre nella finanziaria del 2006 e in quella del 2007 sono state stanziate ingenti risorse per le imprese e sono state aumentate le spese militari, la situazione economica di chi vive con un reddito da lavoro dipendente è peggiorata.
Da quando si è insediato il Governo Prodi, vi sono state tre grandi manifestazioni: nel novembre 2006, a Roma, contro la precarietà, nel febbraio 2007, a Vicenza, contro la nuova base americana, il 20 ottobre 2007, a Roma, per dire che il protocollo sul welfare andava cambiato. Ebbene, queste richieste hanno avuto una risposta negativa da parte del Governo. Ciò ha aumentato il malessere del nostro elettorato, che si aspettava dopo cinque anni di Governo Berlusconi un cambiamento.
Non siamo certo noi a sottovalutare le cose positive che questo Governo ha fatto, così come sappiamo che vi è una sostanziale differenza tra questo Governo e quello che lo ha preceduto. Mi riferisco ai risultati positivi in materia di lotta all'evasione fiscale. Ed è veramente inaccettabile ascoltare da Berlusconi, dopo che il suo Governo ha varato condoni, inneggiato all'evasione fiscale, peggiorato i conti dello Stato, lezioni su come dovrebbe essere governato il Paese. (Applausi dal Gruppo RC-SE).
Detto questo, signor Presidente del Consiglio, noi oggi le rinnoviamo la fiducia, ma contemporaneamente le chiediamo di utilizzare le risorse che sono a disposizione per aumentare i redditi bassi. Sappiamo che lei è molto attento ai dati economici. Ebbene, non le saranno sfuggiti i dati dell'ISTAT dei giorni scorsi. Essi ci dicono che metà delle famiglie di questo Paese vive con meno di 1.900 euro e che il 15 per cento non arriva a fine mese. Avrà visto, signor Presidente, che anche nel nostro Paese, caratterizzato da una propensione altissima al risparmio, si è invertita la tendenza e aumentano le famiglie costrette a indebitarsi o ad allungare la scadenza del mutuo perché non riescono più a pagarlo.
All'inizio, comunque, dicevo che sono convinto che questa crisi è stata accelerata dal modo sbagliato con cui è stata gestita la partita della nuova legge elettorale.
Presidenza del presidente MARINI (ore 17,20)
(Segue GRASSI). Lo avevo segnalato al Presidente della mia Commissione, al presidente Bianco. In questa situazione in cui il Governo al Senato si regge con pochi voti, voler imporre una legge elettorale che di fatto elimina partiti che sono essenziali per la continuità del Governo è stato, a mio parere, un atto di vero e proprio avventurismo politico. Perché non si è insistito sulla bozza Chiti, su cui vi era il consenso di tutta l'Unione? Perché Veltroni, prima di concordare un'ipotesi con la coalizione, ha aperto una trattativa con Berlusconi? Questa è l'origine della crisi.
La costruzione del Partito democratico, che con la sua nascita doveva servire a semplificare il quadro politico e a dare stabilità ai Governi, si sta dimostrando, al contrario, un processo che produce ulteriore frammentazione e una grave instabilità.
Per quanto ci riguarda, noi oggi riconfermiamo la fiducia, chiedendole di avviare un'azione di risarcimento sociale.
Non sono, invece, per nulla d'accordo, qualora quest'Aula non dovesse confermare la fiducia, che si dia vita ad un Governo tecnico o istituzionale. Un Governo istituzionale con anche le destre o un Governo tecnico che - come si legge oggi sulla stampa - potrebbe essere guidato da Draghi credo che aumenterebbe le difficoltà della sinistra, e di Rifondazione Comunista in particolare, nel rapporto con il proprio popolo. (Applausi dai Gruppi RC-SE, SDSE e del senatore Bulgarelli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tofani. Ne ha facoltà.
TOFANI (AN). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, lei nel suo brevissimo intervento essenzialmente ha richiamato l'importanza che ognuno di noi deve riconoscere alla Costituzione italiana. Credo che proprio su questo tema, che sicuramente è da noi condivisibile, nasce una palese contraddizione nel suo modo di essere e di procedere anche in questa fase.
C'è stata una frattura del patto elettorale; c'è stata una frattura della politica, Presidente del Consiglio. Lei non ha più la maggioranza e non perché lo si verificherà tra poco in quest'Aula, come ci auguriamo. Lei non ha più la maggioranza perché il voto della Camera di ieri non è un voto rispettoso dei rapporti di forza che sono emersi dalle elezioni politiche. Sa benissimo, infatti, che quella maggior presenza di deputati nasce solo dal fatto che ha potuto usufruire del premio di maggioranza, premio che le è stato assegnato per la presenza determinante di un partito che ormai si è dichiarato fuori dalla maggioranza, l'Udeur. Dobbiamo ricordare che per poche migliaia di voti ha vinto in quel ramo del Parlamento la sua coalizione; non possiamo dimenticare gli oltre 500.000 voti che il partito dell'Udeur ebbe nelle passate elezioni.
Pertanto, credo che il suo comportamento si possa definire essenzialmente sleale: sleale nei confronti degli italiani, sleale nei confronti del Parlamento e sleale anche in questa circostanza, perché in questa circostanza lei sta rincorrendo un'ipotesi che, al di là del risultato, comunque è fortemente - e io direi totalmente - pregiudicata proprio da quanto ho testé affermato.
È straordinario in questa vicenda che una persona anche impegnata, significativamente impegnata, quale l'onorevole Diliberto l'abbia definita un autentico guerriero. Io non la vedo in modo che lei possa rappresentare un nuovo Braveheart dell'Italia e della politica italiana; probabilmente l'onorevole Diliberto ha pensato più all'armata Brancaleone, che in qualche modo lei in persona comanda in una situazione di grave disagio e di scollamento generale.
Capisco anche, signor Presidente del consiglio (e il suo comportamento in Aula lo conferma), che è inutile ricordarle la grave congiuntura, l'inaffidabilità del Governo da lei guidato. Del resto, presidente Prodi, il suo narcisismo e la sua smania di potere sono tali da farle calpestare - questa volta sì - i veri diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione a garanzia della democrazia.
Lei tra l'altro cerca, attraverso ignobili giochi di Palazzo, di alterare convinzioni ed orientamenti di parlamentari. Ne sono la risposta le dichiarazioni del presidente di Agecontrol, Cesare San Mauro, che appunto dichiara che il 23 gennaio sarebbe stato assunto presso l'Agecontrol un dipendente che attualmente svolge le funzioni di segretario particolare del senatore Cusumano (il 23 gennaio è ieri). Si precisa che tale decisione è stata presa dal direttore generale della società in assenza di preventiva informazione del presidente, tanto più in assenza di preventiva autorizzazione da parte del presidente. Questo, onorevole Prodi, sta a significare qual è il clima, e anche quanto è accaduto poco fa documenta questo clima di forzatura che è lontano dalla democrazia e dal rispetto delle istituzioni.
Signor Presidente del Consiglio, gli italiani sono stanchi di tasse e di vessazioni. Rilegga con attenzione la prima parte del suo intervento, riferito alla Costituzione e ai doveri di rispetto della stessa. La comprenda e la rispetti, presidente Prodi; rispetti dunque e in modo vero la Costituzione e rassegni le dimissioni. (Applausi dal Gruppo AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.
PASTORE (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, mi auguro che quello che andrò dicendo rimanga come un'esercitazione retorica da lasciare agli atti di quest'Aula, perché vorrà dire che i voti dei senatori a vita non saranno stati determinanti nel concedere la fiducia.
Voglio ripercorrere la vicenda del voto in quest'Aula, che è stato contrassegnato da una particolarità, cioè di aver sempre goduto dell'apporto pressoché corale di quei senatori che sono entrati al Senato perché Presidenti della Repubblica emeriti o perché scelti dai Presidenti della Repubblica per i loro meriti o per il loro livello culturale, scientifico e quant'altro. Credo che oggi si porrebbe una questione politico istituzionale molto grave ove il voto dei senatori a vita fosse determinante. Mi auguro che questo non avvenga, non solo perché così il Paese potrebbe respirare non avendo lei ricevuto la fiducia, ma anche perché non compiremmo un altro strappo istituzionale.
Voglio anche ricordare, onorevoli colleghi, che è stato detto in Aula più volte che la fiducia accordata con il voto determinante dei senatori a vita si è già verificata in un periodo abbastanza vicino alla nostra storia parlamentare. Si è citato il primo Governo Berlusconi che il 18 maggio 1994 ebbe il voto dell'Assemblea del Senato, cui parteciparono i senatori a vita: credo sia importante che si scriva questa pagina, si recuperi questa storia e di questo problema non si parli più rimanendo acquisito alla nostra memoria.
Ebbene, votarono sì al Governo Berlusconi i senatori a vita Agnelli, Cossiga e Leone. Votarono contro il Governo Berlusconi, e quindi gli negarono la fiducia, i senatori Andreotti, De Martino e Valiani. Si astennero i senatori Spadolini e Taviani. Cinque voti non accordarono la fiducia contro tre che lo fecero.
I senatori a vita non erano stati determinanti e non lo sarebbero stati nemmeno se i tre senatori che votarono allora per il Governo Berlusconi non si fossero espressi, perché comunque la maggioranza dell'Assemblea sarebbe stata a favore del Governo Berlusconi. Quindi, l'esito che non mi auguro vi sia in Aula, che le venga cioè accordata la fiducia con il voto determinante dei senatori a vita, sarebbe un esito straordinario, unico, mai verificatosi in sessant'anni della storia della nostra Repubblica.
Ma c'è di più e anche di peggio, perché questi voti diventerebbero voti sostitutivi di un pezzo di maggioranza, come è stato detto dal senatore Tofani, scelto direttamente dagli elettori. Quindi vi sarebbe una sorta di ribaltone, un ribaltone della maggioranza parlamentare determinata dai senatori a vita, tra i quali annoveriamo pure tre emeriti Presidenti della Repubblica, che, secondo il mio sommesso avviso, compirebbero con questo atto un vero e proprio strappo di carattere costituzionale ed istituzionale.
Se è vero che la nostra Costituzione non prevede alcunché, è altrettanto vero che le leggi ed i meccanismi elettorali con i quali si rappresenta la volontà popolare, come stabilisce l'articolo 1, secondo comma, della Costituzione, determinano la forma e il modello di Governo. Non è indifferente se un Parlamento viene eletto con un sistema proporzionale più o meno puro, dove dei pezzi si possono aggiungere e staccare, direi quasi a piacimento, come è avvenuto fino al 1994 nella nostra Repubblica e diverso è il sistema nel quale, invece, la governabilità è assicurata da un premio che viene dato ad una compagine di partiti che si presentano unitariamente, ai quali unitariamente l'elettorato attribuisce il premio di governabilità.
Questo vale senz'altro per la Camera, ma anche per il Senato, perché il partito, non il singolo senatore o deputato, che ha posto il suo simbolo accanto ai vostri e sul quale centinaia di migliaia di elettori hanno espresso il loro voto e senza il quale in alcune Regioni italiane, come ad esempio la Campania, il premio di maggioranza non sarebbe stato attribuibile alla coalizione di centro-sinistra, oggi si tira fuori dalla coalizione.
Questo è un dato inconfutabile ed incontestabile. So che vi rode; vi rendete conto che si tratta di una violenza fatta alla nostra Carta costituzionale materiale, se così si può dire, perché la legge elettorale intanto vi assicura la maggioranza in quanto vi è una coalizione che a quella maggioranza corrisponde. Si dirà che un partito si è dissociato e la violazione del patto viene da quel partito. Se si trattasse di un contratto di diritto privato, ci sarebbe un terzo, il giudice, al quale ricorrere per valutare se il patto è stato violato da Tizio o da Caio. Il giudice, nella politica del Parlamento, è il corpo elettorale.
Dobbiamo rivolgerci al corpo elettorale (qualcuno della vostra maggioranza lo ha detto), che poi stabilirà chi ha violato quel patto e chi merita di essere punito o premiato, per la violazione o per il rispetto di quel patto.
Signor Presidente del Senato, colleghi, ritengo che il passaggio che oggi stiamo vivendo in quest'Aula sia delicato sotto il profilo dei contenuti, ma anche e soprattutto sotto il profilo del metodo, perché appare veramente singolare che oggi un pezzo di una maggioranza che ha raccolto nel Paese centinaia di migliaia di voti possa essere accantonato solo perché numericamente quella maggioranza conserva un premio ottenuto per una differenza di soli 24.000 voti che gli elettori hanno voluto attribuire all'intera coalizione.
Quanto sto dicendo non deve valere solo per questo passaggio in Aula, che mi auguro abbia l'esito che confido avrà, cioè il diniego della fiducia, ma anche per il futuro. Non è infatti possibile immaginare che ci si possa comportare, in un futuro di legislatura, come se la legge elettorale non avesse consacrato un modello di Governo diverso.
Ritorniamo alle urne, Presidente, diamo al Paese respiro, diamo al Paese speranza. (Applausi dal Gruppo FI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanone. Ne ha facoltà.
*ZANONE (PD-Ulivo). Signor Presidente, signori senatori, anche nella vita dei Governi c'è una bioetica e nella tradizione cui appartengo quella bioetica prescrive che i Governi, se e quando arrivano alla fine, cosa che mi auguro oggi non avvenga, misurino comunque il loro destino nel Parlamento dove sono nati. Ho perciò apprezzato, onorevole Presidente del Consiglio dei ministri, la decisione di portare in Aula questa discussione, non soltanto come una clausola di stile verso la Repubblica, che, come ha ricordato ieri il presidente Napolitano, è dall'origine e resta una Repubblica parlamentare e bicamerale; ho apprezzato la sua decisione di portare il dibattito qui fino alla conclusione, perché essa restituisce alla parola della politica il giusto peso della sua responsabilità. Le parole politiche sono volatili; in genere nascono dalla televisione, poi si trasportano sui giornali e da qui in Parlamento. Quando arrivano in Parlamento però non volano più, perché restano scritte negli atti e non si possono correggere e già questo basta a caricarle di una responsabilità che non è più volatile.
Ora, la responsabilità che oggi si deve assumere è di considerare se ad un Paese in disordine, com'è purtroppo per tanti aspetti l'Italia in questo momento, serva un Governo ridotto al minimo e se un Parlamento formato da una legge sbagliata possa rinnovarsi senza correggerla.
Conosciamo tutti dal primo giorno della legislatura le difficoltà che ostacolano la produzione legislativa del Senato. Mancherei di sincerità se tacessi che avrei desiderato molto di più rispetto a quanto è stato possibile fare e, se facessi la lista dei miei desideri, spenderei molto più tempo dei cinque minuti che il Presidente mi ha concesso. Mi chiedo però se sia davvero utile abbassare la produzione legislativa fino al livello zero per i prossimi mesi e se convenga dedicare i prossimi mesi alla campagna elettorale, mettendo di necessità in secondo piano l'azione di Governo.
Sono alle viste mesi di scelte pubbliche pesanti. Si avvicina il rischio della recessione internazionale. Nel Kosovo, dove i militari italiani sono in prima linea, cresce il pericolo dell'ennesimo conflitto balcanico. Ed in casa nostra non c'è tempo da perdere se si vuole migliorare per via fiscale la capacità di acquisto dei redditi da lavoro dipendente. A Napoli c'è un commissario di Governo che ha ed avrà bisogno di un sostegno di governo forte per rimediare alla catastrofe ambientale che continua ad aggravarsi di giorno in giorno.
Vi sembra, signori senatori, che sia questo il momento giusto per abbattere il Governo e privare il Parlamento del suo interlocutore istituzionale? In condizioni di difficoltà oggettive il Governo presieduto da Prodi ha pur compiuto un buon tratto di strada, riportando sotto controllo i conti pubblici, avviando una politica sociale redistributiva a favore dei più poveri, recuperando risorse dall'area d'iniquità da cui trae profitto l'evasione fiscale.
Sarà difficile proseguire se si chiude la partita per tornare al voto, senza neppure attendere il referendum promosso dalla cittadinanza. Io non ho firmato il referendum elettorale e se ci arriveremo voterò "no", per ragioni che non è certo il caso adesso di chiamare in causa; ma al senatore Gaetano Quagliariello, al senatore Gustavo Selva, al senatore Giuseppe Valditara, tutti autorevoli componenti del Comitato promotore del referendum, chiedo come possano sostenere le elezioni immediate, che lo vanificherebbero.
Signor Presidente, siccome i complimenti si distinguono dalle adulazioni per il momento in cui si pronunciano, dico ora ciò che finora non ho detto. Credo che lei, presidente Prodi, abbia dimostrato in un anno e mezzo di saper camminare sulla corda con una tranquillità che immagino apparente e si sia dimostrato impermeabile ai temporali del clima politico, con una serenità che immagino saggiamente dissimulata. Ma soprattutto sono convinto che lei abbia lavorato al compito assunto verso la cittadinanza insistendo sui tempi necessari al percorso; come dice un motto antico della sua Emilia: nec spe nec metu.
Credo, in una parola, che il presidente Prodi abbia speso al servizio della cosa pubblica una volontà ed una capacità che meritano la fiducia del Senato. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, Aut e RC-SE. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Comunico all'Assemblea che è stata presentata, nei termini stabiliti ed è in distribuzione, la seguente proposta di risoluzione:
«Il Senato, udite le comunicazione del Presidente del Consiglio dei ministri, le approva».
Per consentire l'allestimento tecnico della diretta televisiva della replica del Presidente del Consiglio dei ministri, come già comunicato, sospendo la seduta per cinque minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 17,40, è ripresa alle ore 17,45).
Riprendiamo i nostri lavori.
Ricordo all'Aula che ora entreremo in diretta televisiva, pertanto l'attenzione che avremo dal Paese ci impone, a nostra volta, di prestare la massima attenzione ad ogni aspetto.
Raccomando inoltre l'assoluto rispetto dei tempi assegnati, che la Presidenza farà osservare rigidamente, per garantire lo stesso diritto a tutti i colleghi che hanno facoltà di parola.
Ha ora facoltà di intervenire in replica il presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Prodi.
PRODI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro della giustizia ad interim. Signor Presidente del Senato, signore senatrici e signori senatori, ho ascoltato con rispetto e attenzione il dibattito dell'Aula, traendone la conferma più importante e cioè quanto fosse giusto essere qui oggi per confrontarci, quanto siano importanti le regole della democrazia e, come ho già detto nel mio precedente intervento, sono qui per il rispetto che nutro per il Parlamento e per il vostro ruolo così impegnativo. Sono qui per testimoniare, ancora una volta, le molte cose fatte dal nostro Governo e ribadire la necessità di continuare ad operare per un futuro di riforme e di sviluppo.
Essere qui in quest'Aula oggi, dunque, non è un gesto di testardaggine; si chiama semplicemente coerenza, coerenza per il lavoro svolto e verso gli impegni presi da tutta l'Unione per un patto di legislatura che facesse ripartire il Paese e lo disincagliasse dalle secche dell'immobilismo. Sono qui perché, come ho già detto e ripetuto, ogni crisi deve essere affrontata a viso aperto e non nei corridoi, perché c'è il luogo dove questo deve avvenire e questo luogo si chiama il Parlamento, sede della rappresentanza democratica di tutti i cittadini. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, SDSE, Aut, Misto-IdV e Misto-PS).
Ho profondo rispetto per le istituzioni e l'ho a tal punto da mettere di fronte al vostro giudizio non solo l'operato di un Governo che ha conseguito risultati progressivamente positivi sul piano economico e sul piano internazionale, ma anche la stessa coerenza politica che ha accompagnato questi anni di mio impegno diretto e totale. Il nostro è un Governo votato dai cittadini sulla base di un patto di legislatura e di un programma sottoscritto convintamente da tutte le forze dell'Unione.
Siamo a meno di metà di quel cammino, ma i risultati sono già convincenti: abbiamo rimesso in piedi il Paese facendolo uscire dalle emergenze economiche e internazionali. Da due anni la nostra crescita, pur modesta, si attesta sui livelli massimi dell'ultimo decennio. Abbiamo ripristinato l'avanzo primario e il debito cala costantemente e abbiamo cominciato, in modo onesto e responsabile, a redistribuire risorse alle famiglie, ai lavoratori e ai pensionati.
Grazie ad una politica estera di sicurezza coerente abbiamo saputo chiudere senza sbavature l'avventura in Iraq e guidare il processo che ha portato alla missione di pace in Libano e quindi oggi lavoriamo per la pace su molti scenari difficili e alla pace abbiamo dedicato gran parte del nostro impegno, operando con successo per la moratoria della pena di morte. Stiamo combattendo con efficacia la criminalità organizzata e abbiamo cominciato soprattutto a far pagare le tasse a chi non lo faceva, impegnandoci contro la precarietà, la disoccupazione e le ingiustizie sociali. Abbiamo saputo lottare contro i corporativismi e a favore delle liberalizzazioni, investito sulla ricerca e restituito certezze sul senso di equità e di giustizia.
L'elenco delle politiche a favore delle famiglie e dei giovani (il nostro vero futuro sono le famiglie e i giovani) sarebbe lungo. Voglio soffermarmi solo su un bene primario come la casa: abbiamo tagliato l'ICI, lanciato un piano di edilizia popolare, agevolato gli affitti per le coppie e per gli universitari. Il nostro è inoltre un Governo che vuole tutelare l'ambiente senza demagogie e senza preconcetti, affrontando le emergenze senza addossare, come sarebbe facile, le colpe al precedente Governo, ma assumendoci la nostra parte di responsabilità. (Commenti del senatore Storace).
Aver combattuto i privilegi e tagliato, anche se ancora in modo iniziale, i costi della politica, non è stato un gesto per cercare il consenso verso un'opinione pubblica offesa da quegli eccessi di casta che non vogliamo ci appartengano perché sappiamo che solo dando l'esempio si ottengono risultati per tutti.
Questo è un Governo che, dopo i sacrifici duri della prima finanziaria, obbligata dalla gestione dissennata di chi ci ha preceduto, ha risanato i conti pubblici e ha tagliato la spesa. E adesso, con la finanziaria 2008, dopo l'accordo sul welfare votato da cinque milioni di lavoratori e di pensionati, è pronto a diminuire le tasse e ad aumentare i redditi dei lavoratori, garantendo anche l'aumento della produttività, come testimonia il recente accordo per il contratto di lavoro dei metalmeccanici.
Ecco, questa è la sintesi dell'attività di Governo che presento con soddisfazione anche a voi, come ho fatto alla Camera ottenendo un largo voto di fiducia. Non nego che avremmo potuto fare di più, se avessimo avuto una maggioranza elettorale come aveva il precedente Governo, maggioranza che ci è stata impedita...
STORACE (Misto-LD). Dai voti (Richiami del Presidente).
PRODI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro della giustizia ad interim. ...da una modifica della legge elettorale, elaborata in fretta e furia dalla Casa delle libertà. (Applausi dal Gruppo PD-Ulivo. Commenti dai banchi dell'opposizione). E non ripeto il termine che voi stessi avete usato per definire questa legge.
Io non sono, come dicevo, qui solo per raccontarvi quello che è stato fatto, ma anche per fare alcune riflessioni sulla strada da compiere e sulle prospettive.
Come ha giustamente osservato ieri il Presidente della Repubblica parlando alle Camere riunite per celebrare il sessantesimo anniversario della nostra Carta fondamentale, noi abbiamo un urgente bisogno di riforme. Riforme che non guardino ai personalismi o alle opportunità contingenti, ma che abbiano il respiro «della politica per» e non il respiro «dell'accordo contro». E come ho più volte ripetuto, è mia convinzione profonda che l'attuale legge elettorale abbia inferto un colpo decisivo alla governabilità del Paese. Per questo motivo ho accolto e condiviso la sollecitazione del Presidente della Repubblica per una riforma che eviti all'Italia di andare ancora una volta al voto con la legge elettorale vigente. Questo, tanto più in presenza della richiesta di referendum popolare abrogativo.
Siamo, quindi, di fronte ad una scelta da compiere senza titubanze. Proprio quest'Aula, in questi venti mesi, ha mostrato troppe volte all'Italia e al mondo il volto di una contrapposizione senza limiti: contrapposizione che anche oggi, purtroppo, si è ripetuta. Nonostante i lavori infaticabili di tutti voi, maggioranza e opposizione, siete stati costretti dagli eventi a dare spesso l'immagine di un'arena, più che l'immagine dello scrigno della democrazia che è il Senato. Questo non è giusto e non è accettabile. Non lo è per me, non lo è per voi e non lo è per il Paese. E noi abbiamo perciò il diritto e il dovere di mostrare ai nostri figli e alle nuove generazioni la strada per il futuro: una strada fatta di risorse, di opportunità, ma anche e soprattutto di regole.
In queste ultime ore ho letto e ascoltato ricostruzioni fantascientifiche e scenari medievali: si è parlato di ricatti, di minacce, di profferte. Tutto questo è fango puro, non su di me o su altri esponenti politici: è fango sull'Italia ed è fango sulla democrazia. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, IU-Verdi-Com, RC-SE, SDSE, Aut, Misto-IdV, Misto-PS, del senatore D'Amico e dai banchi del Governo).
Dobbiamo smettere di pensare alla politica come a un mestiere. La politica è impegno, è servizio, è dovere e solo così sapremo e potremo togliere questo fango ingiusto da tutti noi, solo così potremo restituire alla parola politica il suo senso più alto, quello della partecipazione.
Per questo, signor Presidente del Senato e signori senatori, io sono qui oggi, perché non si fugge davanti al giudizio di chi rappresenta il popolo e perché il nostro popolo ci guarda. L'Italia, ne sono fermamente convito, ha bisogno di proseguire il suo virtuoso cammino di riforme economiche e sociali, affiancando ad esse un deciso percorso di riforme istituzionali che nel solco di una Costituzione, punto di riferimento di ogni nostro agire, sia all'altezza delle sfide che ci attendono.
Anche per questo, soprattutto per questo, chiedo a ciascuno di voi il voto di fiducia. Grazie. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE, SDSE, Aut, IU-Verdi-Com, Misto-PS, Misto-IdV, del senatore D'Amico e dai banchi del Governo,).
PRESIDENTE. Signor Presidente del Consiglio, le ricordo che è stata presentata la proposta di risoluzione n. 1, a firma della senatrice Finocchiaro e di altri senatori.
PRODI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro della giustizia ad interim. Signor Presidente, prendo atto della presentazione di una proposta di risoluzione, a firma della senatrice Finocchiaro ed altri, sulla quale, a ciò espressamente autorizzato dal Consiglio dei ministri, pongo la questione di fiducia.
PRESIDENTE. Grazie, signor Presidente.
Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 1.
È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Rossi Fernando. Ne ha facoltà.
ROSSI Fernando (Misto-Mpc). Signor Presidente, leggo solo l'ultima parte di una mail che mi è appena giunta, spedita dal signor Ulderico Signorini di Bassano del Grappa.
«Anche un solo voto può valerne cento, se questo voto, più che gli intrallazzi di potere, serve a salvare le sorti del Paese e la situazione di molti lavoratori, delle loro famiglie, che hanno visto nella faticosa lotta di Romano Prodi un tentativo, sicuramente a volte discutibile, di risollevare lentamente la gente comune come me.
Credo che la vera coerenza di un politico non sia tenere fede rigidamente alle proprie posizioni una volta per sempre, ma sia compiere le scelte giuste proprio nel momento in cui lo richieda il bene di molte persone.
Come semplice cittadino, chiedo che il suo mandato di rappresentante del popolo venga in questa circostanza impiegato in tutta coscienza per impedire il ricorso alle urne, per non consegnare l'Italia ad un Governo più debole (in quanto privo di una legittimazione democratica) dell'attuale, facendo prevalere la volontà di pochissime persone.
Come lavoratore pendolare (parto al mattino alle ore 6,30 e torno la sera alle ore 20), come padre di famiglia che vive la dura lotta quotidiana, le chiedo di considerare l'opportunità di sostenere con il voto favorevole la fiducia al Governo Prodi».
Mi adeguo a questa parte sana del Paese e voterò a favore sulla questione di fiducia. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE, SDSE, IU-Verdi-Com, Aut e Misto-IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore De Gregorio. Ne ha facoltà.
DE GREGORIO (Misto-Inm). Presidente, onorevoli colleghi, il voto di fiducia a cui siamo chiamati è l'atto finale di un calvario che il Paese ha subito attonito, impotente, sconcertato.
La vostra politica appare ormai interessata soltanto alla conservazione dei suoi privilegi e dei suoi equilibri di potere, una sorta di accanimento terapeutico per un Esecutivo che non è condiviso neppure da coloro che ne avevano sottoscritto il programma originario.
Fuori da quest'Aula, Presidente, attendono la fine del Governo ed il rilancio del Paese in direzione moderata e liberista gli uomini e le donne che a questo rilancio, a questo scatto d'orgoglio credono ancora. E non importa se non arrivano a fine mese, coltivano ancora la speranza di un domani meno incerto, meno insicuro per le famiglie, per la libera intrapresa, per gli artigiani e i piccoli commercianti, per il pubblico impiego e per le professioni.
Lasci, presidente Prodi, che il Paese continui a sperare. Non attenda l'inevitabile... (Il microfono viene disattivato automaticamente).
PRESIDENTE. Senatore De Gregorio, il tempo a sua disposizione è esaurito. Concluda con una frase.
DE GREGORIO (Misto-Inm). Non attenda l'inevitabile censura di quest'Aula, che la rimanderà a casa fra gli applausi degli italiani. Il suo Governo appare come il peggiore della storia repubblicana.
Italiani nel mondo voterà "no" sulla questione di fiducia, per ritornare alle urne e dare nuovamente la parola agli elettori. (Applausi dai Gruppi FI, UDC e AN. Commenti dai banchi della maggioranza).
PRESIDENTE. Colleghi, stiamo discutendo della questione più alta che può affrontare un ramo del Parlamento, dare o non dare la fiducia al Governo. A cosa servono questi commenti e questa sorta di schiamazzi? Tutti hanno il dovere di pensare seriamente a ciò che fanno e di capirlo bene. Vi prego di attenervi ad una regola che mi sembra elementare.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Turigliatto. Ne ha facoltà.
TURIGLIATTO (Misto-SC). Signor Presidente del Consiglio, lei ha chiesto che ognuno dicesse chiaramente cosa pensava rispetto alla richiesta di fiducia. Io non ho problemi a spiegare perché voterò no. Voterò no per la semplice ragione che, dopo il pacchetto welfare, la finanziaria, le missioni militari, la base di Vicenza - potrei fare un lungo elenco - Sinistra Critica si è collocata all'opposizione, da sinistra, a questo Governo. Non c'è alcuna ragione per cambiare questa posizione, visto che lei ha rivendicato con orgoglio tutte le scelte che io, a nome di Sinistra Critica, ho invece osteggiato. Domani credo, ad esempio, che il Consiglio dei ministri, sia chiamato a decidere sulla missione in Afghanistan. È una questione politica e di coerenza morale.
Rispetto molto la sua decisione di andare fino in fondo, ma anch'io penso di mantenere la stessa coerenza delle mie convinzioni. Del resto, la crisi del Governo è in primo luogo una crisi sociale, una crisi di credibilità in quegli strati sociali che avevano permesso la vittoria dell'Unione e che non hanno trovato risposte. La sinistra di Governo ha ingoiato tutto senza riuscire ad ottenere nulla e così la crisi si materializza nella forma più politicista espressa dalla rottura dell'Udeur. Però anche le divisioni del Partito democratico sono davanti agli occhi di tutti e fanno parte di questa crisi.
Per tutte queste ragioni, pensiamo che in questo Paese vada oggi costruita una (Applausi dai Gruppi dell'opposizione all'indirizzo del senatore Possa che entra in Aula in carrozzina) sinistra di opposizione, vada costruito un movimento sociale di resistenza alle politiche liberiste. Questo è il significato del mio voto negativo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Fisichella. Ne ha facoltà.
*FISICHELLA (Misto). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, sono un conservatore e per un conservatore la persistenza, la durata e la stabilità di un Governo sono cose importanti, certo da non sottovalutare. Sono stato eletto nel 2006 - parlerò per flash perché, per motivi di tempo, non posso fare altro - al Senato nelle liste di un partito che non esiste più, la cui fine non ho deciso io, tutt'altro. Ho un debito di lealtà nei confronti del leader dell'allora Margherita che mi ha voluto candidare e far eleggere, anche se mi permetto di ricordare che non ero e non sono un tizio qualunque cui viene regalato un seggio parlamentare. Tra l'altro, tra tutte le formazioni politiche, ero percentualmente il senatore più votato di Roma e rimanere dov'ero non mi sarebbe costato nulla se solo fossi stato disposto ad accettare talune scelte di politica costituzionale e legislativa che non condividevo.
Oggi vivo un'analoga condizione di conflitto interiore, che probabilmente testimonia una personalità inadatta alla politica, o ad un certo tipo di politica.
Come conservatore, giudico che il Governo debba confrontarsi meno con gli interessi dei partiti che lo compongono e più con gli interessi della Nazione che si deve servire.
Ieri sera mi sono realmente posto il problema delle dimissioni. Non le ho poi formalizzate perché mi è parsa troppo grande la sproporzione tra questa scelta e la consapevolezza che ho dello stato della Nazione, consapevolezza che so essere il risultato, tra l'altro, di mezzo secolo ormai di impegno nel campo degli studi istituzionali e dell'analisi dei fenomeni e dei processi politici.
Tuttavia, mi propongo oggi di comportarmi come se fossi un parlamentare dimissionario. Perché, sia chiaro, l'ipotesi delle dimissioni l'ho messa in campo come giustificazione alla eventuale non partecipazione al voto e non certo per altro. Infatti, non ho l'abitudine di sfuggire alle mie responsabilità, ancorché sofferte. So che in quest'Aula sono attivi alcuni illustri colleghi formalmente dimissionari. Pertanto, se questi illustri colleghi non parteciperanno all'eventuale voto di fiducia anch'io mi atterrò alla stessa linea. In caso contrario, esprimerò anch'io il mio voto. (Commenti dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Manzione. Ne ha facoltà.
MANZIONE (Misto-UD-Consum). Signor Presidente, non sappiamo se questo è un prologo o un epilogo, ma l'Unione Democratica per i consumatori ... (Brusìo). Con questo fracasso, signor Presidente, visto che il tempo è quello che è, la pregherei...
PRESIDENTE. Ma in questo momento il fracasso non c'è.
MANZIONE (Misto-UD-Consum). Insieme al collega Bordon non abbiamo mai nascosto le difficoltà di una maggioranza, prima attraversata da una crescente crisi politica, poi indebolita da una inarrestabile crisi numerica. E questa progressiva, crescente debolezza non può essere imputata alla scelta di Mastella, al quale rinnovo la mia solidarietà per una aggressione ingiusta e violenta che lo ha intimamente provato come uomo e come leader, ma trova la sua genesi profonda nella scelta irresponsabile di scomporre il quadro politico di centro-sinistra per dare vita ad una proposta oligarchica, quella del Partito democratico.
Come possono convivere, signor Presidente del Consiglio, nello stesso contesto politico i suoi sforzi appassionati per inventare un collante efficace a tenere insieme una coalizione pletorica ma insostituibile con il tentativo presuntuoso di rinnegare l'Unione che ha vinto le elezioni del 2006 per favorire l'affermazione di una presunta vocazione maggioritaria da imporre cannibalizzando i compagni di strada? Da quando è nato il Partito democratico, è iniziato ad appassire il Governo. Il suo appassionato tessere quotidiano, presidente Prodi, veniva ogni notte disfatto dalla novella Penelope di Orvieto. Questo è il punto politico della situazione.
Avevamo chiesto, signor Presidente del Consiglio, di valutare la possibilità di evitare il voto al Senato per impedire che le macerie di uno scontro imbarbarito rendessero più arduo il compito del Capo dello Stato. Ma lei ha deciso diversamente e noi siamo qui, fedeli a quel vincolo di coalizione, che pur si è dissolto, per riconfermare criticamente ma non ipocritamente la nostra fiducia. (Applausi dai senatori Bordon e Tecce).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Scalera. Ne ha facoltà.
SCALERA (Misto-UL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, corriamo il rischio di arrivare in queste ore ad una scelta sofferta che poteva e doveva, secondo noi liberaldemocratici, essere evitata.
L'avevamo invitata più volte in queste ore, dopo la crisi politica aperta dalla dissociazione di una forza politica di questa maggioranza, ad evitare il voto di fiducia al Senato, a non parlamentarizzare il percorso di una crisi che, a nostro avviso, in questa fase doveva tradursi nella presentazione delle dimissioni al Presidente della Repubblica. Sarebbe stato un modo utile per non acuire il clima di scontro politico in quest'Aula, per evitare di far precipitare il Paese verso le elezioni, per aprire una fase nuova legata al percorso di un Governo istituzionale capace di assicurare almeno quella riforma della legge elettorale indispensabile per garantire Governi stabili ed efficaci, una scelta necessaria anche rispetto alle tante posizioni di queste ore che hanno confermato come sia venuta meno una maggioranza politica, ma soprattutto numerica qui al Senato, legata a questo Governo.
Lei, signor Presidente del Consiglio, non ha inteso seguire questo nostro positivo suggerimento, né tanto meno i rilievi, le tesi programmatiche, i tanti contributi ripetutamente disattesi che in questi mesi i liberaldemocratici hanno provato ad assicurare all'azione di Governo condividendone comunque con grande senso di responsabilità, anche nei momenti più difficili, l'iniziativa politica.
Oggi, davanti alla crisi dell'Unione, registriamo tristemente il valore della nostra impostazione politica che nessuno ha voluto ascoltare e che voleva evitare quella crisi economica e di sviluppo che avvinghia il nostro Paese.
Il 20 dicembre scorso, tra l'altro, votando la fiducia al Governo sulla legge finanziaria e sul pacchetto welfare, i liberaldemocratici avevano chiaramente sottolineato nella loro dichiarazione di voto come si fosse conclusa una fase politica e si aprisse una fase nuova. Oggi, signor Presidente del Consiglio, crediamo che il Paese non debba essere condannato all'ingovernabilità di un Senato dai numeri impossibili, ma debba ritrovare la forza per costruire responsabilmente un Governo istituzionale in grado di sviluppare in tempi stretti poche inderogabili riforme, evitando così le elezioni con questa legge elettorale.
Ecco perché, per evitare un'inutile agonia e quel ricorso alle urne di cui il Paese non sente assolutamente il bisogno, ci troviamo oggi costretti a non rinnovare la fiducia al Governo Prodi. (Applausi dai Gruppi FI e AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Storace. Ne ha facoltà.
STORACE (Misto-LD). Signor Presidente, dopo l'annuncio del senatore Scalera possiamo dire, finalmente, ex Presidente del Consiglio. "Finalmente" è la parola più gettonata di queste ore su tutti i blog del nostro Paese.
Un paio di mesi fa, quando nacque il nostro movimento politico «La Destra», questa parola fu pronunciata da una comunità intera, ma non vi è paragone rispetto a quello che scorre nel sangue e nel cuore degli italiani: è un senso di liberazione rispetto alla malaugurata gestione del Governo Prodi. Oggi, è la parola finalmente che sentiremo urlare da milioni di connazionali alla fine di questa seduta. Infatti, troppa gente ormai ci avvicina per chiederci quando vi mandiamo a casa.
Presidente Prodi, lei ha definito il Senato la sede della rappresentanza democratica dei cittadini. È vero e questa sera la sede della rappresentanza democratica dei cittadini la manderà finalmente a casa! Nei giorni scorsi lei ha pateticamente fatto sapere che a Palazzo Chigi arrivavano centinaia di fax che la incitavano a resistere. È possibile e, in effetti, ad essere preoccupate saranno state le numerose famiglie dei 103 Ministri, Vice ministri e Sottosegretari che l'hanno accompagnata nella disastrosa avventura iniziata due anni fa.
Lei non sa governare, altrimenti non si spiegherebbe perché, ogni volta, dura solo due anni. Accadde nel 1998 e di nuovo quest'anno. In questi due anni il Presidente del Consiglio ha compromesso le speranze dei giovani nel futuro e ha minato il presente delle famiglie italiane. Sono stati due anni di tassazione spietata per i contribuenti, due anni di lassismo per chi attende alla nostra sicurezza, 24 mesi di picconate sui valori fondanti della comunità nazionale, tristemente suggellati persino dal veto all'ingresso del Papa all'Università di Roma. Non è la Chiesa, come è stato detto, a decretare la fine del Governo, ma le coscienze di milioni di cattolici che voi avete disgustato.
Lei ha tentato di riprovarci, anche con un'oscena campagna acquisti di senatori. Ha confidato nel fatto che nessun magistrato indagherebbe più su di lei perché rischierebbe il trasferimento immediato. Ormai, i giudici preferiscono impegnarsi sulle vallette che lavorano in RAI, su un artista che dipinge di rosso la fontana di Trevi o su un parlamentare dell'opposizione che critica il Capo dello Stato.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, andiamo ad elezioni. Così l'Italia risorgerà! Buona destra alla nostra patria! (Applausi dal Gruppo Misto-LD e del senatore Strano).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Angius. Ne ha facoltà.
ANGIUS (Misto-PS). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, noi non condividiamo in alcun modo le motivazioni politiche che hanno portato l'Udeur a compiere una scelta così drammatica, che può portare ad una crisi di Governo, ad una distruzione della maggioranza di centro-sinistra e, addirittura, ad un'anticipata interruzione della legislatura. Comprendiamo l'amarezza e il turbamento del ministro Mastella, ma le motivazioni politiche ci sembrano assai fragili.
Signor Presidente del Consiglio, lei ha detto che vi sono tre emergenze nel Paese, le ha elencate e ha orgogliosamente difeso l'operato del suo Governo. Signor Presidente del Consiglio, se ci sono tre emergenze (e certamente vi sono), noi pensiamo che esse vadano affrontate con un nuovo programma e con un nuovo Governo.
Lo faccia lei; a prescindere da un possibile esito del voto di stasera, che si preannuncia oltremodo incerto, prenda la decisione, quale che sia il suo esito, di salire al Quirinale e di operare quella svolta programmatica e di Governo, da lei stesso annunciata nel suo discorso.
Il Governo non cade, a nostro giudizio, perché ha fallito nella realizzazione del suo programma. Al contrario, lo ha avviato positivamente a realizzazione, in particolare con due leggi finanziarie importanti per il Paese, i cui benefici lavoratori, imprenditori, giovani o pensionati avranno modo di apprezzare negli anni a venire.
Si è fatto molto. Forse si poteva fare di più sulle politiche strutturali - poc'anzi era presente il ministro Padoa-Schioppa - in riferimento alla riforma del welfare, alle politiche dei redditi e a quelle della crescita.
Il problema però per il Governo non è stato questo. E se il Governo cade, non cade neanche per una opposizione così tanto forte da mettere in discussione il suo operato. Al contrario, l'opposizione è stata piuttosto divisa in tutti questi mesi, in questo anno e mezzo.
E non cade neanche, signor Presidente, per motivazioni di altro genere. Noi Socialisti, con i colleghi Montalbano e Barbieri, abbiamo sempre sostenuto lealmente il Governo. Non facciamo parte di quelle pattuglie di guastatori che hanno minato la realizzazione del suo programma a fasi alterne. Piuttosto - e concludo - signor Presidente del Consiglio, lei dovrebbe guardare bene a ciò che è accaduto in quel partito che a lei è stato tanto caro e che ha contribuito a fondare. Da quando è nato il cosiddetto Partito democratico, ha innanzitutto ignorato con il suo gruppo dirigente l'esito vero del risultato delle elezioni, che sono state un sostanziale pareggio - come ci ha ricordato il Capo dello Stato - e chi come me allora disse questo fu letteralmente linciato. Adesso la cosa viene assunta come sicura da tutti. (Applausi dei senatori Pionati e Amato).
In secondo luogo, la coalizione ha subito per troppo tempo - concludo, signor Presidente - le minacce, addirittura i ricatti di una sinistra massimalista che doveva, un giorno sì e purtroppo l'altro pure, tenere a bada i propri militanti radicali. Signor Presidente, soprattutto la nascita del Partito democratico ha ridotto in pezzi la maggioranza parlamentare che era stata eletta - come qui in Senato ben sappiamo - e ancora il colpo finale gli è stato inferto da un'inopinata dichiarazione del suo leader quando ha detto che il cosiddetto Partito democratico sarebbe andato al voto da solo, pretendendo così seggi senza avere i voti e cambiando una legge elettorale a vantaggio dei principali partiti delle due coalizioni.
Ora, rifletta, presidente Prodi: Orvieto è fatale peggio di Novara.
PRESIDENTE. Concluda, senatore Angius.
ANGIUS (Misto-PS). Faccio questo intervento - ho concluso veramente - con rabbia ed amarezza, perché il percorso iniziato nel 2006, signor Presidente del Consiglio, poteva e non doveva finire così. E se c'è ancora un solo piccolo margine, rifletta, presidente Prodi, su ciò che deve fare da qui a qualche minuto. (Applausi dal Gruppo Misto-PS e della senatrice Donati).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Cossiga. Ne ha facoltà per cinque minuti.
COSSIGA (Misto). Presidente, quando supero i cinque minuti mi tolga pure la parola. Le chiedo solo fin d'ora di poter allegare il testo integrale della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Presidente Cossiga, non voglio toglierle la parola, pertanto un minuto prima l'avvertirò.
COSSIGA (Misto). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio dei ministri, signori senatori, fin dal 1958 ho l'onore di occupare, per mandato del popolo o degli organi che di esso sono comunque espressione, seggi nell'uno o nell'altro dei rami del Parlamento nazionale o in altre istituzioni della Repubblica. Ricordo bene, quindi, le gravi crisi internazionali, al limite del conflitto nucleare, che si dispiegarono in quegli anni. Ricordo la prima grave crisi petrolifera e l'epocale sommovimento determinato dalla crisi dissolutrice dell'Unione Sovietica; la scomparsa del grande movimento comunista internazionale cui, o a torto o a ragione, masse di popolo avevano guardato come ad un orizzonte di libertà e di liberazione; infine, la crisi del Kosovo che determinò l'intervento militare italiano, degli Stati Uniti e degli altri Paesi della NATO in quella zona per motivi umanitari. Furono crisi gestite dai nostri Governi in modo responsabile e le superammo.
Si tratta, in questo delicato momento, abbandonando ogni posizione provincialista, localista e politicamente settaria o miope, di situare e affrontare le nostre questioni di politica interna anche in uno scenario internazionale. Esiste il grave rischio che riprendano, a livelli ancora più alti, le ostilità nel Libano e lo scontro tra Israele, gli Hezbollah e i palestinesi di Hamas. Qualche ora fa, il portavoce del Governo autonomo di Pristina ha annunziato che è questione di uno o due giorni la dichiarazione unilaterale d'indipendenza da parte del Kosovo, con quello che ciò comporterà per chi un po' conosce tali questioni (sono qui presenti il Ministro degli affari esteri e quello della difesa).
Il mio giudizio su questo Governo, lei lo sa, onorevole Presidente del Consiglio, non è del tutto positivo. Le dico con molta amicizia che avrei preferito che, ove lei riscontrasse di non avere la maggioranza in questo ramo del Parlamento, avesse sospeso la seduta e si fosse recato al Quirinale per consultazioni, dato che se questo Governo non otterrà la fiducia, si aprirà una crisi che io non riesco bene a capire dove porterà.
Per questi motivi, di fronte alla delicata situazione interna e internazionale, per senso di responsabilità, anche se con le molte incertezze e riserve che ho sempre manifestato lealmente, voterò la fiducia a questo Governo. Tuttavia, onorevole Presidente del Consiglio dei ministri, la prego di prendere un'iniziativa perché il nostro sistema politico e istituzionale, se lei supererà questa crisi, non soffra altre crisi di cardiopalma come quelle che stiamo vivendo qui perchè - mi creda - di cardiopalma si muore perché ad esso, presto o tardi, seguiranno l'ictus, l'emorragia cerebrale, l'infarto e il nostro Paese non ne ha bisogno. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo e RC-SE).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Mastella. Ne ha facoltà.
MASTELLA (Misto-Pop-Udeur). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli senatori, "Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i", piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare.
Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare".
Signor Presidente, questa poesia di Pablo Neruda denota il mio stato d'animo, certo, ma anche l'inconsistenza, come nelle ultime parole del senatore Angius, di una maggioranza che non c'è più, una maggioranza che non c'è. La crisi in cui si trova non riguarda questo Governo, è una crisi politica del Paese, rispetto alla quale credo sia opportuno non il senso della rassegnazione, signor Presidente del Consiglio, non l'aritmetica, l'entrare come corsari anche all'interno del mio partito, tentando di legittimare quel poco - e tanto - che da parte nostra si era consegnato alla sua persona e al suo programma.
Oggi, per quanto ci riguarda la crisi è politica, perché un partito della sua maggioranza non c'è più e non c'è più non soltanto perché non c'è, ma perché tale partito ha dato vita, in virtù del proprio apporto elettorale, sia alla sua vittoria alla Camera, che al Senato. Inoltre, sarebbe ben strano per un partito chiacchierato, un partito il cui segretario è capo di un'associazione a delinquere: mi domando come farebbe rispetto a tanti suoi autorevoli commentatori quotidiani della moralità.
Leggo oggi che un certo Paride Martella, consigliere del Ministro per le infrastrutture, è stato arrestato per una questione di infrastrutture. Credo che, avendo sentito la elle finale, gli intercettatori abbiano scambiato il nome. Questa è stata quindi la ragione per la quale probabilmente questo signore è stato arrestato, salvo poi recuperare una diversa dimensione!
Non ci sono, signor Presidente del Consiglio, le condizioni per agire altrimenti. Dico "no" con molta fermezza alla fiducia, dispiacendomene perché evidentemente tocca la sua persona. Non sono tra quelli che in questo momento rinnega l'amicizia ed il rapporto con lei. Ho avuto un'esperienza singolare, ma difficile, molto difficile.
Questa esperienza ora mai sul piano politico connota qualcosa di diverso: non si può più andare avanti così. Siamo consegnati in questo nostro Paese ad una stagione politica diversa, non idonea a questa maggioranza che non c'è nei fatti: né sul piano aritmetico né politico. Occorre un salto di qualità fortissimo, per andare al di là di questi aspetti. Non è possibile che, per quanto possa riguardare un Ministro della giustizia e l'incarcerazione della propria moglie, non succeda nulla. Ciò non significa richiedere un privilegio. È giusto che sia tutto così quando si sbaglia, quando si commette un errore. Ma non può, signor Presidente del Consiglio, far finta che non sia successo nulla, perché ciò accade quotidianamente nel nostro Paese. È un dato di funzionalità, di un sereno rapporto giustizia-politica da recuperare.
Voglio dire in questa sede che non attenterò mai, qualsiasi sarà la mia postazione ed il mio atteggiamento nei giorni che verranno (laddove avrò ancora la possibilità di fare politica), alla magistratura come tale. Non bisogna aver paura della magistratura: bisogna averne rispetto, ma esigerlo, anche rivendicando, come io faccio, il primato della politica. Proprio rivendicando il primato della politica si manifesta anche il rispetto dell'autonomia della magistratura. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e del senatore Barbato).
Sono queste le ragioni, signor Presidente del Consiglio, che fanno dire al mio partito "no" in maniera molto decisa. Tra l'amicizia e la verità, in questo momento raccolgo i frammenti di verità politica. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e del senatore Barbato).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare in dichiarazione di voto il senatore Formisano. Ne ha facoltà.
FORMISANO (Misto-IdV). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio dei ministri, signori Ministri, onorevoli colleghi, a nome dell'Italia dei Valori vi ringraziamo perché avete consentito a che i cittadini ascoltassero in diretta le motivazioni per le quali oggi discutiamo della fiducia. Vi ringraziamo perché avete deciso di parlamentarizzare un dibattito che altrimenti sarebbe avvenuto nel chiuso delle stanze. Vi ringraziamo perché date adempimento ad una dovere di trasparenza sia delle istituzioni verso i cittadini, in particolare tra la Presidenza del Consiglio e i cittadini, sia dei partiti verso i propri elettori.
Noi dell'Italia dei Valori siamo stati in questi venti mesi un partito scomodo, signor Presidente del Consiglio, ma un partito leale, che non ha mai esitato a dire con lealtà e nelle sedi proprie quale fosse il suo punto di vista, ma che lealmente ha sostenuto il Governo ogni qualvolta ve ne fosse stato bisogno.
I nostri suggerimenti, la nostra scomodità erano unicamente finalizzati al miglioramento, per quanto è stato possibile, dei provvedimenti che il Governo adottava. Si è visto ciò nei risultati che ha citato il Presidente del Consiglio dei ministri: abbiamo risanato i conti in un tempo inferiore a quello che avevamo previsto nel nostro programma. Siamo stati capaci di far pagare le tasse a quel pezzo d'Italia che non le pagava mai. Dovete ancora mettere a posto i conti per l'Italia e per gli italiani.
Questo è il motivo per il quale i senatori dell'Italia dei Valori le daranno la fiducia stasera. Lo faranno perché non sono abituati a tradire il patto stretto con i propri elettori e con gli elettori dell'Unione. Questo è uno dei valori sui quali il nostro partito è nato, su cui il nostro partito fa politica e pensa umilmente, nel suo piccolo, di poter dare dei suggerimenti a qualcun altro. Il dovere di lealtà, di non tradimento rispetto agli impegni che vengono assunti con gli elettori fa della politica una cosa nobile, una cosa bella a viversi, una cosa rispetto alla quale lei, signor Presidente del Consiglio, oggi ha scritto una bella pagina, consentendoci di ascoltarla in questa sede ed a tutti gli italiani di capire perché e per come certi processi vanno avanti.
Noi la ringraziamo, ed io le confermo, a nome dei senatori dell'Italia dei Valori, il voto e il sostegno alla fiducia richiesta. (Applausi dai Gruppi Misto-IdV, PD-Ulivo e RC-SE).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Cutrufo. Ne ha facoltà.
CUTRUFO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, è la prima volta nella storia della nostra Repubblica che ci troviamo dinanzi ad una tale situazione politica. A memoria di storico, infatti, non si ricorda un simile rifiuto, da parte della prima carica istituzionale del nostro Paese, di prendere atto dello stato dei fatti. Siamo giunti ad una palese balcanizzazione della maggioranza, di un Primo Ministro che si ritrova a dover riversare su tutti i senatori a vita la responsabilità presente e futura di un Governo che raccoglie solo il 18 per cento del favore dell'opinione pubblica del suo Paese.
Solo ieri eravamo nell'Aula della Camera per ricordare la nostra Carta costituzionale, simbolo dell'Italia unita e della nostra Repubblica, e renderle omaggio con una solenne cerimonia. Oggi invece siamo qui, di fronte ai soliti problemi, che ciclicamente da ormai quindici anni si ripetono per i Governi italiani.
Condivido il pensiero del Capo dello Stato sul valore essenziale dei princìpi costituzionali alla base delle nostre istituzioni, ma siamo tutti consapevoli che il secolo in cui viviamo richiede una liberazione dai retaggi e dalle necessità del passato, affinché si possa finalmente realizzare il sospirato obiettivo di uno Stato funzionale, snello, dai giusti costi, improntato all'agire e non solamente al discutere.
Signor Primo Ministro, non nascondo la mia stima verso la sua persona, tuttavia sono costretto a non poter dare analogo giudizio sull'operato del suo Governo, sin dall'inizio reso inaffidabile da una maggioranza eterogenea, che oggi qui ha finito essa stessa per abbandonarla. Tuttavia, non voglio utilizzare questo tempo in mere ed ulteriori critiche o attacchi scontati; sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. È ora di essere propositivi, di utilizzare queste Aule per mettere in tavola proposte costruttive e superare in modo definitivo e strutturale la grave impasse in cui si trova oggi il nostro Paese.
Sono qui oggi per proporre una soluzione concreta e già collaudata, che, nel bene e nel male, ha condotto l'Italia tra i Paesi più progrediti e civili del mondo. Io stesso mi sto facendo infatti promotore di una nuova linea riformatrice, che deve necessariamente passare attraverso il voto, con il quale gli italiani potranno darsi un nuovo Governo. Sarà un Governo fondato questa volta su una maggioranza stabile ed omogenea, che, come ha garantito lo stesso Berlusconi, terrà presenti le ragioni di tutti gli italiani, anche di quelli rappresentati da forze politiche alternative alla nostra.
A tal proposito, credo si dovrebbe partire dalla definitiva constatazione della cronica difficoltà del Parlamento nel mettere in campo una completa riforma strutturale della nostra Costituzione, soprattutto in quelle parti che dettano le linee essenziali dell'ordinamento dello Stato, della nostra forma di Governo e del rapporto tra i poteri dello stesso.
Noi della Democrazia Cristiana per le Autonomie proponiamo che la nuova maggioranza che uscirà dalle prossime necessarie elezioni promulghi, come suo primo atto, una legge che ponga in essere una procedura affinché il popolo italiano possa eleggere, con un sistema proporzionale puro, i componenti di una nuova, moderna, contemporanea Costituente. Niente più patti di Lorenzago o della crostata, ma solo un legittimo luogo di consulto e dibattito che rappresenti tutte le sensibilità culturali, politiche ed imprenditoriali del Paese, partendo dai Grillo e passando per i Montezemolo, per arrivare ai Panebianco ed ai De Rita, in una dialettica tra laici e cattolici, tra autonomisti e statalisti, uniti da uno sforzo comune ma temporalmente delimitato, per dotare il Paese di un nuovo ed attuale documento costituzionale.
Fondamentali dovranno quindi essere le scelte del nuovo Parlamento... (Brusìo).
PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Cutrufo, lei ha una voce potente, ma non è giusto che sia costretto ad alzarla. Prego i senatori in Aula di non riunirsi in capannelli in cui si discute liberamente.
CUTRUFO (DCA-PRI-MPA). La ringrazio, signor Presidente. Fondamentali dovranno essere quindi le scelte del nuovo Parlamento che avremo da qui a pochi mesi, affinché si possa finalmente traghettare in Europa una nuova e moderna Italia, la quale non rinnega le sue origini radicate nell'attuale vecchia Costituzione, ma che produce oramai da tempo frutti nel ritmo della nuova società contemporanea.
La DCA si farà promotrice di questa iniziativa nell'ambito della quale i senatori a vita non verranno più sfruttati come sostegno di Governi oramai morenti, ma al contrario potranno essere linfa vitale in questo processo di rinascita appena delineato che richiede nuove regole.
Auspichiamo una visuale di lungo raggio, in cui i valori e i sani princìpi del passato possano compenetrarsi in un'ottica futurista e lungimirante e in cui la forza di una moderna e preparata classe dirigente possa trovare terreno fertile per crescere e portare con sé l'intero Paese. Sarà necessario spaziare dalla ridefinizione dei rapporti tra i poteri dello Stato al sistema della giustizia, dalla diminuzione del numero dei parlamentari alla trasformazione di una delle due Camere, nonché dalla rideterminazione dei poteri del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica alla revisione della durata dei mandati delle cariche elettive. È una sfida ardua e molte sono le bandiere, gli interessi e le logiche grette da superare che hanno proliferato in decenni di buia storia della nostra Repubblica: di ciò siamo pienamente consapevoli e non ne sottovalutiamo la portata.
Tuttavia, siamo giunti oggi ad un punto di non ritorno: non è possibile procrastinare ulteriormente, come non possono le famiglie italiane continuare a sopportare passivamente il peso di uno Stato parassita, oppressore e inquisitore.
Per tali motivi, invitiamo il presidente Prodi a prendere atto definitivamente della conclusione della sua esperienza di Governo e il presidente Napolitano ad agevolare questo cammino di consapevolezza. Si consentirebbe così di riscattare a livello internazionale l'immagine di un Paese ripiegato su se stesso e sul proprio passato, privo attualmente di una classe dirigente capace di ipotizzare un futuro nell'interesse collettivo.
Mi rivolgo ora ai quarantenni e ai cinquantenni dirigenti di questo Paese e chiedo loro il riscatto da questa triste immagine, consapevole del necessario ausilio da parte dell'azione politica, che non si baserà solo su nuove elezioni, ma che dovrà essere in grado di porre in essere strategie e nuove regole di convivenza democratica, nel senso di una sempre maggiore semplificazione e di un federalismo necessario e solidale.
Se vogliamo fare in modo che alle parole seguano finalmente i fatti, è necessario prima di tutto che l'Italia si doti di una stabile maggioranza e di un Governo rappresentativo. Ma contemporaneamente invitiamo i migliori a partecipare alla nuova Costituente - come accadde nel lontano 1948 - per un nuovo, grande Paese europeo. Un nuovo spirito innovatore, un ritrovato entusiasmo per la cosa pubblica e per la sua gestione nell'interesse collettivo, una nuova unità - questo è possibile solo attraverso una convergenza tra società civile, culturale e politica - e un nuovo concetto di rappresentatività: ecco cosa vogliamo, cosa desideriamo e cosa ci prodigheremo a creare. Basta con il gioco dello scaricabarile, basta con il balletto delle responsabilità, basta con l'utilizzo dei media e della magistratura come arma di ricatto. Diciamo basta alle logiche distorte che ci hanno condotto sin qui.
Per questi e molti altri motivi, presidente Prodi, noi della Democrazia Cristiana per le autonomie-Partito Repubblicano Italiano-Movimento per l'Autonomia non possiamo accordare la fiducia a lei e all'operato del suo Governo. Ammiriamo la sua caparbietà e la volontà di una parlamentarizzazione della crisi; tuttavia, nel concreto e per il Paese, ha consentito solamente che si potesse mettere in scena una plateale morte del cigno: come il cigno, orgoglioso, sicuro dei propri mezzi e del proprio potere, ha provato strenuamente quanto inutilmente a dibattersi, ma le fauci della volpe che si nascondeva proprio tra le fila della sua maggioranza oggi hanno avuto la meglio.
Ponga quindi fine a questa agonia e lasci i cittadini italiani liberi di potersi finalmente vedere rappresentati. Lasci al popolo italiano il giudizio sul suo operato, su cui tanto confida, e poi cerchi di guardare insieme a noi, insieme a tutte le forze che esistono nel nostro Paese, più lontano. La preghiamo, presidente Prodi: più lontano. (Applausi dal Gruppo DCA-PRI-MPA).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Peterlini. Ne ha facoltà.
PETERLINI (Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, il Gruppo Per le Autonomie esprime apprezzamento per il richiamo del Capo dello Stato, che ieri ha esortato ogni forza politica a mettere da parte personalismi o scelte ideologiche affinché si possa trovare un consenso ampio in Parlamento per varare quelle riforme di cui il Paese ha palesemente bisogno.
Siamo pertanto chiamati ad evitare, in primis, elezioni anticipate perché queste, oltre a frenare il processo di riforme, rappresenterebbero una iattura per il Paese, in quanto si andrebbe a votare con la stessa legge elettorale, che inevitabilmente riproporrebbe la stessa instabilità che sta gravemente danneggiando il Paese.
Questo sistema elettorale viene ritenuto nocivo e dannoso persino da molti esperti internazionali, che guardano con grande preoccupazione all'attuale situazione in Italia. Ieri il quotidiano britannico «Financial Times» giustamente osservava che, in caso di elezioni anticipate, l'Italia, oltre a trovarsi senza un Governo nel pieno delle sue funzioni durante un periodo di gravi e preoccupanti turbolenze economiche andrebbe a votare con una legge elettorale la quale produrrebbe un altro caleidoscopio di litigiosi partiti politici. Servirebbe invece un'urgente riforma per dar vita a più coerenti schieramenti di Governo e di opposizione.
Auspichiamo quindi che il Governo abbia nuovamente la fiducia del Parlamento. Ma andiamo anche oltre: in caso contrario, riteniamo fondamentale che tutte le forze politiche, seguendo l'appello del Capo dello Stato, facciano un passo indietro nell'interesse generale del Paese e trovino una soluzione anche attraverso la nascita di un Governo di solidarietà nazionale, che porti a compimento la riforma elettorale, le modifiche strutturali e dei Regolamenti parlamentari, nonché il risanamento economico.
Soprattutto, in questa difficile fase economica e politica, il Paese, le imprese, le famiglie hanno bisogno di un periodo di tranquillità e di riforme. Non parlo di pochi mesi per varare frettolosamente una legge elettorale, ma è necessario un adeguato lasso di tempo, al fine di dare risposte alle famiglie che non arrivano a fine mese, difendere i salari in questa fase di recessione e trovare nuove strategie per rilanciare l'economia, dando spazio e fiato alle imprese, soprattutto a quelle piccole e medie.
Mi rivolgo a lei, signor Presidente del Consiglio, per esprimerle la nostra stima e il nostro apprezzamento per l'operato che in questi venti mesi lei ha svolto. Nonostante le grandi difficoltà che tutti noi conosciamo e la consapevolezza che, per realizzare riforme organiche, servono più di venti mesi, serve almeno una legislatura intera, le va dato atto di aver intrapreso un grosso sforzo di risanamento del Paese.
Circa 75 miliardi di euro è la spesa che ogni anno lo Stato, noi tutti insieme dobbiamo sostenere per pagare gli interessi sul debito pubblico, il quale ammonta a 1.600 miliardi di euro: vorrei ripetere e ricordare che è il più alto debito pubblico di tutti i Paesi europei, una palla di piombo al piede di un'economia che vuole crescere ma viene fermata da questo debito.
Il suo Governo, a tal riguardo, ha conseguito risultati importantissimi ed a confermare ciò sono i numeri certificati dall'Unione Europea e dalle più importanti agenzie di rating. Standard and Poor's ha infatti definito, recentemente, estremamente positivo il dato sul rapporto deficit/PIL italiano, sceso nei primi nove mesi del 2007 all'1,3 per cento. Le agenzie di rating sostengono che sia il risultato migliore dal 1999 e che si tratti di una performance impressionante.
Fortemente lodevoli sono inoltre gli sforzi compiuti da questo Esecutivo nella lotta contro l'evasione fiscale. La pressione fiscale va abbassata a favore delle famiglie e delle imprese, ma siamo consci del fatto che questo sarà possibile solo se abbassiamo il debito pubblico, abbassiamo con questo gli interessi e facciamo pagare tutti, per pagare tutti insieme di meno.
Abbiamo apprezzato, inoltre, le misure a sostegno delle fasce più deboli, dall'aumento delle pensioni minime al sostegno agli incapienti, nonché la promozione delle energie rinnovabili.
Queste misure per l'ecologia sono veramente un segnale forte di svolta che apprezziamo molto.
Le sfide che abbiamo davanti sono ancora tante: pensiamo alle famiglie, soprattutto a quelle numerose, e ai giovani, che vanno maggiormente incoraggiati a crearsi una famiglia e ad avere figli, visto che l'Italia si annovera tra i Paesi con la più bassa natalità, non solo in Europa, ma nel mondo e che con questo andranno in crisi, in pochi anni, sia tutto il sistema pensionistico, sia e perfino il sistema sociale, perché sempre meno giovani si troveranno a sostenere una spesa sociale in continuo aumento.
Il Gruppo Per le Autonomie ha più volte sottoposto all'attenzione del Governo e del Parlamento proposte per consentire alla donna di conciliare meglio il lavoro con i suoi impegni familiari.
Abbiamo salutato con favore che questo Esecutivo abbia ricercato il dialogo e il consenso delle popolazioni per la realizzazione delle grandi opere: penso soprattutto, tra gli altri, al progetto della nuova linea ferroviaria del Brennero. A tal riguardo, mi preme ringraziare il ministro per le infrastrutture Antonio Di Pietro per il suo impegno.
Il Gruppo Per le Autonomie, proprio in questo momento di crisi della politica, sottolinea la necessità di una riforma strutturale: dobbiamo dare al Paese un assetto e un modello con una più forte partecipazione delle Regioni e delle autonomie locali, per poter tenere passo con i più avanzati Paesi europei.
Il Gruppo Per le Autonomie ha poi particolarmente apprezzato l'intento di questo Governo di attuare il federalismo fiscale, altra esperienza che attende la sua realizzazione.
Ringraziamo particolarmente il presidente Romano Prodi per la sua attenzione alle minoranze linguistiche e alle autonomie speciali: queste rappresentano non solo una ricchezza culturale e linguistica, ma - posso dirlo con orgoglio - un modello di autonomia riconosciuto internazionalmente come esempio di pace e di convivenza. Penso che abbiamo potuto dare esempio di buon governo e di successo economico e sociale nelle nostre Regioni. Il nostro Gruppo, pertanto, auspica fortemente che tale modello di successo, basato sulla sussidiarietà, si possa allargare anche ad altre Regioni disposte ad assumersi gradualmente più responsabilità, per promuovere maggiore equità ed efficienza in tutto il Paese.
Ribadiamo la necessità di porre maggiore attenzione all'importanza dell'autogoverno del territorio per una politica più vicina alla gente. Occorre pertanto promuovere le autonomie locali e dare piena attuazione alla riforma del Titolo V della Costituzione perché nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni si declini la partecipazione democratica dei cittadini.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 18,49)
(Segue PETERLINI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, ribadisco che, in questa situazione così delicata, sarebbe da irresponsabili precipitare il Paese ad elezioni anticipate, perché significherebbe consegnarlo ad un'ulteriore instabilità. In questa fase turbolenta le famiglie e le imprese non possono essere lasciate sole.
Con l'auspicio che ogni forza politica si renda conto di ciò, assumendosi le responsabilità di eventuali scelte sbagliate, preannuncio che il Gruppo Per le Autonomie rinnova la fiducia a questo Governo e a lei, signor presidente del Consiglio Romano Prodi, nella speranza che si trovi la soluzione giusta per il bene del Paese. (Applausi dai Gruppi Aut e PD-Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Ripamonti. Ne ha facoltà.
RIPAMONTI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, ringraziamo lei, presidente Prodi, per la sua determinazione politica e costituzionale. È giusta la scelta di discutere in Parlamento la crisi della maggioranza e le prospettive del suo Governo: i cittadini devono sapere e devono vedere.
Sentiamo in modo crescente il disagio e la lontananza dei cittadini nei confronti delle istituzioni e della politica. Aumenta la distanza tra la politica, i suoi riti, le procedure, le convenzioni, le scelte e i problemi, le aspettative, le speranze del Paese.
La politica si chiude a riccio e diventa arrogante. Certi comportamenti aumentano il distacco: ad esempio, i festeggiamenti dell'onorevole Cuffaro per essere stato condannato "solo" per favoreggiamento nei confronti di personaggi poi condannati per mafia e la sua pervicace volontà di mantenere il suo ruolo, appoggiata dal presidente Berlusconi. È come la vicenda delle indagini nei confronti dell'Udeur: ha sbattuto in faccia a tutti una verità che tutti conoscono, ma che si vuole cancellare. Non è l'inchiesta in sé, sulla quale ci siamo già espressi e abbiamo già espresso solidarietà nei confronti dell'ex ministro Mastella, inchiesta che probabilmente non produrrà effetti giudiziari oltre a quelli, già molto gravi, che ha prodotto; il problema è generale: riguarda le mani della politica sulla sanità, sulle nomine nelle ASL, riguarda la fiducia dei cittadini nei confronti del medico che li sta curando. Ma non riguarda solo il Sud, non riguarda solo una parte del Paese, riguarda tutto il Paese, riguarda anche il Nord. Io vi potrei fornire i dati della Lombardia, di chi è stato nominato nelle ASL e a fianco potrei mettere il partito che li ha nominati. Succede in tutto il Paese. Tutto questo avviene perché produce e alimenta la filiera del premio agli amici, perché deve creare consenso, clientela, voti. (Commenti dal Gruppo AN. Richiami del Presidente). La risposta non è, non può essere: così fanno tutti. Occorre fermarsi, occorre cambiare con convinzione e rigore.
Questo Governo noi riteniamo che abbia operato bene. Ha messo a posto i conti pubblici. Si chiude nelle prossime settimane una procedura di infrazione che è iniziata con il precedente Governo a causa della dissennata gestione dei conti pubblici del ministro Tremonti. L'inflazione è più bassa rispetto all'Europa grazie alle iniziative, le cosiddette lenzuolate, del ministro Bersani. Si è assistito ad iniziative importanti a sostegno dell'economia, come la riduzione del cuneo fiscale e l'ultima finanziaria, che prevede sgravi e semplificazioni per le piccole aziende; il sostegno ai redditi più bassi, in particolare per i pensionati più poveri e gli incapienti; la lotta contro l'evasione fiscale (ne vediamo tutti i giorni gli effetti), contro il lavoro nero e per l'emersione del lavoro nero (in questi giorni giungono i primi dati, in particolare nel settore dell'edilizia). E poi, basta con i condoni edilizi, basta con gli scempi sul territorio e quanto alla riduzione dei costi della politica, abbiamo iniziato con iniziative efficaci. E poi, iniziative concrete per la riconversione del settore energetico per un'economia più sostenibile.
Ci siamo allora chiesti e chiediamo (credo che questo sia importante anche per il nostro confronto): perché continua questa disaffezione, questa distanza, questa mancanza di fiducia da parte del Paese? Guardate, io ritengo che la politica abbia leggi molto precise e ferree; se noi siamo in una maggioranza e abbiamo un programma presentato agli elettori, questo programma deve essere rispettato, non si può operare ogni giorno per modificarlo, perché poi gli elettori ci chiedono perché operiamo in questa direzione e si voltano dall'altra parte. Se si fa parte di una coalizione, non si possono considerare gli alleati, tutti gli alleati della coalizione, una zavorra della quale potersi disfare; se si fa parte del Governo, non si possono proporre strategie politiche che indeboliscono il Governo stesso.
Ci spiace dirlo, ma è esattamente quello che si è verificato nell'Unione, nella nostra coalizione, prima con la proposta di legge elettorale, che ha spaccato la coalizione, poi con le dichiarazioni di andare alle elezioni da soli con qualsiasi legge elettorale, rivendicando una vocazione maggioritaria autosufficiente, che ha indebolito il Governo, la coalizione e ci ha portati a questa situazione.
Il risultato è una coalizione spaccata e la crisi di Governo che stiamo discutendo in questi giorni. Non ci sembra davvero un grande obiettivo da rivendicare.
Signor presidente Prodi, lei avrà la nostra fiducia. Siamo sempre stati leali, trasparenti, solidali. Sappiamo però che non c'è più la coalizione che si è presentata alle elezioni. Questo, è evidente, cambia il quadro politico di riferimento e cambia il rapporto nei confronti dell'elettorato. Ma riteniamo che lei abbia dimostrato anche nelle ultime ore, durante questa discussione, di essere il leader di questa coalizione.
Vada avanti, Presidente, perché c'è molto lavoro da fare. C'è un accordo da firmare con le parti sociali per ridurre le tasse sul lavoro e garantire un po' più di soldi nelle tasche dei lavoratori. Bisogna sostenere l'economia di fronte all'ondata recessiva, anche di fronte alla crisi dei mutui. Occorre una nuova legge elettorale, che garantisca la governabilità ma anche la rappresentanza reale del pluralismo politico che c'è in questo Paese.
Non ci sono scorciatoie, bisogna far prevalere l'impegno ed il servizio nei confronti del Paese. Se lei, Presidente, avrà la fiducia, sappia che noi appoggeremo la sua volontà di rafforzare il Governo, di snellirlo, di aggiornare il suo programma.
Signor Presidente, i Verdi e i Comunisti italiani saranno con lei. Le auguriamo buon lavoro. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, SDSE e RC-SE).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Salvi. Ne ha facoltà.
*SALVI (SDSE). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, Sinistra democratica per il socialismo europeo apprezza e condivide la scelta del presidente Prodi, perché in Senato ognuno di noi assuma la sua responsabilità, dichiarando la propria posizione, sfilando sotto il banco della Presidenza per pronunciare il proprio voto.
Credevamo di avere il diritto ad una risposta sulla sua posizione anche da una personalità politica che come Ministro abbiamo sempre lealmente sostenuto, il senatore Mastella. Ma nemmeno oggi abbiamo avuto la risposta sul motivo dell'apertura di questa crisi. Le sue dimissioni erano doverose. Certamente - gliene va dato atto - non ha fatto come il presidente della Regione Sicilia, che ha festeggiato con scambio di cannoli la condanna a soli cinque anni, perché ha favorito soltanto un boss mafioso e non la mafia nel suo insieme (Applausi dai Gruppi SDSE e RC-SE. Commenti dal Gruppo UDC).
Se quello che è stato imputato al senatore Mastella e agli altri personaggi coinvolti è solo malcostume o è reato lo deciderà la magistratura nella sua autonomia, principio fondamentale della nostra Costituzione, così come lo sono la presunzione di innocenza e la responsabilità personale.
Una cosa è certa, questa crisi viene dalla destra dell'alleanza, da Mastella, Fisichella e Dini, non - come si è cercato di far credere per due anni al Paese - da una sinistra pretesa radicale, massimalista, ideologica, che invece ha sempre votato le scelte che sono state fatte, anche quando non era convinta. (Applausi dai Gruppi SDSE, RC-SE e IU-Verdi-Com e della senatrice Rame).
Un errore grave è stato dare vita a questo Partito democratico. Quando nei Democratici di sinistra si cominciò a discutere, noi opponemmo due obiezioni. La prima è che ritenevamo - e riteniamo ancora - che servisse all'Italia una forza socialista e di sinistra, e comunque noi vogliamo essere, siamo e restiamo socialisti e di sinistra; la seconda era che il rischio del PD sarebbe stato di dividere e non di aggregare, di destabilizzare. Ci raccontavano di timone, di motore, di baricentro riformista. Ecco i risultati.
Bisognava ragionare su tante cose, sul risultato elettorale non positivo, sullo stesso inizio non brillante, a cominciare dalla pletorica composizione del Governo. Non lo si è fatto. Si è andati avanti per quella strada. Ad un certo punto, improvvisamente, si sono fatte le primarie per il leader del PD, dopo che c'era stato ripetuto per anni che il leader del Governo deve essere anche il leader del maggior partito. Ma le primarie negli Stati Uniti d'America le fanno quando sta per finire la legislatura, non all'inizio! Era evidente che si sarebbe creato un dualismo di leadership.
Per non parlare delle iniziative destabilizzanti delle ultime settimane. Si proclama che la maggioranza è finita. Si dice, sabato scorso, quando stava per avere luogo questo dibattito in Parlamento, che il PD andrà solo alle elezioni, con qualunque legge elettorale. Il centro-destra che si stava dividendo, si sta ricompattando. Amici del PD, volete davvero regalare l'Italia a Berlusconi? Per questo avete fatto questo partito?
La legge elettorale è giusto cambiarla, se si può e se ci si riesce, ma amici del PD, ci volete dire qual è la vostra posizione sulla legge elettorale? Ai banchi del Governo ci sono Ministri che sono per il referendum e Ministri che sono per il sistema tedesco. Il segretario del PD, a sua volta, ci dice che partiti a vocazione maggioritaria, ma che non riescono ad avere i voti dei cittadini e diventare così maggioritari con il consenso popolare, avrebbero bisogno di una legge elettorale per cui chi vota per Berlusconi o per Veltroni vede il suo voto contare per due. E no! I voti dei cittadini italiani sono tutti uguali. (Applausi dai Gruppi SDSE e RC-SE e del senatore Barbieri).
Le daremo ancora la fiducia, presidente Prodi, non perché non sappiamo come andrà a finire stasera. Questa crisi è un danno per il Paese, soprattutto per i ceti più deboli... (Commenti ironici dai banchi dell'opposizione) ... perché era finalmente possibile cominciare, così era stato deciso, la redistribuzione sociale, con l'uso dei benefici dell'andamento positivo dei conti pubblici per venire incontro alle famiglie in difficoltà.
Noi diciamo che da una fine deve venire, non la dissoluzione, ma un nuovo inizio, un nuovo centro-sinistra, in questa legislatura, se possibile, o attraverso voto, ma con idee nuove, chiare; con chiarezza delle priorità dei problemi del Paese; con un Centro che faccia il centro e una sinistra che faccia la Sinistra; con un'alleanza tra Centro e Sinistra sulla base della chiarezza, a cominciare dalla questione sociale, il potere di acquisto delle famiglie, il precariato, i morti sul lavoro. Ci deve essere un'inversione di rotta rispetto ai guasti del Governo Berlusconi e occorre affrontare la questione morale, che non è solo sprechi e privilegi, ancora troppi, ma anche clientelismo e lottizzazione dei primari, che si fa in tutta Italia, ha ragione il collega Ripamonti. Perché non abbiamo fatto la legge in questi due anni? Impegniamoci per il futuro a cambiare profondamente questo sistema. Quando andiamo in ospedale o ci va un nostro anziano genitore o ci mandiamo i nostri figli dobbiamo avere la certezza che il primario sia stato scelto perché è il più bravo, non perché risponde a questo o quell'altro partito.
Si deve fare la legge sul conflitto di interessi. Un grande dirigente politico della sinistra, più di vent'anni fa, aveva già ha spiegato che la questione morale non è moralismo, è questione che riguarda la riforma della politica, è questione democratica. Parlo di Enrico Berlinguer, che aveva intuito questa connessione profonda tra questione morale e questione democratica. (Applausi dai Gruppi SDSE e RC-SE).
Domani è un altro giorno. Dovremo riflettere e ragionare insieme sul da farsi, anzitutto a sinistra. Ma una cosa è per noi certa, già da oggi: dobbiamo essere uniti.
La sinistra deve essere unita! (Applausi dai Gruppi SDSE, RC-SE e IU-Verdi-Com). Come ha detto Pietro Ingrao parlando agli "Stati generali" della sinistra. Uniti, e subito! (Applausi dai Gruppi SDSE, RC-SE e IU-Verdi-Com). Serve all'Italia una sinistra unita, forte e di governo. Ed io credo che sia giusto che anche i compagni socialisti partecipino a questo impegno.
Ho parlato di un'alleanza con il Partito democratico. Ma il Partito democratico la vuole? Ci volete dire una buona volta che cosa avete in mente di fare da grandi?
Noi faremo la nostra parte e ancora una volta, come tante altre volte nella storia italiana, dalla sinistra può venire un contributo decisivo alla salvezza del Paese.
È morto ieri il comandante "Bulow", Arrigo Boldrini, (Applausi della senatrice Valpiana) esponente prestigioso di una generazione di uomini della sinistra che ha salvato l'Italia, ha dato al Paese la Costituzione repubblicana, si è battuto sempre dalla parte giusta. Era la generazione di Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Umberto Terracini, dei grandi protagonisti della costruzione della democrazia italiana.
Quando siamo nati come Sinistra democratica per il socialismo europeo abbiamo detto: unire la sinistra per cambiare l'Italia. Potremmo dire, forse, oggi, per salvare l'Italia.
Noi abbiamo la consapevolezza della gravità della crisi italiana, dei rischi di declino che non sono solo economici e sociali ma sono anche ideali, culturali e di valori. Senza una grande, unitaria e plurale forza della sinistra, come altre volte nella storia italiana, da questa crisi non si esce. Decisivo è pertanto il nostro compito. Noi faremo fino in fondo la nostra parte. (Applausi dai Gruppi SDSE, RC-SE e IU-Verdi-Com. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Castelli. Ne ha facoltà.
CASTELLI (LNP). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, lei è andato alla Camera dei deputati e poi è venuto qui da noi per rivendicare la bontà e la legittimità della sua azione di Governo. Ma, ahimè, anche lei è incorso in quella legge inderogabile della storia che confonde i perdenti.
Avrebbe potuto dirci e dire al Paese molte cose a sostegno della sua opera. Abbiamo prima ascoltato il senatore Ripamonti fare un'apologia della sua azione di Governo, ma non si capisce poi perché otto italiani su dieci non la vogliono più. Transeat.
E invece la storia che punisce i perdenti l'ha costretta a dire frasi del tipo «Questo è un Governo che ha saputo mettere in piedi il Paese e gli ha permesso di riprendere il cammino facendolo uscire dalle emergenze». Parole che suonano grottesche perché proferite proprio nei giorni in cui la Campania sta affogando sotto una montagna di rifiuti, in un'emergenza senza fine, in cui non soltanto il suo Governo non ha fatto nulla ma di cui è anche responsabile, attese le azioni del suo Ministro dell'ambiente, che ha fatto di tutto per bloccare la costruzione degli inceneritori in Campania.
E ancora cito testualmente: «Questo è un Governo che ha riconquistato la fiducia in Europa», parole dette proprio nel giorno in cui un autorevole quotidiano come il «Financial Times» definiva il nostro Paese come il peggio governato di tutta Europa, proferite proprio nei giorni in cui l'immagine internazionale del Paese non era mai scesa così in basso di fronte all'inverecondo spettacolo che le televisioni di tutto il mondo stavano trasmettendo delle montagne di rifiuti e dei roghi napoletani.
Infine, ha avuto la temerarietà di affermare che lei è riuscito a far pagare le tasse agli evasori. In realtà, come sanno perfettamente tutti gli onesti cittadini italiani che hanno un lavoro dipendente e che si sono visti decurtare le tredicesime, lei non ha fatto altro che far pagare più tasse, molte più tasse a chi già le pagava. Ha avuto persino la sfrontatezza di dire che lei ha tagliato i costi della politica, dopo che ha messo in piedi il Governo più numeroso e dotato del maggior numero di auto blu che si sia mai visto nella storia della Repubblica. Potrei continuare a lungo, potrei elencare tutti i suoi insuccessi, dalla vicenda RAI al caso Speciale, ma ormai sarebbe come portare i vasi a Samo, signor Presidente del Consiglio, atteso che lei è riuscito a raggiungere sì un primato in questa Repubblica, quello dell'impopolarità di un Presidente del Consiglio.
Ascoltando le sue parole apologetiche, con le quali addirittura lei ha raggiunto vette oniriche affermando di avere abolito ingiustizie sociali e di avere riacquistato credibilità nei mercati internazionali, non ho potuto non farmi tornare alla mente il discorso di Mussolini al Teatro Lirico nel dicembre del 1944. Mi rendo conto che il paragone per alcuni versi è ardito, perché allora eravamo in presenza di un'enorme tragedia storica che ha travolto interi popoli e Nazioni in un lugubre orizzonte di fiamme e di fuoco. Oggi, per fortuna, non siamo a quel punto e tutto ciò ci indurrebbe a definire questa vicenda come la più classica delle commedie all'italiana se, sullo sfondo, non vi fossero milioni di cittadini in grave difficoltà e bisognosi soprattutto di una nuova speranza.
Colleghi, propongo a voi e ai telespettatori che ci stanno seguendo un gioco. Adesso reciterò delle frasi, alcune del presidente Prodi e altre di Benito Mussolini, per vedere, colleghi, se siete in grado di indovinare quelle di Benito e quelle di Romano. La prima frase recita: «Qualunque cosa accada, il seme è destinato a germogliare». La seconda frase è la seguente: «Il mio lavoro sta producendo ogni giorno frutti e sono certo che ne darà in futuro». La terza frase dice: «Ci aspettano progetti importanti, che responsabilmente abbiamo avviato senza pensare che decisioni solitarie ed episodiche potessero metterli in forse». La quarte frase è la seguente: «Già si notano i segni anticipatori della ripresa». Infine: «La nostra fede non poggia su motivi di carattere soggettivo e sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti».
Bene, credo sia difficile per tutti capire ma oggi qui non è tempo di giochi. Lei viene in quest'Aula per questa ultima sfida (e ciò deve essere chiaro ai cittadini) non nell'interesse del Paese, non affinché la crisi trovi la sua naturale fine in Parlamento, ma per consumare la sua estrema vendetta in uno scenario da notte dei lunghi coltelli, in un regolamento di conti tutto interno alla sua coalizione. Se anche vi fosse stato qualche dubbio al riguardo, le parole del collega Salvi lo ha eliminato del tutto.
Lei è impegnato in un estremo e illusorio tentativo di inviare agli italiani un messaggio, in qualche modo tragicamente nobile, cercando di far rivivere uno scenario da «Après moi le déluge». Lei, però, signor Presidente, non è mai stato, né mai sarà, De Gaulle. In realtà, lei sa benissimo che questa sua decisione di presentarsi al Senato mira ad avvelenare i pozzi cui dovranno abbeverarsi i suoi successori.
Lei, signor Presidente, non è venuto qui formulando nuove proposte programmatiche intorno alle quali aggregare Gruppi parlamentari aderenti ad un eventuale nuovo programma di Governo. Tale operazione, criticabile da un punto di vista democratico perché tale nuovo programma non sarebbe stato quello votato dai cittadini, era sicuramente corretta da un punto di vista della lettera costituzionale. Lei, invece, ha passato questi giorni, ma soprattutto queste notti, alla caccia del singolo voto, del singolo senatore, utilizzando tutte le armi più inconfessabili: lusinghe, promesse e anche minacce; e qualche risultato l'ha ottenuto, come abbiamo visto oggi in questa Aula.
Di sicuro, comunque, lei politicamente ha perso perché, se anche passerà queste Forche caudine, lo dovrà soltanto alla falange militarizzata dei senatori a vita che si ostinano a tentare di ribaltare il verdetto popolare ormai dilagante nel Paese, che è di avversione nei confronti di questo Governo e di questa maggioranza.
Qualsiasi cosa accada, oggi il vostro tempo è finito. Urgono nel Paese azioni radicali che vanno ben al di là di ciò che vogliono far credere i rappresentanti della casta, quella vera. I padroni dell'economia e della finanza e i loro gazzettieri vogliono far credere ai cittadini che basterebbe una riforma della legge elettorale per risolvere i problemi del Paese.
È una bugia, ribadisco. È una bugia. Il Paese soffre di gravissimi problemi strutturali che si chiamano assistenzialismo, statalismo, centralismo.
Vedete, colleghi, fino a pochi anni fa il Nord è riuscito a portare sulle proprie spalle tutto il Paese, ma oggi sotto il tallone dell'euro super valutato, della globalizzazione, delle pastoie che l'Europa tecnocratica ci impone, non ce la fa più. Non ce la fa più.
Può anche darsi, signor Presidente, che la sua affannosa e meschina ricerca di questo o quel voto la possa anche salvare. Ma lei, e anche voi cari colleghi della sinistra, siete ormai sulla zattera della Medusa. È ormai solo questione di tempo.
Signor Presidente, lei ha avuto il coraggio di chiedere i voti alla Lega in queste notti. Ebbene, credo di poter affermare che da oggi più che mai la Lega Nord pone la questione settentrionale al centro della propria azione politica. La Lega darà il proprio voto in questo Parlamento soltanto a chi affronterà in concreto la questione settentrionale, che altro non è se non la libertà del Nord. (Applausi dal Gruppo LNP).
Signor Presidente, in uno dei suoi più puri momenti di delirio affermò in campagna elettorale che sarebbe stato in grado di soddisfare - cito testualmente - il desiderio di felicità degli italiani. Signor Presidente, oggi lei ha l'occasione di fare felici tanti, tanti, tanti italiani. Vada a casa. (Applausi dai Gruppi LNP e FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore D'Onofrio. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, in discussione generale il collega Baccini ha già detto che l'UDC compatto voterà no alla fiducia che lei ha chiesto. Se sono vere le parole attribuite al presidente della Repubblica emerito Cossiga, secondo il quale si capisce da ciò che dice il senatore D'Onofrio come finisce la partita, poiché l'UDC per bocca mia dice che voterà no, vuol dire che la partita finisce male per voi.
In questo momento desidero fare una sola considerazione sul passato di questo Governo che va a casa e, prima va a casa, meglio è. Il Governo viene travolto dall'immagine che ha dato alla fine del suo mandato. I cumuli di spazzatura in Campania non sono soltanto un incidente di percorso. Sono la conclusione di una vicenda politica che vi riguarda. Capisco che non vi sono le sfiducie individuali a Pecoraro che non si è dimesso, che non vi è la sfiducia a Bassolino che non si è dimesso. Lei, Presidente del Consiglio, prenderà tutte le ecoballe della Campania su di sè e con esse andrà a casa questa sera, al termine del risultato elettorale del Senato. (Applausi dal Gruppo UDC).
Noi guardiamo con molta attenzione a che cosa sta capitando stasera al Senato e cominciamo a guardare con attenzione a cosa succederà da domani. Stasera, al Senato, lei è presente affermando di voler parlamentarizzare la crisi. Signor Presidente, non le consento questa bugia.
Ieri, l'onorevole Casini, parlando per l'UDC alla Camera dei deputati, ha detto ancora una volta che la nostra disponibilità a cercare un'intesa su una legge elettorale di modello tedesco senza trucchi era rimessa al fatto che questo Governo potesse dimettersi, prendendo atto che in qualche misura non vi erano più le ragioni politiche della continuità. Lei invece, e non per testardaggine, ha fatto questa sera un discorso livido, livido contro parti della sua maggioranza, livido contro quest'Aula.
In questo momento, quindi, mettendosi contro anche l'obiettivo politico strategico di modificare il sistema elettorale, che per noi diventava lo strumento per consentire una diversa vita politica del nostro Paese, si assume la responsabilità anche del fatto che non si raggiunge un obiettivo strategico al quale il Paese guardava. Mi chiedo con molta attenzione se lei stasera vince impedendo questo. Vince solo lei o anche le altre due anime del Partito democratico, che in qualche misura vengono travolte dalla sua testardaggine e dal suo livore nei confronti della maggioranza? (Applausi dal Gruppo UDC).
Sono le divisioni del Partito democratico che hanno portato a questo risultato drammatico del Parlamento della Repubblica in questo momento. Lieto - come possiamo constatare - è il popolo italiano di vedere che va a casa, ma drammatico è il fatto che siamo costretti a tornare a votare con la stessa legge elettorale che ella ha definito una tragedia, che altri esponenti del Partito democratico hanno definito una tragedia, che altri esponenti del Partito democratico avrebbero voluto cambiare, o vorrebbero cambiare.
Allora, ammesso che stasera sia possibile discutere di politica, come io ritengo opportuno, e non di alcune altre vicende - per così dire - di tipo personale che pure sono state presenti alla nostra attenzione in quest'Aula, in termini politici la domanda di fondo è questa: con la sua decisione apparentemente parlamentarista lei sta giocando una partita interna al Partito democratico contro qualcuno, come riferiscono molti giornali e come noi riteniamo? La sta giocando per conto suo? Sta immaginando come Sansone che anche tutti i filistei devono morire con lei? Sta immaginando che l'Italia deve essere liberata dal Partito democratico, di cui lei è Presidente? Vorremmo capire con molta attenzione se, da questo punto di vista, il resto del Partito democratico (Applausi dal Gruppo UDC), che a stragrande maggioranza la pensa come lei, vuol essere travolto politicamente da lei con la sua decisione di stasera.
Se è così, noi non abbiamo timore delle elezioni, né del referendum. Abbiamo cercato e cerchiamo una soluzione utile per il Paese, capace di cambiare il sistema politico complessivo per ottenere che non si scontrino più alleanze elettorali, cartelli elettorali, pur di vincere, ma che si formino alleanze politiche sulla base dell'omogeneità dei programmi.
Questo era l'obiettivo che il Paese desiderava. Contro di esso lei ha combattuto; contro di esso lei stasera è venuto in Senato, non per far finta di chiedere una fiducia, perché lei sa che non l'avrà, ma per fare in modo che non si possa dar vita a quest'obiettivo strategico e utile per il Paese.
Allora, poniamo una domanda dal punto di vista politico; ci chiediamo cioè se in questo momento, a cominciare da domani, tutto il Partito democratico viene travolto da Prodi o se tale partito è in grado in parte di accantonare Prodi, di cominciare una vita politica diversa, che non è la generica salvezza della legislatura, ma una questione politica che mira a risolvere un problema decisivo per il Paese. Se è così, la disponibilità dell'UDC ovviamente ci sarà; se così non è, perché Prodi, da questo punto di vista, vuol travolgere il Paese pur di salvare se stesso, è bene che egli sia travolto. Da questo punto di vista, infatti, non abbiamo nessun interesse, non solo a salvare Prodi, ma anche a salvare il Partito democratico dalla giusta conseguenza del fatto che, se Prodi li rappresenta tutti, il Partito democratico per intero viene travolto con Prodi stesso.
È evidente che quando lei, signor Presidente, ha detto che il Governo è eletto dal popolo non può esservi la parlamentarizzazione di una crisi politica nella quale il Governo è eletto dal popolo. Lei parla a nome dell'Unione come se fosse un partito e non una coalizione di partiti; lei ha insultato un partito della sua coalizione; lei insulta di fatto tutti i partiti della sua coalizione; lei parla a nome di un'alleanza elettorale, di un cartello elettorale, ritenendolo un partito: questa è la tematica di fondo sulla quale sarà giudicato per quanto è accaduto il 24 gennaio, che in questo momento rappresenta la conclusione della sua speranza di andare avanti purchessia e l'inizio della liberazione dell'Italia da questo drammatico ostacolo per il cammino, del quale l'Italia ha bisogno, per realizzare le proprie riforme.
Vada a casa signor Presidente; mi auguro che il Partito democratico non si faccia travolgere tutto, ma se così sarà, vada a casa anche il Partito democratico. (Applausi dai Gruppi UDC, FI e del senatore Collino).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Caprili. Ne ha facoltà.
*CAPRILI (RC-SE). Signor Presidente, veramente potrei richiamarmi agli interventi con cui i colleghi del mio Gruppo hanno motivato la fiducia che la sinistra cosiddetta radicale (e quest'espressione a me non è mai piaciuta, presidente Prodi) conferma nei confronti del suo Governo.
In questa occasione non devo rivolgere degli appelli alla sinistra, perché non è questa la sede, e neanche, se mi è permesso, una riflessione sul futuro di partiti che sono diversi dal mio. Noto, signor Presidente del Consiglio, solo di sfuggita che certo qualche suo amico poteva anche comportarsi diversamente e darle una mano più consistente nel portare avanti un Governo difficile come quello che lei ha presieduto in questi mesi.
Devo anche aggiungere che sono un po' preoccupato per come si è sviluppato il dibattito, perché delle due l'una: o le crisi di Governo si fanno a «Porta a Porta», oppure - lo dico al Presidente del Gruppo dell'UDC, che pure a differenza di me è un fine costituzionalista, mentre io non sono né fine, né costituzionalista - oppure si fanno in Parlamento.
Le crisi di Governo si sviluppano laddove il Governo ha ricevuto il mandato ed ha avuto la fiducia ad operare. Poi parlerò della poesia del senatore Mastella; ma quando un Governo ha ricevuto la fiducia ad operare da parte di una coalizione di partiti, uno dei quali si ritira, mi pare abbastanza normale che l'Esecutivo si rechi nuovamente in Parlamento per verificare se dispone ancora di quella fiducia.
E poiché, presidente Prodi, i numeri si stanno sviluppando nel corso di questo dibattito, prescindendo per un momento dagli stessi, vorrei dire che abbiamo molto apprezzato il fatto che lei abbia posto i temi che riguardano il Paese.
Presidenza del presidente MARINI (ore 19,28)
(Segue Caprili). Non si è trattato, come diceva l'onorevole Castelli, di una sfida tra lei ed il Partito democratico. Per essere chiari, non mi sono neanche iscritto al Partito dei Democratici di Sinistra, il PDS, figurarsi se ho qualche connessione sentimentale, come direbbe un grande comunista che si chiamava Antonio Gramsci, con il Partito democratico! È venuto a svolgere una funzione di normale dialettica parlamentare, in un Paese difficile.
Inoltre - sono passati un po' di mesi ed ormai ci si conosce ed io onestamente evito le risse - non ho apprezzato neanche che l'onorevole Prodi abbia detto che questa Assemblea è stata scrigno o arena.
E' vero - e prima ne abbiamo avuto un segnale evidente - che è stato un luogo anche di pugnace combattimento. Ma qui si sono fatte, caro Presidente del Consiglio, delle leggi: abbiamo lavorato attorno a molte leggi che il suo Governo ha mandato. Non abbiamo soltanto fatto risse. Dico questo perché il Paese che ci ascolta sappia che nella crisi della politica, di cui parlerò tra breve e nel tempo consentito, abbiamo cercato anche di anteporre quelle che abbiamo pensato fossero, ciascuno esprimendo la propria opinione, gli interessi generali del Paese.
Quindi, sono rimasto un po' perplesso - lo dico agli amici della Lega - dalla vicenda dei rifiuti in Campania che ha dato di noi un'immagine drammatica al mondo, ma sopratutto ha creato drammatici problemi ai cittadini campani, di quelli principalmente mi interesso. Ed io sono in profondo dissenso rispetto ai metodi usati.
Ma immaginate voi un cittadino inglese, francese o tedesco che magari, per puro caso, capti la televisione italiana o la sua stessa televisione nazionale riporti la dichiarazione dell'onorevole Bossi, umanamente simpatico, il quale ha sostenuto in Italia, non nel 1944, senatore Castelli, ma nell'anno di grazia 2008, che se non si va alle elezioni, si fa la rivoluzione e le armi si troveranno? (Commenti del senatore Divina). È un'immagine secondo voi dell'Italia all'estero che merita di essere sostenuta o doveva essere sancita anche in questo dibattito? (Applausi dai Gruppi RC-SE, PD-Ulivo, IU-Verdi-Com e SDSE). Forse mi sbaglio?
Si parla e si ascolta perché - l'onorevole Prodi non può saperlo questo - nel caso il problema qui dentro è lo scarso ascolto. (Ripetuti commenti del senatore Divina). Tanto, senatore di Divina, parlo lo stesso. Stia tranquillo!
PRESIDENTE. Senatore Divina, per favore, non interrompa!
CAPRILI (RC-SE). Per 18 mesi ho ricoperto la carica di Vice Presidente del Senato. Non ho mai pensato di cacciare nessuno. Non deve essere cacciato, secondo me, neanche il senatore Divina. Deve però stare zitto ed ascoltare, come avviene in un consesso democratico normale e tra gentiluomini. (Applausi dal Gruppo RC-SE).
Signor Presidente del Consiglio, ho molto apprezzato che ci abbia parlato di emergenze: di una ha parlato ieri il Presidente della Repubblica, quando ha detto che stiamo vivendo un momento di acuta crisi e di incertezza politica; momento che va però al più presto superato, avviando un realistico confronto nella ricerca del necessario e possibile consenso su talune essenziali e ben delimitate proposte di riforma dell'ordinamento costituzionale.
Ci sono problemi che riguardano la crisi della politica, che è anche capacità di dare soluzione ai problemi della gente. Certo che c'è questa crisi, tant'è - e il Presidente del Consiglio ed il Governo ne sono buoni testimoni - che abbiamo chiesto ripetutamente che si intensificasse un processo di redistribuzione del reddito, come veniva definito anche da altri colleghi, in un Paese come questo. Abbiamo posto uno dei problemi emergenti della società italiana. Quindi, abbiamo apprezzato tale tentativo e la presenza di questo elemento nelle dichiarazioni dell'onorevole Prodi.
Vogliamo anche aggiungere, colleghi e Presidente, che dobbiamo prendere atto di una crisi della politica. Sbaglierebbe chi pensasse che essa riguarda solamente questa o quella parte. È una crisi della politica e dobbiamo approfondire anche le ragioni del perché siamo arrivati a questa specifica crisi di Governo. Non voglio dire, usando un'espressione un po' «pane e salame» che mi viene in mente, che il ventre molle di questo Governo è stata l'ala centrista, perché a questo punto le ripicche sono di poco conto. Dobbiamo invece interrogarci sul perché un processo che poteva essere riformatore è stato bloccato.
Non lo vedo qui tra noi, ma vorrei invitare l'onorevole Mastella ad una maggiore sobrietà. Dire che non si è più d'accordo è sempre possibile. Dalle mie parti, immagino anche dalle vostre, si dice che ferme stanno solo le fontane (quando poi non ci sono i terremoti, altrimenti si muovono anche quelle). È anche giusto che si citino i poeti, sono capaci di dare il senso di un momento. Sono molto felice che il senatore Mastella abbia utilizzato un famoso poeta comunista (si può usare l'aggettivo?) che si chiamava Pablo Neruda (non ha detto che era comunista, lo dico io pour cause). Si può dire che non si è più d'accordo. Da quando? Da tre giorni fa, ma non si è più d'accordo. Per carità, è ammissibile. Ora però al Senato della Repubblica si chiede maggiore sobrietà: invece che citare un poeta poteva benissimo dire che non era d'accordo perché le iniziative sulla giustizia erano sbagliate (poi avrebbe però dovuto spiegare all'Italia che tali iniziative le aveva assunte lui come Ministro della giustizia). (Applausi dai Gruppi RC-SE, SDSE e del senatore Brutti Massimo). Oppure dovrebbe spiegare come mai è stato attaccato - non so usare altra espressione - il senatore Cusumano, il quale eletto, udite udite, nel centro-sinistra, dice che voterà la fiducia. Ma, scusate, veramente siamo alla commedia degli equivoci?
In conclusione, signor Presidente, vorrei anche dire un'ultima cosa a quello che posso definire un mio collega ed amico, il senatore Baccini, il quale ha citato De Gasperi. Ci sono certe citazioni che vanno sempre bene, come quella di De Gasperi, forse un po' sincopata: "la politica è realizzazione". Io sono stato per molti anni in un partito - poi me lo hanno cancellato - dove le citazioni si usavano: con Lenin si copriva tutto, o quasi.
BUCCICO (AN). Era triste, però.
CAPRILI (RC-SE). Sì, era triste, però anche negli altri partiti c'erano tristezze, magari diverse ma non so se meno pesanti. Un momento di tristezza, senatore Buccico, è ammesso.
Forse - e termino - quando il collega Baccini parlava di Governo istituzionale pensava invece - o se non ci pensava glielo consiglio - ad un'altra citazione di De Gasperi, il quale, proprio nel 1947, ha affermato: «Nella concezione fondamentale sono pienamente d'accordo con l'onorevole Nenni.» - ovviamente io e Baccini non siamo, né Nenni, né De Gasperi, perché francamente la sobrietà e la modestia vanno da sé - «Questo è un Governo» - dice De Gasperi - «di emergenza che ha per compito di provvedere alla soluzione dei problemi economici più urgenti...».
PRESIDENTE. Collega Caprili, lei ha consumato tutto il tempo aggiuntivo che le potevo concedere. (Commenti dai banchi della maggioranza). State buoni, figuratevi se non voglio far parlare il collega Caprili. La prego, però, di concludere.
CAPRILI (RC-SE). «...di consolidare il regime repubblicano e di preparare il terreno per le riforme più importanti». Per il resto, fare le elezioni il più presto possibile e rendere arbitro il Paese della direttiva politica e economica dell'indomani dipende dalla buona volontà di tutti, caro senatore Baccini, perché l'impostazione per la battaglia di domani non ci rende impossibile la collaborazione efficace per risolvere il grande compito di oggi. (Applausi dai Gruppi RC-SE, PD-Ulivo, IU-Verdi-Com, SDSE, Aut e Misto-PS. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Matteoli. Ne ha facoltà.
MATTEOLI (AN). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, in questo momento delicato e forse drammatico per il Paese potremmo, presidente Prodi, infierire sui suoi comportamenti non sempre trasparenti che stanno caratterizzando la convulsa crisi del suo Governo: mi riferisco alle voci più o meno accreditate, ma purtroppo credibili, sulla campagna acquisti in corso per convincere qualche senatore dissidente. Ma non vogliamo farlo per evitare di aggiungere veleni che non servono al Paese.
Desidero fare solamente alcune osservazioni esclusivamente politiche. Lei, signor Presidente, sta commettendo un errore di valutazione, con ogni probabilità finalizzato a risolvere dal suo punto di vista beghe - uso ovviamente un eufemismo - all'interno del nuovo Partito democratico. Quanto è accaduto non è un incidente di percorso. La sua ex maggioranza si è sfaldata per incapacità di fronteggiare i problemi dell'Italia e di dare risposte alla gente che le si è rivoltata contro.
Dopo le dissociazioni politiche chiare, espresse da alcuni senatori in Aula anche durante la finanziaria, è arrivato il vero fatto nuovo: l'uscita dalla maggioranza di un partito, non solo per i suoi numeri al Senato, ma per farle vincere le elezioni e acquisire il premio di maggioranza alla Camera: l'Udeur ha ottenuto nell'ultima consultazione elettorale 533.000 voti che l'hanno fatta vincere sia alla Camera che al Senato.
È cambiato il quadro politico: non è più un problema di uno, due o tre senatori. Inoltre, chi parla non ha mai partecipato alla polemica sui diritti dei senatori nominati o eletti. Desidero però ricordarle, presidente Prodi, che il Capo dello Stato, dopo il voto negativo sulla politica estera nel febbraio 2007, la rinviò alle Camere avvertendo in modo chiaro che quando il Governo chiede la fiducia deve avere il voto della maggioranza politica che è diversa da quella costituzionale.
La sua ostinazione ha fatto sì che lei si collochi contro il Paese, contro i numeri, contro una parte della sua maggioranza e persino contro le valutazioni del Capo dello Stato: c'è un accenno anche nei suoi interventi, sia in quello ad inizio di seduta, sia nella replica. Ci piacciono i combattenti, ci sono simpatici, ma ci piacciono meno coloro che per salvare se stessi rischiano di portare tutto il suo battaglione alla disfatta. Il battaglione in questo caso è il Paese. (Applausi dal Gruppo AN).
Poi c'è un'altra considerazione che reputo ancora più importante: ma può davvero ritenere lei che se, malauguratamente, per un voto riuscisse a scamparla potrebbe seriamente e soprattutto efficacemente continuare a governare? Ha sentito gli interventi dei colleghi Angius e Salvi? Le hanno rinnovato la fiducia, ma con critiche pesantissime, a volte superiori anche a quelle contenute in alcuni interventi dei colleghi della coalizione di centro‑destra. Lei pensa che potrebbe farlo in una situazione politica e parlamentare ancora più debole? È del tutto evidente che il suo progetto è sbagliato, irrazionale e dannoso per i cittadini.
Inoltre, nel suo intervento di oggi ha fatto intendere di essere e sentirsi insostituibile e di esserlo, evidentemente, nei confronti della sua ex maggioranza. Lei tenta di sopravvivere anche alla sua ex maggioranza.
E voglio seguire il suo ragionamento; lei ha detto di voler restare in carica per tre motivi. Il primo: per fare le riforme. Ma le pare possibile dirlo, dopo venti mesi di disastri perpetrati proprio sul fronte delle riforme, visto che ha abolito anche quelle che erano state fatte nelle precedenti legislature, ivi compresa quella costituzionale, che ora voi riproponete nella sua sostanza? Chi può credere che deve restare in campo ancora per fare le riforme?
Il secondo punto per il quale lei chiede ancora la fiducia: per governare la politica estera alla luce dei fatti di Gaza. Questo passaggio del suo intervento è semplicemente inquietante; ho troppo rispetto per il suo ruolo ma, mi creda, sfiora il ridicolo. È possibile che non si renda conto di aver fatto perdere credibilità al Paese? E non si preoccupa dell'immagine che, per colpa del suo Governo, ha oggi l'Italia nel mondo? Il Santo Padre che non può andare in un'università, la Campania, la sicurezza: l'Italia ha oggi un'immagine deleteria, grazie al suo Governo. Il terzo motivo per cui ha chiesto la fiducia è la grave situazione economica che attraversa il Paese. Non è un uomo fortunato lei, presidente Prodi, perché nello stesso momento in cui parlava è uscita un'agenzia di stampa secondo cui il commissario europeo Almunia dà un giudizio certamente non incoraggiante sui conti italiani.
Ma non si è reso conto che non c'è una categoria produttiva che approvi le scelte del suo Governo in economia? Ma non si è accorto che, nonostante la forte presenza della sinistra nel suo Governo, il mondo del lavoro dipendente è disperato e che il numero degli scioperi è in forte aumento? No, grazie, presidente Prodi, su questi tre punti ha già dato, non se ne occupi più. Lasci che se ne occupino altri, perché ha già fatto troppi danni al Paese. (Applausi dai Gruppi AN e FI).
Già, dimenticavo che una volta lei è apparso in televisione dicendo: Tutti gli italiani sono scontenti? Bene, bene, bene! Non la seguiamo su questo sentiero. Si governa per risolvere i problemi dei cittadini e non per divertirsi alle loro spalle. Bene, bene, bene? Quando si disapprova tutto di un Governo ciò è poco simpatico e il popolo italiano certamente non lo può apprezzare. Crediamo invece che l'Italia abbia bisogno, mai come ora, di un Governo forte, scelto dai cittadini, che assuma decisioni anche difficili, per tentare di salvarla dal declino in cui le sue scelte e la sua negativa pervicacia rischiano di cacciarla.
Eviti al Paese di subire altri ritardi che sono indecorosi per la sua immagine all'estero e che, creda, non serviranno a nessuno, nemmeno a lei che in questi mesi ha dato l'impressione di muoversi basandosi solo sulla perversa filosofia del "dopo di me, il diluvio". Non è mai così, presidente Prodi; dopo di lei non c'è il diluvio, ma c'è un Paese che ha voglia di riprendere il cammino. E se applicasse questa filosofia anche solo nei confronti di un nostro avversario, quale è l'onorevole Veltroni, non sarebbe meno grave, perché comunque danneggerebbe il Paese.
Esca di scena, eviti di essere ricordato come uno dei tanti politici che di fronte alla salvaguardia della poltrona è disposto a tutto. Ha già dato, purtroppo sbagliando. C'è bisogno di rinnovare, c'è bisogno di un Governo che sia apprezzato almeno dalla maggioranza dei cittadini. Lei aveva ottenuto una maggioranza risicata: in questi quasi due anni di Governo ha consumato la sua maggioranza e il Paese non vuole più il presidente Prodi.
Non è tanto un problema di numeri e un voto in più o in meno non cambia il quadro politico. È il Governo Prodi che gli italiani non vogliono più. Lasci da parte, si torni a votare e i cittadini, gli elettori, avranno la possibilità di scegliere e di dare al Paese un Governo forte, che riacquisti e riconquisti quell'immagine che l'Italia, grazie a lei e al suo Governo, ha perso in questi 18 mesi di Governo Prodi. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC e DCA-PRI-MPA. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare per dichiarazione di voto il senatore Schifani. Ne ha facoltà.
SCHIFANI (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, «fine corsa», «ancora negli ultimi metri da percorrere»: è proprio così che quasi tutti gli italiani, di ogni parte politica, considerano questo momento, pronti e desiderosi di tirare un profondo sospiro di sollievo. Però non siamo esultanti, perché ci aspetta una faticosa opera di ricostruzione. (Commenti dai banchi della maggioranza). Ci aspetta la ricostruzione dell'economia italiana, della nostra credibilità internazionale e del rapporto fiduciario tra i cittadini e le istituzioni (Applausi dal Gruppo FI).
Questo scenario, così colmo di responsabilità, è contenuto nel voto di fiducia di questa sera e ciascuno di noi, di fronte al passante incontrato per strada, ai familiari quando domani tornerà a casa, agli amici, ma soprattutto di fronte alla propria coscienza, dovrà potersi mostrare a testa alta e dovrà poter dire: «Ho restituito fiducia all'Italia», proprio quella fiducia su cui stiamo votando.
Da questo voto dipenderà non soltanto la riconferma o meno della fiducia al presidente Prodi, ma dipenderà anche la fiducia nel nostro operato da parte di tutti coloro che, fuori di qui, attendono questo risultato. Non potremo farci velo con la quantità, non potremo più dire che il Senato ha votato a favore o contro, non potremo sottrarci alla responsabilità individuale: questa sera, quindi, è in ballo la nostra personale affidabilità e dobbiamo dimostrare di meritarla.
Sbaglia chi ritiene che sia in gioco la prevalenza di una parte politica o di un'altra. Non c'entra più l'essere maggioranza o opposizione, c'entra l'Italia, che non è un'espressione geografica o geopolitica, ma umana: l'Italia con i suoi bisogni e le sue aspettative, l'Italia di oggi, con le sue gravissime difficoltà. (Applausi dal Gruppo FI).
Comprendiamo il presidente Prodi, ne conosciamo la storia e le caratteristiche, sappiamo ciò in cui è abile e ciò in cui non lo è, e nessuno può nascondere che ha voluto violentare la politica, mettendo insieme tutto e il suo contrario, predisponendo un programma di Governo di 300 pagine, proprio per consentire a ciascuno dei suoi alleati un'interpretazione a proprio uso e consumo. I risultati sono quelli che sappiamo, sono quelli che hanno fatto autorevolmente definire il Governo Prodi: il peggior Governo d'Europa. (Applausi dal Gruppo FI).
Non a caso, ancora oggi, il commissario europeo Almunia addebita all'Italia una persistente debolezza dei conti, che ne impedisce sia la crescita che la capacità di resistenza alla crisi internazionale.
Quello di peggior Governo d'Europa è un titolo - chiamiamolo così - indimenticabile e da non dimenticare: è un titolo tutto suo, tutto di Prodi e dei suoi Ministri, con in testa il ministro Padoa-Schioppa, cioè quel Ministro che ha usato le istituzioni per un esercizio arbitrario delle ragioni politiche del Governo e calpestato lo Stato di diritto, venendo meno, sconfessato dai magistrati. (Applausi dal Gruppo FI).
Lasciamoglielo il titolo di peggior Governo d'Europa, anzi, lasciateglielo: lasciate che questo disastro gravi soltanto sulla storia personale di coloro che, come Prodi, hanno fallito nel loro compito. L'Eurispes, infatti, ha certificato che soltanto un italiano su quattro continua a fidarsi di Prodi e del suo Governo e che cioè tre italiani su quattro lo hanno già sfiduciato.
Sarebbe facile, vedete, tornare ad elencare le ragioni della sfiducia, ma sarebbe come descrivere lo scenario di un terremoto a chi lo ha vissuto e ne ha ancora addosso le macerie. Gli italiani sanno bene tra quali rovine vivono e chi le ha provocate.
Dobbiamo quindi garantire la ricostruzione e proprio la necessità di ricostruire ci impone di ricondurre la politica ai suoi doveri, di operare per ricostruire il rapporto di fiducia tra i cittadini e i loro rappresentanti. Forse proprio questa è tra le colpe principali del professor Prodi, tra le maggiori del suo operato, cioè l'avere spezzato il già complesso rapporto tra rappresentati e rappresentanti, tra i cittadini e la politica.
Oggi qui potrà iniziare il risanamento e sarebbe colpevolmente folle chi, compiendo volgari piroette, riposizionasse il proprio voto per averlo ceduto per interesse estraneo alla politica. Oggi il voto di quest'Aula dovrà isolare e vanificare anche questo tipo di misfatto, dovrà farlo ricadere sugli irresponsabili. (Applausi dal Gruppo FI).
Siamo contro l'Italia dei due pesi e delle due misure, quell'Italia per cui, quando il presidente Berlusconi, preso atto del malessere di alcuni parlamentari, li incontra per valutare un percorso comune, viene indagato per concussione politica; quando invece un senatore, alla vigilia di un voto importante come quello di oggi, si vede assumere il proprio segretario, non accade nulla. Noi siamo contro quest'Italia. (Applausi dal Gruppo FI).
Noi siamo indignati, ma convinti della necessità di rinnovare questa sfiducia nel sistema del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo FI). Dinanzi agli italiani che aspettano, abbiamo l'obbligo di restituire ciò che appartiene loro e che è stato loro tolto. Abbiamo il dovere di ridare al Paese quella crescita che è nelle sue potenzialità, e quelle riforme che sono nelle sue aspettative. Abbiamo il dovere di dare a ciascuno degli italiani la certezza che il proprio futuro non sarà più verso il peggio, verso un peggio senza fondo come in questi venti mesi ha amaramente toccato con mano.
Sotto queste nostre considerazioni credo che si potrebbe apporre la firma di ogni italiano e di qualunque fede politica. Oggi, come poche altre volte, le ragioni del voto non nascono dall'appartenenza partitica. Nascono dal diritto alla legittima difesa di noi cittadini, ai quali è data la risorsa in più di poter rimediare direttamente, risorsa che non è un privilegio, ma è un dovere. Ecco, ai cittadini senatori è affidata questa grande responsabilità, a ciascuno di noi, con il nostro nome e cognome.
Grazie a questo voto gli italiani, rimasti senza parole dinanzi alle scelte vessatorie e inique del presidente Prodi e del suo Esecutivo, potranno vedersi restituire la parola e tornare a votare, potranno riprendere a costruire il loro Paese: quell'Italia dal fisco equo, dalla giustizia giusta, dal rispetto della privacy, dalle libertà reali e non soltanto ipocritamente sbandierate. (Applausi dal Gruppo FI). Noi, signor Presidente e onorevoli colleghi, insieme con i nostri alleati siamo pronti. Grazie a questo voto domani l'Italia torna a rinascere. (Applausi dal Gruppo FI. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare per dichiarazione di voto la senatrice Finocchiaro. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD-Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, il profilo che dovrebbe impressionarci di più è che questa crisi non si è aperta per conto e nel nome del popolo italiano: non dei suoi bisogni, delle sue aspettative, delle sue critiche, delle sue proteste. Non in ragione del molto ancora da fare, seppure, con tanto impegno, così importanti e seri risultati abbia raggiunto il Governo. Non in ragione delle troppe famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese e che dall'impegno del Governo hanno ottenuto e confidavano ancora di ottenere sollievo e dignità. Non in nome del Mezzogiorno, né dei ragazzi e delle ragazze italiane cui restituire ancora pienamente lavoro stabile, opportunità, futuro, nonostante il lavoro di questo ancora breve scorcio di legislatura.
Non c'è crisi per uno sciopero generale, né per conflitti sociali. E neanche perché qui, nel luogo della rappresentanza, in questo Senato dai numeri così risicati, il Governo e la maggioranza uscita dalle urne siano mai stati battuti su un proprio provvedimento, neppure il più impegnativo, come la legge finanziaria. E non è solo una crisi extraparlamentare. Una crisi che nasce da una vicenda che non abbiamo esitato a definire seria e grave, che ipoteca il futuro del Paese e che non ha guardato al futuro del Paese, che non ha avuto cura del futuro del Paese. (Applausi dal Gruppo PD-Ulivo).
Il senatore Mastella ha lamentato una scarsa solidarietà personale e politica. Ci spiace e riteniamo ingiusta ed ingenerosa questa ricostruzione. Abbiamo, più volte in quest'Aula, fuori da quest'Aula, compiuto gesti che smentiscono quell'affermazione. Possiamo ancora giustificarla con lo smarrimento e la difficoltà profonda che la vicenda ha indotto e scaricato sul senatore Mastella, sulla presidente Lonardo, sulla loro famiglia.
Ma mi lasci dire, senatore Mastella, che il difetto di solidarietà nei suoi confronti non può giustificare la mancanza di solidarietà nazionale che lei ha dimostrato uscendo, per fatto politico personale, dalla maggioranza di Governo (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE e Aut), consegnando il Paese alla crisi, ad un futuro che può essere incerto e che presenta le sfide e i rischi seri di cui ha parlato il presidente Prodi.
Abbiamo ascoltato in quest'Aula anche la dissociazione del senatore Scalera e del presidente Dini: obiezioni politiche sulla politica economica, formalizzate, più volte espresse, ma niente di personale. E niente giustifica l'aggressione al senatore Cusumano: il senatore Cusumano è rimasto lì, nella stessa coalizione con la quale era stato eletto. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e dai banchi del Governo). E qui, senatore Barbato, non siamo alla rottura delle relazioni politiche, siamo alla rottura delle regole minime della convivenza civile. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com, Aut, Misto-IdV e dai banchi del Governo).
Noi abbiamo fiducia piena in questo Governo. Chiunque sa quanto il mio Gruppo abbia lavorato e sofferto in questi mesi. Non voglio in alcun modo sminuire il contributo prezioso degli altri Gruppi dell'Unione, ma da Presidente del Gruppo del Partito democratico voglio dire una cosa che non ho mai detto per mio conto, ma che devo ai miei senatori e alle mie senatrici: presidente Prodi, lei sa che da questo Gruppo non le è mai venuto né inciampo né rischio, solo lealtà, lavoro, sacrificio, in condizioni numeriche molto difficili e in condizioni politiche spesso difficili. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo e Aut). Lei lo sa, e tante volte ce lo ha riconosciuto. Lei sa che da noi ha sempre avuto fiducia e di noi sempre potrà fidarsi, come può fidarsi l'Italia.
Oggi siamo determinati e uniti nel sostenere la sua iniziativa di verificare qui l'esistenza di una maggioranza, sapendo due cose. La prima, che questa crisi è figlia anch'essa di un sistema istituzionale ed elettorale che non sa garantire stabilità ed efficacia ai Governi; la seconda, che questo interessa tutti, perché interessa l'Italia, al punto che, in questi stessi difficili mesi, in cui ogni voto sembrava un referendum pro o contro, anche i voti sul calendario, l'intelligenza politica dell'opposizione e della maggioranza aveva aperto un ragionamento comune su riforme costituzionali, elettorali, regolamentari.
Ho molto apprezzato, in questi giorni e ancora oggi, l'insistere su questo punto di autorevoli esponenti dell'UDC, perché, al di là delle dichiarazioni ufficiali, nonostante le difficoltà, le differenze, le polemiche, sapevamo tutti che stavamo aggredendo il male della democrazia, ci stavamo misurando con responsabilità alte di classi dirigenti politiche che vogliono mostrarsi all'altezza del compito. Non lasciamo che questo muoia, non tagliamo questo filo.
Le elezioni anticipate, con questa legge elettorale, sarebbero un evento che ci riconsegnerebbe intatta la stessa instabilità, la stessa crisi della decisione politica, mentre geometricamente aumenterebbe il ritardo grave con cui l'Italia si presenta alla competizione internazionale.
Nessuno di noi uscirebbe più forte da questo esito. Certamente non la politica, certamente non l'Italia. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, IU-Verdi-Com, Aut, delle senatrici Brisca Menapace e Rame e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. Procediamo dunque alla votazione nominale con appello della proposta di risoluzione n. 1, presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori, sulla cui approvazione il Governo ha posto la questione di fiducia.
Votazione nominale con appello
PRESIDENTE. Indìco, ai sensi dell'articolo 94, secondo comma, della Costituzione e ai sensi dell'articolo 161, primo comma, del Regolamento, la votazione nominale con appello sulla proposta di risoluzione n. 1, presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori, sulla cui approvazione il Governo ha posto la questione di fiducia.
I senatori favorevoli risponderanno sì; i senatori contrari risponderanno no; i senatori che intendono astenersi risponderanno di conseguenza.
Ricordo che ciascun senatore chiamato dal senatore segretario dovrà esprimere il proprio voto passando innanzi al banco della Presidenza.
CASTELLI (LNP). Il senatore Possa!
PRESIDENTE. Ma non c'è bisogno che mi si ricordi che il senatore Possa deve votare per primo, lo so bene!
Hanno chiesto ed ho concesso di far votare per primi i senatori Possa, Thaler Ausserhofer, Buttiglione, Firrarello e Matteoli.
Invito il senatore segretario a registrarne il voto.
(I predetti senatori rispondono all'appello. Nel corso della votazione applausi dai banchi dell'opposizione all'indirizzo del senatore Possa dopo che ha espresso il proprio voto).
Estraggo ora a sorte il nome del senatore dal quale avrà inizio l'appello nominale.
(È estratto a sorte il nome del senatore Battaglia Giovanni).
Invito il senatore segretario a procedere all'appello, iniziando dal senatore Battaglia Giovanni.
MALAN,segretario, fa l'appello.
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la votazione. (Vivi, prolungati applausi dai banchi del centro-destra. Richiami del Presidente).
Rispondono sì i senatori:
Adduce, Adragna, Albonetti, Alfonzi, Allocca, Amati, Angius
Baio Dossi, Banti, Barbieri, Barbolini, Bassoli, Battaglia Giovanni, Bellini, Benvenuto, Bianco, Binetti, Bobba, Boccia Antonio, Boccia Maria Luisa, Bodini, Bonadonna, Bordon, Bosone, Brisca Menapace, Bruno, Brutti Massimo, Brutti Paolo, Bulgarelli
Cabras, Caforio, Calvi, Capelli, Caprili, Carloni, Casson, Ciampi, Colombo Emilio, Colombo Furio, Confalonieri, Cossiga, Cossutta, Cusumano
D'Ambrosio, D'Amico, Danieli, Del Roio, De Petris, De Simone, Di Lello Finuoli, Di Siena, Donati
Emprin Gilardini, Enriques
Fazio, Ferrante, Filippi, Finocchiaro, Follini, Fontana, Formisano, Franco Vittoria, Fuda
Gaggio Giuliani, Gagliardi, Galardi, Garraffa, Gasbarri, Giambrone, Giannini, Giaretta, Grassi
Iovene
Ladu, Larizza, Latorre, Legnini, Levi-Montalcini, Liotta, Livi Bacci, Lusi
Maccanico, Magistrelli, Magnolfi, Manzella, Manzione, Marcora, Marino, Martone, Massa, Mazzarello, Mele, Mercatali, Micheloni, Molinari, Mongiello, Montalbano, Montino, Morando, Morgando
Nardini, Negri, Nieddu
Palermi, Palermo, Palumbo, Papania, Pasetto, Pecoraro Scanio, Pegorer, Pellegatta, Perrin, Peterlini, Piglionica, Pignedoli, Pinzger, Pisa, Polito, Pollastri, Procacci
Rame, Randazzo, Ranieri, Ria, Ripamonti, Roilo, Ronchi, Rossa, Rossi Fernando, Rossi Paolo, Rubinato, Russo Spena
Salvi, Scalfaro, Scarpetti, Serafini, Silvestri, Sinisi, Sodano, Soliani
Tecce, Thaler Ausserhofer, Tibaldi, Tonini, Treu, Turano, Turco
Valpiana, Vano, Villecco Calipari, Villone, Vitali
Zanda, Zanone, Zavoli, Zuccherini.
Rispondono no i senatori:
Alberti Casellati, Allegrini, Amato, Antonione, Asciutti, Augello, Azzollini
Baccini, Balboni, Baldassarri, Baldini, Barba, Barbato, Barelli, Battaglia Antonio, Berselli, Bettamio, Bianconi, Biondi, Bonfrisco, Bornacin, Buccico, Burani Procaccini, Butti, Buttiglione
Calderoli, Camber, Cantoni, Carrara, Caruso, Casoli, Castelli, Centaro, Ciccanti, Cicolani, Colli, Collino, Comincioli, Coronella, Costa, Cursi, Curto, Cutrufo
D'Alì, Davico, De Angelis, De Gregorio, Dell'Utri, Delogu, Del Pennino, De Poli, Di Bartolomeo, Dini, Divella, Divina, D'Onofrio
Eufemi
Fantola, Fazzone, Ferrara, Firrarello, Fisichella, Fluttero, Forte, Franco Paolo, Fruscio
Gabana, Galli, Gentile, Ghedini, Ghigo, Girfatti, Giuliano, Gramazio, Grillo, Guzzanti
Iannuzzi, Izzo
Leoni, Libé, Lorusso, Losurdo, Lunardi
Maffioli, Malan, Malvano, Maninetti, Mannino, Mantica, Mantovano, Marconi, Marini Giulio, Martinat, Massidda, Mastella, Matteoli, Mauro, Menardi, Monacelli, Morra, Morselli, Mugnai
Nania, Naro, Nessa, Novi
Palma, Paravia, Pastore, Pera, Pianetta, Piccioni, Piccone, Pionati, Pirovano, Pisanu, Pistorio, Pittelli, Poli, Polledri, Pontone, Possa
Quagliariello
Ramponi, Rebuzzi, Rotondi, Ruggeri
Sacconi, Saia, Sanciu, Santini, Saporito, Saro, Scarabosio, Scarpa Bonazza Buora, Schifani, Scotti, Selva, Stanca, Stefani, Sterpa, Stiffoni, Storace, Stracquadanio, Strano
Taddei, Tofani, Tomassini, Totaro, Trematerra, Turigliatto
Valditara, Valentino, Vegas, Ventucci, Viceconte, Viespoli, Vizzini
Zanettin, Zanoletti, Ziccone.
Si astiene il senatore:
Scalera.
Invito i senatori segretari a procedere alla numerazione dei voti.
(I senatori segretari procedono alla numerazione dei voti).
PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione nominale con appello sulla proposta di risoluzione n. 1, presentata dalla senatrice Finocchiaro e da altri senatori, sulla cui approvazione il Governo ha posto la questione di fiducia:
| Senatori presenti | 319 |
| Senatori votanti | 318 |
| Maggioranza | 160 |
| Favorevoli | 156 |
| Contrari | 161 |
| Astenuti | 1 |
Il Senato non approva. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi FI, AN, LNP, UDC e DCA-PRI-MPA. I senatori Strano e Gramazio stappano una bottiglia di spumante).
Per favore, togliete quella bottiglia! Non siamo mica all'osteria!
Interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza un'interpellanza e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Il Senato sarà convocato a domicilio.
La seduta è tolta (ore 20,45).