Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 258 del 29/11/2007
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STIFFONI (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, onorevole Sottosegretario, colleghi, comincio con il farmi una domanda: è sempre necessario un assassinio più violento, gratuito ed efferato di altri, perché in Italia ci si svegli sull'emergenza criminalità?
In questo Paese, tra patteggiamenti, riti abbreviati ed indulti, i delinquenti sanno di avere ormai la garanzia dell'impunità. La certezza della pena è solo uno slogan buono per i periodi preelettorali. Ma crea altrettanto sdegno l'uso strumentale che ogni partito poi fa dell'ennesima vittima, solo per cavalcare la giusta e crescente indignazione popolare.
Anche questa volta, una morte in più, in questo caso la signora Giovanna Reggiani, forzata a concludere in modo orrendo una vita serena, dedicata al marito e ai bambini cui insegnava. Una morte che fa più notizia, magari perché avvenuta a Roma e non nella colonia Nord-Est; una morte, ripeto, che fa più notizia dei tanti vecchi e vecchie ammazzati di botte in casa, spesso per rapinare pochi euro o al massimo la pensione di un mese, e il cui destino amaro occupa ormai solo le poche righe delle notizie brevi nella cronaca nera.
L'una, come le altre, sono morti che chiedono giustizia senza sconti né rimandi. E non solo limitandosi all'espulsione di delinquenti che torneranno, qui o altrove, beffardi e perfino resi più forti per l'impunità di fatto acquisita. Sono morti che impongono un impegno di giustizia pragmaticamente efficace e una politica dell'immigrazione lucida e strategica, a lungo termine.
Sono morti di cui diventa complice ideologico chi si ostina a difendere le ragioni di Caino e le mille scusanti basate su problemi di nascita, di povertà, o di destino, e non a proteggere Abele. Un Abele che in Italia ha molti volti: i bambini analfabeti e le donne anziane, piegate dalla magrezza e dall'artrosi, che mendicano, palesemente sfruttati per raccogliere elemosine ai lati delle strade; le donne violentate o uccise, i vecchi rapinati. Ma anche le molte famiglie aggredite in casa o in negozio, come se il guadagnare lavorando fosse una colpa e l'essere rapinati una forma di brutale «giustizia sociale», come a dire «tanto sono ricchi».
Dice Prodi: «Non agiamo sull'onda della rabbia». Ascoltiamola, invece, la rabbia, non per farsi giustizia da sé, come sarebbe perfino comprensibile - ma non giustificabile - quando lo Stato mostri una colpevole latitanza nel tutelare i propri cittadini, ma per cambiare, in modo sostanziale e definitivo, questo stato di cose. Perché esiste una rabbia sacra e un'indignazione sacra quando l'ingiustizia è arrivata al colmo, quando il buonismo fa rivoltare lo stomaco, quando il numero di vittime barbaramente uccise grida da solo giustizia, se non vendetta.
Hanno provato mai, tutti i paladini di Caino, soprattutto ma non solo a sinistra, a mettersi nella pelle di una donna violentata e uccisa, di un vecchio o di una vecchia brutalmente ammazzati di botte e lasciati morire come cani, perché vivevano da soli? Hanno provato ad avere la casa, di notte, invasa da delinquenti, a vedere i figli minacciati con la rivoltella o un familiare assassinato sotto i loro occhi? Hanno provato che cosa significhi essere pedinati e sentire l'angoscia che ti arriva al cervello e diventa incubo continuo per mille altre notti? Chi viaggia con la scorta e tanti altri privilegi di sicurezza, non sa cosa voglia dire sentirsi in balia di uno o più delinquenti, di assassini o di uno stupratore.
Ecco perché la gente comune non ne può più di chiacchiere e promesse a vanvera. Perché misura sulla propria pelle il divario tra le promesse e la pericolosità reale del vivere oggi in Italia, dalle angherie dei piccoli furti alle insidie di attacchi, rapine o stupri potenzialmente mortali.
Dovrebbe entrare in Italia ed avere la residenza solo chi dimostratamente possa - per competenza professionale, anche nei lavori semplici, per titolo di studio, ma soprattutto voglia di lavorare - svolgere un'attività legale e necessaria per provvedere a se stesso e alla propria famiglia, con diritti e doveri come ogni altro cittadino, con criteri di ammissione rigorosi e chiari, come fa ad esempio l'Australia. Per tutti gli altri non ci deve essere spazio.
Signor ministro Amato, sottosegretaria Lucidi, forse non sapete ancora chi sia Costica Argint, un cittadino rumeno che risiede a Vrancea Focsani: è un caporom domiciliato in Italia a Tivoli. Ora, questo signore è stato condannato e deve scontare un anno e mezzo di carcere in Romania. È conosciuto anche dalle nostre autorità ed è stato denunciato per rissa, falso, favoreggiamento all'ingresso di clandestini e altro ancora. Ebbene, questo signore, signor Ministro, sta tentando - non so con l'appoggio di chi - di farsi passare per rifugiato politico in Italia per non scontare la pena in Romania. Spero, onorevole Ministro, che si interessi di questo caso, sul quale, nella seduta pomeridiana, presenterò un'interrogazione dettagliata.
Come dicevo, solo con una politica di integrazione basata sul lavoro - e non sugli espedienti, sui furti o sulle rapine - è possibile agli immigrati integrarsi con dignità e agli italiani fidarsi dei nuovi venuti, per non sviluppare ancor più anticorpi antistraniero pericolosi ed indiscriminati, ma soprattutto affinché ci si possa muovere nella propria terra con la sicurezza di un tempo, che è un diritto primario e sacrosanto, ma che oggi è totalmente e colpevolmente perduta.
Signor Presidente, in quest'Aula nessuno ascolta nessuno, ma noi della Lega Nord ascoltiamo la nostra gente che ci chiede di perseguire la linea della fermezza, applicando tutte quelle norme che già esistono per convogliare il fenomeno migratorio nei corretti binari della legalità e non vuole che scellerate azioni parlamentari facciano diventare il nostro Paese terra di nessuno, un Paese d'elezione per i latitanti stranieri, una Nazione sempre più inospitale ed ostile verso i suoi stessi cittadini. (Applausi dei senatori Polledri e Fluttero).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maffioli. Ne ha facoltà.