Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 258 del 29/11/2007
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SARO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, non tratterò tanto gli aspetti tecnici di questo provvedimento; darò invece alcune valutazioni politiche su quanto è avvenuto nella discussione in Commissione e nel dibattito nel nostro Paese.
Il provvedimento in esame è stato assunto per iniziativa del ministro Amato dopo i noti fatti di Roma, dopo aver preso atto che, per una serie di ragioni ed anche di errori del Governo italiano, siamo diventati la discarica di tutto il mondo rom, non più accettato in Romania. Gli altri Paesi hanno goduto di moratorie, per cui solo in Italia sono arrivate alcune centinaia di migliaia di rom. Li ho visti passare all'inizio dell'anno - poiché vivo in Friuli-Venezia Giulia - non per le autostrade, ma per strade secondarie della nostra Regione, con i loro mezzi di fortuna e le carovane. Si capiva che qualcosa di strano stava avvenendo.
Abbiamo visto quali sono stati gli effetti in Italia. Nelle grandi città, in particolare Roma, Milano e Torino, dove si sono fermati e accampati, hanno creato un fortissimo disagio sociale. La delinquenza, com'è a tutti noto e i dati sono oggettivi, è enormemente aumentata, fino a fatti spiacevoli e pesanti come quelli avvenuti a Roma. C'è voluto l'omicidio verificatosi a Roma per l'adozione di questo decreto-legge.
Su tale decreto si è aperto un confronto politico nel Paese, che è stato prima strumentale, con il centro‑destra e il centro‑sinistra che si lanciavano reciproche accuse, ma poi è diventato un dialogo nel merito. Ognuno di noi e ogni forza politica anche dell'opposizione aveva molto apprezzato infatti, da un lato, l'appello di Veltroni, che aveva sostenuto la necessità di uno sforzo congiunto delle forze politiche sia del centro-destra che del centro‑sinistra dal momento che la sicurezza non è né di destra né di sinistra, bensì una garanzia per tutti i cittadini, e, dall'altro lato, gli appelli del ministro Amato a trovare una convergenza.
Avevo molto gradito anche l'intervista del vice presidente del Senato Caprili su «la Repubblica» in cui, da comunista e rompendo un tabù della sinistra radicale, faceva notare che la questione andava affrontata, trovando soluzioni per chiudere una fase che rischia di essere dirompente anche nei confronti dei ceti popolari. Chi ha più paura di ciò che sta avvenendo nel nostro Paese sono soprattutto i ceti popolari. Ho molto apprezzato - lo ripeto - le dichiarazioni del vice presidente Caprili.
In Commissione ci siamo mossi ricercando un dialogo e cercando di migliorare essenzialmente su due punti il provvedimento in esame, in modo che rimanesse comunque sempre compatibile con la direttiva comunitaria. Pur sapendo che essa ha dei limiti, come ha ricordato il senatore Calvi, essa consente alcuni importanti interventi, prevedendo l'allontanamento di cittadini che non hanno i requisiti per rimanere in Italia e che sono stati espulsi da altri Paesi dell'Unione Europea e l'iscrizione anagrafica, come elemento di sicurezza e raccordo con le politiche del territorio e delle amministrazioni locali. Se non c'è un controllo su questo piano è impossibile fare qualunque tipo di provvedimento di espulsione.
Abbiamo lavorato ed eravamo arrivati a un'intesa positiva su due emendamenti. Avevamo dato il via libera, chiudendo unitariamente l'iter del provvedimento in Commissione. Ieri è arrivato però lo stop, non si può più fare, smentendo il relatore che aveva fatto un grosso sforzo di sintesi e smentendo il Partito Democratico, che aveva dichiarato una grande disponibilità a chiudere questa intesa. Non so da chi sia arrivato lo stop; immagino sia giunto in particolare da Rifondazione Comunista, il partito del nostro vice presidente Caprili. Tuttavia, mi sembra una scelta profondamente sbagliata bloccare una possibile intesa su un tema di questo genere. In tutti i Paesi occidentali sulle grandi questioni "politica estera" e "politica della sicurezza interna" c'è sempre una convergenza, solo in Italia questo non può avvenire. Si è messo in movimento un processo per cui si deve far saltare questa possibile intesa.
Do allora un'interpretazione, che non credo sia sbagliata, a ciò che sta avvenendo. La sinistra radicale vuole impedire in ogni modo l'instaurarsi di un dialogo positivo che faccia uscire il Paese dal pantano; cerca di creare spaccature in ogni forma di dialogo tra le forze politiche dei due schieramenti sulle grandi questioni; non è interessata alla sicurezza del cittadino, vuol far passare un provvedimento che alla fine non consentirà alcun tipo di espulsione. Mentre, infatti, con le norme concordate con il relatore Sinisi, colui che ha commesso l'omicidio a Roma può essere espulso (come larga parte di coloro che delinquono o che non hanno i requisiti per rimanere in Italia), con le norme contenute nel testo originario del decreto-legge in esame credo che difficilmente - basta osservare i dati di questi giorni - riusciremo a risolvere questa grave questione al centro della sensibilità dell'opinione pubblica italiana.
Non ci si meravigli poi se si verificano vicende come quelle accadute nel profondo Nord-Est o in Lombardia, cui ha appena fatto riferimento il senatore Bosone. Ne scaturirà una ribellione sociale, una rottura anche con le pubbliche amministrazioni.
Ho apprezzato molto, signor Presidente, le dichiarazioni del Ministro dell'interno sulla manifestazione che ha avuto luogo a Cittadella, ma poi vedo che alle dichiarazioni non seguono atti concreti da parte del Governo centrale perché condizionato dalla posizione di una sinistra che, lo ripeto, dovrebbe invece essere attentissima - come ha affermato il senatore Caprili a questi nuovi fenomeni che sono pericolosissimi anche e soprattutto per i ceti popolari, per la povera gente. Alla fine prevale però l'ideologia e in questo Paese si blocca ogni tipo di iniziativa volta al cambiamento.
Mi auguro che nel corso del dibattito sull'articolato si possa riprendere il dialogo e trovare quella intesa giusta non per gli interessi di una parte, ma per gli interessi del Paese.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.