Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 258 del 29/11/2007

MAFFIOLI (UDC). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli Sottosegretari, onorevoli colleghi, la cronaca delle ultime settimane, fatta di violenze, rapine, delitti, consumati non solo a Roma, ma su tutto il territorio nazionale, ha costretto a guardare il nostro Paese senza indulgenze e senza ipocrisie.

In un comunicato del 31 ottobre 2007, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha informato che, a seguito della drammatica aggressione avvenuta a Roma, nello stesso giorno, si è appositamente riunito il Consiglio dei ministri e ha approvato un decreto-legge in materia di sicurezza urbana al fine di contrastare episodi di particolare violenza e criminalità efferata, utile - è aggiunto - per rendere "immediatamente possibile l'esecuzione dell'allontanamento di cittadini comunitari per motivi di pubblica sicurezza".

Si è dovuto aspettare l'ennesimo, altro tragico evento, per far decidere il Governo a compiere un passo in avanti. Soltanto il giorno prima, infatti, il ministro Amato, confermando quanto già dichiarato in audizione alla Commissione affari costituzionali del Senato, aveva ribadito che non esisteva nel Paese un'emergenza sicurezza e, dunque, un decreto in tal senso non era affatto necessario.

È stata definita l'approvazione del decreto «una precisa risposta alla paura» e persino un vaccino contro il dilagare delle «ronde fai-da-te», ma c'è una parte di verità dura e difficile che non viene detta e che pure non può essere taciuta, perché quella risposta di fermezza data d'improvviso, dopo snervante e concitata negoziazione tra le diverse parti della maggioranza, suona alle orecchie di tanti come tardiva e reticente.

Una manciata di semplici domande: perché si batte un colpo solo adesso? Perché lo stato di emergenza viene fatto scattare soltanto dopo un'aggressione efferata, eppure terribilmente simile a tante altre registrate, con tragica continuità, nel 2007? Come si è fatto a non considerare della stessa gravità le mortali sevizie alle quali un paio di mesi fa vennero sottoposti nella loro casa due anziani coniugi del trevigiano? C'entra qualcosa il fatto che l'intollerabile sia accaduto a Roma e non in qualsiasi altra parte d'Italia? C'entra qualcosa il momento politico e il ruolo di leader del principale partito di governo assunto dal sindaco della capitale e la sua perentoria invocazione di misure straordinarie?

Le nostre città strette tra l'aumento di brutalità e le paure dei cittadini sono mutate; forse non sono ancora il Bronx, ma rischiano di diventarlo, se la questione sicurezza, anziché essere affrontata con politiche chiare, capaci di dare risposte concrete ed immediate, rimbalza nella parzialità di una rincorsa alle emergenze.

Si registrano tali cambiamenti anche per effetto di una mutata caratteristica dell'immigrazione: metà degli immigrati residenti in Italia sono europei, un quarto circa africani e il restante asiatici e latino-americani.

L'attuale onda di piena arriva dai Paesi europei centro-orientali, appartenenti all'Unione Europea. Dal 2004 al 2007 i rumeni sono passati da 180.000 a 342.000 (più 93 per cento), i polacchi da 40.000 a 72.000 (più 80 per cento), gli altri cittadini dell'Unione Europea da 161.000 a 191.000 (più 19 per cento). Questo flusso massiccio ha trascinato con sé persone perbene, in cerca di lavoro, di prospettive di miglioramento della loro esistenza e talvolta di una patria, ma, confusi nel flusso, sono arrivati anche violenti, pregiudicati e disperati attratti dalla percezione che nel nostro Paese ci fossero regole di maggior lassismo e dunque hanno cercato di inserirsi nell'area dell'illecito, conquistando una parte del mercato criminale.

La percezione del senso di insicurezza dei cittadini è confermata dai dati del Ministero dell'interno, che mostrano una drammatica impennata del crimine tale da provocare un particolare allarme sociale.

Il prefetto Mosca, in un'intervista pubblicata su "la Repubblica" il 2 novembre 2007, afferma: «Nei primi mesi di quest'anno, i carabinieri hanno arrestato 4.500 rumeni»; ed in parallelo la polizia rumena fornisce dati secondo i quali, nel 2007, gli stessi reati che sono incrementati in Italia risultano diminuiti in Romania del 26 per cento: come dire che l'Italia è diventata importatrice di delitti!

Con onestà intellettuale occorre ammettere che il percorso per arrivare all'approvazione del decreto-legge non è stato affatto lineare. Il pacchetto sicurezza ha faticato ad ottenere l'approvazione del Consiglio dei ministri e tale approvazione è avvenuta raccogliendo qualche astensione e solo dopo lo spacchettamento in altri disegni di legge. A seguire, occorre ricordare che c'è poi voluto il tragico episodio che è costato la vita alla signora Giovanna Reggiani per indurre il Governo ad una precipitosa e straordinaria riunione per dare il via libera ad un decreto-legge chiamato a rendere operative da subito le sole regole sulle espulsioni.

Siamo consapevoli che per affrontare il tema della sicurezza nelle città non basta mostrare la "faccia feroce", stilare progetti manifesto da usare come un qualcosa che Governo e opposizione si sparano addosso.

Il tallone d'Achille del nostro sistema risiede non tanto nella carenza di norme, quanto nell'incapacità dell'amministrazione, compresa quella della giustizia, di garantire che le sanzioni diventino effettive.

Senza dunque un serio tentativo di colmare il gap tra la produzione di buone norme e il cattivo funzionamento dei meccanismi a presidio del loro rispetto, si rischia solo di rafforzare il senso di invincibilità di chi sceglie la strada dell'illecito e il convincimento diffuso di debolezza dello Stato.

Anche il presidente della Commissione europea Barroso, nel corso di un'intervista rilasciata nei giorni scorsi alla stampa, sulla scia di quanto accaduto in Italia, ha lanciato un allarme sicurezza e ha invitato i Paesi dell'Unione ad adottare politiche volte a non dover pagare a posteriori il conto di un eccesso di tolleranza.

È innegabile che la sicurezza, avvertita dai cittadini come il primo dei problemi, fosse ridotta a questione secondaria per effetto di un antico tabù della sinistra, più attenta alle ragioni e alle miserie di chi delinque che alle ragioni e ai diritti delle vittime.

Tale complesso, diciamocelo chiaramente, ma anche pacatamente, non è stato mai superato dalla sinistra, nonostante Veltroni al Lingotto di Torino abbia dichiarato: «La sicurezza è un diritto e non ha colore politico».

Sin dal giorno successivo alla sua approvazione, i partiti dell'estrema sinistra hanno infatti definito il decreto una sorta di attentato ai diritti costituzionali e, annunciando opposizioni a quelle che nelle loro fantasie sono apparse come deportazioni di massa, hanno introdotto emendamenti che hanno tolto efficacia e significato al provvedimento.

Se, nei giorni successivi all'approvazione del decreto, nelle previsioni numeriche diffuse attraverso i media, si parlava di migliaia di espulsioni, oggi siamo in grado di dire che, per effetto di un'arma totalmente spuntata, si stanno producendo a migliaia soltanto i pezzi di carta, mentre le espulsioni vere sono poco più di un centinaio.

Avremmo voluto, noi dell'UDC, che il decreto accogliesse alcune precise modifiche contenute nei pochi emendamenti presentati e concordati con i partiti del centro-destra.

Con tali proposte abbiamo chiesto regole certe e non panni caldi, vale a dire pochi emendamenti tesi ad ottenere: espulsioni reali in luogo di disposizioni a semplici traslochi, invece, coloro che ricevono il provvedimento di rimpatrio avranno un mese di tempo per scomparire; indicazioni precise riguardanti la permanenza in Italia, vale a dire dati attestanti il possesso di risorse economiche sufficienti per sé e per i propri familiari derivanti da redditi certi e dimostrabili; maggiori fondi per la Polizia, ma in tutta risposta nella finanziaria approvata al Senato nella scorsa settimana è stato addirittura previsto un taglio di 820 milioni di euro per la sicurezza e del 10 per cento per gli straordinari del personale.

A nessuno sfugge che gli stranieri da rimpatriare non siano dei semplici passeggeri e dunque a bordo degli aerei occorre che ci sia personale della Polizia con l'indennità di trasferta.

I lavori della Commissione affari costituzionali hanno fatto emergere una maggioranza che sul decreto sicurezza non si è soltanto divisa, ma ha persino sconfessato Governo e relatore, tant'è che si è arrivati all'approdo quest'oggi in Aula senza il conferimento del mandato allo stesso relatore.

I due emendamenti presentati dal senatore Sinisi, con il parere favorevole del Governo, erano la risultante di un tentativo di mediazione con le forze dell'opposizione, che prevedeva l'allontanamento coatto dal territorio italiano degli stranieri non registrati all'anagrafe nazionale. Ma la sinistra estrema, sostenendo che sull'allontanamento non si doveva prevedere altro, ha perpetrato l'ennesimo ricatto ai danni di un Governo troppo debole per non subirlo.

Il giudizio cha da tutto questo emerge non è sicuramente positivo. Il Paese appare sempre più in preda ad una grave forma di schizofrenia. Da questo provvedimento non emerge un segno netto nella direzione della legalità, della lotta vera alla criminalità. Ci si comporta sulla questione della sicurezza allo stesso modo che sulla questione della droga, in cui il ministro della salute Livia Turco il giorno prima dispone l'invio dei NAS nelle scuole per controllare se i ragazzi fanno uso di droga ed il giorno dopo - con una logicità che sa solo Dio - eleva la soglia di cannabis consentita ad uso personale. (Applausi dal Gruppo LNP).

Siamo fortemente preoccupati per la non adeguatezza ed inutilità del provvedimento che questo Parlamento si appresta ad approvare. Ci spiace rilevare che l'improvviso attivismo mostrato dal Governo nei giorni successivi al tragico caso Reggiani fosse mirato ad obiettivi che con la sicurezza collettiva hanno poco a che vedere, ma fosse scaturito dall'esigenza del nuovo Partito Democratico di conquistare i voti moderati.

Non riteniamo affatto incoraggiante per il Paese l'idea di un Governo senza una chiara linea politica, affetto da una sorta di "sindrome bileaderistica" che lo proietta inevitabilmente ad inseguire i fatti, anziché a condizionarli.

Questi interrogativi non possono essere risolti con gli imbarazzanti silenzi di una maggioranza che, per interpretare il nuovo che avanza, sostiene la certezza della pena, le espulsioni... ma anche no.

Ricordiamoci, infine, che non ci sono solo la xenofobia e le ronde come possibili ricadute della diffusa insicurezza collettiva, ma c'è lo stesso dilagare dell'antipolitica, che trova la sua spiegazione in una politica che non sa più prestare quei servizi, come la sicurezza, la giustizia, la difesa delle frontiere, per assicurare i quali chiede i voti e raccoglie le tasse.

La sicurezza non può essere considerata un derby tra le forze della sinistra. Se qualcuno dunque, con questo provvedimento, mira ad ottenere un sostanziale pareggio tra la sinistra moderata e quella massimalista, sappia almeno che a perdere sarà il Paese e che l'UDC, con il suo leader Pier Ferdinando Casini, ha fatto una scelta chiara e precisa: la sicurezza innanzitutto. (Applausi dal Gruppo LNP).