Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 258 del 29/11/2007
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LIVI BACCI (PD-Ulivo). Signor Presidente, colleghe senatrici, colleghi senatori, il disegno di legge in discussione affronta con realismo un tema rilevante, assai sentito dall'opinione pubblica, inquieta circa le regole che debbono accompagnare la presenza in Italia di cittadini non italiani.
Uno dei pilastri fondamentali dell'Unione è il principio di libera circolazione sull'intero territorio dei cittadini dei Paesi che la compongono. Se si pensa alle divisioni dell'Europa dei secoli passati, alle fratture inferte dalle due guerre mondiali, che allora apparivano insanabili, alla separazione dell'Europa in due blocchi contrapposti ed incomunicabili, agli intralci che, anche nell'ambito della stessa Europa occidentale, erano frapposti agli spostamenti da un Paese all'altro, dobbiamo pur dire che è stato compiuto un progresso inimmaginabile mezzo secolo fa.
Questa libertà di circolazione non è ancora perfetta: lo sarà solo quando non ci sarà differenza tra uno spostamento all'interno di uno Stato e uno spostamento tra Stati; quando, cioè, prevarrà la cittadinanza europea rispetto all'appartenenza ad uno dei Paesi che compongono l'Unione.
L'accesso all'Europa di dieci nuovi Paesi nel 2005 e poi, ad iniziare dal 2007, di Bulgaria e Romania, ha accresciuto di oltre 100 milioni la popolazione dell'Unione, che oggi conta mezzo miliardo di abitanti. Ma, mentre nell'Europa a quindici gli spostamenti tra Paesi di persone comportanti cambio di dimora o residenza erano assai ridotti in ragione della omogeneità della situazione economica e sociale, così non può dirsi con l'arrivo dei nuovi Paesi. Il livello medio di reddito pro capite dei dieci Paesi aggiunti nel 2005 era di appena un terzo di quello medio dell'Europa a quindici, mentre quello di Romania e Bulgaria è di appena un ottavo.
Queste disuguaglianze hanno accresciuto le spinte migratorie intracomunitarie, anche se l'implosione demografica dei Paesi di recente arrivo fa ritenere che il fenomeno andrà presto attenuandosi. In Romania, per esempio, la popolazione giovane dalla quale deriva la maggioranza dei candidati all'espatrio, diminuirebbe di quasi il 30 per cento tra il 2007 e il 2020 nel caso che le porte rimanessero chiuse all'emigrazione.
All'inizio del 2007, i regolarmente soggiornanti in Italia provenienti da Paesi comunitari erano 900.000, dei quali oltre mezzo milione rumeni. I rumeni sono di recente arrivo nel nostro Paese; come è avvenuto in altri casi (per esempio per gli albanesi), la prima ondata migratoria tende ad essere più problematica di quelle successive: alta è la frequenza di uomini giovani e soli; maggiori le difficoltà materiali incontrate; relativamente elevato il grado di devianza. Ma il ricomporsi delle famiglie, l'inserimento lavorativo, un'integrazione favorita da comuni radici religiose e linguistiche tendono ad assicurare una buona integrazione. C'è evidenza che questo processo sia già avviato. Si aggiunga che i forti legami che una miriade di imprese italiane intrattengono con la Romania rafforzano i rapporti sociali, oltre che economici, tra i due Paesi.
Esistono però problemi gravi e complessi di criminalità organizzata, da contrastare con azioni congiunte di prevenzione e repressione, e che trovano manovalanza nelle sacche di esclusione sociale: problemi, tuttavia, che attengono al fenomeno generale dell'internazionalizzazione delle economie e delle società, che in buona parte è indipendente dai regimi migratori.
A conferma di una tendenza alla normalizzazione, si ricorderà che nel quadriennio 1998-2001 c'erano dieci detenuti rumeni per ogni mille residenti della stessa nazionalità, scesi a quattro nel 2006-2007.
Una sola parola, poi, sul termometro della "insicurezza", che le indagini, i media, l'opinione pubblica e le percezioni individuali danno in rapida ascesa, ma che, per alcuni aspetti, sembra in controtendenza rispetto ad altri indicatori reali. Mi riferisco, per esempio, al numero di omicidi, che, all'inizio degli anni Novanta, quando gli immigrati non arrivavano a un milione, aveva superato quota 1.900 e che nel 2005, con l'immigrazione più che triplicata, è sceso al minimo storico di 601, ridotto a meno di un terzo.
Poteva essere limitato l'afflusso di rumeni in un periodo transitorio dopo il 1° gennaio 2007? Si sarebbero potute adottare misure maggiormente limitative all'ingresso per lavoro di quanto non si sia fatto, ma queste misure avrebbero avuto per effetto quello di gonfiare l'irregolarità. Il Trattato di adesione all'Unione Europea, infatti, non consente né di impedire l'ingresso di turisti o di lavoratori autonomi, né di espellere lavoratori irregolari. Poiché la domanda di lavoro nel settore domestico e in quello dell'edilizia è molto alta, il risultato netto di una tale politica sarebbe stato quello di stimolare l'economia sommersa e l'irregolarità del lavoro, con ulteriore distorsione del mercato e perdita di entrate per lo Stato.
Signor Presidente, concludo - chiedendole di poter consegnare il testo scritto del mio intervento affinché sia allegato ai Resoconti della seduta odierna - dicendo che il testo del decreto può essere, in alcuni punti, precisato e migliorato. A questo scopo gioverà senza dubbio l'approvazione di alcuni degli emendamenti presentati. In particolare, va precisato che i provvedimenti di espulsione non possono riguardare i familiari dell'espulso, se non per loro particolari e accertati comportamenti; va eliminata la sanzione penale quando venga trasgredito l'ordine di allontanamento per motivi di natura economica; va precisata l'espressione «motivi imperativi di sicurezza» come causa di espulsione, correlandola ad una specifica e comprovata situazione di pericolosità, degrado o violenza.
Nel complesso, il provvedimento in questione va nella direzione di una maggiore tutela della collettività nei confronti di comportamenti pericolosi di altri cittadini comunitari. Per questa ragione, guardo con favore all'approvazione del provvedimento in oggetto. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo e IU-Verdi-Com).
PRESIDENTE. Senatore Livi Bacci, la Presidenza l'autorizza a consegnare il testo del suo intervento.
È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.