Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 258 del 29/11/2007
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CUTRUFO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, ho ascoltato - non solo da qui, ma anche dalla mia stanza attraverso il collegamento video - i colleghi che mi hanno preceduto, in particolare il senatore Calvi, che giustamente faceva richiami più generali alla giurisprudenza.
Viceversa, vorrei fare un richiamo alla necessaria semplicità: dobbiamo ragionare come i cittadini e non da professionisti del diritto o comunque da appartenenti a quest'Aula esasperando la nostra esperienza politica.
E' evidente che l'Europa - ormai è una battuta che sa di antico - è una grande conquista e per fortuna è stata fatta in tempi nemmeno recentissimi; come è del tutto evidente la storia dell'Europa, quella tradizionale, quella - solo per dare un riferimento geografico - del Patto atlantico, quella che dal dopoguerra ad oggi in modo unitario, in fasi diverse, ha portato avanti una esperienza all'interno dei propri Paesi di tipo culturale unitario, che ha abituato peraltro ad una sana democrazia i propri cittadini.
Poi, e di nuovo per grande fortuna, è passata l'idea di allargare i confini dell'Europa, di fare un'Europa forte non solo geograficamente ma anche culturalmente, di riconoscere la tradizione europea a chi nella culla dell'Europa è stato. Abbiamo sempre ripetuto che c'è necessità di riconoscere le radici giudaico‑cristiane a questa realtà europea, perché sono una delle cose che omogeneizzano dal punto di vista culturale, non perché siamo cattolici ma perché la cultura alla quale ho fatto riferimento prima ha fondato l'Europa delle genti.
C'è però una parentesi nella nostra storia che ha diviso alcuni Paesi europei dagli altri, assoggettandoli ad una cultura diversa, più dura, più concreta, meno democratica. Vorrei fornire la cartina di tornasole di questi accadimenti storici. Basta recarsi in Cina, piuttosto che in Romania o in altri Paesi europei che appartenevano a quel blocco e ad una cultura dell'ordine gestita in modo diverso, per sentirsi - sto per dire qualcosa in contraddizione - liberi e tranquilli, senza timori di essere aggrediti né da un cinese né da un altro cittadino che in quel momento si trova lì per qualsiasi motivo. E così, paradossalmente, è in Romania, perché in questi Paesi - in Cina ancora e in Romania in un recentissimo passato - vigeva un altro tipo di regime e, conseguentemente, di ordine, e a quella cultura i cittadini di cui parliamo si sono assoggettati. Perciò, chi avesse in animo di delinquere in quei Paesi sa e sapeva bene a cosa andava incontro.
L'Europa storica, quella alla quale ho fatto riferimento all'inizio del mio intervento ha un'altra tradizione: quegli esperimenti, quelle vicende culturali, sono passate. Oggi un cittadino europeo tiene alla sua libertà di espressione e di movimento con una cautela verso le istituzioni e verso questi princìpi enorme. La stessa cosa non accade in Romania. I Governi della Romania e degli altri Paesi del blocco che dovessero passare in Europa hanno gestito la sicurezza in un altro modo, tanto è vero che coloro i quali avessero in animo di delinquere, pensano di espatriare in Europa, nella fattispecie in Italia perché ritengono che qui, grazie ad una cultura democratica che affonda radici in ambiti diversi, con un'altra storia, ormai maturata nei decenni, nel cinquantennio del dopoguerra, possono delinquere senza un controllo adeguato che, viceversa, nella loro Nazione, è ancora esercitato concretamente e duramente. Lì infatti i Governi ritengono che ancora non esiste la maturità democratica che esiste invece nella vecchia Europa. In Cina accade la stessa cosa. Io mi sento tranquillo perché c'è un Governo molto duro, molto vigile e molto attento con i suoi, così tanto e troppo attento che noi non condividiamo l'esagerazione di questa cautela.
Ecco perché con l'ordine del giorno G102 - mi spiace che non sia presente il senatore Calvi, perché avrebbe capito lo spirito dell'ordine del giorno - noi cattolici del Gruppo della Democrazia cristiana chiediamo una revisione storica dell'Accordo di Schengen perché si possa mettere finalmente il ministro Amato, pro tempore Ministro dell'interno, nelle condizioni di agire con decisione verso quelle persone che vogliono delinquere e che non sono mature per una democrazia europea moderna; a difesa di quei cittadini non solo rumeni, ma europei, che da ultimo sono entrati nell'Unione Europea e che conosco molto bene; si tratta di persone assolutamente perbene. Anch'essi, infatti, devono essere difesi: in Romania come già lo sono, ma anche in Europa. È questo lo spirito del mio ordine del giorno che impegna il Governo a farsi promotore a livello europeo per ottenere una revisione dell'Accordo di Schengen.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pellegatta. Ne ha facoltà.