Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 258 del 29/11/2007
Azioni disponibili
RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del presidente MARINI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,37).
Si dia lettura del processo verbale.
BARBATO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.
Sul processo verbale
STIFFONI (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Senatore Stiffoni, non ha mai un attimo di distrazione! Ne ha facoltà.
STIFFONI (LNP). Chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Il Senato è in numero legale. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, SD-SE e RC-SE).
Ripresa della discussione sul processo verbale
PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.
È approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,43).
Discussione del disegno di legge:
(1872) Conversione in legge del decreto-legge 1º novembre 2007, n. 181, recante disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza (ore 9,42)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1872.
Ha facoltà di parlare il senatore Bianco, presidente della 1a Commissione permanente, per riferire sui lavori della stessa.
BIANCO (PD-Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, per la conversione del decreto-legge che oggi l'Assemblea inizia a discutere non è stato possibile completare l'esame in sede referente.
I lavori della Commissione affari costituzionali sono stati improntati, peraltro, alla ricerca di una soluzione il più possibile condivisa tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione, pur nella consapevolezza delle evidenti diverse posizioni di merito, ma nella comune sensibilità di dare risposte efficaci ed equilibrate ai problemi della sicurezza emersi anche in tempi recenti, risposte da mantenere nell'alveo della normativa comunitaria recepita dall'Italia, e naturalmente nell'ambito dei princìpi della nostra Costituzione, finalizzati a migliorare la legislazione vigente.
L'esame dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza ha registrato un voto positivo pressoché unanime. Ricordo, in particolare, oltre a quello di tutti i Gruppi di maggioranza, il voto favorevole dei Gruppi dell'UDC, di Alleanza Nazionale, di Forza Italia e della Lega Nord.
L'esame in sede referente si è svolto in nove sedute (comprese quelle di ieri), sei delle quali dedicate alla discussione degli emendamenti.
L'assenza di una contrapposizione pregiudiziale tra le forze politiche è emersa dall'inizio, così come l'esistenza di posizioni di merito assai diverse.
Su richiesta dell'opposizione, la Commissione ha convenuto di fissare un termine più che congruo per la presentazione degli emendamenti. Ampio rilievo è stato assicurato ai pareri espressi dalle altre Commissioni, in particolare a quello della Commissione giustizia che è stato illustrato dal suo estensore nella seduta del 15 novembre scorso.
Le proposte emendative, sono state presentate in numero non elevato (56 emendamenti e un ordine del giorno) e, come segnalato dagli stessi proponenti, senza intenti ostruzionistici, ma su questioni specifiche e, comunque, di rilievo. In particolare, la gran parte degli emendamenti provenienti dall'opposizione è stata frutto di una iniziativa comune dei Gruppi di centro-destra, mentre alcuni degli emendamenti provenienti da senatori della maggioranza corrispondevano a sollecitazioni formulate nel parere della Commissione giustizia.
La richiesta di una relazione tecnica avanzata da alcuni membri della Commissione e condivisa dal relatore è stata approvata dalla Commissione. Il Governo ha quindi trasmesso la relazione tecnica il 20 novembre scorso.
Anche nelle successive fasi per l'esame specifico degli emendamenti il filo conduttore dei lavori della Commissione è stato un serio approfondimento nella ricerca della possibilità di realizzare un'ampia intesa.
Prima di proseguire in questa breve esposizione, signor Presidente, permettetemi di ribadire il sentito ringraziamento che tutti i Gruppi hanno indirizzato al senatore Giannicola Sinisi, relatore in Commissione del decreto-legge, al quale si unisce il mio personale apprezzamento. Egli, con la consueta perizia, ha costantemente tentato una sintesi equilibrata tra posizioni spesso assai distanti tra le forze politiche esplorando ogni possibile terreno d'intesa.
Delle sei sedute dedicate all'esame degli emendamenti una, di oltre tre ore, è stata completamente dedicata all'espressione del parere del relatore e del rappresentante del Governo (che colgo l'occasione per ringraziare di cuore per la presenza assidua e per l'assoluta disponibilità al dialogo). L'inconsueta lunghezza di questa fase procedurale testimonia la volontà del relatore, come quella del Governo, di dare ampia motivazione delle rispettive posizioni e delle opzioni, ed anche di perseguire - nei limiti del possibile - il dialogo.
In altre due impegnative sedute, svolte il 27 novembre per oltre tre ore, si è discusso intorno alle possibili ipotesi di mediazione elaborate dal relatore. La volontà di pervenire ad un accordo ha dunque connotato i lavori della Commissione sino alla seduta di martedì 27, interamente dedicata all'esame del decreto‑legge.
Nel corso della seduta antimeridiana un'ampia sospensione è stata finalizzata in particolare alla individuazione di una risposta condivisa su alcune questioni avanzate dai Gruppi di opposizione, motivata (secondo la loro affermazione) dall'esigenza di rendere più efficace il decreto. Si è registrata, su alcuni punti di particolare rilievo, una differenziazione marcata e tale da rendere non praticabile l'auspicata vasta intesa. A partire dalla seduta pomeridiana del 28 novembre è quindi iniziata la fase di votazione degli emendamenti, nella quale gli interventi sono stati assai più numerosi rispetto alla prima fase.
In tali condizioni, si perviene dunque, signor Presidente, signor Ministro dell'interno, alla discussione in Assemblea, ma ritengo - come ho già avuto modo di dire in Commissione - che le divergenze sulle possibili modifiche al decreto non impediscano un confronto positivo. Pertanto, il lavoro compiuto in sede referente, anche se non concluso, può costituire una base utile per le decisioni del Senato. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo e Misto-IdV).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, in relazione a quanto riferito dal senatore Bianco, il disegno di legge n. 1872, non essendosi concluso l'esame in Commissione, sarà discusso nel testo del proponente, senza relazione, ai sensi dell'articolo 44, comma 3, del Regolamento.
Comunico che sono state presentate le questioni pregiudiziali QP1 e QP2.
Ha chiesto di intervenire per illustrare la questione pregiudiziale QP1 il senatore Divina. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, il decreto-legge di cui si discute prevede l'ipotesi di allontanamento dal territorio italiano di cittadini - ricordiamolo - comunitari, in conseguenza dell'adesione della Romania e di altre Nazioni, vale a dire gli ultimi Stati che sono entrati a far parte della Comunità Europea. La popolazione più specificatamente legata al problema della sicurezza era quella rumena, soprattutto di etnia Rom.
Il decreto è stato emanato subito dopo quell'escalation di criminalità che è culminata con l'evento verificatosi a Tor di Quinto, che sembra avere scosso, in modo particolarmente sentito, tutto il Paese.
La Lega Nord, in più occasioni, aveva rilevato come la presenza di cittadini, anche comunitari, in particolare di provenienza bulgara e rumena (cittadini sostanzialmente nomadi) aveva creato da tempo una non indifferente escalation di problemi, a volte anche di criminalità minore: reati contro il patrimonio e così via. Dal canto nostro, va un grande plauso e apprezzamento per l'impegno che i nostri Sindaci hanno profuso sul territorio. In mancanza di normative adeguate, per primi, hanno deciso di rischiare anche in prima persona, senza normative che li tutelassero, innanzi tutto per proteggere le comunità alle quali fanno riferimento. I problemi li conosciamo e sono sfociati anche in decreti di rinvio a giudizio, come nel caso ad esempio del Sindaco di Cittadella, ma va considerata la piena intenzione di verificare tutti i requisiti di legalità prima di consentire l'insediamento sui loro territori di persone che poi potrebbero causare grossi problemi o pericoli per la comunità che rappresentano.
Riguardo alle ultime adesioni di Stati alla Comunità Europea, il movimento Lega più volte, in queste Aule parlamentari, aveva richiesto una moratoria prima di dare il via alla libera circolazione, ma tutto si è rivelato inutile perché sembra che il Governo abbia intenzioni del tutto diverse e sia per una liberalizzazione quasi completa, anche se ha previsto un piccolo regime transitorio prima di arrivarvi.
Abbiamo visto che il Governo Prodi è di parere completamente opposto, nel senso cioè di aprire completamente le frontiere. Infatti, il provvedimento Amato‑Ferrero, in itinere nell'altro ramo del Parlamento, va sostanzialmente ad abrogare quel poco di normativa - mi riferisco alla legge Bossi-Fini, tuttora in vigore - che consentiva di impedire una dissennata circolazione senza controlli, che poneva un minimo di freno.
Se dovessimo guardare alle intenzioni, il provvedimento in esame potrebbe essere anche condivisibile. Il problema è che si tratta di una normativa un po' fantasma, con la quale, dopo aver affermato l'esistenza di una serie di criticità e di problematicità, si prevede l'utilizzo di strumenti del tutto inadeguati per farvi fronte.
In primis, vi è l'impossibilità, proprio nel decreto, di riuscire a determinare, ad esempio, la data certa di ingresso del cittadino nel territorio italiano e questo vanifica la possibilità di verificare le condizioni della direttiva europea che subordina ai periodi di lungo soggiorno. Osserviamo, inoltre, che manca la volontà di predisporre controlli sulle iscrizioni anagrafiche, sotto il profilo della provenienza, in relazione alle caratteristiche igienico‑sanitarie degli alloggi in cui questi cittadini comunitari intendono fissare la propria dimora o la propria residenza. Infine, il decreto prevede l'allontanamento coatto, ma le ipotesi previste sono remote e limitatissime e non si coinvolgono minimamente le autorità locali e i Sindaci, quando nelle procedure di allontanamento proprio la conoscenza ravvicinata dei problemi che hanno le amministrazioni locali - e in questo casi i sindaci nel loro ruolo di presidio del territorio - sarebbe importantissima.
Veniamo alla sostanza. Il provvedimento dà solamente una parvenza di rimedio ai problemi cui si accenna, lasciando viceversa del tutto irrisolte le questioni. Noi lo definiamo un decreto fasullo... (Richiami del Presidente).
PRESIDENTE. Colleghi, il capannello sotto l'oratore non va bene. Spostiamoci, il rumore va in alto e il senatore Divina sta svolgendo il proprio intervento.
DIVINA (LNP). La ringrazio, signor Presidente, anche se devo dire che non mi disturba molto, nel senso che ormai siamo abituati ad una poca attenzione.
PRESIDENTE. Ho capito, ma è una brutta abitudine che in qualche modo bisognerebbe combattere.
DIVINA (LNP). La ringrazio per l'attenzione, signor Presidente.
Come dicevo, questo decreto del tutto fasullo, teoricamente nella sostanza lo si potrebbe anche smontare, perché l'indifferibilità e l'urgenza vengono a cadere dal momento che non si dà né una risposta immediata, né una risposta alla sicurezza e nemmeno una urgente risposta. È poi inefficace: se andiamo a verificare la procedura adottata, il provvedimento di allontanamento dovrebbe essere convalidato da un giudice (vedremo poi sulla base degli emendamenti se sarà il giudice di pace o il giudice ordinario), quindi dovrà a sua volta essere notificato a soggetti che, nel momento stesso in cui vengono rilevati ma non incarcerati, sappiano rendersi irreperibili; anche se fosse possibile questa verifica, cioè se si riuscisse a trovare i destinatari, a questi vengono assegnati trenta giorni per rispettare l'ordine. Ci rendiamo conto allora di quanto tutto ciò sia soltanto fumo, sia soltanto un manifesto, ma, negli effetti, del tutto inefficace.
Noi non vogliamo illudere i nostri cittadini con risposte inefficaci ed inesistenti. Ecco perché chiediamo di non procedere all'esame di questa bufala di decreto. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire per illustrare la questione pregiudiziale QP2 il senatore Mantovano. Ne ha facoltà.
MANTOVANO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, questo decreto-legge non ha copertura finanziaria. Lo dico nell'ottica della difficile e doverosa ricerca, prospettata dal presidente Bianco, di una condivisione ampia del provvedimento; lo affermo nell'interesse del Governo che lo ha presentato e che in questo momento, nella persona del Ministro dell'interno, è totalmente disinteressato alla discussione che stiamo facendo. Pertanto, la prima cosa che le chiedo, signor Presidente, è fare in modo che il Ministro dell'interno ascolti ciò di cui stiamo discutendo in Aula.
PRESIDENTE. Senatore Mantovano, il Ministro è presente.
MANTOVANO (AN). Signor Presidente, oltre che presente dovrebbe essere ascoltante.
Come dicevo, questodecreto-legge è privo di copertura finanziaria. Manca, infatti, nel testo una norma esplicita che vada in questa direzione; manca l'indicazione delle risorse finanziare necessarie per renderlo esecutivo e, prima ancora, manca una stima - perché di questo si deve parlare, trattandosi di un numero oscuro (quello dei comunitari) da allontanare - degli oneri necessari. Si potrebbe rispondere - è stato questo il senso della risposta fornita dal Governo, nella persona della sottosegretario Lucidi, in Commissione - che nella relazione che accompagna il testo del decreto-legge, dopo aver affermato che «il provvedimento non comporta nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato», si aggiunge che le disposizioni in esso contenute troveranno «copertura negli ordinari stanziamenti previsti per le espulsioni degli stranieri irregolarmente soggiornanti».
Credo che questo sintetico assunto - non c'è nulla di più nella relazione che accompagna il decreto-legge e la relazione tecnica sottoposta al vaglio della Commissione bilancio dilata semplicemente questo concetto, senza fornire alcun tipo di cifre e di indicazioni precise - non possa essere condiviso. Ciò innanzitutto per ragioni formali. Dalle vaghe nozioni in mio possesso in materia di contabilità dello Stato ricordo che non si può attingere ad una voce di bilancio dello Stato per dare copertura a ciò che ricade sotto un'altra voce. Sarebbe necessaria, quanto meno, una esplicita indicazione normativa che consenta di spostare delle risorse da una voce all'altra.
Questo assunto, inoltre, non è condivisibile per ragioni sostanziali. Il ragionamento che troviamo nella relazione è il seguente, o almeno sembra tale: quelli che prima entravano clandestinamente e venivano espulsi, oggi, con riferimento ai soggetti provenienti da Paesi che sono entrati nell'Unione Europea, entrano, non rispettano le regole e vengono allontanati. Questa equazione è sbagliata perché la condizione giuridica dell'extracomunitario, come tutti sappiamo, è totalmente diversa dalla condizione del comunitario.
Al riguardo, vorrei chiedere al Presidente della Commissione bilancio se qualcuno è in grado di assicurare che le risorse che fino a due anni fa venivano impiegate per espellere gli extracomunitari provenienti da Paesi che poi, negli ultimi due anni, sono entrati nell'Unione Europea sono esattamente le stesse a cui si può attingere per allontanare oggi i comunitari che non rispettano le regole della direttiva.
Vorrei che questo venisse detto con un maggior grado di precisione rispetto alle affermazioni assolutamente generiche contenute nel parere della Commissione bilancio.
Vorrei, cioè, che la Commissione bilancio certificasse, con la sua consueta precisione, che vi è esatta sovrapposizione tra i due ambiti. Se non è in grado di farlo, è necessaria una norma di copertura. Le difficoltà, però, ci sono. Infatti, se leggessimo il parere della Commissione bilancio, troveremmo la seguente affermazione: «I dati contenuti nella relazione tecnica (...) pongono una questione di rispetto» - leggo testualmente - «delle regole di costruzione del bilancio secondo il quadro della legislazione vigente». Arrivati a questo punto del parere, ci si sarebbe aspettati di leggere qual è la questione che i dati contenuti nella relazione tecnica pongono all'attenzione del Senato; il parere, però, si ferma qui. La questione appartiene agli interna corporis della Commissione bilancio. Sarebbe interessante, se fosse lecito, che tutti apprendessimo qual è la questione relativa al bilancio che la 5a Commissione permanente sottopone all'attenzione dell'Assemblea.
Oltre al parere della 5a Commissione permanente, vi è quello espresso dalla 14a Commissione permanente (Politiche dell'Unione Europea), che ha una competenza specifica e diretta per il tema di cui ci stiamo occupando. L'osservazione n. 7 di detto parere è la seguente: «Appare opportuno, come da normale prassi nel recepimento di direttive comunitarie, che anche in questo testo normativo, e non solo nella relazione che l'accompagna, siano indicati i mezzi finanziari di copertura delle spese relative alle misure previste». Signor Presidente, in questo caso, viene formulato un rilievo non dall'ultimo dei senatori dell'opposizione, ma da una Commissione con un Presidente autorevole, la quale, nella sua interezza, licenzia un parere che avanza un'osservazione rispetto alla quale il Governo non ha fornito alcun tipo di risposta.
Allora, signor Presidente, la questione pregiudiziale in esame non pone problemi al Governo, ma cerca di risolverli. Credo, infatti, che nessuno possa sostenere, ad occhi aperti e a mente lucida, che le istruttorie delle pratiche di allontanamento siano gratuite; che l'accompagnamento oltre frontiera sia gratuito; che l'accompagnamento nei centri di permanenza temporanea dei comunitari non identificati, come previsto dal decreto-legge in esame, sia gratuito; che il lavoro svolto dai giudici di pace o monocratici (a seconda degli emendamenti che saranno accolti o bocciati) sia privo di qualsiasi necessità di spesa per poter procedere all'applicazione del decreto stesso.
Bocciare la questione pregiudiziale significherebbe non soltanto contrastare un parere qualificato della Commissione Politiche dell'Unione Europea, ma significherebbe dimostrare, nei fatti, la volontà di consegnare al Parlamento un decreto-legge virtuale. Infatti, sulla base dei dati forniti dal Governo, abbiamo già appreso che nei primi quindici giorni di applicazione del decreto gli allontanamenti disposti sono stati in numero di 200; per gran parte di questi, però, si è trattato di mere intimazioni, cioè della consegna del foglietto.
Non fornire il minimo di risorse sufficienti significa affermare che tale decreto risponde ad un'emergenza mediatica più che reale; poiché la risposta mediatica c'è stata, il discorso può finire qui. Vuol dire, dunque, che abbiamo scherzato.
Su questa materia noi non intendiamo scherzare e, in quest'ottica, chiediamo risorse sufficienti a trasformare un tragico scherzo nella possibilità concreta di disporre strumenti giuridici adeguati a tale realtà. (Applausi dai Gruppi AN e FI).
PRESIDENTE. Ricordo che, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, nella discussione sulla questione pregiudiziale può prendere la parola non più di un rappresentante per Gruppo e per non più di dieci minuti.
PASTORE (FI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PASTORE (FI). Signor Presidente, non avevo intenzione di prendere la parola, ma, di fronte all'illustrazione della pregiudiziale del collega Mantovano e alle ragioni che la sostengono, credo sia doveroso, anche per orientare il voto del mio Gruppo, chiedere che il Presidente della Commissione bilancio spieghi la formula utilizzata nel parere reso dalla Commissione e soprattutto che spieghi a quest'Aula come sia possibile pensare di dare attuazione a questo decreto-legge senza disporre risorse per chi deve darvi attuazione sul territorio, senza disporre risorse, ad esempio, per quella magistratura di pace che sarà chiamata a convalidare le ordinanze di espulsione e che, a mio avviso, qualche costo lo avrà.
Vorrei capire questa logica, signor Presidente, confermandole che ci sentiamo imbarazzati nel presentare o, per quanto mi riguarda, nel sostenere una questione pregiudiziale, fatte salve le risposte del Presidente della Commissione. Noi sosteniamo, infatti, che il decreto sia tardivo e contenga, purtroppo, un vulnus di fondo: la mancanza di nuove risorse. Questo è un tema particolarmente rilevante e credo quindi che sia opportuno, in questa fase preliminare della discussione, un chiarimento.
SINISI (PD-Ulivo). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SINISI (PD-Ulivo). Signor Presidente, replicare ai colleghi che hanno posto le questioni pregiudiziali è molto agevole.
Ai colleghi della Lega dico che, se avessimo potuto portare a termine l'esame del provvedimento con la relazione in Aula, avrei potuto dare risposte sia sulla questione dei sindaci nel procedimento di allontanamento, sia sulla questione della verifica dell'ingresso (che lo stesso Ministro dell'interno aveva sollecitato come un problema da affrontare, trattandosi di un tema di un certo rilievo), sia sulla questione della mancanza di allontanamento quando mancano i requisiti, sulla quale avevamo cercato di elaborare una soluzione comune nell'ambito di una direttiva europea che pone dei vincoli.
Al collega Mantovano, invece, rispondo molto rapidamente, signor Presidente, che mai come su questo provvedimento si sono espresse tutte le Commissioni sul tema. La stessa Ragioneria generale dello Stato ha presentato una relazione tecnica molto puntuale, nella quale ha fatto i conti in merito alle disponibilità effettive del bilancio dello Stato su questo capitolo e alle previsioni che sono certamente inferiori. Abbiamo infatti una previsione di bilancio che riguarda le espulsioni di tutti gli extracomunitari, nella quale dunque erano compresi anche i cittadini che oggi sono interessati dall'allargamento dell'Unione Europea. Oggi i requisiti sono assai più rigorosi per l'allontanamento di queste persone; è di solare evidenza, quindi, che la previsione di bilancio che oggi è nella disponibilità del Ministero dell'interno ricomprenda questa ipotesi minore.
Per queste ragioni, signor Presidente, rammaricandomi di non aver potuto dare un contributo anche tecnico alla discussione, con proposte emendative e riformulazioni da parte del relatore, credo che le due pregiudiziali vadano respinte e che si possa tranquillamente procedere all'esame del testo.
D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, chiedo cortesemente al Ministro dell'interno di ascoltarmi con attenzione, perché vi è una questione molto delicata che riguarda il decreto‑legge come premessa. In Commissione giustizia (ma credo che lo stesso ragionamento sia stato fatto dai colleghi in Commissione affari costituzionali) non abbiamo mai obiettato circa la necessità e l'urgenza di un intervento sulla sicurezza. Lo abbiamo fatto, invece, per due ragioni specifiche: la prima è che nel decreto non è previsto alcun incremento di spesa per le forze dell'ordine. È questo il senso della pregiudiziale del collega Mantovano, credo sia lo stesso problema posto dal collega Divina. Le pregiudiziali, per quanto ci riguarda, rappresentano il segnale specifico della volontà di incrementare le spese per le forze dell'ordine, alle quali, se il decreto ha un senso, si chiede un intervento straordinario.
Se il decreto non ha senso, per carità, capisco che non c'è spesa; ma, se ha un senso, vuol dire che qualche spesa in più c'è.
La seconda ragione, che personalmente ho esposto in Commissione giustizia e che ribadisco qui in Aula, perciò chiedo al ministro Amato la cortesia di ascoltarmi, è che questo provvedimento è stato presentato come il trasferimento in un decreto-legge di uno dei quattro disegni di legge del Governo sulla sicurezza. All'epoca, quando ho posto la domanda, mi fu detto che il disegno di legge era alla firma del Capo dello Stato.
La domanda è questa: se il Capo dello Stato ha ancora alla firma i disegni di legge, ne prendo atto e sono rammaricato; ma, se ha firmato, il Governo ci vuole far capire perché ha emanato un decreto-legge, se c'era già un disegno di legge urgente? O è una presa in giro l'urgenza? Questa è la questione di fondo, politica e non soltanto tecnica. (Applausi dal Gruppo UDC e del senatore Amato).
PRESIDENTE. Metto ai voti, mediante procedimento elettronico senza registrazione dei nomi, la questione pregiudiziale, presentata, con diverse motivazioni, dal senatore Castelli e da altri senatori (QP1) e dal senatore Mantovano e da altri senatori (QP2).
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva.
Dichiaro aperta la discussione generale.
Ricordo che nella giornata di oggi porteremo avanti la discussione generale, auspicabilmente fino alla conclusione. Affronteremo l'esame degli articoli del decreto-legge e dei relativi emendamenti nella seduta di martedì prossimo.
È iscritto a parlare il senatore Zanettin. Ne ha facoltà.
ZANETTIN (FI). Signor Presidente, onorevole Ministro, il provvedimento che stiamo discutendo rappresenta l'ennesimo bluff di questa maggioranza inconcludente in materia di sicurezza.
È bene ricordare, per chi ci sta ascoltando, che questo decreto è stato varato dal Governo all'indomani della gravissima aggressione mortale ai danni della signora Giovanna Reggiani, qui a Roma, che è stata assalita da un cittadino rumeno di etnia rom alla stazione metropolitana di Tor di Quinto.
A fronte dello sdegno e dell'indignazione dell'intera opinione pubblica, il sindaco Veltroni, preoccupato per la propria immagine di neoeletto segretario del Partito Democratico e per le accuse rivolte alla sua amministrazione di inerzia in merito al problema dei campi nomadi della Capitale, ha chiesto a Prodi un intervento immediato sul tema sicurezza.
Ma, ci domandiamo, c'era proprio bisogno della tragica morte della signora Reggiani per capire che l'immigrazione incontrollata di cittadini rumeni ha creato un grande pericolo per la sicurezza dei nostri cittadini? Non bastavano le statistiche delle forze dell'ordine, che indicano proprio nei rumeni l'etnia che commette in Italia il maggior numero di reati? Non era bastata l'aggressione di due cittadini rumeni ad un pacifico ciclista di sessanta anni, che rispondeva al nome di Luigi Muriccioli, sempre a Roma, colpito il 17 agosto scorso, mentre andava tranquillamente in bicicletta lungo la pista ciclabile di Tor di Valle, per rubargli il cellulare ed il lettore CD, e poi morto dopo una lunga agonia?
Ma ancor di più, non era stata sufficiente la selvaggia e brutale uccisione a Gorgo di Monticano, in provincia di Treviso, dei coniugi Pellicciardi il 21 agosto scorso? Ed ancora, non era bastata la violenza carnale, perpetrata ai danni di una donna nel settembre scorso sul sagrato di una chiesa sempre in provincia di Treviso da un altro cittadino rumeno?
È chiaro che per il Governo e per il segretario del Partito Democratico le violenze e le aggressioni che hanno avuto luogo nel Nord-Est contavano di meno rispetto a quelle commesse nella Capitale, che mandano in fumo l'immagine, dipinta dai TG-RAI, di una città magistralmente amministrata dal suo "buonissimo" sindaco, forse perché lassù tutti sono ricchi ed evasori, e quindi magari qualche rapina se la meritano, e poi sono anche razzisti e peggio ancora votano centro-destra.
Presidenza del vice presidente BACCINI (ore 10,20)
(Segue ZANETTIN). C'è voluta, quindi, un'aggressione avvenuta a Roma per far aprire gli occhi a questo Governo, che solo l'11 dicembre 2006, quindi meno di un anno fa, in una conferenza stampa, per bocca del ministro Bonino, testualmente dichiarava: «Basta! Non è necessaria nessuna moratoria sulla libera circolazione dei lavoratori bulgari e rumeni, sono stufa di questa paura dell'invasione, ne ho viste tante dal 1986 e non si sono verificate mai!». Queste sono testualmente le irresponsabili dichiarazioni del ministro Bonino.
Per quale motivo l'Italia non ha seguito l'esempio di Germania, Spagna, Olanda, Danimarca, Austria e Gran Bretagna che, nel dicembre dell'anno scorso, hanno disposto una moratoria sul libero ingresso dei cittadini rumeni nel territorio nazionale? Noi, invece, niente!
Il libero accesso dei rumeni in Italia dal gennaio scorso è quindi una precisa responsabilità di questo Governo, del Governo Prodi, che ha sottovalutato il pericolo dell'ingresso incontrollato di cittadini, divenuti comunitari, è vero, ma che scontano seri problemi di arretratezza culturale e sociale. Il Governo con il decreto-legge in esame altro non fa che correggere una propria svista, colmando una lacuna normativa che il proprio lassismo aveva creato. È noto peraltro che questo provvedimento avrebbe dovuto contenere misure molto più severe ed efficaci per espellere i cittadini comunitari, ma Rifondazione Comunista per l'ennesima volta ha posto il veto.
All'indomani del varo del decreto-legge, i prefetti hanno infatti individuato migliaia di cittadini rumeni con precedenti penali o socialmente pericolosi, che avrebbero meritato l'espulsione, ed i giornali hanno riportato con grande enfasi tali numeri. Ma anche stavolta la montagna ha partorito il topolino.
In realtà, come documentato da un'indagine pubblicata il 18 novembre scorso dal «Corriere della Sera», autorevole quotidiano che certo non simpatizza per questo schieramento politico, è emerso che dal varo del decreto-legge solo 117 espulsioni sono state decretate, e di queste solo una quarantina effettivamente e coattivamente eseguite.
Allora è evidente che il provvedimento oggi all'esame del Senato è l'ennesima grida manzoniana, utile solo per tenere a freno l'indignazione dell'opinione pubblica, ma che non risolve nessuno dei problemi reali di sicurezza. I cittadini che ci ascoltano devono sapere che questa manovra è monca, inadeguata, carente, creata ad uso dei mass media, ma priva di reali effetti a tutela della loro sicurezza.
Per quale motivo non prevede, ad esempio, la banca dati del DNA, che è l'unica che garantisce l'esatta identificazione dei sospettati? Perché non prevede le dotazioni finanziarie necessarie per espellere coattivamente le migliaia di rumeni con precedenti penali, che girano tranquillamente per il nostro Paese? Perché non prevede il potenziamento dei centri di permanenza temporanea? Allora non c'è da stupirsi se i cittadini organizzano le ronde di autodifesa o i sindaci del Veneto varano ordinanze antisbandati.
Insomma, siamo chiari, Ministri dell'interno, quello che avete partorito non è un pacchetto sicurezza, come dite; in realtà, è solo un "pacco", una truffa ai danni dei cittadini onesti e della povera gente. Quando andremo a votare, gli elettori se lo ricorderanno. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rame. Ne ha facoltà.
RAME (Misto). Signor Presidente, onorevoli colleghi, una donna, Giovanna Reggiani, è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità?
La stampa internazionale, a seguito dell'emanazione del decreto-legge sulla sicurezza, è uscita con titoli allarmistici. "Liberation": «Rumeni cacciati dall'Italia: il decreto di espulsione adottato con urgenza, per calmare le polemiche dopo l'assassinio di Giovanna Reggiani»; "The Independent": foto con alcuni rom cacciati da Roma con un grande titolo "Espulsi! Banditi!"; "Financial Times": "L'Italia espelle i rumeni"; "Le Monde": "Romfobia".
Odio e sospetto alimentano giudizi assai facili. Da stranieri a rumeni, da rumeni a rom, da rom a ladri, assassini o molestatori, il passo è assai breve.
Omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi degli ultimi vent'anni, mentre sono in forte crescita i reati commessi in famiglia o per ragioni passionali. Il rapporto EURES-ANSA 2005 "L'omicidio volontario in Italia" e l'indagine ISTAT 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne dai 14 anni in su ha subìto violenza nel corso della propria vita e il responsabile, sette volte su dieci, è il padre, il marito o il convivente: «La famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso meno a rischio-stupro delle camere da letto». Come scrive Ida Dominijanni su "il Manifesto": "L'assassino ha spesso le chiavi di casa".
L'adesione della Romania all'Unione Europea ha suscitato molte inquietudini in Europa occidentale; buona parte dei rumeni emigrati si sono trasferiti in Spagna e in Italia sono arrivate 537.000 persone delle minoranze rom, tzigana e sinti.
Secondo i leader della comunità rom, un milione e mezzo di persone sono emigrate per fuggire alla discriminazione subita in patria. Certo, in Italia si trovano a vivere di espedienti che a volte finiscono per diventare azioni criminose ed è dunque giusto che il Governo abbia per obiettivo la sicurezza della cittadinanza e per questo è doveroso porvi rimedio con il totale rispetto delle norme vigenti. Ma non dimentichiamo che la colpevolizzazione di un'etnia è stata storicamente il primo passo per giustificare un genocidio e che la sicurezza è garantita dalla cultura della legalità e dalla certezza del diritto e della pena, senza però negare accoglienza, solidarietà e tutela dei diritti umani. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo, RC-SE e IU-Verdi-Com. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Livi Bacci. Ne ha facoltà.
LIVI BACCI (PD-Ulivo). Signor Presidente, colleghe senatrici, colleghi senatori, il disegno di legge in discussione affronta con realismo un tema rilevante, assai sentito dall'opinione pubblica, inquieta circa le regole che debbono accompagnare la presenza in Italia di cittadini non italiani.
Uno dei pilastri fondamentali dell'Unione è il principio di libera circolazione sull'intero territorio dei cittadini dei Paesi che la compongono. Se si pensa alle divisioni dell'Europa dei secoli passati, alle fratture inferte dalle due guerre mondiali, che allora apparivano insanabili, alla separazione dell'Europa in due blocchi contrapposti ed incomunicabili, agli intralci che, anche nell'ambito della stessa Europa occidentale, erano frapposti agli spostamenti da un Paese all'altro, dobbiamo pur dire che è stato compiuto un progresso inimmaginabile mezzo secolo fa.
Questa libertà di circolazione non è ancora perfetta: lo sarà solo quando non ci sarà differenza tra uno spostamento all'interno di uno Stato e uno spostamento tra Stati; quando, cioè, prevarrà la cittadinanza europea rispetto all'appartenenza ad uno dei Paesi che compongono l'Unione.
L'accesso all'Europa di dieci nuovi Paesi nel 2005 e poi, ad iniziare dal 2007, di Bulgaria e Romania, ha accresciuto di oltre 100 milioni la popolazione dell'Unione, che oggi conta mezzo miliardo di abitanti. Ma, mentre nell'Europa a quindici gli spostamenti tra Paesi di persone comportanti cambio di dimora o residenza erano assai ridotti in ragione della omogeneità della situazione economica e sociale, così non può dirsi con l'arrivo dei nuovi Paesi. Il livello medio di reddito pro capite dei dieci Paesi aggiunti nel 2005 era di appena un terzo di quello medio dell'Europa a quindici, mentre quello di Romania e Bulgaria è di appena un ottavo.
Queste disuguaglianze hanno accresciuto le spinte migratorie intracomunitarie, anche se l'implosione demografica dei Paesi di recente arrivo fa ritenere che il fenomeno andrà presto attenuandosi. In Romania, per esempio, la popolazione giovane dalla quale deriva la maggioranza dei candidati all'espatrio, diminuirebbe di quasi il 30 per cento tra il 2007 e il 2020 nel caso che le porte rimanessero chiuse all'emigrazione.
All'inizio del 2007, i regolarmente soggiornanti in Italia provenienti da Paesi comunitari erano 900.000, dei quali oltre mezzo milione rumeni. I rumeni sono di recente arrivo nel nostro Paese; come è avvenuto in altri casi (per esempio per gli albanesi), la prima ondata migratoria tende ad essere più problematica di quelle successive: alta è la frequenza di uomini giovani e soli; maggiori le difficoltà materiali incontrate; relativamente elevato il grado di devianza. Ma il ricomporsi delle famiglie, l'inserimento lavorativo, un'integrazione favorita da comuni radici religiose e linguistiche tendono ad assicurare una buona integrazione. C'è evidenza che questo processo sia già avviato. Si aggiunga che i forti legami che una miriade di imprese italiane intrattengono con la Romania rafforzano i rapporti sociali, oltre che economici, tra i due Paesi.
Esistono però problemi gravi e complessi di criminalità organizzata, da contrastare con azioni congiunte di prevenzione e repressione, e che trovano manovalanza nelle sacche di esclusione sociale: problemi, tuttavia, che attengono al fenomeno generale dell'internazionalizzazione delle economie e delle società, che in buona parte è indipendente dai regimi migratori.
A conferma di una tendenza alla normalizzazione, si ricorderà che nel quadriennio 1998-2001 c'erano dieci detenuti rumeni per ogni mille residenti della stessa nazionalità, scesi a quattro nel 2006-2007.
Una sola parola, poi, sul termometro della "insicurezza", che le indagini, i media, l'opinione pubblica e le percezioni individuali danno in rapida ascesa, ma che, per alcuni aspetti, sembra in controtendenza rispetto ad altri indicatori reali. Mi riferisco, per esempio, al numero di omicidi, che, all'inizio degli anni Novanta, quando gli immigrati non arrivavano a un milione, aveva superato quota 1.900 e che nel 2005, con l'immigrazione più che triplicata, è sceso al minimo storico di 601, ridotto a meno di un terzo.
Poteva essere limitato l'afflusso di rumeni in un periodo transitorio dopo il 1° gennaio 2007? Si sarebbero potute adottare misure maggiormente limitative all'ingresso per lavoro di quanto non si sia fatto, ma queste misure avrebbero avuto per effetto quello di gonfiare l'irregolarità. Il Trattato di adesione all'Unione Europea, infatti, non consente né di impedire l'ingresso di turisti o di lavoratori autonomi, né di espellere lavoratori irregolari. Poiché la domanda di lavoro nel settore domestico e in quello dell'edilizia è molto alta, il risultato netto di una tale politica sarebbe stato quello di stimolare l'economia sommersa e l'irregolarità del lavoro, con ulteriore distorsione del mercato e perdita di entrate per lo Stato.
Signor Presidente, concludo - chiedendole di poter consegnare il testo scritto del mio intervento affinché sia allegato ai Resoconti della seduta odierna - dicendo che il testo del decreto può essere, in alcuni punti, precisato e migliorato. A questo scopo gioverà senza dubbio l'approvazione di alcuni degli emendamenti presentati. In particolare, va precisato che i provvedimenti di espulsione non possono riguardare i familiari dell'espulso, se non per loro particolari e accertati comportamenti; va eliminata la sanzione penale quando venga trasgredito l'ordine di allontanamento per motivi di natura economica; va precisata l'espressione «motivi imperativi di sicurezza» come causa di espulsione, correlandola ad una specifica e comprovata situazione di pericolosità, degrado o violenza.
Nel complesso, il provvedimento in questione va nella direzione di una maggiore tutela della collettività nei confronti di comportamenti pericolosi di altri cittadini comunitari. Per questa ragione, guardo con favore all'approvazione del provvedimento in oggetto. (Applausi dai Gruppi PD-Ulivo e IU-Verdi-Com).
PRESIDENTE. Senatore Livi Bacci, la Presidenza l'autorizza a consegnare il testo del suo intervento.
È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.
MALAN (FI). Signor Presidente, signor Ministro, il 1° novembre è stato emanato il decreto-legge in esame, il quale, secondo i dati che si conoscono, ha portato all'espulsione di un numero di persone compreso tra le 100 e le 200 unità.
Contemporaneamente, anzi qualche giorno dopo (il 6 novembre), la Commissione competente della Camera ha adottato come testo base, nell'ambito delle varie proposte per la riforma della legge sull'immigrazione, il disegno di legge cosiddetto Amato-Ferrero. Successivamente, è stato fissato, prima ad una data, poi al 27 novembre, alle ore 15, il termine per la presentazione degli emendamenti. A questo punto, essendo il termine scaduto, verosimilmente la prossima settimana inizierà la discussione degli emendamenti, per poi andare in Aula.
In altre parole, da una parte si è emanato con i caratteri dell'urgenza e soprattutto con grande rilievo mediatico un provvedimento che a stento è riuscito a respingere dal nostro Paese 100‑200 soggetti ritenuti pericolosi per la pubblica sicurezza, dall'altra si procede nell'elaborazione di un disegno di legge che verosimilmente porterà in Italia centinaia di migliaia di persone prive di un lavoro e che dunque non potranno che aggiungersi a quelle, già molto numerose, presenti nel nostro Paese.
A quel punto, spinte dal bisogno, spinte da un costo della vita che in Italia è assai più elevato di quello che caratterizza il loro Paese di provenienza, spinte ancora dal fatto che si trovano nel nostro territorio con la propria famiglia o che si conta su di loro per mantenere i congiunti che hanno lasciato nel proprio Paese d'origine, si troveranno di fronte alla concreta possibilità e alla forte tentazione di entrare nel mondo del crimine e di darsi alla cosiddetta microcriminalità che, per quanto il nome sia quasi rassicurante, in realtà, è quella che mette in pericolo l'incolumità, la vita, la tranquillità, la sicurezza e i beni di tutti i cittadini italiani, perlomeno di quelli che non possono usufruire di una scorta o vivere in ville circondate da ingenti sistemi di sicurezza, anche se a volte persino queste persone rischiano di essere colpite da questo tipo di fenomeno criminale.
In Commissione è stato presentato un ordine del giorno che affronta proprio questo aspetto, che poi è stato presentato nuovamente in Aula, anche se sappiamo già quale sarà il parere del Governo in proposito. Con tale ordine del giorno si chiede al Governo, a fronte della situazione di necessità ed urgenza che ha comportato l'emanazione di un decreto‑legge, di ritirare la proposta di riforma della legge sull'immigrazione che va ad allargare in tutti i modi possibili ed immaginabili le maglie di ingresso degli immigrati. La situazione, infatti, non è certo tale da consigliare un simile passo.
Il Governo, coerentemente con quanto ha fatto in precedenza, non ha accolto questo invito, sostenendo che il provvedimento è stato approvato dal Consiglio dei ministri e che bisogna dare atto che esso esprime la linea contenuta nel programma con cui l'intera coalizione dell'Unione si è presentata alle elezioni. Il Governo poi ha continuato affermando che semmai è stato suo demerito non avere evidenziato a sufficienza che quello era uno dei punti del programma dell'Unione.
Nel disegno di legge che rispecchia quindi parte di quel programma si è dunque proceduto a disgiungere il permesso d'ingresso nel nostro Paese dalla sussistenza di un rapporto di lavoro. Se non è questo il modo certo di aggravare, e di molto, la questione sicurezza nel nostro Paese e di aumentare, e di molto, la probabilità di elevare di molte decine di migliaia di unità il numero di delinquenti che poi metteranno in pericolo la vita dei cittadini, è difficile trovarne uno peggiore.
Che senso ha discutere questo provvedimento che, nella migliore delle ipotesi, potrà portare all'espulsione di qualche altro centinaio di persone prive di mezzi e verosimilmente aventi condizioni di vita tali da minare l'ordine pubblico, quando con un altro provvedimento si propone l'ingresso di un numero di persone enormemente maggiore?
Vorrei ricordare alcuni dei punti previsti dal disegno di legge Amato-Ferrero, il cui esame sta avanzando in questi giorni alla Camera. Innanzitutto, i flussi d'ingresso non sono determinati in rapporto alle richieste dei datori di lavoro, bensì sulla base delle capacità di assorbimento del tessuto sociale e produttivo. Si stima, cioè, che il tessuto sociale e produttivo possa assorbire un certo numero di persone e si consente loro di entrare nel Paese, cosa ben diversa dallo stabilire che a fronte di 200.000 richieste di lavoro si consente l'ingresso di 200.000 persone, eventualmente con le loro famiglie.
Già ci sarebbe qualcosa da dire sul primo meccanismo. Non credo che possiamo basarci in modo acritico sulle richieste che vengono dai datori di lavoro. È vero che in alcuni settori c'è bisogno di persone ed è difficile trovarle in Italia, ma è anche difficile trovarle perché si propongono salari che nel nostro Paese non sono adeguati a vivere dignitosamente. È chiaro che è molto difficile trovare degli italiani che ci si adattano ed è molto più facile trovare degli stranieri. Ciò vuol dire, però, far entrare stranieri che, anche quando avranno un lavoro, lo avranno retribuito in modo inadeguato e, contemporaneamente, significa ridurre le retribuzioni in quel settore, non solo per gli immigrati ma anche per gli italiani.
Questi ultimi o si adegueranno alle retribuzioni delle quali si accontentano, almeno inizialmente, i nuovi immigrati, oppure saranno completamente fuori dal mercato del lavoro, almeno in quel settore. Ma non tutti gli aspiranti lavoratori italiani possono mirare a lavori altamente qualificati. In questo modo li mettiamo in concorrenza con i più disperati tra coloro che arrivano.
Ma il disegno di legge non si accontenta di ciò. A questi stranieri bisogna aggiungerne altri, perché si stima che ci possono essere capacità di assorbimento ulteriore. Se poi arrivano ulteriori richieste, che, tra l'altro, magari non coincidono con i profili delle persone che si fanno entrare, si può adeguare ulteriormente il numero, sempre verso l'altro, naturalmente, sempre per aumentare il numero di immigrati.
Non basta. Si prevede, infatti, anche l'ingresso nel territorio dello Stato per l'inserimento nel mercato del lavoro. In altre parole, persone che non hanno dichiaratamente un lavoro potranno entrare per cercare un lavoro a seguito di richiesta nominativa o numerica. Non si tratta di una richiesta di lavoro, bensì di richiesta del tipo «venite in Italia e poi cercheremo di trovarvi un lavoro», da parte di Regioni, Province, enti locali, associazioni imprenditoriali, professionali, sindacati, nonché istituti di patronato.
In altre parole, tutti coloro che, per ragioni ideologiche o magari anche meno nobili, hanno bisogno di persone nel nostro Paese, potranno farne richiesta e altri stranieri potranno entrare.
Inoltre, è previsto l'ingresso in Italia di persone che dimostrino di avere mezzi finanziari sufficienti, per cui basterà che qualcuno abbia un conto in banca, magari fatto figurare in modo truffaldino, facendo transitare sul proprio conto una certa somma, che poi deve essere subito restituita a chi l'ha prestata. Si fa un estratto conto in un determinato momento e si dimostra di avere 200.000 euro in banca o anche molto di meno, ad esempio 50.000 euro, e si può entrare in Italia. In realtà, questi 50.000 o 200.000 euro non ci sono, vengono passati a un altro che potrà fare la stessa richiesta ed ecco altre persone che arriveranno in Italia a fare non si sa bene che cosa. Purtroppo tra questi, ci sono molti che si dedicheranno ad attività criminose di cui sono vittime ogni giorno i cittadini.
Non basta ancora. Si propone l'ingresso fino ad un anno per venire a cercare un lavoro e si aumentano i termini per poter rimanere in Italia in relazione ai rapporti di lavoro a tempo determinato. Ad esempio, per rapporti di lavoro di durata tra i tre e i sei mesi si può stare in Italia due anni. Quando si perde il lavoro si può restare in Italia un altro anno.
Che cosa fanno queste persone in tale intervallo di tempo in cui sono in Italia senza lavoro? Lo ripeto, purtroppo i tanti cittadini vittime del crimine lo sanno molto bene. A quanto pare, sembra che non lo sappiano il Governo e la maggioranza, che portano avanti, assieme a un decreto che verrà ulteriormente ammorbidito e che riesce a mandare via poche decine di stranieri pericolosi per il nostro Paese, anche un disegno di legge che ne farà entrare probabilmente un milione, o anche di più, che metteranno in gravissimo pericolo la tenuta sociale del nostro Paese e anche la sicurezza di milioni di cittadini. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bulgarelli. Ne ha facoltà.
BULGARELLI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, devo ammettere che ho difficoltà a capire di che cosa stiamo discutendo. Non è mia abitudine entrare nel merito degli interventi altrui, ma dagli interventi di alcuni colleghi non capisco se stiamo parlando di cittadini europei, perché a questi si rivolge il decreto sulla sicurezza. Mi sembrava, infatti, una visione abbastanza apocalittica.
Nel procedere alla discussione sul decreto-legge n. 181 del 2007, credo sia significativo ricordare - innanzitutto a noi stessi - che questo provvedimento, sin dalle modalità con le quali è nato (estrapolato improvvisamente da un pacchetto ben più complesso ed articolato di norme), ha suscitato forti perplessità ed obiezioni tra i giuristi e gli operatori del diritto e lo stesso dibattito nelle Commissioni, a parte la Commissione giustizia, dove si è riusciti a trovare in breve tempo e grazie in particolare al lavoro svolto dal relatore Massimo Brutti, la cosiddetta quadra fra le diverse componenti, ne è la dimostrazione.
Accettare e far propria l'idea che lo Stato di diritto modifichi se stesso in ambiti delicati quali i rapporti di cittadinanza e la libertà di circolazione, a causa di estemporanei seppur orribili eventi criminosi, significherebbe abbandonare di colpo il principio fondamentale per cui non può esservi delitto, per quanto efferato, che giustifichi la rottura dell'ordinarietà della legislazione penale. Eppure questa tendenza sta sempre più rapidamente conquistando il campo, senza peraltro recare alcun beneficio sotto il profilo della sicurezza.
Con questo decreto-legge si attribuisce ai prefetti la possibilità di procedere a espulsioni, sottratte di fatto al controllo giurisdizionale, nei casi in cui «il cittadino dell'Unione o un suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, abbia tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l'incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l'ordinaria convivenza»; sottolineo le parole «ordinaria convivenza» perché sarebbe necessario stabilire cosa si intenda con esse pure in riferimento all'Europa.
Cosa determina l'ordinaria convivenza? L'identità? La cultura di un pezzo di territorio all'interno dell'Unione Europea di sicuro estremamente disomogenea da questo punto di vista? E allora, se ragioniamo fino in fondo sul senso delle parole «ordinaria convivenza», cosa avrebbero dovuto fare in Germania dopo l'efferato delitto di Duisburg? Chiudere tutte le pizzerie perché non compatibili con l'ordinaria convivenza, quindi con la cultura del luogo e terreno, in qualche modo, di criminalità organizzata? Questo avrebbero dovuto fare i tedeschi nei confronti di altri cittadini europei, nella fattispecie italiani?
È pur disdicevole mettersi le dita nel naso e, di solito, si rimbrotta il proprio figlio o figlia quando lo fa. Ebbene, appellandosi al principio di ordinaria convivenza si potrebbe stabilire che bisogna rimbrottare di più o criminalizzare di più se a farlo è un bambino o una bambina rom. Trovo che tutto ciò sia piuttosto pericoloso.
La dicitura è vaga e priva di garanzie minime per il destinatario del provvedimento ed è proprio l'assoluta vaghezza dell'ambito dei destinatari che deve suscitare una forte inquietudine. La pericolosità che può dare adito a provvedimenti repressivi legittimi non può che essere quella sancita dal codice penale. Altrimenti si entra nel campo del diritto penale sostanziale tipico dei Paesi illiberali e, soprattutto, in una logica di continuità culturale con la Bossi-Fini, in palese contrasto con lo stesso disegno di legge governativo Amato-Ferrero di riforma del testo unico sull'immigrazione, nonché in aperto contrasto con la filosofia dei trattati comunitari e della mai approvata, ma molto lodata, Costituzione europea.
Abbiamo quindi ritenuto doveroso intraprendere ogni possibile azione per ricondurre il decreto-legge allo spirito della Costituzione (questo è il lavoro che abbiamo svolto in Commissione giustizia), correggendolo, fornendo delle indicazioni, con un serrato e tenace tentativo emendativo, al fine di evitare che potesse venire strumentalizzata la tragedia di una donna violentata e uccisa. Il Parlamento può e deve riordinare le priorità, e la prima di esse, una volta modificato il decreto in esame, è il superamento della legge Bossi-Fini.
Il gravissimo delitto avvenuto a Roma va, in quanto tale, punito e perseguito con gli strumenti del diritto penale vigente e per quel delitto, come per ogni altro delitto compiuto in qualsiasi città d'Italia, la responsabilità è di chi lo ha commesso, qualunque sia la nazionalità cui appartiene. Questo principio non viene messo in discussione ogni qualvolta delitti di eguale efferatezza vengono compiuti tra le mura domestiche di irreprensibili famiglie italiane, e anche se il moltiplicarsi di questi delitti dovrebbe mettere in guardia dalla grave crisi di valori che investe la famiglia e la società, a nessuno viene in mente di metterle in discussione. Anzi, si assiste ad un'affannosa rincorsa a celebrare proprio la famiglia quale argine insuperabile contro i nemici del vivere civile.
La verità è che la risposta carceraria e repressiva ai problemi sociali, i quali, stante la loro complessità, avrebbero bisogno di un approccio ben diverso, ha da sempre sortito l'effetto di colpire i soggetti più deboli. L'ennesima normativa emergenziale con un ulteriore allargamento di provvedimenti espulsivi, anche nei confronti di cittadini comunitari (leggasi rumeni e in particolare rom), produce, se non contrastata anzitutto a livello culturale, una insostenibile dilatazione del concetto di sicurezza, dalla sicurezza nazionale alla sicurezza pubblica e ai «motivi imperativi» (così è scritto nel decreto) di pubblica sicurezza, fino a ipotizzare forme di allontanamento nei confronti di cittadini comunitari, semplicemente perché privi di mezzi di sostentamento.
È grave e miope che in una società democratica si continui a trattare il tema migratorio sull'asse portante del binomio più carcere-più espulsioni. Il rigore penale, la diffusione dei sentimenti di paura e insicurezza servono infatti solo a ridefìnire le comunità non attraverso valori, pratiche e progettualità condivise ma attraverso ciò che esse avvertono come minacce. Minacce che vengono costruite secondo uno schema immutabile, che costituisce la trama di una sorta di dramma morale collettivo, nel quale il nemico è sempre quello che ci sta più vicino, che invade il nostro precario spazio vitale.
L'inefficacia di tale approccio è ampiamente dimostrata dalla storia stessa dei fenomeni migratori. Il fulcro della nuova politica migratoria doveva essere il superamento dei CPT e dell'ottica straniero-ordine pubblico-criminalità. Per questo proprio il punto dei CPT ha assunto e assume un rilievo particolare nell'esame del decreto-legge in questione.
Quanto ai «motivi imperativi di pubblica sicurezza» che legittimano l'immediata esecuzione da parte del questore del provvedimento di allontanamento adottato dal prefetto, è stata l'Unione delle camere penali a sottolineare l'assoluta genericità e la discrezionalità insita nella formula normativa. L'articolo 13, comma 3, della Costituzione legittima l'adozione di provvedimenti provvisori, limitativi della libertà personale, da parte dell'autorità di pubblica sicurezza soltanto «in casi eccezionali di necessità e urgenza, indicati tassativamente dalla legge».
Per questo, in Commissione abbiamo chiesto anzitutto il rispetto del principio costituzionale di tassatività, introdotto proprio in ragione della eccezionalità dell'attribuzione all'autorità di pubblica sicurezza di siffatti poteri, il quale impone certamente che le ipotesi legittimanti un simile eccezionale potere siano normativamente definite in maniera specifica, dettagliata e ancorata a parametri certi. I nostri emendamenti (mi riferisco a quelli della Commissione giustizia, naturalmente) tendono quindi a vincolarlo fortemente alla ricorrenza di fattispecie precisamente determinate e oggettivamente verificabili. A meno che i sostenitori della linea della tolleranza zero non vogliano invece un decreto-legge incostituzionale, che sia cancellato dalla Consulta.
Abbiamo inoltre agito con forza su tutti gli altri articoli. (Richiami del Presidente). Sento che devo apprestarmi a concludere. Passerò quindi alla parte finale dell'intervento, chiedendo al contempo di allegare l'intervento integrale ai Resoconti.
Una ultima perplessità di fondo: la proliferazione delle ipotesi di allontanamento (sicurezza dello Stato, ordine pubblico, pubblica sicurezza normale e "imperativa") riflette la non comprensione di fondo delle modalità di governo dei fenomeni migratori. Anche questo diventa un problema.
Avviandomi a concludere, rilevo che in Commissione giustizia e in Commissione affari costituzionali la sinistra, in modo unitario, si è battuta per princìpi che in qualunque parte del mondo non hanno alcun colore politico, e anzi si direbbero "liberali": minore discrezionalità all'amministrazione in materia di libertà personale; attribuzione al giudice ordinario dei poteri di convalida dei provvedimenti che limitano la libertà di movimento; tipizzazione delle ipotesi in cui i motivi di pubblica sicurezza debbano ritenersi "imperativi" e connessione tra questi e responsabilità personale dell'individuo.
Per quanto concerne i punti restanti, che la storia della sinistra come la civiltà giuridica a ogni latitudine impongono di considerare con rispetto ed attenzione, non si può non ricordare la ragionevolezza delle proposte emendative, che la sinistra ha presentato, delle quali si raccomanda naturalmente l'approvazione. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com e PD-Ulivo).
PRESIDENTE. Senatore Bulgarelli, la Presidenza l'autorizza ad allegare il testo del suo intervento.
È iscritta a parlare la senatrice Gaggio Giuliani. Ne ha facoltà.
GAGGIO GIULIANI (RC-SE). Signor Presidente, in casi come questi possiamo apprezzare norme e regolamenti che consentono l'approvazione di un decreto-legge a qualche distanza di tempo dalla sua emanazione. Discutiamo, infatti, del decreto n. 181 quando il rumore mediatico che ne ha accompagnato la formulazione si è molto attenuato.
Sembra questa, purtroppo, una condizione quasi inevitabile dell'oggi: ogni notizia, anche quelle che per la loro tragicità esigerebbero rispetto e misura, viene utilizzata per fini che nulla hanno a che vedere con i compiti di un'informazione corretta e consapevole. Questo rimbombo alimenta le paure ed esaspera la percezione del pericolo in molti cittadini, al punto che la stessa formulazione di un provvedimento che vuole rispondere ai problemi eccede e rischia di ingenerare equivoci.
Quando invece una notizia potrebbe indurre almeno un atteggiamento più prudente da parte dei sostenitori dell'ondata securitaria e xenofoba, quella notizia semplicemente non viene data. Se la presidente dell'Unione cristiana evangelica battista, Anna Maffei, non si fosse fatta carico di comunicarlo, sarebbe passato sotto silenzio che un italianissimo cittadino, in stato di ubriachezza e al volante di un'automobile, aveva ridotto in fin di vita a Roma, otto giorni fa, una cittadina rumena di ventotto anni e i suoi due piccoli figli, Adina di dodici anni ed Elias di quattro mesi, responsabili solo di attraversare la strada. Non riesco a sottrarmi, signor Presidente, dal pensare che cosa avremmo trovato sulle prime pagine dei giornali e negli "strilli" dei telegiornali se le parti si fossero invertite, se cioè al volante di quella vettura, perfino con qualche decilitro di alcool in meno, si fosse trovato un cittadino rumeno o più semplicemente un extracomunitario.
E ancora: dopo la recente distruzione, a Roma, ad opera delle autorità cittadine, di un campo rom, un amico genovese ha commentato: «Dopo la strage di Erba - che appare imputabile a una coppia di cittadini ascrivibili per cognome e accento a quella realtà territoriale - a nessuno è venuto in mente di svuotare la cittadina e di raderla al suolo».
Ecco, signor Presidente, sono la misura e l'equilibrio le basi alle quali si ispirano gli emendamenti che presentiamo al decreto n. 181 per la sua conversione in legge. Li illustreranno i colleghi, molto meglio di quanto saprei fare io.
Mi permetto solo di sottolineare alcuni punti. Fra questi, l'esigenza di rafforzare le norme che si oppongono a condotte discriminatorie che si basano su motivi etnici, religiosi, su orientamenti sessuali o su identità di genere, e quelle norme che garantiscono la parità di trattamento indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica. Così pure l'abrogazione della disposizione che introduce il reato di inosservanza del provvedimento di allontanamento per carenza dei requisiti di legittimazione del soggiorno, che potremmo definire una sorta di reato di povertà. E ancora, quella norma contenuta nel decreto che può impedire al destinatario del provvedimento di allontanamento che lo abbia impugnato di rientrare in Italia per partecipare alle fasi del ricorso, qualora incorrano motivi di ordine pubblico. C'è il rischio di intaccare il principio costituzionale del diritto alla difesa, oltre ad altri diritti: almeno la videoconferenza, pur senza il fragore mediatico, dovrebbe essere garantita.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Santini. Ne ha facoltà.
SANTINI (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, signor Ministro, poco fa un collega, con un pizzico di ironia, si è chiesto ed ha chiesto a tutti noi di cosa stessimo parlando. Vorrei soccorrerlo ricordando che, in estrema sintesi, stiamo parlando del recepimento della direttiva europea n. 38 del 2004 sulla libera circolazione dei cittadini europei nello spazio comunitario. C'è voluta purtroppo, peccato, l'emergenza rumena per accelerare questo iter. Due volte peccato perché c'è voluta questa situazione, che tradisce sicuramente lo spirito della direttiva che, forse, avrebbe meritato un clima migliore. Lo dico con rammarico, infatti, in qualità di relatore di questa direttiva davanti al Parlamento europeo il 28 aprile 2004, ne conosco lo spirito e le intenzioni che, purtroppo, signor Ministro, non vedo sintetizzati e rappresentati nel testo al nostro esame.
Dal suo contesto, infatti, il decreto-legge estrapola soltanto la parte sanzionatoria, vale a dire le norme che regolano l'espulsione del cittadino comunitario per - questo è il testo ufficiale della direttiva - gravi motivi di ordine pubblico e di pubblica sicurezza. Vedo con piacere che un emendamento ha conformato anche il testo del decreto-legge a tale didascalia. Emerge, quindi, subito un distinguo tra l'espulsione di un cittadino comunitario e l'allontanamento di un cittadino extracomunitario clandestino.
La direttiva n. 38 del 2004 impone alcune garanzie per il cittadino comunitario, anche per quello che si rende colpevole di reati in un altro Paese membro in cui è residente. Queste garanzie sono contenute nel Trattato di Amsterdam, al quale la direttiva fa esplicito riferimento, indicando la creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia come ambito per il riconoscimento di diritti e, naturalmente, anche di vincoli che dovrebbero portare, in un percorso che si sta rivelando purtroppo più lungo del previsto, verso l'acquisizione della famosa cittadinanza europea.
Presidenza del vice presidente CAPRILI (ore 11)
(Segue SANTINI). Questo decreto-legge, pur nella libertà interpretativa che una direttiva consente, delinea esclusivamente non questo ambito di diritti, ma una sorta di recinto di filo spinato di divieti pregiudiziali. Anche un rumeno o un bulgaro - è lapalissiano ricordarlo; lo faccio solo per citare gli ultimi due Paesi entrati a far parte dell'Unione Europea - fintanto che non commettono un reato sono cittadini comunitari, esattamente come quelli degli altri 25 Paesi membri. E proprio grazie alla citata direttiva, fortemente innovativa, ma altrettanto ignorata (me ne rendo conto), dopo cinque anni di residenza e di corretta convivenza di un cittadino di un Paese membro in un Paese ospitante, egli acquisisce, grazie al permesso di soggiorno permanente che riesce ad ottenere - ripeto, dopo cinque anni - gli stessi diritti e le identiche tutele del cittadino del Paese ospitante. Ciò vale - nessuno l'ha notato - anche per il coniuge eventuale di un Paese terzo che convive e che è a carico del cittadino comunitario.
Quindi, anche il provvedimento di espulsione richiama cautele, rivendicate, ad esempio, dagli emigrati italiani - quando ci fu il dibattito in Parlamento europeo fui inondato da tali richieste - nati in Germania, figli di italiani che venivano espulsi con estrema facilità per reati anche irrisori.
Ecco, di fronte a questa spinta il Parlamento europeo ha imposto notevoli prudenze prima di autorizzare la motivazione dell'espulsione, prevedendo che possa avvenire solo per gravi motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza. Ora, mi chiedo quale sia il soggetto preposto a valutare questi motivi e a determinarne la gravità. Il decreto-legge assegna questo compito al prefetto, ma, signor Ministro, lei sa che la direttiva non ha questo spirito. Essa attribuisce addirittura alla Corte di giustizia l'ultima parola sulla valutazione dei motivi di gravità.
È una sorta di spada di Damocle sul decreto-legge in esame, in quanto un cittadino comunitario espulso può presentare ricorso alla Corte di giustizia. Capisco sia molto difficile coniugare rigore con sicurezza e legalità, ma dobbiamo prepararci a ricevere una serie di ricorsi quando si spargerà la voce che esiste questa scappatoia.
Signor Presidente, vorrei fare un ultimo riferimento al regolamento comunitario, entrato in vigore il 1° gennaio 2004 ed approvato durante il semestre italiano, che attribuisce ai Paesi terzi 250 milioni di euro. Signor Presidente, signor Ministro, concludo citando questo esempio: di fronte allo stupore sollevato da una campagna televisiva in Svizzera che esorta gli eventuali immigrati a rimanere a casa loro, c'è un regolamento europeo che - ripeto - attribuisce 250 milioni di euro all'anno per cinque anni ai Paesi terzi. È la prima volta che l'Unione Europea attribuisce direttamente fondi a Paesi terzi, dove questi vengono gestiti, per campagne di persuasione contro l'emigrazione illegale e a favore di un'emigrazione corretta.
Quindi, signor Ministro, credo che l'azione del Governo italiano vada rivolta anche in questa direzione, magari per chiedere ai Paesi dei Balcani o a quelli del Nord Africa che uso stanno facendo dei fondi che hanno ricevuto e stanno tuttora ricevendo. (Applausi della senatrice Alberti Casellati).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mantovano. Ne ha facoltà.
MANTOVANO (AN). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, la direttiva n. 38 del 2004 - abbiamo poc'anzi ascoltato l'intervento del suo relatore al Parlamento europeo - manifesta un intento ed un filo conduttore, quello cioè di tutelare il cittadino comunitario dalle eventuali restrizioni di Stati membri dell'Unione Europea alla libera circolazione e al suo diritto orientato in tal senso. L'intento, quindi, non è quello di tutelare gli Stati membri dagli eventuali illeciti o dalle eventuali violazioni delle regole da parte dei cittadini comunitari di altri Stati.
La direttiva, pertanto, è orientata ad un profilo di cittadino comunitario che è ben individuato, cioè ad un soggetto che, entrando in un altro Stato, che non è il suo ma che è nei confini dell'Unione Europea, si fa identificare ed inizia a lavorare o comunque inizia una vita di relazione fondandosi su redditi leciti. Non è un caso che, quando si parla di allontanamento nelle ipotesi ordinarie di questo cittadino comunitario, la direttiva prevede un allontanamento per cessazione delle condizioni che determinano il diritto di soggiorno. Il termine "cessazione" fa riferimento ad un diritto di soggiorno e non a quello di mero ingresso, evidentemente già maturato e non più attuale in virtù del venir meno di uno dei requisiti dei quali in precedenza però era in possesso.
Il decreto-legge in esame, quanto meno nelle intenzioni che ne hanno accompagnato il varo, è orientato ad un altro profilo di cittadino comunitario, che è appena lambito dalla direttiva, in particolare dal paragrafo 5 dell'articolo 5 (che non a caso non è stato recepito dal decreto legislativo n. 30 del febbraio scorso). L'ipotesi che l'Assemblea del Senato deve prendere in considerazione è quella di una fascia di comunitari che non hanno alcuna intenzione di farsi riconoscere, di rispettare le regole, di lavorare legalmente, ma hanno intenzione di vivere ai margini, venendo coinvolti nello sfruttamento in nero o addirittura nella criminalità.
Per questo il decreto ci soddisfa molto parzialmente e, come abbiamo fatto in Commissione (e sono lieto che il presidente Bianco abbia dato atto degli intenti e del lavoro costruttivo che il centro-destra ha svolto in quella sede), confermiamo in Aula lo stesso intento costruttivo e propositivo e puntiamo a migliorare un assetto, quello del decreto-legge, che se rimanesse così come è uscito dal Consiglio dei ministri non potrebbe conseguire lo scopo di prendere in adeguata considerazione questa figura.
Noi riteniamo anzitutto che ci debba essere chiarezza di termine improrogabile perché il cittadino comunitario adempia ad un obbligo fondamentale di lealtà nei confronti dello Stato che lo ospita, dichiarando la propria presenza nel territorio nazionale. Questo obbligo di lealtà è a fondamento della libera circolazione in tutta l'Unione Europea.
Sono stato destinatario, e ne sono stato onorato, di più lanci da parte dell'Ufficio stampa del Viminale nei quali si faceva presente che queste considerazioni sono fuori dalla direttiva europea: sarò lieto poi di conoscerne i motivi in modo più ampio ed esplicito, ma quello che voglio dire in conclusione, signor Presidente, è che gli emendamenti, sui quali poi ci si soffermerà, sono pochi, chiari, puntano ad obiettivi specifici e ritengono di conseguirli nel pieno ossequio della normativa comunitaria, comunque non in contrasto con essa, e nel pieno rispetto di quel principio costruttivo al quale prima facevo riferimento. (Applausi dei senatori Santini, Maffioli e Alberti Casellati).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casson. Ne ha facoltà.
CASSON (PD-Ulivo). Signor Presidente del Senato, signori del Governo, signori senatori, intervenire come Parlamento e legiferare sotto spinte emozionali o sull'onda di pressioni di vario genere dell'opinione pubblica non è stato mai, o quasi mai, foriero di norme ponderate ed efficaci, tanto meno in una materia particolarmente delicata e scottante quale quella attinente la sicurezza pubblica e la civile convivenza.
Il decreto-legge n. 181, che ci troviamo oggi ad affrontare e a convertire in legge, con eventuali modifiche, fa riferimento ad una materia, quella dell'allontanamento dal territorio nazionale di cittadini europei, che negli ultimi tempi ha determinato scontri e polemiche anche verbalmente violenti all'interno dell'opinione pubblica e tra le stesse forze politiche. Evidente appare, pertanto, l'urgenza di un intervento volto a sistemare e ad integrare la vigente normativa; altrettanto evidente è, peraltro, la necessità di rispettare i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e di non creare situazioni giuridiche personali in contrasto con la normativa europea vigente.
In questo mio intervento di carattere generale mi limito a citare alcuni dei punti che sono stati già trattati all'interno delle Commissioni di merito (affari costituzionali e giustizia). Mi preme preliminarmente sottolineare come due settimane fa la Commissione giustizia abbia approvato un parere ampiamente motivato contenente proposte di modifica al testo originario del decreto‑legge su alcune questioni fondamentali, ottenendo su di esse il voto favorevole di tutta la maggioranza e di parte dell'opposizione.
Ebbene, quali sono questi punti fondamentali? Il primo è quello relativo all'eccessiva indeterminatezza dei motivi di pubblica sicurezza imperativi di cui al comma 7-ter dell'articolo 20 del decreto legislativo n. 30 del 2007. Un'eccessiva indeterminatezza rischia di comportare pericoli di interpretazione, o meglio di falsa interpretazione, di interpretazioni differenziate e contrastanti tra vari luoghi del Paese e in certi casi persino di abuso in relazione a cittadini europei (tra i quali, lo ricordo a titolo di esempio, possono esservi anche cittadini francesi o tedeschi), ed in contrasto con i principi delle norme europee, per di più con un affidamento all'interpretazione di autorità amministrative come i prefetti.
La seconda fondamentale questione concerne il rispetto dei principi costituzionali ed ordinamentali italiani in materia di libertà e di libera circolazione delle persone. Nel nostro ordinamento la tutela di tali principi è affidata in via principale, e comunque in ultima analisi, all'autorità giudiziaria ordinaria togata. Per tale motivo, non convincono i meccanismi di tutela dei diritti di libertà personale previsti nel decreto-legge, diversificati senza apparente logica motivazione.
Congiuntamente, anche in Commissione giustizia, abbiamo ritenuto che vadano inseriti meccanismi di tutela chiari, più rapidi, con abbreviazione dei termini, semplici e della stessa natura. Così si è ritenuto opportuno che tutti i ricorsi contro i provvedimenti dell'autorità amministrativa debbano essere presentati all'autorità giudiziaria ordinaria togata, escludendo così incongrui e insoddisfacenti ricorsi alla figura del giudice di pace o, addirittura, del tribunale amministrativo regionale.
In sede di riesame degli emendamenti, sarà possibile effettuare uno specifico approfondimento, tenendo conto, da un lato, delle necessità di ordine pubblico e sicurezza e, dall'altro, del rispetto delle persone e dei diritti fondamentali vigenti, tanto più nei confronti di persone e di gruppi di persone aventi lo status giuridico di cittadini dell'Unione Europea.
Da ultimo, desidero ricordare, ancora una volta, come, di fronte ad oneri sempre maggiori per le nostre forze di polizia, sarebbe logico e congruo prevedere - e forse pretendere - una maggiore disponibilità in termini di uomini, mezzi e risorse finanziarie. (Applausi dei senatori Peterlini, Montalbano, Bulgarelli e Negri).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Alberti Casellati. Ne ha facoltà.
ALBERTI CASELLATI (FI). Signor Presidente, signor Ministro, signori senatori, è questo un provvedimento che arriva in ritardo rispetto alle esigenze di legalità e di sicurezza reclamate dal nostro Paese. Dispiace che sia arrivato tardi e solo sull'onda di un grave fatto di sangue, piuttosto che per un disegno organico che riguardi la tutela dei cittadini e che governi l'eccessivo flusso migratorio. Ciò dà la spiacevole sensazione di un gesto dimostrativo del Governo, messo in atto per cavalcare la giusta indignazione popolare. E dico dimostrativo perché i contenuti del decreto, già inadeguati e insufficienti a raggiungere lo scopo per cui il provvedimento è nato, sono stati svuotati nel dibattito dall'intervento della sinistra antagonista.
Ci troviamo in un momento di grave emergenza sociale, in cui il Paese è ostaggio della paura. Paura non è la semplice percezione o sensazione, sia pur diffusa, nella gente. Non è legata ad un dato di emotività purtroppo crescente, ma è reale, perché la criminalità è cresciuta negli ultimi anni in maniera esponenziale: lo faceva presente, circa un mese fa, «Il Sole 24 ORE» con una disamina piuttosto preoccupante. Significativo è il fatto - potrebbe sembrare banale - che ormai nelle nostre città e in tutti i paesi le case hanno le sbarre alle finestre, e non le case di un certo pregio, ma anche quelle modeste, che, magari, rappresentano il lavoro e il sacrificio di tutta una vita, abitate da anziani che si sentono costantemente in pericolo.
Qual è stata di fronte a quest'emergenza la risposta del Governo? Come sempre annunci e tagli alle forze dell'ordine. Non potrebbe essere diversamente, prigioniero com'è del pregiudizio ideologico della sinistra antagonista. Si dice da parte della maggioranza che non è possibile attuare alcuna discriminazione contro i poveracci, sbandierando - a parole - il concetto di solidarietà, che viene quasi brandito come un'arma, ma poi, di fatto, viene smentito e contraddetto, allorché si bocciano tutti quegli emendamenti presentati dall'opposizione che prevedono, per la permanenza in Italia, abitazioni decenti, così condannando gli immigrati comunitari alle baraccopoli e a vivere sotto i ponti.
La solidarietà vera, non di facciata, signor Ministro, si realizza ospitando nel nostro Paese le persone che hanno la possibilità di un lavoro, di una casa, di una vita dignitosa e respingendo dal nostro Paese tutti quelli che, privi di mezzi di sussistenza, sono "costretti" a delinquere, quelli che si alimentano con il traffico della droga e con lo sfruttamento della prostituzione.
Ma quali diritti individuali oggi sono in discussione? Quali libertà si vogliono difendere? Perché a forza di dibattere finiamo per difendere il diritto e la libertà di delinquere. Nel dibattito che ha accompagnato in Commissione questo provvedimento, abbiamo cercatoripetutamente, come opposizione, una collaborazione con la maggioranza, nel tentativo di definire i criteri, i motivi imperativi di pubblica sicurezza, per rendere efficaci davvero le misure di espulsione.
Abbiamo cercato di evitare, con emendamenti ad hoc, che i cittadini comunitari espulsi da altri Paesi potessero entrare nel nostro, considerandolo una sorta di luogo di attrazione della criminalità per lo scarso potere di repressione che il nostro Stato porta con sé. Abbiamo cercato di evitare che i criminali si trasferiscano da noi nella speranza di godere di una sorta di immunità. Abbiamo cercato di affrontare questo tema considerando gli immigrati comunitari persone da aiutare, ma da aiutare attraverso una politica di integrazione basata sul lavoro.
Ci siamo trovati di fronte però ad un muro ideologico, ad uno scontro di culture, dove ha prevalso il lassismo di una classe politica che ha sacrificato il rigore della legge alla deprecabile esigenza di salvare equilibri politici. E non si venga a dire, come si afferma ripetutamente, che la sicurezza non è di destra e non è di sinistra; di destra e di sinistra è il diverso modo di affrontare il problema della sicurezza, è diversa la cultura della legalità, il rispetto e la tutela dei diritti, le garanzie dei diritti individuali. Ma con questo decreto-legge non ci sarà nessuna espulsione.
A nostro parere, in Italia dovrebbe entrare e permanere solo chi può dimostrare di avere un'attività legale necessaria per provvedere a sé e alla propria famiglia, con diritti e doveri uguali ad ogni altro cittadino, con criteri di ammissione rigorosi e chiari. Per tutti gli altri non ci può essere spazio, non ci può essere accoglienza.
Il presidente Prodi dice: "Non agiamo sull'onda della rabbia". E invece ascoltiamola questa rabbia quando lo Stato è latitante colpevolmente nel tutelare i cittadini; ascoltiamola la rabbia quando l'ingiustizia è al colmo e il buonismo è ripugnante, fa rivoltare lo stomaco; traduciamola la rabbia in maniera positiva in un provvedimento che faccia dire ai nostri cittadini che si sono riappropriati della loro terra, che si sono riappropriati delle loro città, che possono girare senza paura, senza guardarsi costantemente alle spalle.
Legalità e sicurezza sono i termini di confronto che gli italiani impongono alla politica. Non lamentiamoci poi se l'antipolitica divamperà, se legalità e sicurezza vengono disattese. La gente non ne può più di chiacchiere, non ne può più di promesse, perché misura sulla propria pelle la pericolosità del vivere.
C'è ancora tempo, signor Ministro, qui in Aula, di modificare il decreto-legge. Lo impone il rispetto dei cittadini, la giustizia per tutte le donne violentate, per tutti i vecchi rapinati. Diversamente dovremmo dire con molta amarezza che abbiamo assistito soltanto ad uno show simbolico e mediatico e che è stata sacrificata dalla sinistra la sicurezza degli italiani.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Del Pennino, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G101. Ne ha facoltà.
DEL PENNINO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, illustrerò l'ordine del giorno G101, da me presentato, che tende ad indicare una soluzione che può contribuire a risolvere, sia pure parzialmente, il grave problema del sovraffollamento delle carceri italiane. Sappiamo tutti come questo fenomeno dipenda in modo consistente dalla presenza di detenuti di nazionalità straniera, prevalentemente extracomunitari.
Nei confronti di questi ultimi, in base all'articolo 15 del decreto legislativo n. 286 del 1998, è previsto che l'esecuzione dell'espulsione avvenga solo subito dopo la cessazione del periodo di custodia cautelare o di detenzione. È pur vero che il successivo articolo 16 dello stesso decreto legislativo prevede che il giudice, nel pronunciare sentenza di condanna per una reato non colposo o nell'applicare la pena su richiesta delle parti, ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, nei confronti di uno straniero rispetto al quale ricorrano gli estremi di espulsione amministrativa, quando ritiene di dover applicare la pena detentiva entro il limite di due anni e non ricorrano le condizioni per ordinarne la sospensione condizionale, può sostituire la medesima pena con la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni. Ma la seconda previsione interessa sicuramente una quota marginale rispetto ai condannati ad una pena detentiva superiore. E queste norme riguardano solo, come dicevo, gli extracomunitari.
Per quanto riguarda, invece, i cittadini comunitari, il decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, nulla dice in proposito. Ma è evidente che anche in questo caso, per i princìpi generali, vale il criterio della preventiva espiazione della pena rispetto al provvedimento di espulsione. Al massimo si potrebbe ipotizzare una procedura quale quella delineata dall'articolo 16 del decreto legislativo n. 286, in ragione della previsione contenuta nell'articolo 31 della direttiva comunitaria, che prevede l'immediata espulsione qualora il provvedimento di allontanamento si basi su una precedente decisione giudiziale. Ma si tratta di un'ipotesi interpretativa, nulla di più. Inoltre, la norma non è stata recepita nel citato decreto legislativo n. 30 di attuazione della direttiva, né ripresa del decreto oggi al nostro esame.
Siamo, quindi, in presenza di una materia per la quale appare opportuna una più completa ridefinizione normativa, sulla base di appositi accordi di carattere internazionale. Mentre per quanto riguarda i Paesi extracomunitari la possibilità di giungere a convenzioni, che prevedono l'ipotesi che il cittadino condannato in Italia venga espulso ed espii la pena nel Paese d'origine, appare francamente remota e richiederebbe comunque una molteplicità di accordi bilaterali, diversa invece è la situazione per quanto riguarda i cittadini comunitari.
In questi casi appare possibile ipotizzare una convenzione in sede europea che stabilisca che il cittadino comunitario, condannato per fatti previsti come reati nel Paese ospitante, qualora gli stessi fatti siano considerati reati anche dalla legislazione del Paese d'origine, possa esser espulso dal Paese ospitante ed il Paese d'origine garantisca l'espiazione della pena nei suoi istituti penitenziari, salva la possibilità ovviamente di ricorrere avverso la sentenza, se non definitiva, del Paese che l'ha emessa presso gli alti gradi di giudizio dello stesso, magari usando lo strumento della teleconferenza, ormai ampiamente utilizzato nei procedimenti giudiziari.
Si tratterebbe di una soluzione estremamente auspicabile, che rafforzerebbe la collaborazione giudiziaria nei Paesi dell'Unione; renderebbe più facile il recupero del reo e, per quanto riguarda il nostro Paese, servirebbe anche, se in misura ridotta, ad alleggerire il sovraffollamento delle carceri. Questo è il senso dell'ordine del giorno presentato per impegnare il Governo a farsi promotore a livello europeo di una convenzione di questo tipo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Calvi. Ne ha facoltà.
*CALVI (PD-Ulivo). Signor Presidente, non sarà semplice esporre in poco tempo tutte le considerazioni che avrei voluto svolgere. In Commissione, in qualche modo, il dibattito è terminato, ma non nel modo migliore, considerando il lavoro straordinariamente utile svolto dal relatore e che, purtroppo, non è giunto al suo termine fisiologico qui in Aula.
Vorrei comunque partire da una considerazione. È stato detto che questo provvedimento nasceva da una situazione contingente ed aveva una connotazione d'ordine emotivo. Io credo che questo non sia assolutamente vero. Voglio dare atto al Governo, e soprattutto al ministro Amato, di aver tempestivamente e con grande rigore risposto ad una situazione certamente drammatica e difficile, ma di aver dato risposta anche ad una situazione più complessiva, che nasceva da una direttiva europea e che imponeva una soluzione di ordine normativo, su cui il Parlamento avrebbe dovuto decidere.
La trasformazione in decreto era proprio lo strumento attraverso cui si dava una risposta all'opinione pubblica circa l'impegno del Governo e del Ministero dell'interno a trovare quelle soluzioni che venivano richieste, purtroppo non sempre in modo equilibrato. A quelle vicende così drammatiche ne sono infatti seguite altre di segno opposto; si stava innescando una spirale terribile nel nostro Paese, se non fosse intervenuto il ministro Amato con questo decreto, che ha l'indubbio merito di aver riportato il problema nelle sedi parlamentari e sul terreno giusto, quello giuridico. Non si tratta infatti di un problema di ordine emotivo o di carattere etico; si tratta soprattutto di un problema di carattere giuridico.
Ho già sottolineato questo punto in Commissione: il provvedimento in esame è difficile dal punto di vista tecnico, perché ha un ambito assai ristretto. Esso ha due argini molto rigorosi ed insuperabili. Il primo argine è rappresentato dalla direttiva europea, che ci vincola, il secondo è rappresentato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale. Tra questi due argini (Costituzione e giurisprudenza della Corte costituzionale, da un lato, e direttiva europea, dall'altro) il percorso è molto stretto, ma credo che il decreto redatto dal Ministero dell'interno e dal ministro Amato abbia saputo percorrerlo con grande rigore e con grande intelligenza giuridica e politica.
Sono dell'idea che qualche modifica vada fatta - non ci sono dubbi - e rivendico al Parlamento il dovere, oltre che il diritto, di interloquire con il Governo sul provvedimento. Ci sono alcuni punti sui quali occorre una migliore precisazione (si tratta infatti di un provvedimento certamente meritevole, ma scritto con l'affanno di dover provvedere con rapidità); penso, ad esempio, alla responsabilità personale; non che non sia prevista, ma forse è necessaria una precisazione più attenta.
Tralascio tutti gli altri argomenti, che avrei voluto trattare già in Commissione; vedremo di discuterne nel corso dell'esame degli articoli e dei relativi emendamenti. Credo che il problema vero sia nella direttiva europea che non mi convince fino in fondo. Tale direttiva pone infatti non pochi problemi. Poiché essa è vincolante per il Governo e per il Parlamento (cioè per lo Stato italiano), credo che bisognerebbe sì recepirla, ma anche delegare il ministro Amato e il Governo a riproporre in sede europea la discussione.
Questo è il punto. Se noi abbiamo - come abbiamo - riserve sulle formulazioni e sulle scelte, come accade in Italia nel rapporto tra Governo e Parlamento, così deve accadere in Europa nel rapporto tra Stati membri ed Unione Europea. Credo che, al termine della nostra discussione, dovremmo fare in modo di delegare il Governo a ridiscutere questi temi (il Governo deciderà poi quali iniziative assumere), senza rimettere in discussione il Trattato di Schengen, come ho sentito dire. Non è quello il problema. Il problema è che questa direttiva non ha tenuto conto di una serie di elementi di carattere giuridico, per noi altrettanto vincolanti, e di scelte che saremo obbligati a compiere.
In questo senso, anticipo in qualche modo quello che sarà oggetto della discussione dei singoli emendamenti che saranno presentati sul provvedimento.
AMATO, ministro dell'interno. Bravo, Guido!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bosone. Ne ha facoltà.
*BOSONE (Aut). Signor Presidente, colleghi, intendo esprimere grande compiacimento nei confronti del provvedimento in esame la cui valenza supera assolutamente il merito del contenuto ed assume per l'Italia un valore politico a mio avviso del tutto particolare, soprattutto per quella parte del Paese in cui la sicurezza è diventata l'emergenza e l'esigenza primaria.
Signor Ministro, non mi addentro negli aspetti tecnici che hanno affrontato i miei colleghi e mi attengo solo al tema politico. Nella terra da cui provengo, il Sud della Lombardia, il fenomeno dei delitti che vengono perpetrati nel domicilio privato, all'interno della propria casa, quando la famiglia mangia, dorme, vive nella propria intimità sta assumendo una dimensione che non è estemporanea, come hanno sottolineato alcuni colleghi, ma sta diventando continuativa.
Questo tipo di delitto consumato a danno delle famiglie italiane, all'interno del domicilio privato, è particolarmente odioso ed assume anche toni di particolare violenza cui non siamo abituati. Purtroppo è un fenomeno in crescita, che non si manifesta una volta ogni due o tre mesi. Nella mia provincia, quella di Pavia, ad esempio, crimini di questo genere si verificano ormai settimanalmente, in modo diffuso, e questo sta creando grandissime apprensione e preoccupazione.
La percezione di insicurezza sta crescendo in una grande parte del Paese, se non in tutto. Per questo motivo il provvedimento in esame, seppure affronti la questione sotto il profilo della prevenzione ed interessi l'allontanamento dei cittadini non italiani, comunitari e non, assume una notevole valenza politica e rappresenta un importante segnale per il Paese. Certo, non è sufficiente. Bisogna svolgere un lavoro di tasselli da mettere insieme. Il problema della sicurezza non si affronta solo con questo provvedimento che investe solamente la parte che attiene alla prevenzione. Ritengo però che le misure adottate con il decreto in esame siano particolarmente significative.
Credo che l'allontanamento dal territorio italiano di cittadini ritenuti in qualche modo pericolosi o che non dispongono di chiari mezzi di sussistenza per mantenere se stessi e la propria famiglia e che sono, quindi, propensi a delinquere, sia un dato positivo. Si tratta, però, signor Ministro, di inserire questo provvedimento in un contesto più ampio. Mi riferisco anche al legame stretto che deve sussistere con gli enti locali per garantire la tutela della sicurezza dei cittadini. Vedo pertanto con molto favore i patti per la sicurezza stipulati nei diversi territori; questi, però, vanno riempiti di contenuti concreti.
Allo stesso modo, bisogna in qualche maniera puntare all'integrazione delle forze di polizia sul territorio le cui azioni non devono essere lasciate alla casualità o alla buona volontà delle prefetture ma devono essere comunque orientate da un indirizzo forte che deve provenire dal Governo. Non possiamo collocare un poliziotto ad ogni angolo delle strade ma sicuramente dobbiamo provvedere ad una forte integrazione delle forze di polizia.
Entrando nel merito del decreto in esame, i temi della legalità, del rispetto delle regole e, quindi, della tutela della sicurezza interessano certo i cittadini italiani ma anche tutti quei cittadini comunitari ed extracomunitari che vengono nel nostro Paese per lavorare, per condurre una vita dignitosa, per crescere e far crescere le proprie famiglie e per integrarsi. Ritengo, quindi, che il problema della sicurezza in Italia riguardi chiunque vive e lavora nel nostro Paese, italiani e stranieri.
L'ultima osservazione riguarda i centri di permanenza temporanea che non possono assumere una dimensione disumana e non devono diventare case carcerarie territoriali. Dobbiamo stare attenti a che questi centri temporanei riescano ad accogliere in modo umano i cittadini comunitari ed extracomunitari in attesa di espulsione, dividendo i delinquenti da quelli che non lo sono. Stiamo perciò attenti a che non diventino per queste persone semplicemente un carnaio o un'anticamera dell'inferno. (Applausi dal Gruppo Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saro. Ne ha facoltà.
SARO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, non tratterò tanto gli aspetti tecnici di questo provvedimento; darò invece alcune valutazioni politiche su quanto è avvenuto nella discussione in Commissione e nel dibattito nel nostro Paese.
Il provvedimento in esame è stato assunto per iniziativa del ministro Amato dopo i noti fatti di Roma, dopo aver preso atto che, per una serie di ragioni ed anche di errori del Governo italiano, siamo diventati la discarica di tutto il mondo rom, non più accettato in Romania. Gli altri Paesi hanno goduto di moratorie, per cui solo in Italia sono arrivate alcune centinaia di migliaia di rom. Li ho visti passare all'inizio dell'anno - poiché vivo in Friuli-Venezia Giulia - non per le autostrade, ma per strade secondarie della nostra Regione, con i loro mezzi di fortuna e le carovane. Si capiva che qualcosa di strano stava avvenendo.
Abbiamo visto quali sono stati gli effetti in Italia. Nelle grandi città, in particolare Roma, Milano e Torino, dove si sono fermati e accampati, hanno creato un fortissimo disagio sociale. La delinquenza, com'è a tutti noto e i dati sono oggettivi, è enormemente aumentata, fino a fatti spiacevoli e pesanti come quelli avvenuti a Roma. C'è voluto l'omicidio verificatosi a Roma per l'adozione di questo decreto-legge.
Su tale decreto si è aperto un confronto politico nel Paese, che è stato prima strumentale, con il centro‑destra e il centro‑sinistra che si lanciavano reciproche accuse, ma poi è diventato un dialogo nel merito. Ognuno di noi e ogni forza politica anche dell'opposizione aveva molto apprezzato infatti, da un lato, l'appello di Veltroni, che aveva sostenuto la necessità di uno sforzo congiunto delle forze politiche sia del centro-destra che del centro‑sinistra dal momento che la sicurezza non è né di destra né di sinistra, bensì una garanzia per tutti i cittadini, e, dall'altro lato, gli appelli del ministro Amato a trovare una convergenza.
Avevo molto gradito anche l'intervista del vice presidente del Senato Caprili su «la Repubblica» in cui, da comunista e rompendo un tabù della sinistra radicale, faceva notare che la questione andava affrontata, trovando soluzioni per chiudere una fase che rischia di essere dirompente anche nei confronti dei ceti popolari. Chi ha più paura di ciò che sta avvenendo nel nostro Paese sono soprattutto i ceti popolari. Ho molto apprezzato - lo ripeto - le dichiarazioni del vice presidente Caprili.
In Commissione ci siamo mossi ricercando un dialogo e cercando di migliorare essenzialmente su due punti il provvedimento in esame, in modo che rimanesse comunque sempre compatibile con la direttiva comunitaria. Pur sapendo che essa ha dei limiti, come ha ricordato il senatore Calvi, essa consente alcuni importanti interventi, prevedendo l'allontanamento di cittadini che non hanno i requisiti per rimanere in Italia e che sono stati espulsi da altri Paesi dell'Unione Europea e l'iscrizione anagrafica, come elemento di sicurezza e raccordo con le politiche del territorio e delle amministrazioni locali. Se non c'è un controllo su questo piano è impossibile fare qualunque tipo di provvedimento di espulsione.
Abbiamo lavorato ed eravamo arrivati a un'intesa positiva su due emendamenti. Avevamo dato il via libera, chiudendo unitariamente l'iter del provvedimento in Commissione. Ieri è arrivato però lo stop, non si può più fare, smentendo il relatore che aveva fatto un grosso sforzo di sintesi e smentendo il Partito Democratico, che aveva dichiarato una grande disponibilità a chiudere questa intesa. Non so da chi sia arrivato lo stop; immagino sia giunto in particolare da Rifondazione Comunista, il partito del nostro vice presidente Caprili. Tuttavia, mi sembra una scelta profondamente sbagliata bloccare una possibile intesa su un tema di questo genere. In tutti i Paesi occidentali sulle grandi questioni "politica estera" e "politica della sicurezza interna" c'è sempre una convergenza, solo in Italia questo non può avvenire. Si è messo in movimento un processo per cui si deve far saltare questa possibile intesa.
Do allora un'interpretazione, che non credo sia sbagliata, a ciò che sta avvenendo. La sinistra radicale vuole impedire in ogni modo l'instaurarsi di un dialogo positivo che faccia uscire il Paese dal pantano; cerca di creare spaccature in ogni forma di dialogo tra le forze politiche dei due schieramenti sulle grandi questioni; non è interessata alla sicurezza del cittadino, vuol far passare un provvedimento che alla fine non consentirà alcun tipo di espulsione. Mentre, infatti, con le norme concordate con il relatore Sinisi, colui che ha commesso l'omicidio a Roma può essere espulso (come larga parte di coloro che delinquono o che non hanno i requisiti per rimanere in Italia), con le norme contenute nel testo originario del decreto-legge in esame credo che difficilmente - basta osservare i dati di questi giorni - riusciremo a risolvere questa grave questione al centro della sensibilità dell'opinione pubblica italiana.
Non ci si meravigli poi se si verificano vicende come quelle accadute nel profondo Nord-Est o in Lombardia, cui ha appena fatto riferimento il senatore Bosone. Ne scaturirà una ribellione sociale, una rottura anche con le pubbliche amministrazioni.
Ho apprezzato molto, signor Presidente, le dichiarazioni del Ministro dell'interno sulla manifestazione che ha avuto luogo a Cittadella, ma poi vedo che alle dichiarazioni non seguono atti concreti da parte del Governo centrale perché condizionato dalla posizione di una sinistra che, lo ripeto, dovrebbe invece essere attentissima - come ha affermato il senatore Caprili a questi nuovi fenomeni che sono pericolosissimi anche e soprattutto per i ceti popolari, per la povera gente. Alla fine prevale però l'ideologia e in questo Paese si blocca ogni tipo di iniziativa volta al cambiamento.
Mi auguro che nel corso del dibattito sull'articolato si possa riprendere il dialogo e trovare quella intesa giusta non per gli interessi di una parte, ma per gli interessi del Paese.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.
*QUAGLIARIELLO (FI). Signor Presidente, onorevole Ministro, pochi giorni dopo aver venduto un patrimonio comune, un bene inestimabile come la pubblica amministrazione, la maggioranza sacrifica, sull'altare della propria sopravvivenza, un'esigenza fondamentale per ogni cittadino: la questione percepita dagli italiani come urgenza primaria e indeferibile, il tratto che fa di un Paese un Paese civile. Stiamo parlando della sicurezza, di ciò che consente al cittadino la libertà dalla paura.
Che il problema non fosse una priorità per questo Governo lo si era capito da tempo, tanto è vero che al momento di affrontare la questione, nel tentativo di arginare il bollettino di guerra che ormai quotidianamente le cronache ci consegnano, l'Esecutivo non aveva ritenuto di dover legiferare per decreto ma, dopo rinvii e le solite estenuanti trattative interne alla maggioranza, aveva partorito un pacchetto da affidare con tutta calma all'esame del Parlamento. Finché l'agenda, purtroppo, alla fine l'ha dettata la cronaca nera.
Travolto dalla drammatica efferatezza del delitto di Tor di Quinto e incalzato dal sindaco Veltroni, che di quella tragedia - almeno in termini di immagine - rischiava di pagare il prezzo più alto, il Governo si è deciso a decretare d'urgenza. Allora si poteva avere un sospetto, oggi purtroppo vi è certezza.
Vi sono, signor Ministro, aspetti della vita sociale - tra questi la sicurezza - che dalla politica dovrebbero essere considerati sacri, non negoziabili, o quantomeno non declinabili in termini di mera immagine.
Ebbene, di fronte alla drammatica insufficienza di questo decreto, dobbiamo affermare che la tragedia che ha stroncato una vita e sconvolto la città di Roma è stata fatta scadere a questione di immagine.
Se questi sono i primi frutti dell'influenza del "veltronismo" sulla vita politica nazionale, si deve prendere atto che si tratta di frutti avvelenati. Infine, sembrava che il topolino, frutto di tanto travaglio, avrebbe potuto costituire un primo, seppure parziale, terreno di confronto con l'opposizione. Niente da fare. La tolleranza zero è durata il volgere di qualche telegiornale. E questa volta il pendolo di una maggioranza, paralizzata da un nefasto dualismo, si è fermato sul lato sinistro.
Ha vinto l'Italia dell'impunità, formale e sostanziale, al cospetto della quale la Spagna di Zapatero, così spesso evocata quando fa comodo, appare come una inespugnabile fortezza militare. L'Italia che rifiuta la realtà, per privilegiare l'ideologia. L'Italia di coloro che da una immigrazione selvaggia e incontrollata sperano cinicamente di lucrare vantaggi per la propria parte, soffiando sul fuoco del malcontento dei tanti cittadini che al proprio diritto a vivere sicuri vedono sistematicamente anteporre un ipocrita richiamo ad un malinteso senso di solidarietà nei confronti di persone che dal nostro Paese non possono avere né un tetto né un lavoro e che anche per questo, nella stragrande maggioranza, sono portate a delinquere. Si tratta di persone che i Paesi di provenienza, anche la Romania, di fatto mettono alla porta, grazie ad una legislazione ben più severa della nostra e che da noi approdano indisturbate, commettono reati, certe di sfuggire a qualsiasi sanzione e sicure del fatto che ad esse non verrà chiesto neppure il minimo che si pretende da ogni cittadino italiano: dimostrare di avere un domicilio.
Nel frattempo, è bene ricordarlo, con i tagli che la finanziaria in discussione sta apportando a tutto il settore sicurezza tranne - guarda caso - alla Guardia di finanza, il Governo ha perso un'altra buona occasione per invertire la tendenza. Da quando Romano Prodi è a Palazzo Chigi, i fondi per i rimpatri degli immigrati sono diminuiti del 16,19 per cento, passando dai quasi 12,5 milioni del 2006 ai quasi 10,5 milioni di quest'anno. Valore che viene confermato anche dalla finanziaria attualmente in discussione. Il dato non è nostro. Emerge dalla relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato al decreto che stiamo discutendo.
Ma di cosa ci possiamo meravigliare, signor Presidente? C'è ben poco da stupirsi, dal momento che la progressiva disarticolazione messa in atto dal Governo in tema di sicurezza non è altro che la coerente, scientifica conseguenza di quello che l'Unione aveva promesso nel suo programma di Governo. Su questo aspetto ha purtroppo ragione la sinistra radicale: era già tutto scritto, dallo stravolgimento della normativa sull'immigrazione ai tagli per il comparto del Viminale, dalle misure intimidatorie ai danni delle forze di polizia impegnate nell'ordine pubblico alla richiesta di un processo politico e mediatico sulla pubblica piazza per gli agenti del G8 di Genova: nel tomo del programma elettorale dell'Ulivo c'era tutto questo.
E torniamo, infine, al decreto che ci occupa. In Commissione affari costituzionali - l'ha detto, prima di me, il senatore Saro - avevamo coltivato un ultimo residuo barlume di speranza affinché non fossero messi da parte i margini per poter migliorare il testo, apportando di comune accordo con la maggioranza delle modifiche in nome della sicurezza dei cittadini (che dovrebbe essere ancora interesse di tutti). Sembrava che con l'accordo del relatore e il parere favorevole del Governo si potesse quantomeno definire la situazione di un cittadino di un Paese comunitario che entra in un altro Stato europeo senza dichiararsi né registrarsi. Ma non se n'è fatto nulla.
La sinistra massimalista, che resta l'autentica azionista di riferimento del Governo Prodi, facendo la vittima per lo smacco subìto sul Protocollo, si è immediatamente fatta risarcire a scapito della sicurezza dei cittadini. È bastata una riunione di maggioranza per far saltare gli emendamenti di minima ragionevolezza, che avrebbero potuto trovare da parte nostra una disponibilità ad interloquire. Addirittura, il decreto arriva in Aula senza un relatore.
Questo decreto, signor Presidente, è una sconfitta non per una parte politica, ma per tutti, per tutti i cittadini: un inutile pannicello caldo e una ennesima presa in giro - così rischia di essere letta - da parte della maggioranza e del Governo.
Ministro Amato, me lo consenta come avversario leale e anche in nome della nostra colleganza: ho l'impressione che dal giorno in cui si è insediato al Viminale non abbia mai fatto nulla per nascondere una professionale insofferenza per le questioni delle quali avrebbe dovuto occuparsi. Non c'è mai stato un Ministro dell'interno che ha consentito con tanta tranquillità che per due anni di seguito la legge finanziaria falcidiasse le risorse per il proprio comparto. C'è un'etica della responsabilità nei confronti della propria maggioranza e della propria parte politica, ma ce n'è una più forte nei confronti del proprio Paese. Se la sicurezza non le interessa, perché non chiede - magari a gennaio - d'emigrare ad altro Ministero?
Ci sono cose che si potevano prevedere perché scritte nel "libro dei sogni" dell'Unione, ma poiché le politiche viaggiano sulle gambe degli uomini, altre non le avremmo immaginate. Per la stima e la considerazione che portiamo verso alcuni uomini della sinistra, ministro Amato, non avremmo pensato che un uomo avveduto come lei accettasse di sottoscrivere insieme al ministro Ferrero un disegno di legge sull'immigrazione che sarebbe grottesco, se non fosse drammatico nelle sue prevedibili conseguenze.
Tutto ci saremmo aspettati, fuorché la circostanza che neanche la drammaticità della nuda cronaca avrebbe indotto nei rappresentanti più moderati della maggioranza di Governo un sussulto di dignità, che sarebbe doverosa anche per scongiurare quei fenomeni di «giustizia fai da te» che rappresentano la punta di un iceberg di una tentazione ben più ampia: se questa dovesse non essere arginata in tempo, l'Italia scivolerebbe nella barbarie, ma la responsabilità politica cadrebbe su di voi e sulla vostra pavidità.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cutrufo, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G102. Ne ha facoltà.
CUTRUFO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, ho ascoltato - non solo da qui, ma anche dalla mia stanza attraverso il collegamento video - i colleghi che mi hanno preceduto, in particolare il senatore Calvi, che giustamente faceva richiami più generali alla giurisprudenza.
Viceversa, vorrei fare un richiamo alla necessaria semplicità: dobbiamo ragionare come i cittadini e non da professionisti del diritto o comunque da appartenenti a quest'Aula esasperando la nostra esperienza politica.
E' evidente che l'Europa - ormai è una battuta che sa di antico - è una grande conquista e per fortuna è stata fatta in tempi nemmeno recentissimi; come è del tutto evidente la storia dell'Europa, quella tradizionale, quella - solo per dare un riferimento geografico - del Patto atlantico, quella che dal dopoguerra ad oggi in modo unitario, in fasi diverse, ha portato avanti una esperienza all'interno dei propri Paesi di tipo culturale unitario, che ha abituato peraltro ad una sana democrazia i propri cittadini.
Poi, e di nuovo per grande fortuna, è passata l'idea di allargare i confini dell'Europa, di fare un'Europa forte non solo geograficamente ma anche culturalmente, di riconoscere la tradizione europea a chi nella culla dell'Europa è stato. Abbiamo sempre ripetuto che c'è necessità di riconoscere le radici giudaico‑cristiane a questa realtà europea, perché sono una delle cose che omogeneizzano dal punto di vista culturale, non perché siamo cattolici ma perché la cultura alla quale ho fatto riferimento prima ha fondato l'Europa delle genti.
C'è però una parentesi nella nostra storia che ha diviso alcuni Paesi europei dagli altri, assoggettandoli ad una cultura diversa, più dura, più concreta, meno democratica. Vorrei fornire la cartina di tornasole di questi accadimenti storici. Basta recarsi in Cina, piuttosto che in Romania o in altri Paesi europei che appartenevano a quel blocco e ad una cultura dell'ordine gestita in modo diverso, per sentirsi - sto per dire qualcosa in contraddizione - liberi e tranquilli, senza timori di essere aggrediti né da un cinese né da un altro cittadino che in quel momento si trova lì per qualsiasi motivo. E così, paradossalmente, è in Romania, perché in questi Paesi - in Cina ancora e in Romania in un recentissimo passato - vigeva un altro tipo di regime e, conseguentemente, di ordine, e a quella cultura i cittadini di cui parliamo si sono assoggettati. Perciò, chi avesse in animo di delinquere in quei Paesi sa e sapeva bene a cosa andava incontro.
L'Europa storica, quella alla quale ho fatto riferimento all'inizio del mio intervento ha un'altra tradizione: quegli esperimenti, quelle vicende culturali, sono passate. Oggi un cittadino europeo tiene alla sua libertà di espressione e di movimento con una cautela verso le istituzioni e verso questi princìpi enorme. La stessa cosa non accade in Romania. I Governi della Romania e degli altri Paesi del blocco che dovessero passare in Europa hanno gestito la sicurezza in un altro modo, tanto è vero che coloro i quali avessero in animo di delinquere, pensano di espatriare in Europa, nella fattispecie in Italia perché ritengono che qui, grazie ad una cultura democratica che affonda radici in ambiti diversi, con un'altra storia, ormai maturata nei decenni, nel cinquantennio del dopoguerra, possono delinquere senza un controllo adeguato che, viceversa, nella loro Nazione, è ancora esercitato concretamente e duramente. Lì infatti i Governi ritengono che ancora non esiste la maturità democratica che esiste invece nella vecchia Europa. In Cina accade la stessa cosa. Io mi sento tranquillo perché c'è un Governo molto duro, molto vigile e molto attento con i suoi, così tanto e troppo attento che noi non condividiamo l'esagerazione di questa cautela.
Ecco perché con l'ordine del giorno G102 - mi spiace che non sia presente il senatore Calvi, perché avrebbe capito lo spirito dell'ordine del giorno - noi cattolici del Gruppo della Democrazia cristiana chiediamo una revisione storica dell'Accordo di Schengen perché si possa mettere finalmente il ministro Amato, pro tempore Ministro dell'interno, nelle condizioni di agire con decisione verso quelle persone che vogliono delinquere e che non sono mature per una democrazia europea moderna; a difesa di quei cittadini non solo rumeni, ma europei, che da ultimo sono entrati nell'Unione Europea e che conosco molto bene; si tratta di persone assolutamente perbene. Anch'essi, infatti, devono essere difesi: in Romania come già lo sono, ma anche in Europa. È questo lo spirito del mio ordine del giorno che impegna il Governo a farsi promotore a livello europeo per ottenere una revisione dell'Accordo di Schengen.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pellegatta. Ne ha facoltà.
PELLEGATTA (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, signor Ministro, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, Ion Cazacu, quarantenne piastrellista rumeno, ingegnere, morì il 16 aprile del 2000 dopo un mese di agonia; aveva gravi ustioni su tutto il corpo. Un mese prima, a Gallarate, aveva chiesto, insieme ad alcuni compagni di lavoro, un incontro al suo "padroncino", un piccolo imprenditore edile. Ion era stufo di lavorare in nero e cercava di essere assunto. La discussione diventò presto un brutto litigio. L'imprenditore perse la testa, prese una tanica di benzina, la versò addosso all'uomo e gli dette fuoco. Fu un omicidio, come confermato da sentenza definitiva.
Ho voluto, in questa sede autorevole, ricordare quella vicenda tragica perché è stato visibile nelle scorse settimane il rischio che un intero popolo dovesse subire un giudizio frettoloso e sommario, in ragione della responsabilità di un suo singolo componente. Si tratta di un rischio al quale fortunatamente siamo riusciti a sfuggire, pur di fronte alla ferocia del gesto di quel singolo, sul quale pesa una colpa inemendabile, come l'assassinio di Giovanna Reggiani.
Insieme a Ion vorrei ricordare allora quei migranti che, con dignità e fatica, contribuiscono a produrre la ricchezza di tutti, a costruire le nostre case, ad avere cura dei nostri figli, a badare ai nostri anziani. Troppe volte i diritti di questi uomini e donne vengono negati. Sicurezza e diritti sono due facce della stessa medaglia e può destare preoccupazione la scelta, presa sull'onda di un dramma, di scindere questi due aspetti.
Se oggi affrontiamo, con l'urgenza imposta dallo strumento del decreto, solo l'aspetto della sicurezza, dobbiamo avere la consapevolezza che l'altro provvedimento in arrivo, il cosiddetto pacchetto sicurezza, dovrà pensare a forme più forti e valide di integrazione ed esigibilità dei diritti. L'unica strada per affermare l'unità di quei due valori è la responsabilità individuale dei comportamenti.
Uno dei limiti della cosiddetta legge Bossi-Fini sta proprio nella criminalizzazione preventiva, che elude la responsabilità individuale. Si tratta di una criminalizzazione che ben si esemplifica nell'istituzione dei Centri di permanenza temporanea (CPT), luoghi di detenzione senza processo. Per questo non è irrilevante ricordare come sia stata proprio una donna romena a denunciare l'assassino di Giovanna Reggiani, anche contro alcuni suoi compagni di campo.
La promozione dei diritti e la costruzione di una coesione sociale tra cittadini italiani e migranti, siano essi extracomunitari o comunitari, rappresentano la parte fondativa di un'azione volta a garantire una maggiore sicurezza per tutti.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Negri. Ne ha facoltà.
NEGRI (Aut). Signor Presidente, il decreto-legge al nostro esame è un provvedimento non tardivo, puntuale e necessario. Ci auguriamo che, nel corso della discussione, esso non subisca eccessivi stravolgimenti, tali da renderlo poco efficace.
Ad esempio, proprio oggi nella mia Regione, il Piemonte, il Consiglio regionale discute un'impegnativa legge regionale per la sicurezza integrata. È valutazione diffusa dei sindaci delle medie e delle grandi Città della mia Regione che i patti per la sicurezza, attivamente promossi dal ministro Amato, siano stati fecondi, ma che non bastino alla rete degli enti locali pur ingenti trasferimenti di fondi e pur attive politiche locali se non c'è un esplicito sostegno nazionale.
Il decreto-legge in esame presenta alcuni punti di innovazione molto precisi ed efficaci. Il nostro Gruppo desidererebbe che tali restassero alla fine della discussione e alla fine dei dibattiti in Commissione giustizia e in Commissione affari costituzionali. Esso, dunque, contiene punti molto efficaci, ma anche punti che necessitano di un ulteriore approfondimento.
Noi riteniamo molto efficace l'attribuzione al prefetto della competenza ad adottare provvedimenti di allontanamento per motivi di pubblica sicurezza, di ordine pubblico, di sicurezza dello Stato. Riteniamo inoltre del tutto limpida e congrua la definizione, così come appare nel decreto, di cosa si intende per motivi imperativi di pubblica sicurezza. Sentiamo però che alcuni Gruppi ritengono si debba ulteriormente specificare, per non cadere nel rischio di genericismi; essi sentono l'esigenza di garantire in qualche modo il concetto del motivo imperativo di pubblica sicurezza.
Riteniamo positiva la trasformazione da contravvenzione in delitto, punito con la reclusione fino a tre anni, del rientro nel territorio nazionale in violazione del divieto di reingresso. Come pure è positivo, naturalmente, il fatto che, in caso di procedimento penale, la normativa che si applica al cittadino comunitario sia quella di fatto già applicata ai cittadini extracomunitari.
Il problema, che è contemplato in uno degli ultimi commi del penultimo articolo che noi riteniamo vada applicato nella sua sostanza, è l'ottemperanza all'allontanamento del cittadino dell'Unione Europea quando vengono a mancare le condizioni che determinano il soggiorno. Nella direttiva europea è detto chiarissimamente quali sono le condizioni che consentono il soggiorno: l'avere un lavoro, l'avere un'assicurazione, l'aver certificato la propria presenza. Sono condizioni nitide, precise, inderogabili. Qualora non fossero più esistenti, non bisogna certamente chiedere l'allontanamento d'imperio; al riguardo, il provvedimento sollecita una sorta di ritorno volontario, con la certificazione presso il consolato italiano nel Paese di origine del fatto di essere ritornati, e non impedisce il reingresso. Ma certo quella di focalizzare e rendere attivo il punto relativo al venir meno delle condizioni che legittimano, secondo la direttiva europea, la permanenza nel Paese è una questione politica dirimente.
Non è la tassa sulla povertà, non è la persecuzione del cittadino comunitario solo in determinate condizioni, non rappresenta una contraddizione rispetto alla politica di integrazione. È però una questione che, ove non individuata, non isolata, rende impossibile l'applicazione stessa del decreto. (Applausi della senatrice Rubinato).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Stiffoni. Ne ha facoltà.
STIFFONI (LNP). Signor Presidente, signor Ministro, onorevole Sottosegretario, colleghi, comincio con il farmi una domanda: è sempre necessario un assassinio più violento, gratuito ed efferato di altri, perché in Italia ci si svegli sull'emergenza criminalità?
In questo Paese, tra patteggiamenti, riti abbreviati ed indulti, i delinquenti sanno di avere ormai la garanzia dell'impunità. La certezza della pena è solo uno slogan buono per i periodi preelettorali. Ma crea altrettanto sdegno l'uso strumentale che ogni partito poi fa dell'ennesima vittima, solo per cavalcare la giusta e crescente indignazione popolare.
Anche questa volta, una morte in più, in questo caso la signora Giovanna Reggiani, forzata a concludere in modo orrendo una vita serena, dedicata al marito e ai bambini cui insegnava. Una morte che fa più notizia, magari perché avvenuta a Roma e non nella colonia Nord-Est; una morte, ripeto, che fa più notizia dei tanti vecchi e vecchie ammazzati di botte in casa, spesso per rapinare pochi euro o al massimo la pensione di un mese, e il cui destino amaro occupa ormai solo le poche righe delle notizie brevi nella cronaca nera.
L'una, come le altre, sono morti che chiedono giustizia senza sconti né rimandi. E non solo limitandosi all'espulsione di delinquenti che torneranno, qui o altrove, beffardi e perfino resi più forti per l'impunità di fatto acquisita. Sono morti che impongono un impegno di giustizia pragmaticamente efficace e una politica dell'immigrazione lucida e strategica, a lungo termine.
Sono morti di cui diventa complice ideologico chi si ostina a difendere le ragioni di Caino e le mille scusanti basate su problemi di nascita, di povertà, o di destino, e non a proteggere Abele. Un Abele che in Italia ha molti volti: i bambini analfabeti e le donne anziane, piegate dalla magrezza e dall'artrosi, che mendicano, palesemente sfruttati per raccogliere elemosine ai lati delle strade; le donne violentate o uccise, i vecchi rapinati. Ma anche le molte famiglie aggredite in casa o in negozio, come se il guadagnare lavorando fosse una colpa e l'essere rapinati una forma di brutale «giustizia sociale», come a dire «tanto sono ricchi».
Dice Prodi: «Non agiamo sull'onda della rabbia». Ascoltiamola, invece, la rabbia, non per farsi giustizia da sé, come sarebbe perfino comprensibile - ma non giustificabile - quando lo Stato mostri una colpevole latitanza nel tutelare i propri cittadini, ma per cambiare, in modo sostanziale e definitivo, questo stato di cose. Perché esiste una rabbia sacra e un'indignazione sacra quando l'ingiustizia è arrivata al colmo, quando il buonismo fa rivoltare lo stomaco, quando il numero di vittime barbaramente uccise grida da solo giustizia, se non vendetta.
Hanno provato mai, tutti i paladini di Caino, soprattutto ma non solo a sinistra, a mettersi nella pelle di una donna violentata e uccisa, di un vecchio o di una vecchia brutalmente ammazzati di botte e lasciati morire come cani, perché vivevano da soli? Hanno provato ad avere la casa, di notte, invasa da delinquenti, a vedere i figli minacciati con la rivoltella o un familiare assassinato sotto i loro occhi? Hanno provato che cosa significhi essere pedinati e sentire l'angoscia che ti arriva al cervello e diventa incubo continuo per mille altre notti? Chi viaggia con la scorta e tanti altri privilegi di sicurezza, non sa cosa voglia dire sentirsi in balia di uno o più delinquenti, di assassini o di uno stupratore.
Ecco perché la gente comune non ne può più di chiacchiere e promesse a vanvera. Perché misura sulla propria pelle il divario tra le promesse e la pericolosità reale del vivere oggi in Italia, dalle angherie dei piccoli furti alle insidie di attacchi, rapine o stupri potenzialmente mortali.
Dovrebbe entrare in Italia ed avere la residenza solo chi dimostratamente possa - per competenza professionale, anche nei lavori semplici, per titolo di studio, ma soprattutto voglia di lavorare - svolgere un'attività legale e necessaria per provvedere a se stesso e alla propria famiglia, con diritti e doveri come ogni altro cittadino, con criteri di ammissione rigorosi e chiari, come fa ad esempio l'Australia. Per tutti gli altri non ci deve essere spazio.
Signor ministro Amato, sottosegretaria Lucidi, forse non sapete ancora chi sia Costica Argint, un cittadino rumeno che risiede a Vrancea Focsani: è un caporom domiciliato in Italia a Tivoli. Ora, questo signore è stato condannato e deve scontare un anno e mezzo di carcere in Romania. È conosciuto anche dalle nostre autorità ed è stato denunciato per rissa, falso, favoreggiamento all'ingresso di clandestini e altro ancora. Ebbene, questo signore, signor Ministro, sta tentando - non so con l'appoggio di chi - di farsi passare per rifugiato politico in Italia per non scontare la pena in Romania. Spero, onorevole Ministro, che si interessi di questo caso, sul quale, nella seduta pomeridiana, presenterò un'interrogazione dettagliata.
Come dicevo, solo con una politica di integrazione basata sul lavoro - e non sugli espedienti, sui furti o sulle rapine - è possibile agli immigrati integrarsi con dignità e agli italiani fidarsi dei nuovi venuti, per non sviluppare ancor più anticorpi antistraniero pericolosi ed indiscriminati, ma soprattutto affinché ci si possa muovere nella propria terra con la sicurezza di un tempo, che è un diritto primario e sacrosanto, ma che oggi è totalmente e colpevolmente perduta.
Signor Presidente, in quest'Aula nessuno ascolta nessuno, ma noi della Lega Nord ascoltiamo la nostra gente che ci chiede di perseguire la linea della fermezza, applicando tutte quelle norme che già esistono per convogliare il fenomeno migratorio nei corretti binari della legalità e non vuole che scellerate azioni parlamentari facciano diventare il nostro Paese terra di nessuno, un Paese d'elezione per i latitanti stranieri, una Nazione sempre più inospitale ed ostile verso i suoi stessi cittadini. (Applausi dei senatori Polledri e Fluttero).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maffioli. Ne ha facoltà.
MAFFIOLI (UDC). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli Sottosegretari, onorevoli colleghi, la cronaca delle ultime settimane, fatta di violenze, rapine, delitti, consumati non solo a Roma, ma su tutto il territorio nazionale, ha costretto a guardare il nostro Paese senza indulgenze e senza ipocrisie.
In un comunicato del 31 ottobre 2007, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha informato che, a seguito della drammatica aggressione avvenuta a Roma, nello stesso giorno, si è appositamente riunito il Consiglio dei ministri e ha approvato un decreto-legge in materia di sicurezza urbana al fine di contrastare episodi di particolare violenza e criminalità efferata, utile - è aggiunto - per rendere "immediatamente possibile l'esecuzione dell'allontanamento di cittadini comunitari per motivi di pubblica sicurezza".
Si è dovuto aspettare l'ennesimo, altro tragico evento, per far decidere il Governo a compiere un passo in avanti. Soltanto il giorno prima, infatti, il ministro Amato, confermando quanto già dichiarato in audizione alla Commissione affari costituzionali del Senato, aveva ribadito che non esisteva nel Paese un'emergenza sicurezza e, dunque, un decreto in tal senso non era affatto necessario.
È stata definita l'approvazione del decreto «una precisa risposta alla paura» e persino un vaccino contro il dilagare delle «ronde fai-da-te», ma c'è una parte di verità dura e difficile che non viene detta e che pure non può essere taciuta, perché quella risposta di fermezza data d'improvviso, dopo snervante e concitata negoziazione tra le diverse parti della maggioranza, suona alle orecchie di tanti come tardiva e reticente.
Una manciata di semplici domande: perché si batte un colpo solo adesso? Perché lo stato di emergenza viene fatto scattare soltanto dopo un'aggressione efferata, eppure terribilmente simile a tante altre registrate, con tragica continuità, nel 2007? Come si è fatto a non considerare della stessa gravità le mortali sevizie alle quali un paio di mesi fa vennero sottoposti nella loro casa due anziani coniugi del trevigiano? C'entra qualcosa il fatto che l'intollerabile sia accaduto a Roma e non in qualsiasi altra parte d'Italia? C'entra qualcosa il momento politico e il ruolo di leader del principale partito di governo assunto dal sindaco della capitale e la sua perentoria invocazione di misure straordinarie?
Le nostre città strette tra l'aumento di brutalità e le paure dei cittadini sono mutate; forse non sono ancora il Bronx, ma rischiano di diventarlo, se la questione sicurezza, anziché essere affrontata con politiche chiare, capaci di dare risposte concrete ed immediate, rimbalza nella parzialità di una rincorsa alle emergenze.
Si registrano tali cambiamenti anche per effetto di una mutata caratteristica dell'immigrazione: metà degli immigrati residenti in Italia sono europei, un quarto circa africani e il restante asiatici e latino-americani.
L'attuale onda di piena arriva dai Paesi europei centro-orientali, appartenenti all'Unione Europea. Dal 2004 al 2007 i rumeni sono passati da 180.000 a 342.000 (più 93 per cento), i polacchi da 40.000 a 72.000 (più 80 per cento), gli altri cittadini dell'Unione Europea da 161.000 a 191.000 (più 19 per cento). Questo flusso massiccio ha trascinato con sé persone perbene, in cerca di lavoro, di prospettive di miglioramento della loro esistenza e talvolta di una patria, ma, confusi nel flusso, sono arrivati anche violenti, pregiudicati e disperati attratti dalla percezione che nel nostro Paese ci fossero regole di maggior lassismo e dunque hanno cercato di inserirsi nell'area dell'illecito, conquistando una parte del mercato criminale.
La percezione del senso di insicurezza dei cittadini è confermata dai dati del Ministero dell'interno, che mostrano una drammatica impennata del crimine tale da provocare un particolare allarme sociale.
Il prefetto Mosca, in un'intervista pubblicata su "la Repubblica" il 2 novembre 2007, afferma: «Nei primi mesi di quest'anno, i carabinieri hanno arrestato 4.500 rumeni»; ed in parallelo la polizia rumena fornisce dati secondo i quali, nel 2007, gli stessi reati che sono incrementati in Italia risultano diminuiti in Romania del 26 per cento: come dire che l'Italia è diventata importatrice di delitti!
Con onestà intellettuale occorre ammettere che il percorso per arrivare all'approvazione del decreto-legge non è stato affatto lineare. Il pacchetto sicurezza ha faticato ad ottenere l'approvazione del Consiglio dei ministri e tale approvazione è avvenuta raccogliendo qualche astensione e solo dopo lo spacchettamento in altri disegni di legge. A seguire, occorre ricordare che c'è poi voluto il tragico episodio che è costato la vita alla signora Giovanna Reggiani per indurre il Governo ad una precipitosa e straordinaria riunione per dare il via libera ad un decreto-legge chiamato a rendere operative da subito le sole regole sulle espulsioni.
Siamo consapevoli che per affrontare il tema della sicurezza nelle città non basta mostrare la "faccia feroce", stilare progetti manifesto da usare come un qualcosa che Governo e opposizione si sparano addosso.
Il tallone d'Achille del nostro sistema risiede non tanto nella carenza di norme, quanto nell'incapacità dell'amministrazione, compresa quella della giustizia, di garantire che le sanzioni diventino effettive.
Senza dunque un serio tentativo di colmare il gap tra la produzione di buone norme e il cattivo funzionamento dei meccanismi a presidio del loro rispetto, si rischia solo di rafforzare il senso di invincibilità di chi sceglie la strada dell'illecito e il convincimento diffuso di debolezza dello Stato.
Anche il presidente della Commissione europea Barroso, nel corso di un'intervista rilasciata nei giorni scorsi alla stampa, sulla scia di quanto accaduto in Italia, ha lanciato un allarme sicurezza e ha invitato i Paesi dell'Unione ad adottare politiche volte a non dover pagare a posteriori il conto di un eccesso di tolleranza.
È innegabile che la sicurezza, avvertita dai cittadini come il primo dei problemi, fosse ridotta a questione secondaria per effetto di un antico tabù della sinistra, più attenta alle ragioni e alle miserie di chi delinque che alle ragioni e ai diritti delle vittime.
Tale complesso, diciamocelo chiaramente, ma anche pacatamente, non è stato mai superato dalla sinistra, nonostante Veltroni al Lingotto di Torino abbia dichiarato: «La sicurezza è un diritto e non ha colore politico».
Sin dal giorno successivo alla sua approvazione, i partiti dell'estrema sinistra hanno infatti definito il decreto una sorta di attentato ai diritti costituzionali e, annunciando opposizioni a quelle che nelle loro fantasie sono apparse come deportazioni di massa, hanno introdotto emendamenti che hanno tolto efficacia e significato al provvedimento.
Se, nei giorni successivi all'approvazione del decreto, nelle previsioni numeriche diffuse attraverso i media, si parlava di migliaia di espulsioni, oggi siamo in grado di dire che, per effetto di un'arma totalmente spuntata, si stanno producendo a migliaia soltanto i pezzi di carta, mentre le espulsioni vere sono poco più di un centinaio.
Avremmo voluto, noi dell'UDC, che il decreto accogliesse alcune precise modifiche contenute nei pochi emendamenti presentati e concordati con i partiti del centro-destra.
Con tali proposte abbiamo chiesto regole certe e non panni caldi, vale a dire pochi emendamenti tesi ad ottenere: espulsioni reali in luogo di disposizioni a semplici traslochi, invece, coloro che ricevono il provvedimento di rimpatrio avranno un mese di tempo per scomparire; indicazioni precise riguardanti la permanenza in Italia, vale a dire dati attestanti il possesso di risorse economiche sufficienti per sé e per i propri familiari derivanti da redditi certi e dimostrabili; maggiori fondi per la Polizia, ma in tutta risposta nella finanziaria approvata al Senato nella scorsa settimana è stato addirittura previsto un taglio di 820 milioni di euro per la sicurezza e del 10 per cento per gli straordinari del personale.
A nessuno sfugge che gli stranieri da rimpatriare non siano dei semplici passeggeri e dunque a bordo degli aerei occorre che ci sia personale della Polizia con l'indennità di trasferta.
I lavori della Commissione affari costituzionali hanno fatto emergere una maggioranza che sul decreto sicurezza non si è soltanto divisa, ma ha persino sconfessato Governo e relatore, tant'è che si è arrivati all'approdo quest'oggi in Aula senza il conferimento del mandato allo stesso relatore.
I due emendamenti presentati dal senatore Sinisi, con il parere favorevole del Governo, erano la risultante di un tentativo di mediazione con le forze dell'opposizione, che prevedeva l'allontanamento coatto dal territorio italiano degli stranieri non registrati all'anagrafe nazionale. Ma la sinistra estrema, sostenendo che sull'allontanamento non si doveva prevedere altro, ha perpetrato l'ennesimo ricatto ai danni di un Governo troppo debole per non subirlo.
Il giudizio cha da tutto questo emerge non è sicuramente positivo. Il Paese appare sempre più in preda ad una grave forma di schizofrenia. Da questo provvedimento non emerge un segno netto nella direzione della legalità, della lotta vera alla criminalità. Ci si comporta sulla questione della sicurezza allo stesso modo che sulla questione della droga, in cui il ministro della salute Livia Turco il giorno prima dispone l'invio dei NAS nelle scuole per controllare se i ragazzi fanno uso di droga ed il giorno dopo - con una logicità che sa solo Dio - eleva la soglia di cannabis consentita ad uso personale. (Applausi dal Gruppo LNP).
Siamo fortemente preoccupati per la non adeguatezza ed inutilità del provvedimento che questo Parlamento si appresta ad approvare. Ci spiace rilevare che l'improvviso attivismo mostrato dal Governo nei giorni successivi al tragico caso Reggiani fosse mirato ad obiettivi che con la sicurezza collettiva hanno poco a che vedere, ma fosse scaturito dall'esigenza del nuovo Partito Democratico di conquistare i voti moderati.
Non riteniamo affatto incoraggiante per il Paese l'idea di un Governo senza una chiara linea politica, affetto da una sorta di "sindrome bileaderistica" che lo proietta inevitabilmente ad inseguire i fatti, anziché a condizionarli.
Questi interrogativi non possono essere risolti con gli imbarazzanti silenzi di una maggioranza che, per interpretare il nuovo che avanza, sostiene la certezza della pena, le espulsioni... ma anche no.
Ricordiamoci, infine, che non ci sono solo la xenofobia e le ronde come possibili ricadute della diffusa insicurezza collettiva, ma c'è lo stesso dilagare dell'antipolitica, che trova la sua spiegazione in una politica che non sa più prestare quei servizi, come la sicurezza, la giustizia, la difesa delle frontiere, per assicurare i quali chiede i voti e raccoglie le tasse.
La sicurezza non può essere considerata un derby tra le forze della sinistra. Se qualcuno dunque, con questo provvedimento, mira ad ottenere un sostanziale pareggio tra la sinistra moderata e quella massimalista, sappia almeno che a perdere sarà il Paese e che l'UDC, con il suo leader Pier Ferdinando Casini, ha fatto una scelta chiara e precisa: la sicurezza innanzitutto. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.
Interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza interpellanze e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16, con l'ordine del giorno già stampato e distribuito.
La seduta è tolta (ore 12,32).