Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 258 del 29/11/2007

Intervento del senatore Livi Bacci nella discussione generale sul disegno di legge n. 1872

Signor Presidente, colleghe senatrici, colleghi senatori, il disegno di legge in discussione affronta con realismo un tema rilevante, assai sentito dall'opinione pubblica, inquieta circa le regole che debbono accompagnare la presenza in Italia di cittadini non italiani.

Uno dei pilastri fondamentali dell'Unione è il principio di libera circolazione sull'intero territorio dei cittadini dei Paesi che la compongono. Se si pensa alle divisioni dell'Europa dei secoli passati; alle fratture inferte dalle due guerre mondiali, che allora apparivano insanabili; alla separazione dell'Europa in due blocchi contrapposti ed incomunicabili; agli intralci che, anche nell'ambito della stessa Europa occidentale, erano frapposti agli spostamenti da un Paese all'altro, dobbiamo pur dire che è stato compiuto un progresso inimmaginabile mezzo secolo fa. Questa libertà di circolazione non è ancora perfetta: lo sarà solo quando non ci sarà differenza tra uno spostamento all'interno di uno Stato e uno spostamento tra Stati: quando, cioè, prevarrà la cittadinanza europea rispetto all'appartenenza ad uno dei Paesi che la costituiscono. Ma se ricordiamo che all'interno del nostro Paese le leggi contro l'urbanesimo - che sottoponevano a limitazione gli spostamenti dei nostri concittadini verso le grandi città - approvate nel 1938, furono abrogate solo nel 1961, più di quindici anni dopo la fine del conflitto, possiamo misurare il cammino fatto. Un cammino che ha favorito l'integrazione tra i Paesi, gli scambi, la crescita civile ed economica dell'Europa.

Prima di entrare nel merito della legge credo non sia inutile ricordare alcuni punti preliminari che riguardano le dimensioni degli spostamenti intracomunitari. L'accesso all'Europa di 10 nuovi Paesi nel 2005 e poi, ad iniziare dal 2007, di Bulgaria e Romania, ha accresciuto di oltre 100 milioni la popolazione dell'Unione che oggi conta mezzo miliardo di abitanti. Ma mentre nell'Europa a 15 gli spostamenti tra Paesi di persone comportanti cambio di dimora o residenza erano assai ridotti in ragione della relativa omogeneità della situazione economica e sociale, così non può dirsi con l'arrivo dei nuovi Paesi. Il livello medio di reddito pro-capite dei 10 Paesi aggiunti nel 2005 era di appena un terzo di quello medio dell'Europa a 15, mentre quello di Romania e Bulgaria è di appena un ottavo. Queste disuguaglianze hanno accresciuto le spinte migratone intracomunitarie, anche se l'implosione demografica dei Paesi di recente arrivo fa ritenere che il fenomeno andrà presto attenuandosi. In Romania, per esempio, la popolazione giovane dalla quale deriva la maggioranza dei candidati all'espatrio, diminuirà di quasi il 30 per cento tra il 2007 e il 2020, anche nel caso che le porte rimanessero chiuse all'emigrazione. All'inizio del 2007, i regolarmente soggiornanti in Italia provenienti da Paesi comunitari erano pari a 900.000 unità. E' a questo insieme di persone che si applicano i dispositivi della legge in esame. Scendiamo però allo specifico: il 62 per cento (556.000) dei cittadini comunitari è composta da rumeni; la seconda nazionalità comunitaria è quella polacca che conta per il 10 per cento (90.000), ed ha una presenza più che doppia dei tedeschi (41.000).

I rumeni sono di recente arrivo nel nostro Paese; come è avvenuto in altri casi -per esempio per gli albanesi - la prima ondata migratoria tende ad essere assai più problematica di quelle successive: alta è la frequenza di uomini giovani e soli; maggiori le difficoltà materiali incontrate; relativamente elevato il grado di devianza. Ma il ricomporsi delle famiglie, l'inserimento lavorativo, un'integrazione favorita da comuni radici religiose e linguistiche tende ad assicurarne una buona integrazione. C'è evidenza che questo processo sia già avviato. Si aggiunga che i forti legami che una miriade di imprese italiane intrattengono con la Romania rafforzano i rapporti sociali, oltre che economici, tra i due Paesi. Esistono però problemi gravi e complessi di criminalità organizzata da contrastare con azioni congiunte di prevenzione e repressione e che trovano manovalanza a buon mercato nelle sacche di esclusione sociale: problemi, tuttavia, che attengono al fenomeno generale dell'internazionalizzazione delle economie e delle società e che in buona parte è indipendente dai regimi migratori. A conferma di una tendenza alla normalizzazione, si noterà che nel quadriennio 1998-2001, c'erano circa 10 detenuti rumeni per ogni 1.000 residenti della stessa nazionalità, scesi a circa 4 nel 2006-7.

Una sola parola poi sul termometro della "insicurezza" che le indagini, i media, l'opinione pubblica e le percezioni individuali danno in rapida ascesa e che per alcuni aspetti sembra in controtendenza rispetto ad altri indicatori reali: mi riferisco, per esempio, al numero di omicidi, che all'inizio degli anni Novanta, quando gli immigrati non arrivavano a 1 milione, aveva superato quota 1.900 e che nel 2005 con l'immigrazione più che triplicata, sono scesi al minimo storico di 601, ridotti a meno di un terzo.

Poteva essere limitato l'afflusso di rumeni in un periodo transitorio dopo il 1° gennaio 2007? Si sarebbero potute adottare misure maggiormente limitative all'ingresso per lavoro di quanto non si sia (blandamente) fatto: ma queste misure avrebbero avuto per effetto quello di gonfiare l'irregolarità. Il Trattato di adesione all'Unione europea, infatti, non consente né di impedire l'ingresso di turisti o di lavoratori autonomi, né di espellere lavoratori irregolari. Poiché la domanda di lavoro nel settore domestico, in quello dell'edilizia, ed in altri comparti manifatturieri è molto alta, il risultato netto di una tale politica sarebbe stato quello di stimolare l'economia sommersa e l'irregolarità del lavoro, con ulteriore distorsione del mercato e perdita di entrate per lo Stato. Infine va ricordato (e cito letteralmente dal contributo di Luca Einaudi su "ItalianiEuropei", novembre 2007) che "l'ingresso in Italia di rumeni che rimangono anche in assenza di lavoro, senza alloggio e senza rapporti sociali non è la conseguenza dell'ingresso nell'Unione europea nel 2007 ma dell'esenzione dal visto per l'ingresso in tutti i Paesi dell'Unione europea, Italia compresa, decisa nel 2001, durante il secondo governo Berlusconi e entrata in vigore a gennaio del 2002. Muniti di un semplice documento di identità, i rumeni hanno potuto entrare liberamente in Italia per turismo per un periodo massimo di tre mesi, e solo dopo tale scadenza potevano essere espulsi, cosa che avveniva in numero cospicuo".

E' forse inevitabile che venga fatto il collegamento tra l'alta incidenza dei rumeni tra i cittadini comunitari, l'alta proporzione di cittadini rumeni tra i responsabili di reati commessi in Italia da cittadini stranieri, e l'opportunità di dotarsi

di migliori strumenti di difesa nei confronti di cittadini comunitari con comportamenti pericolosi, mediante la legge in esame. Occorre però dire forte e chiaro che il provvedimento in esame si applica a tutti gli europei che si spostano dal loro Paese e non fa differenza che siano nati sulle rive del Tamigi, della Senna o del Danubio. E che non può infrangere o aggirare il principio fondamentale della libera circolazione all'interno dell'Unione. E che, infine, non colpisce collettività, categorie o comunità determinate, ma determinati e accertati comportamenti individuali di inerente pericolosità.

Il testo del decreto può essere, in alcuni punti, precisato e migliorato. A questo scopo gioverà senza dubbio l'approvazione di alcuni degli emendamenti presentati. In particolare va precisato che i provvedimenti di espulsione non possono riguardare i familiari dell'espulso, se non per loro particolari e accertati comportamenti; va eliminata la sanzione penale quando venga trasgredito l'ordine di allontanamento "per fini economici" a causa di "oneri eccessivi per il sistema sociale"; va precisata l'espressione "motivi imperativi di sicurezza" come causa di espulsione correlandola a una specifica e comprovata situazione di pericolosità, degrado o violenza.

Nel complesso, il provvedimento in questione va nella direzione di una maggiore tutela della collettività nei confronti di comportamenti pericolosi di altri cittadini comunitari. Per questa ragione, guardo con favore all'approvazione del provvedimento in oggetto.

 

Sen. Livi Bacci