Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 116 del 28/02/2007
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VIESPOLI (AN). Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, cercherò rapidamente di fare alcune riflessioni rispetto all'intervento del Presidente del Consiglio e alle considerazioni in esso contenute che riguardano più il leader politico che non il Presidente del Consiglio, a partire da una considerazione.
A proposito dell'intervento del Presidente del Consiglio, potrei utilizzare un fondo autorevole apparso oggi su «la Repubblica» che liquida il tentativo del Presidente del Consiglio come una sorta di operazione di sopravvivenza, quindi potrei dire con una battuta che ci troviamo di fronte ad un Governo e ad una maggioranza del Dico e del non Dico, del non detto e del già detto.
Potrei chiosare ulteriormente l'intervento del Presidente del Consiglio come una sorta d'intervento ad personam, perché un pensiero, una frase, un paragrafo, una buona intenzione non si nega a nessuno: non si nega a Rifondazione Comunista, non si nega ai rosso-verdi, non si nega con il tentativo politicamente significativo rispetto alla politica estera e alla continuità con la politica estera nell'intera storia repubblicana, come è scritto nell'intervento del Presidente del Consiglio, di ammiccare all'onorevole Andreotti, dovendo però in questo modo segnare le distanze rispetto alle posizioni del Ministro degli affari esteri che aveva rivendicato la discontinuità, mentre il Presidente del Consiglio rivendica la continuità.
Da questo punto di vista, potrei chiosare dicendo che, mentre D'Alema ha sfidato, il Presidente del Consiglio ha infiorettato. Tuttavia, continuando di questo passo, rischierei di non centrare le questioni di ordine programmatico e di ordine politico rilevanti.
Per quanto riguarda le questioni programmatiche, mi soffermo su una che le contiene e le esprime, in qualche modo, in maniera importante e significativa.
Il Presidente del Consiglio ha cercato di recuperare la centralità del tema del Mezzogiorno e lo ha fatto con una sorta di discorso ovvio, per certi versi scontato e banale. E proprio questa banalizzazione del problema ha evidenziato la sottovalutazione della questione. Lo dico rispetto alla incapacità di intrecciare la questione del Mezzogiorno rispetto a due grandi questioni: il tema del Mediterraneo e quello del federalismo fiscale.
Da una parte, il Presidente del Consiglio parla del rapporto Europa‑Africa, distribuendo un po' di pillole di veltronismo, senza porsi il tema del Mediterraneo, della sua centralità e della funzione geopolitica e geoeconomica che il Mezzogiorno può svolgere e sviluppare; dall'altro, il tema del federalismo fiscale è un ammiccamento verso alcuni settori della minoranza-maggioranza, che, però, se non chiarito, rappresenta una pietra rispetto alla centralità del Mezzogiorno. Lo dico, signor Presidente, proprio in un contesto nel quale il tema del federalismo fiscale è stato riproposto.
Rivolgo, allora, una domanda semplice: quando parliamo di federalismo fiscale, ci riferiamo ad un recupero dei criteri e dei modelli del decreto n. 56 del 2000, cioè parliamo di una riproposizione della posizione di Giarda rispetto al federalismo fiscale, oppure parliamo della continuità del lavoro della commissione Vitaletti e dell'alta commissione sul federalismo fiscale? Parliamo di un federalismo in cui la perequazione è realizzata dal recupero del ruolo dello Stato nazionale o da una sorta di compensazione infraregionale, che toglie di mezzo lo Stato nazionale? Il federalismo fiscale si fa interpretando il comma 5 dell'articolo 119 della Costituzione in termini letterali, o attraverso un meccanismo evolutivo per cui con quell'articolo, con quelle risorse aggiuntive si possono coprire le spese ordinarie e le spese correnti? Ciò rappresenterebbe una mazzata terribile per il Mezzogiorno e sarebbe in contraddizione rispetto al tentativo che le Regioni meridionali e quelle del Nord stanno compiendo per costruire un federalismo fiscale che unisca e non divida.
Che parliamo a fare di Mezzogiorno se non affrontiamo questi argomenti? Di che cosa parliamo? Della banalizzazione del Mezzogiorno? In queste ore e in questi giorni, intanto, Sarkozy incontra Zapatero per parlare dell'unione del Mediterraneo, per parlare della funzione geopolitica del Mediterraneo, del rapporto tra l'unione del Mediterraneo e quella dell'Europa, cioè del Sud del mondo, per affrontare i grandi problemi e le grandi questioni di un mare che può diventare una grande prospettiva e un grande fattore competitivo per il Mezzogiorno. Dov'è la visione euromediterranea del Sud, se non si recupera questa dimensione del problema? Non è paradossale parlare di Mezzogiorno proprio mentre francesi e spagnoli si preoccupano della funzione del Mediterraneo e noi, invece, ci occupiamo di dare qualcosa a tutti?
Una battuta mi è venuta spontanea, quando ho sentito parlare il Presidente del Consiglio dell'acqua. Ho pensato agli ultimi due punti del dodecalogo, che doveva essere la svolta moderata e invece è diventata la svolta evaporata. Ho pensato che si volesse dire «acqua in bocca», nel senso di evitare che la dialettica della maggioranza rompesse il tentativo del Presidente del Consiglio di essere sintesi della dialettica e della diversità delle posizioni. (Applausi dal Gruppo AN).
Proprio gli accenni contenuti nel programma, in particolare sul tema del Mezzogiorno, quindi, mi inducono ad una serie di considerazioni e di riflessioni che ho solo cercato di evidenziare e di accennare. Non basta il riferimento ai 100 o ai 120 miliardi di euro. Continuare a pensare che il problema sia di carattere quantitativo è alibistico e fuorviante. Il problema è la qualità delle risorse, la direzione della spesa, l'organicità della spesa, l'effetto sistemico della spesa. Il periodo tra il 2000 e il 2006 ha visto risorse ingenti per il Mezzogiorno, ma le classi dirigenti meridionali, i Governi di centro-sinistra del Mezzogiorno hanno continuato nella dissipazione, nella dispersione e nell'incapacità di affrontare strutturalmente i grandi problemi del Mezzogiorno e la grande progettualità che ci deve essere, per valorizzare una nuova stagione di cultura locale, che altrimenti diventa localismo e non si pone lungo la rete che deve costruire la capacità dal locale al globale di costruire ipotesi nuove del Mezzogiorno.
Poiché il tempo scorre, vorrei fare alcune considerazioni di carattere politico, a partire da un dato. Credo che il Presidente del Consiglio meriti apprezzamento perché ha evitato che il trasformismo potesse essere alibisticamente confuso con le trasformazioni.
In realtà, le trasformazioni non ci sono. Da questo punto vista, il Presidente del Consiglio ha compiuto un'impostazione chiara di taglio bipolare, dicendo con chiarezza che anche questa sua riflessione è in continuità con il programma dell'Ulivo. Ha delimitato, perimetrato la maggioranza, ha cercato di dire con chiarezza: quella è la maggioranza, quello è il riferimento, quello è il tentativo che sta facendo per ricomporre in qualche modo una maggioranza che sui temi di politica estera, e non solo, aveva manifestato delle difficoltà.
Concludendo, credo meriti apprezzamento anche la riflessione ultima, quella che cerca correttamente di inquadrare il problema che abbiamo di fronte, cioè la grande questione del riassetto istituzionale e costituzionale di questo Paese rispetto al Titolo V della Costituzione - lo vorrei ricordare a me stesso - che ha determinato la rottura della configurazione gerarchica e l'orizzontalità delle istituzioni, togliendo ruolo e funzioni allo Stato nazionale. Esso ha determinato il blocco della modernizzazione del Paese, perché voi potete cianciare di liberalizzazioni, ma vi scontrerete con la legislazione concorrente, vi scontrerete con le Regioni e quando parlate dell'ICI (nel tentativo simil-berlusconiano, che è l'unico che ha ricevuto l'applauso del centro-sinistra, ironia della sorte) dimenticate i Comuni. Ricordo che si tratta di un'imposta comunale, non è una tariffa, è un'imposta. È altra cosa rispetto alla propaganda di quattro righe per cercare di ammiccare a chi ha bisogno di trovare il pretesto per dimostrare che qualcosa è cambiato.
Chiudo con una sola battuta: il Presidente del Consiglio ha giustamente inquadrato il tema del riassetto costituzionale. Ha scelto però il momento sbagliato ed il Governo sbagliato per poterlo fare. Quando ha parlato della riforma elettorale in realtà ha espresso una posizione chiara, in contrasto con quella espressa ancora una volta dal Ministro degli affari esteri, il quale non parlava inglese stando a Palazzo Chigi e parla tedesco dal Ministero degli affari esteri. Prodi, almeno in questo, ha cercato di parlare italiano. (Applausi dai Gruppi AN e FI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pinzger. Ne ha facoltà.