Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 116 del 28/02/2007

MICHELONI (Ulivo). Signor Presidente, Presidente del Consiglio dei ministri, colleghe e colleghi, sto vivendo un periodo di primati. È la prima legislatura della storia della Repubblica italiana che vede in Parlamento la presenza di deputati e senatori eletti all'estero dagli italiani residenti fuori dal confine nazionale. È la prima volta che sono eletto senatore della Repubblica ed è la mia prima crisi di Governo.

Sono stato eletto nelle liste dell'Unione che all'estero hanno rappresentato non la somma dei partiti che in essa si riconoscono, ma una proposta-risposta al bisogno di unità, di chiarezza che la grande maggioranza degli italiani all'estero esprime. Per questa ragione l'Unione all'estero ha largamente vinto le elezioni, non per altro.

Voterò la fiducia al Governo Prodi con convinzione e con il senso di responsabilità che ho assunto nei confronti degli italiani all'estero e verso l'intero popolo italiano.

Voterò la fiducia perché il Governo Prodi ha dimostrato, in questa prima fase in cui è rimasto in carica, di essere cosciente che gli italiani all'estero sono una risorsa per l'Italia: l'ha dimostrato nella finanziaria; l'ha confermato con il richiamo nei punti fondamentali di rilancio del Governo.

Per noi eletti all'estero questi primi mesi non sono stati facili: sia per le nostre condizioni materiali (distanze, mezzi e risorse inadeguate), sia soprattutto per le difficoltà ad inserirci in questa macchina molto complessa.

Per noi migranti integrarsi è parte del nostro DNA e credo che ci stiamo integrando, ma integrarsi non significa rinunciare alla propria cultura, alla propria personalità, alle proprie esperienze e ai propri valori.

Siamo tutti italiani. Abbiamo tutti arricchito la nostra personalità, le nostre culture, le nostre esperienze con ciò che abbiamo trovato nell'incontro con le culture e società che ci hanno accolti. E non è stato sempre facile.

E' però mia convinzione che oggi nel Parlamento della Repubblica italiana, i parlamentari della circoscrizione Estero possono essere portatori di esperienze e culture diverse, né migliori, né peggiori di quelle italiane, sicuramente rinnovatrici, in un mondo politico italiano che, a mio modo di vedere, di innovazione ne ha molto bisogno.

Gli italiani all'estero, nel bene e nel male, sono come tutti gli italiani in Italia. Sicuramente non sono degli opportunisti ricattatori; sono persone che con il loro lavoro e il loro sacrificio hanno creato nel mondo il rispetto e la stima di cui godono oggi l'Italia e tutti gli italiani.

I pochi, ma significativi risultati positivi che gli italiani all'estero hanno raggiunto in questi mesi, non sono il frutto di alcuna minaccia, ma il risultato di un lavoro, di un dialogo costante con l'insieme della politica e del Governo. Chi pensa il contrario si guardi allo specchio, se può ancora farlo.

Ho chiesto di intervenire principalmente per rendere partecipe il Senato della Repubblica di ciò che veramente mi ha colpito e direi anche ferito in questi primi mesi di legislatura.

Quando sono stato eletto non mi sembrava vero che il figlio di un emigrato abruzzese andato in Svizzera a scaricare il carbone potesse arrivare al Senato della Repubblica italiana. Allora mi tornarono in mente i valori solidi della vita, quelli ricevuti dalla mia famiglia; una semplice famiglia di contadini abruzzesi. Questi valori si sono poi arricchiti in innumerevoli incontri, riunioni, assemblee di donne e uomini emigrati in Svizzera, in Europa; valori spesso espressi, come faccio io, in un italiano approssimativo, ma valori veri, semplici, profondi, forti. Tra questi la famiglia, la solidarietà e al di là delle diverse ideologie tutti erano accomunati da un unico denominatore: l'appartenenza ad una comunità, essere e sentirsi italiani, in qualsiasi circostanza, in particolare in quelle più difficili, sia nelle tragedie, come quelle di Marcinelle o di Mattmark, che hanno segnato la nostra storia, sia negli anni tormentati che ha vissuto la nostra Repubblica. Mai è venuto meno il senso di appartenenza alla comunità italiana.

Ebbene, ciò che mi ha ferito è proprio lo scarso senso di appartenenza, il poco senso dell'interesse nazionale, del bene comune e l'esiguo senso dello Stato che ho trovato in quest'Aula.

Care colleghe, cari colleghi, sono sempre rimasto impressionato nell'ascoltare la maggior parte degli interventi in questa prestigiosa sede; interventi segnati da una grande capacità nel difendere opinioni di parte e anche dentro le parti, opinioni particolari e grandi disquisizioni sull'interpretazione del Regolamento.

In questo campo ho trovato qui dei maestri. Ma, secondo me, limitarsi a questo significa essere cattivi maestri. Gli italiani ci hanno deputato a rappresentarli con la difficile missione di realizzare il bene comune. Ci hanno deputato a confrontare le diverse idee, i diversi progetti per cercare e individuare le vie migliori per risolvere i problemi del Paese. Ma se pensiamo che questo sia solo un luogo di scontro e non di confronto, un luogo dove cercarsi una personale visibilità, per raggiungere obiettivi particolari, spesso affermando distinguo nella propria fazione, all'interno del proprio partito, stiamo tradendo la missione che il popolo italiano ci ha affidato.

I grandi princìpi sono sì fondamentali, il rispetto per la vita, la famiglia, la pace. Chi in questa Aula può essere contrario? Chi in quest'Aula può dirsi contro il rispetto per la vita, la famiglia, la pace? Nessuno, e nessuno è minimamente autorizzato ad insinuare che qualcuno lo sia. Ma non si può utilizzare il rispetto per la vita, la famiglia, la pace facendo leva sulle fedi, le ideologie o i grandi princìpi per rincorrere in realtà piccoli e miseri spazi di potere all'interno delle proprie formazioni politiche. Non si possono negare i diritti e i doveri dell'individuo a beneficio dei diritti e doveri collettivi. Estendere i diritti a chi non li ha non lede i diritti di chi li ha già. Le leggi devono servire a regolare le situazioni più varie, devono riconoscere la legittimità di una pluralità di comportamenti e modelli, religiosi e laici, privati e pubblici.

La difesa della pace non è un diritto, è un dovere per tutti. Non basta gridare «pace, pace, pace» perché la pace sia. La pace va protetta con una politica attiva, responsabile e coraggiosa e così vedo oggi la politica del Governo italiano. Ed è perché sono un pacifista convinto che sosterrò la politica presentata dal ministro D'Alema, che sicuramente sta alleviando la sofferenza di popolazioni in Afghanistan, in Libano e in ogni altro luogo dove i nostri soldati sono e saranno al servizio dell'Italia e della pace.

La vita, la famiglia, la pace, le rispetteremo, le difenderemo e le valorizzeremo solo se, con onestà intellettuale, forti delle nostre ragioni, saremo capaci con umiltà di ascoltare le ragioni degli altri senza veti e senza diktat. Non ricordo più il nome, ma un umanista francese disse: «Spesso i grandi princìpi ci servono per nascondere la nostra cattiva coscienza». Almeno qui nel Senato della Repubblica italiana facciamo in modo che i valori, i princìpi della nostra cultura, del nostro Paese ci servano non a nascondere meschini giochetti, ma a ricercare e costruire insieme le soluzioni condivise dai molti e non ricercate dai pochi. Anche questa è democrazia. Così facendo, forse con grande fatica ma con tanta umiltà, potremmo ritrovare la strada che ci riporterà al senso del bene comune, al senso di appartenenza, al senso dello Stato. (Applausi dai Gruppi Ulivo e RC-SE, del senatore Sterpa e dai banchi del Governo. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Negri. Ne ha facoltà.