Legislatura 15ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 116 del 28/02/2007
Azioni disponibili
Ricordo che nel corso della seduta di ieri ha avuto inizio la discussione.
È iscritto a parlare il senatore Amato. Ne ha facoltà.
AMATO (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, alla ricerca della maggioranza perduta, il presidente Prodi è venuto a chiederci che gli venga rinnovata la fiducia, sulla base di una relazione non riducibile al dodecalogo apparso sulla stampa, ma nemmeno paragonabile ad un programma vero e proprio; una relazione che assomiglia piuttosto ad un programmino o, per meglio dire, citando il conte Mascetti del film «Amici miei», ad un "rinforzino", un rinforzino alla continuità di Governo e di potere.
Quali sono, però, signor Presidente del Consiglio, i contenuti del rinforzino da lei apportato al tradizionale programma dell'Unione e del Governo? Tutto è rimasto nel vago, nell'indistinto, nel non detto. Afferma la necessità di sostenere la famiglia, ma non dice una parola sui Dico. Afferma di voler dare attuazione alla linea dell'alta velocità nel tratto Torino-Lione, ma non chiarisce se intende o meno realizzare i tunnel contestati. Afferma di voler rimanere in Afghanistan, ma maschera l'impegno militare dei nostri soldati con una retorica pacifista che indebolisce politicamente, anziché rafforzare, il senso della presenza italiana.
Afferma di guardare all'Alleanza Atlantica, ma solo come complemento naturale della scelta europea, dimenticando volutamente che la costruzione dell'Europa è stata resa possibile proprio dall'Alleanza Atlantica e che l'Europa e gli Stati Uniti fanno parte del medesimo Occidente.
Il fatto è, signor Presidente, che lei è costretto a parlare senza dire niente di preciso, per non scontentare le troppo variegate e contraddittorie componenti del suo schieramento, le quali forse si riconoscono ancora nel programma elettorale dell'Unione, ma non certo nel programma operativo del suo Governo, come dimostra il ripetuto voto contrario sui temi della politica estera e di difesa, registrato nei giorni scorsi in Senato.
Ed allora, che politica è mai questa? E che futuro è in grado di costruire? Lei, signor Presidente, sta cercando di ottenere una fiducia qualsiasi, grazie anche a quei senatori che non approvano la sua politica estera, che hanno già dichiarato la loro contrarietà al rifinanziamento della missione in Afghanistan, che a Vicenza ed in altre città hanno sfilato contro l'operato del suo Governo, che sostengono le critiche della CGIL al suo disegno di riforma pensionistica o che sono stati addirittura eletti tra le file della Casa delle libertà, su altri programmi ed altri valori.
Chissà, può darsi che l'operazione le riesca. Ma che fiducia è mai questa? Una fiducia formale, che non si fonda sulla reale condivisione delle scelte strategiche del Governo, una fiducia di facciata, data allo scopo di durare, anziché governare; di sopravvivere al fallimento del progetto politico dell'Unione, anziché di riformare il Paese. Il suo resterà pertanto un Governo politicamente delegittimato, privo di forza e di autorevolezza.
Certo, lei non ha nascosto la natura politica della crisi che attraversa la sua coalizione. Ma l'insegnamento di metodo e di merito che, da questa, lei suggerisce di trarre al centro-sinistra - e cioè quello di far prevalere l'interesse generale della comune azione di maggioranza sulle logiche o sensibilità di partito - appare, nelle attuali condizioni, come un patetico fioretto.
La verità è che ci troviamo di fronte al fallimento del progetto dell'Unione. Un progetto che si fondava sulla scommessa di tenere insieme la sinistra cosiddetta riformista con la sinistra massimalista e antagonista. È un progetto che ha funzionato per contrastare elettoralmente Silvio Berlusconi, ma che non funziona per governare l'Italia.
E al fallimento di questo progetto, lei come risponde? Col trasformismo, dicendosi pronto ad accogliere personalità del centro-destra. Ecco, in questa parabola - da un azzardato ma nuovo progetto dell'Unione ad uno sperimentato ma vecchio progetto trasformistico - è racchiusa la sua sconfitta politica, che il voto di oggi, quand'anche a lei favorevole, non potrà cancellare.
Si ricorda della campagna elettorale, quando diceva di voler portare la serietà al potere? Ebbene, signor Presidente, lei è riuscito solamente a trasformare il suo Governo in un perenne carnevale, che infatti, non a caso, è cessato il mercoledì delle Ceneri.
Ora, a Quaresima appena iniziata, lei pretenderebbe, signor Presidente, addirittura di risorgere. Mi pare un po' troppo persino per chi nutre mire ambiziose, anche perché è il Paese, l'Italia tutta, a voler mettere una pietra sopra la sua fallimentare esperienza governativa, sopra la sua disastrosa gestione del potere. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morgando. Ne ha facoltà.
MORGANDO (Ulivo). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, come i colleghi del mio Gruppo già intervenuti, le confermo piena condivisione per le dichiarazioni che ieri ha reso al Senato.
Si tratta anzitutto di una condivisione politica. La continuità della coalizione di Governo è la sola risposta possibile all'urgenza dei problemi che abbiamo di fronte, nonostante le differenze che attraversano il centro-sinistra. La capacità di fare sintesi di queste differenze, traducendole in un contributo positivo all'azione di Governo, ha retto in questi mesi e non è venuta meno neppure nelle recenti prove parlamentari sulla politica estera: il Governo è stato battuto da distinzioni personali e non dal venir meno della solidarietà dei partiti della maggioranza. È giusto, quindi, ripartire da qui, ma per andare avanti, per allargarsi e non per rinchiudersi in una proterva esibizione di autosufficienza.
I nuovi consensi annunciati nel voto sulla fiducia, anche se numericamente ridotti, assumono un significato politico molto importante: testimoniano la capacità di un discorso nuovo, di un centro-sinistra più dialogante e meno arcigno, capace di sollevare attenzione oltre i suoi confini non con l'offerta di potere, ma con il dialogo ed il confronto sui problemi.
Non so se si apre una fase nuova; so che si intravede una strada, difficile ma percorribile, per andare oltre l'incubo dei numeri e pensare ad un confronto costruttivo con tutti coloro che sono interessati ai problemi più che agli schieramenti, alle cose da fare più che alla purezza dello schema bipolare.
La seconda ragione di condivisione attiene al merito dei problemi. Sono tra quelli che considerano i dodici punti un passo in avanti rispetto ad un astratto ancoraggio al programma della coalizione, per sua natura - come tutti i programmi di tutte le coalizioni - troppo ampio e rischiosamente onnicomprensivo.
Vedo priorità che condivido, da quelle che pongono al centro la famiglia a quelle che riguardano le prospettive dell'economia del Paese.
Su queste ultime voglio, in particolare, sottolineare la mia attenzione. Siamo all'indomani del difficile dibattito che c'è stato in tutta Italia sulla legge finanziaria. Nei mesi scorsi, sia pure in modo frammentato, la politica economica del Governo è stata al centro dell'attenzione popolare, con giudizi non lusinghieri ed una caduta di consenso che sarebbe irresponsabile negare; ne sono stato testimone diretto per le decine di incontri di assemblea cui ho partecipato, registrando rammarico e delusione rispetto alle attese suscitate dalla nuova stagione politica.
Bisogna invertire la tendenza, recuperare le linee portanti dell'azione di Governo, concentrare l'attenzione su pochi punti chiari e comprensibili: un forte impegno sul fronte dello sviluppo delle infrastrutture, l'accelerazione dei processi di liberalizzazione ed un riordino del sistema previdenziale capace di razionalizzazione e di giustizia sono priorità che condividiamo ed interpretiamo come chiavi di azioni indispensabili per consolidare le prospettive di crescita economica del Paese. Da qualche mese gli indicatori dell'economia italiana hanno il segno positivo: crescono il prodotto interno lordo, la produzione industriale, le entrate dello Stato e la capacità di competere sui mercati globali.
Molti stanno rivendicando il merito di questa inversione di tendenza, da numerosi esponenti del Governo precedente ai vertici di Confindustria. Non serve discutere sui meriti ed è irresponsabile pensare che abbiamo risolto tutto e che ci aspettino stagioni prive di problemi. In realtà, non si è annullato il divario della nostra crescita con quella degli altri Paesi europei e permane inadeguata la produttività del nostro sistema. Non dei meriti, quindi, dobbiamo discutere, ma delle cose da fare per consolidare i segnali positivi, assumendo la crescita economica come priorità assoluta della maggioranza e del Governo.
In questo senso mi sembra vadano le sue dichiarazioni e i documenti che sono stati presentati, e in questo senso, quindi, la proposta che oggi il Governo fa al Parlamento assume un significato coerente rispetto alla centralità del problema dello sviluppo del Paese. In quest'ottica, signor Presidente, vorrei richiamare ancora brevemente la sua attenzione su un tema che considero molto importante: la questione fiscale in Italia è contemporaneamente fatta di elevata evasione e di eccessiva pressione. Con i provvedimenti del 2006 abbiamo dimostrato che la lotta all'evasione fiscale è possibile e si ottengono risultati concreti, si tratta ora di dimostrare che da questi risultati derivano vantaggi per i contribuenti onesti. Lo abbiamo scritto nella legge finanziaria, non dobbiamo dimenticarlo: destinare una quota importante delle maggiori entrate derivanti dalla lotta all'evasione alla riduzione del carico fiscale.
Signor Presidente, in questi giorni si sta svolgendo un dibattito sul declinismo; ci si chiede se il Paese sia in declino oppure no, se ci sia continuità nella situazione di sviluppo dell'Italia oppure no. Io credo che sia un dibattito fuorviante. C'è una situazione che sta cambiando, rispetto alla quale la priorità è accompagnare e rafforzare le nuove opportunità di sviluppo del Paese. Credo che il programma che lei ci ha presentato vada in questa direzione e per questo avrà il nostro consenso. (Applausi dal Gruppo Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morselli. Ne ha facoltà.
MORSELLI (AN). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, la sua relazione è stata - mi consenta - davvero deludente, più da ginnasta in equilibrio che da politico equilibrato, ma ella è solo preoccupato di non cadere e quindi l'omissione diventa regola e la sua esposizione - potremmo dire - si è svolta tra Dico e non Dico. È quasi comico che lei chieda di «non giudicare il suo discorso per quello che esso non contiene».
Vede, onorevole Prodi, lei ha una coalizione che deve fare i conti - e salati - con una sinistra comunista. Per favore, basta continuare a chiamarla sinistra radicale: macché radicale! Lei ha a che fare con due partiti come Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani. Tutto il mondo rifiuta i comunisti: in Italia sono al Governo e condizionano pesantemente l'Esecutivo, rappresentando l'anti-americanismo più becero, il no a tutto, no-TAV, no-MOSE, no-ponte sullo Stretto, no-Afghanistan, no-base di Vicenza, no-Iraq, flirtando con movimenti che, a loro volta, flirtano con le Brigate rosse. Una sinistra comunista che negli ultimi venti giorni ha messo due volte in minoranza prima il suo Ministro della difesa, poi quello degli esteri, in quel mercoledì delle Ceneri che però tanti italiani hanno festeggiato prolungando il Carnevale. La natura politica della crisi e la necessità del chiarimento politico all'interno della maggioranza nascono proprio da questo, e se è vero com'è vero che la politica estera è il vero momento identitario di una Nazione, come diceva Bismarck, l'immagine che un popolo trasmette al mondo, beh, signor Presidente del Consiglio, da quando c'è il suo Governo, l'Italia offre un'immagine non solo sbiadita ma, ahimè, umiliata e avvilita.
Cosa possono pensare all'estero di noi italiani? La credibilità dell'Italia è ai minimi storici nel mondo e noi non siamo certo preoccupati per le sorti del suo esecutivo, ma per quelle del nostro amato Paese, governato da saltimbanchi con lo stomaco di ferro, che riescono a digerire tutto pur di restare a galla e che, grazie a nuove acquisizioni di parlamentari senza scrupoli, sperano di continuare a gestire le sorti del Paese.
Una Nazione euro-atlantica, la nostra, che deve tener fede alla propria storia, alla propria collocazione geopolitica, ai propri valori cristiani, e che vede esponenti di maggioranza sfilare contro il proprio Governo. Erano più di 100 i suoi parlamentari che sfilavano a Vicenza, onorevole Prodi: che triste spettacolo! Il suo è un Governo di rivoluzione proletaria o di consolidata e democratica appartenenza occidentale e di valori cristiani conclamati?
Ed ora ella cerca salvagenti per restare a galla e, nel momento di timori nucleari, dell'attentato al vice presidente degli Stati Uniti d'America Cheney, dell'allarme dovuto alla recessione mondiale con il conseguente crollo delle borse, ci propone i dodici punti di Romano, che nessuno dei leader politici della sua maggioranza ha controfirmato. Lo fa tralasciando con malcelata furbizia il tredicesimo punto che riguarda quella parolina per lei tanto scivolosa che si chiama Dico e che le farebbe perdere qualche prezioso appoggio e che, da vero imbonitore, farà rientrare dalla finestra parlamentare, dicendo che il Parlamento è sovrano, ma dimenticando che la prima firma sul provvedimento è la sua.
Ma con sincera obiettività, con franca schiettezza emiliana, veramente può pensare che un Governo pieno di contraddizioni possa reggersi sperando che tutti portino il cervello all'ammasso o all'incasso, sperando che ci siano o non ci siano coliche renali o rosolie o ritardi aerei o contando ancora sull'apertura benevola dei senatori a vita che quando votano per lei sono bravi e buoni, signor Presidente, ed il contrario quando valutano secondo coscienza i problemi sul tappeto?
Allora basta, signori del Governo: il popolo italiano vuole chiarezza e vuole che vi facciate da parte. È arrivato a sostenere che la crescita è il suo Governo che l'ha stimolata, ma quante figuracce avete rimediato in questi mesi, onorevole Prodi. In nove mesi avete partorito un gioioso pargoletto che avete chiamato Governo di centro sinistra che ha pestato i piedi ai benzinai, ai tassisti, ai professionisti, ai pensionati, agli impiegati, ai piccoli imprenditori, agli insegnanti, ai poliziotti, ai vigili del fuoco e chi più ne ha più ne metta, e accarezzato amorevolmente banchieri, cooperative rosse, grandi industriali e finanziari senza scrupoli.
Allora, anche se questa sera ha aggiunto un posto a tavola perché c'è un traditore in più ed ha provveduto a rivedere il tetto ai compensi previsto dalla sua finanziaria di appena due mesi fa per consentire alla bella Michelle e all'inossidabile Pippo di incassare milioni di euro sperando forse di ingaggiare San Remo come santo protettore del suo Governo, non so sinceramente se avrà i numeri per la fiducia di questa Aula. Certo è che ormai da tempo non ha più la fiducia dell'Italia e degli italiani che le hanno già staccato la spina.
Entro il 25 marzo ci sarà da rifinanziare la missione in Afghanistan. La prossima settimana arriveranno in Commissione al Senato, per esplicita ammissione dei suoi ministri Bindi e Pollastrini, i Dico; va inserita la pratica Vicenza e occorre iniziare le opere per la TAV e il Corridoio europeo. La legge elettorale rischia di provocare nuovi scontri tra bipolaristi, proporzionalisti e inciucisti; la riforma pensionistica tra scaloni, scalini e scalette scatenerà violente reazioni da parte dei suoi compagni. A tutto c'è un limite, si rassegni: il suo Governo, onorevole presidente Prodi, potrà anche galleggiare per qualche tempo ma è già annegato nella vergogna. (Applausi dai Gruppi AN e FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Saro. Ne ha facoltà.
SARO (DC-PRI-IND-MPA). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, colleghi, il presidente Prodi ha ieri riconosciuto nella premessa del suo intervento che la crisi che si è aperta la scorsa settimana è di natura politica; nasce dalle difficoltà di rapporto tra la parte riformista, uso questo termine forse in modo improprio, della sua coalizione e la cosiddetta sinistra radicale antagonista. Visioni troppo diverse o inconciliabili del futuro del mondo e dell'Italia, in particolare sul tema della politica estera, hanno portato ad atteggiamenti e differenziazioni di alcuni esponenti della sinistra radicale, come i senatori Rossi e Turigliatto, che si sono dimostrati insofferenti nei confronti di scelte politiche e di una prassi che contraddice completamente i sentimenti di una base pacifista che crede che un altro mondo sia possibile.
Le risposte e le soluzioni che lei ha voluto dare alla crisi sono del tutto inadeguate; non ha preso atto che siamo di fronte ad una crisi di sistema, come anche molti esponenti della sua maggioranza hanno riconosciuto. Lei crede, signor Presidente del Consiglio, di risolvere la crisi avviando la politica delle maggioranze variabili, allargate soprattutto in politica estera, mandando su un binario morto i Dico, aprendo sul federalismo fiscale alla Lega e sul modello tedesco o spagnolo all'UDC, spostando l'asse della sua maggioranza verso il centro come chiede Follini e assumendo poteri neopresidenziali tali che, se li avesse richiesti Berlusconi, ci sarebbe stata una manifestazione di piazza della sinistra contro la deriva autoritaria del sistema?
Quanto potrà reggere la sinistra antagonista rispetto alla possibile svolta neocentrista del suo Governo? Quanto potrà rinunciare alle sue battaglie e ai suoi valori - che non condivido - solo perché c'è il pericolo che ritorni Berlusconi? Ho la sensazione che i Rossi, i Turigliatto nei prossimi mesi si moltiplicheranno per cento e che si verificherà una forte scollatura tra la base e i vertici della sinistra antagonista.
Presidente, la soluzione che lei tende a dare alla crisi, le contraddizioni della sua coalizione sono destinate ad aumentare, non a diminuire. Lei ha detto che si augura che, entro questa legislatura, la transizione italiana, iniziata nel 1994, termini. La transizione italiana terminerà, a mio giudizio, quando saremo in grado di costruire un sistema di alternanza tra coalizioni coese e coerenti sul piano programmatico, che non nascano solo contro qualcuno, ma per fare qualcosa. Mi sarei aspettato che dalla crisi che si è aperta nascesse una riflessione su questi 13 anni di bipolarismo all'italiana, che ha dimostrato moltissimi limiti perché condizionato dalle posizioni più estreme. Mi sarei aspettato che lei avesse avuto il coraggio di fare come Schröder in Germania che, pur potendo realizzare una maggioranza numerica con il Pds di Lafontaine e Gysi, preferì prendere atto che non esistevano le condizioni politiche per una coalizione di sinistra. Ritirandosi favorì la costituzione di una grande coalizione che sta lavorando bene per il rilancio della Germania.
La nuova legge elettorale, che il presidente Napolitano richiede, sarà il banco di prova per capire se la transizione italiana sarà terminata. Se essa garantirà rappresentanza, alternanza tra maggioranze coese e, anche in situazioni eccezionali, la possibilità di realizzare le grandi coalizioni, allora sì che la transizione italiana sarà terminata.
È necessario, signor Presidente, ricordare che sta avvenendo un fenomeno generalizzato in Europa. Negli ultimi tre Paesi dove si è votato (Germania, Austria e Olanda) non è stato possibile costruire le classiche maggioranze tra socialisti, sinistra e centro‑destra. Ciò non è stato possibile perché in tutti questi Paesi dell'Europa stanno emergendo a destra e a sinistra fenomeni politici di natura populistica che impediscono la creazione delle tradizionali coalizioni di alternanza. Se questi Paesi hanno costruito nuove aggregazioni, nuove grandi alleanze per gestire fasi transitorie e garantire le grandi riforme, di cui in questa fase tutti i Paesi d'Europa hanno bisogno, perché in Italia non si ragiona ancora per andare in quella direzione? Perché non si apre una fase del tutto nuova? Perché dobbiamo continuare ad andare avanti cercando di rabberciare coalizioni che non riescono più a stare in piedi e che esploderanno al primo voto difficile, tipo quello sull'Afghanistan?
Signor Presidente, mi auguro che lei abbia la capacità e l'intelligenza - e lei ce l'ha sicuramente - di prendere atto che una fase politica in questo Paese sta terminando e che si deve aprire una fase nuova. Credo che i prossimi mesi andranno proprio in questa direzione. (Applausi dal Gruppo FI e del senatore Gramazio. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Micheloni. Ne ha facoltà.
MICHELONI (Ulivo). Signor Presidente, Presidente del Consiglio dei ministri, colleghe e colleghi, sto vivendo un periodo di primati. È la prima legislatura della storia della Repubblica italiana che vede in Parlamento la presenza di deputati e senatori eletti all'estero dagli italiani residenti fuori dal confine nazionale. È la prima volta che sono eletto senatore della Repubblica ed è la mia prima crisi di Governo.
Sono stato eletto nelle liste dell'Unione che all'estero hanno rappresentato non la somma dei partiti che in essa si riconoscono, ma una proposta-risposta al bisogno di unità, di chiarezza che la grande maggioranza degli italiani all'estero esprime. Per questa ragione l'Unione all'estero ha largamente vinto le elezioni, non per altro.
Voterò la fiducia al Governo Prodi con convinzione e con il senso di responsabilità che ho assunto nei confronti degli italiani all'estero e verso l'intero popolo italiano.
Voterò la fiducia perché il Governo Prodi ha dimostrato, in questa prima fase in cui è rimasto in carica, di essere cosciente che gli italiani all'estero sono una risorsa per l'Italia: l'ha dimostrato nella finanziaria; l'ha confermato con il richiamo nei punti fondamentali di rilancio del Governo.
Per noi eletti all'estero questi primi mesi non sono stati facili: sia per le nostre condizioni materiali (distanze, mezzi e risorse inadeguate), sia soprattutto per le difficoltà ad inserirci in questa macchina molto complessa.
Per noi migranti integrarsi è parte del nostro DNA e credo che ci stiamo integrando, ma integrarsi non significa rinunciare alla propria cultura, alla propria personalità, alle proprie esperienze e ai propri valori.
Siamo tutti italiani. Abbiamo tutti arricchito la nostra personalità, le nostre culture, le nostre esperienze con ciò che abbiamo trovato nell'incontro con le culture e società che ci hanno accolti. E non è stato sempre facile.
E' però mia convinzione che oggi nel Parlamento della Repubblica italiana, i parlamentari della circoscrizione Estero possono essere portatori di esperienze e culture diverse, né migliori, né peggiori di quelle italiane, sicuramente rinnovatrici, in un mondo politico italiano che, a mio modo di vedere, di innovazione ne ha molto bisogno.
Gli italiani all'estero, nel bene e nel male, sono come tutti gli italiani in Italia. Sicuramente non sono degli opportunisti ricattatori; sono persone che con il loro lavoro e il loro sacrificio hanno creato nel mondo il rispetto e la stima di cui godono oggi l'Italia e tutti gli italiani.
I pochi, ma significativi risultati positivi che gli italiani all'estero hanno raggiunto in questi mesi, non sono il frutto di alcuna minaccia, ma il risultato di un lavoro, di un dialogo costante con l'insieme della politica e del Governo. Chi pensa il contrario si guardi allo specchio, se può ancora farlo.
Ho chiesto di intervenire principalmente per rendere partecipe il Senato della Repubblica di ciò che veramente mi ha colpito e direi anche ferito in questi primi mesi di legislatura.
Quando sono stato eletto non mi sembrava vero che il figlio di un emigrato abruzzese andato in Svizzera a scaricare il carbone potesse arrivare al Senato della Repubblica italiana. Allora mi tornarono in mente i valori solidi della vita, quelli ricevuti dalla mia famiglia; una semplice famiglia di contadini abruzzesi. Questi valori si sono poi arricchiti in innumerevoli incontri, riunioni, assemblee di donne e uomini emigrati in Svizzera, in Europa; valori spesso espressi, come faccio io, in un italiano approssimativo, ma valori veri, semplici, profondi, forti. Tra questi la famiglia, la solidarietà e al di là delle diverse ideologie tutti erano accomunati da un unico denominatore: l'appartenenza ad una comunità, essere e sentirsi italiani, in qualsiasi circostanza, in particolare in quelle più difficili, sia nelle tragedie, come quelle di Marcinelle o di Mattmark, che hanno segnato la nostra storia, sia negli anni tormentati che ha vissuto la nostra Repubblica. Mai è venuto meno il senso di appartenenza alla comunità italiana.
Ebbene, ciò che mi ha ferito è proprio lo scarso senso di appartenenza, il poco senso dell'interesse nazionale, del bene comune e l'esiguo senso dello Stato che ho trovato in quest'Aula.
Care colleghe, cari colleghi, sono sempre rimasto impressionato nell'ascoltare la maggior parte degli interventi in questa prestigiosa sede; interventi segnati da una grande capacità nel difendere opinioni di parte e anche dentro le parti, opinioni particolari e grandi disquisizioni sull'interpretazione del Regolamento.
In questo campo ho trovato qui dei maestri. Ma, secondo me, limitarsi a questo significa essere cattivi maestri. Gli italiani ci hanno deputato a rappresentarli con la difficile missione di realizzare il bene comune. Ci hanno deputato a confrontare le diverse idee, i diversi progetti per cercare e individuare le vie migliori per risolvere i problemi del Paese. Ma se pensiamo che questo sia solo un luogo di scontro e non di confronto, un luogo dove cercarsi una personale visibilità, per raggiungere obiettivi particolari, spesso affermando distinguo nella propria fazione, all'interno del proprio partito, stiamo tradendo la missione che il popolo italiano ci ha affidato.
I grandi princìpi sono sì fondamentali, il rispetto per la vita, la famiglia, la pace. Chi in questa Aula può essere contrario? Chi in quest'Aula può dirsi contro il rispetto per la vita, la famiglia, la pace? Nessuno, e nessuno è minimamente autorizzato ad insinuare che qualcuno lo sia. Ma non si può utilizzare il rispetto per la vita, la famiglia, la pace facendo leva sulle fedi, le ideologie o i grandi princìpi per rincorrere in realtà piccoli e miseri spazi di potere all'interno delle proprie formazioni politiche. Non si possono negare i diritti e i doveri dell'individuo a beneficio dei diritti e doveri collettivi. Estendere i diritti a chi non li ha non lede i diritti di chi li ha già. Le leggi devono servire a regolare le situazioni più varie, devono riconoscere la legittimità di una pluralità di comportamenti e modelli, religiosi e laici, privati e pubblici.
La difesa della pace non è un diritto, è un dovere per tutti. Non basta gridare «pace, pace, pace» perché la pace sia. La pace va protetta con una politica attiva, responsabile e coraggiosa e così vedo oggi la politica del Governo italiano. Ed è perché sono un pacifista convinto che sosterrò la politica presentata dal ministro D'Alema, che sicuramente sta alleviando la sofferenza di popolazioni in Afghanistan, in Libano e in ogni altro luogo dove i nostri soldati sono e saranno al servizio dell'Italia e della pace.
La vita, la famiglia, la pace, le rispetteremo, le difenderemo e le valorizzeremo solo se, con onestà intellettuale, forti delle nostre ragioni, saremo capaci con umiltà di ascoltare le ragioni degli altri senza veti e senza diktat. Non ricordo più il nome, ma un umanista francese disse: «Spesso i grandi princìpi ci servono per nascondere la nostra cattiva coscienza». Almeno qui nel Senato della Repubblica italiana facciamo in modo che i valori, i princìpi della nostra cultura, del nostro Paese ci servano non a nascondere meschini giochetti, ma a ricercare e costruire insieme le soluzioni condivise dai molti e non ricercate dai pochi. Anche questa è democrazia. Così facendo, forse con grande fatica ma con tanta umiltà, potremmo ritrovare la strada che ci riporterà al senso del bene comune, al senso di appartenenza, al senso dello Stato. (Applausi dai Gruppi Ulivo e RC-SE, del senatore Sterpa e dai banchi del Governo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Negri. Ne ha facoltà.
NEGRI (Aut). Signor Presidente, a mio parere lei ha oggi presentato al Parlamento e al Paese tre cose: un giudizio sulla crisi, una proposta programmatica per il Governo e una vasta proposta politica che travalica i confini di questa maggioranza e sta dentro la transizione italiana per il suo positivo compimento. Ora, l'Unione è chiamata a una nuova consapevolezza e ad una assunzione stringente di responsabilità, perché non saranno ammessi ripensamenti e l'Ulivo, nell'Unione, è a sua volta chiamato a farsene parte propulsiva e agente ordinatore.
Lei, signor Presidente del Consiglio, ha fatto bene sul primo punto a usare il termine pesante e non lieve di crisi politica, perché di crisi politica si è trattato; crisi politica e non incidente, accaduta nella parte più delicata e più esemplare di una proposta di Governo qual è la politica estera. A questa crisi politica che già era emersa con la non piena fiducia accordata al ministro Parisi, prima che al ministro Amato, lei ora pone rimedio sostanziale delineando la via faticosa alla pace seguita dal Governo di centro-sinistra e a, parer mio, nel segnare esemplarmente quella data, il 2 dicembre 2003, in cui, per la prima volta nella storia d'Europa, il Consiglio europeo adottò la strategia comune per la sicurezza, che si innesta nei nostri rapporti atlantici e immediatamente li qualifica. Su questo tema, sulla piattaforma di politica estera che lei ha ulteriormente delineato, pensiamo siano possibili in questo Parlamento convergenze più vaste.
Del secondo punto, signor Presidente del Consiglio, apprezzo molto la concentrazione e la selezione degli obiettivi di Governo. Lei ha parlato in modo chiaro e intelligibile al Paese. Ha parlato di tenuta finanziaria delle riforme, rifacendosi all'ottavo punto del programma in cui si fa riferimento alla volontà di ridurre nettamente la spesa pubblica per cogliere la ripresa; ha parlato di unificazione dei sistemi pensionistici e di riforma (un'attenzione alle pensioni più basse), di vasti interventi sociali per la famiglia (ad esempio i nidi), per i giovani e ha parlato anche, in maniera convinta, della TAV e di grandi infrastrutture europee. Concetti semplici, ordinati, selezionati e intelligibili.
Infine, signor Presidente, la questione che a me sta più a cuore, perché mi pare rappresenti la novità più rilevante della sua comunicazione, oltre la capacità politica di questa maggioranza: lei ha offerto a questo Parlamento la possibilità di prendere nelle proprie mani, scegliendo il modo (una bicamerale, piuttosto che la convenzione proposta dal ministro Amato, ma comunque un luogo parlamentare), la riforma elettorale, le riforme istituzionali e costituzionali che così disordinatamente -ricordiamo il referendum che abrogò quelle adottate dal Polo - si sono affastellate nel corso della storia e nella cronaca politica italiana.
Lei, signor Presidente del Consiglio, ha usato una bella espressione, che è ricorso molto in questi ultimi dieci anni: quella di «democrazia governante». Democrazia governante allude ad una riforma elettorale che salvi il bipolarismo, lo renda più equo, più mite, più civile, più reciprocamente riconoscente il valore e la storia politica dei due Poli; democrazia governante parla di un potere di governo dato ai cittadini, di un Governo che non può essere sciolto nei Parlamenti, né essere fatto e rifatto nei Parlamenti ma, con precisa imputazione di responsabilità, presentato nel momento stesso in cui si vota; democrazia governante vuol dire blocco di qualsiasi ipotesi neo centrista.
Per questo, signor Presidente, per il fatto che lei ha delineato, specialmente nell'ultima parte del suo discorso, un luogo politico più vasto e una sfida politica nuova a questa maggioranza e a tutto il Parlamento, ritengo che questo Governo e lei personalmente meritiate la nostra fiducia. (Applausi dal Gruppo Ulivo e della senatrice Brisca Menapace).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Palermo. Ne ha facoltà.
PALERMO (RC-SE). Signor Presidente del Consiglio, vorrei fare qualche breve considerazione su alcuni passaggi contenuti nella sua relazione.
In primo luogo è importante, a mio parere, aver ribadito che la cornice entro cui ci si muove è, in ogni caso, il programma dell'Unione, quel patto che abbiamo sottoscritto con i nostri elettori e che resta il punto di riferimento delle azioni di Governo.
Penso, inoltre, sia importante aver ribadito la necessità di rafforzare l'impegno per costruire spazio e occasioni per un confronto aperto e autentico, poiché un confronto serrato e puntuale è la premessa indispensabile per avviare delle scelte condivise. Ma non basta.
È necessario, a mio parere, avviare percorsi che invertano quel processo di autonomizzazione della politica di cui parlava ieri il senatore Bonadonna, che riconnettano le azioni della politica con i problemi concreti che i cittadini esprimono, che ridiano loro voce, quella voce che il popolo dell'Unione ha fatto sentire durante la campagna elettorale, quella voce che ha espresso la volontà di uscire dagli individualismi esasperati, da quei modelli culturali passivizzanti veicolati da una televisione spazzatura per tornare a occuparsi di questioni che interessano la collettività.
Le tante associazioni che hanno sottoscritto un appello di sostegno a questo Governo chiedono di mantenere aperto il dibattito e il confronto avviato, di estenderlo a tutto il Paese perché sempre più grande sia la consapevolezza e la partecipazione diretta dei cittadini e delle loro organizzazioni. Per dirla con Paul Ginsborg, i cittadini attivi e dissenzienti, raramente riconosciuti da politici e amministratori, sono un dono prezioso per rivitalizzare la nostra democrazia.
È importante, a mio parere signor Presidente, che lei abbia ribadito che l'acqua è fuori dai processi di liberalizzazione, poiché su questo tema (acqua, bene comune), anche simbolicamente molto rilevante, sono mobilitati tanti cittadini nel nostro Paese e nel mondo.
Vorrei, comunque, sottolineare che si registra una certa preoccupazione, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, rispetto ad alcuni processi di liberalizzazione che, anziché favorire i cittadini, potrebbero creare situazioni di ulteriore divaricazione tra le aree economicamente più forti e quelle più deboli e potrebbero mettere in discussione l'accesso di tutti ad alcuni sevizi fondamentali.
Molti sono gli studi che dimostrano che i processi di privatizzazione possono portare ad un abbassamento della qualità del servizio o ad una disparità di accesso ai servizi, all'abbassamento della qualità, dell'occupazione e della sicurezza. Pensiamo, ad esempio, ai trasporti. Sappiamo che alcune tratte ferroviarie potrebbero essere economicamente improduttive. Ma per una piccola comunità la soppressione di una fermata, la chiusura di una stazione o di un ufficio postale può significare un deciso peggioramento della qualità della vita e un'ulteriore spinta all'emigrazione e quindi allo spopolamento di quei territori, che invece avrebbero bisogno di politiche che possano stimolare la volontà di continuare a viverci. Penso che vi siano le opportunità e le possibilità perché ciò avvenga.
È importante che lei abbia ribadito le centralità delle politiche ambientali. Mi auguro che siano ancor più decise le azioni verso una politica energetica che si fondi sul risparmio dell'energia e sull'aumento dell'efficienza, a partire dagli edifici di nuova costruzione. Speriamo che si modifichi al più presto il sistema del CIP 6, grazie a cui si finanziano cospicuamente, attraverso le bollette pagate dai cittadini, impianti alimentati da cosiddette fonti assimilabili, che nulla hanno a che vedere con le energie rinnovabili.
Un breve passaggio a proposito della politica internazionale. La maggior parte delle persone in questo Paese ha espresso più volte, con forza e convinzione, la propria volontà di pace. È importante sostenere azioni autenticamente di solidarietà e di cooperazione. In particolare, lei ha citato gli impegni del Governo a favore dell'Africa. Non possiamo, però, nasconderci che finora, spesso, i Paesi occidentali si sono relazionati con quei Paesi, attraverso le proprie multinazionali, in maniera aggressiva e depredatoria, alleandosi con Governi spesso antidemocratici, che hanno causato a quelle popolazioni problemi sociali ed enormi problemi ambientali.
Vorrei a questo proposito ricordare i nostri due connazionali, Francesco Arena e Cosma Russo, che dal 7 dicembre sono nelle mani del movimento per l'emancipazione del delta del Niger, e sollecitare convinte azioni di pressione nei confronti del Governo nigeriano, ma anche verso le compagnie petrolifere, che diano chiari segnali verso l'adozione di comportamenti eticamente accettabili, affinché i nostri concittadini vengano al più presto liberati.
Ritengo importante che tra le priorità su cui lavorare lei abbia individuato la scuola e la ricerca. A questo proposito vorrei invitare a prestare molta attenzione alle esigenze e ai problemi reali che vengono da quel mondo. In primo luogo, il forte bisogno di rinnovamento e di rilancio per una scuola pubblica e di qualità per tutte e tutti si connette con la richiesta altrettanto forte di bloccare ogni processo di aziendalizzazione di questi luoghi, deputati alla formazione dei cittadini, e a non subordinarli alle logiche dell'economia e del mercato.
Infine, vi è il tema della centralità del Mezzogiorno. Ho spesso modo di incontrare e confrontarmi con molte persone, gente semplice, uomini e donne che ci hanno eletti, quelli che hanno creduto e sperato che un Governo di centro-sinistra potesse davvero rappresentare una discontinuità rispetto al passato. Non nascondo che ho registrato segnali di delusione e di insoddisfazione. Molti di questi uomini e di queste donne mi raccontano le loro storie, che sono storie di sacrifici e di sofferenze.
Vengo, infatti, da una Regione, la Basilicata, che registra uno dei più elevati tassi di povertà, in cui non passa giorno che non vi sia la crisi di un'azienda o la chiusura di una fabbrica. Vengo da una Regione in cui il livello di scolarizzazione è alto e molti sono i giovani laureati che vorrebbero rimanere nella loro terra, se ci fosse lavoro. Ma nel Mezzogiorno lo Stato di diritto è puntualmente sostituito da politiche clientelari e il lavoro è spesso merce di scambio. Questi uomini e queste donne, questi giovani, sperano ancora che il Governo possa lanciare segnali forti per sollecitare trasparenza, legalità, certezza del diritto. Sperano che questo Governo possa portare avanti politiche realmente redistributive, che riducano la forbice tra chi ha moltissimo e chi quasi niente, che possano migliorare la qualità della loro vita. Non deludiamoli. (Applausi dal Gruppo RC-SE e del senatore Bosone. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanettin. Ne ha facoltà.
ZANETTIN (FI). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, sabato di due settimane fa oltre cento parlamentari dell'Unione vengono a Vicenza e sfilano in una grande manifestazione, all'insegna di slogan contro la guerra, contro la decisione del Governo Prodi di autorizzare il raddoppio della base di Vicenza, contro la missione militare in Afghanistan.
Dopo quattro giorni, nel corso del dibattito sulla politica estera, il Governo è battuto al Senato, ma solo due dei numerosi senatori che sono venuti a Vicenza si dimostrano coerenti con gli slogan gridati nella manifestazione. Il Governo si dimette e viene rimandato dal Presidente della Repubblica al Senato per la fiducia. Ed oggi che succede? Contrordine, compagni! Tutti allineati e coperti a votare la fiducia a Prodi, come se nulla fosse accaduto, magari turandosi in naso, come fanno i due dissidenti Rossi e Turigliatto. Davvero una bella coerenza!
Questo avviene nonostante al punto 1 degli impegni programmatici troviamo «Il rispetto degli impegni internazionali ONU e NATO» e quindi, per chi non l'avesse capito, l'ampliamento della base USA di Vicenza e la missione dei nostri militari in Afghanistan: proprio i punti sui quali è caduto il Governo la scorsa settimana!
Tutto chiarito dunque? Neanche per sogno. Il senatore Turigliatto mantiene fino all'ultimo i suoi dubbi. Il senatore dissidente Ferdinando Rossi viene addirittura aggredito e picchiato da un collega di partito per non aver votato secondo le indicazioni del Governo. Tra parentesi, signor Presidente, non oso pensare alle reazioni del mondo politico e dei media se, al contrario, ad essere picchiato fosse stato un esponente del centro-destra che era passato sull'altro fronte. L'aggressione del senatore Rossi, che reputo gravissima, è stata invece declassata dalla critica prevalente a rango di episodio di folklore emiliano - alla Peppone, per intenderci - e comunque l'interessato oggi dichiara che voterà la fiducia, ma non voterà la missione in Afghanistan.
Franca Rame, icona del pacifismo, presenza simbolo alla manifestazione di Vicenza, ci spiega che non se la sente di far cadere il Governo e quindi voterà la fiducia, voterà il proseguimento della missione militare in Afghanistan e poi si dimetterà da senatrice. Quanta confusione nella maggioranza! Come ci ha spiegato dal palco del teatro Brancaccio solo qualche giorno fa il ministro D'Alema: «Certa sinistra non serve al Paese».
A proposito, anche il ministro D'Alema è un altro fulgido esempio di coerenza politica. Solo una settimana fa è venuto al Senato lanciando grandi proclami a corredo del suo ultimatum: «Senza maggioranza tutti a casa». Vorrei provare a ricordare qualche passaggio dell'intervento del ministro D'Alema, che citerò parola per parola: «Penso, per ragioni politiche, costituzionali ed anche etiche, che l'idea di agire senza consenso, soprattutto quando sono in gioco questioni così importanti come la pace, la guerra e la sicurezza del Paese, è qualcosa che non appartiene al costume democratico e alle mie abitudini».
Questo ha enunciato con sicumera in quell'occasione il ministro D'Alema, che ha anche detto: «Credo di avere dimostrato nella mia vita politica di essere persona molto attenta a misurare il consenso democratico e a prendere atto del dissenso con una coerenza che non sempre ho riscontrato in tutti i protagonisti della vita politica». Sappiamo poi tutti come è andata a finire mercoledì scorso! Tuttavia, contrariamente a quanto aveva preannunciato, a distanza di una settimana il ministro D'Alema è ancora al suo posto, come se nulla fosse accaduto. I suoi bei proclami sono rimasti pure enunciazioni di principio, parole al vento. Di coerenza e di dimissioni neanche a parlarne!
Vorrei dire al ministro D'Alema, che oggi non vedo in Aula, che la sua politica estera è stata bocciata dalla sua maggioranza, i problemi sul tappeto non sono stati risolti, né chiariti, Turigliatto, Rossi ed altri esponenti della sinistra radicale continuano a dichiarare che non voteranno il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Lui, quindi, cosa è rimasto a fare al Governo? Vorrei quindi pregare il ministro D'Alema per il futuro di non citare più le sue dimissioni dopo le regionali del 2000 come esempio di dignità e coerenza politica. Quanto accaduto questa settimana cancella ed oscura qualsiasi suo comportamento precedente del quale forse andava orgoglioso.
Nel frattempo è il Paese a pagare drammaticamente la farsa che state recitando. La sinistra in pochi mesi di Governo ha fallito su tutti i fronti. L'Unione può essere anche stata in grado di ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento, ma è rimasta soltanto un cartello elettorale, il cui unico collante è l'antiberlusconismo. Anche oggi la sinistra radicale dichiara di votare la fiducia a questo Governo, non perché convinta del programma del Premier, ma solo per evitare che la destra torni al Governo. Si accontenta di questo, presidente Prodi?
Lei nei giorni scorsi aveva presentato quello che qualcuno ha chiamato il dodecalogo: dodici punti programmatici, che, secondo le sue indicazioni, avrebbero dovuto essere perseguiti con rinnovato impegno riformatore. Sono peraltro rimasto stupito di non aver sentito parlare di nessuno di questi dodici punti nel discorso pronunciato ieri sera. E perché non ha parlato neppure dei Dico? Sono ancora compresi nell'agenda del Governo? Tra i dodici punti ce n'era uno che mi aveva decisamente incuriosito, proprio il punto dodici: il Presidente del Consiglio chiedeva alla sua maggioranza di poter fare il Presidente del Consiglio. Ma di questo ieri sera non si è parlato.
E qui si capisce che non avete speranza. Forse governerete ancora per qualche mese, con l'aiuto dell'ascaro, che alla fine si trova sempre, ma il vostro destino è segnato. (Applausi dal Gruppo FI e del senatore Morselli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zanone. Ne ha facoltà.
*ZANONE (Ulivo). Signor Presidente, signori senatori, signori del Governo, se non sono male informato, all'inizio della prossima settimana il presidente del consiglio Romano Prodi ha un invito a cena importante. (Commenti dal Gruppo FI). Dovrebbe trattarsi, salvo errore, di una riunione dei Capi di Governo preparatoria dell'incontro ufficiale del 25 marzo a Berlino, nel cinquantenario dei Trattati di Roma. Dalla dichiarazione che concluderà quell'incontro si attende la chiusura della pausa di riflessione e la riattivazione del processo costituente europeo.
Dunque, fra le ragioni che motivano il mio voto di fiducia al Governo c'è anche la volontà che ai vertici dell'Unione Europea, in un semestre che si profila decisivo per la sua costruzione, l'Italia partecipi con un Governo nella pienezza delle sue responsabilità e dei suoi poteri.
Sono fra quanti hanno apprezzato la linea di politica internazionale presentata la scorsa settimana al Senato dal Ministro degli esteri e della comunicazione del ministro D'Alema particolarmente ho apprezzato il passaggio in cui egli ha detto: «Il Governo Prodi è in primo luogo un Governo europeista». Provo a seguire quella linea per definire in termini europeisti alcuni dei punti prioritari che il presidente Prodi ha proposto e sui quali ha ottenuto il consenso della maggioranza.
Che significa in concreto, di fronte all'agenda parlamentare politica dell'Italia di oggi, Governo europeista? Significa una strategia della sicurezza incentrata sul multilateralismo. Significa inserzione del territorio italiano nelle arterie della comunicazione continentale. Significa diversificazione delle fonti energetiche. Significa adeguamento degli standard italiani agli Accordi di Lisbona.
Di tutti questi referenti europei si può trovare riscontro nei dodici punti e, seppure in linguaggio meno icastico, nelle comunicazioni di ieri del Presidente del Consiglio.
Il rifinanziamento e la prosecuzione della missione in Afghanistan: primo banco di prova alle viste, banco di prova non tanto o non solo per la maggioranza parlamentare ma per la strategia multilaterale della sicurezza. Il Vertice di Riga ha assegnato all'Afghanistan la massima priorità nelle missioni della NATO. I Ministri degli esteri dell'Unione Europea, il 12 febbraio, hanno dato il via alla missione di polizia nell'ambito della politica di sicurezza comune. La Presidenza tedesca ha sottolineato l'importanza del partenariato strategico fra Unione Europea e Alleanza Atlantica. Dunque, sussistono tutti gli elementi per ravvisare nella missione in Afghanistan la prova di un multilateralismo efficace.
Governo europeista nel campo della politica energetica: questo dovrebbe essere - stando alle indiscrezioni - un punto specifico nella Dichiarazione di Berlino. L'Italia è un Paese dipendente: per la dipendenza dall'importazione di gas la diversificazione è minima, e tutta condizionata da fonti extracomunitarie. Se si vuole sottrarsi alla dipendenza e garantire la diversificazione, non si possono impedire gli impianti per il trattamento del gas importato per mare.
Governo europeista sugli investimenti per le infrastrutture materiali di grande comunicazione e di alta capacità ferroviaria: i primi accordi italo-francesi per la Lione-Torino - ne ho esperienza diretta - risalgono all'incontro di Nizza del 1990. La Commissione europea avverte che il tempo della tergiversazione è scaduto. Ammetto che servirebbe anche nel nostro Paese una procedura di informazione pubblica e di partecipazione alle decisioni in materia di opere ad alto impatto ambientale, magari sul paradigma della legge francese che disciplina il dibattito pubblico regolato da una Commissione indipendente. Ma cedere ad un localismo esasperato, anzi ormai a frange esasperate neppure più localiste, è un errore che comprometterebbe il futuro del Paese e che mi auguro il Governo non vorrà commettere.
Governo europeista nell'attuazione, tutt'altro che raggiunta, degli obiettivi di Lisbona. Quando si assume fra le priorità del programma il riordino della previdenza, non si può tacere che gli standard di Lisbona per l'occupazione nella fascia d'età fra 55 e 65 anni registrano per l'Italia una collocazione nei posti di coda della graduatoria europea.
Certo, le comunicazioni del Governo lasciano in bianco pagine che devono essere scritte nelle Aule del Parlamento, come si conviene innanzitutto in materia di diritto civili, a cominciare da quelli dei conviventi: diritti di civiltà e di libertà ai quali i senatori che, come il collega Maccanico e come me, si riconoscono nei principi dell'Internazionale liberale, non intendono rinunciare e non rinunceranno.
Tuttavia, non ho il tempo e neppure l'intenzione di discostarmi dalla questione che oggi è all'ordine del giorno. La missione in Afghanistan; il disco verde al Corridoio 5; la diversificazione delle fonti energetiche; l'adeguamento dell'età lavorativa agli standard di Lisbona: questo in concreto significa collocare le scelte pubbliche italiane sulla scala europea. Di ciò vi è traccia nelle comunicazioni di ieri. E se ciò si facesse nei prossimi mesi ci sarebbero, o meglio, se ciò si farà ci saranno, gli elementi fattuali per arrivare alla sessione finanziaria d'estate e poi dell'autunno con i risultati di un riformismo ragionevole e rispondente alle aspettative della cittadinanza. Anche nella doverosa considerazione del rapporto che deve sussistere tra istituzioni e cittadinanza, la fiducia che votiamo al Governo è la premessa necessaria perché per il Senato si apra una stagione di lavoro utile. (Applausi dal Gruppo Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Butti. Ne ha facoltà.
BUTTI (AN). Signor Presidente, ho visto poco fa il presidente Prodi vivere questo rito quasi con una sorta di fastidio: dividiamo la pena, signor Presidente, si immagini il nostro fastidio a dover intervenire, onestamente, sul nulla. Vorrei tanto dirle, infatti, di esser stato colpito dalla sua relazione e di aver modificato il mio intervento in corso d'opera, ma non è così. Lei ha svolto considerazioni prive di significato politico, raccontando un po' di cronaca a livello giornalistico, nulla di più.
Durante la mia esperienza parlamentare, che non è brevissima, ho sempre pensato che il candidato Premier dovesse sostenere in Parlamento un esame politico. Ho invece la sensazione che lei stia sostenendo un esame di matematica, attento come è alla delicata questione dei numeri, più che al futuro del Paese. Presidente, lei ha posto la questione politica decisamente in secondo piano, perché ora l'urgenza è far quadrare i conti all'interno della sua variegata maggioranza, costi quel che costi, soprattutto per gli italiani.
A proposito di numeri, domenica ho guardato con una tristezza infinita l'intervista rilasciata dal presidente Fassino alla trasmissione di Lucia Annunziata in RAI. Il leader di un grande partito deve saper volare alto, non può concentrare la propria attenzione sulle coliche renali del collega De Gregorio o sugli orari dei voli del senatore Pallaro. Mi sia consentita una benevola battuta: Fassino parlava di numeri (157, 162, 158) e in quell'intervista mi sembrava più intento a dare i numeri che a farli tornare.
Tuttavia, la situazione è questa e non è nata a Vicenza, dove, per essere chiari, signor Presidente, si allarga la base militare statunitense e, contestualmente, si restringe la sua base elettorale. Tale condizione è nata ben prima, all'inizio del 2006, quando, sfidando tutte le regole della politica e del buon senso, ha messo insieme un'alleanza impossibile, eterogenea, ostaggio, come abbiamo avuto modo di comprendere anche la settimana scorsa, di vaste aree riconducibili all'estrema sinistra antagonista e comunista.
È nata dal cartone animato delle primarie, con le quali lei pensava di essere garantito circa il potere decisionale sul suo Governo e sulla sua coalizione, salvo poi ricorrere al patetico punto 12 del moderno dodecalogo, che ribadisce invece l'inesistenza della sua autorevolezza all'interno dell'Esecutivo.
Non confonda per rispetto e per riconoscimento della sua leadership quel sostegno, più che sospetto, di cui ha goduto nelle ultime ore. Non è un caso, presidente Prodi, che i suoi più accesi supporter, in questa fase di crisi, siano stati proprio i funamboli leader di Rifondazione Comunista, dei Comunisti Italiani e dei Verdi, gli stessi che però, marciando contro di lei a Vicenza, non avrebbero mai pensato di trovarsi un giorno a doverla custodire e proteggere, come fosse una reliquia.
Ma voi siete legati a doppio filo, in un patto silente di mutuo soccorso a danno degli italiani. Se cade lei, gli epigoni del marxismo militante non torneranno mai più al Governo e, se loro non dovessero votarle la fiducia, lei guadagnerebbe irrimediabilmente e fortunatamente, per il popolo italiano, l'oblio della politica.
Siete intrecciati dalle vostre contraddizioni, condannati a cercare faticose mediazioni su tutto, dalla politica economica a quella fiscale, da quella estera a quella del lavoro, fino alle questioni etiche. La politica è a volte compromesso, ma il compromesso non può essere l'unica regola della politica.
E a proposito di questioni etiche, nel dodecalogo non abbiamo letto nulla dei Dico e tanto sembrava bastare al senatore Andreotti per votare la fiducia. Ma proprio lunedì, senatore Andreotti, il ministro Pollastrini a Milano, al parossismo del masochismo, ha ribadito la volontà di procedere con quel contestato provvedimento, che peraltro il Governo ha già licenziato.
È il trionfo del tafazzismo, Presidente, da Tafazzi, quel famoso personaggio incarnato da un bravo comico che amava martellarsi il basso ventre ridendo e scherzando. Tra i suoi Ministri ci sono masochisti irresponsabili, che per protagonismo personale sfidano i settori moderati della sua maggioranza e del Paese, come se quella dei Dico fosse una reale urgenza della Nazione. Ci chiediamo come verrà smaltita la delusione, voglio utilizzare un eufemismo, della composita estrema sinistra dei movimenti, dei centri sociali, dell'antagonismo, che ha sostenuto i rivoluzionari in doppio petto di Rifondazione Comunista, dei Comunisti Italiani e dei Verdi e che da essi sono stati traditi per quattro, cinque, sei volgarissime poltrone. Come verrà sfogata questa delusione, nel già caldo clima politico?
Lei ha detto che su TAV, su basi americane e su missioni di pace all'estero non ha mai pensato di invertire la rotta. Questo è l'esatto opposto di quanto dice l'estrema sinistra parlamentare all'estrema sinistra extraparlamentare. Con la vostra schizofrenia, alimentate l'estremismo, già di per sé pericoloso.
Le dinamiche incerte e maldestre non depongono a favore del Paese. Avete il respiro corto e non siete in grado di programmare il futuro del Governo, immaginiamo come possiate essere pronti a programmare il futuro del Paese nel contesto europeo e mondiale.
Eppure lei, presidente Prodi, ci ha fatto sorridere, quando ha detto di voler ripartire con slancio. Pensavamo che questo «slancio» fosse un collega del Gruppo del senatore Follini, poco noto magari, con cui puntellare la sua macilenta maggioranza, ma - ahimè - «slancio» non era un senatore, era un suo modo di dire infantile per entusiasmare i settori più scettici della sua coalizione. Tuttavia, di entusiasmo ieri non ne abbiamo visto, nonostante un'agenzia riportasse una sua dichiarazione nella quale asseriva di essere stato accolto molto bene in Senato. A noi l'accoglienza è sembrata freddina, a parte un paio di timidi applausi quasi bipartisan, perché erano questioni che toccavano le corde dei sentimenti sia a sinistra che a destra. Per il resto, nulla.
Presidenza del vice presidente CALDEROLI (ore 10,40)
(Segue BUTTI). Per il resto, i suoi Ministri sembravano più concentrati ad escogitare qualche meccanismo per allargare la maggioranza o per meglio blindarla, pur di scamparla senza eccessivi patemi.
Con il cinismo che vi distingue, sareste anche tentati di proporre lo scambio dei due connazionali da troppo tempo ostaggi in Nigeria con i due sventurati colleghi Rossi e Turigliatto, ai quali va la mia personale ma sentita solidarietà per le violenze, non solo quelle fisiche subite all'esterno dell'Aula parlamentare, ma quelle morali, verbali che hanno subito all'interno dell'Aula, da gentildonne pacifiste, come la senatrice Palermi o la senatrice De Petris, che li hanno apostrofati con delicatezze irripetibili.
Vi aspetteremo, presidente Prodi, sull'Afghanistan, sulla politica estera (dove pensate di risolvere tutto con qualche cambiamento lessicale, facendo ricorso all'etimologia), sulle pensioni, sulla Rai, sul cosiddetto disegno di legge Gentiloni e, se ci arriverete, anche sulle questioni etiche e sulla famiglia. A tale proposito, signor Presidente del Consiglio, quando lei parla di politiche per la famiglia, non so se si riferisce alla sua, che è particolarmente numerosa ed attiva nel mondo della parapolitica, o alla famiglia che intende il ministro Pollastrini parlando di quella omosessuale oppure alla famiglia tradizionale - quella che, invece, intendiamo noi - che il suo Governo ha pesantemente penalizzato nella Finanziaria per il 2007. Vorrei capire di quale famiglia parla.
Quando si è disperati - e lei è disperato - anche le suggestioni generate dal taumaturgo collega Follini, attorno alla creazione di un nuovo centro-sinistra, sembrano progetti a portata di mano. Ma qui nemmeno se il dodecalogo l'aveste scolpito su pietra e affidato al senatore Mosè avreste ottenuto qualche risultato positivo.
Lei deve fare sempre i conti con chi le sta a sinistra e sull'attuazione del suo programma il Governo subirà altre brusche frenate che lentamente logoreranno non soltanto lei (questo sarebbe il minore dei mali), ma anche il Paese. Il destino di un grande Paese, come il nostro, non merita di essere nelle mani di due partiti che si richiamano direttamente al comunismo e che, di volta in volta, alzano il prezzo nel contrattare il sostegno al suo Governo.
Non ci siete, Presidente! Non ci siamo! Non c'è un programma sufficientemente condiviso, né ci sono le condizioni politiche per procedere speditamente. Come si dice in gergo parlamentare, apprezzi le circostanze e tolga rapidamente il disturbo. (Applausi dai Gruppi AN e FI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Quagliariello. Ne ha facoltà.
*QUAGLIARIELLO (FI). Signor Presidente del Consiglio, vorrei iniziare il mio intervento tributandole un riconoscimento: le riconosco che nell'intervento di ieri ho ascoltato una maggiore considerazione per l'opposizione e per quella legittimazione dell'avversario che è condizione senza la quale nessuna logica bipolare può stare in piedi. Ciò, però, non toglie nulla alla drammatica insufficienza politica del suo discorso, che può racchiudersi come se fosse una metafora, in quella frase da lei pronunciata: «voglio essere giudicato solo per quello di cui parlo». Tale proponimento ha un senso politico nel caso in cui nel discorso che segue si dica qualcosa di sostanziale sulla quale farsi giudicare; altrimenti diventa una mera manifestazione di furbizia politica; un modo per affermare - mi consenta il gioco di parole - rispetto al «non dico sui Dico». Invece, su quel tema, in sede di replica, qualcosa dovrebbe dirci perché dietro quel provvedimento c'è un grande problema di civiltà che divide questa Assemblea e va oltre signor Presidente, il suo essere cattolico adulto o il mio essere laico penitente.
Signor Presidente del Consiglio, lei ha sorvolato soprattutto su un aspetto, che è ormai palese e si respira nell'atmosfera di quest'Aula. Mi riferisco alla crisi di sistema, che è stata determinata innanzi tutto dall'insufficienza dell'antiberlusconismo come metodo e come sostanza per condurre una politica e per tenere insieme un'alleanza. Si tratta di una drammatica insufficienza politica ma soprattutto culturale. Perché gran parte delle difficoltà che vi trovate oggi ad affrontare sulla politica estera e gran parte delle difficoltà che avete nei confronti di quelle centinaia di migliaia giovani che hanno sfilato a Vicenza e che dovete riconoscere come vostri interlocutori politici nascono da un antiberlusconismo prolungato oltre ogni logica e oltre ogni rispetto per quell'etica della responsabilità che non dovrebbe mai abbandonare un uomo di Stato e nemmeno un dirigente politico.
Signor Presidente del Consiglio, questo è il momento di andare al fondo delle cose, di guardarle in faccia; è il momento di avere coraggio. Invece, dalle vostre file provengono due risposte, unite solamente da un elemento: dall'insufficienza di fronte alla crisi di sistema che ci si prospetta. C'è la risposta, che abbiamo letto sui giornali, di tenere in piedi questo Governo soltanto per guadagnare il tempo utile a costruire un'altra strada e per passare dall'antiberlusconismo rivoluzionario all'antiberlusconismo gramsciano, da applicare con modalità meno virulente, casamatta dopo casamatta, magari attraverso il sistema elettorale tedesco.
L'altra risposta è quella che ci ha dato lei: far finta di niente, non guardare in faccia la crisi, non dare risposte e cercare ancora di tenere insieme quello che insieme non può stare.
Lei ha rivendicato, nel suo intervento, il bipolarismo come una conquista da difendere. Potremmo trovarci d'accordo su questo aspetto. Ma per non rendere quell'affermazione un'aspirazione senza futuro è necessario avere il coraggio di non ignorare i limiti del bipolarismo attuale, che sono soprattutto i limiti della sinistra e della sua capacità di stare insieme. Guardi, signor Presidente, pur con grandi difficoltà - che certamente noi non vogliamo nascondere - il centro-destra è riuscito a garantire cinque anni di Governo e ciò è, invece, quello che drammaticamente voi non state facendo; ed è un problema del quale è ridicolo che ci si faccia carico noi ancor più di voi.
Non è possibile risolvere questo nodo scaricando qualsiasi responsabilità sulla attuale legge elettorale. Signor Presidente, questo è un vecchio vizio italico, che è stato assecondato in altre occasioni della nostra storia e purtroppo con degli esiti terribili. Questa legge elettorale - dobbiamo trovare il coraggio per dirlo - può essere migliorata, ma non è la sentina di tutti i mali e i suoi aspetti peggiori derivano da una correzione che è stata imposta a suo tempo dal Colle. Allora, bisogna andare oltre, bisogna riferirsi a quelle che sono le insufficienze politiche e a quelle che sono le insufficienze culturali, se si vuole fare un passo avanti e se si vuole veramente salvare quel bipolarismo che lei dice di avere a cuore.
All'inizio della legislatura, con la proposta del Governo di larghe intese, noi questo coraggio lo abbiamo dimostrato; la sua maggioranza non ancora. Non basta qualche fugace riconoscimento al Governo del passato, utilizzato per assumersi poi meriti che non sono suoi: serve un altro coraggio. Io spero per lei, per la sinistra e spero soprattutto per il nostro Paese, che lei lo sappia trovare in sede di replica. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Randazzo. Ne ha facoltà.
RANDAZZO (Ulivo). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli senatrici e senatori, riprendere serenamente il discorso dal punto in cui era stato bruscamente interrotto ritengo debba essere la regola aurea di questa Assemblea in questo particolare momento della vicenda politica nazionale. Perché non si tratta più di fare discorsi accademici o lasciarsi andare a intemperanze verbali, come purtroppo spesso avviene, bensì di riprendere con rinnovata lena il cammino della realizzazione del programma legislativo del Governo dell'Unione che dieci mesi fa è stato votato dagli elettori italiani dentro e fuori d'Italia.
E, in forza delle dichiarazioni e indicazioni programmatiche fornite dal presidente del Consiglio Romano Prodi, urge riprenderlo, questo cammino, senza perdere altro tempo in bizantinismi procedurali, eccessi ostruzionistici, baruffe ideologiche. Senza perdere l'occasione di alimentare con rinnovata tenacia e slancio la ripresa economica in atto, che nei primi nove mesi di Governo Prodi è stata in grandissima parte determinata dalla visione, insieme, di giustizia sociale, di equità fiscale, di incentivi alla produttività, e dai due primi veri turni, due turni storici, di liberalizzazione delle professioni e dei servizi. Ripresa determinata da un concetto di rigore amministrativo che con una travagliata ma indispensabile finanziaria ha fermato il Paese sull'orlo dell'abisso dell'esclusione da Eurolandia, l'orlo dell'abisso di un tracollo sociale ed economico.
Si badi, a proposito di liberalizzazioni, di quelle liberalizzazioni per le quali molti colleghi sui banchi dell'opposizione si sono chiesti pubblicamente: «Ma perché non le abbiamo fatte noi, con tutto il tempo che abbiamo avuto?», non è soddisfazione da poco poter dire, per chi come me, quando può, rientra all'estero nella sua residenza, che finalmente anche in Italia chi ha bisogno di un'aspirina fuori dai sacramentali orari o dalla vicinanza delle farmacie può andarla ad acquistare a prezzo ridotto insieme ad un paio di centinaia di altri farmaci da banco presso un supermercato. (Commenti del senatore Bornacin); che in Italia non si è più costretti a farsi spellare da un notaio per il passaggio di proprietà di una vettura usata; che si cominciano a smantellare le caste chiuse degli ordini professionali; che a Roma o a Milano capita ora meno di frequente dover aspettare inutilmente fino a un'ora sotto la pioggia o al solleone per un taxi; e così via di seguito.
Poi, su quello che l'opposizione ha creduto di cavalcare come cavallo di battaglia nella crisi ormai in via di conclusione, la politica estera, si lasci pur dire a chi da svariati decenni è vissuto ed ha operato all'estero nei settori dell'informazione, della politica e delle istituzioni, due cose in particolare.
La prima è che nessun programma di politica estera poteva essere più completo, più dettagliato, più lineare, coerente e onesto, più rispettoso degli impegni e delle alleanze internazionali negli ambiti di ONU, NATO e Unione Europea e insieme più indicativo della missione e degli ideali di pace, libertà e solidarietà perseguiti dall'Italia, di quello presentato in quest'Aula dal ministro D'Alema una settimana fa.
La seconda cosa è che, si lasci ancora dire a chi vive l'Italia fuori d'Italia, che l'immagine dell'Italia, che era scesa veramente in basso nel mondo, si è cominciata a riscattare con l'avvento di questo Governo. (Commenti ironici dal Gruppo FI). Facile fare dell'ironia da esponenti di parti politiche che vedono l'Italia standoci dentro, posizionandosi magari troppo da vicino, vedono e giudicano il Paese solo da nicchie di ideologie e interessi di parte, interessi personali, interessi di potere per il potere.
Ma il progressivo degrado dell'immagine istituzionale dell'Italia nel mondo che si è andata registrando negli anni precedenti alle elezioni del 2006 resta una realtà storica ben percepita, documentata, incontestabile. Una realtà che spiega fra l'altro come e perché la maggioranza degli elettori nella circoscrizione Estero ha premiato candidati dell'Unione. Li ha premiati anche perché nei Paesi dove risiedono una delle carte vincenti è stata proprio quell'immagine dell'Italia. E, incidentalmente, va smentita una volta per tutte la teoria secondo cui nella circoscrizione Estero, per l'elezione del Senato, il centro-destra non avrebbe fatto il pieno di rappresentanti parlamentari solo perché presentatosi con diverse liste in concorrenza l'una con l'altra. I dati ufficiali parlano chiaro, di una forbice di ben dieci punti: 48,3 per cento per il centro-sinistra, 37,6 per cento per la somma delle cinque liste del centro-destra.
E non a caso, come ha ribadito lo stesso Presidente del Consiglio nelle sue dichiarazioni programmatiche, proprio nel primo dei dodici punti con cui si rilancia l'azione di Governo, quello riguardante la politica estera, è stato inserito l'impegno ad «una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all'estero».
Finalmente, dopo quasi un secolo e mezzo di diaspora dall'Unità d'Italia ai nostri giorni, giunge il più alto formale riconoscimento, e apprezzamento, del connotato reale - politico, sociale, culturale, economico - della presenza italiana all'estero. Un riconoscimento che rappresenta un solenne impegno ufficiale per una conseguente azione, quale nessun altro Governo d'Italia aveva mai preso. Altro che andare cianciando, che andare invocando, come anche alcuni membri di questa Assemblea legislativa fanno: «No representation without taxation, niente rappresentanza parlamentare senza contributo fiscale, niente voto a chi non paga le tasse».
Un immeritato crudele insulto a milioni di nostri connazionali che, espatriati per qualsiasi ragione, hanno di proposito mantenuto la cittadinanza italiana, che nel secondo dopoguerra sostennero con le loro rimesse l'economia di intere Regioni, che in moltissimi casi continuano a pagare le tasse sui beni immobili lasciati in Patria, che oggi sono i principali promotori e consumatori delle esportazioni italiane nel mondo, che sono i propagatori nei cinque continenti di lingua, cultura, stili di vita, tradizioni, innovazioni, conquiste e proposte sociali ed economiche d'Italia. Un'estensione viva e consapevole dell'Italia.
E quindi concludo: anche per il positivo ribaltamento dell'immagine, spesso mortificata, degli italiani all'estero va dato atto al Governo, come per il resto del suo programma, in questa fase di rilancio. (Applausi dal Gruppo Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pirovano. Ne ha facoltà.
PIROVANO (LNP). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, senatori, siamo e saremo fedeli alleati degli Stati Uniti d'America, gli USA sono complemento naturale della strategia europea, una delle poche cose chiare da lei dette ieri in questa Aula. L'Afghanistan non è solo un'azione militare; queste le sue uniche parole sul groviglio di problemi riguardanti la politica estera che hanno causato la caduta del suo Governo.
Sembra che una nebbia persistente abbia nascosto dalla carta geografica i nostri soldati che attendono di sapere se gli stanziamenti per la loro missione saranno rinnovati. La città di Vicenza è anch'essa persa nelle nebbie del suo illusionismo che i suoi alleati comunisti accettano consapevolmente per un unico e sfolgorante ideale: restare incollati alle loro poltrone di senatori, Ministri e Sottosegretari.
Il ministro D'Alema, causa principale della caduta del suo Governo, sfiduciato non su un punto ma su tutta la politica estera del suo Governo, resta inamovibile al suo fianco. Echeggia ancora in quest'Aula lo schiocco delle sberle che ieri lei ha graziosamente dato ai suoi alleati della sinistra estrema, prima o poi le morderanno la mano per l'ultima volta. Qualcuno potrebbe esserne felice, da questa parte, ma non è certamente motivo di tranquillità per i cittadini che da nove mesi subiscono umiliati il suo modo di governare.
La TAV si farà ma non sappiamo ancora se sarà un binario morto che si ferma in Val di Susa. I contratti con i concessionari sono stati azzerati, i progetti sono di loro proprietà, entro settembre l'Europa vuole sapere se il Corridoio 5 passerà in Italia oppure, come i suoi amici francesi e tedeschi auspicano, passerà a nord delle Alpi.
Entro settembre scade il termine per ottenere i finanziamenti europei: lei non sa ancora come potrà ottenere il consenso dal suo Governo per bucare le Alpi tra il Piemonte e la Francia.
Lei, oggi, con i poteri di cui si è autoinvestito arrogandosi le decisioni finali (potere che i suoi i alleati hanno ratificato ieri in quest'Aula), deve confermare che i progetti sviluppati in più di dieci anni di lavoro saranno rispettati, garantendo - in assenza di modifiche - che non vi saranno ritardi che porterebbero inevitabilmente a privare il Nord e tutta la Nazione delle infrastrutture indispensabili per tentare di recuperare decenni di ritardo sul progresso degli altri Stati europei.
Dalle sue parole si può intendere che lei voglia rispolverare dalla naftalina un Ministero abolito dal suo Governo, quello degli italiani all'estero. La sua improvvisa attenzione crea qualche sospetto: forse, in aggiunta ai 24 milioni di euro già spediti in Sud America, arriverà anche questa nuova investitura. Se i senatori avessero saputo il valore del sì al rinnovo della fiducia al suo Governo, forse lei oggi avrebbe molti più consensi.
Lei ieri, con le sue parole, ha creato un nesso tra la riforma elettorale e il federalismo fiscale. Ci spieghi qual è il nesso. Si traduca le sue parole: per modificare la legge elettorale si farà ancora una ennesima Commissione bicamerale? Per quanto riguarda il federalismo fiscale - espressione magica, da imbonitore - lei spero conosca come oggi e da più di trent'anni vengono ripartite le risorse finanziarie agli enti locali da Nord a Sud. Lei spero sappia dell'eccedenza di dipendenti pubblici nel Centro-Sud d'Italia; lei spero sappia che i trasferimenti ai Comuni del Sud sono spesso 100 volte superiori a quelli del Nord; lei certamente sa che la maggior parte dei Comuni italiani non ha rispettato il Patto di stabilità; lei ha condiviso gli emendamenti fatti per i suoi alleati alla legge finanziaria con i quali sono state cancellate tutte le sanzioni ai Comuni che non hanno rispettato il Patto.
Ma lei non sa cosa pensano di lei e del suo Governo i Comuni che da anni rispettano le leggi finanziarie e il Patto stabilità. Questi Comuni hanno dovuto privare i loro cittadini dei servizi che erano pagati con i soldi dei cittadini stessi. Questi Comuni devono accantonare, senza poterli spendere, i soldi dei loro cittadini. E lei, come un prestigiatore in disarmo, toglie dal cappello la modifica della legge sull'ICI, dimenticando che già oggi, se potessero economicamente, i sindaci la abolirebbero. Ma i sindaci del Nord ci stanno pensando e potrebbero decidere di non rispettare più il Patto sino a quando tutti i Comuni non lo rispetteranno. È questo il suo federalismo fiscale?
Che fine hanno fatto i Dico? Per il senatore Andreotti non sono più nel programma di Governo, ma forse è solo un alibi per votare sì alla sua fiducia. Per il ministro Pollastrini sono praticamente già approvati. Ci vuole illuminare, qui, oggi. Ci tolga dalle ambasce; prima del voto di oggi spieghi a noi tutti, e in particolare ai suoi alleati trepidanti, qual è la sua decisione finale; utilizzi appieno i suoi poteri di dictator e, con un soffio, faccia scomparire tutte le nebbie, quelle sull'Afghanistan, su Vicenza, sulla TAV, sulle pensioni (pare che solo le più basse saranno oggetto di ritocchi; gli scaloni sono scomparsi e al loro posto c'è uno splendido e ovattato ascensore pieno delle sue parole vuote).
Ci illumini su come costruirà centinaia, migliaia di asili nido. Ci spieghi il suo piano case: importeremo forse il progetto da Cuba? Ci spieghi come l'energia alternativa può farci superare la crisi energetica, sostituendo le centrali nucleari. Ci riveli il verbo delle sue strategie politiche sul problema dell'immigrazione clandestina, della tutela dei diritti dei nostri concittadini, di come siate in ansia aspettando che finalmente gli extracomunitari possano votare, contando che voteranno per voi.
Le famiglie si sono già accorte delle attenzioni che lei e il suo Governo avete loro prestato. Presto darete loro un altro aiuto aumentando gli estimi catastali; dovrete comunque modificare le pensioni, cercherete di smembrare le famiglie con le coppie di fatto; e tante altre piacevoli sorprese attendono i trepidanti cittadini.
Se oggi lei otterrà la fiducia, sarà la sua ultima spiaggia. Molti stanno pregando; pregano chiedendo due cose opposte: pochi che lei resti, molti che lei se ne vada. Una sola cosa è certa: non sarà certamente Dio a scomodarsi per la sua fiducia; sarà la dignità dei senatori ed in particolare dei senatori a vita che, specialmente oggi, devono interrogarsi non solo sulle asettiche interpretazioni costituzionali che riguardano le loro prerogative.
Ci faccia finalmente sorridere, signor Presidente del Consiglio, senza battute forzate dall'ansia: se ne vada. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Pastore).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tibaldi. Ne ha facoltà.
*TIBALDI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, signori colleghe e colleghi, signor Presidente del Consiglio, in premessa vorrei manifestarle consenso e fiducia alla sua relazione che considero coerente con il programma, rigorosa ma anche severa. Ho già avuto modo di esprimere il mio consenso sulla politica estera del suo Governo, in occasione del dibattito della scorsa settimana, che oggi ribadisco perché improntato da un rinnovato ruolo dell'Italia nello scacchiere internazionale ed in particolare nel Mediterraneo.
Come da lei sottolineato e come definito nel nostro programma, pur con sensibilità ed accenti diversi, questa maggioranza vuole perseguire un profondo rinnovamento del Paese, che significa più uguaglianza, più giustizia sociale, più equità, più solidarietà, maggiore tutela per i più deboli, meno precarietà per i giovani in modo che tornino ad essere in grado di programmare il loro futuro, di cui oggi ne sono privi.
La lotta alla piaga della precarietà, al sottosalario, all'assenza dei diritti che determinano la condizione che non si verificava più da oltre un secolo, cioè quella di un arretramento sociale per i giovani rispetto ai loro genitori, va a mio avviso ripresa con grande rigore, proseguendo sulla strada aperta in finanziaria sulla stabilizzazione dei lavoratori precari, pubblici e privati, con le scelte operate dal Governo sulla lotta al lavoro nero, all'evasione fiscale e contributiva; i provvedimenti assunti per la sicurezza sul lavoro e nella lotta contro gli infortuni, le malattie professionali, gli omicidi bianchi, di cui teniamo il triste primato in Europa. Così come va perseguita, attraverso una molteplicità di strumenti, una politica redistributiva in grado di affrontare la drammatica perdita di potere di acquisto dei salari e delle pensioni, che ha assunto dimensioni estremamente preoccupanti per milioni di lavoratori e pensionati.
La sindrome della quarta settimana, la riduzione dei consumi primari per milioni di famiglie italiane, l'impoverimento dei cosiddetti ceti medi, l'indebitamento delle famiglie, che è in vertiginoso aumento, sottolineano l'esigenza improcrastinabile di dare risposte - ripeto - agendo su una pluralità di strumenti in grado di invertire questa pesantissima situazione sociale che abbiamo ereditato: frutto e conseguenza di scelte economiche, politiche e sociali ingiuste e sbagliate, non solo per chi le ha subite, ma anche per l'intero Paese.
Sono fiducioso che il chiarimento intervenuto nella maggioranza, le regole di comportamento adottate tra cui non la soppressione del confronto all'interno della compagine di Governo e della maggioranza, ma l'esigenza che, una volta raggiunta una mediazione, tutta la maggioranza e - ripeto - tutta maggioranza faccia quadrato e parli una sola lingua, mi paiono un buon viatico per il proseguimento dell'azione del nostro Governo, in modo da garantire non solo continuità e stabilità al Paese, ma il perseguimento di una politica di consolidamento dei segnali di ripresa e di una politica di giustizia sociale e di riqualificazione del lavoro, così come deciso nel programma e negli stessi punti da lei indicati.
Sarà importante su tutti i temi, ma in particolare su quelli economici e sociali che le decisioni che si assumeranno siano definite in un percorso di confronto, come lei ha accennato, con le parti sociali. Mi riferisco in particolare al tema delle pensioni, delle liberalizzazioni, del welfare, della lotta alla precarietà, della difesa del potere d'acquisto di salari e pensioni, la cui bussola di riferimento, oltre al programma, non possono che essere i diversi avvisi comuni già convenuti con tutte le parti sociali, senza pensare a facili scorciatoie, che più che rispondere a coerenti princìpi di giustizia sociale, rispondono più che altro ad interessi di parte, ad interessi della grande finanza, ai cosiddetti poteri forti nazionali e sovranazionali, più al mondo degli interessi finanziari che a quello dei popoli, della gente in carne ed ossa. Così come concordo sull'esigenza da lei sottolineata di avviare una grande fase di concertazione sulle questioni della competitività, della produttività e di uno sviluppo ecocompatibile.
Il nostro Paese su queste tematiche registra una pesante arretratezza, che se non risolta può rendere difficoltoso trasformare l'attuale ripresa, ancora precaria, in un fatto duraturo. A questo proposito, vorrei però sottolineare, che la pesante condizione di difficoltà è dovuta non, come qualcuno tenta ancora di sostenere, al costo del lavoro, né alla flessibilità che non c'è, né alla produttività del fattore lavoro, anzi, semmai, la perdita di competitività del sistema Paese, il cosiddetto declino industriale, sono conseguenza di scelte che da vent'anni a questa parte hanno visto solo nel fattore lavoro (riduzione del costo, più flessibilità, più precarietà) l'unico fattore sul quale intervenire, producendo contemporaneamente guasti sociali e impoverimento del tessuto produttivo ed industriale.
Precarietà, bassi salari, assenza di diritti, assenza di sicurezza del lavoro e nel lavoro, producono esattamente riduzione di competitività del sistema Paese e crisi sociale ed economica, pur garantendo contemporaneamente, ma siamo alla favola delle cicale, ampi margini di profitto e portando contemporaneamente al cosiddetto declino industriale.
È dunque questa la bussola che ci deve orientare se si vuole rimettere il Paese in carreggiata, ridare vigore al sistema, costruire quel largo consenso nel Paese, in grado, al di là degli esigui numeri che la nostra maggioranza ha qui al Senato, di garantire continuità al suo e nostro Governo. Senza il consenso, che in parte ci è mancato, sulla manovra finanziaria dei ceti più deboli, dei giovani, dei pensionati, di coloro che vivono di solo reddito da lavoro e pagano le tasse fino all'ultima lira, diventa difficile affrontare i temi che lei ha puntualmente elencato nel suo discorso di ieri e che mi trova concorde insieme a tutto il mio partito, dando contemporaneamente stabilita al nostro Governo.
Se così si opererà vedrà che anche qui al Senato la sua maggioranza, oltre a diventare più coesa, si rafforzerà ulteriormente, anche se non saranno mai definitivamente sconfitte le tentazioni di bloccare e mandare in crisi questa maggioranza e il suo Governo. Le trappole, le tentazioni neocentriste e neoconservatrici sul piano sociale e dei diritti e sulle stesse scelte di politica economica, non sono venute dalla sinistra radicale ma da ben altre parti, ed è da lì che potranno continuare a venire. L'errore gravissimo commesso dai due senatori cui si imputa la crisi del suo Governo è stato grave, miope, condannabile, ma non determinante. Ciò però ha impedito e ha tolto a quanti vogliono continuare a battersi per darle una mano e per fare le scelte più giuste del Paese quello che i marinai genovesi chiamavano il diritto al mugugno. Io, dopo quella crisi, avrò meno possibilità di esprimere i miei dissensi, di fare una mia battaglia perché le scelte che il mio Governo dovrà fare siano equilibrate e le più coerenti con il programma.
La sinistra ed il PCI hanno scelto lei come Premier, ci siamo battuti contro le manovre, che pur ci sono state anche in questi giorni, per cambiare maggioranza e cambiare il Capo del Governo. Per queste considerazioni, augurandole buon lavoro, signor Presidente del Consiglio, voterò e voteremo convinti la fiducia al Governo che lei presiede. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com e Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.
PASTORE (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, la lettura dei giornali di oggi e l'ascolto dei notiziari di ieri sera e di questa mattina hanno confermato l'impressione che abbiamo ricavato dal suo intervento di ieri. Presidente Prodi, c'è grande delusione e grande disillusione proprio sui banchi e da parte di coloro che hanno sempre espresso il sostegno al suo Governo. Delusione e disillusione che, in maniera quasi plastica, traspariva dai visi dei colleghi del centro-sinistra, ma anche di molti componenti dell'Esecutivo che affollavano, in modo quasi inusitato, i banchi riservati al Governo, disposti quasi a formare una scenografia per un'ultima foto di famiglia. Altro che nuovo slancio, presidente Prodi!
Un dato è emerso all'inizio della sua relazione, e cioè il rinvio a quel programma di Governo che illustrò a maggio in quest'Aula e che è stato sperimentato in questi mesi mostrando tutte le contraddizioni, le lacune, i contrasti, le antinomie tra le componenti della sua composita maggioranza che le impediscono e le impediranno di governare ancor più di quanto possa valere un voto o due voti in più in quest'Aula.
Per il resto, presidente Prodi, se volessi usare un'espressione dura direi che il suo è stato in gran parte un discorso da accattone, nel senso che ha cercato di toccare alcuni punti della cui rilevanza forse nessuno ha una particolare valutazione; con termini più aulici, si potrebbe definire un ricorso alla captatio benevolentiae attraverso il richiamo agli italiani nel mondo, alle minoranze linguistiche e (in modo assolutamente ipocrita e contraddittorio con quanto è avvenuto nel recentissimo passato) ai valori della famiglia.
Presidente Prodi, le ricordo che la famiglia, proprio in questi giorni, sta subendo, oltre le tensioni sul disegno di legge battezzato Dico, che resta in piedi a firma di questo Governo, ha subìto un tartassamento feroce grazie alle addizionali comunali e regionali previste e prevedibili che colpiscono soprattutto le famiglie numerose, grazie ai marchingegni del vice ministro Visco, abilissimo nel tassare forse più i poveri che i ricchi.
Nel suo discorso non vi è stato nessun vero cambiamento, nessun pentimento, ma la realtà è profondamente cambiata: la maggioranza parlamentare si va sfaldando; finalmente si è preso coscienza che ai voti dei senatori a vita non si può attribuire un valore politico ma esclusivamente personale; e, soprattutto, è cambiata la maggioranza nel Paese, perché, se pur mai questo Governo e questa maggioranza parlamentare abbiano veramente rappresentato la maggioranza del Paese, oggi certamente non la rappresentano affatto.
Anche i più accesi cultori del perbenismo politico, la grande stampa, la grande industria, la finanza, le banche si sono stancati di questi mesi di Governo caratterizzati dall'occupazione del potere, sino ad arrivare a un meccanismo di spoils system che ha coperto anche i livelli medio-bassi della dirigenza pubblica, della demolizione costante dello Stato di diritto, dell'applicazione del ricorso continuo alla discontinuità non solo con le scelte del Governo Berlusconi ma addirittura con le scelte compiute dai Governi di centro-sinistra che avevano preceduto il Governo Berlusconi; si sono stancati di finte liberalizzazioni che non colpiscono i servizi locali, si sono stancati di questo ricorso senza limiti ai decreti-legge con coda di emendamenti riempitivi, della violazione dei Regolamenti parlamentari e del ricorso al voto di fiducia.
L'unico accenno positivo è quello alla legge elettorale e al Premierato. Noi siamo ben contenti, signor Presidente del Consiglio, che abbia citato, con una sorta di litania, i tre punti che caratterizzano il premierato: unPremier, una maggioranza, un programma. Lo abbiamo detto per anni. La riforma costituzionale conteneva questo progetto ed è stata da voi demonizzata. Oggi ne paghiamo per intero le conseguenze. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Massidda. Ne ha facoltà per sei minuti.
MASSIDDA (DC-PRI-IND-MPA). Signor Presidente, sapevo per sette minuti.
PRESIDENTE. Era con l'IVA compresa. Sono sei.
MASSIDDA (DC-PRI-IND-MPA). Cercherò di essere sintetico. Avevo preparato un altro discorso, invece parlerò a braccio, perché, per rispetto proprio alla presenza del Presidente del Consiglio, voglio esternare uno stato d'animo di grande disgusto per il degrado istituzionale di quest'Aula.
Lei deve sapere, presidente Prodi, che gran parte dei colleghi, che poco prima sono intervenuti utilizzando il vocabolario più roboante per esaltare il suo mandato e che ieri hanno assistito nell'assoluto gelo al suo intervento, per poi applaudire con un applauso quasi liberatorio, nell'uscire e nell'avvicinarsi al bar facevano il «totopremier» e la scommessa su quanti mesi sarebbe durato. Altro che pit-stop da Formula 1: a me sembra invece una tranvata da strada provinciale, in cui lei, con la sua macchina, messa su con scotch e con spago, tenta di fare ancora qualche chilometro nella speranza di ricevere i pezzi di ricambio, che non le arrivano e le vengono nascosti dai suoi alleati.
Sono veramente dispiaciuto, perché a pagare questo stato d'animo e questo momento non saranno certamente i senatori, che hanno anche giustamente fatto interventi che io rispetto, ma che probabilmente sono più lontani di noi dai cittadini. Vorrei che lei veramente sentisse il parere dei cittadini. Sarebbe bello anche risentirlo andando alle elezioni; forse tutto il suo entusiasmo verrebbe a scemare.
Le racconto, sulla lealtà dei suoi alleati, un episodio che mi sta molto a cuore e che riguarda la Sardegna. Spero che voi non ne veniate a conoscenza perché da momento terribile industriale diventi un momento sociale di grande tensione. Nel centro della Sardegna stanno per perdere il posto di lavoro, dopo anni di promesse, 825 persone. Migliaia di famiglie si troveranno nei guai, perché esiste un indotto. Mi riferisco soprattutto agli operai delle tre aziende del gruppo Legrer, che probabilmente - ripeto - metteranno per il momento metà dei loro operai per strada. Questi operai ogni giorno assistono a passerelle da parte dei politici del centro-sinistra, che promettono grandi cose. Per esempio, promettono che questa grande vertenza verrà risolta dal ministro Bersani, dopo che il ministro Bersani non ha ricevuto gli operai ma li ha fatti ricevere dagli uscieri degli uscieri, per promettere soluzioni che per il momento, ormai da mesi, non si vedono.
E allora che cosa è accaduto? Che il segretario provinciale dei DS dice: non votare la fiducia a Prodi, caro senatore Gianni Nieddu, persona rispettabilissima, questore del Senato, nonché grande sindacalista; non firmare senza una garanzia per la Legrer. E lo stesso viene chiesto al segretario del Senato, senatore Ladu: non firmare. Che cosa pensate? Che due amici non daranno la fiducia a Prodi? Allora mi chiedo: se ciò accadrà, chi si dimetterà? Il segretario provinciale dei DS, che ha impostato la sua politica su questa richiesta, o il senatore Ladu, che verrà costretto a votare la fiducia (e come si ripresenterà ai suoi elettori?), o il ministro Bersani, il quale ha trovato tempo per risolvere i problemi e dare una valenza nazionale alla minacciata perdita di 250 posti per Porto Marghera (li ha ricevuti in pompa magna e in tempi brevi ha risolto i problemi) ma non trova tempo per 825 famiglie che, nelle proporzioni, rappresentano il corrispettivo di decine di migliaia di posti di lavoro nelle altre Regioni? Questi nobili e leali alleati andranno a dire che la colpa non è loro. Sicuramente non è colpa dei DS, perché si sono interessati il segretario provinciale, il senatore Nieddu e il Ministro. Magari è colpa di Tore Ladu, che invece si interessa solo di Ottana, perché così si dice nei corridoi.
Questa è la lealtà della sua maggioranza: pronti a farsi la forca l'uno contro l'altro perché non hanno più l'antenna parafulmine che era Berlusconi e questo centro‑destra che non si è mai interessato, che non ha mai fatto niente, che ha creato le premesse perché la Maddalena venga abbandonata dagli americani per una scelta strategica fatta dall'Italia insieme agli Stati Uniti, quindi con un atto di politica estera molto valente. Invece arrivate voi e dite: fuori gli americani! Andatevene via immediatamente! Chi pagherà i danni? Chi risolverà, chi rimetterà in ordine eventuali storture? Chiedetevi: come faranno i nostri cittadini della Maddalena a sopravvivere senza l'arrivo di 43 milioni di euro?
Concludo con una nota positiva, signor Presidente del Consiglio. Nei giorni scorsi a Cagliari si è tenuto un convegno: è peggio il Governo Prodi o il Governo Soru? Abbia grande fiducia, pensi che il Governo Soru è peggio del suo. Si immagini che ha in questo momento una soluzione ancora migliore che la rallegri. Presidente Prodi, le do un consiglio su quale deve essere il terzo punto del suo programma. Telefoni a donna Flavia e le dica: butta la pasta che torno a casa. (Applausi dai Gruppi DC-PRI-IND-MPA e FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ranieri. Ne ha facoltà.
RANIERI (Ulivo). Signor Presidente del Consiglio, nel rinnovarle la mia fiducia desidero ringraziarla per le sue parole di verità. Non ha occultato la serietà della crisi politica, ma insieme ha affermato le ragioni che rendono necessaria la continuazione dell'azione di Governo con questa maggioranza, con la sua maggioranza, che ha fatto su questioni nodali e difficili - dalle liberalizzazioni alla messa sotto controllo della spesa pubblica - più di quanto la precedente coalizione abbia fatto in cinque anni di Governo.
Sono serie e credibili le priorità che lei ha proposto al Parlamento e al Paese e la concentrazione delle priorità su cui si basa l'azione di Governo riapre al Parlamento spazi di iniziativa e di dibattito su terreni che poco si prestano a logiche rigide di maggioranza. Non siamo più, anche grazie alla finanziaria appena approvata, in una situazione di emergenza. I segnali di crescita economica sono vasti e importanti, ma questo rende ancora più importante un'azione di Governo tesa a rendere stabile la ripresa e ad affrontare le ragioni strutturali che frenano la produttività e la competitività del Paese.
In questo senso ho colto con particolare soddisfazione il fatto che lei abbia indicato come priorità, come punto due dei suoi dodici, subito dopo la politica estera, l'impegno su scuola, università e ricerca. Siamo nell'economia e nella società della conoscenza e le politiche del sapere sono le fondamentali politiche pubbliche per la crescita e la coesione sociale, per assicurare al Paese uno sviluppo sostenibile.
La quantità e la qualità di sapere a disposizione delle persone e di un Paese diventano, nel linguaggio degli economisti, il capitale umano. Gli stessi economisti ci dicono che gli investimenti in capitale umano hanno un'incidenza sulla produttività quattro volte superiore ai beni di investimento tradizionali di pari quantità. Se allora prendiamo il capitale umano come indicatore del livello di produttività e di competitività di un Paese, l'Italia soffre di due cose insieme: la sottoutilizzazione delle capacità e la scarsa dotazione complessiva del capitale umano.
Nella finanziaria abbiamo cominciato ad affrontare la prima questione. Ebbene, leggo in questo senso, come apertura della società al merito e come valorizzazione delle capacità, la riforma degli ordini professionali, il progetto «Industria 2015» di Bersani e lo stesso impegno contro il precariato, che di questa sottoutilizzazione delle capacità è forse la causa principale.
Ma la finanziaria non ha saputo essere altrettanto incisiva, ha agito solo parzialmente e in modo contraddittorio per lo sviluppo qualitativo e quantitativo dei luoghi in cui il capitale umano viene prodotto, cioè l'università, la ricerca e la scuola.
Oggi, con i suoi dodici punti, lei, presidente Prodi, si assume fino in fondo la necessità di superare quei limiti e molti provvedimenti assunti in questi ultimi giorni vanno in questa direzione: il rilancio dell'istruzione tecnico‑professionale, l'Agenzia per la valutazione universitaria e il disegno di legge per il riordino degli enti di ricerca che stiamo affrontando in questi giorni in Commissione al Senato.
Ora occorrerà trovare - e ce ne sono le condizioni - le risorse per dare gambe a queste riforme, superando l'assurda e paralizzante antitesi fra quantità e qualità. Abbiamo bisogno di autonomia e di valutazione per incrementare in modo utile e positivo le risorse da investire su formazione e ricerca, per mutarne la composizione interna a favore delle risorse da assegnare tramite valutazione e su progetto.
Ma il sapere, Presidente, è anche una decisiva risorsa politica per la sua coalizione, di cui questa priorità è stata ed è l'anima: non a caso, è riuscita ad evitare su questi temi quella rappresentazione di contrapposizioni sterili che è avvenuta su altri terreni e a riaprire in Parlamento, con un confronto sereno, fuori dalle asprezze del bipolarismo rude che ha caratterizzato gli ultimi mesi, un dialogo serio fra tutte le componenti di questo Parlamento.
La scuola, l'università, la ricerca insieme possono essere il cemento più solido della sua coalizione e il terreno su cui questo Parlamento può mettere al primo posto l'interesse generale ed il futuro del Paese rispetto alle pure e semplici contrapposizioni di schieramento. Abbiamo cominciato in questo ramo del Parlamento, in Senato, a farlo. Continueremo a farlo. (Applausi dal Gruppo Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tonini. Ne ha facoltà.
TONINI (Aut). Signor Presidente, colleghi senatori, nel rinnovargli la mia fiducia, vorrei ringraziare il Presidente del Consiglio per la chiarezza e la trasparenza con le quali ha voluto descrivere la difficile condizione politica ed istituzionale nella quale il Governo si trova ad operare. Il presidente Prodi ha utilizzato la dizione «transizione incompiuta» per richiamare i caratteri di perdurante immaturità del bipolarismo politico italiano, un bipolarismo che ci ha dato, dopo decenni di democrazia bloccata, competizione e alternanza, ma non ancora la coesione interna alle coalizioni, necessaria a produrre stabilità ed efficacia dell'azione di Governo.
Una legge elettorale sbagliata, criticata dai suoi stessi autori, ha accentuato la fragilità del sistema fino a condurlo sull'orlo della crisi istituzionale. L'attuale legge elettorale consente infatti, sia pure in un contesto segnato da forti incentivi alla frammentazione e da forme di grave degenerazione oligarchica nella selezione degli eletti, il formarsi di una chiara maggioranza politica alla Camera dei deputati ma non al Senato, ove il vincolo costituzionale dell'elezione su base regionale, insieme alla persistenza di caratteristiche storiche - come l'esclusione dal voto delle classi di età più giovane o la previsione dell'istituto dei senatori di diritto e a vita - rendono il formarsi di una maggioranza numerica, politicamente omogenea con quella della Camera, una evenienza appena possibile, ma tutt'altro che probabile.
In questo contesto, una crisi politica nella maggioranza, come quella che si è aperta in quest'Aula con la paradossale votazione del 1° febbraio scorso sulle comunicazioni del ministro Parisi, ha potuto ricomporsi il 21 febbraio con le comunicazioni del ministro D'Alema solo al prezzo di privare il Governo del sostegno determinante di alcuni senatori a vita e di esporlo così ad una sconfitta parlamentare che ha portato alle doverose dimissioni del Presidente del Consiglio.
Il voto del 21 febbraio, signor Presidente, indica che in Senato il Governo non ha una maggioranza precostituita ed autosufficiente sulla politica estera e di difesa. E tuttavia il dibattito che ha portato a quel voto ci ha detto con altrettanta chiarezza che la politica estera e di difesa che il Governo sta portando avanti è condivisa, nelle sue linee fondamentali, da uno schieramento parlamentare molto più che maggioritario, lo stesso che si è manifestato sulla più importante decisione di politica estera e di difesa assunta dal Governo, la spedizione in Libano, lo stesso che si riscontra nel quotidiano lavoro della Commissione esteri.
Questa contraddizione descrive la nostra difficoltà che è politica e istituzionale al tempo stesso, ma suggerisce anche la rotta possibile: da un lato, aprire un confronto ampio e concludente sulle riforme elettorali, costituzionali e regolamentari, che consentano l'uscita dalla transizione in avanti, ovvero in modo coerente con i princìpi della democrazia competitiva e dell'alternanza. Su questa decisiva discriminante, signor Presidente del Consiglio, ho molto apprezzato le sue parole. Dall'altro lato, è opportuno prendere atto con realismo dei rapporti di forza presenti in quest'Aula, privilegiando il confronto e la ricerca di limpide convergenze sulle politiche, a cominciare dalla politica estera e di difesa, rispetto alla contrapposizione, che in questo contesto sarebbe solo paralizzante, con grave danno per il Paese, tra opposte, chiuse opzioni di schieramento.
Se vorrà procedere con generosa lungimiranza e tenace pazienza su questa via, difficile ma obbligata, signor Presidente del Consiglio, sono certo che non le mancherà la fiducia del Senato e la riconoscenza del Paese. (Applausi dai Gruppi Aut e Ulivo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bornacin. Ne ha facoltà.
BORNACIN (AN). Signor Presidente, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio - peraltro assente in questo momento - prima di intervenire sulle comunicazioni rese ieri dal Presidente del Consiglio all'Assemblea del Senato vorrei dire una parola al senatore Randazzo, che pochi minuti fa ha descritto un'immagine disastrosa dell'Italia ai tempi del centro‑destra e una palingenesi del nostro Paese con il Governo di centro-sinistra. Vorrei dire al senatore Randazzo che se oggi è qui a rappresentare gli italiani all'estero lo deve esclusivamente ad una legge del Governo Berlusconi, ad una legge del centro-destra e ad una battaglia che la destra pervicacemente fa condotto per anni. Infatti, se ciò non fosse stato, se avesse dovuto ringraziare lo schieramento in cui oggi si trova, temo che sarebbe rimasto ancora nel suo Paese in America Latina, che, peraltro, non mi sembra un'immagine di efficienza.
Detto tutto ciò senza alcuna polemica, collega Randazzo, vorrei dire che ieri l'incipit dell'intervento del Presidente del Consiglio mi aveva positivamente colpito quando ha sostenuto che la crisi del suo Governo era politica. A quel punto, immaginavo che una considerazione così vera e importante sarebbe stata seguita dalla valutazione delle sue ragioni, che sarebbero cioè intervenute le motivazioni di suddetta crisi e le indicazioni di come questa sedicente maggioranza intendeva superarla. Invece, il prosieguo del suo discorso ha configurato un intervento che, come hanno detto in tanti, non riesco a descrivere se non con aggettivi quali banale, scontato, addirittura scolastico; un discorso che non ha detto assolutamente niente e che si è richiamato vagamente al programma scritto dall'Unione, anche quello redatto in maniera tale che ogni componente politica del centro-sinistra poteva attribuire il significato desiderato alle parole in esso contenute.
Il presidente Prodi ne ha fatto una colpa alla legge elettorale. Non credo che sia così; forse il sistema elettorale non ha funzionato bene, ma non per i suoi meccanismi. Gli italiani, infatti, si sono espressi in maniera molto chiara: al Senato, nonostante tutto, gli elettori hanno dato 200.000 voti in più alla Casa delle Libertà; il centro-sinistra è maggioranza in Italia per lo 0,06 per cento. In base ad una interpretazione di questa legge elettorale, con i sondaggi odierni, in Senato la Casa delle Libertà avrebbe 170 seggi rispetto a 135 del centro-sinistra. Ciò significa che ci sarebbe una maggioranza, perché sarebbe politica ed espressa dagli italiani. Non è dunque colpa della legge elettorale, ma esclusivamente di questa maggioranza che non è tale. Inoltre, credo che il presidente Prodi si sia già scontrato con la legge elettorale: quando è caduto nel 1998 non c'era questo sistema elettorale, ma il «mattarellum», che prevedeva collegi e quote proporzionali; tuttavia con quella legge, il ministro Parisi lo ricorda molto bene, il presidente Prodi è caduto perché, come oggi, non aveva una maggioranza politica.
È un'anomalia italiana questo centro-sinistra, dove ci sono la sinistra, una parte del centro e anche la sinistra antagonista. Questo accade solo in Italia. Negli altri Paesi la sinistra è solo sinistra o centro‑sinistra, senza la cosiddetta sinistra comunista e antagonista. Schröeder, in Germania, ha preferito rischiare alle elezioni - e poi le ha perse per poco - nei confronti della Merkel, pur di lasciare fuori dalla propria coalizione la cosiddetta sinistra antagonista.
Quindi, signor Presidente, la crisi è politica e resta tale, nonostante i tentativi di aritmetica del segretario dei DS Fassino. Poco fa il senatore Turigliatto ha dichiarato che voterà una fiducia «distante». Cosa significa una fiducia distante? Significa che è una fiducia tecnica, ma non politica. E il senatore Turigliatto, insieme ad altri, ha dichiarato che, su altri argomenti che verranno esaminati nell'Aula del Senato, si sentirà libero di votare come crede, secondo la propria coscienza. Ciò vuol dire che forse sarà trovato qualche numero, che forse sarà rispettata l'indicazione del Presidente della Repubblica di trovare 158 voti, ma che non esiste una maggioranza politica in quest'Aula.
Del resto, i dodici punti elencati ieri dal Presidente del Consiglio sono del tutto scomparsi. Quei dodici punti mi ricordano un po' la riforma costituzionale che voi avete affossato, nella quale si prevedeva il premierato. Ebbene, le dichiarazioni di quei dodici punti sono tipiche di un discorso da premier legato al sistema di Governo del premierato, più che di un intervento di un leader politico di maggioranza.
Proprio ieri, quei dodici punti sono stati distrutti non dal centro-destra, non da esponenti di Alleanza nazionale, ma da una considerazione di Moody's, l'agenzia internazionale di rating, la quale ha definito quei dodici punti come una "reazione di sopravvivenza" ed ha affermato che accentueranno il declino economico del nostro Paese. E voi date molta importanza alle opinioni di Moody's, visto che, ogni volta che faceva qualche considerazione a dir poco negativa nei confronti del Governo di centro-destra, riempivate le pagine dei giornali.
Non avete una politica estera. Ieri il Presidente si è limitato a ripetere pedissequamente alcuni concetti, ma sull'Afghanistan tornerete a dividervi. In un articolo pubblicato sul «The Wall Street Journal», si osserva che le truppe americane e britanniche impegnate in Afghanistan a primavera pagheranno un prezzo con il sangue per la rinuncia dell'Italia e di altri Paesi europei di inviare rinforzi per combattere i talibani. E si aggiunge testualmente: «Quella afghana doveva essere la guerra buona, quella che, a differenza dell'Iraq, tutti erano pronti a combattere. Adesso il meglio che si può dire di Francia, Germania, Italia e compagnia è che non ostacoleranno attivamente il combattimento, a condizione che non siano loro a combattere». Questa è la posizione del «TheWall Street Journal» sulla guerra in Afghanistan, che doveva essere una lotta al terrorismo.
Non siete d'accordo su nulla, neanche sulle pensioni o sui Dico, che il Presidente non ha nemmeno citato, che sono diventati «Dicevo». Avete fatto le liberalizzazioni dei poveracci: avete liberalizzato i distributori di benzina, i farmacisti, i barbieri, i taxisti. Ma perché non liberalizzate le aziende pubbliche di trasporto, perché consentite che quelle aziende vadano sul mercato, in alcuni Comuni, a fare concorrenza ai privati, avendo regole diverse? Perché non privatizzate quelle aziende? Non lo fate perché sono la vostra greppia, il vostro modo di foraggiarvi, di servirvi di materiale politico.
Queste sono le condizioni in cui il Governo Prodi chiede oggi la fiducia. Ma voi andate sugli autobus? Andate in giro, senza scorte e auto blu? State in mezzo alla gente? Vi rendete conto quali danni avete creato con la vostra legge finanziaria? Vi rendete conto quanto la gente sia arrabbiata nei vostri confronti? E avete approfittato del risanamento ottenuto dal Governo Berlusconi. Credo che così non andrete molto lontano. (Applausi del senatore Balboni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Benvenuto. Ne ha facoltà.
BENVENUTO (Ulivo). Signor Presidente, vi sono tre ragioni per esprimere la fiducia al Governo e al suo presidente Romano Prodi.
La prima è che non vogliamo ripartire da zero. Il Governo Prodi in nove mesi ha fatto e ha fatto bene, e parlano i risultati. L'Italia consolida la sua ripresa, che sta diventando strutturale; tra poco non succhieremo le ruote agli altri Paesi, ma raggiungeremo il gruppo di testa che tira la ripresa economica in Europa. Poi, l'inflazione continua a diminuire, l'occupazione migliora. Nello scenario internazionale, anche se - è vero - a fatica e con qualche contraddizione, esploriamo le potenzialità di una ritrovata politica multilaterale: rinnoviamo - per così dire - nella continuità della nostra collocazione internazionale.
Ancora, la crescita non è solo quantitativa, ma è soprattutto qualitativa, attenta alla buona occupazione, al Mezzogiorno, alle famiglie. I 5.000 euro annui di bonus fiscale per ogni occupato a tempo determinato (che diventano 10.000 euro al Sud e qualcosa in più per le donne) rappresentano finalmente un primo segnale concreto per ridurre l'area di precariato che mortifica i nostri giovani e angustia le famiglie. Inoltre, le entrate fiscali aumentano anche in questi primi due mesi del 2007; finalmente non più a parole abbiamo intaccato quel giacimento inesplorato che era ed è caratterizzato dalle frodi fiscali, dall'elusione e dall'evasione fiscale.
La seconda ragione per esprimere la fiducia al Governo e al suo Presidente sta nel fatto che, risolti i problemi di compatibilità economica con l'Europa, ora il Governo ed il presidente Prodi si devono accingere a rimettere in ordine i conti dello Stato e delle famiglie.
Signor Presidente del Consiglio, l'accusano di voler guadagnare tempo, di menare il can per l'aia. Non è così: troppo tempo si è perduto nella passata legislatura. Lei sa che, a forza di far maturare i tempi, i problemi non maturano e rischiano di marcire.
C'è, quindi, la volontà - che abbiamo verificato nelle dichiarazioni - di fare riforme che abbiano al centro le persone, perché la nostra stella polare è rappresentata dalla solidarietà, dalla coesione e dall'equità. Questi tre elementi, infatti, garantiscono e rendono possibile il progresso.
Sappiamo che occorre modernizzare il Paese, ringiovanirlo, dargli un futuro. Ora pensiamo che le riforme si possano fare, a partire da quella sulle pensioni, perché la migliorata realtà economica ci permette di realizzare riforme non per fare cassa, ma per creare sistemi di protezione e di garanzia per tutti, per chi lavora ed anche per i giovani e per gli anziani.
La terza ed ultima ragione sta nel fatto che lei, presidente Prodi, ha confermato ed enucleato gli obiettivi, difficili ma precisi, che sono dinanzi a noi. Il metodo proposto è quello della concertazione: non si tratta di contrattare, ma di discutere, di considerare tutte le ragioni, di superare le preoccupazioni, di rassicurare dalle paure e, alla fine, di decidere. Questo è lo stile che differenzia il centro-sinistra dal centro-destra.
Noi non pensiamo di comandare il Paese, perché lo vogliamo governare. Governare è un esercizio paziente, faticoso, tenace e trasparente per costruire soluzioni che siano condivise.
L'alleanza, sappiamo, l'Unione, è complessa, abbiamo una legge elettorale che noi non abbiamo voluto, e che va cambiata, e sappiamo che non la possiamo e non la vogliamo cambiare da soli, la vogliamo cambiare assieme, perché pensiamo che è interesse di tutti non trasformare il Parlamento in una impotente ed inconcludente sede politica che ricorda la Dieta polacca di lontana memoria.
Ma attenzione, e lo dico ai colleghi dell'opposizione: la nostra è una alleanza viva, vivace, ricca di idee, di tradizioni, di contrasti, ma io non riesco a capire per quale motivo l'opposizione in maniera ossessiva, in maniera ripetitiva, in maniera tenace definisce la nostra coalizione «di sinistra», dicendoci: «Siete la sinistra», quasi fossimo al tempo dei bolscevici o dei menscevici.
Presidenza del vice presidente CAPRILI (ore 11,48)
(Segue BENVENUTO). La nostra non è solo un'alleanza di sinistra, ve lo ricordiamo, anche se a voi non fa piacere: è un'alleanza di centro-sinistra, è un'alleanza dove la sinistra ed il centro dimostrano di saper governare il Paese.
Il tempo è galantuomo: quando si cambia, all'inizio è virulenta, forte la protesta degli interessi corporativi e delle rendite parassitarie che vengono colpite, ma poi, quando si dirada il polverone, ci si accorge che il Governo e lei, Presidente, state operando per modernizzare, per far andare avanti il nostro Paese, per dargli delle prospettive che mettano assieme il Paese e lo uniscano in un grande sforzo di coesione e di solidarietà. (Applausi dal Gruppo Ulivo e della senatrice Negri).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Alberti Casellati. Ne ha facoltà.
*ALBERTI CASELLATI (FI). Signor Presidente, signori senatori, mi spiace di non dover salutare il Presidente del Consiglio, che avrebbe il dovere di stare qui in Aula ad ascoltare, per potere effettuare una replica. Sono rammaricata, perché in questo modo c'è un rispetto mancato per l'Assemblea del Senato.
Il Presidente del Consiglio è partito male ed è ripartito peggio.
Ieri nella sua relazione hanno fatto da padroni gli equivoci, le omissioni, gli strumentali travisamenti dei fatti, il tutto condito da un richiamo costante alla cultura etica della responsabilità.
E cosa ha fatto, come primo atto di responsabilità, nell'assumere il mandato del Presidente della Repubblica? Ha applicato unicamente il principio dell'etica della poltrona, dei trasformismi, offendendo gli elettori ed offrendo al Paese il triste spettacolo del mercato dei voti per poter galleggiare qualche mese di più. Perché di questo si tratta e lo sa bene.
Non riduca, Prodi, il Senato a dei vu' cumprà. Il nodo è politico, non è un nodo numerico. Il voto di qualche senatore, che mi appare come un «casalingo disperato», non scioglie le troppe contraddizioni di una disarticolata maggioranza. Prodi ha avuto il coraggio di affermare che fare politica significa saper ascoltare, ma ascoltare chi? La sua voce autoreferenziale? Non ci interessa. Se avesse ascoltato la voce dei cittadini, avrebbe sentito un coro unanime che gli chiedeva di andare a casa, di restituire all'Italia dignità e credibilità.
Ieri, non è emerso, al di là di vuote parole, una idea politica, un programma di Governo condiviso. Prodi ha balbettato sull'Afghanistan ripetendo le stesse proposizioni sulle quali D'Alema, la scorsa settimana, è caduto rovinosamente, nonostante in questi giorni i senatori della sinistra antagonista abbiano continuato a ripetere che non voteranno il rifinanziamento sull'Afghanistan.
Non ha parlato dell'allargamento della base militare di Vicenza. Dopo la bocciatura della sua maggioranza al Senato, alla relazione del ministro Parisi, non può far finta che niente sia accaduto. Deve chiarire se intende oppure no seguire la voce dei movimenti cosiddetti pacifisti che hanno vari rappresentanti in Senato, che hanno anche qui ripetutamente annunciato la loro posizione negativa.
E che dire dei cosiddetti Dico. Prodi li ha tolti dai dodici punti del programma: è l'ennesima ipocrisia perché i ministri Bindi e Pollastrini non hanno ritirato il loro disegno di legge e anche se lo ritirassero, qual è la posizione del Governo che deve dare sempre il parere sui disegni di legge discussi in Parlamento? Quali sono i principi, quali sono i valori, cui si fa riferimento? Perché sui Dico la volontà manifestata da Fassino e dai due Ministri proponenti, oltre che da altri esponenti della sinistra, è di andare avanti e di andare avanti nella direzione del disegno di legge governativo.
E la TAV? Prodi ha detto che si farà. E allora come mai Bianchi e Cento manifestano con gli abitanti della Val di Susa? E così per le pensioni, per l'economia. Nulla coincide. Le contraddizioni sono profonde, sono strutturali, perché non c'è una convergenza programmatica.
E non se la prenda il Presidente del Consiglio con la legge elettorale. Non c'entra nulla con la debolezza del suo Governo che è caduto per il mancato sostegno della sua maggioranza o di quella sinistra che D'Alema ha definito inutile. Ma se è inutile quella sinistra voterà la fiducia?
A parole il Presidente del Consiglio chiede dialogo e collaborazione. Ma con chi e su che cosa noi dobbiamo collaborare? Prodi ha detto che dovremmo collaborare sulla sconfitta del terrorismo per la salvaguardia della legalità. Certamente la lotta al terrorismo è anche una delle nostre priorità. Ma come si fa a collaborare con una maggioranza che ha al proprio interno a vario titolo ex esponenti delle brigate rosse, di lotta continua che hanno combattuto contro le istituzioni dello Stato, o dei disobbedienti che hanno fatto del contrasto alle regole la loro bandiera?
Sappia il Presidente del Consiglio, non è una valutazione personale ma è una valutazione politica, che il suo Governo non ha né un'identità, né una guida. E un Paese, come qualcuno ha detto, è giusto quando rispetta la verità. La rispetti Prodi, una volta per tutte, la verità: riconosca che non ha una maggioranza in questo Paese, che ha bisogno di una cultura di Governo; scopra il coraggio della buona politica.
E proprio perché non ci sono né la presenza di una buona politica né le premesse di una cultura di Governo, non voterò la fiducia perché sarebbe un voto contro l'Italia, un voto contro gli italiani. Il grido della sua maggioranza la scorsa settimana è stato: salvate il soldato Prodi. Il grido dei cittadini, oggi come ieri, è salvate l'Italia contro il soldato Prodi. (Applausi dai Gruppi FI e UDC).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pionati. Ne ha facoltà.
PIONATI (UDC). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, il Senato oggi avrebbe potuto aprire una nuova fase politica per rispondere adeguatamente alla necessità di un Paese vittima da mesi di una maggioranza paralizzata dalle proprie insanabili contraddizioni interne, e invece siamo chiamati ancora una volta ad una sorta di lotteria parlamentare per verificare se il Governo torna a disporre di una risicatissima maggioranza. Un'occasione sprecata della quale, onorevole Prodi, lei si assume tutta la responsabilità dinanzi agli italiani. Il Paese oggi avrebbe potuto voltare pagina e invece siamo costretti all'ennesimo esame di riparazione per un Governo che merita ampiamente la bocciatura.
Eppure il problema legato ai numeri, per quanto fondamentale, non è il problema principale. La vera domanda è: una maggioranza per fare cosa? Disporre di numeri certi nelle aule parlamentari è una basilare regola democratica ma è anche premessa e condizione per realizzare un programma di Governo, rispondere alle necessità del Paese, riformare i punti di crisi. In questo quadro, di una cosa siamo certi: che la sua maggioranza, ammesso che ci sia, non sarà in grado di fare nulla di tutto questo, così come non lo è stato sino ad ora.
É stato proprio lei, onorevole Prodi, a confermarcelo ieri in quest'Aula. Difficilmente il suo intervento avrebbe potuto fotografare meglio le difficoltà della maggioranza e del Governo: una relazione piatta, generica nella sostanza e poco convinta nei toni. Dal libro dei sogni di otto mesi fa, lei è passato al foglietto dei sogni: dodici punti generici che assomigliano più a un promemoria che a un programma di Governo. Non poteva essere diversamente: la mancanza di indicazione di progetti precisi e di tempi vincolanti per realizzarli è l'unica condizione per trascinare l'esistenza di una maggioranza che non ha risposte condivise a nessuna delle emergenze del Paese.
Lei parla di alta velocità, ma non ci dice se il tunnel in Val di Susa si farà oppure no; lei parla di riforma delle pensioni, ma non ci dice come; mentre bastano le prime indiscrezioni ad agitare lo spettro dello sciopero generale.
Il programma deve essere necessariamente equivoco, perché in esso devono riconoscersi moderati e massimalisti, filoamericani e antiamericani, riformisti ed ideologi della sinistra più estrema. Come ricorderà, nella profezia della Sibilla cumana una sola virgola spostata prima o dopo una parola faceva la differenza tra la vita e la morte. Ho l'impressione che anche il suo programma sia stato costruito per consentire ad ogni Partito della maggioranza di mettere accenti e punteggiature a piacere, leggendo ciascuno quello che crede.
Penso, onorevole Prodi, che la sua relazione abbia una fatale contraddizione di fondo. Lei riconosce che siamo in presenza di una crisi politica, ma poi non trae le conseguenze di questa premessa. Chiede alla sua maggioranza di tornare ad una piena e ritrovata unità, ma dimentica che una piena e ritrovata unità nel centro‑sinistra non c'è mai stata e che proprio per questa ragione siamo arrivati a questo punto. Lei chiede a tutte le forze politiche dinanzi ai problemi del Paese spirito di coesione, ma omette di dire che è proprio la mancanza di coesione del centro-sinistra l'origine della crisi.
Lei dice che il centro-sinistra è unito dalla volontà di fare le riforme, ma non ci spiega perché allora fino ad oggi di riforme, degne di questo nome, non siete riusciti a farne nemmeno una. Insomma, i dati reali non vengono omessi nella fase di analisi della sua relazione, che è corretta, ma subito dopo, quando dall'analisi si dovrebbe passare alle risposte. O siamo in presenza di una crisi politica - e certamente lo siamo - o siamo in presenza di un incidente di percorso, cosa che solo uno sprovveduto potrebbe sostenere. Le due cose non sono compatibili.
Lei ha confermato le linee di una politica estera che, a giudizio dell'UDC, ha i caratteri della continuità con quella dei Governi che l'hanno preceduta, ma non ci ha spiegato cos'è cambiato nella sua maggioranza e perché, dopo la doppia bocciatura di Parisi prima e D'Alema poi, il centro-sinistra dovrebbe trovare in futuro quella coesione che non ha avuto fino ad oggi. Così la sua diventa una scommessa pura e semplice, un azzardo: sperare che tra qualche giorno, tra qualche settimana non si ripeta quello che è già accaduto. Se in politica la speranza può e deve essere trasmessa agli elettori, non dovrebbe costituire mai la base dell'azione di Governo; per quella occorrono certezze e progetti, quelle certezze e quei progetti di cui il centro-sinistra evidentemente non dispone.
La crisi politica che lei riconosce solo a metà dovrebbe essere guardata in faccia, perché non è una crisi qualunque; è la crisi, secondo noi, del bipolarismo così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Ignorare questo dato è pura illusione; porterà solo ad un risveglio amaro, perché ritardare quei rimedi, che potrebbero portare il Paese fuori dalla crisi, è un atto politicamente irresponsabile non solo sul piano istituzionale, ma anche su quello economico. Chi segue l'andamento dell'economia europea sa bene che l'Italia sta intercettando solo la coda della ripresa economica in atto e questo è un elemento di assoluta gravità. Se il Governo non sarà in grado di preparare adeguatamente il terreno, la fase della ripresa verrà superata senza che le famiglie italiane ne ricavino benefici, quei benefici di cui famiglie francesi, tedesche ed inglesi stanno godendo.
Vorrei fare riferimento, a questo punto, alla sua proposta di riforma elettorale che è per tutti una priorità. Lei si dice pronto al dialogo: un'affermazione, l'unica della sua relazione, che condividiamo. L'UDC ha sempre sostenuto la via del confronto parlamentare per rivedere le regole comuni che sono alla base della vita democratica. C'è però qualcosa che non convince e che potrebbe essere chiarita in sede di replica. Nel suo intervento lei sembra prefigurare un modello di riforma, quello del cosiddetto sindaco d'Italia. Questa ci pare una contraddizione. Se si concorda sul metodo, se davvero al confronto dobbiamo andare - l'UDC è convinto che sia questa la strada maestra - non si possono porre paletti nel merito della riforma, lasciando che sia la dialettica parlamentare a fornire le risposte.
Su un punto, fin d'ora, ci sentiamo di concordare con lei: le modifiche vanno approvate a larghissima maggioranza, senza vincolo di coalizione e attraverso un libero confronto. Ci sembra la migliore garanzia per assicurare che non si sono tratti di regole create contro qualcuno, ma per un sistema più efficiente, un sistema che abbia come obiettivo centrale la governabilità e non semplicemente la vittoria elettorale di una coalizione sull'altra.
La storia degli ultimi anni, la crisi del bipolarismo a cui siamo arrivati, è dovuta a questo: le coalizioni sono concepite come cartelli elettorali contro l'avversario (una sorta di santa alleanza del centro-sinistra contro Berlusconi e del centrodestra contro i comunisti) e non come aggregazioni di forze omogenee, fondate su programmi condivisi e valori comuni. Per questo la riforma elettorale è tanto importante: dovrà servire a garantire una vera governabilità del Paese. Una governabilità che non può essere raggiunta attraverso la forzatura dei meccanismi tecnici, ma favorendo la scomposizione e la ricomposizione delle alleanze e dei poli su programmi ed identità condivisi. E' un'occasione per aprire, anche se dalla porta di servizio, una nuova fase del bipolarismo, per ridisegnarlo e rendere i poli finalmente in grado di attuare quelle riforme di cui il Paese ha assoluto bisogno. A questo dobbiamo arrivare, a questo arriveremo presto, a questo eravamo quasi arrivati in questa occasione perché sono convinto che in entrambi gli schieramenti ci sia la convinzione che così non si può andare avanti.
Per questo abbiamo definito la nostra proposta al Capo dello Stato come Governo di responsabilità perché è solo attraverso un'assunzione piena e collettiva di responsabilità che si esce davvero dalle secche; una prospettiva che è solo rinviata. È questione di tempo (credo e spero poco) ma ci arriveremo.
E se può essere compresa ma non condivisa la volontà del Governo di tirare a campare per non tirare le cuoia, assai meno comprensibile è l'atteggiamento di chi, in poche settimane, è passato dal centro-destra ad una supposta e insostenibile neutralità centrista, fino al sostegno pieno ad un'alleanza di sinistra-centro contro la quale aveva ricevuto un mandato elettorale preciso e vincolante.
Da senatore campano suggerirei la rilettura di De Sanctis o Dorso sulle degenerazioni trasformistiche delle classi dirigenti: è un tema che mi pare particolarmente attuale.
La cosa incomprensibile è come sia maturata la solitaria decisione di sostenere un bipolarismo in fase terminale da parte di chi ha sostenuto sempre l'esatto contrario. E' un percorso che sul piano psicologico, prima che politico, mi risulta onestamente incomprensibile.
Onorevole Prodi, l'UDC voterà contro il suo Governo, alla luce del sole, perché i cattolici credono ai miracoli come segno della grazia divina, e la grazia divina si manifesta per il bene dell'uomo. Ma se questa sera lei avrà i voti per andare avanti ancora qualche settimana, non sarà certamente un bene per il Paese. Nella sua relazione lei ha detto che non chiede sconti ma non vorrei, però, fosse alla ricerca di offerte speciali.
Con il massimo rispetto per il suo ruolo istituzionale, mi permetto di sollecitarla a non illudersi: oggi - per il suo Governo - non è un nuovo inizio. Comunque vada, siamo ai titoli di coda di un brutto film, che aveva un valido regista, il quale ha preferito però una pessima sceneggiatura. (Applausi dai Gruppi UDC e FI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Treu. Ne ha facoltà.
TREU (Ulivo). Signor Presidente, il presidente Prodi ha indicato una linea di Governo chiara, anche se realistica e quindi equilibrata. Il suo discorso non ha nascosto i problemi e la necessità di un chiarimento a seguito delle difficoltà della maggioranza ma ha espresso la volontà di continuare con decisione sulla strada intrapresa lo scorso maggio. Dato che la crisi è politica, la risposta è anzitutto politica.
Per questo Prodi ha sottolineato giustamente l'urgenza di riprendere quegli obiettivi comuni di riforma nell'interesse generale indicati già nel DPEF. Nella ricerca di questi obiettivi si deve dare spazio ad un ampio confronto con la maggioranza e nella maggioranza, con il Paese, anche con le opposizioni sui temi istituzionali, ma la sintesi spetta al Presidente e deve essere rispettata da tutti.
Questa affermazione di Prodi risponde ad una fondamentale esigenza di governabilità e quindi esprime, come ha detto anche che il senatore Morando, la necessaria autodisciplina della maggioranza attorno al suo Premier. I contenuti di Prodi, come i dodici punti, segnalano priorità significative: indicare priorità è necessario per un Governo che vuole governare e non «galleggiare». E le priorità indicate sono significative perché corrispondono ad esigenze del Paese; aggiornano gli obiettivi indicati nel DPEF ed avviati nella pur difficile fase di avvio del Governo.
Queste priorità sono concrete ed insieme ambiziose perché guardano non solo all'immediato ma ad orizzonti di legislatura e toccano tutti i punti centrali dell'azione di Governo. Non si può dire che sono evasivi: la politica estera in primis, dove Prodi ha ribadito i capisaldi della nostra tradizione e le linee tracciate qui dal ministro D'Alema; poi la politica economica, la politica sociale e le istituzioni.
Alcuni di questi aspetti a mio avviso meritano una sottolineatura, del resto, presente anche nel suo discorso. Nella politica economica ilPremier ha sottolineato la correttezza della linea fin qui seguita. Il risanamento finanziario avviato e riconosciuto dall'Unione Europea è un punto fondamentale, da tenere fermo perché necessario per costruire una crescita solida.
La crescita è ora la priorità delle priorità e si vede. Qui Prodi ha avuto una punta polemica, l'unica, nei confronti del centro-destra, sottolineando come in un anno il Paese si è rimesso in moto ed è cresciuto più che nei cinque anni del passato Governo, ed è cresciuto anche più di quanto noi prudentemente non avessimo previsto. La ripresa, voglio sottolinearlo, è dovuta a tutti, è inutile ricercare meriti isolati: è merito delle imprese, che hanno finalmente ricominciato ad innovare con fiducia; dei lavoratori, che sono consapevoli della necessità di risollevarsi (anche per questo vogliono un Governo) e degli stimoli alla crescita che vengono dalla stessa azione di Governo, quindi, dal clima di fiducia che questa azione ha ricostituito.
Gli stimoli alla crescita hanno un presupposto nel risanamento, va ribadito, ma hanno anche bisogno di provvedimenti precisi. Il primo provvedimento - lo ha ricordato Prodi - è quello delle liberalizzazioni, che hanno cominciato a togliere le tante «incrostature» - questo è il termine che lui spesso usa - dei settori protetti, che pesano sia sulle imprese che sui consumatori; sono delle vere tasse in più, quindi toglierle significa togliere tasse. Sarebbe bene che lo ricordasse la destra. Questa strada delle liberalizzazioni è avviata in Parlamento, e quest'ultimo deve affrettarsi a portarla a termine; altre misure sono in cantiere.
Ci sono poi sostegni specifici alle imprese. Non dimentichiamo, anche se troppi lo fanno (tra l'altro, dei beneficiari), la riduzione del costo del lavoro, provvedimento di eccezionale rilevanza per la sua misura e per il suo impatto, anche nel quadro internazionale. Vogliamo e possiamo continuare su questa strada, riducendo il carico fiscale come Prodi ha annunciato, legando tale riduzione giustamente al successo della lotta all'evasione.
Ci sono poi incentivi specifici per l'innovazione dell'impresa. Voglio qui ricordare le grandi potenzialità di crescita e di innovazione che provengono da politiche energetiche moderne, quelle cosiddette di seconda generazione. Si tratta di una questione di frontiera per lo sviluppo economico e per la qualità della vita di tutti noi. Un orizzonte decisivo per lo stesso equilibrio del pianeta, un modo per coniugare ecologia e sviluppo, cui dobbiamo essere tutti più sensibili.
Prodi ha poi ricordato altri impegni di politica economica. Non starò ad elencarli; ha fatto riferimento al Mezzogiorno, dove ci sono risorse ingenti da spendere bene, alle reti TEN, alle autostrade del mare. Voglio però sottolineare come questa prospettiva di crescita, per noi,e anche per Prodi, non sia fine a se stessa; serve a sostenere anche il miglioramento del welfare, che vuol dire benessere dei cittadini. Questo della necessità della crescita vale per tutto, anche per le pensioni.
Noi dimentichiamo - non l'ho mai sentito dire in questi dibattiti - che le pensioni dipendono direttamente dalla crescita, perché sono legate direttamente all'aumento del prodotto interno lordo, e le pensioni basse che abbiamo adesso sono anche la conseguenza di una crescita debole. Quindi, il modo migliore per aumentarle in prospettiva, al di là dei provvedimenti che prenderemo, è quello di avere una crescita sostenuta e durevole e di aumentare l'occupazione, a cominciare dai gruppi che ora sono sottorappresentati nel mercato del lavoro, le donne e gli anziani, espulsi troppo precocemente dal mercato del lavoro. Il modo migliore per alzare l'età pensionabile è quello di dare opportunità di lavoro decenti ai cosiddetti anziani, che anziani non sono.
In materia di welfare, poi, Prodi ha indicato delle priorità e delle novità, in particolare, nelle politiche familiari. A tale riguardo, voglio sottolineare che le politiche familiari non sono una compensazione rispetto ai Dico; sono la dimensione necessaria di un welfare moderno misurato non solo sui bisogni dei singoli, ma della famiglia. E verso la dimensione familiare ci sono ora degli impegni precisi che vanno dalla riduzione dell'ICI - collegata ai bisogni familiari - alla lotta contro la precarietà del lavoro, importante anche per la famiglia. Se, infatti, le giovani coppie non mettono al mondo figli o al massimo ne concepiscono uno è anche perché non hanno un lavoro stabile. Questo per noi è importante sia in termini di giustizia sociale sia di sviluppo.
Infine, un breve accenno all'ultima parte del discorso del presidente Prodi, quella contenente i richiami istituzionali, che - come tutti hanno sottolineato - prevede novità importanti, quali l'apertura al dialogo con tutto il Parlamento che il Premier in prima persona ha rivendicato e l'ampiezza delle riforme prospettate. Il richiamo, infatti, non è solo alla modifica della legge elettorale, che dovrà realizzarsi con le modalità e nei luoghi necessari per migliorare il funzionamento della democrazia, per portare a termine la transizione e per sostenere il bipolarismo.
Vi è un ridisegno più ampio che tocca gli aspetti essenziali del nostro sistema, dal bicameralismo al federalismo fiscale: questioni importanti che toccano tutti e su cui anche le opposizioni sono chiamate a rispondere con chiarezza.
Questi elementi (ampiezza delle riforme e appello a tutto il Parlamento) rappresentano un motivo di fiducia per il futuro del Governo del Paese, una fiducia che noi condividiamo. È per questo che noi diamo fiducia al Governo Prodi. (Applausi dal Gruppo Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ghigo. Ne ha facoltà.
GHIGO (FI). Signor Presidente, colleghe senatrici e colleghi senatori, il Presidente del Consiglio ieri si è presentato in Senato per chiedere un rinnovato voto di fiducia, dopo la mancata approvazione, la scorsa settimana, della politica estera.
Egli ha chiesto e ottenuto una prova di appello sulla base di dodici punti programmatici e di metodo che appaiono quantomeno singolari, se propugnati da un Governo e da una coalizione che non ha finora avuto la forza né la costanza di esprimere una politica davvero utile agli interessi del Paese.
E' proprio sul piano del metodo che la proposta di Prodi, a maggior ragione perché sostenuta da un esponente del centro-sinistra, appare poco convincente. Mi riferisco al punto che assegnerebbe al titolare di palazzo Chigi il ruolo di dominus incontrastato della coalizione.
L'esigenza di rafforzare la figura del presidente del Consiglio era alla base della riforma del Titolo V messa a punto e votata dal centro-destra nella scorsa legislatura ma respinta dal referendum, con la sinistra naturalmente contraria. Quella riforma prevedeva appunto la figura del Primo Ministro nominato dal Presidente della Repubblica sulla base del risultato delle elezioni, in modo da stabilire un rapporto diretto tra elettorato e responsabilità di Governo.
Con la nomina dei Ministri, il Presidente del Consiglio acquisiva quel ruolo direttivo e unificante che è sotteso alla richiesta attuale dell'onorevole Prodi, ovvero il predominio assoluto sulla coalizione.
Ma che plausibilità può avere un simile proposito in chi ha fatto una dura battaglia contro il premierato forte? Ciò che non si è pervicacemente voluto per via costituzionale, lo si vorrebbe per via politica. Ma è estremamente improbabile che i partiti si lascino espropriare della propria sovranità, se non sono costretti nella gabbia della legge. Senza contare che, in assenza di copertura costituzionale, ciò si tradurrebbe nell'espropriare le Camere del proprio ruolo e i parlamentari della rappresentanza democratica di cui sono titolari.
Che dire poi degli aspetti di sostanza del nuovo accordo su cui si sarebbe ricucita la maggioranza, punti tanto decantati in questi giorni dagli organi di informazione, quanto invece trascurati o appena accennati nell'intervento del presidente Prodi? Mi riferisco al problema della TAV e delle grandi infrastrutture a servizio della velocità, al completamento della rete autostradale, al ponte sullo Stretto: tutti feticci contro cui la sinistra ha sempre lottato, inventando dietro ogni grande opera, l'ombra del malaffare.
Anche a proposito di liberalizzazioni, il Governo ha voluto colpire le basi elettorali dell'opposizione, volendo fare la figura del modernizzatore.
Intervenendo in Aula, l'onorevole Prodi ha lasciato trasparire un'ipotesi di apertura al confronto con l'opposizione sui temi di carattere strutturale, essenziali per il nostro sistema democratico. Ha parlato, con rapidi cenni, di legge elettorale e di federalismo, quel processo ancora incompiuto proprio a causa del fatto che il centro-sinistra ha voluto approvare nel 2001 una riforma incompleta, cui non è ancora stata data attuazione soprattutto sul versante del federalismo fiscale e dell'autonomia impositiva di Regioni ed enti locali.
Al di là degli strumenti che si vorranno adottare - e l'esperienza delle bicamerali non è certo esaltante - mi chiedo quale possa essere la credibilità e la capacità di guidare questo processo da parte di una maggioranza così risicata, che oggi ha l'unico obiettivo di superare il quorum necessario di uno o due voti.
Di fronte a questa debolezza intrinseca, ampliare lo spettro di attività e riforme su cui il Governo si dovrebbe impegnare rappresenta una sfida a mio avviso davvero troppo grande. Traspare anche in ciò quel senso di autosufficienza, quella presunzione di superiorità che ha portato il centro-sinistra a rifiutare l'offerta avanzata dall'onorevole Berlusconi in avvio di legislatura per un Governo che potesse farsi carico dei problemi del Paese.
Appare necessario, signor Presidente del Consiglio, un richiamo alla concretezza, al realismo. Come pensa di sostenere il peso di una riforma costituzionale un Governo che non ha neppure i voti per mantenere gli impegni internazionali assunti dal nostro Paese, a partire dalle truppe in Afghanistan fino all'ampliamento della base di Vicenza? Senza quella forza politica che il suo Governo non ha, a prescindere dalla fiducia che il Parlamento vorrà o meno accordarle, le sue proposte oggi appaiono puramente velleitarie, da parte di chi, non avendo saputo condurre l'Esecutivo neppure nel campo dell'ordinaria gestione, oggi cerca addirittura di avventurarsi sul terreno minato delle riforme costituzionali. (Applausi dal Gruppo FI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pistorio. Ne ha facoltà.
PISTORIO (DC-PRI-IND-MPA). Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, il poco tempo a disposizione non mi consente di sviscerare fino in fondo tutte le considerazioni che motivano il voto contrario del mio Gruppo e, in modo particolare, del Movimento per l'Autonomia a questo Esecutivo. Dovrò scegliere alcune ragioni, anche per sfrondare il campo dalle interpretazioni e dalle illazioni che in questi giorni sono apparse su molti quotidiani e in alcuni passaggi televisivi.
Vi è stato il tentativo di un confronto cauto e prudente con il nostro movimento per verificare la possibilità di un sostegno a questo Esecutivo, ma sin dall'inizio è apparso evidente che non vi era alcuno spazio per un'intesa di questo genere, in ragione della cultura politica e del programma che ispirano questa compagine. Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio ieri in quest'Aula lo hanno confermato in modo eclatante.
L'MPA nasce avendo alcune ambizioni, che spero non siano velleitarie. La prima è quella di porsi in qualche modo all'esterno di questo bipolarismo rigido e maldestro, che sta impoverendo il Paese, e di ricercare soluzioni reali ai problemi concreti che attanagliano i territori, con il tentativo di spostare l'asse politico dal gioco romano del teatrino della politica ai bisogni reali dei cittadini.
In modo particolare, tentiamo di far valere un'area del Paese abbandonata, le cui prospettive sono davvero disgraziate: il Mezzogiorno. Il Premier ieri ha reso evidente che questo non appartiene alla sua agenda politica: né il superamento di questo bipolarismo rigido, che è una sorta di carta a cui ispira i suoi atti politici, e men che meno il Mezzogiorno.
Al di là di una veloce e sbrigativa enunciazione di risorse, che sembrano riecheggiare l'annuncio di Caserta (elevatissimo come contenuto, ma, tra l'altro, basato solo su meccanismi automatici, come i FAS) e al di là di una pretesa rivendicazione di meriti per una legge finanziaria a favore del Sud (che non riconosco, perché non vi è alcuna misura strategica per il Mezzogiorno), non ha indicato un solo asse strategico su cui investire queste enormi risorse.
Non ha perso un minuto del suo tempo a spiegare come questi 123 miliardi teorici possano cambiare il destino di quell'area. Non ha avuto alcuna attenzione di merito al problema. La conferma di ciò è venuta quando, parlando degli impegni nazionali sulle reti transeuropee, ha evocato gli impegni sulle tratte Torino-Lione, Verona-Monaco e Trieste-Divaccia, ma non ha fatto un cenno al Corridoio 1 Berlino-Palermo, che è essenziale per il destino del Mezzogiorno. Ci ha consegnato alle autostrade del mare; il nostro destino di sviluppo passa per le autostrade del mare.
Signor Presidente del Consiglio, nella mia terra, quando c'è l'incerto, c'è la preoccupazione e si profila il fallimento si dice: «semu a mari». Con questo Governo il Mezzogiorno è davvero a mare.
Signor Presidente del Consiglio, anche sulla scena politica lei continua a ripercorrere strade infelici che le fanno vincere le elezioni e le fanno perdere i Governi; di Governi lei ne ha persi già troppi. Quando scende in campo sulla legge elettorale, impegnando il Governo su questa materia (spero non commettendo il medesimo errore fatto con i Dico, cioè di impegnare l'Esecutivo su una materia strettamente parlamentare) ed evocando nuovamente lo schema del bipolarismo rigido (quindi la scelta di una coalizione, di un programma e di un leader), ci riconsegna ad una condizione per cui questo Paese non è governato da 15 anni, da quando ha perso il suo baricentro e il punto equilibrio su cui scandire le politiche di un Paese moderno.
Ha ragione Rondolino quando, nel suo brillante articolo di due giorni fa, descriveva il sistema in questo modo: due coalizioni impossibili e impresentabili, prigioniere di due leader ormai anziani, vagano per l'agone politico in ordine sparso, senza meta e senza scopo, che non sia quello di darsi ogni tanto qualche sonora legnata. Ma di legnate non c'è bisogno in questo Paese. C'è bisogno di costruirlo un Paese!
Io immagino ben altra costruzione politica, che metta insieme i simili, che ricerchi le solidarietà, che abbia un filo comune sulla politica estera e sulle grandi infrastrutture, non continuamente spezzata con questa idolatria del bipolarismo. Tenteremo di far valere queste valutazioni, siamo piccoli e abbiamo un ruolo di nicchia, ma c'è un suggerimento che vorrei dare al Parlamento e anche al Governo in materia di legge elettorale. Si tratta di una questione non molto popolare perché attrae spesso critiche e pregiudizi, ma che in questi giorni è venuta alla luce nella sua concretezza: la sostanza della democrazia e del rapporto autentico che deve esservi tra eletto ed elettore. Questo rapporto passa unicamente attraverso il voto di preferenza, signor Presidente.
Dobbiamo ricostituire questo meccanismo virtuoso della responsabilità, non verso il leader di partito che ti nomina, ma verso gli elettori che ti eleggono, perché quando si vota non bisogna avvertire dietro le spalle, la volontà del capo che ti ha offerto il seggio, o avere in mente la sua faccia, ma devi pensare a quella della gente i cui bisogni e i cui interessi tu devi servire. Quando fai una scelta è molto più bello immaginare le facce di chi ti ha votato che non quella del capo che ti ha nominato. Non ci sarebbero in questo modo più transfughi, tradimenti e trasformismi perché le scelte verrebbero motivate sulla base degli interessi reali che si intende servire. Quando si tornerà nel collegio bisognerà spiegare perché si è votato in quel modo, non bisognerà spiegarlo in una camera chiusa al capo che ti ha nominato. Questa è la democrazia. Questa crisi sarebbe stata diversa se avesse avuto come protagonista un Parlamento libero.
Quanto alla questione di fondo sui voti, sullo scambio, sugli interessi e sulle malevolenze, può darsi che tutto questo possa esservi, ma ricordo che in tal caso è chiamata ad intervenire e a sanzionare la magistratura, che in Italia è autonoma e imparziale.
Tra un Parlamento libero con qualche mascalzone dentro e un Parlamento di prigionieri politici ostaggio delle oligarchie dei partiti, io scelgo un Parlamento libero e voglio il voto di preferenza. Fatela in questo modo la legge elettorale: avremo un Parlamento libero, che sarà una sede vera, in cui la democrazia celebrerà il suo rito e troverà la soluzione per governare al meglio questo Paese. (Applausi dai Gruppi DC-PRI-IND-MPA, UDC e FI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Leoni. Ne ha facoltà.
LEONI (LNP). Signor Presidente del Consiglio, signori Ministri, colleghi, ho ascoltato con attenzione il discorso programmatico e ho fatto delle riflessioni: l'ho valutato, mi si consenta di dirlo, come la spada di Alberto da Giussano, un discorso lungo mezz'ora, piatto e mortale. Faccio l'architetto di professione e, come mi diceva un mio professore, si può disegnare il progetto di una nave su un francobollo: forse è un po' esagerato, ma in mezz'ora il Presidente del Consiglio avrebbe anche potuto articolare il discorso in un modo diverso.
Non ho trovato una sola parola in riferimento a quel grande cambiamento che il nostro Paese si aspetta ed è per questo, dunque, che ho definito il discorso piatto, proprio come una spada. Ma voi della Sinistra non siete i riformisti? Da sempre questo titolo vi è attribuito, ma non ho trovato nessuna traccia di riformismo, né nel discorso programmatico iniziale del Governo, né adesso in questa riproposizione in Parlamento.
Presidente, lei avrebbe potuto rendere il suo discorso tagliente, proprio come una spada; invece è risultato mortale per tutti e, soprattutto, per il mondo della politica che si aspetta segnali di cambiamento. Del resto, lo ripeto, dalle sinistre ci si aspetta una stagione innovativa, riformista: invece è la morte della politica.
Non penso che la riforma della politica passi attraverso la detassazione della ricarica dei telefonini, la liberalizzazione dei tassisti, dei parrucchieri o di altre categorie. La ricetta per salvare il Paese è legata all'obbligata trasformazione di uno Stato centralista e sprecone in un moderno Stato federale. Abbiamo prima ascoltato il collega siciliano che non è contento, così come non siamo contenti noi padani: è questo centralismo che non funziona più. Il federalismo è una strada obbligata che prima o poi va affrontata e il partito che mi onoro di rappresentare, la Lega, da sempre lo propone e lo ribadisce ormai con forza.
Se nel suo discorso avesse, ad esempio, inserito puntualmente il federalismo fiscale, di certo non avrei potevo definirlo piatto o mortale, ma sarebbe diventato tagliente, avrebbe dato speranze e aperto nuovi spazi politici; ma questo non è avvenuto.
Come cattolico, poi, vorrei dire due parole sulla famiglia: mi chiedo a cosa servano i provvedimenti annunciati. In questi giorni ho letto in Padania delle statistiche secondo cui avviene un aborto legale ogni 4,1 nascite, un dato che mi ha fortemente preoccupato. La legge n. 194 del 1978 sull'aborto ha portato a 4,5 milioni di omicidi; dunque, le parole spese sulla famiglia sono fuori luogo. È su questa legge che bisogna intervenire a difesa dei più deboli, del feto. Adesso si vuole non far pagare l'ICI e si vogliono dare incentivi, però abbiamo perso in questi anni 4,5 milioni di bambini. Adesso li andiamo a prendere già adulti, prendiamo i ragazzi extracomunitari di 20 anni. Vengono qui loro; noi non ne abbiamo più, siamo riusciti a rompere anche la fabbrica dei bambini. Queste cose mi preoccupano.
Desidero ora svolgere un'ultima considerazione. La composizione di questo Governo è così variegata e complessa che, come pilota sportivo, l'ho paragonata al cruscotto di un jumbo, perché se non se ne leggono con attenzione tutti i parametri ci si fa male. Infatti, la sua prima caduta, signor Presidente del Consiglio, è paragonabile ad un atterraggio senza aver abbassato il carrello: si fa un crash. Tuttavia, gli aeroplani si riparano; si può anche atterrare senza carrello, poi lo si sistema e lei lo ha fatto in una settimana.
Non pensi però che portare in cabina personaggi strani le possa garantire di tornare a volare tranquillamente. Bisogna portare con sé non persone prese a caso, ma che vogliano continuare il volo e raggiungere gli obiettivi necessari per il nostro Paese.
Dunque, poiché in quest'Aula abbiamo numeri così risicati, portare a bordo una persona piuttosto che un'altra non risolve sicuramente il problema. C'è un bel detto in Padania, qualcuno lo riferisca al Presidente del Consiglio: si dice che «i ca' menan mia la cua per nagott», cioè nemmeno i cani muovono la coda per nulla.
Dunque, coloro i quali adesso vi daranno il voto e cercheranno di aiutarvi, sicuramente quanto prima presenteranno il conto. Mi raccomando: che questo signore non sia quello che abbassa il carrello in cabina, perché se non lo abbassa facciamo un altro crash questo, davanti al nostro Paese, non è edificante per nessuno.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Thaler Ausserhofer. Ne ha facoltà.
THALER AUSSERHOFER (Aut). Signor Presidente, ho ascoltato con molta attenzione le comunicazioni con le quali il Presidente del Consiglio ha esposto i punti cardine dell'azione di Governo. Sono temi impegnativi, fondamentali, urgenti e necessari per il bene del Paese e dei cittadini, sui quali c'è bisogno di interventi immediati: dalla legge elettorale alla politica estera, dalle politiche sociali alla cultura e ricerca e alla crescita economica.
Prima però di soffermarmi su alcuni degli argomenti trattati - su altri aspetti sono già intervenuti i miei colleghi - vorrei ringraziare il Presidente per il fatto che anche in questa occasione non ha mancato di rivolgere la sua attenzione alle autonomie speciali presenti nel Paese e alle minoranze linguistiche, all'impegno di riavviare il processo di sviluppo ed evoluzione dell'autonomia e a quello di attuare il federalismo reale, efficiente e più vicino ai bisogni dei cittadini attraverso il passaggio delle responsabilità agli enti territoriali.
Entrando nel merito, nella sua esposizione del programma ho apprezzato lo spazio dedicato al futuro delle nostre giovani generazioni, alle donne, agli anziani e all'importanza in questo senso attribuita al riordino del sistema previdenziale e delle politiche del lavoro.
A tale riguardo, in base alle notizie apparse in questi giorni sulla stampa, se la riforma del sistema pensionistico sarà quella annunciata, ho l'impressione che ci troviamo di fronte ad una riforma molto soft e probabilmente non sufficiente. Come è noto, gli enti previdenziali non dispongono di fondi sufficienti a coprire la spesa pensionistica, pertanto è urgente intervenire con decisione e per tempo in questo settore per dare solidità al sistema e sicurezza al futuro dei cittadini lavoratori.
Ritengo senz'altro importante e condivido pienamente, così come avevo già espresso con una lettera al presidente Prodi, il progetto di unificazione degli istituti previdenziali sotto un unico istituto; questo farebbe più chiarezza sul sistema previdenziale e consentirebbe un risparmio di costi amministrativi non indifferenti.
La famiglia, onorevoli colleghi, è un valore che dobbiamo difendere. Considero la famiglia la principale risorsa sociale ed etica di un Paese, essa rappresenta un punto fermo ed una sicurezza per i nostri giovani.
La famiglia tradizionale, quella che da sempre viene considerata il nucleo primo e fondante di ogni civile convivenza, è un bene da tutelare e alla famiglia, in particolare a quelle più numerose e bisognose, è importante dedicare la massima attenzione in termini di sostegni che facciano loro recuperare la dignitosa capacità economica.
È la grande considerazione che nutro per la famiglia tradizionale che mi fa essere contraria, come il Presidente sa benissimo, all'adozione di formule come i cosiddetti PACS o i Dico. Quando si parla di famiglia, dobbiamo in primis pensare ai figli, garantire loro un ambiente sano e dei solidi punti di riferimento.
Il Governo, nel varare la legge finanziaria per il 2007, ha espresso l'intenzione di venire incontro alle esigenze dei ceti più deboli e delle famiglie più numerose, rimodulando le aliquote IRPEF e modificando gli assegni familiari. Con alcuni colleghi, durante l'esame della legge finanziaria in Commissione, abbiamo sostenuto - dati alla mano - che tale rimodulazione, così come proposta, non andava bene e non avrebbe portato gli effetti sperati. Infatti, in questi ultimi giorni i quotidiani, economici e non, hanno pubblicato una serie di dati relativi agli effetti della rimodulazione IRPEF, che purtroppo ci hanno dato ragione e dai quali è emerso... (Il Presidente segnala che è scaduto il tempo per il suo intervento). Presidente, chiedo di poter consegnare il testo del mio intervento.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza.
THALER AUSSERHOFER (Aut). La ringrazio. (Applausi dal Gruppo Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Costa. Ne ha facoltà.
*COSTA (FI). Signor Presidente, Ministri, Sottosegretari, onorevoli colleghi, per la verità questa soluzione governativa che ci viene proposta è il risultato di un'alleanza di sinistra-centro e non di centro‑sinistra, come ha detto qualcuno, poiché la sinistra, e in particolare quella radicale, la fa da padrona nell'allestimento e nell'attuazione del programma.
All'onorevole Presidente debbo dire che ha la mia comprensione per essere egli costretto - ed evidentemente lo è, insieme al suo Governo - a praticare in questo periodo comportamenti che certamente non dovrebbero essergli congeniali, anche per non scandalizzare i senatori che vengono dall'estero, dai quali ci saremmo aspettati più integrità intellettuale e per la cui venuta facemmo non poco, allestimmo una legge, pensando di farli venire in un ambiente dove si praticava la lealtà e non certamente la bugia come strumento di captatio benevolentiae a fini elettorali, per far sì che la maggioranza prevalesse sulla minoranza.
Spiego brevemente per quali motivi si nega la fiducia a questo Governo. Innanzitutto, la pressione fiscale è a livelli tali che non può provocare virtuosamente quello che è accaduto, vale a dire l'aumento delle entrate, che invece - lo si dica chiaramente - è ascrivibile esclusivamente alle politiche del Governo Berlusconi. Infatti, le entrate risultavano incrementate nella stessa misura fissata al 31 dicembre 2006, così come si atteggiavano al 1° gennaio e certamente nel primo trimestre di dell'anno precedente.
Questo Governo, quindi, non ha alcun merito. Il merito invece va riconosciuto al Governo precedente, che tra le misure in materia fiscale istituì la no tax area e tra le misure di solidarietà istituì il 5 per mille in favore del volontariato; misura virtuosa che eravate sul punto di sopprimere.
Per quanto riguarda la difesa, ci ha fatto tanta tenerezza vedere il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio e il Ministro della difesa raccogliere il tricolore che tornava dall'Iraq e consegnarlo come cimelio da affidare alle nuove generazioni. Ma, sia chiaro, questo non vi malleva dal peccato fondamentale che pervade la vostra coalizione nel dire «no» a Vicenza e all'Afghanistan.
Con riferimento alla ricerca e all'università, ricordiamo ancora le grida di quei rettori che, guarda caso, oggi tacciono, nonostante che le risorse in favore della ricerca siano diminuite. E per quanto riguarda il Mezzogiorno, la grande opera sullo Stretto che non si è consentito di realizzare è il più grande peccato che si poteve commettere ai danni dell'Italia e non soltanto del Mezzogiorno.
Per tutti questi ed altri motivi, voteremo no. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grassi. Ne ha facoltà.
*GRASSI (RC-SE). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori del Governo, in questo intervento cercherò di spiegare perché, pur con una posizione critica rispetto al mio partito, voterò la fiducia al Governo. Intanto, nella relazione qui presentataci dal presidente Prodi, vi sono punti che condivido e che mi auguro vengano al più presto realizzati. In particolare, sulla politica estera c'è l'impegno a lavorare affinché per risolvere il conflitto israelo-palestinese si realizzi la proposta "due popoli, due Stati", cioè si dia attuazione alle numerose risoluzioni dell'ONU e si dia finalmente la possibilità anche al popolo palestinese di avere un proprio Stato.
Altri punti della relazione che ho condiviso sono l'impegno dell'Italia nella lotta contro la pena di morte, un forte investimento sull'utilizzo di energie rinnovabili di ultima generazione e il fatto che la realizzazione della TAV passi attraverso un confronto con la popolazione locale. Allo stesso modo, considero positivamente l'impegno ad aumentare le pensioni minime e a contrastare il dilagare della precarietà, una politica per la casa che investa sull'edilizia residenziale pubblica, un intervento economico per aumentare gli asili nido e la riduzione dell'ICI sulla prima casa, che non proporrei solo per le famiglie numerose - come è stato evidenziato nella relazione - ma anche per chi vive solo (penso a tanti pensionati che hanno un reddito basso e che sarebbe ingiusto escludere).
Detto questo, non sarei sincero se non affermassi apertamente che vi sono anche punti, di cui il presidente Prodi ha parlato, che non condivido. Mi riferisco ad alcune proposte contenute nella relazione ed anche ad altre di cui non si è parlato, ma che sono oggetto di dibattito tra noi.
Il primo punto di dissenso riguarda l'Afghanistan. L'attentato di ieri conferma che la soluzione militare non risolve il problema e mi fa piacere che ciò sia stato apertamente riconosciuto nella relazione. Allo stesso modo, non mi sfugge che la posizione del Governo italiano è diversa da quella degli Stati Uniti. Infatti, abbiamo respinto la richiesta di aumentare il numero di militari italiani e soprattutto di mandarli a combattere nel Sud del Paese. Inoltre, la Conferenza internazionale di pace, se si farà, con tutte le parti in causa, potrà diventare un utile strumento.
Ritengo che tali risultati siano da ascrivere alla forza sprigionata in questi anni dal movimento per la pace ed anche alla nostra iniziativa di resistenza che abbiamo praticato in luglio e che continuiamo a praticare.
Si tratta di cose importanti, ma non sufficienti. In primavera, gli USA e la NATO, che di fatto guidano le operazioni sul territorio afghano, hanno deciso di sferrare una grande offensiva militare: è una scelta che va nella direzione opposta a quella necessaria ed auspicata anche nella relazione. Bisogna venire via al più presto, riportare a casa i militari prima che si crei una pericolosa escalation militare che li coinvolga. Questa scelta potrebbe anche fornire un contributo significativo all'indebolimento della politica estera unilaterale degli Stati Uniti, che si è dimostrata non solo fallimentare, ma anche foriera di aumento della tensione internazionale e del terrorismo. Per questo serve la exit strategy e chiedo con forza che il Governo, in vista del futuro decreto, valuti attentamente tale proposta.
Il presidente Prodi, all'inizio del suo intervento, ha parlato di una coalizione con idee diverse, che quindi deve discutere e che, dopo avere ascoltato le varie posizioni, alla fine decide e la decisione assunta vale per tutti. Si tratta di un metodo giusto, che però proprio il presidente Prodi non ha rispettato quando ha deciso da Bucarest, in totale solitudine, di consentire la costruzione di una nuova base statunitense a Vicenza. In questo modo, è stata assunta una decisione che ha prodotto una ferita grave con quel popolo della pace che ha contribuito a farci vincere le elezioni: parliamo di milioni di persone e non di piccoli gruppi. Così come non sarebbe male che il presidente Prodi ci rassicurasse sul fatto che tutta la coalizione sosterrà la proposta dei Dico.
Infine, il Presidente del Consiglio ha parlato di crescita economica e del fatto che abbiamo rispettato gli impegni assunti con l'Unione Europea. È vero, ma vorrei ricordare che in campagna elettorale abbiamo preso anche l'impegno con i nostri elettori di affrontare il cosiddetto problema della quarta settimana; ciò, però, non è avvenuto. Non si dica che non c'erano le risorse poiché nella legge finanziaria si è scelto di premiare ancora una volta le imprese e di aumentare le spese militari. In questi anni, il costo della vita ha eroso pesantemente salari e pensioni. Sui giornali di oggi addirittura il commissario Almunia dice: «La loro quota sui redditi nazionali è ai minimi da anni. È una situazione ormai non più sostenibile».
Noi, nella finanziaria, non abbiamo dato risposta a questo problema e molte famiglie sono costrette a indebitarsi per mandare i figli a scuola o per curarsi da una grave malattia. Mentre avviene questo, un'altra parte del Paese accumula fortune immense, dirigenti aziendali pubblici e privati hanno compensi che sono un insulto per chi ogni giorno vive onestamente del proprio lavoro e guadagna 1.000 euro al mese. Questo spiega il calo dei consensi del Governo e la delusione che serpeggia nel nostro popolo, e questo ci dicono i fischi dei lavoratori della FIAT Mirafiori.
Ecco perché sarebbe grave - e su questo vi è un disaccordo, oltre che nostro, anche di tutte le organizzazioni sindacali - se si andasse ad una riforma previdenziale che, attraverso una riduzione dei coefficienti, decidesse di ridurre ulteriormente le pensioni. Pur con queste critiche, voterò la fiducia, poiché ritengo che oggi nel nostro Paese una crisi di questo Governo produrrebbe un quadro politico, per gli obiettivi che noi ci proponiamo, ancora più arretrato. (Applausi dal Gruppo RC-SE).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bordon. Ne ha facoltà.
BORDON (Ulivo). Signor Presidente, ieri il presidente Prodi ha spiegato con molta chiarezza, senza infingimenti, le ragioni dell'attuale crisi politica, ricordando le lacerazioni della sua, della nostra maggioranza, ma non nascondendo quello che a me sembra il problema principale, e cioè il problema di un sistema che da circa 15 anni cerca di trovare una sua naturale evoluzione lungo la strada della democrazia dell'alternanza e ci riesce solo in parte, e con molte, troppe contraddizioni.
Io dedicherò il mio intervento soprattutto a quest'ultima parte, ma prima vorrei che non ci dimenticassimo di alcuni fatti, anche se mi rendo conto che, in un dibattito politico influenzato ormai dalla categoria delle curve, può succedere di sentire dalla viva voce del leader o - mi scuso, come direbbe Casini - di uno dei leader dell'opposizione, un ragionamento di questo tipo: «Stare all'opposizione è semplice: se il Governo dice sì, io dico no, se il Governo dice no, io dico sì».
BIONDI (FI). È già successo.
BORDON (Ulivo). Può succedere, senatore Biondi, ma ci da tutta l'evidenza di una crisi che rischia di essere crisi più generale di classe dirigente. Ebbene, vorrei cercare almeno di ricordare alcuni dati, sperando che almeno sui numeri la dialettica maggioranza-opposizione si fermi.
Nel 1996, quando Romano Prodi assunse per la prima volta la Presidenza del Consiglio, la crescita del PIL era 0,7, l'indebitamento netto era al 7 per cento e il debito pubblico aveva superato la soglia del 120 per cento. Nel 2000, la crescita del PIL era andata al 3,6 per cento, come sapete per il nostro Paese e perfino per l'Europa e l'Occidente è una crescita molto sviluppata, il deficit era sceso sotto il 2 per cento, il debito pubblico sotto il 110 per cento.
Nel 2005 - si tratta di dati - la crescita del PIL era fondamentalmente negativa, il deficit aveva superato la soglia del 4 per cento e si avviava, senza correzioni, a superare probabilmente quella del 5 per cento, il debito pubblico aveva ricominciato a salire.
Come sappiamo, invece, dopo una finanziaria tosta, come abbiamo detto, - questi dati non sono solo previsionali, perché ci sono i dati di consuntivo dell'ultimo trimestre - tutti gli indicatori portano il PIL per il prossimo anno vicino al 2 per cento, il deficit sotto il 3 per cento e il debito pubblico nuovamente in discesa, ma il dato più importante è che si ha nuovamente una crescita dell'avanzo primario che, com'è noto, l'anno scorso era addirittura di segno negativo.
Questi sono i dati con i quali dovremo fare i conti. Certamente non posso sottovalutare il ritorno del tema della crisi più generale del sistema politico. Da tempo alcuni di noi pensano che occorra riformare nel profondo l'attuale sistema politico e istituzionale, da tempo molti di noi pensano e anche lavorano perché l'Italia diventi quanto prima una democrazia decidente, governante, matura, una democrazia dell'alternanza con regole e con una cultura di coalizione fortemente bipolare, chi vi parla direbbe addirittura bipartitica, che mi pare, in parte, sia mancata tendenzialmente anche in questa vicenda, in cui siano chiari sin dal momento del voto la maggioranza, il leader e la sua squadra e in cui vi siano gli strumenti per rendere questa democrazia finalmente decidente e partecipata con percorsi certi.
Qui si apre il grande tema dei Regolamenti della Camera e del Senato, un tema che, lo dico all'opposizione, avrei gradito fosse posto proprio da loro - io lo posi quando stavo all'opposizione - ricordando che conviene all'opposizione, oltre che a chi governa, avere regole certe, con un percorso privilegiato per chi governa ma è l'opposizione che ha l'interesse ad avere un sistema in cui si confrontano Governo e maggioranza da una parte e opposizione dall'altra, in cui c'è il leader dell'opposizione. Lo dicevo e lo dico ancora una volta, e conviene farlo quando ancora si è all'inizio della legislatura perché, in una sorta di quello che un grande filosofo liberale, Rawls, definiva il velo di ignoranza, chissà chi sarà colui che ricoprirà l'uno e l'altro ruolo nella prossima legislatura.
Prodi ieri ha richiamato con molta chiarezza questo, ha detto quindi che c'è bisogno assolutamente di una nuova legge elettorale, ha aggiunto anche, e io non posso che essere d'accordo con lui, che le regole del gioco si fanno ben al di la della sola e semplice maggioranza politica, e ha aggiunto quindi che occorre su questo che vi sia il dialogo con tutte le forze politiche - mi sembra che si debba andare lungo quella strada -, ma ha anche detto che occorre avere ben chiari gli obiettivi - li ho già elencati ma li ripeto -, che devono essere la possibilità per il cittadino di scegliere con il voto, come dicevo, squadra, maggioranza e leader.
Ecco temo che il sistema tedesco non sia il più adatto a questo scopo. Temo che il sistema tedesco, lungi dal raggiungere questo obiettivo rischierebbe di riaprire quelle falle che hanno per tanto tempo mantenuto il nostro sistema in una condizione che non era assolutamente né di democrazia decidente, né di democrazia matura, né di democrazia dell'alternanza. Quindi ritengo che il dialogo debba aprirsi ma un dialogo che sia finalizzato ad un obiettivo.
Da questo punto di vista, non ho mai ideologizzato lo strumento elettorale, che credo vada storicizzato da una parte, contestualizzandolo all'interno della situazione data anche di carattere politico di questo o quel Paese e, nello stesso tempo, per l'appunto, vincolato all'obiettivo che si vuole raggiungere. Sono certo che possano esserci diversi sistemi, io personalmente potrei propendere per un sistema uninominale e maggioritario anche a doppio turno, ma di sicuro ce ne possono essere altri. Certo non mi sembra che quello tedesco vada verso questi obiettivi.
Credo quindi che la strada che Prodi ieri ha indicato sia quella giusta, ma soprattutto penso che se noi non affronteremo di petto il problema della crisi complessiva a della maturazione del nostro sistema politico istituzionale avremo fatto solo un piccolo percorso e non il percorso giusto. (Applausi dal Gruppo Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mannino. Ne ha facoltà.
*MANNINO (UDC). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli rappresentanti del Governo, nessuno dei cirri, cumuli e nubi che la settimana scorsa avevano reso nero il cielo del Governo Prodi è stato spazzato via dal soffio di vento del discorso programmatico reso al Senato ieri dal presidente Prodi.
Basterebbe aver ascoltato da ultimo il senatore Grassi per capire quanto la maggioranza sia precaria sul terreno delle scelte fondamentali e sulle questioni fondamentali, che gravano prima ancora che sul Governo sull'intero Paese.
Questa constatazione sta a dimostrare che non basta un aggiustamento del programma di Governo, una lettura ristretta quale può essere il dodecalogo, rispetto al grande programma con cui il centro sinistra si è presentato agli elettori. Infatti, ogni argomento apparentemente accantonato è destinato ripresentarsi; ne é prova il fatto che lo stesso Governo e la stessa maggioranza, per esempio, sulla questione delicata dei Dico adesso si rimettono al dibattito parlamentare; il che significa una ripresa dell'iniziativa sulla questione e quindi l'accantonamento è soltanto apparente. Forse apparenti sono pure altri accantonamenti, perché il dodecalogo rinuncia ad alcune iniziative che il Governo aveva annunciato in settori molto delicati e molto interessanti.
Tuttavia, la concentrazione del programma di Governo non può essere risolutrice dei problemi reali; lo vedremo sul terreno della politica estera, quando le Camere saranno chiamate a votare il rinnovo della missione in Afghanistan. Non è che in Afghanistan si annuncia qualcosa di terribile in primavera per iniziativa degli Stati Uniti; in Afghanistan si annuncia un'offensiva in primavera: «quando tornerà il verde» - dice un recente proclama dei talibani - ci la sarà la loro offensiva. Ora, sull'Afghanistan sarebbe il caso di dire, una volta e per tutte, che noi ci dovremmo decidere a scegliere che cosa vogliamo: vogliamo che una prospettiva democratica dell'Afghanistan venga stabilizzata e che i talibani vengano sconfitti o vogliamo consegnare il Paese al nulla e al disastro?
Il Governo Prodi non sarà in condizione d'affrontare questa scelta. Non è invidiabile, come non lo è stata nelle settimane scorse, la posizione del Ministro della difesa, che almeno ha avuto il coraggio di chiamare le cose sempre con il loro nome. Non basterà il suo solitario coraggio, perché sulle scelte necessarie a compiersi occorrerà che la maggioranza sia autosufficiente.
Abbiamo provato a dare una versione temperata di questo bipolarismo muscolare; abbiamo provato, noi dell'UDC, quando sino dall'estate scorsa, sulle missioni militari abbiamo stabilito, prendendone l'iniziativa, le ragioni di una politica bipartisan. Le opposizioni del centro-destra hanno compiuto poi una scelta corrispondente a quella, che inizialmente ha rotto le acque stagnanti, avanzata dall'UDC. Non basta il superamento in termini bipartisan di queste scelte estremamente impegnative, quando la maggioranza non è se stessa e non può esserlo. Sarebbe il caso di ricordare che la maggioranza non può essere se stessa perché al Senato l'effetto perverso di una legge elettorale che - andrebbe ben ricordato -, nell'attribuire il premio di maggioranza in sede regionale, ha impedito alla maggioranza elettorale di avere l'intero premio di maggioranza.
Le responsabilità sono ben precise e sarebbe bene che gli esponenti della maggioranza ricordassero che loro non hanno ricevuto il voto in maggioranza del Paese. C'è una differenza minimale che dovrebbe rendere consapevoli che il Paese è diviso. Questo bipolarismo ha diviso il Paese. I due cartelli elettorali se lo contendono. 14 anni fa, con i vari referendum - mi rivolgo al senatore Bordon che ne fu protagonista attivo -, era stato promesso un sistema politico basato su un sistema elettorale - così come dice - governante e decidente effettivo.
Da 14 anni un sistema politico votato al rinnovamento, da 14 anni noi assistiamo soltanto alla partita Prodi-Berlusconi; Berlusconi-Prodi. In nessuna altra stagione dell'intera storia della Prima Repubblica i protagonisti sono rimasti i medesimi: non si vuole personalizzare, almeno nel ragionamento che sto facendo, ma si vuole sottolineare un dato ben preciso che dovrebbe essere ben presente alla riflessione politica di tutte le forze politiche.
Soltanto Prodi e Berlusconi nei due diversi campi sono stati capaci di coagulare i cartelli. Il che significa che il superamento dei partiti ideologici, dei partiti della Prima Repubblica si è risolto in due personalismi: i due cartelli sono due persone, al di là della loro vocazione, destinate anche alle tentazioni autocratiche che non vengono compiute soltanto da un leader in un campo, ma anche dall'altro leader nel campo opposto (Applausi dal Gruppo UDC) a seconda dei turni da recitare, se uno dei punti del dodecalogo è l'invocazione di un potere decidente in testa al Presidente del Consiglio.
Ed il risvolto oggi di questo rischio e limite della situazione bipolare, così come si è venuta disegnando in Italia, è rappresentato dalla invocazione del Presidente del Consiglio che inopinatamente ha voluto allargare il gioco perché questo gioco bipolare - onorevoli colleghi - non nascondiamocelo - sottintende l'incrocio di sogni, il più delle volte impossibili, perché questo è necessario ed imprescindibile nel momento in cui lo schematismo bipolare non dà più spazio a dinamiche interne. Abbiamo un bipolarismo che non è bipartitismo; abbiamo un bipolarismo che è multipartitismo. Non potevamo pensare che l'uscita dello schema dei partiti della Prima Repubblica dalla fase dei partiti ideologici potesse avvenire improvvisamente con uno scioglimento totale delle nevi, senza il rischio di un innalzamento delle acque che travolgerà tutti i continenti.
Questo è il punto fondamentale della crisi, dato - lo dico con molta franchezza - da una parte dalla mancata evoluzione del partito post comunista DS che invece di risolvere la propria funzione politica in termini di riassunzione della tradizione socialista si è spostata di campo. E dall'altra parte, di un leader che ha trovato uno spazio disponibile ed in chiave di anticomunismo lo ha occupato. È allora questa la democrazia ingessata; non era quella della Prima Repubblica. Questa è la democrazia ingessata in un bipolarismo che dà un risultato falso. Non siamo - lo dico subito - contrari al bipolarismo, ma al bipolarismo si preparano i partiti politici attraverso una loro trasformazione, una loro modernizzazione.
Nessuno avrebbe mai auspicato che il Partito Comunista rimanesse tale. Anzi. Ma tutti avremmo potuto auspicare che il Partito post-Comunista facesse delle scelte per le quali oggi, alla sua sinistra, non rimanessero quanti sono sufficienti ad impedirgli di governare, perché al Governo l'impedimento non è dato dalle opposizioni; l'impedimento e la difficoltà sono dati da tutto ciò che sta alla sinistra del futuro o futuribile Partito democratico. Noi dell'UDC vogliamo sfidare questa situazione. Abbiamo dichiarato che non c'è una opposizione. Vi sono due opposizioni non per prepararci a portare soccorso al centrosinistra, ma per tentare di scongelare questo sistema che rischia di paralizzare il Paese.
Il Governo Prodi forse, se Prodi ne avesse avuto il coraggio, avrebbe avuto la possibilità di mettere realmente in moto questa situazione. Prodi ha preferito ancora una volta, da una parte, chiudersi prussianamente nella sua maggioranza; dall'altra aprire a quell'incrocio di sogni che dovrà impedire qualunque evoluzione, a partire da quella del sistema elettorale, per la quale si prepara soltanto un'ipotesi referendaria. (Applausi dal Gruppo UDC).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Biondi. Ne ha facoltà per cinque minuti.
BIONDI (FI). Signor Presidente: «Cinque minuti. Conosco il mestiere», «La Boheme», Atto I.
Vorrei anzitutto esprimere il mio rincrescimento per procedere in contumacia, legittima ovviamente, del Presidente del Consiglio. Ieri lo avevo ascoltato dai microfoni della RAI, perché ero insieme al collega Treu a fare un commento alla radio al suo discorso, e avrei gradito vederlo ascoltare quanto ho da dire.
MORANDO (Ulivo). Prodi sapeva che ieri eri in contumacia tu.
BIONDI (FI). No, può essere in contumacia colui che è chiamato a svolgere un ruolo e lui è stato chiamato a svolgere un ruolo nientepopodimeno che dal Presidente della Repubblica, con un gelido invio qui al Senato e con un gelido accoglimento da parte di questa Assemblea. Devo dire che questa volta c'è voluta la Polizia per suscitare gli entusiasmi e per stabilire un momento di applauso convinto. Prima c'è stato un mormorio al centro e qualche timido, e anche qualche volta riservato, applauso a sinistra.
Prendiamo le cose come stanno e prendiamo anche atto di quanto nella sua requisitoria ha detto il collega Grassi. Una requisitoria motivata, una requisitoria fondata su considerazioni critiche, che io non condivido ma che fanno parte giustamente di un'impostazione politica che è la sua e del suo Gruppo, dalla quale però, come accade nelle sentenze, non deriva una logica, politica e giuridica, conseguenza rispetto alle premesse da cui si è partiti. Infatti, dopo aver fatto tutta questa critica, egli ha affermato che ciò nonostante avrebbe votato a favore.
Ecco, questo è un problema che riguarda la maggioranza e anche l'opposizione, perché non sappiamo che taglio dare ai nostri interventi, se stabilire una specie di ponte, di arco rampante, tra le nostre posizioni e quelle altrui per «tirare quattro paghe per il lesso» e stabilire quindi che la maggioranza vera è minoranza, oppure dire che vi è una maggioranza composita nella quale, nell'interesse generale, per tirare - stavo per dire a campare - ad avere ancora la maggioranza si riuniscono i volontari (abbiamo sentito Bordon), i preterintenzionali (abbiamo sentito Grassi) e forse i colposi (se sentiremo qualcuno che se ne assumerà poi la responsabilità). Questo trittico nel quale, invece che esservi un accordo, vi è convergenza di interessi, qualche volta può creare anche un rapporto proficuo. Molte volte i matrimoni di interesse sono più duri a morire rispetto a certi empiti affettivi che poi calano.
Può darsi che sia così, ma dal discorso del presidente Prodi abbiamo avuto la sensazione che lui stesso non ci creda. Quando ha fatto la «potatura» delle «XII Tavole», quando ha stabilito che si deve scegliere questo e quello, alla fine, dopo aver parlato bene degli italiani all'estero, persino del federalismo fiscale, per captatio benevolentiarum, che ha cercato anche in questa sede di porre in essere, alla fine è arrivato a parlare della riforma elettorale. Ma quando uno parla della riforma elettorale è quasi presago di un imminente destino, quello temuto dell'esistenza per davvero di un'elezione a breve termine e quello sperato di un'elezione in condizioni migliori.
Questo lo condivido. Sono convinto che sulla legge elettorale sia necessario fare un discorso serio tra di noi, qui dentro e fuori di qui, in termini di lealtà. Il sistema elettorale non garantisce la maggioranza di questi o di quelli, garantisce la regola con la quale il popolo sovrano nomina i suoi viceré - che qui dentro siamo noi - in sua rappresentanza. L'interfaccia del sistema parlamentare non è il Governo, è il cittadino elettore. Le formule con le quali ciò si può realizzare mi pare possano essere condivise, se vi è un punto di riferimento - e questo lo ha detto chiaramente il presidente Prodi - che non sia fazioso ma interessante l'intero arco nel quale muoviamo le nostre opinioni e qualche volta anche le nostre parole, non sempre corrispondenti - l'ho notato, purtroppo - alle opinioni. Credo perciò che dobbiamo, su questo punto, avere la speranza che si possa fare.
Ma quanti anni crede di campare il «soldato Prodi»?
FORCIERI, sottosegretario di Stato per la difesa. Cinque.
BIONDI (FI). Cinque? È un buon segno.
Io credo si possano cambiare anche i numeri, quelli della smorfia: 90 fa la paura, la vostra paura fa 158. Basta che si arrivi a quella soglia, quindi ad una maggioranza contabile, non ad una maggioranza politica, che si stabilisce il discrimine tra una posizione e l'altra in questo Paese diviso a metà.
Ho sentito parlare, giustamente, persino un Vice Presidente della legge elettorale che abbiamo fatto: alla Camera è andata bene, al Senato pare non piaccia. Volevo però dire, riguardo a questa legge elettorale, che l'ingratitudine di chi ne ha beneficiato è grande perché per «24.000 baci», per 24.000 voti si è determinato quello che con una bella espressione il collega Ranieri ha definito «bipolarismo rude». Certo, poteva essere un bipolarismo meno rude. Ho ascoltato ed anche apprezzato il discorso parlamentare del collega Ranieri; fa piacere ogni tanto poter fare un complimento anche a chi è dall'altra parte.
PRESIDENTE. Senatore Biondi, termini con il complimento.
BIONDI (FI). Il bipolarismo rude lo avete applicato voi quando avete respinto, con la differenza minima di voti che avete avuto, quello che poteva essere non un ravvedimento attuoso dell'attuale minoranza, ma una volontà di lavorare meglio insieme.
Ci avete detto di no e avete preso tutto quello che potevate. Beh, non è un bel modo per applicare un bipolarismo aspro invece che rude. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Viespoli. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (AN). Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, cercherò rapidamente di fare alcune riflessioni rispetto all'intervento del Presidente del Consiglio e alle considerazioni in esso contenute che riguardano più il leader politico che non il Presidente del Consiglio, a partire da una considerazione.
A proposito dell'intervento del Presidente del Consiglio, potrei utilizzare un fondo autorevole apparso oggi su «la Repubblica» che liquida il tentativo del Presidente del Consiglio come una sorta di operazione di sopravvivenza, quindi potrei dire con una battuta che ci troviamo di fronte ad un Governo e ad una maggioranza del Dico e del non Dico, del non detto e del già detto.
Potrei chiosare ulteriormente l'intervento del Presidente del Consiglio come una sorta d'intervento ad personam, perché un pensiero, una frase, un paragrafo, una buona intenzione non si nega a nessuno: non si nega a Rifondazione Comunista, non si nega ai rosso-verdi, non si nega con il tentativo politicamente significativo rispetto alla politica estera e alla continuità con la politica estera nell'intera storia repubblicana, come è scritto nell'intervento del Presidente del Consiglio, di ammiccare all'onorevole Andreotti, dovendo però in questo modo segnare le distanze rispetto alle posizioni del Ministro degli affari esteri che aveva rivendicato la discontinuità, mentre il Presidente del Consiglio rivendica la continuità.
Da questo punto di vista, potrei chiosare dicendo che, mentre D'Alema ha sfidato, il Presidente del Consiglio ha infiorettato. Tuttavia, continuando di questo passo, rischierei di non centrare le questioni di ordine programmatico e di ordine politico rilevanti.
Per quanto riguarda le questioni programmatiche, mi soffermo su una che le contiene e le esprime, in qualche modo, in maniera importante e significativa.
Il Presidente del Consiglio ha cercato di recuperare la centralità del tema del Mezzogiorno e lo ha fatto con una sorta di discorso ovvio, per certi versi scontato e banale. E proprio questa banalizzazione del problema ha evidenziato la sottovalutazione della questione. Lo dico rispetto alla incapacità di intrecciare la questione del Mezzogiorno rispetto a due grandi questioni: il tema del Mediterraneo e quello del federalismo fiscale.
Da una parte, il Presidente del Consiglio parla del rapporto Europa‑Africa, distribuendo un po' di pillole di veltronismo, senza porsi il tema del Mediterraneo, della sua centralità e della funzione geopolitica e geoeconomica che il Mezzogiorno può svolgere e sviluppare; dall'altro, il tema del federalismo fiscale è un ammiccamento verso alcuni settori della minoranza-maggioranza, che, però, se non chiarito, rappresenta una pietra rispetto alla centralità del Mezzogiorno. Lo dico, signor Presidente, proprio in un contesto nel quale il tema del federalismo fiscale è stato riproposto.
Rivolgo, allora, una domanda semplice: quando parliamo di federalismo fiscale, ci riferiamo ad un recupero dei criteri e dei modelli del decreto n. 56 del 2000, cioè parliamo di una riproposizione della posizione di Giarda rispetto al federalismo fiscale, oppure parliamo della continuità del lavoro della commissione Vitaletti e dell'alta commissione sul federalismo fiscale? Parliamo di un federalismo in cui la perequazione è realizzata dal recupero del ruolo dello Stato nazionale o da una sorta di compensazione infraregionale, che toglie di mezzo lo Stato nazionale? Il federalismo fiscale si fa interpretando il comma 5 dell'articolo 119 della Costituzione in termini letterali, o attraverso un meccanismo evolutivo per cui con quell'articolo, con quelle risorse aggiuntive si possono coprire le spese ordinarie e le spese correnti? Ciò rappresenterebbe una mazzata terribile per il Mezzogiorno e sarebbe in contraddizione rispetto al tentativo che le Regioni meridionali e quelle del Nord stanno compiendo per costruire un federalismo fiscale che unisca e non divida.
Che parliamo a fare di Mezzogiorno se non affrontiamo questi argomenti? Di che cosa parliamo? Della banalizzazione del Mezzogiorno? In queste ore e in questi giorni, intanto, Sarkozy incontra Zapatero per parlare dell'unione del Mediterraneo, per parlare della funzione geopolitica del Mediterraneo, del rapporto tra l'unione del Mediterraneo e quella dell'Europa, cioè del Sud del mondo, per affrontare i grandi problemi e le grandi questioni di un mare che può diventare una grande prospettiva e un grande fattore competitivo per il Mezzogiorno. Dov'è la visione euromediterranea del Sud, se non si recupera questa dimensione del problema? Non è paradossale parlare di Mezzogiorno proprio mentre francesi e spagnoli si preoccupano della funzione del Mediterraneo e noi, invece, ci occupiamo di dare qualcosa a tutti?
Una battuta mi è venuta spontanea, quando ho sentito parlare il Presidente del Consiglio dell'acqua. Ho pensato agli ultimi due punti del dodecalogo, che doveva essere la svolta moderata e invece è diventata la svolta evaporata. Ho pensato che si volesse dire «acqua in bocca», nel senso di evitare che la dialettica della maggioranza rompesse il tentativo del Presidente del Consiglio di essere sintesi della dialettica e della diversità delle posizioni. (Applausi dal Gruppo AN).
Proprio gli accenni contenuti nel programma, in particolare sul tema del Mezzogiorno, quindi, mi inducono ad una serie di considerazioni e di riflessioni che ho solo cercato di evidenziare e di accennare. Non basta il riferimento ai 100 o ai 120 miliardi di euro. Continuare a pensare che il problema sia di carattere quantitativo è alibistico e fuorviante. Il problema è la qualità delle risorse, la direzione della spesa, l'organicità della spesa, l'effetto sistemico della spesa. Il periodo tra il 2000 e il 2006 ha visto risorse ingenti per il Mezzogiorno, ma le classi dirigenti meridionali, i Governi di centro-sinistra del Mezzogiorno hanno continuato nella dissipazione, nella dispersione e nell'incapacità di affrontare strutturalmente i grandi problemi del Mezzogiorno e la grande progettualità che ci deve essere, per valorizzare una nuova stagione di cultura locale, che altrimenti diventa localismo e non si pone lungo la rete che deve costruire la capacità dal locale al globale di costruire ipotesi nuove del Mezzogiorno.
Poiché il tempo scorre, vorrei fare alcune considerazioni di carattere politico, a partire da un dato. Credo che il Presidente del Consiglio meriti apprezzamento perché ha evitato che il trasformismo potesse essere alibisticamente confuso con le trasformazioni.
In realtà, le trasformazioni non ci sono. Da questo punto vista, il Presidente del Consiglio ha compiuto un'impostazione chiara di taglio bipolare, dicendo con chiarezza che anche questa sua riflessione è in continuità con il programma dell'Ulivo. Ha delimitato, perimetrato la maggioranza, ha cercato di dire con chiarezza: quella è la maggioranza, quello è il riferimento, quello è il tentativo che sta facendo per ricomporre in qualche modo una maggioranza che sui temi di politica estera, e non solo, aveva manifestato delle difficoltà.
Concludendo, credo meriti apprezzamento anche la riflessione ultima, quella che cerca correttamente di inquadrare il problema che abbiamo di fronte, cioè la grande questione del riassetto istituzionale e costituzionale di questo Paese rispetto al Titolo V della Costituzione - lo vorrei ricordare a me stesso - che ha determinato la rottura della configurazione gerarchica e l'orizzontalità delle istituzioni, togliendo ruolo e funzioni allo Stato nazionale. Esso ha determinato il blocco della modernizzazione del Paese, perché voi potete cianciare di liberalizzazioni, ma vi scontrerete con la legislazione concorrente, vi scontrerete con le Regioni e quando parlate dell'ICI (nel tentativo simil-berlusconiano, che è l'unico che ha ricevuto l'applauso del centro-sinistra, ironia della sorte) dimenticate i Comuni. Ricordo che si tratta di un'imposta comunale, non è una tariffa, è un'imposta. È altra cosa rispetto alla propaganda di quattro righe per cercare di ammiccare a chi ha bisogno di trovare il pretesto per dimostrare che qualcosa è cambiato.
Chiudo con una sola battuta: il Presidente del Consiglio ha giustamente inquadrato il tema del riassetto costituzionale. Ha scelto però il momento sbagliato ed il Governo sbagliato per poterlo fare. Quando ha parlato della riforma elettorale in realtà ha espresso una posizione chiara, in contrasto con quella espressa ancora una volta dal Ministro degli affari esteri, il quale non parlava inglese stando a Palazzo Chigi e parla tedesco dal Ministero degli affari esteri. Prodi, almeno in questo, ha cercato di parlare italiano. (Applausi dai Gruppi AN e FI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pinzger. Ne ha facoltà.
PINZGER (Aut). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, annuncio il mio voto favorevole e la mia rinnovata fiducia al Governo Prodi, non solo perché esiste un patto tra il mio partito - la Südtiroler Volkspartei - e il signor Presidente, ma soprattutto perché il Governo Prodi ha dimostrato stima e rispetto per le minoranze linguistiche, valori che mancavano completamento al Governo precedente.
Ritengo comunque necessario sottolineare l'importanza del programma dei dodici punti presentato dal signor Presidente del Consiglio. In particolare, vorrei sottolineare il punto cinque del programma che recita: «Prosecuzione dell'azione di liberalizzazioni e di tutela del cittadino consumatore nell'ambito dei servizi e delle professioni».
Senza dubbio, il consumatore deve essere tutelato, ma ritengo allo stesso momento necessario tutelare, rispettare e promuovere le migliaia di piccole e medie imprese del nostro Paese che, nel delicato passaggio, dovevano essere accompagnate con misure transitorie che rendono possibile il loro sviluppo e prepararsi all'apertura del mercato globale. Proprio loro hanno bisogno di una promozione particolare per poter svilupparsi e poter sopravvivere nella feroce competizione mondiale.
Per poter garantire la loro sopravvivenza e per assicurare l'andamento positivo dell'economia italiana, mi auguro e mi aspetto che non verranno introdotti ulteriori ostacoli burocratici, quale, per fare un esempio, la trasmissione degli elenchi di fornitori e clienti, un aggravio burocratico completamento inutile.
È compito del Governo quello, non solo di assicurare nel settore pubblico lo sviluppo di posti di lavoro sicuri, ma di favorire soprattutto la creazione e lo sviluppo di posti di lavoro nel settore privato. I giovani che vogliono creare una nuova impresa o succedere nell'impresa di famiglia devono trovare un clima di incoraggiamento e di fiducia. È il Governo che deve creare le condizioni e un clima favorevole affinché un'azienda possa guardare con ottimismo al futuro.
Concludo dicendo che finalmente il Paese, per la prima volta dopo anni di stagnazione, può sperare in un andamento positivo e in una crescita incoraggiante dell'economia. Proprio in questa fase delicata, l'economia ha bisogno di un sostegno allo sviluppo attraverso una politica favorevole ai bisogni delle imprese, soprattutto per quelle di piccola e media dimensione, che sono la maggior parte e rappresentano la spina dorsale dell'economia del nostro Paese.
L'economia sudtirolese, ma anche quella italiana, hanno dato esempio di come le piccole e medie imprese possano crescere e diventare competitive a livello mondiale. Le chiediamo, pertanto, la necessaria attenzione per sviluppare e supportare queste imprese nei loro sforzi. Confidiamo in lei, signor Presidente, affinché si faccia personalmente interprete di queste esigenze. (Applausi dal Gruppo Aut e della senatrice Brisca Menapace).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Salvi. Ne ha facoltà.
SALVI (Ulivo). Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, daremo il nostro sì convinto alla fiducia chiesta dal presidente Prodi. Questo Governo può e deve proseguire la sua azione per realizzare gli obiettivi indicati nel suo programma, per dare una risposta alle attese e alle speranze dei cittadini che ci hanno dato il consenso per governare.
Certo, quel consenso nella primavera scorsa fu inferiore a quello che avevamo previsto e auspicato. Da ciò deriva la difficoltà numerica nella quale la maggioranza si trova in Senato; ma questa maggioranza in Senato finora c'è stata, con l'unica eccezione dei due voti recenti sulla base di Vicenza e poi sulla politica estera, quando colleghi della maggioranza, peraltro collocati nelle due circostanze sui due versanti opposti del nostro schieramento, non hanno espresso il voto secondo le indicazioni del Governo.
Tuttavia, sarebbe un errore pensare che la difficile condizione politica di oggi, che il presidente Prodi ha giustamente e serenamente riconosciuto nel suo intervento in quest'Aula, provenga dal fatto che in Senato la maggioranza sia divisa e inaffidabile. È giusto dire, al contrario, che il centro-sinistra, tutto il centro-sinistra (la sinistra radicale e le componenti moderate) ha offerto sempre, tranne nelle due votazioni prima ricordate, alta prova di fermezza e di coesione.
La nostra difficoltà nasce da un'altra ragione, che sarebbe sbagliato nascondere innanzitutto a noi stessi: essa deriva dall'indebolirsi del rapporto con il Paese, dall'affievolirsi della nostra capacità di ascolto e da una definizione di priorità che il Paese non ha inteso pienamente condividere. È da qui che occorre ripartire e il discorso di ieri del presidente Prodi contiene certamente gli elementi per farlo.
Il Presidente del Consiglio ricorderà di certo la legge finanziaria che il suo primo Governo mise in campo per entrare nell'Europa dell'euro: fu un sforzo di dimensioni pari a quello compiuto nella recente finanziaria e fu richiesto in un momento e in una condizione politica almeno altrettanto difficili. Eppure i consensi aumentarono e la coalizione di Governo ne uscì rafforzata. Allora fummo capaci di parlare al Paese; lo stesso non siamo riusciti a fare finora e dobbiamo invece fare da oggi in poi.
È giusto parlare di sistemi elettorali e di riforme istituzionali ed è giusta la ricerca di un'intesa con le opposizioni, a differenza di quello che fece il centro-destra nella passata legislatura, quando impose una riforma di parte, poi fortunatamente bocciata dai cittadini con lo straordinario referendum dello scorso anno.
Non intendo qui tacere una mia breve valutazione di merito. Il problema non è fare una legge elettorale qualsiasi, ma farne una che risponda alle ragioni istituzionali di crisi della Seconda Repubblica, cioè a un bipolarismo forzato e rissoso, che si accompagna alla moltiplicazione di partiti e partitini, diventati oggi 25, e probabilmente sbaglio per difetto.
A questa crisi la proposta contenuta nel referendum di cui si parla dà nel merito una risposta secondo me profondamente sbagliata e trovo anche sbagliata - mi permetto di dirlo - la presenza nel comitato promotore di esponenti del Governo.
Personalmente, ritengo che la soluzione migliore sia quella offerta da un sistema come quello adottato nella Germania, che ha consentito per oltre sessant'anni in quel Paese stabilità dei governi e democrazia dell'alternanza, tranne le limitate occasioni nelle quali le maggiori forze politiche hanno ritenuto di scegliere provvisoriamente la via della grande coalizione.
Sono temi importanti, ed è giusto affrontarli; ma per ritrovare il consenso nel Paese altre sono le priorità. Due temi possono essere considerati, a mio avviso, decisivi a questo riguardo.
Il primo punto riguarda il disagio sociale, il lavoro, il precariato; il lavoro che non c'è, e se c'è è instabile e insicuro, e quando è stabile è retribuito in modo vergognosamente basso. Dobbiamo rilanciare il nostro impegno per gli obiettivi di Lisbona: la piena, stabile, buona occupazione.
Piena occupazione vuol dire politiche per portare il lavoro là dove manca: nel Mezzogiorno d'Italia. Intere periferie urbane del Sud sono abbandonate alla disperazione di chi il lavoro non ce l'ha, e nemmeno ha la speranza di averlo. La criminalità mafiosa trova facile terreno di reclutamento, aggravando ulteriormente il danno per il Sud. E' ripreso il fenomeno dell'emigrazione, spesso di giovani laureati, colti e preparati, costretti ad abbandonare il Sud e le loro terre per trovare altrove la speranza di una vita decente. Per il Sud serve lavoro e legalità: più lavoro e più legalità.
Servono politiche pubbliche; la crescita economica è importante ma non basta, perché senza un indirizzo e una guida politica il mercato da solo non crea lavoro laddove questo manca.
Per quanto riguarda l'occupazione stabile, il contrasto alla precarietà non si affronta solo con gli ammortizzatori sociali; serve una nuova legislazione del lavoro che rovesci la logica della legge n. 30 del 2003 e riaffermi il principio del lavoro a tempo pieno e indeterminato come forma ordinaria.
Buona occupazione vuol dire che al lavoro deve accompagnarsi un reddito dignitoso. Lo dice la nostra Costituzione, quando all'articolo 36 afferma che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione in ogni caso sufficiente ad assicurare a lui e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Oggi non è così, e non solo per i precari o per i lavoratori in nero, ma neppure per i cosiddetti garantiti, perché un operaio, un impiegato, un insegnante con 1.000 euro al mese o poco più, se nella famiglia c'è un solo reddito, se ci sono figli da far studiare, se la casa non è di proprietà, è oggi povero, povero in senso tecnico. Questa situazione per un Governo di centro-sinistra è inaccettabile e su questo i nostri concittadini ci hanno chiesto e ci chiedono di intervenire. Non dobbiamo mai dimenticare i fischi degli operai di Mirafiori.
Sui quotidiani di oggi vi è la notizia che perfino l'ECOFIN, struttura normalmente non attenta alla questione sociale, ha posto il tema. Cito testualmente le parole del presidente di turno: «Se per anni le fasce medio-basse hanno subito perdite nette di salario a fronte di un'esplosione dei profitti, prima o poi si arriva a una crisi di legittimità del modello europeo di economia sociale di mercato». In Italia questo problema è particolarmente drammatico. Dobbiamo affrontarlo con determinazione, a partire dalla definizione del tasso di inflazione programmata nel prossimo DPEF, se è vero che l'ISTAT ha reso noto di recente che il tasso d'inflazione per le famiglie povere, dove non si contano i telefonini ma gli alimentari e le spese per vestirsi, è del 2,9 per cento. Quindi, molto importante è stato ieri il richiamo del presidente Prodi ai temi del lavoro e all'esigenza della lotta alla precarietà.
Un secondo punto riguarda i costi della politica. Ho visto che se ne parla nei dodici punti resi noti nei giorni scorsi e, del resto, era già nel programma dell'Unione. E' un tema giusto e popolare insieme. E' giusto per la ricerca di una nuova etica pubblica; è giusto per il risparmio che ne può derivare (di recente abbiamo quantificato con un calcolo moderato in circa 6 miliardi di euro i vantaggi per la finanza pubblica), ed è giusto come strumento essenziale per la modernizzazione e per la competitività del sistema Italia.
Ed è popolare perché i nostri concittadini sono stanchi dei nostri privilegi, della nostra arroganza, del nostro disinvolto uso di fondi pubblici per spese inutili o utili solo per costruire sacche di consenso clientelare. Affronti questo tema con determinazione, presidente Prodi, il Paese lo attende.
Noi confermiamo la fiducia al suo Governo, le chiediamo di andare avanti ritrovando la piena capacità di parlare alle donne e agli uomini di questo Paese, di ascoltare le domande che essi ci pongono e di dare a quelle domande una risposta efficace.
È importante durare, ma anche per durare occorre cambiare passo, occorre dare al Paese le risposte che attende, la speranza di un futuro, quello che fortemente ci chiede. Confermiamo quindi al Governo il nostro pieno, leale e convinto sostegno. (Applausi dai Gruppi Ulivo e RC-SE e dai banchi del Governo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Galli. Ne ha facoltà.
GALLI (LNP). Signor Primo Ministro, molto prima di quanto personalmente mi aspettassi, il suo Governo è arrivato al capolinea. Tutte le manifestazioni di forza e la supponenza sbandierate in questi mesi ci avevano convinto che un minimo di consistenza la sua maggioranza l'avesse. In realtà, è bastato pochissimo per far crollare il suo misero castello di sabbia ed esporre l'intero Paese al ludibrio internazionale per la vergognosa sceneggiata cui abbiamo dovuto assistere in queste settimane.
L'occasione, comunque, ci fornisce l'opportunità di fare il punto della situazione dopo dieci mesi di Governo di centro-sinistra e di immaginare, in base al suo discorso di ieri, quale potrà essere il futuro prossimo del Paese. Che lei e i suoi Ministri viviate in un altro mondo o siate semplicemente fuori dalla realtà, lo avete dimostrato con i pochi ma devastanti interventi legislativi in questi mesi e con le deliranti affermazioni che abbiamo dovuto udire in quest'Aula.
Tocchiamo velocemente, per motivi di tempo, i passaggi più qualificanti. Partiamo dalla politica estera, ufficialmente la causa della caduta della settimana scorsa. Nel suo Governo è evidente la confusione e la contraddizione ideologica che regna. Accanto a personaggi dichiaratamente filoamericani, avete esponenti di quell'antiamericanismo viscerale che ha caratterizzato la storia della sinistra italiana degli ultimi sessant'anni, personaggi pronti a sfilare in piazza contro ogni attività a stelle e strisce e completamente ciechi e sordi di fronte a qualunque altra violenza esistente al mondo, pronti a criticare gli americani, che le guerre le fanno con la televisione al seguito e con la libera opinione pubblica, e ciechi e sordi di fronte a tutte le altre guerre combattute nel silenzio della dittatura mediatica e della compiacenza ideologica degli intellettuali occidentali: l'Unione Sovietica che massacra e continua a massacrare da decenni i cittadini ceceni, i cinesi che stanno ripulendo etnicamente le regioni del Tibet, i massacri perpetrati nel continente africano, per non parlare degli eccidi che quotidianamente l'integralismo islamico compie in metà dei Paesi del mondo.
Con lo stesso Israele la vostra posizione è estremamente parziale: mettete sullo stesso piano la democrazia israeliana con le dittature dei Paesi confinanti e non avete nemmeno l'onestà minima di riconoscere che, dal 1967 in avanti, sono stati sempre i Paesi arabi confinanti ad attaccare Israele, perdendo regolarmente ogni volta, e che anche l'ultimo conflitto è nato dall'attacco sconsiderato dei missili degli Hezbollah, proprio mentre gli israeliani si stavano unilateralmente ritirando dai territori conquistati nelle guerre scatenate dagli arabi stessi.
Nonostante questo, la sinistra integralista del vostro schieramento vorrebbe ancora l'allontanamento unilaterale dall'Afghanistan, con l'unico risultato di far ricadere le popolazioni di quel Paese, soprattutto le persone più deboli, sotto la follia integralista talibana.
E ha un bel dire che il futuro della diplomazia è quello del multilateralismo, considerando che al mondo in questo momento esiste solo la forza degli Stati Uniti, dell'Unione Sovietica e della Cina e la follia integralista del mondo arabo. Mentre l'Europa, quell'Europa da lei così osannata, si è autonomamente relegata in una posizione inconsistente, impegnata com'è a decidere se dovrà essere in futuro una potenza politica o semplicemente un'area asettica e melliflua di scambio economico.
Ad un po' di confusione mentale siamo comunque abituati, considerando ad esempio che la stessa parte integralista del suo Governo non ha niente da dire sulla missione nel Libano, forse perché i nostri militari sono lì a far nulla, e non ha avuto nulla da dire quando nell'altro Governo di centro-sinistra l'allora primo ministro D'Alema mandò i nostri caccia, senza nemmeno avvertire il Parlamento, a bombardare un popolo europeo e cristiano, a poche centinaia di chilometri dai nostri confini.
Se in politica estera la confusione regna sovrana, con la conseguente caduta verticale del nostro Paese nello scenario internazionale, in politica economica regnano l'ipocrisia e la menzogna. Lei ha avuto il coraggio di dire in quest'Aula che bisogna far presto e riprendere in fretta l'azione di Governo per non vanificare i risultati fin qui conseguiti e i grandi benefici che i nostri consumatori stanno ricevendo, citando il dato di crescita economica del 2 per cento nel Paese del 2006, da confrontare per altro con il quasi 3 per cento della media dell'Unione Europea.
Signor Presidente, mi permetto di ricordarle che, seppure questo è il palazzo della politica e quindi del qualunquismo più sfrenato, ad andare oltre il limite del buon senso si rasenta il cattivo gusto.
Le elezioni si sono svolte nell'aprile 2006, avete fatto il Governo a giugno, fino a settembre si è parlato solo di indulto e la vostra finanziaria è partita solo da gennaio di quest'anno. I brillanti risultati economici del 2006 sono quindi da ascrivere integralmente all'azione politica del Governo della Casa delle Libertà che, con le sue riforme ed il suo atteggiamento mentale nei confronti dell'impresa, ha portato la disoccupazione al 7 per cento (miglior risultato degli ultimi 30 anni), con Francia e Germania contestualmente al 10 per cento, con oltre 23 milioni di occupati (massimo storico di sempre) e 40 miliardi di euro di gettito fiscale in più pur avendo, anche se di poco, ridotto le tasse.
A meno che lei si riferisse al cosiddetto decreto Bersani, quello delle liberalizzazioni, che ha avuto come unico risultato quello di non ridurre le code alle stazioni di taxi, ma di aumentare il costo della corsa Fiumicino-Roma da 35 a 40 euro; che ha fatto vendere l'aspirina alle Coop (del resto, bisognava darlo qualche contentino a chi ha votato); che ha contestualmente aumentato l'IVA dal 10 al 20 per cento sulla nutella; che ha aumentato le tasse sugli immobili industriali e ha introdotto una settantina di nuove balzelli ed adempimenti fiscali. Oggi neanche nella Sierra Leone hanno il registro clienti-fornitori.
Per il resto, stiamo ancora aspettando. Stiamo ancora immaginando tutte le altre rivoluzioni economiche. Quello che invece non immaginano, ma hanno già visto con sgomento in busta paga i lavoratori delle fasce più deboli, sono gli aumenti delle trattenute, la riduzione delle deduzioni e delle detrazioni, tanto che oggi non i miliardari, ma gli operai e gli impiegati da 1.200 euro al mese, con moglie e figli a carico, hanno visto ridotta la propria busta paga.
Di più, con l'obbligo imposto agli enti locali di aumentare le addizionali, proprio le famiglie più deboli economicamente e più numerose risultano essere quelle più penalizzate.
Ieri lei è venuto a parlarci di politica della famiglia, di asili nido, di edilizia convenzionata, addirittura dell'ICI sulla prima casa: ICI, allora ISI, inventata proprio durante il suo Governo e che ora con la sua finanziaria, che prevede gli aumenti degli estimi catastali, sarà raddoppiata o addirittura triplicata.
L'ipocrisia, peraltro, è la vera trave importante della sua politica: ieri ci ha parlato dei giovani e della sicurezza del loro futuro; i segretari dei partiti comunisti vanno in televisione a demonizzare la legge n. 30 del 2003 della Casa delle Libertà, mentendo deliberatamente sul fatto che il suo ministro Treu inventò il lavoro flessibile, con i contratti a progetto, i Co.Co.Co. e tutto il circo Barnum delle regole sul lavoro precario in Italia.
Presidente Prodi, dovremmo citare tante altre cose, ma il tempo a disposizione non ci permette di farlo. Vorremmo chiederle, quando fa riferimento all'energia, di cosa parla, se si riferisce ad un ritorno ragionevole al nucleare, alle centrali di ultima generazione a carbone, o se semplicemente, per tirare a campare e non scontentare Pecoraro Scanio, ha in mente di riempire il Paese con mulini a vento e specchi fotovoltaici; se i rigassificatori si faranno, se si faranno in Veneto (tanto non importa, visto che governa la Casa delle Libertà) e non si faranno in Puglia perché governa il comunista Vendola (un comunista, peraltro, che si dà 25.000 euro al mese di stipendio!).
Vorremmo sapere anche se la TAV si farà, se ha intenzione di tirare a lungo ancora un anno e far perdere così due anni al Paese, visto che in dieci mesi tutto quello che siete riusciti a fare è stato di bloccare i cantieri. Volete ripetere l'exploit del 1996-2001, quando nemmeno un metro di opera pubblica è stata realizzata.
Non parli, per favore, di produttività, competitività e crescita; non ne parli per carità di patria o semplicemente per dignità.
La sua storia personale e la sostanziale chiusura di tutte le grandi aziende pubbliche dove lei è passato glielo impediscono; glielo impediscono soprattutto quei Ministri cresciuti nell'odio di classe, anche se tutti rigorosamente figli di borghesi, e che, quando non tiravano le molotov, per loro stessa ammissione militavano nell'area pauperista e antindustriale del sindacato, quella - per intenderci - che ha fatto chiudere tutte le grandi aziende presenti sul territorio nazionale negli anni Settanta ed Ottanta.
Per queste ragioni è saltato il suo Governo, per tutte le contraddizioni presenti al suo interno e per i danni catastrofici che stavano procurando al Paese.
La politica estera è stata solo un pretesto e i Dico il mezzo.
Ritengo quindi che male abbia fatto il presidente della Repubblica Napolitano a non accettare le sue dimissioni e a non obbligarla almeno a cambiare un po' la squadra. Del resto, basta vedere le posizioni di Napolitano del 1956 per capire da che parte tira.
Una crisi vera però avrebbe almeno dato l'impressione al Paese di una vera discontinuità, e a lei l'opportunità di liberarsi delle presenze più improponibili. A partire dal ministro D'Alema, la cui spocchiosa saccenza le è costata il voto della settimana scorsa, e che non fa certo un buon servizio al Paese andando a braccetto in
mondovisione con i terroristi. O il ministro Ferrero, quello che ha in mente una riforma pensionistica esattamente opposta alla sua, quello che voleva le sale pubbliche per farsi le canne, e che voleva con l'immigrazione selvaggia ripulire etnicamente le zone ad alta intensità leghista. O le ministre Bindi e Pollastrini, che prima di presentare leggi che le sono costate la legislatura, avrebbero dovuto almeno avere il buon senso di chiedere il permesso a chi di dovere. O l'ultima scoperta, quel ministro della funzione pubblica Nicolais che ha addirittura modificato la sua sacra e inviolabile finanziaria 2007 per poter sforare sul compenso ai presentatori del Festival di Sanremo.
Così lei, Primo ministro di un Governo con all'interno DS, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, da una parte vuole rivedere al ribasso i coefficienti per il calcolo delle pensioni e dall'altra a persone già ricchissime darà un compenso di quasi un milione di euro per una settimana di lavoro. Complimenti.
Di federalismo e di tutto il resto non parlo nemmeno perché la Padania, i padani, il sistema socio-economico settentrionale sono quanto di più lontano dalla sua sensibilità, e ogni parola detta sarebbe perfettamente inutile.
Voglio concludere solo ringraziando. Prima di tutto per lo spettacolo che ci ha fornito. Da tempo non ci si divertiva così in Senato. Poi per la speranza che ha dato al Paese. Come minimo, qualche settimana l'abbiamo guadagnata e in questo periodo non avete avuto la possibilità di fare danni. E poi perché il suo dodecalogo di ieri non è il programma futuro ma, come è evidente a tutti, il suo testamento politico. Il suo Governo potrà durare qualche settimana o qualche mese, ma politicamente è morto la settimana scorsa.
Ieri si è prodigato in promesse a tutti soprattutto con la legge elettorale ma è evidente che più in là di tanto non si potrà comunque andare, e in questo senso l'anno appena passato e il prossimo che ci aspetta rappresentano la più potente campagna elettorale che si sia mai vista nel nostro Paese. Avete perso o perderete metà dei vostri elettori e ci avete fatto recuperare tutti quelli che già dalla nostra parte erano rimasti insoddisfatti per la presunta scarsa incisività della nostra azione, ora che hanno visto la vostra. Grazie, quindi, onorevole Prodi.
Solo un'ultima cosa: nei prossimi mesi parli pure di leggi elettorali, di PACS, di teorie di integrazione, di tutto quello che è il repertorio dell'inutile politico. Ma lasci stare tutto il resto, non si occupi più di cose serie. Di danni ne ha già fatti abbastanza. Ci lasci, per la prossima volta, un Paese devastato sì, ma non totalmente distrutto. (Applausi del senatore Selva).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Palma. Ne ha facoltà.
PALMA (FI). Signor Presidente, di qui a poco, probabilmente con il voto di qualche nostrano Metternich o di chi nel cognome porta scolpito il segno della sua inaffidabilità dichiarativa, il Governo forse otterrà la fiducia da parte del Senato. Ciò nonostante - voi lo sapete molto meglio di me - la vostra stagione politica è finita. E dispiace, davvero dispiace, che ieri il Presidente del Consiglio, invece che prendere la strada del canto del cigno, si sia ostinato a continuare a fare lo struzzo, così privilegiando l'accanimento terapeutico rispetto alla dignità della morte. Come tutti quelli che non intendono parlare, ci ha inondato di una serie di parole generiche e vuote, e nella sua triste loquela è giunto financo a dire che di qui a poco avrebbe ridotto l'ICI, non rendendosi conto che così dava ragione proprio a quel Berlusconi che, nel corso della campagna elettorale, aveva immaginato e affermato la percorribilità di quella possibilità.
Nulla, davvero nulla è stato detto dal Presidente del Consiglio in ordine ai nodi politici che sono sul tappeto, nodi politici, si badi bene, che sono stati posti tutti dalla sua, dalla vostra maggioranza. Nel non dire, il Presidente del Consiglio non ha chiarito ai componenti della sua maggioranza ed al Paese in che modo intenda sciogliere questi nodi, quasi che la risoluzione numerica potesse comportare anche la risoluzione di una profonda crisi politica. Né il presidente Prodi immagini che utilizzando il dodicesimo punto del suo decalogo che, come dire, lo ascrive alla categoria dei giudici conciliatori, potrà, attraverso la sua opera di paternalistica conciliazione, risolvere i grandi problemi del nostro Paese.
Veniamo al dunque. Mi rendo conto che probabilmente il presidente Prodi non dedicherà attenzione, nella sua replica, alle parole di questo oscuro parlamentare, ma vorrei chiedere al presidente Prodi, oltre alla Conferenza di pace, che abbiamo proposto e si farà, oltre al fatto che abbiamo partecipato alla Conferenza euro-africana, che farete dell'Afghanistan? Resterete, ve ne andrete, in che modo ve ne andrete? Chiedo questo non perché lo vogliamo sapere noi che le idee chiare sull'Afghanistan le abbiamo, ma perché probabilmente se ieri il presidente Prodi lo avesse detto avrebbe fatto opera di chiarezza nei confronti di quei senatori Rossi, Turigliatto, Rame e quant'altri che fin da ieri hanno detto che voteranno contro la missione in Afghanistan.
Ho ascoltato con attenzione il presidente Prodi dilungarsi sulle energie rinnovabili dell'ultima generazione, quasi fosse un novello replicante di blade runner: mi rendo conto, dovevo dare soddisfazione alla componente verde del suo Governo. Ma la TAV si farà o non si farà?
BIONDI (FI). Lo sapremo alla prossima puntata.
PALMA (FI). Il tunnel si comincerà o non si comincerà? Mi rendo conto che il presidente Prodi ha detto, anche qui forse utilizzando lo stesso schema per cui la base di Vicenza era un problema urbanistico di quel consiglio comunale, che tutto si farà con il consenso della cittadinanza, meglio, della parte più vivace di una minoranza della cittadinanza. Ma se per ipotesi questo consenso non vi dovesse essere, ci spiegate una volta per tutte se la TAV si farà, se quel Corridoio che ci pone all'interno dell'Europa si farà, ovvero se pochi manipoli, come dire, di vivaci contradditori dovranno portare questo Paese al di fuori dell'Europa?
Per quanto riguarda le pensioni, ci aspettavamo chissà che discorso, d'altra parte il ministro Padoa-Schioppa nel pomeriggio aveva rilasciato delle dichiarazioni corpose. Cosa ci è venuto a dire il presidente Prodi sul problema pensionistico? Noi faremo attenzione ad aumentare le pensioni minime, ma il problema non è questo! Abolirete lo scalone come avete messo nel vostro programma? Innalzerete l'età pensionabile come vi viene richiesto dall'Europa? Modificherete i coefficienti pensionistici? Queste erano le risposte che ci dovevano essere date e, ripeto, anche in questo caso, non solo e non tanto a noi dell'opposizione, che anche su questo punto le idee le abbiamo abbastanza chiare, ma a quelle componenti della vostra maggioranza che le hanno ugualmente chiare ma in senso assolutamente contrario.
Anche la precarietà del lavoro è un problema, ma modificate o no la legge Biagi, e in che modo la modificate, non essendo davvero possibile mettere d'accordo talune componenti della Margherita e dei DS con talune componenti della sinistra radicale?
E ancora: nessuna parola è stata ieri detta su un problema che pure è stato al centro del dibattito in questi ultimi giorni. Si afferma e si dice che quel problema era già all'attenzione del Parlamento: parlo dei Dico, dico dei Dico. Andrà avanti questo provvedimento? E quando andrà avanti, in che modo metterete d'accordo non tanto la componente teodem della vostra coalizione quanto la componente che ha rispetto dell'articolo 29 della Costituzione, rispetto a chi di quell'articolo vuole fare strame?
Il ministro D'Alema, nelle sue dichiarazioni, ci aveva assicurato che, se il voto alla Camera fosse stato negativo, questo Governo se ne sarebbe andato a casa. Sarebbe stata - credo - un'operazione di grande coerenza, anche perché dubito fortemente che gli storici, che per circa 50 anni hanno negato la tragedia delle foibe, avrebbero mai potuto equiparare Prodi a quel Cincinnato dell'epoca di Roma, un Cincinnato che se ne andò dopo aver fatto il bene di Roma e non come Prodi dopo aver mortificato il Paese. La procedura di sfratto è in itinere, si concluderà.
Un'ultima cosa voglio dire al presidente Prodi: a differenza della legge sugli sfratti, la presenza nella sua famiglia politica di anziani ultrasettantenni non gli gioverà per fermare la procedura. (Applausi dei senatori Biondi e Selva).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rubinato. Ne ha facoltà.
*RUBINATO (Aut). Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, il Presidente del Consiglio ha ammesso la crisi politica. La crisi, però, come ci insegna la psicologia, è un momento potenzialmente positivo, e tale possiamo e dobbiamo considerarla se il suo esito finale sarà - come auspico - il rinnovamento delle energie e dell'azione di Governo e la rigenerazione della coesione della maggioranza per colmare la distanza che oggi separa la classe politica, tutta la classe politica, dal Paese reale.
Il Presidente ha parlato di metodo, affermando che l'obiettivo di riforma e di profondo rinnovamento del Paese potrà essere perseguito solo se la maggioranza avrà come unico punto di riferimento l'interesse generale della comune azione di Governo. Ciò richiede - ha detto il Presidente del Consiglio - tanto spazi di confronto quanto la necessità di pervenire ad una sintesi finale che vada da tutti rispettata.
Mi permetto di rafforzare questo passaggio del discorso del Presidente del Consiglio dei ministri citando Hannah Arendt: «In politica è la ragione che conta e ragionare in politica è persuadere e argomentare in vista di un compromesso». La pluralità - lo dico agli amici del centro-destra - è il principio costitutivo della politica; non dobbiamo avere paura delle differenze, perché il bene che una comunità cerca di conseguire è sempre un bene plurale, che riflette sia le differenze, ineliminabili tra gli individui, sia la comunanza che li caratterizza in qualità di cittadini. Quando gli individui si riuniscono per discutere e decidere questioni di pertinenza pubblica, essi esprimono e difendono opinioni ed idee differenti che non potranno mai essere eliminate o ridotte a un consenso unanime.
La crisi politica sarà stata positiva se al suo esito avremo maggiore consapevolezza che ciò che deve unire questa maggioranza non è una visione generale del bene comune o una volontà generale cui dobbiamo sottostare. Ciò che ci deve unire è la volontà di creare uno spazio politico dove le nostre differenze possano essere espresse, articolate ed infine decise in maniera democratica.
Il Presidente ha parlato di merito. Per la brevità del mio intervento non mi soffermerò sui tanti temi che avrei voluto sottolineare come prioritari, perché tante sono le priorità di questo Paese. Vado veloce (mi soffermerò in conclusione solo su una che considero la priorità delle priorità): lotta all'evasione; taglio della spesa pubblica improduttiva; liberalizzazioni più coraggiose; armonizzazione di flessibilità e stabilità, per ridurre l'inaccettabile precarietà che colpisce in particolare i giovani; politiche più coraggiose a sostegno delle famiglie e della conciliabilità delle funzioni familiari e lavorative delle donne; riforma del sistema previdenziale, che coniughi obiettivi di tutela dei lavoratori prossimi alla pensione con la salvaguardia delle aspettative dei giovani e l'aumento delle pensioni minime (che sono troppo basse in questo Paese per una larga platea di pensionati); più deciso investimento di mezzi ed energie intellettuali nella ricerca, nell'innovazione, nell'istruzione e nella formazione.
Credo che il modo migliore per rafforzare la nostra compagine e riprendere il dialogo con il Paese, che si è interrotto, non è parlare ciascuno di noi alla sua fetta di elettori, limitandoci ad una mera funzione di rappresentanza di interessi pur sempre di parte, ma invece dimostrare la nostra capacità di fare sintesi politica su questi temi e tradurla in nobile compromesso nell'azione di Governo.
Concludo con la priorità delle priorità, cui accennavo prima. Il Presidente del Consiglio ha evidenziato la necessità di realizzare un nuovo equilibrio virtuoso tra Stato, Regioni e altre articolazioni territoriali; ha riconosciuto che le autonomie locali sono una ricchezza per il Paese e ha riconosciuto anche la necessità di dare finalmente attuazione al federalismo fiscale.
Per me che sono stata eletta in Veneto e che sono l'unica rappresentante in Parlamento per questa maggioranza della Provincia di Treviso (sia alla Camera che al Senato), questa è una priorità fondamentale, in ragione della quale voterò con convinzione la mia fiducia al Governo del presidente Prodi. E' uno dei temi su cui il centro-destra ha fallito. Ebbene, su questo tema possiamo aprire un canale eccezionale di comunicazione con il Nord del Paese.
Vorrei concludere dicendo - e chiedo alla Presidenza l'autorizzazione a consegnare il testo integrale dell'intervento - che il federalismo non è solo una risposta che interessa il Nord del Paese; è la risposta per tutto il Paese, perché «la cultura federalista» - concludo con questa citazione - come ebbe a dire l'indimenticabile Giorgio Lago - «non nasce da sinistra né tanto meno da destra: lo statalismo da un lato e gli uomini della Provvidenza dall'altro, ne furono la negazione concettuale. La sinistra paga il difetto storico dell'apparato, la destra dell'uomo forte; la prima impone troppe regole, la seconda le salta appellandosi al leader. Per ragioni opposte entrambe tendono a lasciare la "macchina" così come sta. Ma qualcosa di nuovo farà ora incontrare destra e sinistra di fronte al fallimento dello Stato centrale. Da una parte l'evoluzione liberale, che avversa la burocrazia; dall'altra l'evoluzione democratica, che prevede poteri locali molto forti. Qui centro-destra e centro-sinistra possono incontrarsi, per separarsi subito dopo nei programmi di Governo». (Applausi dal Gruppo Aut).
PRESIDENTE. Senatrice Rubinato, la Presidenza l'autorizza a consegnare il testo del suo intervento.
Rinvio il seguito della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri ad altra seduta.