Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 584 del 20/04/2004

TESSITORE (DS-U). Signor Presidente, il mio intervento sarà più breve di quelli che mi hanno preceduto, perché molte osservazioni - che condivido - sono state già svolte in particolare dal collega Modica.

Debbo in primo luogo precisare che il mio è più che mai un intervento a titolo personale, innanzitutto perché non conosco l’orientamento di voto del mio Gruppo politico e poi perché debbo confessare che io stesso mi pongo in una posizione problematica, che scioglierò in relazione all’esito della discussione e dell’esame degli emendamenti.

Debbo fare altre due premesse che ritengo a questo punto necessarie, viste anche le osservazioni avanzate dai colleghi Modica e Boldi. In primo luogo, osservo che questo è un provvedimento all’apparenza di minore rilevanza, ma che in realtà può rischiare di diventare indicativo di un modo di concepire la vita universitaria. Si tratta di disegnare la vita universitaria nel rispetto delle leggi dello Stato, a cominciare da quella sull’autonomia universitaria, e delle regole di comportamento nell’ambito di un sistema normativo.

In secondo luogo, debbo premettere che sono, e non da ora, sostenitore di un sistema di liberalizzazione degli accessi alla vita universitaria, in coerenza con quanto prescritto dalla nostra Carta costituzionale e dalla scelta - piaccia o no - che il nostro Paese ha compiuto oltre un quarto di secolo fa, quando optò per l’università di massa, o meglio per l’università per tutti, vale a dire un’università che non rinnega il principio del merito e della selezione, ma lo affida alla verifica delle effettive capacità e lo fa nella sede dovuta, cioè in considerazione dell’espletamento dei doveri universitari dei giovani, e non in base a scelte pregiudiziali, caso mai avvalendosi del metodo dei quiz, troppo diffuso, che notoriamente (lo dico con molta chiarezza) favorisce gli imbecilli e non chi è abituato al ragionamento e alla problematicità delle cose della mente. (Applausi dei senatori Bevilacqua e Fasolino).

Sono tanto convinto di ciò che - a titolo provocatorio, sono pronto a riconoscerlo - ho presentato un disegno di legge per l’abolizione del cosiddetto numero programmato, che oggi, a mio giudizio, così come concepito distorce ulteriormente il sistema universitario perché è previsto per alcune facoltà e non per altre e per alcuni corsi di laurea di una facoltà e non per altri corsi della stessa facoltà. È il caso, ad esempio, della facoltà di medicina veterinaria. Si tratta quindi di un provvedimento privo di una visione sistematica. Diciamo anche, con chiarezza, che è nato soltanto per favorire questo o quell’ordine professionale.

Un’altra delle carenze delle nostre discussioni in materia universitaria è relativa al fatto che tutti ci entusiasmiamo di fronte al valore salvifico dei nostri problemi derivante dall’abolizione del valore legale del titolo di studio, che, a mio giudizio, è cosa non vera, mentre non si affronta il vero problema del rapporto con gli ordini professionali e quindi con il mondo del lavoro.

Probabilmente sono particolarmente sensibile a questo tema perché vengo da una città dove qualche decennio fa ai cantoni delle strade vedevano affissi manifesti dell’Ordine dei medici che invitavano a non iscriversi alle facoltà di medicina e chirurgia, in modo particolare al corso di laurea in odontoiatria.

In qualche misura questa consuetudine è proseguita - lo ha ricordato il collega Modica - con una vera e propria aggressione postale - me ne compiaccio per le finanze dello Stato - a causa del numero di lettere che abbiamo ricevuto - sia io che tutti gli altri colleghi - o dai ricorrenti oppure, e ancora di più, da coloro che erano contro i ricorrenti, in modo particolare dall’Ordine dei medici odontoiatri: si è trattato veramente di una beneficiata per le Poste, superiore di molto a quella degli auguri natalizi. Pertanto, se dobbiamo dare un contributo alle Poste, invito a mantenere aperto il problema, perché c’è di che compiacersi.

Debbo inoltre dire, con molta chiarezza (forse declinando una componente di "dispettosità" della mia natura, che mi indurrebbe a rivedere l’atteggiamento a proposito della liberalizzazione degli accessi e, come dirò poi, dei ricorsi), che questo è un altro discorso che andrà fatto (e io mi auguro venga fatto) in qualche buona occasione, anche perché credo che, affrontando questi problemi, si possano intercettare il modo di essere, le realtà e le condizioni delle università italiane, che meritano di essere prese in considerazione, anziché baloccarci con progetti di riforma che corrono il rischio di essere soltanto un tentativo di smantellamento del nostro sistema universitario, che - lo dico con piena assunzione di responsabilità - è un sistema glorioso nonostante le sue malsanìe e le sue patologie, che peraltro si possono facilmente evitare.

Debbo aggiungere - e questo mi consente di entrare nell’argomento, ribadendo alcune delle posizioni già espresse - che, nonostante queste convinzioni, che peraltro ho argomentato in sedi solenni per l’università come possono essere le relazioni inaugurali degli anni accademici, quando sono stato rettore di una grande università, nonostante - ripeto - il mio convincimento, non ho mai mancato di far rispettare la legge che regolava gli accessi cosiddetti programmati e l’ho fatto resistendo - ecco un punto sul quale si può anche discutere; non so se sia il caso di prevedere sanzioni nei confronti dei colleghi rettori, ma è certamente un punto da tenere presente - in tutte le sedi, quindi non ignorando il fatto che le sentenze dei TAR possono essere appellate e, una volta appellate, si sospende ogni provvisoria valenza delle decisioni dei TAR stessi.

L’ho fatto perché ho ritenuto fosse mio dovere oppormi ad ogni specioso aggiramento di una legge pur malfatta e che pure non condivido, ma per la cui modifica bisogna impegnarsi in altre sedi. Forse non è un caso, me lo si lasci dire, perché talvolta, persino delle situazioni napoletane si può e si deve parlare bene: l’università dalla quale provengo è una delle poche che non trova spazio nell’elenco dei ricorsisti; non ce ne sono probabilmente per la notoria cattiveria di un passato rettore.

Ciò detto, ribadita la contrarietà ad una impostazione non sistematica della liberalizzazione e della limitazione degli accessi, debbo dire che ho molta perplessità sulla proposta di sanatoria, in modo particolare per i modi in cui essa è configurata.

Anche qui debbo partire da una constatazione. Negli anni passati si poteva parlare di sanatoria legislativa perché si era di fronte ad una diversità di situazioni determinate da diversi orientamenti dei nostri tribunali amministrativi: alcuni ammettevano le iscrizioni con riserva - uno in modo particolare, dove infatti si affollava la maggior parte dei ricorsi - e altri che non le ammettevano.

Oggi non è così: finalmente, il Consiglio di Stato è riuscito a far prevalere un orientamento uniforme, di modo che la varietà delle situazioni, là dove esiste, è determinata dai diversi orientamenti seguiti dalle sedi universitarie già prima dell’ultimo orientamento del Consiglio di Stato.

Anche qui voglio essere chiaro: ci sono state università - e sono numerose - che hanno ritenuto di assumere un atteggiamento più coraggioso e altre che hanno ritenuto di assumerne uno pro bono pacis, anche questo concepibile in riferimento alla diversità delle situazioni.

Se ciò è vero, come credo sia, oggi l’intervento legislativo proposto appare in contraddizione con la legge che regola gli accessi programmati: essendo in contraddizione con una legge, non credo sia possibile parlare di sanatoria, ma di modifica della norma sugli accessi programmati. Si apre così un altro squarcio - che mi sembra preoccupante - di questa incresciosa situazione.

D’altra parte, dobbiamo anche considerare chi sono i ricorsisti. Oramai, come sapete, grazie a questa situazione gli studenti universitari italiani si distinguono in studenti in corso, studenti fuori corso, studenti ricorsisti e studenti non ricorsisti: la tipologia si è ampliata.

Ciò che mi accingo a dire non ha però nulla contro questi giovani, in alcuni casi vittime di una diversità di atteggiamenti. Tuttavia, bisogna aver chiaro, quale che sia l’orientamento che intendiamo assumere, che coloro che si sono presentati agli esami di accesso ai corsi a numero programmato conoscevano i sistemi - anche se, come ho detto, erano sistemi balordi - e, non essendo stati favoriti, li hanno rifiutati postumamente, determinando - questo va detto perché lo dobbiamo tener presente nell’orientarci ad assumere un provvedimento - una discriminazione rispetto ad altri studenti che hanno rispettato le norme esistenti, che non hanno voluto o - diciamolo pure - non hanno potuto tentare di violare il sistema di leggi esistente. Di questo si tratta e dobbiamo saperlo nel votare i provvedimenti al nostro esame.

C’è, infatti, un profilo della normativa al nostro esame che ritengo preoccupante e può consentire ad uno studente non idoneo, che mettiamo il caso si trovi al quattrocentesimo posto della graduatoria, di essere ammesso a danno di un altro che si trova al trecentesimo, al centesimo o addirittura al primo posto dei non idonei; non mi pare sia un sistema razionale.

Naturalmente, quanto ho detto non si riferisce a ricorsi che riguardino le situazioni di merito relativamente allo svolgimento dei corsi. Se ci sono stati (e pare che in qualche caso ci siano stati) alcuni errori nello svolgimento delle prove, perché non conforme alle norme, il discorso è diverso; in questo caso, faccio riferimento a situazioni che in qualche modo enfatizzano posizioni o interessi personali.

Per queste ragioni, sono contrario al provvedimento in esame, e in modo particolare per le modalità con cui è stato presentato, tant’è vero che ho firmato un emendamento, non accolto in Commissione, che è stato illustrato dal senatore Modica e che credo meriti un’ulteriore riflessione, secondo il quale, in relazione alla specificità della situazione che ho cercato di descrivere (non una carenza del dato normativo, ma una diversità di comportamento), si prevede che siano le sedi universitarie, nell’esercizio dell’autonomia e nel dovere di tenere fede all’autonomia, ad affrontare le situazioni discriminatorie che hanno determinato e cercare di risolverle.

Naturalmente, cercare di risolverle con le opportune motivazioni, in una condizione di assolute chiarezza e regolarità e, in ogni modo, senza compromettere la dignità del legislatore, come è al di là delle intenzioni e, in modo particolare, al di là delle intenzioni del relatore Bevilacqua, al quale tengo a dare atto dell’impegno profuso in Commissione per cercare di trovare una soluzione più possibile equitativa che non determinasse ulteriori sperequazioni.

Credo che in tal modo si darebbe una risposta alle condizioni di disagio determinate - quando e se determinate - da alcune sedi universitarie e si darebbe ad esse, e solo ad esse, la possibilità di individuare soluzioni senza intaccare princìpi, senza ipotizzare - ancora una volta faccio riferimento alla mia città, ma non all’università dalla quale provengo - misure che sembrano entrare in quella scelta cabalistica che, a quanto pare, diventa uno degli elementi caratterizzanti dell’università italiana.

Mi riferisco alle formule sette più tre, uno più due più quattro, settantacinque, settantasette: non si riesce a capire in base a quale misterioso arcano questi numeri siano stati adottati, tant’è che già si preparano altri ricorsi, anche con il sostegno, forse comprensibile, di istituzioni pubbliche.

In ogni caso, si lascerebbe il Parlamento fuori da un problema che, a mio giudizio, è sempre più urgente e deve essere risolto in via generale e, sperabilmente, in forme razionali, sistematiche, tenendo conto finalmente della complessità della vita universitaria.

Infatti, anche il fenomeno dei ricorsisti nasce da un’impostazione che non mi stancherò mai di denunciare, quella cioè di una volontà di legiferare sul patologico e non sul fisiologico; il patologico non può che determinare situazioni particolari destinare a ripetersi, così come da anni si ripete il problema dei ricorsisti, anche con danno e disagio di questi stessi giovani, che non sanno cosa debbono fare e quale sia l’atteggiamento - in parte anche loro - che lo ha provocato. (Applausi dal Gruppo DS-U e dei senatori Mancino e Zancan. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Monticone. Ne ha facoltà.