Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 584 del 20/04/2004

MODICA (DS-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, trattiamo oggi un ennesimo disegno di legge di sanatoria della lunga e triste storia degli esami di ammissione ad alcuni corsi di laurea in Italia, in particolare quelli di medicina ed odontoiatria. Una lunga storia che ci vede alla terza edizione di una legge di sanatoria, sempre affermando che sarà l’ultima. Mi auguro davvero che sia l’ultima, ma francamente non condivido l’ottimismo di chi oggi pensa di risolvere così questa situazione.

Lasciate ripercorrere anche a me, per un momento, la storia di questo problema. Come sapete, in Italia il numero programmato per l’iscrizione alle università non è praticamente applicato ad alcun corso di laurea. Siamo in un Paese che non ha inteso limitare l’accesso all’università - ed io mi reputo soddisfatto e contento, e concordo con questa scelta - salvo che, mosso da regole e direttive europee, per l’area sanitaria e quindi per i corsi di laurea, di diploma e, adesso, di laurea triennale in medicina, in odontoiatria e nelle varie discipline paramediche.

In un primo momento, fino al 1999, questa normativa risultava alquanto debole giuridicamente ed era costantemente messa sotto scacco dai ricorsi presentati da efficienti e abili studi legali, che hanno fatto carriera in tal senso, i quali offrivano i loro servigi alle decine di migliaia di giovani che volevano esercitare la professione di medici, di dentisti o di altre figure professionali nell’ambito della sanità e che non potevano, purtroppo, a causa - lo ripeto - del numero programmato che vige in queste discipline.

La situazione divenne talmente confusa, che nell’agosto del 1999 il Parlamento intervenne nuovamente sulla questione cercando di dettare alcune norme di legge che consolidassero il potere delle università di fissare il numero programmato e di svolgere i relativi esami di ammissione.

Purtroppo questa legge non diede tutti i risultati che si auspicavano perché proprio nell’anno accademico 1999-2000 un'altra raffica di ricorsi ai tribunali amministrativi generò un enorme numero di studenti ammessi, a seguito di ordinanza sospensiva, a frequentare l'università della quale furono espulsi quando avevano già compiuto una parte del loro percorso. Quindi, grande confusione, grandi problemi, grandi proteste - in parte anche legittime, spiegherò poi il perché - per cui fu varata una seconda legge di sanatoria per gli studenti dell’anno accademico 1999-2000.

Sembrava che questa sanatoria fosse l'ultima ma puntualmente, l'anno dopo, nel 2000-2001 la situazione, sia pure con numeri più ridotti, si ripeté - ci riferiamo a quattro anni fa - e contro l'esame di ammissione ai corsi di medicina e odontoiatria fu presentato ricorso da qualche migliaio di studenti, la maggior parte del quali non ebbero ragione davanti ai TAR, ma una parte di loro (nessuno conosce i numeri esatti, facciamo conto fossero circa un migliaio) riuscì ad ottenere un'ordinanza sospensiva, si iscrisse con riserva alle università e cominciò a frequentare prima che i TAR o, in alcuni casi il Consiglio di Stato, annullassero l'ordinanza sospensiva provocando quindi l'espulsione degli studenti dal sistema universitario.

Cosa è successo poi in realtà? Apprezzo al riguardo l'onestà intellettuale del senatore Bevilacqua e della sua relazione, dobbiamo dircelo con estrema chiarezza: successe che le università si sono comportate in modo molto differenziato. La quasi totalità di esse lavorò con rapidità, come la buona amministrazione richiede, e notificò agli studenti l'annullamento della sentenza che aveva permesso loro di iscriversi per cui, questi studenti (parecchie centinaia se non migliaia) passarono ad altri corsi di laurea. Per altre università, ed anche per alcuni studenti al loro interno, invece la notifica della sentenza avvenne con ritardo o non avvenne affatto, con il risultato che questi studenti da quattro anni vivono nel limbo di una iscrizione ancora oggi con riserva, senza che si sia concluso il procedimento amministrativo che pur se non riconosce loro il diritto a frequentare quei corsi di laurea, evidentemente non preclude tutti gli altri che non sono a numero programmato.

Questa situazione brutta e complicata a quattro anni di distanza viene affrontata con un'altra brutta legge: una brutta legge per una brutta situazione. Perché la definisco così? Perché tentiamo di fare l'impossibile, di far giustizia dopo quattro anni rispetto a una situazione che nessuno è in grado di conoscere con esattezza, e lo sappiamo dopo aver sentito in audizioni rettori o alti funzionari delle amministrazioni universitarie, senza che il Ministero - ma non gliene faccio una colpa - sia assolutamente in grado di conoscere l'esatta situazione.

In sostanza, scegliamo salomonicamente un criterio che, come tutti i criteri di sanatoria, risolverà alcune questioni e ne creerà altre, sanerà forse qualche ingiustizia ma ne creerà altre. Non c'è legge di sanatoria tale da non generare problemi.

Non sono così ottimista come il mio collega Malabarba che sostiene che in questo modo abbiamo risolto le ingiustizie. No: così creiamo ulteriori ingiustizie, risolvendone forse qualcuna.

Il criterio è semplicissimo: un esame fatto subito oppure due esami fatti in questi lunghi anni che sono passati (la legge è più precisa, il mio esempio più banale). Si parla di criterio di merito, ma davvero riteniamo che aver fatto un esame dopo sei mesi o un anno sia un criterio di merito per corsi di laurea che ne comprendono sette, otto? E davvero pensiamo che dopo quattro anni due esami siano un criterio di merito?

BEVILACQUA, relatore. Sono tre esami in quattro anni.

MODICA (DS-U). Sì, ho sbagliato, si tratta di tre esami in quattro anni ma non mi sembra che rappresentino un criterio di merito. Gradirei che non ci prendessimo in giro; se vogliamo fare la sanatoria, a mio parere, dovrebbe essere più ampia.

In realtà, l'opposizione, e in particolare il Gruppo DS-U, ha studiato un sistema da inserire in una legge, che non tratta della particolarità di qualche centinaio di casi ma che affronta il problema alla sua radice, il che mi sembra più interessante. È una soluzione, proposta in un emendamento, che so già non verrà accettato dalla maggioranza - per lo meno questo è accaduto in Commissione - però, vorrei illustrarla nelle linee generali.

Questo provvedimento dimentica che le università, almeno da quindici anni, ma in realtà già secondo la Costituzione, sono istituzioni autonome, con autonoma responsabilità; con il compito effettivo di dirimere i casi - che capitano sempre, in qualunque amministrazione - di conflitto che si creino al loro interno.

Il relatore Bevilacqua cortesemente - e di questo lo ringrazio - cita questa possibile soluzione nella sua relazione ma, pur riconoscendone - mi sembra di ricordare - la validità, non si dichiara ad essa favorevole, spiegando la ragione profonda del rifiuto di questa impostazione: la disparità di trattamento, di cui si è parlato.

Dobbiamo metterci d'accordo: siamo davvero sicuri che vi sia minore disparità di trattamento con una soluzione nazionale di basso livello e del tutto cieca come quella proposta, e non vi sia invece maggiore parità di trattamento in una soluzione che affida, in questo come in molti altri casi, all'autonomia delle università la possibilità di scegliere?

Come facciamo a risolvere i problemi delle università che, tante volte sbagliando, - lo dico con assoluta certezza - si sono comportate in modo non uniforme, creando ingiustizie nei confronti dei loro studenti, che potrebbero sanare, ma certo non tramite un provvedimento generalista, quale quello che ci viene proposto?

Questo potrebbe essere un discorso valido anche per il futuro. Purtroppo, anche se i dati numerici mostrano che il fenomeno dei ricorsi è in diminuzione, non sono così sicuro che non scopriremo, di qui a poco, che ve ne sono altri nascosti in qualche piega o che avranno luogo nel prossimo settembre. E come risponderemo con la quarta edizione della legge? Cosa inventeremo? Il mezzo esame, il quarto o il quinto di esame? Quale altro criterio inventeremo?

Secondo me, non stiamo rispondendo bene come legislatori ad un problema che esiste e di cui non voglio negare l'esistenza, ma - ripeto - come stiamo rispondendo? Con una brutta legge, legiferando male su un tema, peraltro tecnicamente complesso, ma certamente non di grandissima portata. A mio parere, questa era l'occasione per rivedere con intelligenza e con lungimiranza un problema serio.

Voglio tornare al tema della disparità di trattamento, tema da analizzare in questa sede: in un'Italia in cui i sistemi delle autonomie crescono e cresceranno - e di questo siamo contenti - possiamo davvero pensare di difendere nel Parlamento l'uniformità di trattamento in ogni singolo caso e situazione?

Temo - ripeto ancora una volta - che vi sia un'ottica sbagliata, come se le università non fossero già di per sé differenti tra loro; come se già di per sé - perché queste sono le regole delle istituzioni autonome - non fornissero servizi differenti, qualità amministrative, scientifiche, culturali e didattiche diverse. Immaginiamo un sistema ancora oggi uniforme come quello di trenta, quarant'anni fa, quando invece siamo di fronte ad un sistema molto più differenziato - per fortuna secondo me - di quanto si creda.

Il problema si aggancia - mi si perdonerà qualche notazione più tecnica che ho già esposto in Commissione, senza successo - ad una legge che usa anche - lo dico con rispetto di chi ha proposto l'emendamento totalmente sostitutivo dell’articolo 1 - locuzioni che ormai non corrispondono più all'ordinamento universitario, quale ad esempio: "abbiamo superato almeno un esame entro la sessione estiva".

Voi credete davvero ancora che esistano le sessioni estiva, autunnale e straordinaria? Non sapete che da più di venticinque anni non esistono più? Cosa faremo di fronte al primo studente che inevitabilmente ricorrerà su questo punto? Stuoli di avvocati sono pronti a trovare i punti deboli.

Ci siamo resi conto che l'ordinamento universitario non è più uniforme in Italia e che le regole appartengono alle scelte autonome delle università? Quello citato è un piccolo dettaglio, ma ve ne sono anche altri che poi illustreremo e che faremo comprendere all'Assemblea nel corso dell'esame degli emendamenti.

Voglio ora affrontare un’altra questione. Tutti noi abbiamo avuto la casella di posta elettronica inondata da lettere dei ricorsisti o spessissimo, cosa molto curiosa, dei loro genitori (è una situazione curiosa che mi spaventa un po’: dei giovani studenti universitari adulti e maggiorenni si fanno rappresentare dai loro genitori), nonché da lettere degli ordini professionali, in particolare di quello dei medici e degli odontoiatri.

Le due diverse parti sono su posizioni opposte: i genitori dei ricorsisti ovviamente chiedono la sanatoria per i loro figlioli; l’Ordine dei medici e degli odontoiatri difende la scelta del numero chiuso e chiede che il Parlamento non legiferi sanando ancora una volta la situazione degli studenti ricorrenti.

Sono del parere che gli argomenti degli uni e degli altri siano deboli. Sono deboli gli argomenti dei ricorsisti, perché non è vero che la situazione deriva da insufficienze della procedura di selezione. Si può essere d’accordo o meno con la selezione, ma questa ha trovato ormai un buon equilibrio; infatti, i ricorsisti si appellano sempre e solamente a cavilli formali, non alla sostanza della selezione.

Non sono nemmeno d’accordo con l’Ordine dei medici e degli odontoiatri, che ha una posizione chiaramente corporativa, volta a difendere - almeno così è scritto nelle lettere - il numero programmato per non ampliare eccessivamente gli accessi alla professione, in considerazione - e in questo caso hanno anche una parte di ragione - delle carenze di strutture che le università lamentano. Ovviamente in questo momento gli studenti in questione sono studenti di università, quindi stanno seguendo regolarmente i corsi; ciò considerato, a mio parere, la parte più forte dell’argomentazione in questione è di tipo corporativo.

Secondo me, non possiamo legiferare né in una direzione né nell’altra, perché ambedue le posizioni rappresentano interessi estremamente particolari rispetto all’interesse generale del Paese, quello di creare in queste discipline un sistema di selezione degli studenti che sia, come vuole anche la direttiva europea, onesto, giusto e corretto, e che soprattutto dia certezza a chi supera gli esami di poter frequentare e a chi non li supera di scegliere rapidamente un altro corso di laurea di maggior gradimento, visto che non ha potuto seguire quello di suo principale interesse.

Insomma, nella sostanza, ritengo che dobbiamo intervenire sul tema, ma non con una legge di questo tipo. Questa è una legge che accontenta certamente, come dice il relatore, circa metà degli interessati; ciò posto, inevitabilmente, l’altra metà degli interessati si lamenterà di non essere stata accontentata. In questo modo non stiamo risolvendo il problema, stiamo semplicemente scrivendo il terzo capitolo di una brutta storia. Ecco perché ritengo che dobbiamo pensare meglio alla normativa in questione.

Concludo con un’osservazione che purtroppo evidenzia un quadro di grande ritardo dell’amministrazione pubblica italiana. La legge autorizza gli studenti in oggetto ad iscriversi al secondo anno per l’anno accademico 2001-2002. Siamo nell’anno accademico 2003-2004; questo Parlamento sta legiferando su un’iscrizione che si faceva tre anni fa e l’autorizza oggi, dopo tre anni. Mi sembra un esempio di cattiva amministrazione del nostro Paese e penso che occorrerebbe meglio riflettere su tale questione. (Applausi dal Gruppo DS-U e del senatore Moncada).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Boldi. Ne ha facoltà.