Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 584 del 20/04/2004
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COMPAGNA (UDC). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, era fatale che in sede di discussione generale questo intervento legislativo suscitasse una serie di considerazioni molto ampie del tipo di quelle fatte poc’anzi, a proposito dello strumento del quiz, dal collega Fasolino, del resto raccogliendo la scia di considerazioni già avanzate in precedenza da altri colleghi, non necessariamente dal senatore Tessitore.
Non seguirò, però, la ricostruzione di queste piste più ampie neanche in sede di discussione generale; mi limiterò invece a fare considerazioni più specifiche, se volete minime e forse anche basse. Dico questo perché ci troviamo di fronte ad uno dei casi più impropri di intervento legislativo.
Capita spesso in quest’Aula - a me spessissimo - di denunciare invadenze della giurisdizione in sede di legislazione; capita spessissimo di denunciare un uso improprio di indipendenza ed autonomia della magistratura a danno della irrinunciabile indipendenza e autonomia dalla magistratura.
Qui invece ci troviamo di fronte ad un caso in cui si chiede al Parlamento di intervenire legislativamente per determinare equità. Può sembrare quanto di più concreto ci sia ed è invece quanto di più astratto, perché è evidente, e sarebbe cinico non riconoscerlo, che determinare privilegi positivi, magari giusti, per alcuni determina inevitabilmente situazioni negative, molto spesso ingiuste, per altri.
Il nostro problema ci riconduce al regolamento di cui al decreto ministeriale del 21 luglio 1997, n. 245, che individuò corsi ad accesso limitato. Anche qui mi astengo da considerazioni di carattere generale, che pure potrebbero farsi e sono state fatte da molti colleghi. Tutto questo determinò un fortissimo contenzioso amministrativo che verteva sulla violazione presunta della riserva di legge costituzionale in materia universitaria. La magistratura amministrativa ne investì addirittura la Corte costituzionale che, nel 1998, se la cavò con una sentenza a mio giudizio abbastanza pilatesca: primus, le norme che vengono dall’Europa; poi, certo, sarebbe opportuna una legislazione nazionale.
Di fronte a questo sibillino pronunciamento della Corte costituzionale, prima di arrivare a quella che il collega Tessitore definiva pertinentemente la coraggiosa decisione del Consiglio di Stato, il ping pong di decisioni controverse adottate nelle varie sedi sulla testa di studenti e delle loro famiglie è stato serrato.
Nel nostro caso, colleghi senatori, la situazione è stata resa ancora più difficile dal testo che ci è pervenuto dalla Camera; ecco perché questa mattina ho deciso di intervenire, non soltanto per amicizia nei confronti del relatore, non soltanto per patriottismo di Commissione, ma anche per spirito di corpo come senatore, perché ad unanime riconoscimento di tutti quelli che ingolfavano le nostre caselle di posta, degli uni e degli altri, il provvedimento giunto dalla Camera non serviva assolutamente a niente. Questa è la condizione per la quale il relatore si è sobbarcato una fatica in Commissione che ha ottenuto in quest’Aula il riconoscimento di tutti, anche di coloro che non condividono la soluzione trovata.
Vedete, colleghi, originariamente il disegno di legge presentato dall’onorevole De Simone alla Camera prevedeva la regolarizzazione piena e completa, nello stesso corso di laurea, di tutte le iscrizioni sospese - dovremmo dire appese, un po’ come i cacicavalli di una famosa discussione filosofica cara al senatore Tessitore - senonché nel corso del suo iter alla Camera il provvedimento è stato talmente modificato da consentire, in linea generale, l’iscrizione al secondo anno di qualsiasi corso di laurea a numero programmato, con non so quanto rispetto della serietà o almeno dell’omogeneità del percorso degli studi. Come tale, quindi, era un ibrido - dice giustamente il relatore - che non serviva a nessuno.
In Senato allora si è cercato, nel tentativo di correggere il testo legislativo giunto dalla Camera, di seguire un’altra pista. Si è cercato, cioè, di ripristinare, se non a 360 gradi, come avrebbe voluto il collega Malabarba che è intervenuto questa mattina in discussione generale, la possibilità per gli studenti di iscriversi al secondo anno del medesimo corso di laurea, cercando un requisito minimo, che è stato individuato dal relatore, forse usando una formulazione lessicale impropria, con quel termine "sessione estiva" che chierici della vita universitaria in servizio permanente effettivo come il collega Modica o il collega Moncada trovano un po’ demodé e superato dall’attuale sistema universitario, ma questo lo si può correggere.
Non si può, però, non dare atto al relatore di proporci, con quel requisito del superamento di almeno un certo numero di esami, una soluzione che cerca se non di rispettare la serietà degli studi, certamente di premiare il merito di quegli studenti che maggiormente hanno dato prova di impegnarsi nel loro percorso universitario, senza mortificare al tempo stesso gli altri.
Allora, da questo punto di vista, nelle disparità di trattamento che si riconducono ad ogni intervento del legislatore in via di equità, mi sembra un po’ ingiusta la considerazione pregiudiziale del collega Modica che non si sia minimamente valutato il requisito del merito. Il relatore ha cercato di trovare una soluzione che premiasse il merito, di cui si possono correggere gli aspetti tecnici, come l’espressione "la sessione estiva", ma rispetto alla quale non si può non dare atto che ha consentito, almeno in sede di Commissione, al Senato di uscire dall’impasse difficile del testo varato dalla Camera.
Di qui la mia gratitudine al relatore per il lavoro svolto in Commissione ed anche il mio apprezzamento per aver saputo portare in Aula una soluzione della quale è facile denunziare i moltissimi limiti, ma della quale mi è parso doveroso riconoscere il merito di aver tenuto presente, nei limiti del possibile, proprio la questione del merito. (Applausi dei senatori Fasolino, Bevilacqua e Borea).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.