Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 584 del 20/04/2004
Azioni disponibili
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 1° aprile il relatore si è rimesso alla relazione scritta ed è stata dichiarata aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Malabarba. Ne ha facoltà.
MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, prima di discutere nel merito del disegno di legge, riteniamo necessario illustrare brevemente la vicenda che ne ha determinato la necessità.
Il problema è molto semplice e riguarda circa un migliaio di studenti di tutta Italia che, ai sensi degli articoli 1 e 2 della legge 2 agosto 1999, n. 264, e successive modificazioni, per l’anno accademico 2000-2001 avevano presentato iscrizione ai corsi di laurea alle facoltà di medicina e chirurgia, di medicina veterinaria e di architettura.
Questa iscrizione è stata sottoposta a limitazioni numeriche (il famoso numero chiuso contro il quale abbiamo presentato recentemente un disegno di legge) che molto spesso si sono rivelate del tutto inadeguate, soprattutto nelle maggiori aree metropolitane (ci riferiamo a Roma, a Napoli e a Padova).
Inoltre, i sistemi di selezione che sono stati applicati hanno determinato, come rilevato nelle sentenze dei TAR, situazioni di illegittimità e di disparità di trattamento tra i diversi atenei. È emblematico ricordare il caso del corso di laurea in odontoiatria e protesi dentaria, dove all’Università di Roma Tor Vergata il numero dei posti è stato fissato in soli 36, e all’Università di Roma "La Sapienza" addirittura a zero posti.
Per quanto riguarda i sistemi di selezione è noto il caso di Palermo, che ha costretto il Ministero dell’università a sospendere e a rimandare le prove perché vi erano delle incongruità, delle ambiguità e scarsa trasparenza sullo svolgimento delle stesse. Ennesimo caso quello di Torino, dove una errata correzione dei compiti ha prodotto la pubblicazione di due diverse graduatorie con il risultato che è stato ammesso un numero doppio di studenti rispetto a quello predeterminato, mentre all’Università di Roma "La Sapienza" per la stessa prova di ammissione sono state formate quattro distinte graduatorie che hanno determinato l’ammissione di studenti che avevano ottenuto punteggi bassi e l’esclusione di coloro che avevano ottenuto punteggi alti.
Ambiguità, caos, poca trasparenza relativamente ai criteri che definiscono l’accesso limitato ai corsi universitari sono un problema che si trascina da diversi anni.
In questi anni l’ambiguità delle norme ha creato difficoltà interpretative da parte degli atenei e un lungo contenzioso amministrativo sulla materia che ha prodotto una regolarizzazione, da parte del Parlamento già nel 1999 e successivamente nel 2001, delle iscrizioni con riserva in seguito alle ordinanze di sospensione emesse dal TAR.
Eccoci, dunque, alla necessità di avanzare una proposta che intervenga con una regolarizzazione delle iscrizioni degli studenti ricorrenti per l’anno accademico 2000-2001, restituendo serenità e certezza di diritti ad un migliaio di ragazzi e di ragazze che, esclusi dalle discutibili prove di ammissione ai diplomi e ai corsi di laurea a numero chiuso cui ha fatto riferimento, hanno presentato nell’autunno 2000 ricorso ai tribunali amministrativi regionali. Molti di questi, la gran parte, hanno emesso ordinanze di sospensione dell’efficacia degli atti preclusivi all’iscrizione e, conseguentemente, come è stato qui richiamato, gli studenti hanno ottenuto dagli atenei l’iscrizione.
Di fronte alle pronunce del TAR il Ministero dell’università ha proposto appello, insieme agli atenei, al Consiglio di Stato, il quale ha cominciato ad annullare le ordinanze sospensive; si è così determinato il caos. Le università si sono trovate nella condizione di annullare le iscrizioni e di bloccare le carriere universitarie degli studenti ricorrenti. Anche in questo gli atenei hanno tenuto atteggiamenti molto differenti fra loro.
Siamo di fronte ad una situazione che non può essere ignorata. In seguito alla sospensione da parte dei TAR, questi studenti hanno frequentato lezioni, sostenuto esami, dove gli atenei gliene hanno fornito la possibilità, fino alla sentenza del Consiglio di Stato ma anche oltre, come dimostrano le informazioni di cui siamo tutti a conoscenza. Le famiglie hanno affrontato costi notevoli in un clima di incertezza e, si sono determinate numerose disparità di trattamento tra studenti ricorrenti di atenei diversi.
L’impegno, il percorso di studio di questi ragazzi e ragazze non può oggi essere troncato, perché proseguire gli studi che fin qui li hanno visti impegnati è un loro diritto ormai maturato.
Questo disegno di legge, che nasce alla Camera su iniziativa di Rifondazione Comunista, ha subìto modifiche tali da arrivare a snaturarne il senso, che altro non era se non quello di individuare una giusta soluzione per tali studenti, proprio perché le disparità di trattamento di cui sono stati oggetto da parte degli atenei non possono ricadere sul loro percorso formativo.
Fortunatamente, il testo che ci proviene dalla Commissione del Senato restituisce in gran parte alla nostra proposta il senso originario e sarebbe quasi interamente condivisibile, se non vi si trovasse una norma restrittiva che lega la possibilità di iscrizione regolare per gli studenti che hanno fatto ricorso alla condizione di aver sostenuto un determinato numeri di esami.
Questo sbarramento significa escludere dalla regolarizzazione studenti e studentesse che non hanno responsabilità personali per il fatto di non aver sostenuto neanche un esame; ciò infatti è attribuibile all’atteggiamento difforme tenuto dagli atenei rispetto a tale vicenda.
Si rischia, insomma, di introdurre un’ulteriore discriminazione tra chi è stato fortunato e chi lo è stato meno, tra chi ha studiato in un ateneo, che ha gestito la situazione in un modo, e chi ha studiato in un altro, che ha deciso di gestirla in modo diverso; insomma, tra i fortunati e i meno fortunati, in base all’orientamento dei singoli atenei che, in modo differenziato, hanno disposto l’accesso agli esami ed il riconoscimento sul libretto degli stessi.
Auspichiamo che nel corso di questa discussione si tenga conto del fatto che non ci potranno più essere ricorsi al TAR e che ci troviamo di fronte alla coda di un lungo contenzioso.
È necessario un confronto franco su un disegno di legge che, al di là delle posizioni dei vari Gruppi sul numero chiuso, deve porsi l’obiettivo di intervenire su un’ingiustizia che ha colpito migliaia di giovani: non permettere la regolarizzazione di questi studenti e di queste studentesse significherebbe avallare un’ulteriore ingiustizia tra coloro che hanno usufruito della regolarizzazione negli anni passati e questa coda che non potrebbe usufruirne.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Modica. Ne ha facoltà.
MODICA (DS-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, trattiamo oggi un ennesimo disegno di legge di sanatoria della lunga e triste storia degli esami di ammissione ad alcuni corsi di laurea in Italia, in particolare quelli di medicina ed odontoiatria. Una lunga storia che ci vede alla terza edizione di una legge di sanatoria, sempre affermando che sarà l’ultima. Mi auguro davvero che sia l’ultima, ma francamente non condivido l’ottimismo di chi oggi pensa di risolvere così questa situazione.
Lasciate ripercorrere anche a me, per un momento, la storia di questo problema. Come sapete, in Italia il numero programmato per l’iscrizione alle università non è praticamente applicato ad alcun corso di laurea. Siamo in un Paese che non ha inteso limitare l’accesso all’università - ed io mi reputo soddisfatto e contento, e concordo con questa scelta - salvo che, mosso da regole e direttive europee, per l’area sanitaria e quindi per i corsi di laurea, di diploma e, adesso, di laurea triennale in medicina, in odontoiatria e nelle varie discipline paramediche.
In un primo momento, fino al 1999, questa normativa risultava alquanto debole giuridicamente ed era costantemente messa sotto scacco dai ricorsi presentati da efficienti e abili studi legali, che hanno fatto carriera in tal senso, i quali offrivano i loro servigi alle decine di migliaia di giovani che volevano esercitare la professione di medici, di dentisti o di altre figure professionali nell’ambito della sanità e che non potevano, purtroppo, a causa - lo ripeto - del numero programmato che vige in queste discipline.
La situazione divenne talmente confusa, che nell’agosto del 1999 il Parlamento intervenne nuovamente sulla questione cercando di dettare alcune norme di legge che consolidassero il potere delle università di fissare il numero programmato e di svolgere i relativi esami di ammissione.
Purtroppo questa legge non diede tutti i risultati che si auspicavano perché proprio nell’anno accademico 1999-2000 un'altra raffica di ricorsi ai tribunali amministrativi generò un enorme numero di studenti ammessi, a seguito di ordinanza sospensiva, a frequentare l'università della quale furono espulsi quando avevano già compiuto una parte del loro percorso. Quindi, grande confusione, grandi problemi, grandi proteste - in parte anche legittime, spiegherò poi il perché - per cui fu varata una seconda legge di sanatoria per gli studenti dell’anno accademico 1999-2000.
Sembrava che questa sanatoria fosse l'ultima ma puntualmente, l'anno dopo, nel 2000-2001 la situazione, sia pure con numeri più ridotti, si ripeté - ci riferiamo a quattro anni fa - e contro l'esame di ammissione ai corsi di medicina e odontoiatria fu presentato ricorso da qualche migliaio di studenti, la maggior parte del quali non ebbero ragione davanti ai TAR, ma una parte di loro (nessuno conosce i numeri esatti, facciamo conto fossero circa un migliaio) riuscì ad ottenere un'ordinanza sospensiva, si iscrisse con riserva alle università e cominciò a frequentare prima che i TAR o, in alcuni casi il Consiglio di Stato, annullassero l'ordinanza sospensiva provocando quindi l'espulsione degli studenti dal sistema universitario.
Cosa è successo poi in realtà? Apprezzo al riguardo l'onestà intellettuale del senatore Bevilacqua e della sua relazione, dobbiamo dircelo con estrema chiarezza: successe che le università si sono comportate in modo molto differenziato. La quasi totalità di esse lavorò con rapidità, come la buona amministrazione richiede, e notificò agli studenti l'annullamento della sentenza che aveva permesso loro di iscriversi per cui, questi studenti (parecchie centinaia se non migliaia) passarono ad altri corsi di laurea. Per altre università, ed anche per alcuni studenti al loro interno, invece la notifica della sentenza avvenne con ritardo o non avvenne affatto, con il risultato che questi studenti da quattro anni vivono nel limbo di una iscrizione ancora oggi con riserva, senza che si sia concluso il procedimento amministrativo che pur se non riconosce loro il diritto a frequentare quei corsi di laurea, evidentemente non preclude tutti gli altri che non sono a numero programmato.
Questa situazione brutta e complicata a quattro anni di distanza viene affrontata con un'altra brutta legge: una brutta legge per una brutta situazione. Perché la definisco così? Perché tentiamo di fare l'impossibile, di far giustizia dopo quattro anni rispetto a una situazione che nessuno è in grado di conoscere con esattezza, e lo sappiamo dopo aver sentito in audizioni rettori o alti funzionari delle amministrazioni universitarie, senza che il Ministero - ma non gliene faccio una colpa - sia assolutamente in grado di conoscere l'esatta situazione.
In sostanza, scegliamo salomonicamente un criterio che, come tutti i criteri di sanatoria, risolverà alcune questioni e ne creerà altre, sanerà forse qualche ingiustizia ma ne creerà altre. Non c'è legge di sanatoria tale da non generare problemi.
Non sono così ottimista come il mio collega Malabarba che sostiene che in questo modo abbiamo risolto le ingiustizie. No: così creiamo ulteriori ingiustizie, risolvendone forse qualcuna.
Il criterio è semplicissimo: un esame fatto subito oppure due esami fatti in questi lunghi anni che sono passati (la legge è più precisa, il mio esempio più banale). Si parla di criterio di merito, ma davvero riteniamo che aver fatto un esame dopo sei mesi o un anno sia un criterio di merito per corsi di laurea che ne comprendono sette, otto? E davvero pensiamo che dopo quattro anni due esami siano un criterio di merito?
BEVILACQUA, relatore. Sono tre esami in quattro anni.
MODICA (DS-U). Sì, ho sbagliato, si tratta di tre esami in quattro anni ma non mi sembra che rappresentino un criterio di merito. Gradirei che non ci prendessimo in giro; se vogliamo fare la sanatoria, a mio parere, dovrebbe essere più ampia.
In realtà, l'opposizione, e in particolare il Gruppo DS-U, ha studiato un sistema da inserire in una legge, che non tratta della particolarità di qualche centinaio di casi ma che affronta il problema alla sua radice, il che mi sembra più interessante. È una soluzione, proposta in un emendamento, che so già non verrà accettato dalla maggioranza - per lo meno questo è accaduto in Commissione - però, vorrei illustrarla nelle linee generali.
Questo provvedimento dimentica che le università, almeno da quindici anni, ma in realtà già secondo la Costituzione, sono istituzioni autonome, con autonoma responsabilità; con il compito effettivo di dirimere i casi - che capitano sempre, in qualunque amministrazione - di conflitto che si creino al loro interno.
Il relatore Bevilacqua cortesemente - e di questo lo ringrazio - cita questa possibile soluzione nella sua relazione ma, pur riconoscendone - mi sembra di ricordare - la validità, non si dichiara ad essa favorevole, spiegando la ragione profonda del rifiuto di questa impostazione: la disparità di trattamento, di cui si è parlato.
Dobbiamo metterci d'accordo: siamo davvero sicuri che vi sia minore disparità di trattamento con una soluzione nazionale di basso livello e del tutto cieca come quella proposta, e non vi sia invece maggiore parità di trattamento in una soluzione che affida, in questo come in molti altri casi, all'autonomia delle università la possibilità di scegliere?
Come facciamo a risolvere i problemi delle università che, tante volte sbagliando, - lo dico con assoluta certezza - si sono comportate in modo non uniforme, creando ingiustizie nei confronti dei loro studenti, che potrebbero sanare, ma certo non tramite un provvedimento generalista, quale quello che ci viene proposto?
Questo potrebbe essere un discorso valido anche per il futuro. Purtroppo, anche se i dati numerici mostrano che il fenomeno dei ricorsi è in diminuzione, non sono così sicuro che non scopriremo, di qui a poco, che ve ne sono altri nascosti in qualche piega o che avranno luogo nel prossimo settembre. E come risponderemo con la quarta edizione della legge? Cosa inventeremo? Il mezzo esame, il quarto o il quinto di esame? Quale altro criterio inventeremo?
Secondo me, non stiamo rispondendo bene come legislatori ad un problema che esiste e di cui non voglio negare l'esistenza, ma - ripeto - come stiamo rispondendo? Con una brutta legge, legiferando male su un tema, peraltro tecnicamente complesso, ma certamente non di grandissima portata. A mio parere, questa era l'occasione per rivedere con intelligenza e con lungimiranza un problema serio.
Voglio tornare al tema della disparità di trattamento, tema da analizzare in questa sede: in un'Italia in cui i sistemi delle autonomie crescono e cresceranno - e di questo siamo contenti - possiamo davvero pensare di difendere nel Parlamento l'uniformità di trattamento in ogni singolo caso e situazione?
Temo - ripeto ancora una volta - che vi sia un'ottica sbagliata, come se le università non fossero già di per sé differenti tra loro; come se già di per sé - perché queste sono le regole delle istituzioni autonome - non fornissero servizi differenti, qualità amministrative, scientifiche, culturali e didattiche diverse. Immaginiamo un sistema ancora oggi uniforme come quello di trenta, quarant'anni fa, quando invece siamo di fronte ad un sistema molto più differenziato - per fortuna secondo me - di quanto si creda.
Il problema si aggancia - mi si perdonerà qualche notazione più tecnica che ho già esposto in Commissione, senza successo - ad una legge che usa anche - lo dico con rispetto di chi ha proposto l'emendamento totalmente sostitutivo dell’articolo 1 - locuzioni che ormai non corrispondono più all'ordinamento universitario, quale ad esempio: "abbiamo superato almeno un esame entro la sessione estiva".
Voi credete davvero ancora che esistano le sessioni estiva, autunnale e straordinaria? Non sapete che da più di venticinque anni non esistono più? Cosa faremo di fronte al primo studente che inevitabilmente ricorrerà su questo punto? Stuoli di avvocati sono pronti a trovare i punti deboli.
Ci siamo resi conto che l'ordinamento universitario non è più uniforme in Italia e che le regole appartengono alle scelte autonome delle università? Quello citato è un piccolo dettaglio, ma ve ne sono anche altri che poi illustreremo e che faremo comprendere all'Assemblea nel corso dell'esame degli emendamenti.
Voglio ora affrontare un’altra questione. Tutti noi abbiamo avuto la casella di posta elettronica inondata da lettere dei ricorsisti o spessissimo, cosa molto curiosa, dei loro genitori (è una situazione curiosa che mi spaventa un po’: dei giovani studenti universitari adulti e maggiorenni si fanno rappresentare dai loro genitori), nonché da lettere degli ordini professionali, in particolare di quello dei medici e degli odontoiatri.
Le due diverse parti sono su posizioni opposte: i genitori dei ricorsisti ovviamente chiedono la sanatoria per i loro figlioli; l’Ordine dei medici e degli odontoiatri difende la scelta del numero chiuso e chiede che il Parlamento non legiferi sanando ancora una volta la situazione degli studenti ricorrenti.
Sono del parere che gli argomenti degli uni e degli altri siano deboli. Sono deboli gli argomenti dei ricorsisti, perché non è vero che la situazione deriva da insufficienze della procedura di selezione. Si può essere d’accordo o meno con la selezione, ma questa ha trovato ormai un buon equilibrio; infatti, i ricorsisti si appellano sempre e solamente a cavilli formali, non alla sostanza della selezione.
Non sono nemmeno d’accordo con l’Ordine dei medici e degli odontoiatri, che ha una posizione chiaramente corporativa, volta a difendere - almeno così è scritto nelle lettere - il numero programmato per non ampliare eccessivamente gli accessi alla professione, in considerazione - e in questo caso hanno anche una parte di ragione - delle carenze di strutture che le università lamentano. Ovviamente in questo momento gli studenti in questione sono studenti di università, quindi stanno seguendo regolarmente i corsi; ciò considerato, a mio parere, la parte più forte dell’argomentazione in questione è di tipo corporativo.
Secondo me, non possiamo legiferare né in una direzione né nell’altra, perché ambedue le posizioni rappresentano interessi estremamente particolari rispetto all’interesse generale del Paese, quello di creare in queste discipline un sistema di selezione degli studenti che sia, come vuole anche la direttiva europea, onesto, giusto e corretto, e che soprattutto dia certezza a chi supera gli esami di poter frequentare e a chi non li supera di scegliere rapidamente un altro corso di laurea di maggior gradimento, visto che non ha potuto seguire quello di suo principale interesse.
Insomma, nella sostanza, ritengo che dobbiamo intervenire sul tema, ma non con una legge di questo tipo. Questa è una legge che accontenta certamente, come dice il relatore, circa metà degli interessati; ciò posto, inevitabilmente, l’altra metà degli interessati si lamenterà di non essere stata accontentata. In questo modo non stiamo risolvendo il problema, stiamo semplicemente scrivendo il terzo capitolo di una brutta storia. Ecco perché ritengo che dobbiamo pensare meglio alla normativa in questione.
Concludo con un’osservazione che purtroppo evidenzia un quadro di grande ritardo dell’amministrazione pubblica italiana. La legge autorizza gli studenti in oggetto ad iscriversi al secondo anno per l’anno accademico 2001-2002. Siamo nell’anno accademico 2003-2004; questo Parlamento sta legiferando su un’iscrizione che si faceva tre anni fa e l’autorizza oggi, dopo tre anni. Mi sembra un esempio di cattiva amministrazione del nostro Paese e penso che occorrerebbe meglio riflettere su tale questione. (Applausi dal Gruppo DS-U e del senatore Moncada).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Boldi. Ne ha facoltà.
BOLDI (LP). Signor Presidente, colleghi, oggi in quest’Aula si discute l’ennesima sanatoria per quanto riguarda i corsi di laurea di alcune facoltà. Voglio andare brevemente indietro nel tempo per ricordare come si è arrivati a questo punto. Con la legge n. 264 del 1999 il nostro Paese si è finalmente dotato di una legislazione organica e completa che disciplina l’accesso programmato ad alcuni corsi universitari per conformarsi alle disposizioni europee.
I corsi interessati sono medicina, chirurgia, medicina veterinaria, odontoiatria, altre professioni sanitarie, infermieristica, ostetricia, fisioterapia, logopedia, ortottica ed architettura. Quindi, è una fascia abbastanza ampia. Vedo che qui si parla soprattutto di medicina e odontoiatria, ma in realtà la fascia è piuttosto ampia.
Varrebbe anche la pena di ricordare perché, in modo trasversale e condiviso, si era arrivati all'emanazione della legge n. 264 del 1999: per conformarci ad un dettato europeo. Questo Parlamento a quel tempo ha condiviso soprattutto due aspetti. Il primo di essi, che potremmo definire il meno importante, è che la necessità di programmare il numero degli accessi deriva dalla necessità di programmare poi il numero di professionisti che si dedicano alle varie branche. Ciò perché si è valutato che il mercato non poteva assorbire all'infinito ragazzi che avevano acquisito quella particolare formazione.
Ma questo può essere considerato il motivo meno importante, perché alla fine, siccome si tratta di corsi di formazione che portano all'esercizio di libere professioni o comunque di professioni di tipo intellettuale, la scelta sarà fatta dal mercato stesso, dai cittadini stessi.
L'altro aspetto (circa il quale mi sono andata a leggere i resoconti della Commissione pubblica istruzione di allora) è sicuramente più importante. Esistono cioè alcune professioni per le quali, oltre alla formazione cartacea (cioè lo studiare ed imparare sui testi), è assolutamente necessario avere la possibilità di acquisire una manualità, svolgere cioè una parte pratica. Questo vale per medicina, vale moltissimo per odontoiatria, così come per molte delle professioni che ho citato. E allora le università, calcolato quali erano le strutture che potevano mettere a disposizione per acquisire questi principi pratici e queste manualità, hanno definito, ognuna in base alle proprie possibilità, un numero di studenti ai quali era possibile offrire effettivamente questa formazione pratica.
Conosco bene, e d'altronde è ben risaputa, la questione relativa all'odontoiatria: quando si insegna ad un ragazzo a fare un'otturazione o una devitalizzazione si opera inizialmente su dei manichini. Non ci sono tuttavia a disposizione 150 manichini per ogni aula universitaria, ce ne sono 20-30 o quanti l'università ha deciso che ve ne siano; ed il numero di studenti viene programmato anche in base a questo. Allo stesso modo, se un ragazzo che frequenta medicina deve imparare a palpare un fegato o ad auscultare un cuore o un polmone, deve avere la possibilità di recarsi al letto del paziente ed imparare dal docente queste pratiche.
Il numero programmato è stato introdotto sulla base, appunto, della necessità di migliorare la formazione di questi studenti, che avrebbero dovuto in futuro esercitare professioni così delicate.
È stato proprio su questi due punti che ho appena citato che si era trovata condivisione e trasversalità nell’approvazione della legge n. 264 del 1999.
Le sanatorie avvenute prima dell’approvazione di questa legge potevano avere un senso; si diceva infatti che una legge non c’era ancora, per cui era chiaro che, tra coloro che sostenevano l’esame e rimanevano fuori, qualcuno accettava il risultato e qualcuno non lo accettava e presentava ricorso, pensando che poi ci sarebbe stata una sanatoria.
Quello che - secondo me - è assolutamente assurdo è che si parli nuovamente di sanatoria dopo che una legge è stata approvata. Anche su invito della Corte costituzionale, è infatti stata emanata la legge n. 264 del 1999, che tra l’altro - ricordo - conteneva già un’ulteriore sanatoria, che avrebbe dovuto essere l’ultima e avrebbe dovuto sistemare tutte le situazioni.
Pertanto, chi si è presentato a sostenere gli esami per queste facoltà a numero programmato dopo l’emanazione della citata legge n. 264 sapeva benissimo che esistevano una legge e una sentenza della Corte costituzionale e che quindi il ricorso al TAR, come poi è stato, non avrebbe avuto alcun valore. Non solo, ma i veri danneggiati sono gli studenti che si sono attenuti ai risultati del test d’esame, che non hanno presentato nessun ricorso e che a questo punto, secondo me, loro sì restano fortissimamente penalizzati rispetto a coloro i quali, invece, come al solito, in modo un po’ furbesco hanno continuato a presentare ricorsi e ad andare avanti.
Certo, non si può tacere che molto probabilmente parte della responsabilità è anche delle università e dei rettori. Non vedo infatti perché questi dovessero continuare a consentire la frequenza a quegli studenti quando era in vigore una legge che stabiliva che non era possibile.
Purtroppo, il Parlamento non ha la possibilità di sanzionare i rettori, ma lasciatemi dire, in discussione generale, che sarebbero da sanzionare, perché il loro non è stato assolutamente un comportamento corretto, né nei confronti dell’amministrazione dello Stato, né nei confronti di quegli studenti; parte dei guai l’hanno sicuramente creata loro.
A questo punto, come risolvere la questione? Ritengo che il testo trasmessoci dalla Camera fosse abbastanza equilibrato, perché permetteva a quegli studenti di iscriversi al secondo anno di altra facoltà non a numero programmato. Quindi, visto che la sanatoria proposta fa riferimento a coloro che abbiano sostenuto un esame oppure più di due o tre esami, io credo che non perdano niente se verranno iscritti al secondo anno, tanto più che - ripeto - sapevano perfettamente che una legge sanciva il numero programmato, per cui una volta di più hanno contato sul fatto che il Parlamento, alla fine, avrebbe "mollato le brache" e approvato una sanatoria; questo non è assolutamente tollerabile, almeno a mio parere.
Si dice (è un punto che ha toccato anche il senatore Modica) che non c’è stata valutazione oggettiva e che ci sono state difformità. Scusatemi, ma quando si va a sostenere un esame non si può pensare che vi sia uniformità, perché non già da una sede universitaria all’altra, bensì addirittura da una commissione d’esame all’altra, da un esaminatore all’altro c’è differenza e non ci può essere totale uniformità.
Diverso è se mi si viene a dire che si potrebbero ricercare criteri di valutazione maggiormente oggettivi per questi esami; però, in fondo, sostengono una prova scritta e dei quiz, per cui il criterio alla fine è abbastanza oggettivo. Si può dire magari che i test di biologia dovrebbero essere più di quelli di chimica o di logica, però credo che questa scelta non competa a noi, ma alla struttura universitaria.
A questo punto, invito veramente i colleghi (ne riparleremo in sede di illustrazione degli emendamenti; insieme con la senatrice Alberti Casellati ne ho presentato uno volto a ripristinare il testo della Camera) a pensare bene a quello che stiamo facendo. Infatti, se passerà quest’ennesima sanatoria non sarà l’ultima, bensì la prima da quando c’è la legge n. 264 del 1999 e a settembre gli studenti che sosterranno l’esame e verranno scartati sicuramente presenteranno ricorso, per cui ci ritroveremo qui il prossimo anno a discutere una nuova sanatoria.
Forse questa sarebbe l’occasione buona per dire che ormai il numero programmato per accedere ad alcune facoltà è stato accettato e condiviso praticamente da tutti e che quindi, a questo punto, la legge deve essere rispettata.
Fra l’altro, quella individuata alla Camera è una soluzione non particolarmente penalizzante, come sarebbe invece la nuova sanatoria per tutti quegli studenti che, avendo accettato il verdetto dell’esame, si sono messi a fare altro e a questo punto si troverebbero in condizioni di assoluto disagio e disparità rispetto ai loro compagni un po’ più furbi. (Applausi dal Gruppo LP e del senatore Falcier).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tessitore. Ne ha facoltà.
TESSITORE (DS-U). Signor Presidente, il mio intervento sarà più breve di quelli che mi hanno preceduto, perché molte osservazioni - che condivido - sono state già svolte in particolare dal collega Modica.
Debbo in primo luogo precisare che il mio è più che mai un intervento a titolo personale, innanzitutto perché non conosco l’orientamento di voto del mio Gruppo politico e poi perché debbo confessare che io stesso mi pongo in una posizione problematica, che scioglierò in relazione all’esito della discussione e dell’esame degli emendamenti.
Debbo fare altre due premesse che ritengo a questo punto necessarie, viste anche le osservazioni avanzate dai colleghi Modica e Boldi. In primo luogo, osservo che questo è un provvedimento all’apparenza di minore rilevanza, ma che in realtà può rischiare di diventare indicativo di un modo di concepire la vita universitaria. Si tratta di disegnare la vita universitaria nel rispetto delle leggi dello Stato, a cominciare da quella sull’autonomia universitaria, e delle regole di comportamento nell’ambito di un sistema normativo.
In secondo luogo, debbo premettere che sono, e non da ora, sostenitore di un sistema di liberalizzazione degli accessi alla vita universitaria, in coerenza con quanto prescritto dalla nostra Carta costituzionale e dalla scelta - piaccia o no - che il nostro Paese ha compiuto oltre un quarto di secolo fa, quando optò per l’università di massa, o meglio per l’università per tutti, vale a dire un’università che non rinnega il principio del merito e della selezione, ma lo affida alla verifica delle effettive capacità e lo fa nella sede dovuta, cioè in considerazione dell’espletamento dei doveri universitari dei giovani, e non in base a scelte pregiudiziali, caso mai avvalendosi del metodo dei quiz, troppo diffuso, che notoriamente (lo dico con molta chiarezza) favorisce gli imbecilli e non chi è abituato al ragionamento e alla problematicità delle cose della mente. (Applausi dei senatori Bevilacqua e Fasolino).
Sono tanto convinto di ciò che - a titolo provocatorio, sono pronto a riconoscerlo - ho presentato un disegno di legge per l’abolizione del cosiddetto numero programmato, che oggi, a mio giudizio, così come concepito distorce ulteriormente il sistema universitario perché è previsto per alcune facoltà e non per altre e per alcuni corsi di laurea di una facoltà e non per altri corsi della stessa facoltà. È il caso, ad esempio, della facoltà di medicina veterinaria. Si tratta quindi di un provvedimento privo di una visione sistematica. Diciamo anche, con chiarezza, che è nato soltanto per favorire questo o quell’ordine professionale.
Un’altra delle carenze delle nostre discussioni in materia universitaria è relativa al fatto che tutti ci entusiasmiamo di fronte al valore salvifico dei nostri problemi derivante dall’abolizione del valore legale del titolo di studio, che, a mio giudizio, è cosa non vera, mentre non si affronta il vero problema del rapporto con gli ordini professionali e quindi con il mondo del lavoro.
Probabilmente sono particolarmente sensibile a questo tema perché vengo da una città dove qualche decennio fa ai cantoni delle strade vedevano affissi manifesti dell’Ordine dei medici che invitavano a non iscriversi alle facoltà di medicina e chirurgia, in modo particolare al corso di laurea in odontoiatria.
In qualche misura questa consuetudine è proseguita - lo ha ricordato il collega Modica - con una vera e propria aggressione postale - me ne compiaccio per le finanze dello Stato - a causa del numero di lettere che abbiamo ricevuto - sia io che tutti gli altri colleghi - o dai ricorrenti oppure, e ancora di più, da coloro che erano contro i ricorrenti, in modo particolare dall’Ordine dei medici odontoiatri: si è trattato veramente di una beneficiata per le Poste, superiore di molto a quella degli auguri natalizi. Pertanto, se dobbiamo dare un contributo alle Poste, invito a mantenere aperto il problema, perché c’è di che compiacersi.
Debbo inoltre dire, con molta chiarezza (forse declinando una componente di "dispettosità" della mia natura, che mi indurrebbe a rivedere l’atteggiamento a proposito della liberalizzazione degli accessi e, come dirò poi, dei ricorsi), che questo è un altro discorso che andrà fatto (e io mi auguro venga fatto) in qualche buona occasione, anche perché credo che, affrontando questi problemi, si possano intercettare il modo di essere, le realtà e le condizioni delle università italiane, che meritano di essere prese in considerazione, anziché baloccarci con progetti di riforma che corrono il rischio di essere soltanto un tentativo di smantellamento del nostro sistema universitario, che - lo dico con piena assunzione di responsabilità - è un sistema glorioso nonostante le sue malsanìe e le sue patologie, che peraltro si possono facilmente evitare.
Debbo aggiungere - e questo mi consente di entrare nell’argomento, ribadendo alcune delle posizioni già espresse - che, nonostante queste convinzioni, che peraltro ho argomentato in sedi solenni per l’università come possono essere le relazioni inaugurali degli anni accademici, quando sono stato rettore di una grande università, nonostante - ripeto - il mio convincimento, non ho mai mancato di far rispettare la legge che regolava gli accessi cosiddetti programmati e l’ho fatto resistendo - ecco un punto sul quale si può anche discutere; non so se sia il caso di prevedere sanzioni nei confronti dei colleghi rettori, ma è certamente un punto da tenere presente - in tutte le sedi, quindi non ignorando il fatto che le sentenze dei TAR possono essere appellate e, una volta appellate, si sospende ogni provvisoria valenza delle decisioni dei TAR stessi.
L’ho fatto perché ho ritenuto fosse mio dovere oppormi ad ogni specioso aggiramento di una legge pur malfatta e che pure non condivido, ma per la cui modifica bisogna impegnarsi in altre sedi. Forse non è un caso, me lo si lasci dire, perché talvolta, persino delle situazioni napoletane si può e si deve parlare bene: l’università dalla quale provengo è una delle poche che non trova spazio nell’elenco dei ricorsisti; non ce ne sono probabilmente per la notoria cattiveria di un passato rettore.
Ciò detto, ribadita la contrarietà ad una impostazione non sistematica della liberalizzazione e della limitazione degli accessi, debbo dire che ho molta perplessità sulla proposta di sanatoria, in modo particolare per i modi in cui essa è configurata.
Anche qui debbo partire da una constatazione. Negli anni passati si poteva parlare di sanatoria legislativa perché si era di fronte ad una diversità di situazioni determinate da diversi orientamenti dei nostri tribunali amministrativi: alcuni ammettevano le iscrizioni con riserva - uno in modo particolare, dove infatti si affollava la maggior parte dei ricorsi - e altri che non le ammettevano.
Oggi non è così: finalmente, il Consiglio di Stato è riuscito a far prevalere un orientamento uniforme, di modo che la varietà delle situazioni, là dove esiste, è determinata dai diversi orientamenti seguiti dalle sedi universitarie già prima dell’ultimo orientamento del Consiglio di Stato.
Anche qui voglio essere chiaro: ci sono state università - e sono numerose - che hanno ritenuto di assumere un atteggiamento più coraggioso e altre che hanno ritenuto di assumerne uno pro bono pacis, anche questo concepibile in riferimento alla diversità delle situazioni.
Se ciò è vero, come credo sia, oggi l’intervento legislativo proposto appare in contraddizione con la legge che regola gli accessi programmati: essendo in contraddizione con una legge, non credo sia possibile parlare di sanatoria, ma di modifica della norma sugli accessi programmati. Si apre così un altro squarcio - che mi sembra preoccupante - di questa incresciosa situazione.
D’altra parte, dobbiamo anche considerare chi sono i ricorsisti. Oramai, come sapete, grazie a questa situazione gli studenti universitari italiani si distinguono in studenti in corso, studenti fuori corso, studenti ricorsisti e studenti non ricorsisti: la tipologia si è ampliata.
Ciò che mi accingo a dire non ha però nulla contro questi giovani, in alcuni casi vittime di una diversità di atteggiamenti. Tuttavia, bisogna aver chiaro, quale che sia l’orientamento che intendiamo assumere, che coloro che si sono presentati agli esami di accesso ai corsi a numero programmato conoscevano i sistemi - anche se, come ho detto, erano sistemi balordi - e, non essendo stati favoriti, li hanno rifiutati postumamente, determinando - questo va detto perché lo dobbiamo tener presente nell’orientarci ad assumere un provvedimento - una discriminazione rispetto ad altri studenti che hanno rispettato le norme esistenti, che non hanno voluto o - diciamolo pure - non hanno potuto tentare di violare il sistema di leggi esistente. Di questo si tratta e dobbiamo saperlo nel votare i provvedimenti al nostro esame.
C’è, infatti, un profilo della normativa al nostro esame che ritengo preoccupante e può consentire ad uno studente non idoneo, che mettiamo il caso si trovi al quattrocentesimo posto della graduatoria, di essere ammesso a danno di un altro che si trova al trecentesimo, al centesimo o addirittura al primo posto dei non idonei; non mi pare sia un sistema razionale.
Naturalmente, quanto ho detto non si riferisce a ricorsi che riguardino le situazioni di merito relativamente allo svolgimento dei corsi. Se ci sono stati (e pare che in qualche caso ci siano stati) alcuni errori nello svolgimento delle prove, perché non conforme alle norme, il discorso è diverso; in questo caso, faccio riferimento a situazioni che in qualche modo enfatizzano posizioni o interessi personali.
Per queste ragioni, sono contrario al provvedimento in esame, e in modo particolare per le modalità con cui è stato presentato, tant’è vero che ho firmato un emendamento, non accolto in Commissione, che è stato illustrato dal senatore Modica e che credo meriti un’ulteriore riflessione, secondo il quale, in relazione alla specificità della situazione che ho cercato di descrivere (non una carenza del dato normativo, ma una diversità di comportamento), si prevede che siano le sedi universitarie, nell’esercizio dell’autonomia e nel dovere di tenere fede all’autonomia, ad affrontare le situazioni discriminatorie che hanno determinato e cercare di risolverle.
Naturalmente, cercare di risolverle con le opportune motivazioni, in una condizione di assolute chiarezza e regolarità e, in ogni modo, senza compromettere la dignità del legislatore, come è al di là delle intenzioni e, in modo particolare, al di là delle intenzioni del relatore Bevilacqua, al quale tengo a dare atto dell’impegno profuso in Commissione per cercare di trovare una soluzione più possibile equitativa che non determinasse ulteriori sperequazioni.
Credo che in tal modo si darebbe una risposta alle condizioni di disagio determinate - quando e se determinate - da alcune sedi universitarie e si darebbe ad esse, e solo ad esse, la possibilità di individuare soluzioni senza intaccare princìpi, senza ipotizzare - ancora una volta faccio riferimento alla mia città, ma non all’università dalla quale provengo - misure che sembrano entrare in quella scelta cabalistica che, a quanto pare, diventa uno degli elementi caratterizzanti dell’università italiana.
Mi riferisco alle formule sette più tre, uno più due più quattro, settantacinque, settantasette: non si riesce a capire in base a quale misterioso arcano questi numeri siano stati adottati, tant’è che già si preparano altri ricorsi, anche con il sostegno, forse comprensibile, di istituzioni pubbliche.
In ogni caso, si lascerebbe il Parlamento fuori da un problema che, a mio giudizio, è sempre più urgente e deve essere risolto in via generale e, sperabilmente, in forme razionali, sistematiche, tenendo conto finalmente della complessità della vita universitaria.
Infatti, anche il fenomeno dei ricorsisti nasce da un’impostazione che non mi stancherò mai di denunciare, quella cioè di una volontà di legiferare sul patologico e non sul fisiologico; il patologico non può che determinare situazioni particolari destinare a ripetersi, così come da anni si ripete il problema dei ricorsisti, anche con danno e disagio di questi stessi giovani, che non sanno cosa debbono fare e quale sia l’atteggiamento - in parte anche loro - che lo ha provocato. (Applausi dal Gruppo DS-U e dei senatori Mancino e Zancan. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Monticone. Ne ha facoltà.
MONTICONE (Mar-DL-U). Signor Presidente, ho seguito negli anni passati le vicende delle precedenti sanatorie e mi trovo ovviamente in grande difficoltà di fronte a questo problema che è stato esaminato con cura nella Commissione competente e che ha trovato nella relazione del senatore Bevilacqua un chiaro ed equilibrato impegno per una soluzione il più possibile positiva, che sia valida per i giovani e per le università al tempo stesso.
Anche io credo che questa vicenda rimandi a problemi più generali. Sono convinto che il numero chiuso, così come è stato impostato sia un errore e che vada superato; ritengo anche che non sia possibile una sottolineatura eccessiva della necessità del numero chiuso per talune facoltà e non per altre. Ciò non solo per talune facoltà scientifiche, di scienza applicata da una parte o per facoltà umanistiche dall'altra, giacché all'interno del panorama delle facoltà scientifiche ve ne sono alcune che hanno altrettanto bisogno di luoghi di sperimentazione e che hanno altrettanto peso nella salute pubblica e nel possibile sviluppo della società che non hanno il numero programmato.
Credo allora che ci sia un primo elemento da tenere presente e ritengo che comunque si risolva oggi con l’approvazione di questo provvedimento la questione dei ricorsisti; dovrebbe essere già iniziato alla Camera dei deputati un dibattito sulle università e ritengo che debba essere ripreso qui in Senato anche sulla base di una ricerca e di una valutazione che sono state fatte collegialmente attraverso interventi di senatori di tutti gli orientamenti politici e con audizioni di importanti realtà accademiche.
C'è una seconda osservazione di carattere generale concernente il sistema dei quiz o comunque della prova scritta, sempre in ordine alle discipline mediche che sono quelle per le quali abbiamo avuto un certo numero di ricorsi. A parte la giusta osservazione del senatore Tessitore sulla non specifica validità del sistema dei quiz in tutte le amministrazioni pubbliche, credo che per quanto riguarda le facoltà di medicina e odontoiatria ci sia un problema di fondo.
Presidenza del vice presidente FISICHELLA
(Segue MONTICONE). È vero che alcuni TAR hanno accolto ricorsi soffermandosi sugli aspetti formali, perché ovviamente i tribunali amministrativi non possono che soffermarsi sugli aspetti formali, ma sono proprio gli aspetti sostanziali di queste prove che, non tanto nelle differenze tra una università o l'altra, quanto nel metodo applicato destano qualche perplessità. La domanda di fondo è la seguente: lo studente che proviene dai licei e che intende procedere all'iscrizione ad una facoltà di medicina che prova deve sostenere?
Siccome non si può pretendere che lo studente debba esclusivamente trattare attraverso la prova scritta, attraverso i test, questioni che già presuppongono una preparazione specifica, la domanda è: quale tipo di cultura, di preparazione si deve richiedere a questi studenti? Quindi, qual è il modo con cui le università possono valutare tale preparazione? Anche in questo caso occorre non una mortificazione ma una valorizzazione dell'autonomia, attraverso un'indicazione quadro del problema di fondo del diritto allo studio e del diritto alla libertà di scelta delle facoltà.
È noto che alcune facoltà scientifiche (per esempio, matematica e fisica) hanno avuto eccellenti studenti, poi straordinari ricercatori, provenienti da licei classici. Se la prova di accesso ad una specifica facoltà scientifica riguardasse studi propri di quella facoltà, come potrebbe uno studente con grandi capacità metodologiche e con una cultura diversa, ancora non specificamente esercitata in quel campo, iscriversi a quella facoltà? Anche di questo si deve tener conto.
Naturalmente queste sono premesse di una valutazione che oggi siamo invece indotti a compiere sul piano concreto. Esiste, tuttavia, un altro aspetto che dovrebbe essere oggetto di particolare valutazione anche da parte del Parlamento, quello dell'orientamento degli studenti - chiamiamoli - preuniversitari. Credo che le direttive europee concernenti le future professioni debbano essere portate operativamente nei licei, così come definiti nella riforma del ministro Moratti. Infatti, a mio parere, la questioni dell'orientamento e la questione delle prove di accesso sono strettamente connesse.
Cosa fare poi per la questione dei ricorsisti? Vi sarà sempre qualche ricorso. Immagino che dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato, come ha accennato il senatore Tessitore, sarà difficile che i TAR si occupino nuovamente del problema. Quindi, al di là di un certo numero fisiologico di ricorsi, probabilmente dovuti ad errori materiali di eventuali commissioni universitarie, non dovrebbe esserci un ulteriore sviluppo di tale questione. Oltretutto, credo che i quattro anni trascorsi in questa vicenda (dal 2001 ad oggi) possano scoraggiare anche le famiglie degli studenti esclusi dalle prove, e talvolta indotti - ahimè - da collegi legali, che offrono assistenza legale, a presentare ricorso.
Credo che tutta questa vicenda evidenzi la necessità di un fattore etico-politico fondamentale nelle università, nelle famiglie e nei collegi legali (anche se non voglio esprimere giudizi), ma anche di una migliore attenzione da parte degli stessi tribunali amministrativi. In ogni caso, qualunque sia la decisione che prenderemo, sia se sceglieremo di non consentire agli studenti ricorrenti di accedere al secondo anno dell’anno accademico 2001-2002 sia se lo consentiremo in varie forme, comunque un’ingiustizia vi sarà sempre e la situazione non si riuscirà a risolvere.
Pertanto, la mia opinione personale è che la linea seguita dalla Commissione, pur tenendo conto di osservazioni importanti e certamente anche qualitativamente valide, sia in queste circostanze opportuna.
Naturalmente il mio Gruppo esprimerà meglio la sua posizione nel corso della discussione dei singoli emendamenti; in questa sede mi limito ad esprimere la necessità di assecondare la linea scelta dal relatore, ovviamente recependo le osservazioni dei senatori Modica e Tessitore in ordine all’autonomia delle università, anche in considerazione di quella scrupolosa attenzione alle localizzazioni universitarie ed alla separazione dei mega-atenei che purtroppo, nonostante la presenza di diverse leggi, non è stata ancora messa in atto. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fasolino. Ne ha facoltà.
*FASOLINO (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il testo pervenuto in Aula a seguito dei lavori della Commissione pubblica istruzione evidenzia come siano stati compiuti passi significativamente importanti, soprattutto riguardo alla quantità degli aventi diritto. In questo modo viene a risolversi la grandissima parte dei casi dei ricorrenti.
Sono state introdotte anche norme che prevedono il diritto di accesso ai corsi per diploma universitario ed ai corsi di laurea specificamente richiesti; l’altra possibilità, quella cioè di prevedere un diritto di accesso a corsi diversi, mi sembra chiaramente improponibile e comunque non risolutiva della problematica richiamata alla nostra attenzione. Pertanto, questo disegno di legge, così come è stato portato all’attenzione dell’Aula sulla base del testo della Commissione, mi sembra molto positivo.
In ordine ad alcune considerazioni esternate dai colleghi, mi sembra opportuno richiamare alcune questioni. I colleghi Modica e Tessitore hanno svolto delle considerazioni importanti che però non mi trovano d’accordo.
L'Aula deve valutare positivamente il testo licenziato dalla Commissione perché la preoccupazione, avanzata anche dalla senatrice Boldi, che si possa andare incontro ad una reiterazione di ricorsi e di situazioni analoghe a quelle che si stanno trattando mi sembra francamente lontana dalla realtà, dato che ormai i TAR si sono orientati chiaramente verso un diniego della sospensiva, per cui non si andrà più incontro a situazioni come quella che si sta esaminando.
Del resto, anche la decisione della Commissione di ritenere che gli studenti meritevoli di un'attenzione da parte del Parlamento siano quelli che hanno superato almeno un esame entro la sessione estiva (anche se, come diceva il collega Modica, è termine improprio, data l'attuale conformazione giuridica e amministrativa dell'università) dell'anno accademico 2000-2001, e almeno due esami entro la sessione estiva dell'anno accademico 2002-2003, mi sembra una soluzione positiva perché dà modo agli studenti che si sono applicati di poter ricevere in premio l'iscrizione definitiva. Gli altri studenti, quelli che non hanno superato neanche uno o due esami, non penso che siano meritevoli di qualsivoglia benevolenza da parte del Parlamento, dato che hanno dimostrato chiaramente di non tenere alla prosecuzione del loro cammino universitario.
Detto questo, e quindi anticipando l'indicazione di voto da parte di Forza Italia favorevole all'approvazione del testo, così come licenziato dalla Commissione, mi sembra tuttavia opportuno che si tracci anche da parte di Forza Italia una linea rispetto al sistema dei numeri chiusi nelle università nelle quali vi siano corsi di laurea o diplomi programmati. Anch'io ritengo che non ci sia la necessità di proseguire su questa strada; ritengo che questa strada sia ingiusta, illiberale, e che non sia tale da portare benefici nel futuro della qualificazione professionale del nostro Paese. Bisogna però dare tempo agli atenei di rimodulare le loro strutture, perché solo in questo modo si potranno consentire liberi accessi alle facoltà. E per questo c'è bisogno di tempo.
Nel frattempo, mi permetto di avanzare delle proposte, e lo dico al sottosegretario Caldoro, qui presente. Il sistema dei quiz, caro sottosegretario Caldoro, così come viene condotto nelle varie università italiane (nasce - pare - da una conferenza dei rettori), è un sistema morganatico, misterioso, chiuso; ingenera molti sospetti, ricordatici anche da vari cittadini (possono o meno aver colto nel segno) che dicono di pochi privilegiati che conoscono in anticipo il contenuto dei quiz, e quindi si troverebbero in una situazione di privilegio rispetto alla massa degli studenti.
A me pare che sia possibile un sistema diverso, nel periodo di prosecuzione del numero chiuso fino a che gli atenei non adeguino le loro strutture ad una liberalizzazione degli ingressi. Vi è, ad esempio, il sistema che adotta la Guardia di finanza: i suoi quiz sono pubblici, si possono trovare su Internet.
Per quale motivo gli studenti non possono essere giudicati in base alle risposte date a quesiti pubblicati su tutti i giornali come un testo? Quando uno studente universitario va a sostenere l’esame di anatomia o di procedura civile, ha seguito delle lezioni, dei corsi, ha letto dei libri e delle dispense e risponde su tutto ciò.
Ritengo pertanto che a partire dal prossimo anno, anzi dalla prossima sessione, i quiz debbano essere pubblici. In tal modo si darà almeno una parvenza di giustizia in un settore dell’istruzione e della vita civile italiana così delicato perché riguarda i giovani. Se i giovani non sono convinti di essere stati estromessi solo perché non hanno studiato, ma pensano che ci siano altri meccanismi che li hanno tenuti fuori si creano le premesse di una società sbagliata nella quale i singoli componenti non credono ai valori portanti.
Quindi, sottosegretario Caldoro, raccomando a lei e al ministro Moratti che ci sia un’informativa nei confronti dei rettorati e degli atenei, volta a consentire di procedere attraverso la pubblicità delle domande alle quali gli studenti devono rispondere per essere ammessi ai corsi di laurea e di diploma programmati. (Applausi del sottosegretario Valentino).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Compagna. Ne ha facoltà.
COMPAGNA (UDC). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, era fatale che in sede di discussione generale questo intervento legislativo suscitasse una serie di considerazioni molto ampie del tipo di quelle fatte poc’anzi, a proposito dello strumento del quiz, dal collega Fasolino, del resto raccogliendo la scia di considerazioni già avanzate in precedenza da altri colleghi, non necessariamente dal senatore Tessitore.
Non seguirò, però, la ricostruzione di queste piste più ampie neanche in sede di discussione generale; mi limiterò invece a fare considerazioni più specifiche, se volete minime e forse anche basse. Dico questo perché ci troviamo di fronte ad uno dei casi più impropri di intervento legislativo.
Capita spesso in quest’Aula - a me spessissimo - di denunciare invadenze della giurisdizione in sede di legislazione; capita spessissimo di denunciare un uso improprio di indipendenza ed autonomia della magistratura a danno della irrinunciabile indipendenza e autonomia dalla magistratura.
Qui invece ci troviamo di fronte ad un caso in cui si chiede al Parlamento di intervenire legislativamente per determinare equità. Può sembrare quanto di più concreto ci sia ed è invece quanto di più astratto, perché è evidente, e sarebbe cinico non riconoscerlo, che determinare privilegi positivi, magari giusti, per alcuni determina inevitabilmente situazioni negative, molto spesso ingiuste, per altri.
Il nostro problema ci riconduce al regolamento di cui al decreto ministeriale del 21 luglio 1997, n. 245, che individuò corsi ad accesso limitato. Anche qui mi astengo da considerazioni di carattere generale, che pure potrebbero farsi e sono state fatte da molti colleghi. Tutto questo determinò un fortissimo contenzioso amministrativo che verteva sulla violazione presunta della riserva di legge costituzionale in materia universitaria. La magistratura amministrativa ne investì addirittura la Corte costituzionale che, nel 1998, se la cavò con una sentenza a mio giudizio abbastanza pilatesca: primus, le norme che vengono dall’Europa; poi, certo, sarebbe opportuna una legislazione nazionale.
Di fronte a questo sibillino pronunciamento della Corte costituzionale, prima di arrivare a quella che il collega Tessitore definiva pertinentemente la coraggiosa decisione del Consiglio di Stato, il ping pong di decisioni controverse adottate nelle varie sedi sulla testa di studenti e delle loro famiglie è stato serrato.
Nel nostro caso, colleghi senatori, la situazione è stata resa ancora più difficile dal testo che ci è pervenuto dalla Camera; ecco perché questa mattina ho deciso di intervenire, non soltanto per amicizia nei confronti del relatore, non soltanto per patriottismo di Commissione, ma anche per spirito di corpo come senatore, perché ad unanime riconoscimento di tutti quelli che ingolfavano le nostre caselle di posta, degli uni e degli altri, il provvedimento giunto dalla Camera non serviva assolutamente a niente. Questa è la condizione per la quale il relatore si è sobbarcato una fatica in Commissione che ha ottenuto in quest’Aula il riconoscimento di tutti, anche di coloro che non condividono la soluzione trovata.
Vedete, colleghi, originariamente il disegno di legge presentato dall’onorevole De Simone alla Camera prevedeva la regolarizzazione piena e completa, nello stesso corso di laurea, di tutte le iscrizioni sospese - dovremmo dire appese, un po’ come i cacicavalli di una famosa discussione filosofica cara al senatore Tessitore - senonché nel corso del suo iter alla Camera il provvedimento è stato talmente modificato da consentire, in linea generale, l’iscrizione al secondo anno di qualsiasi corso di laurea a numero programmato, con non so quanto rispetto della serietà o almeno dell’omogeneità del percorso degli studi. Come tale, quindi, era un ibrido - dice giustamente il relatore - che non serviva a nessuno.
In Senato allora si è cercato, nel tentativo di correggere il testo legislativo giunto dalla Camera, di seguire un’altra pista. Si è cercato, cioè, di ripristinare, se non a 360 gradi, come avrebbe voluto il collega Malabarba che è intervenuto questa mattina in discussione generale, la possibilità per gli studenti di iscriversi al secondo anno del medesimo corso di laurea, cercando un requisito minimo, che è stato individuato dal relatore, forse usando una formulazione lessicale impropria, con quel termine "sessione estiva" che chierici della vita universitaria in servizio permanente effettivo come il collega Modica o il collega Moncada trovano un po’ demodé e superato dall’attuale sistema universitario, ma questo lo si può correggere.
Non si può, però, non dare atto al relatore di proporci, con quel requisito del superamento di almeno un certo numero di esami, una soluzione che cerca se non di rispettare la serietà degli studi, certamente di premiare il merito di quegli studenti che maggiormente hanno dato prova di impegnarsi nel loro percorso universitario, senza mortificare al tempo stesso gli altri.
Allora, da questo punto di vista, nelle disparità di trattamento che si riconducono ad ogni intervento del legislatore in via di equità, mi sembra un po’ ingiusta la considerazione pregiudiziale del collega Modica che non si sia minimamente valutato il requisito del merito. Il relatore ha cercato di trovare una soluzione che premiasse il merito, di cui si possono correggere gli aspetti tecnici, come l’espressione "la sessione estiva", ma rispetto alla quale non si può non dare atto che ha consentito, almeno in sede di Commissione, al Senato di uscire dall’impasse difficile del testo varato dalla Camera.
Di qui la mia gratitudine al relatore per il lavoro svolto in Commissione ed anche il mio apprezzamento per aver saputo portare in Aula una soluzione della quale è facile denunziare i moltissimi limiti, ma della quale mi è parso doveroso riconoscere il merito di aver tenuto presente, nei limiti del possibile, proprio la questione del merito. (Applausi dei senatori Fasolino, Bevilacqua e Borea).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
BEVILACQUA, relatore. Signor Presidente, onorevoli senatori, ringrazio innanzitutto i colleghi intervenuti nel dibattito, che hanno sottolineato alcuni aspetti problematici della normativa al nostro esame, aspetti sui quali peraltro ci eravamo interrogati anche in sede di esame in Commissione (e desidero ringraziare anche il Presidente e i colleghi tutti della Commissione).
Vorrei ricordare che, dopo un dibattito sereno ma serrato e forte, si è arrivati al testo che oggi è all’attenzione dell’Aula, testo che sicuramente contiene aspetti che sollevano, anche a me che sono relatore, una serie di dubbi che però, alla fine, abbiamo ritenuto di superare. È vero, infatti, che esiste la qui ricordata legge 2 agosto 1999, n. 264, che norma tutto il problema delle facoltà ad accesso programmato, ubbidendo a determinate normative e prescrizioni europee.
È anche vero, però che in Italia esistono i TAR, i quali in questa occasione - ecco il motivo per cui poi siamo addivenuti a questa soluzione - credo abbiano emesso in maniera abbastanza superficiale una serie di ordinanze sospensive senza entrare nel merito: i tribunali amministrativi sapevano benissimo che esisteva quella legge e quindi i ricorsi forse erano scarsamente fondati.
Non c’è, però, solo una responsabilità dei TAR, perché successivamente sono intervenute responsabilità di alcune università - come hanno sottolineato i colleghi, che ringrazio - le quali, di fronte a casi analoghi hanno però comunicato l’esito della decisione del Consiglio di Stato, al quale le stesse università erano ricorse, ad alcuni studenti in modo tempestivo, ad altri in un arco di tempo successivo, mentre ad altri ancora non è stata notificata.
Ecco perché, senatore Modica, si è poi tentato di trovare quella soluzione dell’aver sostenuto un esame ovvero più di due esami; ha ragione lei a dire che forse occorrerà rivedere l’aspetto lessicale e la forma, perché, probabilmente, non dovremo più parlare di sessione estiva o autunnale: fisseremo una data e troveremo una soluzione che non sia soggetta a ricorsi e ad impugnative successive.
Tuttavia, il requisito di aver sostenuto uno ovvero più di due esami, premia a mio avviso il merito; un aspetto di merito infatti esiste per il fatto stesso che su 400 studenti che avevano ottenuto la sospensiva, e ai quali comunque non era stata notificata per tempo la decisione del Consiglio di Stato, solo il 58 per cento ha sostenuto esami. Sono quindi circa 230 studenti ad aver diritto a questa sanatoria, una parte dei quali iscritti alla facoltà di medicina e chirurgia, altri a quella di odontoiatria. I numeri sono quindi abbastanza esigui.
Mi rendo conto che una legge non può tener conto dei numeri; una legge è giusta o ingiusta a prescindere dai numeri. Non so se questa legge sia giusta, perché comunque sana alcune ingiustizie e forse ne crea altre; tuttavia il motivo per il quale abbiamo ritenuto di portare questo testo all’attenzione dell’Assemblea è che ci è sembrato ingiusto tenere in bilico dei ragazzi che - come qualcuno ha ricordato - hanno fatto ricorso nel 2000-2001.
Oggi sono passati quattro anni dall’iscrizione di questi ragazzi all’università e qualcuno ha suggerito, mi pare la senatrice Boldi, di iscriverli al secondo anno di un altro corso di laurea. Allora non c’era bisogno che facessero ricorso e aspettassero tanti anni, senatrice Boldi, dal momento che al secondo anno di un altro corso di laurea si potevano iscrivere già nel 2002-2003 prendendo atto della situazione. Non ne hanno preso atto, sono stati tenuti in una situazione sospesa dalle università, per cui credo che questo provvedimento compia un atto di giustizia.
Un atto di giustizia che deve far riferimento anche alle norme di accesso alle facoltà a numero programmato. Credo che il legislatore dovrebbe intervenire su tali norme; al riguardo, concordo con il senatore Tessitore che probabilmente il sistema dei quiz non è il migliore per individuare chi è più capace e più idoneo a frequentare determinate facoltà, e forse non è neanche il più adatto a selezionare i migliori.
Vi è poi un altro aspetto - e concludo - che a me sembra vada assolutamente rivisto ed è il seguente: la legge è nazionale, però poi le graduatorie, caro Sottosegretario, sono di ateneo e, alla fine, con il medesimo punteggio in alcuni atenei si entra ed in altri si resta esclusi. Mi sembra che, forse, occorrerebbe attivarsi anche in questa direzione per apportare al più presto una modifica alla norma. (Applausi dal Gruppo UDC e del senatore Fasolino).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
CALDORO, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Signor Presidente, formulerò alcune brevissime considerazioni. Il Governo, come è noto, ha seguito l’iter parlamentare di questo disegno di legge con il rispetto che si deve al Parlamento e, in particolare, ai disegni di legge di iniziativa parlamentare. Dobbiamo ricordare infatti che di questo si tratta.
Come dicevo, il Governo ha seguito i lavori con il dovuto rispetto sia per quanto riguarda alcuni aspetti generali che qui sono stati esposti, sia perché, per alcuni motivi, il provvedimento tocca la vita accademica e formativa di alcuni studenti. Vi è poi anche un’altra ragione: il Governo è stato più volte, nel recente passato e anche ancor prima, chiamato in causa affinché intervenisse con proprio apposito provvedimento.
Al riguardo, sia per quanto concerne il precedente Governo che l’attuale, si è sempre ritenuto di non dover intervenire. Quali sono state le ragioni per cui il Governo ha ritenuto di non dover intervenire? In particolar modo perché secondo il Governo mancavano i presupposti di base per un intervento specifico dell’Esecutivo, dal momento che lo stesso Parlamento all’atto dell’approvazione dei precedenti disegni di legge di sanatoria si era impegnato con il Governo a non intervenire più su questa materia con altri provvedimenti di sanatoria.
Un altro argomento di carattere di opportunità, è che di fatto c'era un'evidente situazione di disparità di trattamento in particolare rispetto ai numerosi studenti che non avevano fatto ricorso.
È chiaro che la delicatezza del tema, sia per gli aspetti generali che per quelli legati al provvedimento in sé, impone un confronto serrato che il Governo ha sempre voluto in tutte le sedi, in particolare alla Camera quando si è discusso e approvato questo testo.
Ritengo che ci debba essere da parte di tutti una piena consapevolezza di quello che si fa, al di là del volume e del peso delle tante e-mail o delle lettere che vengono inviate ai singoli senatori e ai membri del Governo, ancora di più oggi, in particolare per quanto riguarda l'anno accademico 2000-2001, nel momento in cui la nostra valutazione del sistema universitario (che aveva riscontrato la regolare applicazione della legge n. 264 del 1999 che reca norme in materia di accesso all'istruzione universitaria) è stata confermata, come ricordato anche nell'intervento del senatore Tessitore, da un orientamento uniforme del Consiglio di Stato prevalentemente per l'anno 2000-2001, cosa che non era avvenuta nel passato e che ha di fatto riformato una serie di ordinanze di sospensiva legate ai ricorsi presentati al TAR.
Nello stesso tempo, c'è stato un riconoscimento oggettivo di una situazione di incertezza che ha anche determinato una diversa applicazione rispetto a queste sentenze tra i diversi atenei.
Tutte queste motivazioni ci hanno fatto convergere su un compromesso al quale la Camera ha ritenuto di accedere (e riguardo al quale vi è una non contrarietà del Governo), che prevede la possibilità di consentire a questi studenti di iscriversi e quindi il riconoscimento del percorso formativo, vale a dire degli esami (oggi sarebbe più opportuno parlare in termini di crediti), in particolare per il secondo anno del corso di laurea di accesso non programmato.
Faccio presente che come è stato ricordato parliamo dell'anno accademico 2000-2001 e quindi c'è anche un problema che qui non è stato posto: una qualsiasi modifica del testo approvato dalla Camera comporterà il suo ritorno presso quel ramo del Parlamento. In questo caso l'anno accademico 2003-2004 potrebbe diventare l'anno accademico 2004-2005, con i problemi relativi alla responsabilità che ci assumiamo nei confronti di questi studenti.
Sono stati affrontati temi di carattere generale e su alcune considerazioni chiaramente vi è una riflessione da parte del Governo e un confronto parlamentare che il Governo ha aperto, in particolare presso la Camera dei deputati, sul sistema di selezione per i corsi di laurea ad accesso programmato.
Vi è una serie di problematiche che sono state qui ricordate da molti senatori e credo sia opportuno che si faccia su di esse una riflessione comune per intervenire eventualmente in sede amministrativa o, se necessario, in sede legislativa.
Un ultimo argomento che è stato qui evidenziato riguarda una scelta alla quale il Governo non era in via di principio contrario, quella di prevedere un trasferimento o un rinvio di responsabilità al sistema dell'autonomia, così come è stato ricordato anche da un emendamento presentato dal senatore Modica.
Il Governo non era di per sé di principio contrario ad una soluzione del genere, come abbiamo detto anche in sede di confronto alla Camera dei deputati. Poi la scelta è stata diversa. Quando accettiamo di trasferire responsabilità proprie dell'autonomia al sistema universitario, allo stesso modo dobbiamo anche bilanciare le proposte future che chiedono invece uniformità di trattamento e l'eventuale scelta di un ateneo di attuare per alcuni corsi di studio il numero di accesso programmato.
Se tale aspetto deve essere lasciato al sistema dell'autonomia dobbiamo anche prevedere che quest'ultimo possa comportarsi in maniera non uniforme rispetto al numero programmato, al di là della questione specifica che abbiamo affrontato oggi, in particolare su alcune professioni ma in generale sull'offerta formativa propria del sistema universitario.
Quindi, il Governo precisa la sua posizione che ha tra l'altro puntualizzato in più di un'occasione, in particolare alla Camera dei deputati. Per quanto riguarda il confronto che si avvierà in questa sede si riserva di intervenire sulle proposte emendative, ma si affiderà prevalentemente al giudizio di quest’Aula.
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.