Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 1052 del 08/03/2001

*ROTELLI. Signor Presidente, si è contro, ancora una volta.

Non perché la revisione sia insufficiente, mancando di qualche giudice costituzionale regionalista o di Senato delle Regioni - i senatori che prudentemente non si ricandideranno lo avrebbero votato volentieri di sicuro -. Ma perché il nuovo Titolo V regredisce di brutto rispetto allo stesso principio fondamentale di autonomia.

Ai cittadini, infatti, preme che Comuni idonei e di idonee Regioni, direttamente e interamente, in prima persona, siano responsabili delle politiche pubbliche, che è come dire della qualità della vita (salute, scuola, servizi e così dicendo). In attuazione e sviluppo - beninteso - dei loro costituzionali diritti, che lo Stato come tale, estraneo ad ogni sana, indispensabile competizione in Europa e altrove, mai ha garantito, né potrebbe in futuro.

Viceversa il disegno di legge vuole il contrario: aumenta vieppiù la confusione istituzionale (quali sarebbero, per esempio, le funzioni "fondamentali" dei Comuni?); non applica affatto il criterio sbandierato dello Stato federale, che non conosce, né punto, né poco, potestà legislativa concorrente; non impedisce che qualsiasi prossima ventura legge di settore, compresa nell'interminabile elenco, dichiari - come sempre - principio fondamentale ogni sua disposizione, anche di dettaglio organizzativo minimale; nega alle Regioni ordinarie di parificarsi, volendo, alle speciali, a meno di un permesso dello Stato, autorizzato, con ciò, alla discriminazione politica; stabilisce nei rapporti Comuni - Regioni che la sussidiarietà (intesa comunque sempre quale concessione dall'alto e mai appropriazione dal basso) non valga di più, come sommo principio, della adeguatezza e della differenziazione, che poi è, appunto, discriminazione (l'esatto opposto dell'uguaglianza); concede addirittura al Governo - si noti bene: al Governo, non al Parlamento - di sostituirsi a Regioni, Province e Comuni quando lo richieda, per suo discrezionale apprezzamento, la tutela dell'unità giuridica o economica, ossia, in sostanza, tutto quanto salti in testa, non dirò, l'8 marzo, a Katia Bellillo, ma a Loiero Agazio sì lo posso dire.

Basta così, non c'è tempo più di esemplificare ancora. Vorremmo poter ripetere con il principe di Lampedusa: bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima. Ma sarà, purtroppo, peggio di prima, anche se le televisioni di Stato annunceranno, immancabili, un'altra rivoluzione, l'ennesima. Festeggino, se ne hanno il coraggio, Regioni, Province e Comuni, non solo in Piemonte. Poi, per favore, ci sappiano dire qualcosa di più concreto.

Per noi qui è aria di ultimo giorno di scuola: giorno, dunque, di pagelle. Il Presidente del Senato il voto me l'ha già dato, giorno per giorno. Sempre un commento, sempre una battuta, con corredo di bibliografia. Presto sentirò, acuta, la nostalgia.

Certo, adesso il voto lo daranno gli elettori. O, piuttosto, lo negheranno. Tuttavia, alla fine di una legislatura, dichiarata di bipolarismo e alternanza, in cui per altro solo l'opposizione è rimasta uguale a se stessa, mi permetterò anch'io qualche pagella; s'intende pagella della maggioranza, perché tutte le leggi di riforma costituzionale o controriforma (o leggi ordinarie) le ha fatte esclusivamente la maggioranza, precisamente ogni successiva maggioranza messa in campo dal commissario tecnico, Scalfaro Oscar Luigi. Essa ne porta tutta la responsabilità, essendo venuta a piatire il voto altrui solo quando temeva o sapeva di non essere più maggioranza (riforma elettorale, per esempio).

Noi, prima, durante, dopo la Bicamerale abbiamo cercato di contenere, di tamponare, di impedire la irreversibilità del sistema: stavo per dire del regime. Né più, né meno. E forse, grazie soprattutto a Silvio Berlusconi, credo che ci siamo riusciti. Sua non è, oggi diventa chiarissimo, colpa alcuna di alcun fallimento: la maggioranza, se avesse potuto, sarebbe andata avanti senza di noi, come si accinge a fare fra qualche minuto per la quarta e – speriamo – ultima volta.

Non ci si nasconda dietro il paravento. Non sono da ricercare qualificate maggioranze, se non quelle che la Costituzione espressamente prescrive, qualunque sia il sistema elettorale. Annotatelo nell’agenda, a futura memoria.

Non esiste, come norma, una Costituzione materiale da contrapporre a quella formale. Fu, negli anni Trenta, constatazione del ruolo effettivo del partito, sotto la copertura degli organi tradizionali (Parlamento e Governo). Poi, nei tardi anni sessanta, diventò, la cosiddetta costituzione materiale, argomento fasullo per conservare il potere, soprattutto affermazione di cattivi maestri su una presunta conventio ad escludendum (contro il P.C.I.), che, invero, era solo ineccepibile, reiterata, necessaria scelta squisitamente politica.

Sono peraltro le mie, ai funzionari parlamentari che sono cresciuti, le stesse pagelle che, nel suo disegno di legge, ha già confezionato Giuliano Amato, il quale – riconosco – grande federalista non è stato ai bei tempi, quando spregiativamente chiamava "avvocati delle Regioni" i neofiti troppo recenti del regionalismo, come per esempio tal Franco Bassanini.

Per la Bicamerale, i Popolari avevano decretato: "La Repubblica italiana è formata dallo Stato, dalle Regioni federali – sì federali - e dalle comunità locali". Il senatore Elia è stato bocciato. Fra qualche minuto boccerà di nuovo sé stesso. Non serve più alcuna demagogica concorrenza alla Lega.

La Sinistra Democratica – così si è definita – aveva ribadito: "La Repubblica si riparte – non so come– in Comuni, Provincie e Regioni". Era, invertito, l’articolo 114 della Costituzione, respinto nel 1947 da Palmiro Togliatti perché federalistico: non è indivisibile, se si può ripartire, anzi se si riparte. Ma anche il senatore Salvi, che in quest’Aula – gliene do atto – non ci ha mai definito cialtroni, né servi, è stato bocciato. Fra qualche minuto boccerà di nuovo sé stesso.

Le Regioni – ahimè – non solo dell’Ulivo, allora, comunque, senza governatori, pretendevano: "La Repubblica è costituita dalla Federazione e dalle Regioni. Ciascuna Regione si articola in Comuni". Per gli amici miei, federalisti immaginari della linea Bologna-Padova, sarebbe stato, questo, "federalismo preso sul serio". Ma – per loro buona sorte – non sono dovuti venire qui, a bocciare se stessi.

In uno Stato unitario da un secolo e mezzo, conquista sabauda, non patto di popoli liberi, l’unico federalismo ancora possibile, peraltro necessario, è la rifondazione ab imis (traduco per i preti: dal profondo) dei Comuni innanzitutto, nel territorio stesso (come in tutta l’Europa nord-occidentale), e quindi (ma solo quindi) delle eventuali Provincie, di tutt’altre Regioni, della Repubblica, degli Stati Uniti d’Europa.

Nel bicentenario della nascita riemerge qui ricordare l'unico personaggio del cosiddetto Risorgimento che meriti appieno, sotto il profilo intellettuale, politico e morale, il mio personale rispetto (per poco o nulla che valga, naturalmente). Fu sempre definito municipalista, in senso spregiativo: ma tenne duro.

La maggioranza, invece, sta per votare la mia proposta, che recitava: "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni e dallo Stato", buon ultimo per federalismo, signor Presidente, non per dispetto.

Il senatore Vertone è ritornato per questo, da figliuol prodigo, nella casa del padre, con nostro rispettoso sollievo. Non è, insomma, merito da poco della mia ormai antica definizione di Repubblica (1992). Ma non ringrazierò solo il senatore Vertone, che, senza capirlo, voterà diligentemente il federalismo che gli proposi.

Il senatore Elia voterà, a sua volta, l'esatto contrario di ciò che aveva pensato di dettare, avendo ottenuto dalla cosiddetta dottrina, che è l'opinione dei professori, il silenzio sull'articolo 114 nuovo di zecca. Grazie lo stesso. (Applausi dal Gruppo FI).

Il senatore Manzella, che pure alla Bicamerale, tramite un'ANCI, ignara e disarmata, propose: "L'ordinamento della Repubblica è formato dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni" (nessuno gli aveva mai spiegato, a Montecitorio, che, ordinamento per ordinamento, la Repubblica sarebbe costituita anzitutto dai cittadini), adesso vota, senza dirlo al quotidiano "la Repubblica", il contrario di ciò che aveva proposto: grazie lo stesso.

Il senatore Salvi alla Bicamerale fece votare ai DS la mia definizione, sia pure motivando con l'ordine alfabetico, mai tale, ovviamente, tanto meno ora con le città metropolitane (nuovo, inopinato livello di governo di cui la finanza pubblica italiana non sentiva il bisogno). Grazie lo stesso. Grazie a tutti, insomma, perché personalmente non voterò a favore, tanto meno il Gruppo Forza Italia.

A parte il mio programmatico incipit (come l'autonomia finanziaria, del resto, non solo di Regioni, ma anche di Comuni e Province, non solo di entrata, ma anche di spesa). Il resto, che segue, ne è, infatti, pura e semplice negazione.

L'autonomia- non dirò il federalismo -, così è sepolta, forse per sempre. Pace all'anima vostra. Non alla sua. E nemmeno alla nostra. (Applausi dal Gruppo FI. Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il senatore Manzella. Ne ha facoltà.