Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 1052 del 08/03/2001

PELLICINI. Signor Presidente, noi di Alleanza Nazionale siamo contrari a questa legge perché la riteniamo per un verso insufficiente, per l'altro frettolosa, anche perché il tema che affrontiamo è, oserei dire, di vitale importanza.

Ricordo che agli esami di maturità ci fu assegnato un tema sulla presa di Porta Pia, su Roma Capitale e sul federalismo di Gioberti e di Cattaneo. A quei tempi ero forse più nazionalista di quanto non sia oggi, nel senso che ritenevo prioritaria la presa di Porta Pia e Roma Capitale piuttosto che il federalismo. Avevo anche un professore, che si chiamava Colombo, detto "Colombino", il quale non mi aiutava, perché poneva lo strano quesito se Porta Pia fosse la breccia attraverso la quale eravamo entrati a Roma come Stato, o quel buco attraverso il quale i preti erano fuggiti per tutta Italia. A quei tempi non capivo quel quesito che oggi è invece abbastanza attuale, perché voi sapete che c'è la vexata quaestio se lo Stato sabaudo, occupando Roma, portò il laicismo nello Stato o se questo Stato venne contagiato o, a seconda dei diversi punti di vista, migliorato dall'apporto clericale.

Ciò premesso, sono circa quarant'anni che mi domando quale sia la forma di Stato più opportuna, quale tipo di Stato preferire, come si possa conciliare lo Stato nazionale con lo Stato europeo, con le autonomie locali, come si possa, in altre parole, immaginare uno Stato differente, diverso.

Devo fare una seconda premessa. Vengo da un partito di formazione hegeliana che riteneva lo Stato fonte non solo di autorità, ma anche di autorevolezza. Io ritenevo che lo Stato fosse unitario e che dovesse essere morale ed etico. Tutte queste mie teorie, che peraltro seguo ancora in parte, si sono rivelate in qualche modo fallaci, perché abbiamo spesso assistito ad uno Stato etico che tale non è, ad uno Stato autorevole che tale non è, ma diventa autoritario. Anche nel passato, purtroppo, abbiamo assistito agli sviluppi negativi di questo tipo di idee, che sono poi sfociate nel nazionalismo, nelle due guerre mondiali, le grandi guerre civili europee, come dice il collega Mantica. Per fortuna abbiamo evitato la terza, perché i tempi erano mutati. Sicuramente però abbiamo avuto quarant'anni di guerra interna, civile, con il mondo dei blocchi contrapposti e con il muro di Berlino. È chiaro allora che tutto ciò in cui avevo creduto in parte va ridiscusso.

A questo punto devo dare atto alla Lega (che ho fortemente combattuto quando era secessionista, perché convinto che lo Stato debba essere unitario, ancorché decentrato o federato), con la sua azione dirompente, da me in un primo tempo neanche capita, di aver impostato il problema - che è il problema dei problemi - di come conciliare lo sviluppo delle collettività locali, delle mille città italiane, con lo Stato nazionale, di come conciliare una forma di Stato che ci viene da lontano, dalle Repubbliche marinare alle innumerevoli città italiane, di come raccordare questo sviluppo dal basso, questa somma di culture, con lo Stato nazionale. Ho cercato di ragionarvi, nei limiti in cui può farlo uno come me, che, tra l'altro, avendo fatto un certo tipo di milizia, a volte ha difficoltà in materia.

Mi sono posto diverse questioni. Continuo ad essere convinto che lo Stato non possa essere confederato, perché le confederazioni vanno bene in America, realtà nella quale Stati diversi puntavano a quell'obiettivo, anche se ci fu lo scontro tra la Confederazione e l'Unione. La confederazione presuppone soggetti diversi che si uniscono per fondersi poi nello Stato nazionale, come gli Stati Uniti d'America, oggi Stato non confederato, ma federale.

Noi stiamo ponendo in atto un processo inverso, perché siamo uno Stato unitario che cerca di diventare - viceversa - uno Stato federato, ed allora secondo me vi sono due momenti. Prima di tutto, deve esservi la garanzia dell'unità nazionale (lo abbiamo sempre sostenuto, perché siamo presidenzialisti da sempre): ci deve essere un Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo, che rappresenta l'unità nazionale. Tale garanzia, l'avallo a questa grande cambiale per il futuro, e cioè lo Stato federale, deve essere data acciocché si possa sviluppare in modo organico una fusione tra le nostre diversità e tra le nostre differenti regioni. Sono prima toscano, poi lombardo (per ragioni belliche, perché da bambino mi portarono al Nord) e, finalmente, mi sento italiano. Credo che l'Italia sia una summa meravigliosa, bella ed elegante (non faccio il nazionalista), perché noi siamo un popolo colto, che è la somma di mille opere d'arte di grande valore. Queste diversità vanno salvate, vanno fuse nello Stato nazionale e domani portate nello Stato europeo. Se riusciremo ad avere uno Stato organico che sia somma dei localismi e però essenza nazionale, riusciremo ad entrare in Europa in modo serio.

In passato ero contro gli amici della Lega sull'ipotesi di una Repubblica del Nord perché una "repubblichina" (ci sono esempi storici di "repubblichine" in Italia) non sarebbe stata mai qualcosa di organico: saremmo stati una piccola Baviera e non già uno Stato nazionale. Dobbiamo entrare in Europa coscienti delle nostre diversità, della nostra somma di diversità, ma con l'identità grande di un popolo grande, come siamo noi. Ecco perché a questo punto oserei dire che faccio ancora un passo indietro: sto diventando in qualche modo sabaudo. Attenzione: non sono monarchico, perché non apprezzo quello che rappresentò l'8 settembre, ma i concetti di Stato nazionale, di unità nazionale e di continuità storica mi derivano dallo Stato sabaudo e a tali valori prefascisti unitari aderisco in pieno perché questa, in fondo, è Alleanza Nazionale.

Allora, signor Presidente, perché siamo contrari a questa legge? Perché si tratta di una questione che andava affrontata con serietà. In quest'Aula da cinque anni ci battiamo tra i vari federalismi e non federalismi. Qui c'è di mezzo la prossima Costituzione e l'avvenire dei nostri figlioli: il sogno di una nuova Italia e di un grande Paese. Ecco perché, in questo scorcio di legislatura, riteniamo questa una riforma pseudofederale, perché in definitiva si tratta di un trasferimento di funzioni alle regioni, che non viene ancora affrontato secondo un concetto federale.

Badate bene (mi avvio a terminare il mio intervento): non è detto che questo provvedimento non sia peggiorabile. Attenzione: corriamo il rischio che nella rincorsa a realizzare in tutti i modi un certo tipo di federalismo, non potremmo fare di peggio. Certamente occorre del tempo.

Per queste ragioni (tecnica, morale e storica), per conto di Alleanza Nazionale sono costretto oggi a dire no a questo pseudofederalismo, convinto che domani il tema debba essere ripreso, perché della massima importanza: è il nostro futuro. (Applausi dai Gruppi An e FI. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Villone. Ne ha facoltà.