Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 1052 del 08/03/2001
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*DENTAMARO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, l'UDEUR esprime soddisfazione profonda per il traguardo che stiamo per raggiungere proprio a conclusione della XIII legislatura con l'approvazione di questa importante riforma costituzionale.
Non voglio indulgere a toni enfatici o trionfalistici, giacché l'autocelebrazione non appartiene alla nostra cultura e, per la verità, penso non possa appartenere a nessuna cultura degna di questo nome. Tuttavia, credo sia legittimo e doveroso, soprattutto per chiarezza di fronte al Paese, esprimere, naturalmente motivandola, la convinzione che questo Parlamento e questa maggioranza portano oggi a compimento una riforma grande, una riforma importante, una riforma che dà una serie di risposte autentiche e serie che da tempo il Paese attendeva.
Viene qui sancito il riconoscimento del massimo di dignità costituzionale alle autonomie locali, sulle quali e intorno alle quali storicamente si è fondata la nostra organizzazione pubblica; accanto, però, alla conferma solenne dell'unità della Repubblica nel simbolo insostituibile, invidiatoci in tutto il mondo, di Roma capitale.
Vi è l'apertura alla massima valorizzazione delle specificità territoriali, mercé la possibile attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia a singole regioni a statuto ordinario. Vi è l'attribuzione alle regioni di potestà legislativa generale mediante l'inversione del criterio finora sancito all'articolo 117 della Costituzione e quindi con l'indicazione tassativa e chiusa delle materie riservate alla legislazione statale, in quanto non suscettibili di ricevere discipline territorialmente differenziate se non a prezzo di minare irreparabilmente il principio stesso dell'unità nazionale.
Amplissima è poi la gamma delle materie di legislazione concorrente, tutte di grande portata e significato: dai rapporti internazionali e con l'Unione europea delle regioni, al commercio con l'estero, alla tutela e sicurezza del lavoro, all'ordinamento della comunicazione, all'energia e molte ancora.
Non meno rilevante, in tema di fonti del diritto, è l'attribuzione della potestà regolamentare alle regioni in modo generalizzato, con la sola eccezione delle materie di legislazione statale esclusiva. E non occorre essere grandi esperti di diritto per sapere quanto esteso e decisivo sia ormai l'ambito della potestà regolamentare in tempi nei quali, proprio grazie a questa maggioranza e all'opera di sapiente modernizzazione compiuta sull'iniziativa del ministro Bassanini, la delegificazione è molto più che un'idea astratta.
Richiamo ancora l'attribuzione ai comuni di un ruolo primario nello svolgimento delle funzioni amministrative; l'affermazione dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza nelle funzioni pubbliche; il favor per la sussidiarietà orizzontale; la soppressione di ogni controllo statale. Sono tutti elementi di profonda innovazione del sistema, che fanno giustizia di quella propaganda falsa e strumentale di cui l'opposizione si sta rendendo protagonista in questi giorni, dibattendosi peraltro in un visibile disagio: la difficoltà di negare l'evidenza, di negare cioè la portata decisiva di questa riforma in quel processo di ammodernamento dell'ordinamento della Repubblica che con essa, è vero, non può dirsi compiuto, ma che con essa, è altrettanto vero, segna un passo importante.
Certo, è probabile che i colleghi della Casa delle libertà considerino riforma vera solo quella raffigurata nei loro emendamenti. Ad esempio, sul limite massimo del fondo di perequazione, che avrebbe ridotto al lumicino, alla miseria le risorse destinate al Mezzogiorno e al riequilibrio territoriale delle zone svantaggiate; emendamento presentato dalla Lega e compattamente votato dall'intera Casa delle libertà alla Camera dei deputati. Ma a noi una riforma così concepita non piace, mentre ci piace molto la riforma che stiamo approvando, che prevede risorse aggiuntive e interventi speciali non solo per promuovere lo sviluppo economico ma anche la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona. Così come ci piace il richiamo ai livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali, che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Ma dimenticavo che da qualche tribuna televisiva è stata già annunciata la modifica, più che unilaterale monocratica, della Parte I della Costituzione. Altro che diritti civili e sociali, altro che solidarietà, altro che riequilibrio!
Colleghi, ci siamo abituati da tempo alla sistematica falsificazione della realtà da parte dell'opposizione e del suo leader, ma il falso più falso tra i tanti che abbiamo sentito ultimamente è che questa riforma sia voluta soltanto dall'attuale - ancora per oggi - maggioranza parlamentare.
Questa riforma è il frutto di una spinta dal basso, è fortemente voluta nel Paese, risponde alle attese di tanti cittadini persuasi della capacità che essa ha di attuare un autentico spostamento del potere pubblico verso il basso, verso il territorio. Riceve il sostegno del mondo delle autonomie locali, convinto della necessità di completare con la copertura costituzionale quei processi già avviati con una serie organica di incisivi interventi di legislazione ordinaria. E' sostenuta dalle regioni e dalla loro classe dirigente, anche dove è al Governo il centro-destra.
Questa riforma persuade chiunque sia dotato del senso delle istituzioni, chiunque rifiuti la logica strumentale, ma ormai smaccatamente scoperta, che pervade la sterile animosità delle opposizioni: la logica del "meglio mai che tardi", del "meglio niente che qualcosa", del "meglio nessuna riforma che una riforma imperfetta"; la logica dello sfascio. La perfezione, cari colleghi, non è di questo mondo. Forse avremmo potuto fare ancor meglio se nel 1998 il leader dell'opposizione non avesse improvvisamente sparigliato quel gioco alto e affascinante cui si era dedicata la Commissione bicamerale; ma tant'è, e siamo orgogliosi di ciò che stiamo facendo oggi senza di loro.
Questa, è bene ricordarlo, non è una riforma a maggioranza, è una riforma sulla quale il Paese è con noi; per questo non ci spaventa il referendum, ben venga, anzi, sfidiamo l'opposizione a proporlo. E ai colleghi dell'opposizione dico di non cercare alibi per il futuro: il vostro leader aveva preannunciato la riforma della Costituzione a maggioranza molto prima del voto della Camera dei deputati su questo provvedimento. E' una minaccia che non temiamo; se mai dovessero verificarsi le condizioni numeriche, e non accadrà, sarebbero deflagranti le vostre condizioni politiche, delle quali proprio in questi giorni e proprio su questo argomento state offrendo un assaggio, a sei anni e più dal 1994.
Votai a suo tempo, tutti noi votammo in Commissione bicamerale un testo molto simile a questo, quasi identico; allora non c'era la Lega e per voi andava bene. Oggi la Lega c'è e voi non lo votate, però la Lega brontola e si rammarica di non averlo votato; c'è qualcosa di poco chiaro, anzi, mi correggo, di troppo chiaro! (Applausi dal Gruppo DS. Proteste dal Gruppo LFNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Stiffoni. Ne ha facoltà, per dieci minuti.