Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 1052 del 08/03/2001

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Gubert per circa cinque minuti. Ne ha facoltà.

GUBERT. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli rappresentanti del Governo, in prima lettura del disegno di legge in esame avevo proposto numerosi emendamenti: non solo nessuno di essi è stato preso in considerazione, ma è stato assai limitato il tempo per discuterne. In seconda lettura il tempo per la discussione è sostanzialmente ridotto a una funzione simbolica. Mi permetto peraltro di intervenire, sia pur brevemente, per rilevare innanzitutto come il centro-sinistra abbia più volte considerato le modifiche di rilievo costituzionale fatto esclusivamente proprio, dal quale escludere ogni apporto delle minoranze. E' accaduto per la legge costituzionale con il cui articolo 4 si è cambiato lo statuto della regione Trentino-Alto Adige ed è accaduto per il provvedimento in esame. Si tratta di uno svilimento della Costituzione stessa, ridotta a questione di maggioranza, anche di maggioranza per pochi voti, come alla Camera. Forse il vantaggio elettorale che il centro-sinistra pensa di trarre dall'approvazione di queste modifiche costituzionali verrà eroso proprio dall'aver mancato ad un maggior rispetto del valore della Costituzione come Carta fondamentale che regola la comunità politica nazionale.

Ma esiste un altro modo con il quale il centro-sinistra corrompe nella coscienza collettiva la natura di Carta fondamentale della Costituzione. Nonostante il Presidente del Senato, in prima lettura, abbia addirittura dichiarato inammissibili tutti gli emendamenti contenenti parole riferibili ad un assetto federale della Repubblica, non solo tutto il centro-sinistra, ma anche le massime autorità istituzionali del Paese e l'ente che cura la comunicazione politica di carattere pubblico e istituzionale continuano a parlare di questa riforma costituzionale come della riforma federalista dello Stato, facendo credere ai cittadini che si tratti di una riforma diversa da quella che è. Si falsifica la presentazione dei contenuti di una riforma della Costituzione anche in questo caso per trarne presunti vantaggi elettorali, facendo credere che alla forte domanda di riforma in senso federale dello Stato, espressa soprattutto nel Nord Italia, sia solo il centro-sinistra a dare una risposta positiva ed efficace. Peccato che poi il centro-sinistra debba mangiarsi tali presunti vantaggi elettorali impugnando gli atti legislativi e amministrativi che consentono alla gente di esprimersi rispetto al potere di iniziativa di modifica della Costituzione da parte delle regioni. La gente capisce più di quanto il centro-sinistra speri!

Ciò premesso, in coscienza non mi sentirei di giudicare negativamente tutti i contenuti del disegno di legge in esame. Vi sono aspetti senz'altro positivi, anche se si è mancata l'occasione di una riforma più incisiva e realmente federalista. Un primo aspetto positivo, a mio avviso, riguarda l'attenuazione del condizionamento politico centrale governativo sugli atti legislativi regionali riformulando l'articolo 127 della Costituzione. Un altro riguarda la delimitazione delle competenze legislative dello Stato a favore della regione, che assume potestà legislativa in ogni materia non espressamente riservata alla legislazione statale. Un terzo l'introduzione di un principio di autonomia finanziaria di regione e enti locali, con conseguente responsabilità, accompagnato dalla parziale trasparenza dei trasferimenti perequativi per le aree economicamente svantaggiate, confluenti in un apposito fondo. Un quarto la previsione di una differenziazione sul territorio nazionale dell'estensione delle competenze regionali sulla base di intese, consentendo di tener conto della diversa maturazione della domanda di autogoverno tra le diverse collettività regionali.

Ma vi sono anche aspetti negativi, che ho già rimarcato in sede di prima lettura, anche con emendamenti. Innanzitutto, la violazione del principio di sussidiarietà, riservando all'esclusiva competenza dello Stato alcune competenze che non lo richiederebbero, quali ad esempio la tutela dell'ambiente, la tutela dei beni culturali, la previdenza sociale, oppure sottraendo all'esclusiva competenza regionale materie che non lo dovrebbero essere, quali la previdenza complementare e integrativa, la valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, la promozione e l'organizzazione di attività culturali.

L'aver mantenuto al Governo centrale il potere di sostituirsi ad organi non solo delle regioni, ma anche degli enti locali denuncia, inoltre, una volontà di controllo centralistico anacronistico e contraddittorio rispetto al principio di sussidiarietà, tanto più negativo dal momento che l'esautoramento di organi democraticamente eletti in regioni ed altri enti locali può avvenire sulla base di criteri che si prestano a larghe intrusioni di considerazioni politiche di parte, come può accadere per criteri quali la tutela dell'unità giuridica e dell'unità economica o la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni sociali.

L'introduzione, ad esempio, nella legislazione o nei regolamenti regionali di misure che considerino prioritariamente i bisogni dei residenti potrebbe essere sanzionata con lo scioglimento del consiglio regionale o l'esautoramento della giunta regionale, che attenterebbero all'unità giuridica ed economica. Assai peggio dell'attuale possibilità di rinviare per una volta all'esame del consiglio regionale una legge che il Governo ritiene non vistabile o che viene corretta con il nuovo articolo 127.

Contrastano con il principio di sussidiarietà anche i limiti che lo Stato può imporre in materia di imposizione fiscale, di patrimonio e di bilanci a regioni ed enti locali, senza sentirsi vincolato in proprio ad alcun limite, né riconoscere un potere al riguardo di regioni ed enti locali. E' sussidiarietà questa? E' esattamente il suo contrario.

Non posso poi esimermi dal rilevare l'equivocità del comma 2 dell'articolo 116, il quale, stabilendo che la regione Trentino-Alto Adige è costituita dalle province autonome di Trento e Bolzano, può essere interpretato non solo come una positiva costituzionalizzazione dell'esistenza delle due province autonome, ma anche come la negazione di una consistenza istituzionale della regione Trentino-Alto Adige propria e autonoma rispetto a quella delle sue province.

Si può aggiungere anche che non è chiaro se la parola "Südtirol", aggiunta alle parole Trentino-Alto Adige, rappresenti l'equivalente in lingua tedesca dell'intera regione (come gli storici sanno, il Sudtirolo nel secolo scorso era la denominazione del Trentino), ovvero della sola provincia di Bolzano. Personalmente, propendo per la prima interpretazione, che manterrebbe meglio l'unità regionale e il bilinguismo che attiene non solo alla provincia di Bolzano, ma anche alla regione Trentino-Alto Adige.

Gli aspetti negativi e i limiti non sono esauriti, ma ragioni di tempo impediscono un approfondimento ulteriore. Quelli elencati, unitamente all'uso disinvolto per fini elettorali del potere di modifica della Costituzione fatto unilateralmente dal centro-sinistra inizialmente richiamato, sono peraltro sufficienti per far esprimere, anche a nome de Il Centro-UPD, recentemente collegato con il CDU, il voto contrario a questo disegno di legge.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cò, per cinque minuti. Ne ha facoltà.

CO'. Signor Presidente, storicamente il federalismo ha rappresentato il tentativo di unire sul terreno istituzionale popoli ed etnie diverse creando solidarietà tra i vari popoli. Quindi, è stato un tentativo significativo, a volte riuscito, a volte meno, di creare vincoli di unione e di solidarietà anche sul terreno delle politiche economiche, tentando di far avanzare gli Stati federali più deboli economicamente verso il raggiungimento dei traguardi di sviluppo più avanzato.

A noi pare - lo abbiamo ripetutamente detto in quest'Aula, e anche i colleghi della Camera lo hanno ribadito più volte - che questa legge in realtà introduca una divisione e segna il fallimento di una politica autenticamente regionalista nel nostro Paese, così come fu caratterizzato lo spirito iniziale dei Costituenti.

Noi interveniamo con una normativa che divide profondamente le regioni ricche dalle più povere, le regioni forti dalle più deboli; né si dica che l'introduzione di un fondo perequativo potrà rappresentare uno strumento adeguato a sanare le differenze. Secondo noi, le differenze si accentueranno e non è un caso che la riforma costituzionale venga proposta oggi.

Vediamo dietro questa proposta di legge il tentativo di adattare le forme istituzionali al nuovo processo di globalizzazione. I sintomi sono molto evidenti. Qui si introduce un principio che, tra l'altro, va a modificare - secondo noi - anche la prima parte della Costituzione. Si tratta del principio di sussidiarietà, che viene introdotto non soltanto in senso verticale, ossia tra i diversi livelli istituzionali (il che sarebbe anche accettabile dal punto di vista democratico), ma anche in senso orizzontale. Questo è funzionale al processo di privatizzazione dei servizi andato avanti in questi anni, perché in tal modo avviene anche la sostituzione del privato al potere pubblico nell'opera di erogazione di servizi, che inevitabilmente non sono più un diritto accessibile a tutti, ma diventano servizi che devono essere pagati dai cittadini.

Quindi, abbiamo un adattamento della struttura istituzionale al processo di globalizzazione capitalistica che investe tutto il mondo occidentale. Basterebbe guardare l'assegnazione del potere, che viene riconosciuto alle regioni, di concludere trattati internazionali con Stati. Nella proposta di legge questi trattati vengono eufemisticamente chiamati accordi o intese, ma si tratta di una vera e propria potestà di intrattenere rapporti internazionali, di siglare accordi tra le regioni e lo Stato. Ci sembra che questo sia l'elemento politicamente più rilevante, che non abbiamo mai condiviso.

Infine, vorrei ricordare un elemento che ci consente di svolgere anche una critica da un punto di vista tecnico. Ci pare che l'aver introdotto la questione delle materie concorrenti tra regione e Stato, e l'aver previsto che lo Stato interviene in alcune materie solo sui princìpi generali, possa determinare un conflitto di attribuzione permanente davanti alla Corte costituzionale, che riteniamo estremamente pericoloso.

Riformare la Carta costituzionale vuol dire assegnare stabilità di funzioni, di potestà e di competenze. La materia concorrente sarà il terreno di un conflitto permanente dinanzi alla Corte costituzionale, perché sarà estremamente difficile individuare, in ciascuna materia, i princìpi generali e la legislazione di dettaglio.

Ci sembra, quindi, di registrare anche sotto questo profilo un autentico fallimento sul terreno delle riforme costituzionali.

Per queste ragioni - sicuramente il senatore Russo Spena lo affermerà nel corso del suo intervento - voteremo contro questo provvedimento, coerentemente con il voto che abbiamo già espresso. (Applausi del senatore Russo Spena).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Dentamaro, che ha a disposizione dieci minuti. Ne ha facoltà.

*DENTAMARO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, l'UDEUR esprime soddisfazione profonda per il traguardo che stiamo per raggiungere proprio a conclusione della XIII legislatura con l'approvazione di questa importante riforma costituzionale.

Non voglio indulgere a toni enfatici o trionfalistici, giacché l'autocelebrazione non appartiene alla nostra cultura e, per la verità, penso non possa appartenere a nessuna cultura degna di questo nome. Tuttavia, credo sia legittimo e doveroso, soprattutto per chiarezza di fronte al Paese, esprimere, naturalmente motivandola, la convinzione che questo Parlamento e questa maggioranza portano oggi a compimento una riforma grande, una riforma importante, una riforma che dà una serie di risposte autentiche e serie che da tempo il Paese attendeva.

Viene qui sancito il riconoscimento del massimo di dignità costituzionale alle autonomie locali, sulle quali e intorno alle quali storicamente si è fondata la nostra organizzazione pubblica; accanto, però, alla conferma solenne dell'unità della Repubblica nel simbolo insostituibile, invidiatoci in tutto il mondo, di Roma capitale.

Vi è l'apertura alla massima valorizzazione delle specificità territoriali, mercé la possibile attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia a singole regioni a statuto ordinario. Vi è l'attribuzione alle regioni di potestà legislativa generale mediante l'inversione del criterio finora sancito all'articolo 117 della Costituzione e quindi con l'indicazione tassativa e chiusa delle materie riservate alla legislazione statale, in quanto non suscettibili di ricevere discipline territorialmente differenziate se non a prezzo di minare irreparabilmente il principio stesso dell'unità nazionale.

Amplissima è poi la gamma delle materie di legislazione concorrente, tutte di grande portata e significato: dai rapporti internazionali e con l'Unione europea delle regioni, al commercio con l'estero, alla tutela e sicurezza del lavoro, all'ordinamento della comunicazione, all'energia e molte ancora.

Non meno rilevante, in tema di fonti del diritto, è l'attribuzione della potestà regolamentare alle regioni in modo generalizzato, con la sola eccezione delle materie di legislazione statale esclusiva. E non occorre essere grandi esperti di diritto per sapere quanto esteso e decisivo sia ormai l'ambito della potestà regolamentare in tempi nei quali, proprio grazie a questa maggioranza e all'opera di sapiente modernizzazione compiuta sull'iniziativa del ministro Bassanini, la delegificazione è molto più che un'idea astratta.

Richiamo ancora l'attribuzione ai comuni di un ruolo primario nello svolgimento delle funzioni amministrative; l'affermazione dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza nelle funzioni pubbliche; il favor per la sussidiarietà orizzontale; la soppressione di ogni controllo statale. Sono tutti elementi di profonda innovazione del sistema, che fanno giustizia di quella propaganda falsa e strumentale di cui l'opposizione si sta rendendo protagonista in questi giorni, dibattendosi peraltro in un visibile disagio: la difficoltà di negare l'evidenza, di negare cioè la portata decisiva di questa riforma in quel processo di ammodernamento dell'ordinamento della Repubblica che con essa, è vero, non può dirsi compiuto, ma che con essa, è altrettanto vero, segna un passo importante.

Certo, è probabile che i colleghi della Casa delle libertà considerino riforma vera solo quella raffigurata nei loro emendamenti. Ad esempio, sul limite massimo del fondo di perequazione, che avrebbe ridotto al lumicino, alla miseria le risorse destinate al Mezzogiorno e al riequilibrio territoriale delle zone svantaggiate; emendamento presentato dalla Lega e compattamente votato dall'intera Casa delle libertà alla Camera dei deputati. Ma a noi una riforma così concepita non piace, mentre ci piace molto la riforma che stiamo approvando, che prevede risorse aggiuntive e interventi speciali non solo per promuovere lo sviluppo economico ma anche la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona. Così come ci piace il richiamo ai livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali, che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Ma dimenticavo che da qualche tribuna televisiva è stata già annunciata la modifica, più che unilaterale monocratica, della Parte I della Costituzione. Altro che diritti civili e sociali, altro che solidarietà, altro che riequilibrio!

Colleghi, ci siamo abituati da tempo alla sistematica falsificazione della realtà da parte dell'opposizione e del suo leader, ma il falso più falso tra i tanti che abbiamo sentito ultimamente è che questa riforma sia voluta soltanto dall'attuale - ancora per oggi - maggioranza parlamentare.

Questa riforma è il frutto di una spinta dal basso, è fortemente voluta nel Paese, risponde alle attese di tanti cittadini persuasi della capacità che essa ha di attuare un autentico spostamento del potere pubblico verso il basso, verso il territorio. Riceve il sostegno del mondo delle autonomie locali, convinto della necessità di completare con la copertura costituzionale quei processi già avviati con una serie organica di incisivi interventi di legislazione ordinaria. E' sostenuta dalle regioni e dalla loro classe dirigente, anche dove è al Governo il centro-destra.

Questa riforma persuade chiunque sia dotato del senso delle istituzioni, chiunque rifiuti la logica strumentale, ma ormai smaccatamente scoperta, che pervade la sterile animosità delle opposizioni: la logica del "meglio mai che tardi", del "meglio niente che qualcosa", del "meglio nessuna riforma che una riforma imperfetta"; la logica dello sfascio. La perfezione, cari colleghi, non è di questo mondo. Forse avremmo potuto fare ancor meglio se nel 1998 il leader dell'opposizione non avesse improvvisamente sparigliato quel gioco alto e affascinante cui si era dedicata la Commissione bicamerale; ma tant'è, e siamo orgogliosi di ciò che stiamo facendo oggi senza di loro.

Questa, è bene ricordarlo, non è una riforma a maggioranza, è una riforma sulla quale il Paese è con noi; per questo non ci spaventa il referendum, ben venga, anzi, sfidiamo l'opposizione a proporlo. E ai colleghi dell'opposizione dico di non cercare alibi per il futuro: il vostro leader aveva preannunciato la riforma della Costituzione a maggioranza molto prima del voto della Camera dei deputati su questo provvedimento. E' una minaccia che non temiamo; se mai dovessero verificarsi le condizioni numeriche, e non accadrà, sarebbero deflagranti le vostre condizioni politiche, delle quali proprio in questi giorni e proprio su questo argomento state offrendo un assaggio, a sei anni e più dal 1994.

Votai a suo tempo, tutti noi votammo in Commissione bicamerale un testo molto simile a questo, quasi identico; allora non c'era la Lega e per voi andava bene. Oggi la Lega c'è e voi non lo votate, però la Lega brontola e si rammarica di non averlo votato; c'è qualcosa di poco chiaro, anzi, mi correggo, di troppo chiaro! (Applausi dal Gruppo DS. Proteste dal Gruppo LFNP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Stiffoni. Ne ha facoltà, per dieci minuti.

STIFFONI. Signor Presidente, la discussione politica sul federalismo è quanto mai viva, anche perché il processo di devoluzione in atto nelle regioni del Nord suscita attenzione ed interesse tra i cittadini, intenzionati a capire come si riuscirà finalmente a liberarsi dalle oppressioni e dalle inefficienze del sistema centralista. Il processo di cambiamento deve essere accompagnato da un passaggio riformatore anche in sede parlamentare, ma il presunto federalismo che la maggioranza di sinistra tenta di imporre con il provvedimento in esame è in realtà una pietra tombale sulla volontà di cambiamento.

Tempo fa, signor Presidente (lei lo ricorderà senz'altro), sono stati usati termini antitetici per definire strani ed innaturali desideri di governare la cosa pubblica da parte di forze politiche che poco avevano fra loro in comune: le cosiddette "convergenze parallele". Ora, penso che si debbano usare parimenti concetti di valenza contrapposta che fatalmente si annullano per definire un qualcosa che niente ha a che fare con una riforma federalista e che è, per l'appunto, un'altra cosa: un decentramento centralista, un antifederalismo.

Ma per chiarire meglio ed in forma più estesa l'inganno che la sinistra ha messo in atto e da dove parte il tutto, è bene aver presente che il disegno di legge costituzionale in esame è stato presentato un anno e mezzo fa dal Governo, allora presieduto dall'onorevole Massimo D'Alema, con l'attuale presidente del Consiglio Giuliano Amato ministro per le riforme istituzionali. L'inganno dell'Ulivo appare finalmente evidente quando si confrontano punto per punto la Costituzione vigente con le variazioni apportate dalla maggioranza. Infatti, mentre la Costituzione del 1948 elenca all'articolo 117 le materie lasciate alle regioni, il testo della sinistra delinea una serie impressionante di competenze esclusivamente riservate allo Stato centrale, ne attribuisce una parte rilevante al ruolo concorrente di Stato e regioni e lascia infine a queste ultime soltanto materie residuali.

Lo stesso discorso vale per la parte fiscale, dove all'articolo 119 si vuole trasferire alle Regioni soltanto la possibilità di imporre ulteriori imposte, ovvero soltanto sovrattasse che si cumulerebbero a quelle attuali.

Il confronto dei testi chiarisce, al di là di ogni dubbio, come la falsa riforma della sinistra non risponda per nulla alle esigenze di un autentico federalismo, ma sia solo un decentramento centralista. L'articolo 117, infatti, così recita: "la Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei princìpi fondamentali…", elencando, poi, le materie di pertinenza legislativa.

I princìpi fondamentali della Costituzione, signor Presidente, non sono forse solo quelli espressi nei primi dodici articoli della nostra Magna Charta? O forse, dopo questo provvedimento, sono previste una sorta di leggi quadro per le competenze regionali?

Il Governo, con la sua maggioranza, stravolge il dettato dell'articolo 117; prima di tutto, impone la potestà legislativa dello Stato centralista con un lunghissimo elenco di materie; segue, poi, un altrettanto lungo (se non di più) elenco di materie a legislazione concorrente fra Stato e Regioni, lasciando alla potestà legislativa regionale solo poche righe, che recitano: "per ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato…"; ciò, per conto nostro, è poco o nulla.

C'è di più. E' prevedibile, infatti, un aumento del contenzioso tra Stato e regioni appunto perché non sono precisati i limiti di competenza ed in forza della modifica prevista all'articolo 117 della Costituzione, quando il Governo ritenga che una legge regionale ecceda la competenza della regione, può promuovere la questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte costituzionale. Questo è, appunto, decentramento centralista.

L'Ulivo, dopo tante promesse da marinaio, ha gettato la maschera e mostrato, come non mai, il suo vero volto accentratore, statalista e neocomunista. Ma il centro-sinistra è maestro nella propaganda positiva per qualsiasi iniziativa partorita dalla maggioranza di Governo ed è altrettanto abile a denigrare l'opera dell'opposizione, in particolare della Lega Nord. Così, ecco che invece di introdurre una riforma seria e restituire alle regioni il maltolto, l'Ulivo e i suoi ramoscelli rinsecchiti rafforzano i poteri del centro.

Altro che polizia, sanità e istruzione locali! Tutto deve dipendere dalle paturnie dello Stato centralista, sempre prodigo ad offrire aiuti, soldi a pioggia e fondi alle regioni in difficoltà, ma sordo a qualsiasi anelito di libertà da parte dell'area Padana.

La sinistra rappresenta un regime che non deve modificare nulla, ma, anzi, deve puntellare lo status quo. La stessa blindatura di questo provvedimento costituzionale, decisa dalla maggioranza, ha dell'incredibile. Dimostra che a loro interessa, ormai, avere solo un manifesto da usare in campagna elettorale, a prescindere dai contenuti.

Quello che l'Ulivo ha posto in essere nei fatti è un ostruzionismo al contrario. La blindatura del testo non è stato altro che ostracismo nei confronti dell'opposizione. In ogni caso, è ormai evidente, e non è un male, che in campagna elettorale si misureranno di fronte agli elettori due progetti alternativi sul federalismo. Da un lato, quello finto di Palazzo messo a punto dall'Ulivo in Parlamento come spot elettorale; dall'altro, quello vero della Casa delle libertà, costruito insieme alle regioni.

Comunque sia, è ormai chiaro che la sola vera riforma federalista sarà quella che uscirà dai nostri referendum proposti dalle regioni e da quello che proporremo all'indomani di questa approvazione, fatta contro l'approvazione di chi oggi è maggioranza del nostro Paese. Un referendum respingerà questo falso federalismo e i voti degli elettori cancelleranno questa truffa.

Per concludere, Signor Presidente, come un tormentone d'estate, una canzone che durante le vacanze si sente ripetere in ogni dove, così il vostro antifederalismo, compagni di sinistra, sarà l'incubo che vi seguirà in ogni nostro comizio, in ogni nostra manifestazione della prossima campagna elettorale. (Applausi dai Gruppi LFNP e FI. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pellicini. Ne ha facoltà.

PELLICINI. Signor Presidente, noi di Alleanza Nazionale siamo contrari a questa legge perché la riteniamo per un verso insufficiente, per l'altro frettolosa, anche perché il tema che affrontiamo è, oserei dire, di vitale importanza.

Ricordo che agli esami di maturità ci fu assegnato un tema sulla presa di Porta Pia, su Roma Capitale e sul federalismo di Gioberti e di Cattaneo. A quei tempi ero forse più nazionalista di quanto non sia oggi, nel senso che ritenevo prioritaria la presa di Porta Pia e Roma Capitale piuttosto che il federalismo. Avevo anche un professore, che si chiamava Colombo, detto "Colombino", il quale non mi aiutava, perché poneva lo strano quesito se Porta Pia fosse la breccia attraverso la quale eravamo entrati a Roma come Stato, o quel buco attraverso il quale i preti erano fuggiti per tutta Italia. A quei tempi non capivo quel quesito che oggi è invece abbastanza attuale, perché voi sapete che c'è la vexata quaestio se lo Stato sabaudo, occupando Roma, portò il laicismo nello Stato o se questo Stato venne contagiato o, a seconda dei diversi punti di vista, migliorato dall'apporto clericale.

Ciò premesso, sono circa quarant'anni che mi domando quale sia la forma di Stato più opportuna, quale tipo di Stato preferire, come si possa conciliare lo Stato nazionale con lo Stato europeo, con le autonomie locali, come si possa, in altre parole, immaginare uno Stato differente, diverso.

Devo fare una seconda premessa. Vengo da un partito di formazione hegeliana che riteneva lo Stato fonte non solo di autorità, ma anche di autorevolezza. Io ritenevo che lo Stato fosse unitario e che dovesse essere morale ed etico. Tutte queste mie teorie, che peraltro seguo ancora in parte, si sono rivelate in qualche modo fallaci, perché abbiamo spesso assistito ad uno Stato etico che tale non è, ad uno Stato autorevole che tale non è, ma diventa autoritario. Anche nel passato, purtroppo, abbiamo assistito agli sviluppi negativi di questo tipo di idee, che sono poi sfociate nel nazionalismo, nelle due guerre mondiali, le grandi guerre civili europee, come dice il collega Mantica. Per fortuna abbiamo evitato la terza, perché i tempi erano mutati. Sicuramente però abbiamo avuto quarant'anni di guerra interna, civile, con il mondo dei blocchi contrapposti e con il muro di Berlino. È chiaro allora che tutto ciò in cui avevo creduto in parte va ridiscusso.

A questo punto devo dare atto alla Lega (che ho fortemente combattuto quando era secessionista, perché convinto che lo Stato debba essere unitario, ancorché decentrato o federato), con la sua azione dirompente, da me in un primo tempo neanche capita, di aver impostato il problema - che è il problema dei problemi - di come conciliare lo sviluppo delle collettività locali, delle mille città italiane, con lo Stato nazionale, di come conciliare una forma di Stato che ci viene da lontano, dalle Repubbliche marinare alle innumerevoli città italiane, di come raccordare questo sviluppo dal basso, questa somma di culture, con lo Stato nazionale. Ho cercato di ragionarvi, nei limiti in cui può farlo uno come me, che, tra l'altro, avendo fatto un certo tipo di milizia, a volte ha difficoltà in materia.

Mi sono posto diverse questioni. Continuo ad essere convinto che lo Stato non possa essere confederato, perché le confederazioni vanno bene in America, realtà nella quale Stati diversi puntavano a quell'obiettivo, anche se ci fu lo scontro tra la Confederazione e l'Unione. La confederazione presuppone soggetti diversi che si uniscono per fondersi poi nello Stato nazionale, come gli Stati Uniti d'America, oggi Stato non confederato, ma federale.

Noi stiamo ponendo in atto un processo inverso, perché siamo uno Stato unitario che cerca di diventare - viceversa - uno Stato federato, ed allora secondo me vi sono due momenti. Prima di tutto, deve esservi la garanzia dell'unità nazionale (lo abbiamo sempre sostenuto, perché siamo presidenzialisti da sempre): ci deve essere un Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo, che rappresenta l'unità nazionale. Tale garanzia, l'avallo a questa grande cambiale per il futuro, e cioè lo Stato federale, deve essere data acciocché si possa sviluppare in modo organico una fusione tra le nostre diversità e tra le nostre differenti regioni. Sono prima toscano, poi lombardo (per ragioni belliche, perché da bambino mi portarono al Nord) e, finalmente, mi sento italiano. Credo che l'Italia sia una summa meravigliosa, bella ed elegante (non faccio il nazionalista), perché noi siamo un popolo colto, che è la somma di mille opere d'arte di grande valore. Queste diversità vanno salvate, vanno fuse nello Stato nazionale e domani portate nello Stato europeo. Se riusciremo ad avere uno Stato organico che sia somma dei localismi e però essenza nazionale, riusciremo ad entrare in Europa in modo serio.

In passato ero contro gli amici della Lega sull'ipotesi di una Repubblica del Nord perché una "repubblichina" (ci sono esempi storici di "repubblichine" in Italia) non sarebbe stata mai qualcosa di organico: saremmo stati una piccola Baviera e non già uno Stato nazionale. Dobbiamo entrare in Europa coscienti delle nostre diversità, della nostra somma di diversità, ma con l'identità grande di un popolo grande, come siamo noi. Ecco perché a questo punto oserei dire che faccio ancora un passo indietro: sto diventando in qualche modo sabaudo. Attenzione: non sono monarchico, perché non apprezzo quello che rappresentò l'8 settembre, ma i concetti di Stato nazionale, di unità nazionale e di continuità storica mi derivano dallo Stato sabaudo e a tali valori prefascisti unitari aderisco in pieno perché questa, in fondo, è Alleanza Nazionale.

Allora, signor Presidente, perché siamo contrari a questa legge? Perché si tratta di una questione che andava affrontata con serietà. In quest'Aula da cinque anni ci battiamo tra i vari federalismi e non federalismi. Qui c'è di mezzo la prossima Costituzione e l'avvenire dei nostri figlioli: il sogno di una nuova Italia e di un grande Paese. Ecco perché, in questo scorcio di legislatura, riteniamo questa una riforma pseudofederale, perché in definitiva si tratta di un trasferimento di funzioni alle regioni, che non viene ancora affrontato secondo un concetto federale.

Badate bene (mi avvio a terminare il mio intervento): non è detto che questo provvedimento non sia peggiorabile. Attenzione: corriamo il rischio che nella rincorsa a realizzare in tutti i modi un certo tipo di federalismo, non potremmo fare di peggio. Certamente occorre del tempo.

Per queste ragioni (tecnica, morale e storica), per conto di Alleanza Nazionale sono costretto oggi a dire no a questo pseudofederalismo, convinto che domani il tema debba essere ripreso, perché della massima importanza: è il nostro futuro. (Applausi dai Gruppi An e FI. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Villone. Ne ha facoltà.

VILLONE. Signor Presidente, ci accingiamo oggi ad esprimere un voto della cui importanza - credo - ci rendiamo ben conto: si tratta di un voto che sicuramente ha una portata storica.

Ho ascoltato l'intervento che ha svolto poc'anzi il collega Pellicini. È certamente vero che in questo disegno di legge c'è l'idea di una nuova Italia, per noi; condivido questo concetto. È un testo perfettibile, come ogni testo. È un impianto che poteva essere migliorato. Nell'intervento che ho svolto qui, durante la prima deliberazione, ho dato anche conto di qualche punto sul quale mi trovavo almeno in parziale dissenso rispetto alle soluzioni adottate. Ma ciò non toglie che in questo testo, nel passo che oggi compiamo c'è qualcosa di più della mera approvazione di un pezzo di sistema giuridico, come sempre facciamo per il nostro mestiere di legislatori, c'è un'idea, c'è una speranza, c'è un sogno: definiamola come vogliamo.

Noi, facendo questo, riteniamo di fare un passo che lancia il Paese verso il futuro che lo attende, e non condividiamo affatto le considerazioni negative svolte dai colleghi in maniera – devo dire – non sempre comprensibile e qualche volta anche assai confusa circa il fatto che si tratterebbe di una "riformucola", di una "riformetta". Infatti se si è obiettivi, al di là della polemica e dello slogan, ci si rende conto che l'innovazione c'è ed è molto forte: si può non condividerla, si può dire che è un indirizzo sbagliato, ma non si può sostenere che è una falsa riforma, perché si tratta di una scelta che cambia profondamente il Paese.

Noi riteniamo che cambi nel modo giusto, al di là dei nominalismi, delle etichette, che si tratti di questo o di quello, che sia il vero federalismo, che c'è il federalismo che più federalismo non si può, quasi fosse uno di quegli spot che in televisione dicono che il tal detersivo lava più bianco che più bianco non si può.

Noi riteniamo che tale riforma vada nel senso dell'Italia che vogliamo, un Paese più moderno, più competitivo, capace di essere per tutti i suoi figli una casa accogliente. Riteniamo anche che con questo disegno siano stati battuti i tentativi di far prevalere gli egoismi, le separatezze, i rifiuti di condividere un comune destino che, almeno per una parte, nelle prospettazioni che venivano dalle forze di opposizione, abbiamo ritenuto, invece, emergessero. Noi pensiamo di aver fatto una scelta che nel dare al Paese un impianto di più avanzata ed efficace modernità lasci tutto quanto è necessario per garantire i princìpi fondamentali, i diritti di tutti, la solidarietà tra il Paese forte e il Paese debole. Questa è la nostra convinzione.

Respingiamo poi con fermezza le critiche secondo cui bisognerebbe dire di no a questa riforma per la sua incompletezza. Se ragionassimo così, assai raramente metteremmo mano alle leggi in questa sede. Credo che non accada quasi mai che si sia assolutamente convinti che una legge è perfetta, compiuta e dia tutte le risposte che deve fornire. Certo, si può dire che questo è un disegno che va completato, ma intanto questa parte ha una sua compiutezza e deve andare avanti come tale. Ricordo, ad esempio, che il mio Gruppo ha avviato una raccolta di firme su una proposta di legge di iniziativa popolare relativa ad un'ipotesi di Senato federale, perché ci rendiamo conto che nell'impianto che abbiamo delineato è centrale la questione di una sede che, al tempo stesso, sia sede di autorevole rappresentanza politica nazionale e dia concretamente il senso della presenza nei processi decisionali nazionali degli interessi delle comunità, delle regioni e degli enti locali. Non a caso, quindi, abbiamo iniziato questa raccolta di firme perché abbiamo il senso che questo sia un processo in atto.

Nel prossimo Parlamento, con il sostegno delle firme dei cittadini, porteremo questa proposta che, appunto, prevede l'ipotesi di una seconda Camera nella quale, attraverso un'elezione pur sempre diretta dei senatori per assicurare l'autorevolezza e l'incisività della rappresentanza politica, ci sia però una dimensione regionale della Camera stessa.

E' un'ipotesi che va poi a toccare con incisiva nettezza il punto della partecipazione alla funzione legislativa, ridefinendo il carattere bicamerale secondo un modello articolato, e quindi assicurando che gli interessi nazionale, regionale e locale siano contemperati, in modo efficace, nelle scelte che si adottano nella massima sede di rappresentanza politica.

Sappiamo che tale disegno va completato, ma è questo un argomento per sostenere che oggi non si debba approvare la proposta al nostro esame? Non lo riteniamo affatto. Pensiamo invece - come diceva il collega Elia qualche giorno fa - che intanto bisogna chiudere una fase; non si può ogni volta ricominciare da capo.

In questa legislatura c'è già stato il tentativo forte, che purtroppo non è andato a buon fine, della Bicamerale. Possiamo far finta che nulla sia accaduto e ricominciare da zero la prossima legislatura quando il dibattito è stato così intenso, appassionato e approfondito, con un coinvolgimento così vasto nel Paese? Possiamo dire di no e tirarci indietro quando c'è una richiesta forte che proviene da tutto il mondo delle autonomie regionali e locali, anche di colore politico diverso dal nostro? Quale sarebbe il motivo? Perché manca qualcosa? Perché un'etichetta è mal definita?

Credo ci si accorga facilmente dell'insufficienza di questi argomenti e del fatto che il processo - pur difficile, complesso e articolato - merita oggi una prima e determinante chiusura sulla quale poi costruire il prosieguo. Credo che qui nessuno si illuda che dopo questo voto non si faccia più nulla, che il sistema è compiuto e perfetto, intoccabile, come se fosse uscito dalle XII Tavole. Chi potrebbe mai pensarlo?

E' evidente che siamo in un momento nel quale la costruzione di questa nuova Italia incontra incertezze e difficoltà, vedrà probabilmente una fase in cui le forze politiche si confronteranno, interverrà la Corte costituzionale, si ridefiniranno concetti giuridici di base. Tutto questo è davanti a noi, e non sarà facile; si aprirà sicuramente una fase nella quale tutti dovremo in qualche modo ripensare anche alle nostre coordinate fondamentali, ma tutto ciò fa parte della storia e della vicenda di un Paese che cambia e che si tiene al passo con i tempi, che sa di dover continuamente aggiornare le proprie strutture fondamentali, i propri parametri politici e istituzionali di base.

Quindi, siamo profondamente convinti di questo voto e stiamo già operando politicamente nella prospettiva di quanto verrà dopo la scelta di oggi, che riteniamo concluda, a questo momento, una fase importante di innovazione in questa legislatura: dalla Bicamerale, poi fallita, alla vicenda delle leggi Bassanini, al decentramento delle funzioni, all'elezione diretta dei Presidenti. Siamo in un momento nel quale si completa questa fase e ci si prepara per il nuovo.

Quindi arriviamo a questo voto con profonda convinzione, sapendo che è una stazione intermedia dalla quale bisognerà partire per proseguire il viaggio del nostro Paese verso il suo futuro, ma sapendo altresì che in questa stazione non potremo fermarci: dobbiamo guardare avanti e scegliere oggi quel che ci si propone, preparandoci per il domani (Applausi dal Gruppo DS e del senatore Manis).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rotelli. Ne ha facoltà.

*ROTELLI. Signor Presidente, si è contro, ancora una volta.

Non perché la revisione sia insufficiente, mancando di qualche giudice costituzionale regionalista o di Senato delle Regioni - i senatori che prudentemente non si ricandideranno lo avrebbero votato volentieri di sicuro -. Ma perché il nuovo Titolo V regredisce di brutto rispetto allo stesso principio fondamentale di autonomia.

Ai cittadini, infatti, preme che Comuni idonei e di idonee Regioni, direttamente e interamente, in prima persona, siano responsabili delle politiche pubbliche, che è come dire della qualità della vita (salute, scuola, servizi e così dicendo). In attuazione e sviluppo - beninteso - dei loro costituzionali diritti, che lo Stato come tale, estraneo ad ogni sana, indispensabile competizione in Europa e altrove, mai ha garantito, né potrebbe in futuro.

Viceversa il disegno di legge vuole il contrario: aumenta vieppiù la confusione istituzionale (quali sarebbero, per esempio, le funzioni "fondamentali" dei Comuni?); non applica affatto il criterio sbandierato dello Stato federale, che non conosce, né punto, né poco, potestà legislativa concorrente; non impedisce che qualsiasi prossima ventura legge di settore, compresa nell'interminabile elenco, dichiari - come sempre - principio fondamentale ogni sua disposizione, anche di dettaglio organizzativo minimale; nega alle Regioni ordinarie di parificarsi, volendo, alle speciali, a meno di un permesso dello Stato, autorizzato, con ciò, alla discriminazione politica; stabilisce nei rapporti Comuni - Regioni che la sussidiarietà (intesa comunque sempre quale concessione dall'alto e mai appropriazione dal basso) non valga di più, come sommo principio, della adeguatezza e della differenziazione, che poi è, appunto, discriminazione (l'esatto opposto dell'uguaglianza); concede addirittura al Governo - si noti bene: al Governo, non al Parlamento - di sostituirsi a Regioni, Province e Comuni quando lo richieda, per suo discrezionale apprezzamento, la tutela dell'unità giuridica o economica, ossia, in sostanza, tutto quanto salti in testa, non dirò, l'8 marzo, a Katia Bellillo, ma a Loiero Agazio sì lo posso dire.

Basta così, non c'è tempo più di esemplificare ancora. Vorremmo poter ripetere con il principe di Lampedusa: bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima. Ma sarà, purtroppo, peggio di prima, anche se le televisioni di Stato annunceranno, immancabili, un'altra rivoluzione, l'ennesima. Festeggino, se ne hanno il coraggio, Regioni, Province e Comuni, non solo in Piemonte. Poi, per favore, ci sappiano dire qualcosa di più concreto.

Per noi qui è aria di ultimo giorno di scuola: giorno, dunque, di pagelle. Il Presidente del Senato il voto me l'ha già dato, giorno per giorno. Sempre un commento, sempre una battuta, con corredo di bibliografia. Presto sentirò, acuta, la nostalgia.

Certo, adesso il voto lo daranno gli elettori. O, piuttosto, lo negheranno. Tuttavia, alla fine di una legislatura, dichiarata di bipolarismo e alternanza, in cui per altro solo l'opposizione è rimasta uguale a se stessa, mi permetterò anch'io qualche pagella; s'intende pagella della maggioranza, perché tutte le leggi di riforma costituzionale o controriforma (o leggi ordinarie) le ha fatte esclusivamente la maggioranza, precisamente ogni successiva maggioranza messa in campo dal commissario tecnico, Scalfaro Oscar Luigi. Essa ne porta tutta la responsabilità, essendo venuta a piatire il voto altrui solo quando temeva o sapeva di non essere più maggioranza (riforma elettorale, per esempio).

Noi, prima, durante, dopo la Bicamerale abbiamo cercato di contenere, di tamponare, di impedire la irreversibilità del sistema: stavo per dire del regime. Né più, né meno. E forse, grazie soprattutto a Silvio Berlusconi, credo che ci siamo riusciti. Sua non è, oggi diventa chiarissimo, colpa alcuna di alcun fallimento: la maggioranza, se avesse potuto, sarebbe andata avanti senza di noi, come si accinge a fare fra qualche minuto per la quarta e – speriamo – ultima volta.

Non ci si nasconda dietro il paravento. Non sono da ricercare qualificate maggioranze, se non quelle che la Costituzione espressamente prescrive, qualunque sia il sistema elettorale. Annotatelo nell’agenda, a futura memoria.

Non esiste, come norma, una Costituzione materiale da contrapporre a quella formale. Fu, negli anni Trenta, constatazione del ruolo effettivo del partito, sotto la copertura degli organi tradizionali (Parlamento e Governo). Poi, nei tardi anni sessanta, diventò, la cosiddetta costituzione materiale, argomento fasullo per conservare il potere, soprattutto affermazione di cattivi maestri su una presunta conventio ad escludendum (contro il P.C.I.), che, invero, era solo ineccepibile, reiterata, necessaria scelta squisitamente politica.

Sono peraltro le mie, ai funzionari parlamentari che sono cresciuti, le stesse pagelle che, nel suo disegno di legge, ha già confezionato Giuliano Amato, il quale – riconosco – grande federalista non è stato ai bei tempi, quando spregiativamente chiamava "avvocati delle Regioni" i neofiti troppo recenti del regionalismo, come per esempio tal Franco Bassanini.

Per la Bicamerale, i Popolari avevano decretato: "La Repubblica italiana è formata dallo Stato, dalle Regioni federali – sì federali - e dalle comunità locali". Il senatore Elia è stato bocciato. Fra qualche minuto boccerà di nuovo sé stesso. Non serve più alcuna demagogica concorrenza alla Lega.

La Sinistra Democratica – così si è definita – aveva ribadito: "La Repubblica si riparte – non so come– in Comuni, Provincie e Regioni". Era, invertito, l’articolo 114 della Costituzione, respinto nel 1947 da Palmiro Togliatti perché federalistico: non è indivisibile, se si può ripartire, anzi se si riparte. Ma anche il senatore Salvi, che in quest’Aula – gliene do atto – non ci ha mai definito cialtroni, né servi, è stato bocciato. Fra qualche minuto boccerà di nuovo sé stesso.

Le Regioni – ahimè – non solo dell’Ulivo, allora, comunque, senza governatori, pretendevano: "La Repubblica è costituita dalla Federazione e dalle Regioni. Ciascuna Regione si articola in Comuni". Per gli amici miei, federalisti immaginari della linea Bologna-Padova, sarebbe stato, questo, "federalismo preso sul serio". Ma – per loro buona sorte – non sono dovuti venire qui, a bocciare se stessi.

In uno Stato unitario da un secolo e mezzo, conquista sabauda, non patto di popoli liberi, l’unico federalismo ancora possibile, peraltro necessario, è la rifondazione ab imis (traduco per i preti: dal profondo) dei Comuni innanzitutto, nel territorio stesso (come in tutta l’Europa nord-occidentale), e quindi (ma solo quindi) delle eventuali Provincie, di tutt’altre Regioni, della Repubblica, degli Stati Uniti d’Europa.

Nel bicentenario della nascita riemerge qui ricordare l'unico personaggio del cosiddetto Risorgimento che meriti appieno, sotto il profilo intellettuale, politico e morale, il mio personale rispetto (per poco o nulla che valga, naturalmente). Fu sempre definito municipalista, in senso spregiativo: ma tenne duro.

La maggioranza, invece, sta per votare la mia proposta, che recitava: "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni e dallo Stato", buon ultimo per federalismo, signor Presidente, non per dispetto.

Il senatore Vertone è ritornato per questo, da figliuol prodigo, nella casa del padre, con nostro rispettoso sollievo. Non è, insomma, merito da poco della mia ormai antica definizione di Repubblica (1992). Ma non ringrazierò solo il senatore Vertone, che, senza capirlo, voterà diligentemente il federalismo che gli proposi.

Il senatore Elia voterà, a sua volta, l'esatto contrario di ciò che aveva pensato di dettare, avendo ottenuto dalla cosiddetta dottrina, che è l'opinione dei professori, il silenzio sull'articolo 114 nuovo di zecca. Grazie lo stesso. (Applausi dal Gruppo FI).

Il senatore Manzella, che pure alla Bicamerale, tramite un'ANCI, ignara e disarmata, propose: "L'ordinamento della Repubblica è formato dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni" (nessuno gli aveva mai spiegato, a Montecitorio, che, ordinamento per ordinamento, la Repubblica sarebbe costituita anzitutto dai cittadini), adesso vota, senza dirlo al quotidiano "la Repubblica", il contrario di ciò che aveva proposto: grazie lo stesso.

Il senatore Salvi alla Bicamerale fece votare ai DS la mia definizione, sia pure motivando con l'ordine alfabetico, mai tale, ovviamente, tanto meno ora con le città metropolitane (nuovo, inopinato livello di governo di cui la finanza pubblica italiana non sentiva il bisogno). Grazie lo stesso. Grazie a tutti, insomma, perché personalmente non voterò a favore, tanto meno il Gruppo Forza Italia.

A parte il mio programmatico incipit (come l'autonomia finanziaria, del resto, non solo di Regioni, ma anche di Comuni e Province, non solo di entrata, ma anche di spesa). Il resto, che segue, ne è, infatti, pura e semplice negazione.

L'autonomia- non dirò il federalismo -, così è sepolta, forse per sempre. Pace all'anima vostra. Non alla sua. E nemmeno alla nostra. (Applausi dal Gruppo FI. Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il senatore Manzella. Ne ha facoltà.

*MANZELLA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, vi è una procedura assai severa che regola la seconda lettura di un disegno di legge costituzionale. E certo è sempre un imbarazzante confronto quello tra l'articolo 72 della Costituzione e l'articolo 123 del nostro Regolamento (identico alla corrispondente disposizione della Camera). Tuttavia, questa forse eccessiva semplificazione procedurale ha un risvolto etico-politico che largamente la giustifica. Essa ci vincola a consegnare agli atti parlamentari valutazioni essenziali della legge che modifica la Costituzione; a ricercare quella che sarà, o potrebbe essere, una sua perdurante fisionomia. E allora, cercherò di concentrare in rapidi punti quelli che mi sembrano i tratti caratterizzanti di questo progetto.

Innanzitutto è bene riconoscere – lo hanno fatto altri colleghi – la natura necessariamente sperimentale e parziale di una legge che viene a completare il lavorio di un'intera legislatura, la XIII legislatura, che qualcuno, amante degli slogan, potrebbe chiamare d'ora in poi "legislatura federale". Dato che, a torto o a ragione semantica, un processo federalista ha segnato e denominato per tutto il suo percorso atti normativi e comportamenti: dal federalismo amministrativo a quello fiscale, a quello istituzionale.

Si è temuto, a proposito di questo sperimentalismo, un certo rischio o azzardo costituzionale. Ma le norme della Costituzione non possono sottrarsi soltanto per il loro aggravio procedurale alla profonda evoluzione della natura e della funzione della legge.

Le leggi organizzatorie, siano o meno di rango costituzionale, sono intrinsecamente soggette a necessità di verifica nel tempo, a frequenze segnate dai principi di ragionevolezza e di precauzione. Mentre le leggi a garanzia di valori o di beni, la cui alterazione sarebbe irreversibile, devono, per contrappasso, essere dotate di stabilità costituzionale, quale che sia il loro rango formale. Per esse, la decisione non può mai dirsi veramente sperimentale.

Se questa classificazione più precisa fosse stata data al significato dei nostri lavori, se si fosse maggiormente aderito ad una realtà tecnica che parlava di progetto-stralcio, di lavoro progressivo, forse certa animosità ideologica ci sarebbe stata reciprocamente risparmiata, con vantaggio di tutti. Da questo punto di vista non è certo un male la sospensione per tre mesi dell'entrata in vigore del progetto. Si faccia o no il referendum costituzionale, vi sarà comunque una pausa necessitata per calibrare valutazioni e comportamenti futuri.

Tuttavia, il carattere sperimentale di certe soluzioni contenute in questo progetto non significa che esso non sia necessario ed urgente. Al contrario. È necessario, perché era necessaria una copertura costituzionale - che è sempre una razionalizzazione di ruoli e di interessi - ai numerosi e diversi capitoli riformisti degli anni Novanta, regolatori di relazioni tra centro e periferia della Repubblica. Anzi, tra centro e centri. Solo un intervento costituzionale unitario nella sua complessità poteva dare una stabilizzazione intorno al fine federalistico al lavoro di un'intera legislatura.

E' urgente, questo progetto, perché la fase statutaria delle regioni nella quale siamo di fatto entrati - fase caratterizzata dal nuovo valore costituzionale dello stesso strumento Statuto - non poteva e non può svolgersi in un pericoloso vuoto di Costituzione nel quale certe iniziative cosiddette governatoriali sembrano risentire, appunto, dell'horror vacui. In questa urgenza vi è dunque un'esigenza di unitarietà repubblicana, di senso complessivo dello Stato nazionale: parametri nei quali si deve inquadrare la pura, autonoma esperienza statutaria. I principi fondamentali riservati alla legislazione dello Stato assumono in questo contesto la rilevanza che già sottolineammo nell'ordine del giorno presentato in prima lettura.

Vi è poi un'ulteriore esigenza: quella di vertebrare l'esperienza regionale con quella ricchissima del nuovo risorgimento municipale cui ha dato vita l'elezione popolare diretta dei sindaci delle nostre città.

Occorre dire con molta chiarezza che i nostri comuni hanno bisogno di queste garanzie costituzionali per poter contare nella fase statutaria regionale. Il verticalismo del nuovo assetto istituzionale regionale deve essere subito contemperato dalla struttura policentrica del suo ordinamento. Regioni come federazioni di città: non è solo uno slogan.

Vi è, infine, un ultimo tratto caratterizzante di questo progetto, un tratto che certe sguaiate polemiche antieuropeiste di questi giorni hanno avuto almeno il merito di mettere in luce. Si tratta del legame che esso stabilisce tra assetto territoriale nazionale e assetto dell'Unione Europea. E questo non solo per le rilevanti competenze di partecipazione e di controllo che il progetto assegna alle regioni, ma anche per la sua visibile aderenza a quella idea di "Federazione di Stati nazione" così largamente condivisa nell'Unione. Idea che concilia aree crescenti di sovranazionalità con la perduranza dello Stato nazionale, come comunità di destino, custode di storia, tradizioni, culture irrinunciabili contro la omogenizzazione del mondo.

Ecco: è questa visione congiunta di federalismo italiano ed europeo che, al termine di anni operosi, questo progetto consegna alla nuova legislatura.

Questo Parlamento ha fatto la sua parte e nessun nichilismo antiparlamentare la potrà cancellare. Il progetto di legge oggi al nostro esame, quali che siano le sue imperfezioni, ha anche, dunque, un valore risolutivo di testimonianza sulla XIII legislatura. (Applausi dai Gruppi DS e Misto-DU).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore.

CABRAS, relatore. Signor Presidente, dato il carattere della nostra discussione, ritengo non sia necessità di replicare.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

MACCANICO, ministro per le riforme istituzionali. Signor Presidente, onorevoli senatori, non vi è dubbio che il completamento dell'iter in seconda lettura di questo disegno di legge costituzionale rappresenti una tappa di decisiva importanza nell'opera di revisione della nostra forma di Stato. Un'opera complessa, difficile e svolta su due livelli: quello della riforma amministrativa a Costituzione invariata, denominata del federalismo amministrativo, del federalismo fiscale, e quello della riforma costituzionale attuata con la legge costituzionale n. 1 del 1999 e con l'attuale riforma del Titolo V della Costituzione. Si può ben dire, in prossimità della conclusione della XIII legislatura, che la costruzione di una forma di Stato di tipo federale è, ormai, in una fase molto avanzata e che nella prossima legislatura sarà possibile portare a compimento questo disegno. Avremo una Repubblica una e indivisibile, ma a forte struttura federale: avremo un federalismo cooperativo e solidale.

Quanto ai contenuti innovativi, mi limiterò a ricordare il capovoglimento dell'articolo 117. Non si tratta certamente di una cosa secondaria, ma di un'aspirazione già manifestata nella prima Bicamerale e confermata anche nella seconda Bicamerale. Sono stabilite e ben determinate ora le attribuzioni dello Stato e tutte le altre sono assegnate alle regioni in via concorrente o in via esclusiva. E' prevista la possibilità di nuove autonomie speciali, il che consentirà di avere un federalismo a geometria variabile importante per un Paese così differenziato come l'Italia. Sono stati soppressi i controlli del Governo sulla legislazione regionale e quindi eliminati i commissari di Governo (non è cosa secondaria).

E' stato affermato il ruolo costituzionale dei comuni e delle province nelle attività amministrative; è stata, cioè, confermata la natura propria delle nostre regioni, che non sono i Laender tedeschi, ma qualcosa di diverso: sono enti di programmazione e di legislazione, non di amministrazione.

Si salva così anche la tradizione civica italiana, dei comuni italiani, tipica della nostra tradizione storica.

È stato previsto un nuovo ordinamento finanziario delle regioni che, a livello costituzionale, conferma quel che è stato fatto a Costituzione invariata: tributi propri, quote dei tributi erariali, fondi perequativi per le regioni meno favorite. È stato altresì previsto il consiglio delle autonomie locali accanto al consiglio regionale. Questo è un elemento fondamentale, che cerca di evitare che a livello regionale si crei quella degenerazione centralistica che c'è stata per lo Stato nazionale.

Infine, un'innovazione importante è la partecipazione delle regioni alla Commissione bicamerale per gli affari regionali. È una soluzione temporanea, in previsione della costituzione del Senato delle regioni che, se questo disegno di legge verrà approvato, diverrà inevitabile e rappresenterà il primo impegno da affrontare nella prossima legislatura. L'importanza di questa innovazione, avvenuta proprio su stimolo della Commissione bicamerale per gli affari regionali, va commisurata al problema, che avremo nella prossima legislatura, di fissare i princìpi fondamentali per tutte le materie a competenza concorrente.

La presenza delle regioni in questa Commissione, con l'aggravamento procedurale, per cui i suoi pareri non potranno essere superati se non con la maggioranza assoluta, sarà una garanzia per le regioni per evitare che la fissazione dei princìpi fondamentali debordi, vada al di là dei limiti necessari.

Ritengo vi siano tre ragioni istituzionali fondamentali perché questo disegno di legge costituzionale venga approvato. La prima attiene al nuovo allargamento della competenza di revisione, di autorganizzazione delle regioni: la nuova autonomia statutaria prevista dalla legge costituzionale n. 1 del 1999. Se questo disegno di legge non dovesse essere approvato, la più larga autonomia statutaria prevista dalla legge costituzionale sopra citata sarebbe in gran parte frustrata per un arco di tempo molto largo. Questa nuova maggiore autonomia statutaria delle regioni sarebbe costretta nella camicia di forza delle norme costituzionali attualmente vigenti, e quindi sarebbe un elemento di freno alla nuova funzionalità delle regioni, con i presidenti eletti direttamente dal popolo.

La seconda ragione è la necessità di dare copertura a quel processo considerevole di trasferimenti di funzioni alle regioni avvenuto, a Costituzione invariata, con i provvedimenti Bassanini. Dare una copertura costituzionale significa dare certezza di questi diritti, perché certamente i trasferimenti attraverso lo strumento della delega, senza quella copertura, potrebbero essere inficiati.

La terza ed ultima ragione fondamentale è che proprio questa presenza delle regioni nella Commissione bicamerale per gli affari regionali costituirà un elemento di straordinaria garanzia quando, nel corso della prossima legislatura, dovremo fissare i princìpi fondamentali per le competenze concorrenti con le regioni. In assenza di questa nuova istituzione che abbiamo previsto, la fissazione di tali princìpi sarebbe affidata esclusivamente al Parlamento, senza alcun controllo da parte delle regioni.

Queste sono le ragioni strettamente istituzionali che spingono all'approvazione del provvedimento. È chiaro, onorevoli senatori, che noi non consideriamo completato il nuovo ordinamento, la nuova forma di Stato. È una tappa importante che dovrà essere completata nella prossima legislatura attraverso l'istituzione del Senato delle regioni e la riforma della Corte costituzionale. Credo però che questa sia stata una via giusta. Quando si tratta di cambiare la forma di Stato, passando da uno Stato accentrato, burocratico (qual era l'italiano) ad una forma di forte autonomia, si è posti di fronte ad un processo estremamente difficile, che va posto in atto in modo graduale. Rivendico in questo momento la procedura prevista dall'articolo 138 della Costituzione, che consente la possibilità di un'attuazione graduale, crescente. Le regioni in Italia hanno trent'anni di vita, non di più: non sono ex Stati, come i Laender tedeschi. Dobbiamo avere una visione realistica della situazione.

Mi avvio a concludere ricordando che nel corso di questa legislatura credo sia stato fatto moltissimo per cambiare la forma di Stato; soprattutto, è venuto fuori che almeno la maggioranza una concezione, un'idea, un disegno, dei lineamenti li ha manifestati sia con la legislazione ordinaria che con quella costituzionale. Quale sia invece il modello proposto dall'opposizione in questa legislatura non è emerso: non si sa se la forma di Stato è quella che propugna il presidente Fisichella o l'onorevole Bossi. Noi non lo sappiamo. Sappiamo che la maggioranza ha avuto un'idea precisa: può piacere o no, ma quella è. In questo disegno di legge costituzionale è chiara l'idea dell'ordinamento dello Stato che la maggioranza propone agli italiani ed è importante che su ciò si terrà un referendum popolare, affinchè il popolo italiano sia chiamato a decidere su questo provvedimento.

Tutto ciò sgombra il campo dalla maggiore critica che è stata fatta, cioè che la maggioranza ha proceduto in solitudine. No, la maggioranza non ha proceduto in solitudine, intanto perché c'è stato un scambio continuo, permanente, con il sistema delle autonomie, con la Conferenza dei presidenti delle regioni. Ricordo che si tratta del frutto di uno stralcio proposto dalla Conferenza delle regioni; il suo presidente, Enzo Ghigo, ha avuto modo di dire che le richieste delle regioni sono state accolte al 95 per cento, è bene ricordarlo. Ho ricoperto per un certo periodo l'incarico di Presidente della Commissione affari costituzionali della Camera e ricordo lo scambio continuo con le regioni e con il sistema delle autonomie in ordine a tale problema.

Aggiungo che dal complesso di riforme che abbiamo posto in essere deriva un ordinamento di forti autonomie e di poteri locali molto forti: l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, ed il fatto che essi potranno contare su risorse più certe e su poteri più ampi, credo crei una situazione, in Italia, nella quale avremo poteri locali fortissimi. Avremmo dovuto completare questa riforma con la revisione della forma di Governo, con una nuova legge elettorale; per l'opposizione della destra non siamo riusciti a farlo, però anche in questo caso un'idea di come risolvere la questione la maggioranza l'ha maturata in questa legislatura, mentre quale sia l'idea dell'opposizione in merito ancora non è dato sapere.

Abbiamo previsto per questo con la riforma elettorale, con le proposte di riforma degli articoli 92 e 94 della Costituzione, un sistema molto simile a quello della Repubblica federale di Germania. Questo è ciò che abbiamo proposto e che sottoporremo al giudizio degli elettori nel corso della prossima campagna elettorale. Quale sia il modello che propone la destra, ancora non si sa. (Commenti del senatore Servello). Speriamo che nel corso della campagna elettorale tutto questo sia chiarito, nell'interesse del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi DS, PPI, Misto-DU, Misto-RI e UDEUR).

PRESIDENTE. Colleghi, per consentire ai cittadini di seguire la fase procedurale delle dichiarazioni di voto, è previsto il collegamento televisivo ed esigenze tecniche comportano la necessità di sospendere brevemente i lavori.

Pertanto, sospendo la seduta per alcuni minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 10, 52, è ripresa alle ore 11).

Presidenza del presidente MANCINO

PRESIDENTE. Riprendiamo l'esame del disegno di legge n. 4809-B.