Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 1052 del 08/03/2001

ELIA. Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ELIA. Signor Presidente, Ministro delle riforme, rappresentanti del Governo, colleghi, poche scelte nella nostra vita politica mi appaiono assunte sotto il segno della necessità e dell'urgenza istituzionale come questa, finalizzata alla revisione del titolo V, dedicato alle autonomie territoriali, della seconda parte della Costituzione.

Si tratta, infatti, di un vero e proprio atto dovuto per eliminare una situazione assolutamente patologica e piena di pericoli. Per tale motivo, a proposito di questo complesso normativo profondamente delegittimato perché riconosciuto generalmente inidoneo a corrispondere ad una nuova interpretazione del principio autonomistico, io stesso ho parlato di una terra di nessuno ed altri di una giungla istituzionale, una sfera di anomia in cui si producono scorrerie come le iniziative referendarie di alcune regioni di natura sicuramente avventurosa ed eversiva.

Certo, le leggi Bassanini non furono approvate da noi, come ho sentito ripetere dal collega Rotelli in Commissione, in violazione della Costituzione sicché oggi vi sia bisogno di una specie di sanatoria con le norme di un riformato titolo V.

E' pur vero, però, che esse sono ispirate ad una interpretazione profondamente innovativa del principio autonomistico, sicché vi è necessità di un riferimento costituzionale che quella interpretazione stabilizzi e consolidi.

Ciò vale per l'approvazione di nuovi Statuti regionali, ma vale anche in relazione a rilevanti questioni di costituzionalità di fronte alla Corte costituzionale, cui spetta valutare quanto di centralismo pluridecennale si sia sovrapposto e, per così dire, incrostato sul principio unitario che nessuno di noi vuole mettere in discussione; né, come ha giustamente rilevato in Commissione il senatore Pellegrino, facciamo ricorso esclusivamente alla forza del numero. Facciamo appello alla memoria dei nostri oppositori. Essi approvarono in Commissione bicamerale a giugno e a novembre del 1997 e poi in Assemblea alla Camera dei deputati nel 1998 testi meno fortemente caratterizzati in senso autonomistico di quello oggi in esame. Basti citare la materia dell'istruzione allora considerata esclusivamente statale in base all'articolo 33 della Costituzione.

Non potendo negare l'equipollenza dei testi normativi, il collega D'Onofrio si rifugia, per così dire, in angolo evocando il progetto organico di riforma della seconda parte della Carta nel quale la riforma autonomistica si inseriva. Egli non può aver dimenticato le sedute della Camera dei deputati del 22, 23 e 24 aprile 1998 nelle quali difese vigorosamente il testo elaborato in Bicamerale contro gli emendamenti della Lega (Comino e Tremonti), e non solo della Lega, tendenti a limitare, erroneamente, le attribuzioni dello Stato ai poteri che la dottrina francese definisce régalien con la cancellazione del ruolo sociale del soggetto statuale.

Mentre, però, la Lega è rimasta su posizioni coerenti è il Polo che, per esigenze di alleanza con i leghisti, ha sacrificato alcune linee di fondo della sua politica costituzionale e l'urgenza (Commenti dal Gruppo LFNP) della nostra deliberazione riformatrice deriva anche dalla constatazione che oggi la Casa delle libertà è profondamente divisa sui temi autonomistici (Commenti dal Gruppo LFNP) e incapaci di contrapporci un progetto alternativo. E' solo in grado di dire di no al nostro progetto, rifugiandosi in un referendum a finalità avversative che lo esonera da una proposta organica e positiva.

L'incompiutezza e relativa parzialità della nostra revisione non toglie che essa sia a un passo decisivo nella direzione auspicata dalla quasi totalità di coloro che governano e amministrano negli enti territoriali di questo Paese appartenenti ad ogni schieramento politico.

Non mi soffermo sulla rilevantissima novità introdotta con questa revisione, sicuramente la più importante nel cinquantennio repubblicano, limitandomi a constatare che i nostri oppositori si dividono tra chi ritiene, in minoranza, che la dose di neoautonomismo sia troppo forte e chi, in maggioranza, stima che la dose sia troppo debole. Ma l'incompletezza di una riforma, che si dice desiderata, non giustifica il rigetto di essa da parte dei nostri oppositori. Perciò, se si tiene conto del contesto degli eventi e delle motivazioni che hanno preceduto questo nostro voto di oggi, si può escludere con tranquilla coscienza che si sia creato un precedente di modifica solitaria della Costituzione a maggioranza stretta, con disconoscimento delle opinioni delle opposizioni. È vero il contrario, come dimostra la storia di questa legislatura, la storia tutta intera intendo e non quella per parti strumentalmente separate. Del resto, abbiamo ricevuto in questi giorni insperati riconoscimenti dagli onorevoli Tremonti e Maroni.

Quanto poi alle obiezioni circa nuovi vincoli da accordi internazionali, avanzate dal professor Luciani, non sembra che si realizzi alcun contrasto con l'articolo 11 - già la superiorità del diritto comunitario è acquisita da tempo nella giurisprudenza costituzionale - né con l'articolo 10, in quanto i vincoli da trattati liberamente ratificati si riconnettono alla norma generalmente riconosciuta dal diritto internazionale (pacta sunt servanda). Si tratterà, semmai, di essere più vigili ed esigenti in sede parlamentare di autorizzazione alle ratifiche, sull'esempio del Senato degli Stati Uniti.

L'Internazionale comunista, evocata dall'onorevole Bossi, è soltanto un fantasma che non spaventa nemmeno i bambini. Quanto al consenso popolare, non è certo precluso un nostro ricorso al referendum previsto dall'articolo 138 della Costituzione, giacché la norma costituzionale non distingue né tra fini né tra soggetti nella richiesta referendaria, e dove la legge non distingue, nessuno può distinguere.

È ora di guardare al futuro. Non lasciamo nemmeno sul terreno istituzionale la terra desolata di eliottiana memoria. Cito solo due prospettive di convergenza con l'opposizione in tema di forma di Governo. Nel dibattito in quest'Aula del 16 gennaio, in chiusura sulla legge elettorale, i colleghi Schifani e La Loggia espressero consenso a quella parte dell'ordine del giorno della maggioranza in cui era scritto: "ritiene che si debbano preferire una forma di Governo e una legge elettorale che facciano emergere da una sola consultazione degli elettori la maggioranza parlamentare e l'indicazione del Presidente del Consiglio, in modo da incorporare la scelta del leader nella scelta della maggioranza".

Inoltre, è ormai comune il riconoscimento - e ho concluso - che modifiche nella composizione della Corte costituzionale possano dar luogo non ad elezioni di giudici da parte delle regioni o di organi interregionali, ma soltanto da un ramo del Parlamento, organo dello Stato repubblicano rappresentativo delle autonomie territoriali.

Concludo con l'augurio che la XIV legislatura porti a termine sul terreno delle riforme istituzionali il non poco che è stato realizzato dalla XIII legislatura. (Applausi dai Gruppi PPI, UDEUR, DS, Misto-RI e Misto-DU. Congratulazioni).