Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 1052 del 08/03/2001
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Passiamo alla votazione finale.
MELONI. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per tre minuti.
MELONI. Signor Presidente, colleghi, a nome del Partito Sardo d'Azione, che ho l'onore di rappresentare in quest'Aula, coerentemente alla scelta già adottata nel corso della prima votazione, preannuncio anche in quest'occasione il mio voto di astensione - e quindi anche del partito che rappresento - sul disegno di legge n. 4809-B.
È un voto di astensione che so bene che in questo ramo del Parlamento è equiparato ad un voto contrario, ma che vuole essere comunque diverso dai voti contrari che saranno espressi da quelle forze politiche che si sono dichiarate contro il disegno di legge oggi al nostro esame. Comunque, è un voto diverso da quello di forze politiche che non parteciperanno al voto.
I motivi sono semplici e vado brevemente a riassumerli, dal momento che non sono modificate le condizioni per mutare il mio giudizio.
Il disegno di legge ci presenta una cornice vuota, all'interno della quale non si intravede alcun disegno nitido, chiaro e rassicurante. E' stato detto e ripetuto anche in questo dibattito, da esponenti del Governo e della stessa maggioranza, che questa è una legge sperimentale e parziale, che non porta e non introduce il federalismo, che dovrà essere attuato e realizzato nella prossima legislatura. Sì, è proprio una legge scoordinata, incoerente e, per certi versi, persino contraddittoria.
È scomparso - non se ne parla - il Senato delle regioni; è scomparsa la composizione paritaria della Corte costituzionale; sono scomparse, quindi, quelle istituzioni che avrebbero dovuto dare le garanzie che effettivamente si vuole realizzare un disegno costituzionale di senso federale. Neppure la parola "federale" compare nel testo.
Pertanto, il nostro dissenso non può essere che chiaro e manifesto, perché vediamo ancora una volta vanificati, tramontati quel sogno e quell'aspirazione che sono stati la base della nascita del Partito Sardo d'Azione, aspirazione propria dei suoi esponenti che hanno sognato e combattuto per creare una Repubblica federale e per rafforzare e far funzionare le autonomie.
Si continua a vedere uno Stato centrale, centralista, lontano dalle istituzioni, uno Stato che si riserva ancora la competenza esclusiva - per fare degli esempi - in materia di tutela dell'ambiente e in materia di beni culturali. Pertanto, è vero che sono scomparsi i rappresentanti del Governo e che stanno arrivando e continuano ad essere presenti burocrati dello Stato, sovrintendenti ai beni ambientali che bloccano e devono essere continuamente sollecitati. (Applausi dei senatori Piredda e Rigo).
DONDEYNAZ. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per tre minuti.
DONDEYNAZ. Signor Presidente, colleghi senatori, la dichiarazione di voto che mi appresto a svolgere non è quella di un parlamentare dell'opposizione, né di un organico alla maggioranza con la quale ho condiviso molti provvedimenti varati da questo ramo del Parlamento e ho assicurato in modo convinto la fiducia ai Governi che si sono susseguiti nel corso dell'attuale legislatura.
Il mio giudizio negativo sul provvedimento in discussione deriva da un mandato preciso che ho ricevuto dai cittadini valdostani e dalle forze politiche che mi hanno espresso, che convergono su un'opzione autonomista e federalista. La riserva di giudizio, tra l'altro sempre ricordata nelle dichiarazioni di fiducia, riguarda i grandi argomenti che concernono proprio i temi di carattere istituzionale e di riforma.
E' risaputo che la più piccola regione italiana vede in una riforma generale dello Stato italiano in senso federale la naturale evoluzione di una lunga e radicata esperienza di autogoverno. La mancata realizzazione di questo obiettivo, da tutti condiviso a parole, oltre a fermare un processo di rinnovamento delle istituzioni dell'intero Paese, espone in modo strisciante le regioni a Statuto speciale ad un'inevitabile involuzione verso una uniformità al ribasso.
Questo modo di agire, lento e contraddittorio, senza un disegno riformatore complessivo, genera uno scollamento pericoloso con la società, che fortunatamente si riorganizza autonomamente con la consapevolezza che non può aspettarsi quell'aiuto che mette in rete le potenzialità individuali dei cittadini.
La mancanza totale di valori condivisi è il vero impedimento alla realizzazione di qualunque atto riformatore e, inoltre, genera nei cittadini, che ricercano soluzioni concrete ai problemi che devono affrontare, la convinzione che si debba sempre ricominciare dal nulla.
Le osservazioni di merito sul provvedimento le ho esposte nell’esame precedente e le riconfermo. Ho il dovere di ricordare che è stata respinta la richiesta di inserire il criterio dell’intesa per le modifiche degli statuti e la mancata previsione di una Camera delle regioni. La solidità della democrazia si misura anche dalla capacità di garantire nel tempo le diversità etniche, culturali e linguistiche presenti nella Repubblica e sancite dalla Costituzione.
I modesti cambiamenti proposti non consentono di valutare se siamo in presenza di piccole, parziali modifiche di un processo che ha un chiaro orientamento autonomista e federalista o a correzioni limitate e contraddittorie della Costituzione.
Queste considerazioni mi portano a votare contro il provvedimento in esame, augurandomi che le riforme, di cui abbiamo tanto bisogno, siano per tutti il punto centrale della prossima legislatura. (Applausi del senatore Rigo).
*FOLLONI. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per tre minuti.
FOLLONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, annuncio il voto favorevole al disegno di legge di modifica della Costituzione. Condivido quanto esposto dal relatore e non aggiungo notazioni sulle questioni di merito.
Pare a me emblematico che la legislatura veda come suo atto conclusivo una riforma e una riforma di natura costituzionale; si rivela così quella necessità riformatrice su cui è vissuta per cinque anni tutta la legislatura; si compie un passo importante - non è il solo che si è concluso - verso una novazione delle istituzioni della Repubblica; si segnala infine anche ai futuri legislatori che altri passi devono essere compiuti.
Come è emblematico in sé questo voto riformatore, altrettanto emblematici sono la divisione e il contrasto che dividerà anche oggi le forze e gli uomini che hanno sinceramente operato per le riforme possibili e chi le ha usate come pretesto. E’ impossibile non mettere a bilancio della legislatura, quasi in icastica sintesi, i due opposti atteggiamenti con cui, quasi sempre, ci si è misurati in quest’Aula: quello di chi ha ritenuto che compito di chi vi siede sia quello di far funzionare il Parlamento e quello di chi si è fatto puntigliosamente attrarre dall’idea, davvero poco condivisibile, di impedirne l’attività.
Questa legislatura ha visto, in occasione di due leggi finanziarie, l’umiliante goliardia della diserzione dell’Aula, vestita dall’irriverente parodia di quello che fu nella storia della nostra nazione il dramma dell'Aventino. Chi in questa legislatura si è seduto in quest’Aula ha dovuto registrare la sproporzione di chi, con sparuta pattuglia, ha chiesto centinaia e centinaia di volte, con la frequenza di un metronomo, la presenza di un numero legale che nella stragrande maggioranza dei casi è risultato, alla conta, essere superfluo chiedere.
Considero il ruolo di opposizione altrettanto partecipe del funzionamento delle istituzioni di quello della maggioranza. Ma la frontiera che abbiamo toccato durante questa legislatura non è quella che divide, l’una dall’altra, la maggioranza dalle opposizioni, ma quella che divide chi crede e rispetta la democrazia parlamentare e chi così poco vi è affezionato dal permettersi lo sberleffo e dal ritenere legittimo anche irriderla.
Signor Presidente, ho usato l’occasione di questa dichiarazione di voto per aggiungere questa considerazione che faccia memoria e sia d'auspicio alla prossima legislatura: a memoria per chi siederà in quest’Aula perché trovi il coraggio per compiere il processo riformatore; come auspicio perché i cittadini, tra poco chiamati al voto, mandi in Parlamento chi è pronto a completare quest’azione riformatrice, chi vuole che il Parlamento funzioni, chi crede nel Parlamento, chi è pronto a servirlo e non a servirsene. Il voto della componente del Centro Riformatore d’iniziativa liberale del Gruppo Misto è a favore di questa riforma costituzionale. (Applausi dai Gruppi PPI, UDEUR, Misto-RI e DS. Molte congratulazioni).
DI PIETRO. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per tre minuti.
DI PIETRO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo per dichiarare il voto favorevole al disegno di legge costituzionale in esame. Lo faccio in proprio e a nome di quel vasto popolo di cittadini che si riconosce, come si riconoscerà, nell’Italia dei Valori, un movimento politico che, posso annunciare con orgoglio, ha in questi mesi raccolto le firme necessarie e individuato le migliori candidature per presentarsi alle prossime elezioni politiche alla Camera al maggioritario e al Senato al proporzionale, come terzo autonomo Polo.
Voto a favore innanzitutto perché questo è diventato un voto politico-elettorale, pro o contro Berlusconi e i suoi soci, e noi dell'Italia dei Valori siamo distanti geneticamente, politicamente e culturalmente anni luce dall'uomo autonominatosi "il più bravo del mondo".
Voto a favore perché questa riforma rappresenta un indubbio passo avanti nell'auspicabile direzione di un compiuto federalismo, un passo significativo che merita, qui al Senato come alla Camera, il sostegno di una forza politica come L'Italia dei Valori, che vuole caratterizzarsi per l'attenzione al merito e alla qualità delle proposte politiche e parlamentari.
Lungi dal ragionare per partito preso, intendiamo valutare in ogni occasione l'aderenza alle diverse proposte del nostro programma, convinti come siamo che solo uscendo dalla logica delle contrapposizioni ideologiche, spesso fittizie e pretestuose, si possa davvero cominciare a fare gli interessi del Paese.
Sia chiaro: il provvedimento in esame per noi presenta luci, ma anche ombre; è chiaramente figlio di una forzatura che, se da un parte è stata resa necessaria dall'opposizione del Polo, dall'altra appare il segno dell'ambiguità della linea politica del centro-sinistra: arrivare all'ultimo momento per varare delle leggi che potevano essere fatte ben prima.
Purtroppo, il coraggio di cominciare per tempo il processo riformatore, la volontà di renderlo più coerente sono mancati al centro-sinistra ed oggi ci troviamo di fronte all'alternativa fra accettare o no un risultato che sappiamo essere inferiore a quello che ci si sarebbe potuto attendere.
Scegliamo responsabilmente di votare a favore di questa riforma per i suoi aspetti positivi e perché non vogliamo essere accomunati, appunto, al Cavaliere di Arcore.
Concludendo, la Lista Di Pietro-Italia dei Valori esprime il suo voto favorevole al provvedimento, ma sottolinea la necessità di lavorare ancora sul tema del federalismo al fine di affermare un modello più incisivo di amministrazione, vicina ai cittadini, e un modello più coerente di ripartizione fra enti pubblici. Soprattutto - e concludo - auspico che in futuro non si faccia più ricorso, per varare queste riforme, soltanto all'ultimo momento, per motivi elettorali, e non si ricorra più anche a questi colpi di maggioranza, altrimenti le regole del gioco non vengono rispettate.
RUSSO SPENA. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per tre minuti.
RUSSO SPENA. Rifondazione Comunista voterà contro il provvedimento. E' questa infatti una riforma sbagliata che peserà come un macigno, perché attiene alla struttura stessa dello Stato, alla dislocazione dei poteri costituzionali e perché nello stesso tempo incide sul lavoro, sulla fruizione dei servizi, sulla vita quotidiana delle cittadine e dei cittadini.
Noi guardiamo invece al federalismo democratico, nato storicamente per unire, per mettere in relazione culture, comportamenti e poteri, per costruire relazioni interculturali e multiculturali. Noi guardiamo al federalismo solidale, cioè a quella articolazione delle identità statuali che si alimenta della cooperazione e dell'autogoverno delle cittadine e dei cittadini. Questa legge è invece, a nostro avviso, un vero e proprio azzardo costituzionale di stampo liberista.
Questo è un federalismo antisolidale, il federalismo dei territori ricchi e privilegiati, dell'egoismo delle borghesie mercantili delle zone ricche. Le tragedie dei Balcani e del Centro-Europa, le separazioni antimeridionaliste contro il Sud dell'Europa e del mondo nulla sembrano aver insegnato. I Formigoni, i Galan, i Ghigo, gli Storace potranno portare nell'iniziativa politica quotidiana la loro torsione ultraliberista. Il meccanismo, infatti, delle materie concorrenti inciderà in maniera devastante e antisolidale, dividendolo e atomizzandolo sullo Stato sociale, sulla scuola, sul lavoro, sia accrescendo le precarizzazioni dei lavori, sia incidendo negativamente sul controllo delle condizioni stesse di erogazione della forza lavoro, a partire dalla salute delle lavoratrici e dei lavoratori.
Questo provvedimento è quindi frutto velenoso della globalizzazione liberista. Ne parlava in verità già dieci anni fa un noto economista giapponese, quando accennava al decentramento come costruzione di distretti di business, di distretti degli affari in cui vari territori vengono messi in concorrenza tra loro, in competitività soltanto per abbassare il livello delle garanzie sociali e dei vincoli ambientali, per creare le condizioni migliori per le localizzazioni delle multinazionali, per i processi di valorizzazione del capitale.
A me e a noi di Rifondazione Comunista questa riforma pare sbagliata, perché non è una reale articolazione federale dello Stato, ma soltanto la costruzione dei distretti degli affari; e alla fine, purtroppo, lo dico in maniera amara, tra qualche anno saranno le destre, in questo Paese, che gioiranno perché è passata una riforma antisolidale le zone ricche contro le zone povere.
MANIS. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per tre minuti.
MANIS. Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, Rinnovamento italiano voterà convintamente a favore di questo disegno di legge di riforma costituzionale, per quattro fondamentali ragioni: perché il tessuto connettivo del movimento cui appartengo è liberale, federalista, riformista e solidale.
Liberale, in quanto volto a valorizzare le libertà e le progettualità individuali; dunque, soprattutto quelle delle autonomie locali, con tutto il loro patrimonio di storia, di cultura e di progettualità.
Federalista, perché crede profondamente in un processo progressivo di federalismo che intenda tuttavia salvaguardare l'unità e l'unitarietà dello Stato centrale ed esaltare il senso della comunità nazionale. Noi affermiamo oggi con convinzione che questo è l'unico processo di federalismo compatibile con la riforma costituzionale in un'ottica di progressività che non può non tener conto della relativa giovane età delle regioni e delle autonomie locali.
Solidale, perché non riteniamo assolutamente che un male interpretato processo di federalismo voglia rappresentare il benessere e l'opulenza di alcune aree geografiche a danno di altre più deboli. Chi parla è sardo, appartiene pertanto ad una delle regioni più fragili dell'intero sistema Paese che tuttavia ha potuto sviluppare una cultura autonomistica che intende, con dignità e senza interventi di assistenza o assistenzialismo, determinare autonomamente il proprio avvenire.
Riformista, perché riteniamo che soltanto una grande forza popolare, un grande convincimento culturale, possa avviare il processo di riforme in questo Paese.
La presente legislatura, la XIII, è stata formidabile dal punto di vista delle riforme: cito, per esempio, la riforma della scuola, la riforma della sanità, la valorizzazione delle autonomie (Commenti dal Gruppo LFNP), la semplificazione amministrativa (leggi Bassanini). Sono stati tutti provvedimenti propedeutici al presente disegno di legge, che rappresenta il culmine di un processo, certamente non compiuto, non completo, che verrà sicuramente terminato nella prossima legislatura attraverso la Camera delle regioni, il Senato delle regioni, e la riforma elettorale.
Dunque, credo che questa maggioranza, questi Governi che hanno risanato i conti del Paese abbiano realizzato un grande salto culturale: quello di far uscire il nostro Paese dal ghetto del centralismo e del verticismo, delegando appunto alle autonomie e alle regioni.
Ecco, signor Presidente, i motivi per cui Rinnovamento Italiano vota convintamente a favore e nel ribadire l'appoggio all'attuale maggioranza formula auspici affinché la prossima legislatura possa portare a compimento quel processo che tutto il popolo italiano attende. (Applausi dai Gruppi Misto-RI e PPI).
PINGGERA. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per tre minuti.
PINGGERA. Signor Presidente, voglio precisare che il disegno di legge in esame è sicuramente un grande passo avanti nello sviluppo dei rapporti tra Stato, regioni e province autonome. Sono particolarmente lieto del contenuto dell'articolo che prevede che il controllo sugli atti legislativi delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano non avvenga più tramite il potere amministrativo centrale, bensì - così come conviene alla concezione di uno Stato moderno - attraverso il controllo costituzionale.
Prendo atto e sottolineo che questo porterà, naturalmente, ad una maggiore responsabilizzazione anche dei legislatori regionali e provinciali, i quali, in partenza, dovranno interessarsi scrupolosamente dell'armonia tra i loro atti legislativi e il dettato costituzionale. In ogni caso, questo è un passo avanti assai rilevante e sotto tale profilo la riforma al nostro esame apporta veramente moltissimo. Anche il capovolgimento della logica dell'articolo 117 della Costituzione ha un significato molto più ampio di quanto, a prima vista, potrebbe sembrare.
Inoltre, sono lieto che l'articolo 10 preveda che i trasferimenti di competenze siano operativi anche per le province autonome di Trento e Bolzano e per le regioni a Statuto speciale, entro i limiti in cui si trasferiscono poteri e competenze maggiori senza, però, alcun restringimento delle competenze già conferite.
Dal momento che questa è una concezione coerente con il sistema di sviluppo delle autonomie locali, la Südtiroler Volkspartei voterà convintamente a favore del disegno di legge n. 4809-B. (Applausi dai Gruppi DS, PPI e UDEUR).
MAZZUCA POGGIOLINI. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per tre minuti.
MAZZUCA POGGIOLINI. Signor Presidente, onorevole Ministro, colleghi senatori e senatrici, I Democratici-L'Ulivo, che insieme ad altre forze hanno costituito "La Margherita", votano tale riforma con convinzione perché essa fa avanzare un federalismo democratico e diffuso come lo ha inteso, in questa straordinaria legislatura di profonde e utili riforme, il centro-sinistra con i suoi e i nostri costituzionalisti tra i quali, primo fra tutti, il ministro Franco Bassanini che con le sue leggi di semplificazione e decentramento amministrativo ha ridato efficacia ed efficienza all'amministrazione della Repubblica.
Il Polo e la Lega stanno, però, combattendo questa riforma con forza, stanno cercando di evitarla, perché essa dimostra… (Vivaci proteste dal Gruppo LFNP).
PERUZZOTTI. Pensa a casa tua!
MAZZUCA POGGIOLINI. Perché, non la state combattendo? (Commenti dal Gruppo LFNP. Richiami del Presidente).
Dicevo che il Polo e la Lega stanno, però, combattendo questa riforma con forza, stanno cercando di evitarla, perché essa dimostra la serietà con cui il centro-sinistra ha lavorato in funzione della massima autonomia locale; infatti, non è un caso che le regioni attendano con grande attenzione questa riforma che completa la precedente.
La destra potrà usare mille argomenti pretestuosi a sostegno delle sue incoerenti idee, ma non potrà negare la storia, quella che qualcuno, al massimo livello, vorrebbe riscrivere.
MONTELEONE. Se la storia è quella che scrivi tu, stiamo a posto! (Richiami del Presidente).
MAZZUCA POGGIOLINI. E la storia ci dice che la destra in Italia è minoranza. La destra non è forza popolare… (Vivaci proteste dai Gruppi AN e LFNP) … e quando è stata maggioranza lo ha dovuto alla violenza in passato. E' stata maggioranza perché c'era un voto per censo, votavano soltanto i più ricchi o, recentemente, per assurdi patti elettorali che oggi si ripropongono.
Noi democratici, liberali, cattolici e socialisti, che siamo le forze autenticamente popolari in Italia, votiamo, perciò, questa riforma costituzionale che getta più profonde fondamenta nella casa comune.
Su questo tema, così come su tutti gli altri, voglio ricordare alla destra che avete cambiato idea cento volte, anche sostenendo un gioco delle parti con i vostri cosiddetti governatori regionali. La Commissione bicamerale l'avete affossata voi e noi oggi vi poniamo un rimedio parziale con l'ordinario processo di revisione costituzionale. (Commenti dal Gruppo LFNP). Noi vogliamo un federalismo diffuso e non quello che volete voi, e cioè una devolution.....(Proteste dal Gruppo LFNP).
PRESIDENTE. Colleghi, per favore, un po’ di silenzio.
MAZZUCA POGGIOLINI. ...che è dissolutiva dell'unità nazionale, che vuole dividere il Paese tra Nord e Sud (Commenti dal Gruppo LFNP), tra ricchi e poveri, tra cittadini di serie A e serie B. (Applausi dal Gruppo PPI).
Mi rivolgo allora alle donne, alle quali oggi, 8 marzo, rivolgo i miei auguri. A voi donne, che sapete ricordare, che sapete scegliere, che siete profonde, che non dimenticate (Commenti del senatore Monteleone. Proteste della senatrice Pagano), dico che questa legge va a favore di tutti i cittadini. Una legge che rappresenta un forte punto di arrivo del centro-sinistra e che noi .......(Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi Misto-DU, DS, PPI e UDEUR. Applausi ironici dai Gruppi FI, AN, LFNP e CCD).
MARCHETTI. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARCHETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, approviamo oggi una legge di revisione della Costituzione che realizza un nuovo assetto dei rapporti tra Stato, regioni ed enti locali, determinando un notevole ulteriore dislocamento di funzioni a favore proprio di regioni ed enti locali. Si offre così un ancor più solido supporto costituzionale all'opera importante avviata con le cosiddette leggi Bassanini.
Non ripeterò le considerazioni che hanno indotto i Comunisti Italiani ad esprimere già in prima lettura una valutazione complessivamente positiva su questa riforma e nemmeno mi soffermerò sulle riserve che già in quella occasione abbiamo espresso su singole norme. Ricorderò soltanto la difficoltà di sentirci appagati dalla formulazione dell'articolo 114: "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato". In questa definizione lo Stato appare quale mero apparato centralizzato, una realtà residuale. Preferiamo piuttosto continuare a riferirci allo Stato repubblicano, alla Repubblica delle autonomie nata dalla Resistenza.
Soltanto un accenno per ribadire una riserva. La riforma che stiamo per approvare attribuisce alle regioni funzioni legislative nelle materie che non sono espressamente riservate alla competenza statale. Viene ribaltata la soluzione adottata dall'attuale testo costituzionale. La soluzione è coraggiosa, ma avremmo preferito che fosse approvata anche una norma che riservasse comunque allo Stato la potestà legislativa per la tutela di preminenti ed imprescindibili interessi nazionali. Una disposizione in qualche modo si fa carico di tale esigenza, ma penso che non sia una soluzione felice quella adottata a tal proposito nel testo.
Questa riserva non ci impedisce il voto favorevole ad una riforma costituzionale con la quale cade ogni controllo governativo sulle leggi regionali. Vi è soltanto il controllo della Corte costituzionale, che è una garanzia per tutti. Vi è il riconoscimento del ruolo essenziale del comune nell'ambito di una scelta di sussidiarietà verticale e viene affermato il principio dell'attribuzione al comune di tutte le funzioni amministrative, con limitate possibilità di deroga.
Vi sono importanti innovazioni per la finanza pubblica. Si dà una soluzione, credo realistica, al problema della finanza degli enti locali, per quanto ovviamente sia di competenza della sede costituzionale. Si compie un passo preciso, che corrisponde in sostanza alle previsioni della Bicamerale, per il tanto dibattuto federalismo fiscale.
Un risultato - ripeto - complessivamente positivo, innovativo, equilibrato, contrastato ora, contraddittoriamente rispetto… (Il microfono si disattiva automaticamente. Applausi dai Gruppi Misto-Com e DS. Congratulazioni).
D'ONOFRIO. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO. Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, domani mattina il CCD e il CDU riuniranno in una seduta comune i rispettivi consigli nazionali per iniziare in modo solenne ed ufficiale il cammino verso la nascita del Biancofiore. Nell'incontro di domani mattina la questione del federalismo e del referendum che noi concorriamo a promuovere contro la legge che il Senato si accinge ad approvare sarà parte essenziale del progetto politico del Biancofiore ed è opportuno che i colleghi del centro-sinistra riflettano su quanto detto sinora e su quanto ascolteranno dopo, per capire che ciò che è in atto non è la stanca ripetizione di un referendum confermativo che il centro-sinistra chiedeva su questo provvedimento, ma l'inizio di una fase politico-costituzionale nuova.
All'inizio della legislatura eravamo convinti, come lo siamo oggi, che era necessario fare insieme grandi riforme costituzionali per realizzare un nuovo Stato di tipo federale e un nuovo Governo autorevole, basato sulla volontà dei cittadini. Ho detto "insieme", cari colleghi, e non a pezzi e bocconi, perché insieme questa legislatura voleva che le riforme fossero fatte, perché insieme la Bicamerale aveva pensato di affrontare il tema della riforma costituzionale dello Stato, del Governo e del Parlamento, ma così non è stato.
Avevamo immaginato che non essendo stato così, non avesse senso fare le riforme - ripeto - a pezzi e bocconi, perché ciò avrebbe significato (come è stato detto in questa Aula da un illustre collega esponente del centro-sinistra, il senatore Meloni, del Partito sardo d'azione) che questa riforma, altrimenti considerata nella sua specificità, non solo è insufficiente, ma anche incoerente e contraddittoria.
Quindi, abbiamo posto la questione del referendum oppositivo rispetto alla riforma costituzionale che il Senato si accinge a votare non perché non ci basta questo o quel federalismo (argomento peraltro molto vero, sul quale molti altri potranno intervenire), ma perché abbiamo ritenuto e riteniamo di avere un certo tipo di cultura istituzionale e politica. E mi rammarico del fatto che i colleghi popolari abbiano perduto questo senso complessivo delle cose; non mi sorprende, invece, che i colleghi che non hanno voluto rispettare la volontà degli elettori in questa legislatura, cambiando di campo rispetto a tale volontà, privi com'erano della cultura del primato degli elettori, non possano essere portatori di una cultura istituzionale diversa. Da questo punto di vista - ripeto - noi eravamo e siamo per far sì che al vecchio Stato napoleonico e centralizzato si sostituisca uno Stato autenticamente federale, e al vecchio Governo partitocratico e basato su ribaltoni si sostituisca un Governo scelto dagli elettori.
Il senso del nostro referendum domani verrà posto all'inizio dell'attività politica del Biancofiore e verrà rappresentato in campagna elettorale, e dopo, come motivo di alternativa complessiva a ciò che il centro-sinistra si accinge a fare, perché varare una riforma costituzionale senza avere una visione di insieme è soltanto conseguenza dello spavento che il centro-sinistra ha preso per l'alleanza politica tra il Polo e la Lega, realizzata nel corso dello scorso anno. È evidentemente questa la ragione per la quale si è abbandonata la linea dell'organicità della riforma costituzionale che si era posta, all'inizio della presente legislatura, come obiettivo della Commissione bicamerale e si è preferito proseguire lungo l'illusoria via della divisione politica tra la Lega e il Polo, illusione sulla quale, per così dire, si poteva persino far pagare il prezzo allo Stato nazionale, che veniva sbrindellato con questa riforma federalista (o almeno non compiutamente federalista); quindi, dal punto di vista istituzionale, si metteva in discussione persino l'unità istituzionale della Repubblica, pur di ottenere il risultato politico della divisione tra la Lega e il Polo.
Di questo si è trattato, colleghi del centro-sinistra, e di questo purtroppo avete finito con l'essere protagonisti alla Camera, e lo sarete anche al Senato. Non si tratta di dar vita ad una riforma più o meno federalista, ma di riconoscere che avete fallito un obiettivo. Dovete prendere atto (il contesto del dibattito svolto al Senato lo rende evidente) del fatto che l'obiettivo politico della separazione tra la Lega ed il Polo è fallito, e che noi abbiamo lavorato per la riproposizione complessiva dell'alleanza politica del popolo di centro-destra, il quale, nel suo insieme, vuole profonde e radicali riforme costituzionali su tutti e tre i versanti: dello Stato, del Governo e del Parlamento.
La mancanza di una visione complessiva di cui la maggioranza di centro-sinistra è portatrice in questo momento è la dimostrazione del fallimento di questa legislatura dal punto di vista dei Governi politicamente non rappresentativi della volontà popolare e degli orientamenti costituzionali che, allorquando sono stati approvati dalla sola maggioranza, hanno portato il Paese allo sbando. (Applausi dal Gruppo CCD).
Abbiamo lavorato e lavoriamo per motivi opposti: per una riforma complessiva che parta dalla constatazione dell'insufficienza politica dello strumento delle bicamerali che, nel loro insieme, hanno dimostrato l'incapacità di arrivare alla definizione di una riforma complessiva. E' questa la ragione per la quale abbiamo preannunziato l'intenzione di raccogliere le firme necessarie per chiedere lo svolgimento del referendum oppositivo, sul quale costruiremo la strada di un'alleanza politica decisiva e di un'Assemblea costituente.
Vorrei fosse chiaro il punto di saldatura tra il referendum oppositivo da noi indicato e la proposta di un'Assemblea costituente: l'organicità del disegno di riforma e la volontà che su di esso vi sia il concorso di tutte le parti politiche, come si è tentato di fare in Commissione bicamerale e come voi ora non state realizzando, approvando a maggioranza la riforma costituzionale in esame. In tal senso, indichiamo la volontà di procedere contemporaneamente ad una riforma complessivamente organica e ad un confronto costruttivo tra le diverse parti politiche.
Il doppio fallimento che registrate in questo momento deve risultare molto preciso agli occhi degli italiani e ci auguriamo che così sarà dal momento che spiegheremo ciò che appare a tutti chiaro, cioè che non si può realizzare un sistema di riforme a pezzi e bocconi, smantellando lo Stato con frammenti di federalismo senza rafforzare il Governo. Ciò è la prova della mancanza di una cultura istituzionale perché le riforme nel loro insieme non possono essere realizzate se non nel confronto costruttivo tra le diverse parti politiche.
Sappiamo che ciò non è avvenuto e che la ragione per la quale intendete oggi completare questo processo riformatore è espressione di una volontà, per così dire, di scontro politico: scontro politico che noi non abbiamo avuto e non abbiamo paura ad accettare.
Abbiamo rilanciato tale scontro, nel senso più democratico del termine, soltanto in occasione di questa riforma costituzionale che, per fortuna, non entrerà in vigore nonostante il vostro voto né oggi né nei prossimi tre mesi, perché su di essa l'attivazione del referendum popolare che abbiamo preannunciato impedirà, a nostro giudizio, l'entrata in vigore di questo pezzo di normativa costituzionale e consentirà la ripresa del cammino riformatore complessivo: ciò che voi non avete voluto, saputo o potuto fare!
E dico ciò al Governo, che poteva ovviamente questa mattina astenersi dai toni di propaganda elettorale, dovendo la propria esistenza soltanto al sostegno di un gruppo di parlamentari eletti nel centro-destra.
Non fa parte della migliore tradizione dell'onorevole Maccanico il linguaggio adottato questa mattina; il suo passato è caratterizzato dall'aver lavorato al servizio della Repubblica. Oggi sono molto rammaricato di potergli dire che ha lavorato per fortuna, solo per poche ore, al servizio di questa maggioranza, il cui mandato sta ormai per concludersi.
Da questo punto di vista questo Governo apparentemente sostiene una volontà della maggioranza del Parlamento, ma di fatto è contro l'interesse complessivo dello Stato. Il centro-destra è rammaricato dal punto di vista politico nel constatare che tale maggioranza si è espressa per bocca del ministro Maccanico, una delle più rispettabili voci che questo Governo poteva presentare ma che, nella confusione generale che il centro-sinistra rappresenta, ha finito con il perdersi, con l'essere una voce che parla soltanto nel deserto politico.
Saranno gli italiani a dimostrare, ancora una volta, che ciò che è stato fatto è stato fatto male. Noi ci auguriamo che quanto sarà realizzato in seguito lo sarà in modo migliore! (Applausi dai Gruppi CCD, FI, AN e LFNP. Congratulazioni).
*NAPOLI Roberto. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NAPOLI Roberto. Signor Presidente, colleghi senatori, nel 1996 questa era da tutti considerata una legislatura costituente. Con la Commissione bicamerale si era avviato un processo riformatore che potesse davvero portare, con il coinvolgimento della maggioranza e dell'opposizione, ad una radicale modifica della Costituzione; esigenza avvertita non solo dalle forze politiche, ma soprattutto dai cittadini e dalle altre istituzioni dello Stato.
La Commissione bicamerale, dopo mesi di lavoro impegnativo ed intenso, aveva elaborato modifiche condivise anche dall'opposizione, come l'attuale legge sul federalismo, ma il Polo, con una scelta opportunistica, e per il ricatto della Lega decise di impedire che la Commissione ultimasse il proprio lavoro, contro gli interessi del Paese.
Fu un'occasione buttata al vento per esclusiva volontà del Polo. La grande occasione perduta ci obbligherà ad insistere tenacemente, nella prossima legislatura, per completare il processo riformatore, ma dobbiamo utilizzare anche l'ultimo minuto di questa legislatura per non interrompere questo processo.
Abbiamo introdotto cambiamenti importanti, come l'elezione diretta dei Presidenti delle regioni, una novità sulla cui base si è già votato nelle elezioni regionali del 2000. I Presidenti delle regioni oggi in carica hanno ricevuto una forte, fortissima investitura popolare, con un potere di rango costituzionale al quale, però, non corrispondono nuove risorse e nuovi poteri costituzionalmente sanciti. E' un vuoto che non può essere riempito con provocazioni o iniziative estemporanee che portino ad un permanente conflitto tra Stato e regioni, tra Governo nazionale e governi regionali, tra regioni e comuni.
Noi concordiamo con il presidente della Repubblica Ciampi, che ha ricordato come la riforma non possa consistere nel passaggio da un centralismo statale ad un centralismo regionale. Il testo che oggi votiamo - che, vogliamo ricordarlo ai cittadini, è stato approvato alla Camera in prima lettura con il voto di astensione del Polo - modifica radicalmente l'articolo 117 della Costituzione e individua le materie di competenza dello Stato e le funzioni dei comuni, delle province, delle città metropolitane, delle regioni e dello Stato.
La necessità di individuare le competenze attribuite agli enti locali, in particolare alle regioni, è condivisa - lo abbiamo visto in questi giorni sui giornali - dai presidenti sia del centro-destra sia del centro-sinistra, dall'ANCI, dall'UPI e dalla Lega delle autonomie. E' quindi una riforma necessaria ed utile al Paese.
Da qui l'appello che l'UDEUR in questi giorni ha rivolto alle forze politiche del Polo. Siamo convinti che il Paese è con noi e per questo, sottoscrivendo la richiesta di un referendum consultivo popolare, chiederemo ai cittadini di esprimere liberamente il proprio consenso o dissenso. Noi non temiamo il voto popolare, anzi lo sollecitiamo convinti di essere dalla parte della gente, con le istituzioni territoriali.
Vorrei proseguire, signor Presidente, con una riflessione da parlamentare del Sud ricordando l'attualità del pensiero di Guido Dorso nella sua opera "La rivoluzione meridionale": "E' il Mezzogiorno che più di tutti ha bisogno del federalismo e dell'autonomia per fondare il futuro sull'autogoverno". (Commenti dal Gruppo LFNP).
Le regioni, nate dalla riforma delle autonomie locali e con l'elezione diretta dei presidenti, hanno un ruolo fondamentale nella costruzione di un corretto processo federalista. Particolare rilievo assumono, in tale contesto, le situazioni specifiche di regioni a statuto speciale quali la Sicilia e la Sardegna. La regione-Stato, soprattutto al Sud, non deve sostituire al vecchio centralismo statale un modello di centralismo panregionale. Il salto di qualità che deve sostanziare le innovazioni legislative istituzionali sta nel decentramento dei poteri e di gestione degli enti locali, nella piena attuazione del principio di sussidiarietà che postula una regione non sovraordinata, con pari dignità istituzionale rispetto al sistema delle autonomie, che finalizzi e qualifichi il governo in funzione dell'alta programmazione dello sviluppo territoriale.
La questione politica dei territori, a partire dall'urbanistica, va assegnata compiutamente all'istituzione deputata come più vicina ai cittadini, cioè ai comuni. Dopo l'innovazione positiva introdotta dalla riforma Bassanini e scaturita dall'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province e delle regioni, si tratta di incidere profondamente sulle strutture e sui livelli qualitativi delle burocrazie regionali e comunali.
In questo quadro gli obiettivi sui quali dobbiamo sviluppare le iniziative nel Mezzogiorno, per quanto concerne sia le prospettive di sviluppo del Sud sia il rapporto con le regioni del Nord, con l'Europa e con il Mediterraneo, assumono maggiore rilevanza politica.
Il federalismo solidale è un termine che più volte hanno richiamato le istituzioni ed in particolare, in questi giorni, il Ministro delle regioni, senatore Loiero. Credo che su questo termine dovremmo soffermarci maggiormente. Il federalismo solidale nell'unità nazionale postula non l'aggregazione e la contrapposizione tra blocchi di regioni del Nord e del Sud, bensì un rapporto dialettico che esalti le specificità regionali ed il pluralismo istituzionale, che qualifichi il regionalismo e converga nel sostenere le ragioni dell'autonomia regionale nei confronti dello Stato e dei Governi.
Non possiamo accettare iniziative, come quelle che sono state prese dalla Lega alla Camera dei deputati sul federalismo fiscale, nel senso di ritenere che il 75 per cento o anche il 90 per cento debba rimanere (Commenti dal Gruppo LFNP) alle regioni del Nord a discapito di quelle del Sud. Siamo per un federalismo solidale che consenta una crescita armonica delle regioni depresse, aiutate in questo con un fondo di solidarietà nazionale dalle regioni del Nord. E' da respingere ogni ipotesi, ogni tentativo di determinare un cartello delle regioni ricche contrapposte e alternative alle regioni arretrate.
Se questa linea dovesse prevalere, la risultante sarebbe un'abnorme concentrazione di risorse economiche, produttive, sociali, culturali, scolastiche, formative e informative, tale da determinare oggettivamente fratture serie nel tessuto unitario del Paese. Nessuna compensazione solidaristica tra singole regioni potrebbe compensare i guasti provocati da lacerazioni profonde, come la proposta di un accordo tra una regione del Sud, la Calabria, ed una del Nord, la Lombardia, dello stesso segno politico. Anche questo è un segnale su cui dobbiamo ragionare con grande attenzione.
Il federalismo solidale è cosa profondamente e radicalmente diversa. Il federalismo dovrà essere ancorato ai princìpi della perequazione con la costituzione, da parte del Governo centrale, di un adeguato fondo da destinare alle regioni meridionali sulla base di determinati parametri, che sono in primo luogo la popolazione, il reddito pro capite e via dicendo.
L'obiettivo primario dovrà essere di evitare scompensi che accrescerebbero ulteriormente la forbice Nord-Sud, data la rilevante discrasia economia e sociale tra le due aree. Una diversa strategia fondata su un federalismo fiscale, all'insegna dell'egoismo delle regioni forti, porterebbe a profonde lacerazioni e fratture dello Stato e dell'unità nazionale. E' per tale ragione che va profondamente modificato l'assetto relativo al federalismo fiscale.
Proprio in questi giorni l'università di Napoli sta approfondendo in un proprio studio quali sarebbero stati gli effetti di eventuali approvazioni di proposte di una parte del Polo, la Lega, se gli emendamenti presentati sul federalismo fossero diventati attuali. Stiamo calcolando - l'ho già denunciato più volte in quest'Aula - l'ammontare delle risorse di cui sarebbero state private la Campania, la Calabria, la Puglia e la Sicilia se fosse stato approvato quel tipo di federalismo e di divisione delle risorse stesse.
Allora, non c'è dubbio che deve essere accolto quell'appello che avevamo rivolto al Polo per concorrere a fare insieme questa riforma nell'interesse del Paese; quando un presidente del Polo, del Piemonte, come Ghigo richiama ad approvare questa legge per non impedire alle regioni di fare statuti od altro è indubbio che tale appello va accolto.
Per questo motivo chiederemo ai cittadini, attraverso il referendum consultivo, di votarlo e siamo convinti che i cittadini ci daranno ragione. (Applausi dai Gruppi UDEUR, PPI e DS. Molte congratulazioni).
LUBRANO di RICCO. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUBRANO di RICCO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, prendo la parola per annunciare il voto favorevole del Gruppo dei Verdi-L'Ulivo al disegno di legge di revisione costituzionale in discussione.
Il clima politico di questo scorcio di legislatura, determinatosi proprio in seguito all'approvazione del disegno di legge in discussione da parte della Camera dei deputati, mi induce innanzitutto ad introdurre un chiarimento che ritengo fondamentale anche al fine di stemperare la tensione politica che si è venuta a determinare.
L’opposizione parlamentare, immediatamente dopo l’approvazione del disegno di legge da parte della Camera, ha tuonato contro il Governo e l’Ulivo, che avrebbe modificato la Costituzione "a colpi di maggioranza", venendosi a porre in una situazione di illegittimità costituzionale.
Intendiamo pertanto richiamare con forza l’articolo 138 della Costituzione, che disciplina il procedimento di revisione costituzionale, prevedendo che la Costituzione repubblicana possa essere modificata mediante doppia approvazione da parte delle Camere, con eventuale successiva sottoposizione della legge a referendum: sarà, in tal caso, il popolo sovrano a decidere se la riforma costituzionale che ci accingiamo ad approvare sia quella giusta per l’Italia. Noi siamo quindi nella legalità costituzionale e respingiamo con forza le accuse provenienti dai leader politici del centro-destra.
La storia parlamentare di questa grande riforma che ci accingiamo oggi ad approvare, e che mi auguro sarà finalmente licenziata da questo Parlamento, è lunga è tormentata. Non sarò io a ripercorrerla: mi basti richiamare i primi vagiti parlamentari, a metà degli anni Ottanta, sintetizzati efficacemente nella relazione della Commissione sulle riforme istituzionali, presieduta dall’onorevole Bozzi. Era il 1986 ed il Parlamento si poneva con forza il problema delle autonomie locali e del loro sviluppo effettivo nel quadro tracciato dai padri costituenti.
Mi basti qui ricordare il secondo momento fondamentale: la nascita dell’Ulivo, di questo movimento di partiti e di società che ci ha portato al Governo del Paese. Questa nostra straordinaria alleanza politica ha avuto come proprio collante "la Repubblica delle cento città". Il nostro impegno era quello di liberare le potenzialità delle autonomie locali, respingendo, però, con forza le tendenze separatiste del centro-destra.
Ormai al Governo del Paese l’Ulivo non poteva non conseguire questo impegno preciso verso il corpo elettorale: la nostra doveva essere - ed è stata - la legislatura delle autonomie locali.
Abbiamo profondamente innovato l’ordinamento comunale e provinciale, basti citare le riforme Bassanini. Abbiamo realizzato l’importante riforma del presidenzialismo regionale. Ma, fino ad oggi, mancava ancora il coronamento di questo disegno: una vera e propria riforma costituzionale che introducesse nel nostro Paese il federalismo, che desse la base giuridica costituzionale alle riforme in atto. Un federalismo basato non sull’egoismo secessionista, ma sulla solidarietà tra regioni ricche e regioni povere; non sulla frattura istituzionale, ma sull’intesa e sulla leale collaborazione dei livelli di governo che costituiscono la pluriarticolazione della nostra Repubblica unitaria ed indivisibile. Occorreva finalmente completare l’azione di riforma avviata che gli italiani ci hanno dato mandato di realizzare.
In sintesi, nell’interesse del Paese, non si poteva continuare a riformare operando con leggi ordinarie "a Costituzione invariata". Questo Parlamento ha dovuto, ad esempio, introdurre il principio di sussidiarietà mediante leggi ordinarie ed in assenza di base costituzionale. Da oggi, invece, chiunque governerà il Paese, potrà finalmente continuare e perfezionare la riforma a "costituzione vigente".
Io credo perciò che questo sia il coronamento positivo della legislatura: l’atto con il quale conseguiamo un fondamentale impegno che il corpo elettorale ci ha affidato nel 1996. E’ un grande atto di responsabilità politica. Noi non lasciamo il lavoro a metà!
All’opposizione abbiamo dato grandi occasioni; basti qui ricordare la Commissione parlamentare bicamerale per le riforme istituzionali, presieduta dall’onorevole D’Alema. Ma l’opposizione, evidentemente, non ha voluto cogliere neanche questa occasione. Così, oggi, se da una parte la maggioranza si accinge ad approvare questa legge di revisione costituzionale in senso federalista, dall’altra, contemporaneamente, fallisce la politica dell’ostruzionismo di chi ha dichiarato di volere il federalismo ma nei fatti l’ha sempre osteggiato.
L’approvazione di questo disegno di legge è un grande atto di responsabilità politica ed anche un atto politico di estrema importanza. Infatti, un sistema elettorale bipolare significa che non si possono creare alleanze con posizioni oscillanti tra il centralismo puro ed il secessionismo. Ciò comporta infatti, l’inconciliabilità delle posizioni degli alleati del centro-destra. Questo spiega perché il Polo delle Libertà non ha voluto e non poteva prendere parte attiva in questa grande riforma. L’Ulivo invece è federalista ed ha un proprio progetto unitario di federalismo. E’ questo che stiamo per votare e che consegniamo al giudizio dei cittadini. (Applausi dal Gruppo Verd. Congratulazioni).
CASTELLI. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASTELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la giornata di oggi sarà ricordata come l'ultimo tentativo per fermare il processo storico del federalismo, uno degli ideali del Risorgimento. Tentativo, tra l'altro, lo voglio sottolineare, fatto a colpi di maggioranza, checché ne dicano poi alcuni esponenti della maggioranza stessa.
Quindi, è stato aperto un gravissimo precedente del quale poi non potrete lamentarvi, magari nelle prossime legislature. Dobbiamo gridare ad alta voce che siamo di fronte ad una vile messa in scena posta in atto da chi, dobbiamo riconoscerlo, si è rivelato maestro negli inganni massmediatici, nel più perfetto stile sovietico, a sua volta ispirato in questa materia dalle dottrine di Goebbels.
Orwell, nel romanzo "1984", fa annunciare trionfalmente dalla televisione, padrona di quello Stato totalitario, che la razione mensile di cioccolato, di trenta grammi al mese, "salirà" a venticinque al mese. Bene, allo stesso modo voi state dicendo al Paese che lo avete risanato, mentre avete aumentato la spesa dello Stato a dismisura. La vostra propaganda annuncia che avete abbassato le tasse, mentre le avete aumentate di centomila miliardi l'anno. In uguale misura oggi annunciate la nascita del federalismo, mentre in realtà tentate di decretarne la morte.
Questo disegno di legge, infatti, non soltanto mira ad impedire che la forza popolare possa, attraverso referendum regionali, modificare il centralismo dello Stato, trasferendo competenze alle regioni, ma addirittura cancella i poteri delle regioni per attribuirli allo Stato.
Del resto, la devoluzione è già prevista nell'attuale Costituzione, laddove l'articolo 117 prevede che possono essere di competenza delle regioni cito testualmente "Altre materie indicate da leggi costituzionali".
Questa riforma, invece, prevede due livelli di potestà legislativa: uno, quello esclusivo dello Stato, che avoca a sé tutto quanto; il secondo, relativo alla potestà concorrente tra Stato e regioni. In realtà, di concorrenza ce ne è molto poca, perché allo Stato si riserva la disciplina generale, lasciando perciò alle regioni solo quella residuale che, vista l'elencazione sterminata, non è solo secondaria, ma simbolica. Prendetevi la briga di contare le funzioni in cui lo Stato può intervenire: sono 47, sfido chiunque di voi a trovarne qualcuna che sia rimasta fuori.
Che dire poi della questione fiscale normata dall'articolo 119? Si dice che regioni, province, comuni e città metropolitane hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, però nell'ambito delle leggi dello Stato. In altre parole, non esiste autonomia, perché l'autonomia finanziaria e fiscale è fatta dipendere da leggi quadro statali. Gli enti locali possono disporre di proventi, di addizionali, sovraimposte o tributi erariali; in altre parole, mentre lo Stato ingoia risorse, gli enti locali si dovrebbero arrangiare applicando sovraimposte sulle tasse già salate dei loro cittadini. E' questo un indubbio regresso rispetto alla Costituzione vigente, interpretabile nel modo più flessibile.
Tuttavia, la cosa più incredibile è che questo disegno di legge premia gli evasori fiscali, laddove si dice che bisogna aiutare chi ha minore capacità contributiva. Questo significa che se io evado le tasse dovrò essere pagato di più e questa è veramente una vergogna.
Insomma, siamo di fronte ad una gigantesca truffa e ora voi, maestri dell'inganno, meditate anche di utilizzare il referendum popolare come ulteriore arma di propaganda. Ebbene, esso vi si ritorcerà contro, poiché saremo noi a chiamare il popolo a raccolta. La Casa delle libertà, infatti, ha già attivato le procedure per chiedere immediatamente il referendum e siamo certi che il popolo capirà e voterà per la vera libertà.
Voi oggi pensate di aver ottenuto una vittoria per il fatto di portare questo insulto alla democrazia al voto parlamentare a colpi di maggioranza, lo ricordo; pensate di ottenere un vantaggio elettorale, ma vi sbagliate di grosso: con questa roba voi firmate soltanto la fine ingloriosa della vostra storia. Evidentemente non poteva che finire così il Governo di un presidente del Consiglio Amato - lo voglio ricordare ancora una volta, soprattutto a chi ci sta ascoltando a casa - mai eletto da nessuno e che dimostra che sono più legittimati a governare i non eletti che gli eletti.
Ebbene, questo non è nient'altro che l'autorizzazione alla dittatura. Noi non la pensiamo in questo modo. Stiamo con il popolo e non contro di esso, e lavoriamo per il popolo. Pertanto dobbiamo qui dire una cosa gravissima e ci rivolgiamo ai cittadini: in questo momento state per essere traditi e venduti. Il primo periodo dell'articolo 117, infatti, consegna la sovranità del Paese nelle mani dei tecnocrati di Bruxelles, ripeto, mai eletti da nessuno.
Sappiate che qui c'è il tentativo di vanificare il voto di maggio; sappiate che c'è il tentativo da parte loro di continuare a comandare anche se avranno perso le elezioni, non più attraverso Amato, ma attraverso Prodi. Sia ben chiaro che noi siamo per l'Europa, ma certamente non per la vostra Europa, quella dei tecnocrati senza volto, della droga libera e della famiglia omosessuale! (Applausi dai Gruppi LFNP, FI, AN e del senatore Gubert. Commenti dal Gruppo DS). In perfetto stile sovietico, voi cercate di demonizzare ed imbavagliare chi si oppone al vostro progetto di stampo massonico. Non sarà un caso che Umberto Eco sia di Bologna e Prodi sia di Bologna; credo che forse un nesso vi sia.
Ebbene, penso che sia giunto il momento di denunciare forte e chiaro, e qui lo dico, di che stampo sono fatte le attuali Cancellerie europee di cui voi siete amici. La Cancelleria belga, che ha un Ministro che si preoccupa per l'Italia ma non si è mai preoccupato dei partiti nazisti di casa sua; quella tedesca, che ha un Ministro degli esteri colluso con terroristi della Rote Armee Fraktion (Applausi dai Gruppi LFNP, FI, AN e CCD. Commenti dal Gruppo DS); e infine la Francia, per la quale un autorevole esponente politico, a proposito delle Brigate rosse, ha dichiarato (cito testualmente): "i francesi hanno poi facilitato l'opera di occultamento della verità ospitando generosamente terroristi latitanti resisi ben presto irreperibili". (Commenti dal Gruppo DS). C'è qualcuno che ride tra di voi: sapete chi ha scritto queste parole? Il presidente Leopoldo Elia, proprio lui! (Applausi dai Gruppi LFNP, FI e AN. Commenti dai Gruppi DS e PPI).
Ebbene, queste sono le Cancellerie a cui fate riferimento, a cui fa riferimento il sottosegretario Franceschini, ma che sono lontanissime dal nostro sentire! Noi non condividiamo questo progetto di Europa; non condividiamo il vostro progetto di Europa, fatto con nazionalcomunisti, terroristi e complici dei terroristi, caro Franceschini, e questo il Paese lo deve sapere! (Applausi dai Gruppi LFNP, FI e AN. Vivaci proteste dal Gruppo DS. Commenti dai banchi del Governo. Scambio di apostrofi tra il senatore Morando e il senatore Castelli. Richiami del Presidente). Questa è l'Europa nazionalcomunista che voi volete! (Generali, vivaci commenti. Scambio di apostrofi tra il senatore Bedin e il senatore Castelli. Richiami del Presidente).
Signor Presidente, chiedo di poter recuperare il tempo che mi è stato tolto dalle urla dell'Ulivo. (Generali, vivaci commenti. Brusìo in Aula).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, per favore!
CASTELLI. Mi rendo conto che sto facendo affermazioni forti, ma bisogna che i cittadini sappiano cosa si sta preparando, cosa è preparato da questa gente, da questi ingannatori falsi e bugiardi! (Generali, vivaci commenti. Vivaci proteste dal Gruppo DS).
SCIVOLETTO. Siete la ruota di scorta di Berlusconi!
PERUZZOTTI. Falsi e bugiardi! Taroccatori! (Brusìo in Aula diffuso e persistente. Richiami del Presidente).
CASTELLI. Signor Presidente, colleghi, cittadini, noi federalisti scegliamo per l'Europa il modello della confederazione di Stati, che non azzera ma modifica la struttura dello Stato nazionale attraverso la cessione di quote di potere tanto verso l'alto (la confederazione), quanto verso il basso (la devoluzione). Sappiamo bene che questo modello è incompatibile con il vostro, che vuole creare l'Unione sovietica europea (Vivaci commenti dal Gruppo DS). Ora sarà il popolo, il popolo sovrano, attraverso il referendum, a dire se vuole un Paese libero e un'Europa libera oppure il vostro modello nazionalcomunista. Su quale sarà la risposta noi non abbiamo dubbi: libertà! (Applausi dai Gruppi LFNP, FI, AN e CCD. Commenti dal Gruppo DS. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, per favore, cerchiamo di essere composti in Aula!
ELIA. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ELIA. Signor Presidente, Ministro delle riforme, rappresentanti del Governo, colleghi, poche scelte nella nostra vita politica mi appaiono assunte sotto il segno della necessità e dell'urgenza istituzionale come questa, finalizzata alla revisione del titolo V, dedicato alle autonomie territoriali, della seconda parte della Costituzione.
Si tratta, infatti, di un vero e proprio atto dovuto per eliminare una situazione assolutamente patologica e piena di pericoli. Per tale motivo, a proposito di questo complesso normativo profondamente delegittimato perché riconosciuto generalmente inidoneo a corrispondere ad una nuova interpretazione del principio autonomistico, io stesso ho parlato di una terra di nessuno ed altri di una giungla istituzionale, una sfera di anomia in cui si producono scorrerie come le iniziative referendarie di alcune regioni di natura sicuramente avventurosa ed eversiva.
Certo, le leggi Bassanini non furono approvate da noi, come ho sentito ripetere dal collega Rotelli in Commissione, in violazione della Costituzione sicché oggi vi sia bisogno di una specie di sanatoria con le norme di un riformato titolo V.
E' pur vero, però, che esse sono ispirate ad una interpretazione profondamente innovativa del principio autonomistico, sicché vi è necessità di un riferimento costituzionale che quella interpretazione stabilizzi e consolidi.
Ciò vale per l'approvazione di nuovi Statuti regionali, ma vale anche in relazione a rilevanti questioni di costituzionalità di fronte alla Corte costituzionale, cui spetta valutare quanto di centralismo pluridecennale si sia sovrapposto e, per così dire, incrostato sul principio unitario che nessuno di noi vuole mettere in discussione; né, come ha giustamente rilevato in Commissione il senatore Pellegrino, facciamo ricorso esclusivamente alla forza del numero. Facciamo appello alla memoria dei nostri oppositori. Essi approvarono in Commissione bicamerale a giugno e a novembre del 1997 e poi in Assemblea alla Camera dei deputati nel 1998 testi meno fortemente caratterizzati in senso autonomistico di quello oggi in esame. Basti citare la materia dell'istruzione allora considerata esclusivamente statale in base all'articolo 33 della Costituzione.
Non potendo negare l'equipollenza dei testi normativi, il collega D'Onofrio si rifugia, per così dire, in angolo evocando il progetto organico di riforma della seconda parte della Carta nel quale la riforma autonomistica si inseriva. Egli non può aver dimenticato le sedute della Camera dei deputati del 22, 23 e 24 aprile 1998 nelle quali difese vigorosamente il testo elaborato in Bicamerale contro gli emendamenti della Lega (Comino e Tremonti), e non solo della Lega, tendenti a limitare, erroneamente, le attribuzioni dello Stato ai poteri che la dottrina francese definisce régalien con la cancellazione del ruolo sociale del soggetto statuale.
Mentre, però, la Lega è rimasta su posizioni coerenti è il Polo che, per esigenze di alleanza con i leghisti, ha sacrificato alcune linee di fondo della sua politica costituzionale e l'urgenza (Commenti dal Gruppo LFNP) della nostra deliberazione riformatrice deriva anche dalla constatazione che oggi la Casa delle libertà è profondamente divisa sui temi autonomistici (Commenti dal Gruppo LFNP) e incapaci di contrapporci un progetto alternativo. E' solo in grado di dire di no al nostro progetto, rifugiandosi in un referendum a finalità avversative che lo esonera da una proposta organica e positiva.
L'incompiutezza e relativa parzialità della nostra revisione non toglie che essa sia a un passo decisivo nella direzione auspicata dalla quasi totalità di coloro che governano e amministrano negli enti territoriali di questo Paese appartenenti ad ogni schieramento politico.
Non mi soffermo sulla rilevantissima novità introdotta con questa revisione, sicuramente la più importante nel cinquantennio repubblicano, limitandomi a constatare che i nostri oppositori si dividono tra chi ritiene, in minoranza, che la dose di neoautonomismo sia troppo forte e chi, in maggioranza, stima che la dose sia troppo debole. Ma l'incompletezza di una riforma, che si dice desiderata, non giustifica il rigetto di essa da parte dei nostri oppositori. Perciò, se si tiene conto del contesto degli eventi e delle motivazioni che hanno preceduto questo nostro voto di oggi, si può escludere con tranquilla coscienza che si sia creato un precedente di modifica solitaria della Costituzione a maggioranza stretta, con disconoscimento delle opinioni delle opposizioni. È vero il contrario, come dimostra la storia di questa legislatura, la storia tutta intera intendo e non quella per parti strumentalmente separate. Del resto, abbiamo ricevuto in questi giorni insperati riconoscimenti dagli onorevoli Tremonti e Maroni.
Quanto poi alle obiezioni circa nuovi vincoli da accordi internazionali, avanzate dal professor Luciani, non sembra che si realizzi alcun contrasto con l'articolo 11 - già la superiorità del diritto comunitario è acquisita da tempo nella giurisprudenza costituzionale - né con l'articolo 10, in quanto i vincoli da trattati liberamente ratificati si riconnettono alla norma generalmente riconosciuta dal diritto internazionale (pacta sunt servanda). Si tratterà, semmai, di essere più vigili ed esigenti in sede parlamentare di autorizzazione alle ratifiche, sull'esempio del Senato degli Stati Uniti.
L'Internazionale comunista, evocata dall'onorevole Bossi, è soltanto un fantasma che non spaventa nemmeno i bambini. Quanto al consenso popolare, non è certo precluso un nostro ricorso al referendum previsto dall'articolo 138 della Costituzione, giacché la norma costituzionale non distingue né tra fini né tra soggetti nella richiesta referendaria, e dove la legge non distingue, nessuno può distinguere.
È ora di guardare al futuro. Non lasciamo nemmeno sul terreno istituzionale la terra desolata di eliottiana memoria. Cito solo due prospettive di convergenza con l'opposizione in tema di forma di Governo. Nel dibattito in quest'Aula del 16 gennaio, in chiusura sulla legge elettorale, i colleghi Schifani e La Loggia espressero consenso a quella parte dell'ordine del giorno della maggioranza in cui era scritto: "ritiene che si debbano preferire una forma di Governo e una legge elettorale che facciano emergere da una sola consultazione degli elettori la maggioranza parlamentare e l'indicazione del Presidente del Consiglio, in modo da incorporare la scelta del leader nella scelta della maggioranza".
Inoltre, è ormai comune il riconoscimento - e ho concluso - che modifiche nella composizione della Corte costituzionale possano dar luogo non ad elezioni di giudici da parte delle regioni o di organi interregionali, ma soltanto da un ramo del Parlamento, organo dello Stato repubblicano rappresentativo delle autonomie territoriali.
Concludo con l'augurio che la XIV legislatura porti a termine sul terreno delle riforme istituzionali il non poco che è stato realizzato dalla XIII legislatura. (Applausi dai Gruppi PPI, UDEUR, DS, Misto-RI e Misto-DU. Congratulazioni).
*SERVELLO. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SERVELLO. Signor Presidente, esprimo innanzitutto un ringraziamento affettuoso al collega Magnalbò, che mi ha concesso la possibilità di parlare, e, quindi di concludere questa legislatura, su un tema che mi sta particolarmente a cuore.
Onorevole Presidente, l'esasperata politicizzazione con cui è stato condotto questo dibattito sul federalismo, mi impone di denunciare un malcostume diffuso dal centro-sinistra in questi ultimi anni, e cioè... (Brusìo in Aula)
PRESIDENTE. Colleghi, per favore, possiamo far diminuire il brusìo in Aula?
SERVELLO. E cioè, come dicevo, la degradazione del tema delle riforme a strumento di politica politicante o addirittura, come in questo caso, ad espediente elettoralistico.
Il candidato premier dell'Ulivo ha detto che sarebbe cominciata la Quaresima del Polo, dopo l'approvazione del provvedimento alla Camera. Non intendo commentare questa battuta, tanto mi pare insulsa e - consentitemi di dirlo - anche un po' volgare: una battuta che mortifica la dignità del Parlamento e lo trasforma in strumento elettorale.
Colleghi della maggioranza, la pensate anche voi come Rutelli? Anche voi vi apprestate ad approvare questa pseudoriforma che riguarda il destino del nostro Paese, con l'animo di chi pensa soltanto a mettere in difficoltà l'avversario politico? Se è così, vi dico allora che state per rendere un pessimo servizio al Paese. Nel corso della legislatura avete reso poco seria la politica, con i vostri litigi interni e con la vostra inerzia al governo del Paese. Ora vi apprestate a rendere poco serie anche le riforme. Non si fanno riforme settoriali: o si fa una riforma complessiva dello Stato o è meglio attendere momenti migliori.
Questo Parlamento non è politicamente idoneo a varare cambiamenti istituzionali; men che mai lo è in questi ultimissimi giorni di legislatura e non lo è da quando è fallita l'esperienza della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali.
Guardate che queste considerazioni, onorevole Presidente, le svolgo senza alcun compiacimento, ma con rammarico e profonda amarezza, non solo politici ma anche personali, dal momento che ho anch'io partecipato ai lavori della Commissione per le riforme istituzionali e, come i colleghi ben sanno, ad essi ho dedicato molto impegno.
Quell'esperienza sfortunata mi ha fatto comunque capire che con l'attuale maggioranza vi sono troppe pressioni interne ed esterne alla politica affinché nulla cambi seriamente nella vita delle istituzioni. La verità è che ampi settori del centro-sinistra non credevano, e continuano a non credere, nelle riforme. Non potete oggi dare ad intendere agli italiani di aver cambiato orientamento, perché vi sentite con l'acqua alla gola e pressati dalla campagna elettorale.
L'idea della Repubblica che ci avete offerto è quella di una Repubblica degli inganni e degli azzeccagarbugli: non certo la Repubblica dei cittadini e della partecipazione politica.
BERTONI. Siete voi che state ingannando il popolo italiano!
SERVELLO. Risparmiateci, per cortesia, la retorica delle riforme, anche perché con questa prova di forza avete inaugurato il pericoloso precedente delle riforme che si fanno a colpi di maggioranza. (Commenti del senatore Bertoni).
Di questo argomento si dovrà parlare seriamente nella prossima legislatura, quando non vi saranno urgenze elettorali né tentativi di strumentalizzazione politica. Solo allora, serenamente, si potrà parlare di una grande riforma politica che ci dia istituzioni più moderne e rappresentative.
Il punto fondamentale, da stabilire fin da oggi, è che non si può impostare un serio discorso sulla modernizzazione delle istituzioni, limitando tutto al solo aspetto dell'autonomia e del federalismo. La vera riforma è quella dello Stato: uno Stato alleggerito di funzioni, ma al quale sia restituita capacità di direzione politica. Non c'è solo da potenziare la periferia d'Italia, ma anche da riqualificare il centro.
Vengo ora al merito del provvedimento. Con tutto ciò non intendo negare che negli ultimi anni siano avvenute trasformazioni profonde, che la fisionomia dello Stato non sia più quella di una volta, che lo Stato stesso abbia bisogno di una ridefinizione di ambiti e di compiti; penso, al contrario, che il sistema dei poteri, tra il centro e la periferia, vada ridisegnato in forme più moderne e attente a registrare il mutamento sociale. Penso che la vivacità dei territori vada liberata dall'impaccio di burocrazie asfissianti ed antiquate. Pensiamo che vada dato più spazio alla società nella sua capacità di autorganizzazione, rendendo pieno ed effettivo il principio della sussidiarietà.
Questo principio implica uno Stato leggero, uno Stato discreto, uno Stato non interventista, uno Stato che riconosce le legittime autonomie della società, delle sue associazioni, dei suoi corpi intermedi come delle regioni e dei territori, ma che rimane garante dell'ordine sociale e del rispetto delle leggi.
Uno Stato che tutela, attraverso le forme della democrazia, il perseguimento dei grandi interessi collettivi e che interviene laddove i privati o i territori non arrivano. E interviene non solo per garantire la sicurezza dei singoli, ma anche per favorire lo sviluppo economico, senza gestire ovviamente l'economia, ma allestendo le grandi opere infrastrutturali di cui il Paese ha bisogno per crescere.
Dobbiamo guardare alla trasformazione dello Stato pensando che quest'ultimo si legittima non per le sue "funzioni", che possono cambiare nel tempo, ma per un principio spirituale che nasce da un'esigenza profonda dell'uomo.
Uno Stato più esile dovrebbe essere uno Stato che "regolamenta" di meno ma che "decide" di più, o perlomeno che decide con più forza nelle materie (tante o poche che siano) che gli spettano. Lo Stato deve indicare le linee di sviluppo per l'intero Paese e garantire l'unità nazionale.
L'unico sistema per soddisfare queste esigenze è quello di trasformare in senso federale e, contemporaneamente, presidenziale la Repubblica italiana. Presidenzialismo come momento alto di identificazione simbolica tra i cittadini e le istituzioni. Presidenzialismo anche come suprema garanzia di unità del Paese di fronte alle spinte centrifughe che inevitabilmente si potrebbero sprigionare con l'introduzione del federalismo. Presidenzialismo, infine, come tutela degli interessi specificamente italiani in sede europea.
Contrariamente a quello che si tende oggi a fare credere, l'Europa che ci aspetta sarà un'Europa delle Nazioni. E soltanto le Nazioni politicamente forti e coese, pur nel riconoscimento delle massime autonomie federali, possibili al loro interno, potranno concorrere come protagoniste di primo piano alla costruzione dell'edificio continentale.
Se non vi è uno Stato unitario, la Nazione, da entità storico-politica, regredisce al rango di semplice espressione etnica e folclorica. E questo soprattutto in considerazione della tradizione storica italiana che, dal Risorgimento in poi, ha visto uniti i termini di Stato e di Nazione in un binomio inscindibile.
E quanto sia importante questo tema, quanto sia cruciale per le sorti del nostro Paese e per la sua coesione profonda, ce lo dice il dibattito che si è sviluppato in questi giorni sul tema della "morte della Patria".
Va dato atto al Presidente Ciampi di aver riscoperto questa parola, Patria, fin dall'inizio del suo mandato. Ma anche qui, una parola così impegnativa, non può essere proclamata in astratto.
Non sono d'accordo con il Capo dello Stato quando nega che il sentimento patriottico ha conosciuto eclissi in questi decenni. La Nazione è anche e soprattutto memoria storica. E se ci sono buchi neri in questa memoria, se ci sono zone d'ombra, il sentimento della Patria continua ad essere debole ed incerto. Ha fatto bene a denunciare queste contraddizioni lo storico Galli della Loggia. Ha fatto bene a dire che l'Italia è stata, dal dopoguerra in poi, una democrazia senza Nazione. Oggi abbiamo però la possibilità di ritrovare la nazione rilanciando gli istituti della democrazia, tanto mortificati in questi anni.
Non si rende un buon servigio né alla democrazia né alla Nazione approvando una presunta riforma federale sull'onda di un urgenza elettorale o, peggio ancora, sulla spinta di un interesse politico di scarso spessore.
Per questi motivi, onorevole Presidente, colleghi, Alleanza Nazionale non accoglie questo provvedimento. (Applausi dai Gruppi AN, FI, CCD e LFNP. Congratulazioni).
LA LOGGIA. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LA LOGGIA. Signor Presidente, onorevole Ministro, colleghi, sono tante le cose che si possono dire al termine di questa ormai troppo lunga legislatura che ha segnato con grande amarezza, almeno da parte nostra, alcuni significativi insuccessi rispetto alle esigenze dei cittadini, a ciò che andava fatto e alle aspettative che questa stessa legislatura aveva suscitato.
Per l'esattezza, la trasformazione del nostro sistema costituzionale, istituzionale ed economico avrebbe messo i cittadini italiani nelle migliori condizioni per essere in una posizione paritaria e competitiva nel contesto dell'Unione europea e delle nazioni del mondo.
Noi facciamo la nostra valutazione politica su questo, e cioè che purtroppo non si sono create le condizioni per quel dialogo sereno, quel confronto costruttivo che sulle regole, e solo sulle regole, dovrebbe essere principio incontestabile da parte di tutte le forze politiche, quantomeno nella tradizione democratica del nostro Paese.
Noi sappiamo che questo non è avvenuto per la prevaricante, prepotente azione da parte delle sinistre per imporre più volte il loro punto di vista e per andare avanti a colpi di maggioranza, non certo nella ricerca doverosa di un consenso delle altre forze politiche, segnatamente dell'opposizione, proprio quando si parla di regole così importanti per la vita di tutti i cittadini, sia sugli statuti speciali, sia per quanto riguarda la ormai famigerata legge sulla par condicio, sia per il tentativo di imposizione di una riforma elettorale che fosse solo ad uso e consumo delle forze della maggioranza, sia per il fallimento della Bicamerale compiendo diversi passi indietro rispetto al progetto che era stato esitato dalla Commissione, sia da ultimo sulla legge - che rappresenta soltanto un'arma propagandistica, peraltro evidentemente spuntata - riguardante il cosiddetto conflitto di interessi, dopo aver tenuto per ben tre anni l'ottimo testo approvato dalla Camera all'unanimità con il voto favorevole di tutte le sinistre in un cassetto qui al Senato per utilizzarlo all'ultimo momento solo come testimonianza e strumento di propaganda elettorale e politica. Infine arriva questo provvedimento sul cosiddetto federalismo. (Brusìo in Aula).
Signor Presidente, posso avere più attenzione?
PRESIDENTE. Senatore La Loggia, purtroppo è cominciata così. Prego i colleghi di tener conto che l'ascolto è più doveroso dei pregiudizi. Ascoltiamo tutti.
LA LOGGIA. Grazie, signor Presidente.
Stavo dicendo che da ultimo arriva questo disegno di legge che noi definiamo di finto federalismo, e dirò in breve perché. Esso arriva per la seconda volta – e questo va ricordato - con un testo blindato, esitato dalla Camera dei deputati. Non oggi, collega Angius, ma già nella prima lettura di questo importantissimo provvedimento di legge si è impedito alle opposizioni di tentare anche soltanto una modificazione del testo che proveniva dalla Camera. (Applausi dal Gruppo FI).
Non ci si venga a dire che noi oggi rivolgiamo impropriamente un'accusa di arroganza nei confronti della maggioranza. Non si sono cercati l'accordo, l'intesa, il confronto costruttivo, si è voluta affermare soltanto la volontà della maggioranza, a colpi di maggioranza, su uno degli argomenti sui quali nella storia del Parlamento repubblicano nessuno mai aveva osato adottare riforme costituzionali con un colpo di maggioranza, un vero e proprio insulto che indigna i cittadini del nostro Paese al di là delle posizioni espresse da noi dell'opposizione. (Applausi dal Gruppo FI. Commenti del senatore Bertoni).
Annunciamo - lo abbiamo già fatto, ma voglio ribadirlo qui formalmente in quest'Aula - che stiamo già provvedendo alla raccolta delle firme per opporci, per proporre ai cittadini di opporsi, di valutare con il loro voto se questa è una legge che possa soddisfare le esigenze dei cittadini italiani stessi ovvero se valutare nel progetto che nei prossimi giorni sarà presentato dalla Casa delle libertà in campagna elettorale cosa s'intenda realmente per federalismo.
Questo che voi proponete non è un federalismo solidale, non è cooperativo, non è competitivo, non è un federalismo praticabile. Questo federalismo è il bastone istituzionale di cui ha bisogno l'altro progetto, altrettanto confuso e insufficiente, vale a dire il federalismo amministrativo delle leggi Bassanini, inventando in questo modo un nuovo farraginoso meccanismo, ossia la burocrazia federalista. Questo state realizzando oggi, assolutamente in contrasto con le esigenze del nostro Paese, con le aspettative dei nostri cittadini.
Non c'è un riferimento serio al principio di sussidiarietà in senso orizzontale e sociale. Non c'è l'istituzione della Camera delle regioni. Non c'è la riforma dell'assetto della Corte costituzionale. Non c'è un autentico federalismo fiscale. Si prevede, ed è l'ennesima presa in giro, che si può - soltanto si può - prevedere nei Regolamenti di Camera e Senato, peraltro ben diversi tra di loro, la possibilità e non l'obbligo di partecipazione dei rappresentanti delle regioni e delle province. Questo è l'ennesimo tentativo di far sembrare, di far apparire, di perpetrare un inganno nei confronti dei cittadini che si aspettano ben altro.
Allo stesso modo non si armonizza, perché non si può armonizzare in questa formulazione, con la stessa regolamentazione che proviene dalle normative dell'Unione europea. Altro danno che si aggiungerà a quello che è stato già provocato.
Allora, signor Presidente, colleghi, raccoglieremo le nostre firme. La storia non finisce qui. Non vi illudete di poter considerare conclusa questa battaglia, perché la battaglia la faremo insieme con i cittadini sul referendum che si opporrà all'approvazione di questa legge.
Per quanto riguarda il nostro voto, signor Presidente, a nome del Gruppo che ho l'onore di presiedere, Forza Italia, e dei Gruppi della Casa delle libertà, annuncio che, pur restando presenti in quest'Aula, non intendiamo partecipare alla votazione in segno di profondo e radicale dissenso nei confronti di questo provvedimento, che consideriamo una legge truffa nei riguardi dei cittadini italiani. (Vivi applausi dai Gruppi FI, CCD, LFNP e AN. Molte congratulazioni).
ANGIUS. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANGIUS. Signor Presidente, signori Ministri, cari colleghe e colleghi, stiamo per compiere l'ultimo significativo atto della XIII legislatura che volge ormai alla fine. Voteremo con convinzione, con serenità e con fiducia a favore della modifica del Titolo V della Costituzione.
Con la legge che spero approveremo in via definitiva, si cambia l'ordinamento dello Stato, così come di fatto cambiò nel 1970 quando nacquero le regioni italiane. Una riforma voluta dalla maggioranza del Parlamento italiano, chiesta e sollecitata dalla Conferenza dei Presidenti delle regioni e dall'Associazione dei comuni italiani.
La stessa opposizione - lo ha dimostrato poc'anzi il collega Elia - ha votato in Bicamerale testi praticamente identici a quello che oggi votiamo. E' una svolta, non ancora interamente compiuta, ma che oggi definiamo nella sua essenzialità.
E' una svolta che dovrà trovare il suo completamento nella prossima legislatura. Così, dopo aver conferito - con la legge che oggi approviamo - nuovi poteri, funzioni e risorse alle regioni italiane come mai ne hanno avute, nella prossima legislatura si dovrà completare il disegno riformatore, garantendo un'incisiva presenza degli interessi delle comunità regionali negli organi costituzionali e in particolare qui in Parlamento, trasformando una delle due Camere in organo rappresentativo delle regioni e delle autonomie, oltreché dell'intera comunità regionale.
Questo sarà il nostro impegno, l’impegno dell’Ulivo nella legislatura futura. Cambiare la forma di Stato - ci ha ricordato stamattina il ministro Maccanico – non è impresa da poco. Tanto meno è impresa da poco in quanto si tratta di passare da uno Stato centralistico e burocratico ad uno Stato federalistico e partecipativo. Gli interrogativi e i dubbi sono legittimi, le gradualità necessarie. In Italia abbiamo avviato, in questi anni di Governo dell’Ulivo, una grande riforma dell’ordinamento dello Stato. Abbiamo avviato il federalismo fiscale e quello amministrativo. Nessun Paese democratico in così breve tempo ha mutato il suo ordinamento; non ci sono esperienze alle quali fare riferimento e ciò dà l’idea della prova nella quale ci siamo cimentati.
Quella che variamo è dunque una grande riforma, è il segno della maturazione democratica di un grande Paese che cresce nella consapevolezza dei propri mezzi, nella fiducia del proprio avvenire, nel rapporto sempre più stretto con le istituzioni di Paesi europei.
Noi, che abbiamo proposto questa riforma e l’abbiamo difesa dai suoi critici, non ci siamo inventati nulla, non abbiamo estratto dal cilindro, in una spettacolare esibizione, il coniglio della riforma federalista. Questa è una riforma che ha percorso un lungo, lunghissimo cammino: è il cammino di un pensiero, di una concezione dello Stato, di una dimensione della democrazia, di una visione della società italiana che, nelle sue tormentate riflessioni e nei suoi scatti di intuizione, viene da Cattaneo, per giungere a Sturzo, dal Gramsci della questione meridionale ad arrivare a Dorso, da Giolitti per giungere a Renzo Laconi, uno dei più geniali uomini politici e parlamentari della nostra Repubblica, sino a Dossetti. Capisco che parlare di Dossetti oggi, in quest’Aula, dopo l’uscita di ieri del leader del Polo, il quale ha detto di essere il miglior leader del mondo, può suscitare qualche perplessità … (Applausi dai Gruppi DS, PPI e UDEUR) … ma li voglio richiamare per la valenza e il significato che alla cultura italiana questi uomini hanno dato e per quanto hanno arricchito la politica.
E’ un pensiero lungo e profondo che abbiamo cercato di raccogliere, di interpretare e di adeguare al nostro tempo, così veloce, così aspro, così teso. Non abbiamo inventato nulla – dicevo – ma vorrei dire di più. Se anche stessimo a quanto abbiamo fatto in questa legislatura nel discutere del federalismo, dei poteri da conferire alle Regioni per superare il vecchio centralismo, anche se stessimo a tutto questo, dovremmo dire che in questa legge sono riconoscibili gli apporti e i contributi di tutte le componenti politiche del Parlamento.
Le basi culturali del federalismo italiano, quelle storico–politiche, non stanno, come in altri Paesi europei, nella fusione, nell’aggregazione di ordinamenti statuali preesistenti - non ha in ciò la sua matrice il federalismo italiano - ma stanno piuttosto nella società, o meglio nelle società del nostro Paese, nelle culture, nelle lingue, nelle etnie, nei modi di vita, nella campagna e nelle città, come nella fabbrica, nell’affrancamento dall’analfabetismo, nella rottura dell’isolamento, nella speranza di liberazione dal bisogno.
Per queste ragioni l’idea federalistica nasce forte nel Mezzogiorno d’Italia e si carica di una socialità, di un senso di emancipazione, di elaborazione e di liberazione, di un significato di inclusione di solidarietà che è sconosciuto ad altre concezioni del federalismo, che è l’opposto esatto, care colleghe e colleghi, del federalismo dei forti, del "lasciamo che ognuno faccia per sé", del "questo è mio e me lo tengo io", del "tu stai giù e io su", è l’opposto di tutto questo perché è l’opposto di quel federalismo che ha nell’egoismo sociale, nell’esclusione, nell’uso della forza e della ricchezza il suo vero motore. C’è una diversità profonda, profondissima tra la nuova Destra italiana e l’Ulivo nella concezione stessa dello Stato. La storia d’Italia è stata segnata da domanda di più Stato, al Sud come al Nord, domanda di uno Stato più vicino.
Un'idea federalista, per noi, coniuga la domanda di uno Stato più vicino con quella dell'autonomia e della responsabilità delle classi dirigenti locali. Ecco, autonomia e responsabilità, difesa della specificità e delle peculiarità sociali e territoriali, economiche e culturali, ma anche assunzione di responsabilità locali e nazionali per favorire non solo la crescita economica, ma anche quella civile. Il contrario, dunque, del federalismo dei forti e dei ricchi, il contrario di un'idea di federalismo secondo cui ai meno fortunati e ai deboli non è lasciato il diritto di essere uguali, ma è lasciata la benevolenza ad essere beneficiati.
Non c'è più soltanto una diversa idea di Stato; c'è un progetto diverso di governo dell'economia, un modo diverso e antitetico di concepire la crescita e lo sviluppo che si riassume, nella visione della nuova destra, non solo nell' "arrangiati", nel "se ne rimane, qualcosa ti arriva", cioè la versione italiana un po’ spuria di quel capitalismo compassionevole che parte dalla constatazione dell' "io sto su e tu stai giù"; è la negazione del diritto al lavoro, allo studio, alla sicurezza e al benessere che lascia il posto a tutt'altro.
La nuova destra italiana si muove nell'orizzonte di un revisionismo storico e politico che mette in discussione tutto. Dalla destra, come si capisce, ci dividono un'idea di Stato e un'idea di società. E' questo lo scontro in atto nel nostro Paese. I muri cadono in Europa e nel mondo e ci sono leader, come quello della Lega Nord, che i muri vorrebbe elevarli, muri, steccati e filo spinato, ma la storia non sta dalla sua parte. (Applausi dai Gruppi DS, PPI, UDEUR, Misto DU, Verdi e Misto-RI). E un piccolo padre che sa tutto, che guida tutto, che ordina tutto, che impone tutto vorrebbe guidare questo nostro Paese, ma questo è un altro Paese rispetto a quello che egli sogna.
Si è utilizzata - e mi avvio a concludere - questa grande riforma a fini di lotta politica. Diciamo la verità: alla Camera erano venuti per suonarcele e se le sono suonate, le hanno prese da un punto di vista politico. (Applausi dal Gruppo DS. Commenti dal Gruppo AN. Proteste del senatore Novi). Volevano una vittoria politica e hanno avuto una cocente sconfitta politica!
In noi, signor Presidente, c'è la soddisfazione profonda di vedere approvato questo disegno di legge, ma c'è anche il rammarico sincero nel constatare che su una riforma così importante, così come su altre, in questa legislatura si sono perse troppe occasioni. Il rammarico è sentito.
Ho ascoltato poco fa, da parte del Presidente del Gruppo Forza Italia, l'annuncio di un'iniziativa referendaria motivata con il fatto che noi approveremmo questa legge a colpi di maggioranza: a maggioranza, senatore La Loggia, come avviene in tutti i parlamenti democratici, perché se si vota a maggioranza secondo voi c'è il sopruso, se si cerca l'accordo si vuole l'inciucio. E' davvero una strana visione della democrazia! (Applausi dai Gruppi DS, PPI, UDEUR, Verdi, Misto-DU e Misto- RI. Proteste del senatore Greco. Commenti dal Gruppo AN). Ci si arroga per sé, come minoranza, il diritto di porre il veto ad una maggioranza, il diritto a decidere.
Poiché si è sollevata da parte delle opposizioni una questione gravissima di legittimazione democratica del nostro Parlamento a decidere, noi, senatore La Loggia, colleghi dell'opposizione, vi annunciamo che assumeremo un'iniziativa referendaria per andare subito a chiedere al popolo italiano un pronunciamento, raccogliendo da oggi le firme popolari su questa materia. (Applausi dai Gruppi DS, PPI, UDEUR, Verdi, Misto-DU e Misto-RI. Commenti dei Gruppi FI e AN). Non sarete soli, lo faremo noi a norma di Costituzione. Non abbiamo paura, non abbiamo timore di una consultazione popolare che consenta al popolo italiano di pronunciarsi.
PONTONE. Bravo!
ANGIUS. Si vedrà, in quella campagna referendaria sul federalismo che noi vogliamo, e per il quale ci impegnamo insieme ai consigli regionali, che cosa voi sarete capaci di dire, avendo constatato in quest'Aula che avete detto tutto e il contrario di tutto.
Mi consenta… (Commenti dal Gruppo FI)… mi consenta, signor Presidente, di fare un piccolo appello data l'eccezionalità della seduta che stiamo vivendo. Voglio esprimere in questa seduta, nel mio ultimo intervento di questa legislatura il sentito e fraterno ringraziamento del nostro Gruppo a quanti tra di noi nell'Ulivo, non solo nel nostro Gruppo e partito, hanno avuto in questi anni responsabilità di Governo: ai Ministri, ai Sottosegretari e in particolare a Romano Prodi, a Massimo D'Alema e a Giuliano Amato (Applausi dai Gruppi DS, PPI, Verdi, UDEUR, Misto-RI, Misto-DU) per il loro impegno, la loro opera intelligente e il loro totale disinteresse personale; ad Amato e D'Alema per il contributo che hanno dato a definire la legge che noi oggi approviamo.
Signor Presidente, lei ha giustamente espresso un riconoscimento ad un nostro leale avversario - mi riferisco al senatore Peruzzotti - per il lavoro che egli ha svolto in quest'Aula. Non so, signor Presidente, se vi sarà analogo riconoscimento per qualche altro senatore, magari del mio Gruppo, che - è facilmente dimostrabile - con la sua presenza e il suo lavoro in Aula ha garantito in questi anni non al Governo, ma al nostro Paese e al nostro Parlamento di andare avanti, di crescere, di battersi difendendo le sue idee ma, soprattutto, gli interessi del Paese.
Voglio ringraziare le senatrici e i senatori del Gruppo al quale appartengo, e che ho l'onore di presiedere, per il loro intelligente impegno nelle Commissioni e in quest'Aula nel garantire quella continua, assidua, appassionata presenza necessaria per l'approvazione di tante leggi nell’esclusivo interesse del nostro Paese.
Abbiamo l'orgoglio, Signor Presidente, care colleghe e colleghi, di lasciare oggi un'Italia migliore di quella che trovammo cinque anni fa, con più lavoro e meno tasse. (Applausi dai Gruppi DS, PPI, Verdi, UDEUR, Misto-DU, Misto-RI).
Questa è l'Italia di oggi, migliore di quella del 1996, e nel futuro proseguiremo nel nostro impegno con serenità, con fiducia, guardando non al passato, ma frequentando il futuro. Con ragione e sentimento le garantisco, e garantisco a voi, care colleghe e colleghi, che noi accompagneremo il cammino della nostra Patria, il cammino della nostra Italia. (Commenti dal Gruppo AN). Sarà un cammino di crescita, di sviluppo civile, culturale, economico e sociale; sarà un cammino che accompagneremo con il nostro impegno e con il nostro lavoro. (Prolungati applausi dai Gruppi DS, UDEUR, PPI, Misto-COM, Misto-RI, Misto-DU, Verdi e dai banchi del Governo. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, come convenuto, prima di procedere alla votazione finale del disegno di legge costituzionale, passiamo ad altri punti all’ordine del giorno.