Legislatura 13ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 995 del 10/01/2001
Azioni disponibili
Comunicazioni del Governo sulla vicenda dell'uranio impoverito
Approvazione della proposta di risoluzione n. 63 e, con modificazioni, della proposta di risoluzione n. 60
Reiezione delle proposte di risoluzione nn. 59 e 61
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: "Comunicazioni del Governo sulla vicenda dell’uranio impoverito".
Avverto che, dopo l’intervento del Ministro della difesa, onorevole Sergio Mattarella, avrà luogo un dibattito nel quale gli oratori potranno prendere la parola secondo la ripartizione dei tempi assegnati a ciascun Gruppo:
AN 21’
CCD 13’
DS 38’
FI 21’
LFNP 15’
Misto 24’
PPI 18’
UDEUR 13’
Verdi 13’
Ha facoltà di parlare il ministro Mattarella.
MATTARELLA, ministro della difesa. Signor Presidente, onorevoli senatori, l’opinione pubblica italiana e internazionale si sta interrogando con preoccupazione legittima e con giusto desiderio di verità e di chiarezza sulle patologie emerse tra i militari che hanno prestato servizio in Bosnia e in Kosovo. La verità potrà garantire anche la serenità di migliaia di famiglie che sapranno di cosa esattamente si tratta. Proprio per questo occorre evitare che si moltiplichino notizie o ipotesi prive di seri riscontri.
L’esame della situazione, quindi, con un’esigenza di obiettività e di trasparenza, non può che partire dai fatti di cui siamo a conoscenza e questi sono innanzitutto i casi di malattie accertati. Desidero riaffermare che obiettivo centrale, per il Governo e certamente per il Parlamento, è l’accertamento delle cause di queste patologie. Credo che questo rappresenti il problema fondamentale che ci sta di fronte.
Ad oggi, sulla base delle informazioni disponibili, sono stati segnalati 30 casi; di questi, tuttavia, 21 sono quelli relativi a militari che hanno prestato effettivo servizio in Bosnia o in Kosovo, 7 di questi 21 riguardano persone decedute. Tra questi 21 casi si registra una netta prevalenza numerica di personale che ha operato in Bosnia.
È verosimile che tutti i casi dei militari che hanno prestato servizio in Bosnia e in Kosovo siano emersi mentre, in merito ai 9 casi non connessi all’impiego operativo in Bosnia o in Kosovo, essi certamente non costituiscono - com’è comprensibile - i soli casi di questo tipo di patologie riscontrate nella popolazione militare, ma soltanto quelli comunque segnalati dopo l’attenzione pubblica posta al problema in questi giorni.
Quanto alle malattie, siamo di fronte ad oltre 10 diversi tipi di patologie. La casistica appare quindi molto complessa e diversificata.
Per fare chiarezza su questo numero di patologie leucemiche, tumorali tra i militari ho istituito, come è noto, il 22 dicembre scorso, una Commissione d'indagine medico-scientifica per accertare tutti gli aspetti della questione.
La Commissione, che è presieduta dal professor Franco Mandelli si avvale della presenza di autorevoli rappresentanti del mondo della ricerca scientifica italiana nel campo della medicina e della fisica delle radiazioni e dell'impatto di queste sul corpo umano. E' una Commissione indipendente e di piena garanzia.
La Commissione, che ho costituito con il pieno appoggio del Governo, ha un mandato aperto e, ovviamente, totale libertà e autonomia di indagine a tutto campo per accertare le vere cause di queste patologie. Per questa indagine, alla Commissione è stata data piena facoltà di accesso a tutte le fonti e a tutte le informazioni disponibili.
Essa dovrà stabilire se si tratti di episodi singoli, non correlabili fra di loro o, viceversa, se possa esistere una causa unica e, in questo caso, se tale causa possa essere l'uranio impoverito o se l'insorgere di queste patologie sia dovuto ad altri motivi.
Noi vogliamo fare chiarezza; lo dobbiamo innanzitutto ai nostri militari e alle loro famiglie; lo dobbiamo a tutti gli italiani. Ma appunto perché vogliamo piena trasparenza e chiarezza, è doveroso da parte nostra lasciare alla Commissione la possibilità di lavorare e di dare un responso medico-scientifico attendibile. Ho chiesto che questo responso ci venga dato in tempi brevi, pur tenendo conto delle esigenze necessarie di approfondimento.
Desidero ripetere quanto ho detto davanti ai militari che ho incontrato giorni fa in Bosnia: in questo momento sono fuor di luogo e dannose tesi precostituite o conclusioni aprioristiche. L'unico obiettivo è la verità, e non esiste – vorrei ripetere anche qui in Senato – una verità politica o una verità di militari; esiste soltanto, in questo caso, la verità scientifica. E' questo appunto il compito della Commissione Mandelli, cui è stato chiesto – ripeto – di appurare la verità, qualunque essa sia.
Contemporaneamente è stato istituito, presso la Direzione generale della sanità militare, un Gruppo operativo per l'assistenza sanitaria del personale militare impegnato in operazioni di pace. Il Gruppo, tramite un numero verde, è a disposizione dei militari e dei loro familiari. Tale numero sarà collegato con il numero verde già in funzione presso la cattedra di ematologia dell'Università di Roma. Il professor Mandelli, inoltre, è a disposizione per consulenze specialistiche per i militari ammalati e il Governo gli è grato per questa disponibilità.
L'esame di aspetti quali analisi epidemiologiche, tempi di insorgenza delle malattie, varietà delle patologie, costituisce compito della Commissione, nel quale il Governo non intende entrare per rispettarne integralmente l'ambito di lavoro.
La Commissione ha fatto conoscere il metodo di lavoro che ha assunto. E' stata avviata l'esecuzione delle indagini, dei test clinici specialistici per la verifica di eventuali contaminazioni da radioisotopi su un campione di militari attualmente presente nei Balcani e su un altro campione di militari che vi hanno già operato. E' stata avviata l'analisi epidemiologica per le varie patologie riscontrate da militari in raffronto alle stesse patologie riscontrabili nella popolazione italiana della stessa età, sulla base dei registri dei tumori. Inoltre, la Direzione generale della sanità militare, per quanto attiene gli accertamenti sanitari da svolgere su tutto il personale destinato a impieghi operativi all'estero, ha messo a punto un protocollo che definisce in modo uniforme l'insieme dei controlli medici da effettuare prima della partenza per la missione e dopo il rientro in patria; controlli che fino ad oggi sono stati effettuati autonomamente dalle singole Forze armate.
È stato deciso inoltre, per quanto riguarda il territorio balcanico, che gli accertamenti stabiliti dal protocollo che ho appena citato applicati al personale inviato in teatro siano estesi a tutti i militari che hanno prestato servizio nei Balcani in passato, ivi compresi, a loro richiesta, quelli che hanno lasciato il servizio militare. Per questi ultimi, inoltre, ho disposto anche che sia assicurata la più ampia assistenza da parte delle strutture dell'amministrazione.
A questo riguardo, desidero aggiungere che stiamo mettendo a punto concrete proposte normative per estendere il periodo di mantenimento in servizio del personale affetto da patologie che comportano lunghi periodi di degenza e di cure mediche e prevediamo più ampi interventi assistenziali, sia di natura economica che di cure mediche, presso le strutture militari a beneficio di questo personale e delle famiglie.
Non entro nel dettaglio degli accertamenti previsti dal protocollo, del resto ampiamente riferiti dai mezzi di informazione. Osservo soltanto che si tratta di un protocollo assai ampio e forse unico, di questa dimensione, anche tra i nostri alleati.
Gli esami effettuati prima dell'impiego per missioni all'estero verranno ripetuti dopo il rientro e successivamente ogni anno per cinque anni dalla data del rimpatrio. Saranno inoltre effettuati accertamenti specialistici di tipo radiotossicologico in riferimento al verificarsi di casi particolari che diano motivo di sospettare specifiche esposizioni a radiazioni ionizzanti.
L'insieme delle attività mediche di indagine e di analisi avviate consentirà in questo modo di riordinare, aumentare e qualificare le informazioni in nostro possesso, contribuendo così a migliorare in misura significativa il livello di tutela della salute del nostro personale militare.
Questi i provvedimenti assunti nei giorni scorsi, tra i quali vorrei ricordare ancora una volta la sottoposizione di tutti i militari che in passato sono stati nei Balcani ai controlli che ho indicato; tra essi - ripeto - su loro richiesta (perché ormai non più militari), coloro che hanno lasciato il servizio. Naturalmente restiamo in attesa degli esiti dei lavori della Commissione dalla quale potranno pervenire suggerimenti di misure ulteriori per tutelare sempre meglio le condizioni di sicurezza della salute.
Desidero aggiungere, signor Presidente, onorevoli senatori, che non mancherà la nostra attenzione ad ogni particolare, anche se apparentemente di ridotta importanza, che possa - se confermato fornire elementi nuovi per chiarire la situazione. In qualunque direzione siamo aperti al contributo serio di tutti, del mondo scientifico, degli studiosi, delle associazioni, dei cittadini. Il Governo, naturalmente, ha ben presente che l'attenzione non va rivolta soltanto verso i militari che sono stati in missione in Bosnia e in Kosovo, tra i quali peraltro si riscontrano i casi ricordati di patologie; l'attenzione va indirizzata anche verso il personale civile a vario titolo impegnato e impiegato in quelle regioni. Si sta procedendo pertanto alla definizione delle modalità per estendere gli accertamenti di cui ho riferito anche al personale civile.
Siamo pronti, inoltre, a dare il nostro contributo alle strutture sanitarie internazionali e a quelle dei Paesi balcanici per la salvaguardia e la protezione delle popolazioni locali, nonché per misure appropriate di informazione. Ho manifestato a Sarajevo, nei giorni scorsi, questa disponibilità del Governo italiano, a nome del Presidente del Consiglio, al Primo Ministro della Bosnia Erzegovina.
Vanno anche ricordate le iniziative intraprese dall'UNEP sulla sicurezza ambientale nel territorio del Kosovo, cui contribuisce anche il nostro Ministero dell'ambiente avvalendosi dell'ANPA, iniziative che abbiamo proposto vengano estese anche alle altre aree colpite della regione.
Signor Presidente, onorevoli senatori, credo sia opportuno affrontare separatamente la questione "uranio impoverito", i cui effetti sono – come è noto – oggetto di un profondo dibattito che registra opinioni diverse, spesso contrastanti, come emerge anche da studi scientifici che pervengono a conclusioni anche molto difformi.
Va ricordato che non è dimostrato un collegamento tra uranio impoverito e le patologie di cui parliamo, argomento su cui – come ho ricordato – dovrà esprimersi la commissione scientifica.
Riguardo all'uranio impoverito, dal dibattito di questi giorni emerge l'esigenza di distinguere tre elementi: la conoscenza della sua potenziale pericolosità; la conoscenza della sua utilizzazione in Kosovo; la conoscenza della sua utilizzazione in Bosnia. Si tratta di tre aspetti diversi che vengono talvolta confusi tra di loro e sovente indebitamente sovrapposti l'uno all'altro. Questa confusione determina una rappresentazione alterata dei fatti ed impedisce una loro corretta valutazione.
La questione dei rischi connessi all'uso di proiettili all'uranio impoverito è oggetto di un dibattito avviato – come è noto – qualche tempo dopo la guerra del Golfo e divenuto nel tempo sempre più serrato.
Il munizionamento all'uranio impoverito contribuisce ad accrescere la potenzialità bellica sul campo ma, come tanti altri ritrovati bellici, ha sollevato degli interrogativi sulle conseguenze del suo utilizzo; interrogativi, in questo caso, tanto più rilevanti in quanto connessi con un fenomeno, quale quello della radioattività, in grado di manifestare i suoi effetti anche a distanza di tempo. In particolare, appare di sicura pericolosità l'inalazione delle polveri conseguenti alle esplosioni.
E' tuttavia doveroso ricordare che, sulla base del diritto internazionale, l'uso del munizionamento all'uranio impoverito è considerato legittimo, anche perché non vi sono convenzioni internazionali che lo proibiscano.
La questione della potenziale pericolosità dell'uranio impoverito, quando è emersa, non è stata né ignorata, né taciuta, né sottovalutata. Desidero ricordare quanto io stesso ho dichiarato alla Camera dei deputati un anno fa, esattamente il 26 gennaio 2000: "Le Forze armate italiane non impiegano munizioni all'uranio impoverito e confermo l'impegno ad operare, come stiamo facendo, affinché nel contesto internazionale cresca la consapevolezza dei potenziali rischi connessi all'utilizzo di questo tipo di munizioni". Ripeto che era il 26 gennaio del 2000, per sottolineare e ricordare che la potenziale pericolosità di questo materiale non è stata né taciuta, né sottovalutata.
SERVELLO. Però non si è fatto nulla!
MATTARELLA, ministro della difesa. Per quanto riguarda il diverso aspetto dell'utilizzazione dell'uranio impoverito in Bosnia ed in Kosovo, le situazioni presentano differenze sostanziali.
Per quanto riguarda il Kosovo, come è noto da allora, la Nato, nel maggio 1999, ha fatto sapere di aver utilizzato in quella regione munizionamento all'uranio impoverito.
In questi giorni, abbiamo tutti letto più volte l'affermazione che la Germania sapeva ciò già dal 1999. Certo, anche noi. La Germania lo sapeva per il Kosovo, così come tutti dal 1999 lo sapevamo per il Kosovo. Lo sapeva l'ONU, lo sapevano tutti i Paesi interessati e la notizia era di dominio pubblico, più volte esaminata e discussa in Parlamento, ampiamente pubblicizzata e commentata sulla stampa e nei programmi televisivi.
Leggo oggi - come se si trattasse di una rivelazione - che nel 1999 gli Stati Uniti hanno avvertito gli alleati dell'uso di uranio impoverito in Kosovo e dei possibili relativi rischi. Si tratta di una notizia di pubblico dominio da allora: lo sapevamo tutti, non è una rivelazione. E' una notizia la cui conoscenza è di pubblico dominio da un anno e mezzo.
Vi è anche chi ha pensato di presentare lo scambio di lettere tra Kofi Annan e Lord Robertson del febbraio del 2000 come uno scoop che dimostrava una conoscenza occultata. Quella corrispondenza è nota ai mezzi di informazione di tutto il mondo da quando si è svolta. Non ho bisogno di ricordare a questa Assemblea quante volte è stata discussa quella corrispondenza nel corso della quale l'ONU chiedeva e la NATO rispondeva dell'utilizzo di proiettili di quel materiale in Kosovo rivelandone poi le mappe dei siti di lancio.
L'ingresso delle nostre truppe in Kosovo è avvenuto successivamente alla notizia pubblica - ripeto - dell'uso di munizioni all'uranio impoverito, nel giugno 1999, con lo schieramento dei nostri soldati nella parte occidentale della regione al fine di realizzare continuità con i nostri reparti che già operavano in Albania, dall'altra parte del confine, e per garantire quindi la sicurezza dei confini tra la stessa Albania e il Kosovo. Questa è la ragione per la quale il nostro contingente è stato dislocato là dove si trova; vi erano già in Albania, dall'altra parte del confine, truppe italiane e doveva essere data continuità a questa presenza al di qua e al di là del confine tra Albania e Kosovo.
Di conseguenza, ripeto, fin dall'ingresso dei nostri militari in Kosovo si sono potute adottare misure di protezione adeguate. In una prima fase le indicazioni di comportamento sono state fornite ai comandi che le hanno impartite oralmente al personale, come affermato con chiarezza da tanti comandanti, cito soltanto il comandante del 1° contingente, il generale Del Vecchio.
Successivamente il Capo di stato maggiore della Brigata multinazionale ovest, un ufficiale italiano, il colonnello Bizzarri, ha raccolto e ampliato l'insieme delle indicazioni già fornite compilando un testo in lingua inglese per il personale dei vari contingenti della Brigata multinazionale.
Si è affermato talvolta nei giorni scorsi che si sarebbe trattato della prima istruzione al contingente che sarebbe stata quindi tardiva essendo del novembre 1999. Non era la prima, era la prima in forma scritta, indirizzata peraltro non soltanto agli italiani ma anche ai contingenti degli altri Paesi che componevano la Brigata multinazionale ovest.
Si è svolta inoltre un'intensa attività di monitoraggio ambientale, un'attività di bonifica del territorio con reparti militari NBC, specializzati nella protezione e nella decontaminazione di persone e di materiali; si tratta di reparti presenti in ogni unità schierata.
Sono stati anche inviati in loco, in Kosovo ripeto, fisici del Centro interforze studi per le applicazioni militari, il CISAM, che hanno verificato in diversi periodi i risultati delle attività svolte dai nuclei operativi NBC. Accertamenti del CISAM sono stati operati sulla base delle mappe fornite all'ONU dalla NATO relativamente alle zone di caduta dei colpi e fino ad ora non hanno registrato livelli di radiazione significativi.
Signor Presidente, vorrei inoltre confermare quanto già riportato alla Camera e cioè che le misurazioni della radioattività effettuate con strumenti molto sofisticati nelle aree del Kosovo dove operano i nostri soldati hanno manifestato livelli di inquinamento al di sotto dei limiti di sicurezza previsti per il nostro territorio nazionale.
Un gruppo di scienziati inviati in Kosovo, sul finire dello scorso anno, nell'ambito del programma ONU per l'ambiente ha elaborato un primo rapporto reso pubblico il 5 gennaio scorso. Il gruppo dell'UNEP ha esaminato 11 siti registrando in otto di essi un livello di radioattività leggermente superiore alla norma nelle vicinanze immediate dei fori di penetrazione dei proiettili all'uranio impoverito nel terreno.
Ha registrato anche una leggera contaminazione del terreno immediatamente al di sotto delle munizioni trovate ancora sul suolo, esprimendo, quindi, timore che la tossicità dell'uranio possa comportare un rischio per le acque del terreno intorno al punto in cui si trova il proiettile.
Il rapporto finale dell'UNEP sarà pubblicato nel marzo prossimo.
Ovviamente, nulla viene dato per scontato o per definitivamente acquisito. Il monitoraggio continua e l'attenzione del nostro Paese e dell'intera Comunità internazionale è, naturalmente, massima.
Per quanto riguarda la Bosnia, il problema dell'uso di munizionamento all'uranio impoverito nelle missioni del 1994 e del 1995 è stato posto di recente per iniziativa italiana.
La notizia ufficiale dell'utilizzo di munizionamento all'uranio impoverito, nei raid del 1994 e del 1995, è contenuta nella risposta della NATO, pervenuta il 21 dicembre scorso, in esito ad una mia specifica richiesta del 27 novembre 2000.
Come ho già comunicato alla Commissione difesa della Camera il 21 dicembre (lo stesso giorno in cui è pervenuta la lettera della NATO), sono stati utilizzati circa 10.800 proiettili all'uranio impoverito: il 5 agosto ed il 22 settembre 1994 e tra il 29 agosto ed il 14 settembre 1995. Fino al dicembre scorso non era stata fornita alcuna comunicazione di tale impiego. Come ha testualmente ed ufficialmente dichiarato il portavoce della NATO, esso non è mai stato oggetto di particolari procedure informative.
Si è detto che era noto l'impiego dei velivoli A-10 nelle operazioni militari in Bosnia e che, per questo, se ne dovesse trarre necessariamente, come logica conseguenza, l'utilizzo di munizioni all'uranio impoverito.
A parte la considerazione che i velivoli A-10 utilizzano anche munizionamento diverso da quello all'uranio impoverito e che quindi il loro impiego non è, automaticamente, prova di quell'uso, e che inoltre ogni Paese è autonomo e responsabile nell'impiego delle armi che utilizza, se ne dovrebbe dedurre che tutti i Paesi presenti in Bosnia con i loro contingenti hanno omesso di compiere questa deduzione, visto che questo problema non è stato sollevato nella Comunità internazionale in questi anni.
Per la verità, sono stati posti in essere, nei giorni scorsi, grandi sforzi di carattere induttivo per dimostrare che qualcuno era sicuramente a conoscenza dell'uso di quel munizionamento in Bosnia.
Io non ho vissuto gli avvenimenti di 5-6 anni orsono, ma di fronte ad affermazioni del tipo "non poteva non sapere", viene spontaneo, senza alcuna polemica, rilevare che, riguardo alla Bosnia, allora, l'intera Comunità internazionale "non poteva non sapere".
Va ricordato in proposito che le operazioni aeree del 1994-1995 in Bosnia furono condotte sotto l'egida e l'autorizzazione dell'ONU, tanto che si parlò di doppia chiave ONU-NATO. Eppure in questi anni, a differenza di quanto avvenuto per il Kosovo, neppure nell'ambito delle Nazioni Unite si è posto questo problema per la Bosnia.
Da tutto ciò emerge come il problema non fosse all'attenzione e come non si sia mai posto finché non è stato sollevato dall'Italia.
E' forse utile ricordare come a Sarajevo risieda il comando USA della SFOR ed un ampio contingente di quel Paese, cioè gli Stati Uniti, che ha fatto impiego del munizionamento ad uranio impoverito.
Credo che ciò sia significativo di come in questi anni né la Comunità internazionale, né alcun Paese presente con un proprio contingente in Bosnia si siano posti il problema di inquinamento da uranio impoverito in quel territorio. Vi è stata - come è noto - un'ampia e crescente attenzione sull'uso dell'uranio impoverito avvenuto nella guerra del Golfo e a partire dal 1999 per la Serbia e il Kosovo.
E' vero, e va ricordato per darne atto, che a seguito di un dibattito dedicato al Kosovo e alla Serbia, nella premessa di un ordine del giorno del Senato del 27 luglio 1999, a firma della senatrice De Zulueta e del senatore Migone, riferito al conflitto in Kosovo e finalizzato a chiedere al Governo di sostenere l'ONU per valutare i danni ambientali nei territori della Repubblica federale jugoslava, si parla dell'uso di armi all'uranio impoverito nella guerra del Golfo e in Bosnia. Ma, al di là di questo riferimento, rimane il fatto che, così come al nostro interno, nella Comunità internazionale non è stato posto il problema di interventi per l'uso di uranio impoverito in Bosnia.
In questa condizione, quando sono emerse le due prime notizie di malattie di nostri militari che avevano operato in Bosnia, il Governo ha avvertito la necessità di chiedere direttamente alla NATO se fosse stato fatto uso anche in Bosnia di quel materiale, cioè di munizioni all'uranio impoverito. La richiesta è stata formulata - come ho ricordato - il 27 novembre, prima che il caso richiamasse l'attenzione acuta che si è registrata in queste ultime settimane.
Credo che sia giusto ricordare che se oggi, non soltanto in Italia, ma anche in altri Paesi, si sa che vi è stato un effettivo uso di quei proiettili in Bosnia, se se ne conosce il numero, l'area in cui sono stati lanciati ed in quale periodo, è perché l'Italia ha assunto l'iniziativa di conoscere che cosa fosse avvenuto in Bosnia. La nostra richiesta, che ha avuto dall'Alleanza una sollecita risposta, ha consentito a noi e ad altri Paesi di iniziare una prima serie di controlli anche in Bosnia per accertare eventuali livelli di inquinamento da uranio impoverito.
I primi controlli, svolti nelle sedi in cui sono dislocati i nostri militari, hanno escluso queste preoccupazioni nei luoghi in cui essi alloggiano e sono stati alloggiati. Del resto, va considerato che la città di Sarajevo non è stata bombardata dalla NATO, che la difendeva da coloro che l'assediavano e la bombardavano, intervenendo contro questi ultimi nella zona di 20 chilometri intorno alla città.
Naturalmente le verifiche in Bosnia sono appena iniziate e continueranno con attenzione e con scrupolo. A questo riguardo, il 22 dicembre abbiamo chiesto alla NATO di avere, così come avvenuto a suo tempo per il Kosovo, le mappe dei luoghi in cui sono stati lanciati quei proiettili per attuare controlli più accurati e precisi. Lord Robertson ha risposto, nei giorni scorsi, assicurando di aver richiesto alle autorità militari dell'Alleanza di fornire con tempestività e trasparenza piena questi dati, pur facendo presente che la loro ricerca richiederà qualche tempo. L'iniziativa italiana ha indotto ora la gran parte dei Paesi alleati a verificare le condizioni di sicurezza della salute dei loro contingenti che operano in Bosnia.
Con la stessa richiesta, inviata il 22 dicembre al Segretario generale della NATO, ho posto l'accento sull'esigenza che, all'interno dell'Alleanza, si rifletta su forme e procedure più adeguate e trasparenti di condivisione delle informazioni su aspetti così delicati e che consentano di affrontare e gestire in comune, con misure adeguate preventive e protettive, i rischi potenziali da inquinamento ambientale.
Nei giorni scorsi è stato quindi chiesto che questi temi venissero affrontati in due riunioni: la prima del Comitato politico della NATO, la seconda del Consiglio atlantico, massimo organo deliberante dell'Alleanza. Nel Comitato politico, riunitosi ieri, è stata da noi avanzata una serie di richieste, coerenti con le esigenze rappresentate nella mia lettera del 22 dicembre che ho appena ricordato. Su di esse si è registrato un ampio consenso da parte degli alleati, che sarà verificato nella seduta odierna del Consiglio atlantico.
Resta, invece, per il momento posta e non ancora risolta - anche perché sarà affrontata nella seduta odierna del Consiglio atlantico - la questione della cosiddetta moratoria circa l'impiego del munizionamento all'uranio impoverito. La richiesta è stata prospettata dal nostro rappresentante permanente sulla base della considerazione che in numerosi Paesi dell'Alleanza e in diversi fori internazionali sono in corso verifiche di carattere scientifico sull'effettiva pericolosità del munizionamento all'uranio impoverito. Può essere quindi opportuno compiere un gesto politico volto a sottolineare l'attenzione che l'Alleanza riserva a questi approfondimenti che sono in corso, prevedendo una sospensione dell'eventuale uso di questo tipo di armi; sospensione che, peraltro, è nelle cose, non essendo in corso, né previste, operazioni militari dell'Alleanza che possano farne ipotizzare l'impiego.
A nessuno sfugge, infatti, che quegli approfondimenti e quelle verifiche di carattere scientifico per accertare l'effettiva pericolosità dell'uranio impoverito si svolgeranno, comunque, in assenza di uso di quel munizionamento.
La proposta nasce anche dalla convinzione che la natura delle missioni di pace richieda una sensibilità particolare - che si intende in questo modo sottolineare - alla salvaguardia della salute dei militari impegnati, di quella della popolazione civile e della tutela dell'ambiente dei luoghi in cui si interviene.
I riflessi della scelta proposta, nei Paesi dell'Alleanza ed in quelli esterni ad essa, non potrebbero che essere positivi.
La prima reazione a questa nostra proposta è stata improntata da larga parte degli alleati a prudenza e cautela accentuata, sulla base della considerazione che occorre attendere l'esito delle verifiche in corso.
In ogni caso, il problema è stato posto e discusso e viene considerato con grande attenzione; esso è nuovamente all'ordine del giorno del Consiglio atlantico di oggi e rimarrà nell'agenda politica dell'Alleanza per le prossime settimane.
Noi abbiamo formulato, in maniera diretta e franca, alcune proposte in merito a un problema comune all'Alleanza, sapendo che in essa vige la regola dell'unanimità e che è nel novero delle possibilità che qualcuna di quelle proposte possa non essere da tutti condivisa.
Lo abbiamo fatto, con senso di responsabilità, come è legittimo e serio che faccia un Paese che, all'interno dell'Alleanza, si è assunto compiti importanti.
Vorrei essere a questo riguardo, signor Presidente, onorevoli senatori, assolutamente chiaro: non esiste una contrapposizione NATO-Italia; non esiste alcuna spaccatura nella NATO; esiste - come è naturale - un dibattito all'interno dell'Alleanza, di cui noi condividiamo e accettiamo le regole, anche nella convinzione che il confronto al suo interno ne costituisca un fattore di arricchimento e di crescita.
La NATO - è appena il caso di ricordarlo - è elemento fondamentale della politica estera e di sicurezza del nostro Paese e lo sviluppo della politica europea di sicurezza e difesa va inteso anche come un processo volto a rafforzare l'Alleanza, attraverso un più equilibrato rapporto di oneri e di responsabilità nel rapporto transatlantico, come costantemente riaffermato in ambito NATO ed in ambito dell'Unione europea.
Signor Presidente, onorevoli senatori, in conclusione desidero ribadire la grande importanza delle missioni di pace in Kosovo e in Bosnia e della stabilizzazione politica dei Balcani.
Noi vi siamo per aiutare i Paesi di quella regione a conseguire assetti politici stabili e democratici e a sviluppare un quadro economico sano. E', del resto, nostro interesse che si realizzi un'Europa pacifica, liberata dagli ultimi fantasmi della dittatura e dalla violenze etniche e nazionaliste.
Vi siamo, inoltre, perché la sicurezza del nostro Paese passa anche per una regione balcanica stabile, pacificata e sviluppata che non diventi terreno di coltura per la criminalità organizzata, per i traffici illegali, per l'immigrazione clandestina.
Oggi, possiamo finalmente guardare, con ragionevole fiducia, al futuro dei Balcani e di tutto il Sud-Est europeo più in generale. Infatti, dopo il nuovo corso politico in Croazia, l'avvento di Kostunica alla Presidenza della Repubblica e l'emarginazione di Milosevic si è aperta, nella regione, una prospettiva di evoluzione positiva: una prospettiva certamente non facile, per alcuni aspetti difficile ma possibile di esito e sviluppi positivi.
È per questo che va ribadita la grande importanza delle missioni di pace che contribuiamo a svolgere in Kosovo e in Bosnia.
Il Presidente della Repubblica, nel messaggio di fine anno, ha rivolto parole di ringraziamento e apprezzamento ai nostri militari impegnati nelle missioni di pace. Questo ringraziamento e apprezzamento del Capo dello Stato ha sottolineato il contributo che in alta misura svolgono i nostri militari per la pacificazione dei Balcani. Tale compito importante che essi svolgono costituisce un motivo ulteriore per non sottovalutare, al contrario per tenere in gran conto, le loro condizioni di sicurezza e salute. E' questo il nostro impegno, sottolineato, ripeto, dall'importanza dei compiti e del lavoro che essi svolgono: garantire le condizioni di salute e sicurezza dei nostri militari, dovunque essi siano impegnati, all'estero o in Italia. (Applausi dai Gruppi DS, PPI e UDEUR e del senatore Pinggera. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Ministro.
Dichiaro aperta la discussione.
Ci sono molti iscritti a parlare ed io pregherei ciascuno di essi di collaborare con la Presidenza.
È iscritto a parlare il senatore Russo Spena. Ne ha facoltà.
RUSSO SPENA. Signor Presidente, devo dire sinceramente che l'esposizione del Ministro della difesa non è solo deludente in quanto noi siamo stati fin dal primo momento contro la guerra, ma per il fatto che essa sia pervasa da una grandissima ipocrisia; un'ipocrisia sinceramente sgradevole, imbarazzante, che è un po' come sparare sulla Croce Rossa, secondo noi, ricordando persino la cronologia che il Ministro finge di dimenticare.
Il Ministro innanzitutto afferma che non vi è alcuna convenzione internazionale contro l'uranio impoverito: gli consiglio di leggere - per brevità non posso farlo io adesso - gli articoli 35 e 55 del protocollo aggiuntivo delle convenzioni di Ginevra del 1977: forse il Ministro è stato informato male dai vertici militari; per noi "giuristi contro la guerra", invece, è una sciocchezza quella che egli ha detto.
Così pure gli ricorderei la cronologia: io ho presentato a nome del mio Gruppo, dal 1994 ad oggi, 26 interrogazioni parlamentari sull'uranio impoverito, in collaborazione con il tribunale "Ramsey Clark", con padre Benjamin, con gli "scienziati contro la guerra", con i "beati costruttori di pace"; voglio ricordare la risposta a quella del dicembre 1999, in cui si diceva, da parte del Sottosegretario, che mai e poi mai in Bosnia erano piovuti proiettili tossici e che comunque la tossicità delle radiazioni era pari a quella della pila di un orologio da polso. L'8 marzo del 2000, il sottosegretario Guerini, rispondendo in Commissione affari esteri ad una mia interrogazione, ammetteva i raid all'uranio impoverito, ma diceva che non facevano più male di un pacchetto di sigarette al giorno. Questa è la situazione dei fatti, signor Ministro.
Trentasei ore fa, il ministro Mattarella, in un'importante trasmissione televisiva, in evidente difficoltà ed impaccio, diceva di non condividere nemmeno una parola di quanto aveva sostenuto Fausto Bertinotti poco prima; quest'ultimo aveva sostanzialmente affermato che il problema dell'uranio impoverito alludeva ad un ruolo all'interno della NATO e al ruolo stesso della NATO, soprattutto al nuovo ruolo della NATO, del 24 aprile dell'anno scorso, del trattato di Washington, che il Parlamento italiano ancora non è riuscito, per volontà del Governo, a discutere (e questo è incostituzionale). Fausto Bertinotti sosteneva che "la guerra umanitaria" non è solo uno sgradevole ossimoro, ma una terribile sintesi di un progetto di distruzione della civiltà per stabilire l'ordine imperiale delle leggi di mercato del quale il nostro Paese, anzi, il nostro Governo è suddito e, insieme, complice. Orbene, il ministro Mattarella diceva di non essere d'accordo con alcuna di queste espressioni e di essere assai più d'accordo, invece, con l'intervento di un rappresentante di Forza Italia che infatti, insieme al Governo, è stato partecipe - oltre ad aver votato in Parlamento - di questa guerra.
Io vorrei chiedere al ministro Mattarella se è d'accordo invece con le parole che leggo oggi da un giornale (e prego il ministro Mattarella di stare attento): c'è poco da studiare sulla nocività dei proiettili all'uranio impoverito.
Bisognerebbe che i Governi dei Paesi NATO avessero la forza morale di chiedere scusa alle popolazioni colpite da strumenti infami mettendo in piedi rimedi per la tossicità che ha riguardato non solo i militari, ma le popolazioni locali. E continua: "L'ipocrisia dei Governi della NATO, del Pentagono, che ancora sostengono di non essere a conoscenza degli effetti devastanti che questi strumenti hanno sull'ambiente e soprattutto sulle popolazioni, è grave, perché questi effetti sono noti da anni, ossia da subito dopo la guerra del Golfo". E conclude: "Questa vicenda pone in evidenza l'opera di distruzione sistematica intrapresa nei Balcani, i danni arrecati alle popolazioni che si diceva di voler difendere; per ragioni umanitarie si è colpita l'umanità". Queste parole non sono né di Fausto Bertinotti né, lo dico con modestia, di Giovanni Russo Spena, ma sono state pronunziate ieri in una conferenza stampa dal presidente della Commissione esteri della Camera, onorevole Occhetto, esponente dei Democratici di Sinistra. Io sono completamente d'accordo, come Fausto Bertinotti, con quello che l'onorevole Occhetto ieri ha sostenuto: una guerra umanitaria che ha distrutto, invece, ambiente, persone e popolazioni che voleva salvare.
E allora oggi, dopo la riunione di Bruxelles di ieri, noi facciamo una richiesta molto precisa, signor Ministro: chiediamo che l'Italia si impegni da subito a richiedere alla NATO non una moratoria, ma la messa al bando di tutte le armi all'uranio impoverito, iniziando unilateralmente a vietarne l'uso nei poligoni di addestramento e lo stoccaggio nelle basi militari, anche straniere, collocate sul territorio nazionale.
Chiediamo inoltre che sia riconosciuto ai militari e ai volontari civili che hanno contratto malattie in Bosnia e in Kosovo lo status derivante dalla malattia di servizio, con conseguente assunzione a carico dello Stato delle spese mediche per le cure, oltre al riconoscimento di un adeguato indennizzo per le famiglie colpite da una così grave sciagura, e che ci si adoperi in un impegno straordinario per la bonifica delle aree contaminate e per misure di protezione sanitaria a favore delle popolazioni locali.
Crediamo che solo questi urgenti, per quanto insufficienti, provvedimenti possano abbattere il muro di ipocrisia che il Governo e il centro-destra hanno costruito su questa amara, amarissima vicenda di politica internazionale. (Applausi dal Gruppo Misto-RCP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Milio. Ne ha facoltà.
MILIO. Signor Presidente, signor Ministro, il 6 gennaio scorso il Partito Radicale, in una conferenza stampa, ha reso pubblica la testimonianza di Antonio Russo, giornalista radicale presente alla Conferenza sui danni ecologici in Cecenia svoltasi lo scorso settembre in Georgia a Tbilisi.
Antonio Russo, corrispondente di guerra, l'unico corrispondente italiano in operazioni militari, presente in Kosovo, aveva già denunziato a quella data l'utilizzo di circa 40.000 pallottole contenenti uranio impoverito - usate anche in Cecenia dai russi - e aveva testimoniato che era difficile, molto difficile trovare prove in tal senso. Antonio Russo, come tutti sappiamo, qualche tempo dopo è stato ucciso.
Vorrei chiederle, signor Ministro: le risulta che in Kosovo siano state utilizzate già da allora circa 40.000 pallottole con uranio impoverito? Quali sono, signor Ministro, le ragioni che hanno determinato le Forze armate di Paesi membri dell'Unione a fare ricorso ad armamenti contenenti uranio impoverito? Quali accertamenti specifici sono stati richiesti ai competenti responsabili delle Forze armate e della NATO che riguardino i rischi dell'utilizzo di tale tipo di armi sia per i militari che per le popolazioni civili? Da ultimo, le chiedo se le risulta che in Cecenia siano state utilizzate anche armi vietate dalla convenzioni internazionali, dal Trattato di Helsinki e dall'ONU. (Applausi dai Gruppi AN e FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Martelli. Ne ha facoltà.
MARTELLI. Signor Ministro, qualora fosse vero che l’esposizione all’uranio impoverito fosse causa di leucemia e linfogranulomi dopo soli pochi mesi dall’esposizione, come sarebbe accaduto ai nostri militari, credo che i radiologi, i tecnici di radiologia e tante altre categorie di lavoratori esposti a metalli pesanti dovrebbero avere un’altissima incidenza di tali malattie. Le assicuro invece che non è così, nonostante il fatto che le radiazioni a cui sono esposte queste categorie siano decisamente superiori a quelle cui sarebbero stati esposti i nostri soldati in Bosnia e in Kosovo.
Dal momento che non vi è alcuna certezza che sia l’uranio impoverito la causa di linfogranulomi e leucemie, ma con molta probabilità la causa di diverse patologie nei soldati che si sono ritrovati nei campi di battaglia è dovuta a benzene, prodotti chimici in generale, metalli pesanti, vaccini e prodotti biologici, vorrei sapere se il Governo, che si è mostrato così premuroso nel chiedere la moratoria sull’uranio, intenda chiederne un’altra per tutti questi prodotti della guerra. Sarebbe sostanzialmente una moratoria sulla guerra. Signor Ministro, l’umanità sarebbe eternamente grata al vostro Governo. (Applausi dal Gruppo AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Andreotti. Ne ha facoltà.
ANDREOTTI. Signor Presidente, colleghi, io non sono né un tecnico di fisica né un medico, quindi non ho delle opinioni personali da poter far valere. Ringrazio il Ministro per la sua relazione, che naturalmente deve essere ispirata anche a prudenza e attenzione, questo è ovvio, però penso che forse una conclusione operativa possa e debba essere tracciata.
Molte volte non occorre avere documenti riservati. L’anno scorso, in giugno, ha avuto luogo presso il Politecnico di Torino un convegno su questo argomento, i cui atti sono stati pubblicati, che ha fornito una serie di informazioni e di risposte molto esaurienti, in un quadro che si ricollega obiettivamente alla lunga battaglia che è stata fatta per la messa al bando delle armi chimiche, per una effettiva analogia che esiste; una battaglia che fu difficile.
La Conferenza sul disarmo aveva una struttura ad hoc a Ginevra nella quale le resistenze erano moltissime, forse anche per l’allora situazione internazionale, che fortunatamente oggi non è tale da doverci preoccupare. Per ben due volte, il ministro degli esteri tedesco Genscher ed io stesso dovemmo andare a Ginevra ad intervenire per suscitare un andamento favorevole e per eliminare l’abitudine che vi era ai continui rinvii. Inoltre, il Governo italiano, con una riunione di scienziati internazionali che si tenne nel 1988 a Villa Madama, dette un contributo obiettivo di carattere scientifico alla liceità dell’impostazione portata avanti da coloro che erano a favore della messa al bando delle armi nucleari. La necessità che questo tipo di armi all’uranio impoverito sia compreso in quell’elenco mi pare obiettivamente implicita.
C'è uno strano documento al riguardo. Come sapete, la NATO, che era stata denunciata al Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia in relazione alle operazioni effettuate, è stata prosciolta; ma nel documento del Tribunale internazionale si afferma: "I gusci di uranio impoverito attorno ai proiettili anticarro, secondo le denunce, hanno effetti di contaminazione, tuttavia non entrano nella lista delle armi proibite e non c'è consenso internazionale sulla loro pericolosità.". Questo non è un documento scientifico né politico; ritengo però che lavorare per l'inserimento delle armi ad uranio impoverito nell'elenco delle armi proibite abbia una sua logica intrinseca e sia necessario. Tanto più che, proprio in un documento ufficiale del segretario generale della NATO, signor Robertson (una lettera al Segretario generale delle Nazioni Unite del febbraio dello scorso anno, prima del convegno cui ho fatto precedentemente riferimento), si forniscono dati relativi al Kosovo menzionando il lancio di 31.000 proiettili, pari a 10 tonnellate di questo prodotto, i cui effetti - se ne discute nella nostra Commissione e in altre sedi sul piano medico-scientifico - devono essere verificati, a mio avviso, non soltanto sulle persone ma anche sul territorio. Il Ministro ha fatto un cenno alle acque, per fortuna positivo, ma occorre capire bene che cosa significa per il territorio, nell'immediato e a scadenza, l'aver recepito 10 tonnellate di uranio impoverito. Ciò solleva dubbi fortissimi.
Il nostro compito però non è cronistorico ma, piuttosto, politico. Dobbiamo incoraggiare la linea che è stata sostenuta nei giorni scorsi: nella ricerca di una certezza di carattere obiettivo e per un senso di opportunità politica e morale, dovrebbe essere nel frattempo interdetto dovunque l'uso di queste armi. Ho adoperato l'avverbio "dovunque" per riferirmi anche all'Iraq, un Paese coinvolto in questa vicenda, secondo le notizie apprese dai giornali, con una guerra che non è considerata tale. Del resto anche quella in Kosovo non è stata ufficialmente una guerra e non so, tra l'altro, se i figli di coloro che sono morti sono considerati orfani di guerra o no; è un problema che pure andrà studiato, a prescindere dall'argomento che oggi affrontiamo.
Credo sia necessaria un'azione nelle sedi proprie, l'Alleanza atlantica e le Nazioni Unite, le quali nei loro atti hanno già un documento del 1996 nel quale si parla della necessità di eliminare la produzione e la diffusione di armi di distruzione di massa e con effetti indiscriminati, in particolare le armi nucleari, le armi chimiche, il napalm, le bombe a frammentazione, le armi biologiche e le armi contenenti uranio impoverito.
Non si tratta di una richiesta esorbitante; qualcuno, con una speculazione di lega piuttosto bassa, ha sostenuto che abbiamo suscitato le ire degli americani che avrebbero chiuso l'ambasciata per questo motivo. Ciò fa parte, a mio avviso, della cronaca macabra, ma umoristica, di fine d'anno.
Questi sono problemi seri, venuti a conoscenza dell'opinione pubblica; abbiamo dunque la necessità - e il Ministro se ne è dato carico - sia di evitare qualunque momento di panico e di disorientamento all'interno delle Forze armate sia di adottare un'azione politica.
E poi, vorrei anche aggiungere una considerazione. In Commissione esteri, qualche settimana fa, abbiamo ricevuto la dirigente dell'agenzia dell'ONU per i rifugiati, che veniva in visita di congedo. Le abbiamo posto il quesito: i serbi che sono stati cacciati dalle loro terre, nel momento del conflitto in Bosnia, nella Kraijna e nella parte della Slavonia, sono rientrati o non sono rientrati? Purtroppo - ci ha detto - l'accordo di Dayton in questo non si è potuto realizzare. Nel Kosovo certamente non c'è più il signor Milosevic che fa operazioni di persecuzione nei confronti degli albanesi, però i serbi dove sono? La grandissima parte è andata via e per una parte non piccola sono stati uccisi.
Non vorrei rifarmi a una frase che suscitò tante polemiche a suo tempo, quella di Benedetto XV sulla "inutile strage", però dinanzi a una situazione di difficile convivenza etnica, se la convivenza è appoggiata solo sulla presenza di truppe, certo transitoriamente è un bene, ma non può essere una soluzione di carattere definitivo. Le soluzioni, posto che si trovino, vanno ricercate altrove.
Ritengo che dobbiamo ringraziare il Ministro per averci fatto questa relazione e dobbiamo mettere a carico suo e del Ministro degli esteri anche la necessità di non demordere, di non fare come qualche volta facciamo, che i problemi ci emozionano per un certo tempo, ci interessano, poi uno strano cancellino li toglie dalla lavagna e ci dedichiamo ad altri argomenti. Su questo non credo che dovrebbe esserci consenso; certamente non ci sarà mai da parte mia. (Applausi dai Gruppi PPI, DS, UDEUR e Misto-CR e dei senatori Gubert, Lorenzi e Vertone Grimaldi. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà.
MARINO. Signor Presidente, condividiamo l'esigenza di rispondere alle legittime preoccupazioni di tanta parte dell'opinione pubblica, militare e civile, come ha detto il ministro Mattarella. Certamente non si deve creare confusione, ma occorre fare chiarezza definitiva su come e dove siano stati usati i proiettili, con quali conseguenze per la salute, con quali conseguenze letali (dopo le morti sospette a causa dell'uranio impoverito), su quali patologie sono insorte per l'esposizione alle radiazioni, sui rischi potenziali e futuri.
A noi oggi spetta anche di esprimere il giudizio sulle iniziative assunte dal Governo, in primo luogo per quanto riguarda la commissione medico-scientifica e le richieste rivolte al comitato politico della NATO e al Consiglio atlantico.
Debbo dire subito che noi Comunisti Italiani non possiamo non apprezzare la decisione di istituire una commissione di esperti che ha un mandato aperto - ha detto il ministro Mattarella - e accesso a tutte le fonti disponibili, per fare piena luce sulle morti per leucemia avvenute, sui rischi di contaminazione, e per esaminare tutti gli altri aspetti connessi. Chiediamo che le indagini della commissione si riferiscano anche ai civili volontari impiegati in Bosnia-Erzegovina, così come mi pare abbia annunciato lo stesso ministro Mattarella.
Vi è poi una questione su cui occorre svolgere un approfondimento serio: quella delle popolazioni civili della Bosnia. Occorre un'iniziativa a tutti i livelli, internazionale ed europeo, affinché le popolazioni civili della Bosnia siano sottoposte a rigorosi controlli sanitari e si provveda con interventi finanziari internazionali a eliminare l'inquinamento che è stato loro procurato.
Sono a conoscenza di un'iniziativa europea, a livello di Commissione per la politica e sicurezza dell'Unione europea, che sta affrontando il problema dell'inquinamento ambientale e della salute della popolazione dei Balcani. Occorre che il nostro Governo dia tutto l'aiuto indispensabile a queste strutture internazionali.
Non possiamo altresì non apprezzare l'iniziativa della moratoria, che è stata sostenuta prima dalla Germania e poi da altri Governi, anche se si registrano difficoltà da parte degli Stati Uniti d'America e dell'Inghilterra, che in sostanza sono i Paesi che producono questo tipo di armamenti.
Non si tratta di antimericanismo, come qualcuno ha scritto nelle cronache umoristiche di fine anno a cui accennava il senatore Andreotti, perché tutti i Paesi, esclusi i due prima citati, hanno sostenuto la richiesta italiana della moratoria. È un fatto importante che non si può non apprezzare. È chiaro che, se dovessero essere accertati i gravissimi rischi e la pericolosità delle radiazioni, lo sbocco non potrebbe che essere quello della messa al bando, con conseguente distruzione di tutti gli stock accumulati.
È stato già ricordato l'ordine del giorno De Zulueta del 27 luglio 1999. Mi si permetta di ricordare altresì che, nella seduta dell'8 marzo 2000, l'allora sottosegretario di Stato alla difesa Guerrini, in risposta all'interrogazione del senatore Russo Spena non sui proiettili all'uranio impoverito bensì sulle mine antiuomo, dava le pubbliche informazioni sull'uso e sul numero dei proiettili utilizzati dalla NATO e sui luoghi interessati dalle radiazioni sprigionate dai proiettili. Allora apprendemmo che le Forze armate italiane non avevano, non hanno e non avranno in dotazione questo tipo di armamenti.
Noi riteniamo che l'Italia debba essere all'avanguardia nell'iniziativa a tutti i livelli, una volta accertati i rischi, per bandire questo tipo di armamenti, tanto più - è stato già ricordato - che c'è una esplicita risoluzione dell'ONU del dicembre 1997 per l'urgente messa al bando di tutte le armi nucleari e radioattive.
L'Italia, nei giorni terribili della guerra, è stato il Paese - come è stato riconosciuto anche dalla stessa Jugoslavia - che più di altri ha operato per una soluzione negoziata e per porre fine alla guerra. È stato il primo Paese a denunciare i rischi per la salute di quanti, civili e militari, si siano trovati o si trovino in quelle zone balcaniche. L'Italia deve essere in prima linea nell'attuare la bonifica di risanamento ambientale delle aree colpite.
L'intervento in Jugoslavia fu definito un'operazione umanitaria. Qualcuno ha ironizzato sul fatto che l'Italia rivolge istanze a se stessa in quanto membro della NATO. Il problema vero è come stare in un'alleanza, come stare in un condominio, come partecipare alle decisioni.
Io credo che il nostro Governo si sia mosso nel senso giusto. Non vi è nulla di perenne al mondo. Abbiamo chiesto la moratoria e arriveremo anche al bando di queste armi. Certamente, è molto importante come operare all'interno di questa alleanza perché si costruisca, in un processo sicuramente lungo e difficile, un'Europa politica, non più solamente monetaria, che sappia darsi una propria politica di difesa ed un'autonoma forza militare, al fine di non essere costretta a subire condizionamenti e altrui scelte nella propria area geografica.
Non esistono alternative a questo processo lungo e difficile. (Applausi dai Gruppi Misto-Com e DS. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lorenzi. Ne ha facoltà.
*LORENZI. Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli senatori, voglio subito esprimere un apprezzamento per quanto riferito lungamente e dettagliatamente dal ministro Mattarella in merito al problema dell'uranio impoverito. In particolare apprezzo il suo messaggio chiaro al Parlamento e al Paese, messaggio in cui è stato detto esplicitamente: "nessun collegamento".
Ringrazio il Ministro per questa affermazione forte, che condivido, suffragata da tanti testi giornalistici. In questo grande rumore di fondo che stiamo ascoltando, accanto alla campana più forte ce ne sono altre che però si fanno sentire di meno. Leggo alcuni titoli: "I legali di Carbonaro: colpa del benzene", "Rugova: una regia per screditare gli Alleati - Niente radiazioni - Gli italiani a Pec: non c'è pericolo", "Greenpeace: è il benzene a provocare quelle morti. Conclusione di un team di scienziati", "Toccava ai capi militari raccomandare prudenza", afferma il generale Wesley Clark, che aggiunge: "I Paesi alleati hanno ricevuto le mappe del Kosovo con i luoghi a rischio: in questi Paesi bisogna mandare gente bene addestrata". Altro titolo: "Non provoca la leucemia - Esperti dell'OMS escludono legami del male con l'uranio - L'Organizzazione mondiale della sanità: rischi solo se inalato in dosi massicce". E ancora, l'ematologo militare, il colonnello Rossetti del Celio di Roma, afferma: "Ma non c'è prova che sia stato l'uranio - Non ho riscontrato finora alcun incremento dei casi di leucemia o linfoma tra i soldati che sono tornati dalle missioni in ex Jugoslavia".
E' importante affiancare questo tipo di discorso all'altro, che naturalmente sembra avere l'eco maggiore in questo momento perché l'arma del discredito contro istituzioni come la NATO non può essere lanciata senza proferire parola. Questo è quello che si fa anche contro una personalità: quando non si riesce a batterla e a fermarla, si ricorre anche alle calunnie e al discredito.
Si dà il caso che di fronte a questo gravissimo problema non dobbiamo e non possiamo porci in termini di cecità. Vorrei riferire quanto ho udito proferire da un fisico dell'ENEA proprio ieri in un'intervista al Tg3; si tratta di un esperto, specializzato in materia, il quale ha affermato che la contaminazione chimica ha avuto in alcuni casi effetti molto gravi. Se non erro, egli ha riportato delle cifre relative a un'incidenza di tumori di origine chimica nella popolazione di determinati siti pari a cinque volte quella della situazione che si registrava nel periodo precedente alla guerra nella ex Jugoslavia. Questo si sarebbe verificato a seguito di bombardamenti vari di depositi di sostanze chimiche tossiche, liberatesi quindi in conseguenza di questi eventi; si tratta di sostanze come il benzene, l'ammoniaca, la diossina, di metalli pesanti e di altri prodotti cancerogeni. A tale lista possiamo aggiungere anche i vaccini.
Il fisico ha anche detto che se di radiazioni si tratta è necessario comunque muoversi con cautela nell'attribuire la responsabilità all'uranio impoverito e che piuttosto bisogna risalire ad altri elementi e, in particolare, riscontrare eventualmente la presenza di plutonio per risalire alle radiazioni registrate.
Certamente, in un rumore di fondo così alto relativo alla contaminazione chimica è necessario discriminare la responsabilità di incidenza e di contaminazione nucleare. Infatti, la statistica derivante dalle rilevazioni sulle malattie del sangue nella popolazione civile della città di Pristina sembra essere assolutamente invariata negli ultimi cinque anni. Ricordo ancora che esistono sostanze chimiche estremamente pericolose per certi aspetti ma inoffensive per altri; ad esempio, il piombo è assolutamente innocuo se utilizzato con tutte le cautele del caso.
Di fronte ad un problema così grave dobbiamo assolutamente prendere atto che se moratorie devono esserci, devono essere adottate contro tutti i pericoli per la nostra salute che provengono sia dal versante chimico sia da quello nucleare e batteriologico, o ancora dalla proliferazione della guerra e da chi è in grado di farla veramente proliferare.
Esiste però anche il nostro dovere istituzionale di lealtà verso un organismo importante e fondamentale come la NATO, della quale facciamo parte e nella quale ci ritroviamo e ci riconosciamo. Ricordiamoci che nel momento in cui critichiamo questa istituzione non facciamo altro che criticare noi stessi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Onofrio. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO. Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, le questioni al nostro esame sono state indicate dal ministro Mattarella sia sotto l'aspetto scientifico di accertamento delle patologie subite da taluni soldati italiani (e non solo italiani) nel teatro della Bosnia e del Kosovo, sia sotto l'aspetto delle iniziative politiche che il Governo italiano ha assunto, sta assumendo o intende assumere.
Il Gruppo al quale appartengo condivide in pieno l'esigenza di accertamento della verità, che sembra essere diventato un punto comune all'interno del nostro Paese, all'interno dell'Alleanza atlantica e anche ad altri Paesi europei.
E' evidente che l'accertamento della verità rappresenta, in questo momento, un approdo fondamentale di sicurezza e di libertà da parte dei soldati e dei volontari italiani (e non soltanto italiani) e da questo punto di vista non costituisce motivo di posizioni nazionalistiche all'interno del contesto internazionale.
Devo però rilevare come l'accertamento della verità non possa essere affidato soltanto a talune iniziative - magari importanti dal punto di vista scientifico - come quelle indicate dal ministro Mattarella. Probabilmente il Governo non poteva esprimersi nella sua qualità in questo senso, ma come esponente del Parlamento vorrei che su questo punto si registrasse un'intesa generale al fine di costituire una Commissione bicamerale d'inchiesta che possa avere il suo punto di approdo nell'accertamento della verità complessiva.
Non ritengo, infatti, che questa materia possa essere trattata disgiuntamente dai due rami del Parlamento, così come non ritengo sufficiente, ai fini dell'accertamento della verità, l'esercizio dei poteri di indagine conoscitiva, perché essi sono molto limitati all'interno dei rapporti tra Parlamento e soggetti esterni. La vicenda non riguarda soltanto il Governo, perché mai come in questo caso essa coinvolge l'amministrazione pubblica, quella militare e le conoscenze scientifiche.
Desidererei, pertanto, che il contesto dell'inchiesta parlamentare costituisse una causa di tranquillità complessiva per i nostri militari, i volontari e le rispettive famiglie. Dico ciò in premessa in quanto non vorrei che da questo punto di vista si percepisse una diversa sensibilità nel Parlamento italiano in ordine all'accertamento della verità; faccio presente questo perché talvolta ci si è divisi, ma ne parlerò tra poco.
Ritengo che mentre ci si possa dividere in ordine a talune valutazioni politiche delle azioni di Governo, non lo si possa fare - in questo momento men che mai - in ordine all'accertamento della verità. E l'accertamento della verità dovrà consentire anche di valutare se talune delle considerazioni svolte dal senatore Andreotti sono percorribili nell'immediato o meno. Non si tratta, infatti, del bando generalizzato di qualunque tipo di arma, in qualunque parte del mondo. Sappiamo che se si fa la guerra ricorrendo all'uso delle armi tale uso può rappresentare anche un motivo di sofferenza particolare. Riteniamo però che non si possa fare ricorso a quelle armi in ordine alle quali si è realizzato un consenso generale sulla loro eccessiva potenzialità negativa rispetto all'obiettivo del raggiungimento della pace giusta che esse evidentemente devono poter assolvere.
Da questo punto di vista, mi sembra che la questione del divieto generalizzato di questo o quel tipo di arma vada valutato nell'ambito della congruità rispetto agli obiettivi che si intendono perseguire. Ma nel caso specifico la verità non tende ad accertare questo fatto - quello della congruità di questa o quell'arma rispetto agli obiettivi generali di un'azione bellica -, quanto piuttosto se vi è o meno connessione - come fino ad ora non è stato provato in nessuna sede, né internazionale né nazionale - tra l'uso dei proiettili ad uranio impoverito e la contrazione di patologie gravi tra le quali quelle della leucemia o di altre forme tumorali che hanno portato - come del resto è accaduto - anche alla morte di alcuni nostri soldati.
Le opinioni sono molto varie. L'opinione pubblica è frastornata e ricordo che in questa sede il 4 gennaio scorso, in occasione della presentazione del decreto-legge riguardante disposizioni urgenti in materia di usura, il Gruppo del CCD e quello dei Verdi (tramite il collega Semenzato) hanno chiesto che il Governo venisse a riferire al più presto al Senato sulla materia oggetto delle odierne comunicazioni rese dal Governo.
Noi non volevamo concorrere a quella sorta di orgia di dichiarazioni pubbliche che ingeneravano dubbi, incertezze e confusione nell'opinione pubblica e che davano la sensazione che si fosse in presenza di una volontà persino di manipolazione dei dati e della verità per fini politici che si potevano non condividere.
Sono, quindi, lieto che il vice presidente Fisichella - che ascoltò la richiesta che avanzai allora e che ha trasmesso al Presidente del Senato - e il presidente Mancino abbiano ottenuto dal Governo di venire il primo giorno possibile in Senato a riferire sulla vicenda. Questo lo dico a testimonianza del fatto che l'accertamento della verità sta a cuore al nostro Gruppo come punto assoluto di questa vicenda; non ci interessano altri diversi profili se sono affrontati a scapito dell'accertamento della verità. Per quanto ci riguarda, l'accertamento della verità prevale su qualunque altro problema.
Vengo quindi alla questione, per così dire, più immediatamente politico- militare: la richiesta che il Governo italiano ha avanzato in sede NATO circa una sospensione temporanea dell'uso di queste armi. Vengo anche a riferire la nostra opinione su un'altra questione, alla quale il Governo attraverso il Ministro della difesa non ha fatto riferimento ma che siamo convinti sia nella mente di entrambi. Non vi è alcun dubbio, a nostro giudizio, che la fine dello scontro NATO-Patto di Varsavia abbia comportato e comporti un modo profondamente diverso di considerare la partecipazione italiana all'interno dell'Alleanza atlantica, non più come fatto alternativo rispetto all'Impero sovietico ma come fatto che attiene alla possibilità di interventi, anche armati, che noi abbiamo sostenuto e sosteniamo nella convinzione che anche tale tipo di interventi possano concorrere a ripristinare la pace violata da guerre locali o a garantire le minoranze etniche qualora fossero oggetto di sopraffazione da parte di maggioranze etniche.
Vorrei precisare che il nuovo modo di intendere l'alleanza militare fa parte della sostanza della linea politica nazionale e internazionale del nostro Governo. Noi siamo preoccupati per aver visto riemergere nel contesto delle ultime settimane tentazioni da parte di settori della maggioranza di Governo, o estranei a quest'ultima, come è il caso di Rifondazione Comunista, che all'epoca non hanno gradito politicamente la partecipazione italiana agli interventi in Bosnia e in Kosovo e che avrebbero - per così dire - quasi utilizzato le vicende delle ultime settimane per ribadire che avevano ragione allora a non volere l'intervento militare italiano in Bosnia e nel Kosovo.
Noi eravamo favorevoli a questo intervento, lo abbiamo fatto anche sostenendo il Governo, che risultava privo di una maggioranza politica su tale punto in questo Parlamento, e per tale ragione abbiamo visto con preoccupazione l'intrecciarsi di considerazioni culturalmente anti-NATO con considerazioni di accertamento della verità.
Presidenza del vice presidente ROGNONI
(Segue D'ONOFRIO). Non siamo culturalmente "freddi", indifferenti, men che meno contro la NATO: siamo per una riconsiderazione del senso dell'alleanza politica una volta terminato lo scontro con l'Impero sovietico e la sua caduta, che riteniamo dovuta anche alla forza militare della NATO, se non - come taluni ritengono - soprattutto alla forza militare della NATO e degli Stati Uniti. Quindi, è evidente che, avendo conseguito il risultato strategico della sconfitta dell'Impero sovietico, riteniamo si possano considerare in modo anche diverso le questioni dell'uso delle armi, in modo anche più cauto di quanto non avvenisse prima; in modo comunque più pubblico, perché la trasparenza e la pubblicità possono non essere i metodi normali quando si è in presenza di un conflitto mondiale, come era quello della guerra civile nel corso degli anni precedenti, e possono diventare invece il modo normale di affrontare i temi militari quando non sono più in gioco gli interessi supremi della salvezza di questo o di quel Paese.
Vorremmo ribadire, da questo punto di vista, che abbiamo ritenuto preoccupante il fatto non della richiesta della moratoria in sé, perché ovviamente quando si parla di una questione concernente l'accertamento della verità gli strumenti possono essere i più vari. Abbiamo ritenuto e riteniamo di essere contrari a porre la moratoria in sede NATO in questo momento, in questa fase e con queste motivazioni, perché la richiesta italiana ha rappresentato e rappresenta l'indicazione a nostro giudizio negativa dell'incertezza sulla nostra partecipazione all'operazione militare in Kosovo e Bosnia; quindi, in un certo senso, con la moratoria si mette in discussione il fatto stesso della partecipazione a queste operazioni.
E' bene, quindi, che il Governo prenda atto del fatto che sulla ricerca delle verità ha il consenso generale del Parlamento, che si spinge anche oltre avanzando la richiesta dell'istituzione di una Commissione bicamerale d'inchiesta sui fatti in questione.
Ebbene, se il Governo tace perché istituzionalmente non può esprimere un'opinione, chiediamo ai colleghi che lo sostengono di esprimersi - come ci auguriamo facciano - a favore dell'istituzione di tale Commissione d'inchiesta al fine dell'accertamento della verità, perché questo è un fatto che non può vederci su posizioni contrastanti! Invece, non abbiamo ritenuto comprensibile o scindibile la richiesta di moratoria dalla situazione di indefinita presenza degli schieramenti politici a sostegno del Governo in ordine all'intervento militare.
Abbiamo preso atto che il Ministro della difesa non pone in discussione l'intervento di allora e afferma che non vi è alcuna consequenzialità tra le incertezze di parte della maggioranza del 1998, 1999 e 2000, gli interventi militari e la richiesta di moratoria. Prendiamo atto che questa è la posizione di una parte della maggioranza che, per la sua stessa compattezza, ha portato oggi il Governo su posizioni che qualche anno fa lo avevano indotto, invece, a ritenere l'intervento militare doveroso dal punto di vista del ripristino della pace.
Al termine di questo dibattito, ascoltati con molta attenzione tutti gli interventi sin qui svolti, riteniamo opportuno esprimere - se necessario - un orientamento che possa far comprendere come, da un lato, l'accertamento della verità non divide ma, dall'altro, la richiesta di moratoria può aver diviso e divide. (Applausi dai Gruppi CCD, FI e AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pianetta. Ne ha facoltà per cinque minuti.
PIANETTA. Signor Presidente, signor Ministro, voglio innanzi tutto sottolineare e ribadire con grande forza che è fondamentale e necessaria la salvaguardia della salute dei nostri militari, dei nostri volontari e della popolazione civile che si sono prodigati in queste missioni.
Diventa fondamentale - e mi rivolgo al Governo - mettere in atto tempestivamente tutte le modalità di prevenzione attraverso una corretta informazione nei confronti sia dei militari sia di tutto il personale civile intervenuto.
Tutto questo è stato fatto? Ed è stato fatto sulla base delle informazioni di cui il Governo disponeva? Credo che non si sia agito tempestivamente, con quella necessaria capacità atta a prevenire e oggi a mettere in movimento tutte le forme di assistenza sanitaria e sociale che i diretti interessati e le loro famiglie si aspettano con attenzione, determinazione, volontà, puntualità e tempestività.
Tutto questo non è oggetto di quell'attenzione e di quella capacità organizzativa che ci aspettiamo e che ci aspetteremmo, al di là delle polemiche, delle strumentalizzazioni e di quant'altro, che interessano poco ma che devono invece essere oggetto - ripeto - di puntualità nei confronti di chi si è dedicato a missioni così importanti volte alla salvaguardia della pace e della stabilità.
Il primo punto che voglio sottolineare con molta forza è proprio questo: la necessità di mettere in atto l'assistenza sanitaria e sociale nei confronti di chi è colpito da patologie che possono derivare dalla situazione ambientale ampia nei Balcani, in Bosnia e in Kosovo, determinata dai munizionamenti all'uranio impoverito di cui stiamo discutendo, ma probabilmente anche da altri elementi.
Dunque, questo è il punto: il Governo era a conoscenza dell'impiego del munizionamento all'uranio impoverito e del contesto ambientale nel quale si muovevano le nostre truppe, i nostri volontari in terra balcanica e non ha fatto adeguatamente, non ha fatto quello che invece oggi, ad esempio, ha voluto proporre, come concetto moratorio.
Allora mi permetta, signor Ministro, di esprimere la forte sensazione - non lo dico in termini polemici - che tutto ciò derivi da una forma di strumentalizzazione, da una forma di poca attenzione che doveva essere messa in atto con più puntualità, con più capacità e con più tempestività; infatti, questi atteggiamenti e queste modalità sono conseguenti ad una situazione attuale, mentre, ripeto, il Governo era stato informato con molto anticipo e nulla ha fatto da questo punto di vista.
Il Ministro poi ha riferito che non c'è contrapposizione tra la NATO e l'Italia. Noi riteniamo che la NATO sia pilastro insostituibile di democrazia, di libertà, di sicurezza, di pace e allora constato che la maggioranza che sostiene l'attuale Governo non è omogenea su questo punto, che, signor Ministro, è punto qualificante di politica estera. Infatti, quando forze che appartengono alla maggioranza che sostiene questo Governo affermano in termini molto espliciti ed inequivocabili che la NATO è inaffidabile, ebbene, signor Ministro, esprimono un'affermazione grave di politica estera, un'affermazione che mette in evidenza l'eterogeneità, la contrapposizione e la spaccatura della maggioranza su questo punto così qualificante, così preciso, così "elemento" della storia del nostro Paese in questi ultimi cinquant'anni.
Signor Ministro, questo è un punto - lo ripeto - qualificante sul quale non si può far finta di niente; non si può dimenticare che c'è, appunto, questa contrapposizione, questa spaccatura che in qualche modo poi coinvolge e innesca un processo di perplessità, un processo negativo, un processo di contrapposizione su un punto che, come ho detto poc'anzi, è estremamente qualificante e determinante per la storia del nostro Paese e per la garanzia di libertà, sicurezza e pace.
Signor Ministro, questo è un elemento che, ripeto, non può essere disatteso e lei e il suo Governo ne dovete prendere atto con decisione e con determinazione.
PRESIDENTE. Si avvii a concludere, senatore Pianetta.
PIANETTA. Sì, signor Presidente, mi avvio a concludere.
Noi abbiamo presentato una risoluzione che impegna il Governo ad adottare tutte quelle misure sociali e sanitarie nei riguardi del personale civile e militare colpito da patologie correlabili alla contaminazione ambientale, a predisporre e ad attuare immediatamente idonee misure appunto per questo personale; inoltre, vogliamo ribadire con forza, con determinazione e senza equivoci il nostro sostegno alla NATO come pilastro insostituibile di libertà, sicurezza e pace. Oltre a ciò, la Casa delle libertà si impegna a definire, d'intesa con tutti i suoi componenti, un ordine del giorno che ribadirà questi punti.
Questo è un elemento politico che caratterizza l'omogeneità, la coesione della Casa delle libertà, quale forza che vede nella NATO un punto di riferimento fondamentale e imprescindibile per la sicurezza, la libertà e la democrazia del nostro Paese. La ringrazio, signor Presidente. (Applausi dai Gruppi FI e AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Servello. Ne ha facoltà.
SERVELLO. Onorevole Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, ho ascoltato con interesse le comunicazioni del ministro Mattarella e mi sembrano un po' sotto tono, forse un po' impoverite dalla realtà politica che noi viviamo e nella quale sta navigando, tra tanti flutti, il Governo della nostra Repubblica.
Mi pare di poter dire che siamo passati dalla sindrome dei Balcani ad una sindrome atlantica. Il caso drammatico posto dalle munizioni ad uranio impoverito impiegate dalle Forze della NATO, particolarmente quelle americane, nei Balcani, ripropone una non edificante storia italiana dei nostri tempi. Alla molteplicità dei problemi emersi in relazione alle armi a base di UD, il Governo dà alle conclusioni una risposta sconcertante: chiede all'Alleanza atlantica di decidere una moratoria sull'uso di queste armi nell'attesa di chiarire i limiti della loro pericolosità. È in contraddizione con se stesso, onorevole Ministro, quando poi osserva che attualmente, non essendovi su nessun territorio, su nessuna regione, dei conflitti in essere, sospendere o non sospendere l'uso di questo tipo di armi non cambia assolutamente la realtà.
D'altronde, le risposte che sono venute da Bruxelles come da altre capitali danno la misura di come quanto meno intempestivo sia questo passo diretto a stornare l'attenzione dal nocciolo della questione. E ciò perché il Governo ha affrontato con ritardo, leggerezza e scarsa informazione un problema i cui termini drammatici si erano posti ancor prima che si avesse notizia della morte di alcuni nostri soldati che avevano prestato servizio nei Balcani.
Già il concetto stesso della moratoria nelle presenti circostanze è abbastanza paradossale. Non è in atto alcun conflitto, ripeto, che veda l'impiego di queste armi e che a vario titolo possa compromettere i nostri soldati. È pensabile che gli Stati Uniti decidano, sulla base di una nostra richiesta, di non tener conto delle risultanze scientifiche di cui, a torto o a ragione, si fanno forte e decidano di togliere, sia pure momentaneamente, dal loro arsenale le munizioni a base di UD? E cosa dovrebbero fare con gli altri sistemi d'arma, dagli elicotteri ai carri armati, ai missili di crociera che utilizzano questo metallo? È pensabile che altrettanto facciano Gran Bretagna e Francia, che dispongono a loro volta di armi similari?
Nell'avanzare questa richiesta in sede atlantica, il Governo italiano non solo sapeva perfettamente che sarebbe stata respinta, ma che si scontrava contro il principio dell'unanimità decisionale. Le ragioni di questo passo non hanno origini a Sarajevo o a Pristina, ma a Roma. Dinanzi alla sortita dei comunisti di Cossutta, in piena sintonia con Rifondazione Comunista, che chiedono il ritiro dei nostri soldati dai Balcani e la fine della "anacronistica" NATO, il Governo assume di toni dell'inquisitore dell'Alleanza atlantica, cercando qualche supporto di facciata, motivato più da ragioni di "solidarietà familiare", in senso politico, che non da una convinta adesione alle nostre tesi.
Così facendo, il Governo che cosa ha ottenuto? Di far salvare la faccia ai suoi sostenitori di sinistra interni e di periferia, ma di farla perdere al nostro Paese.
Il caso di cui stiamo parlando ripropone, infatti, ancora una volta - e lo stesso ministro Mattarella ha avuto l’onestà di riconoscerlo - la questione della nostra politica estera e di difesa. Non esiste, allo stato delle cose, una maggioranza di Governo concorde su questi due temi essenziali. Questo è il nodo politico che non viene sciolto e che ad ogni appuntamento critico diventa sempre più stretto. Se la questione dell'impiego delle armi ad uranio impoverito, sulla quale avremo modo di soffermarci, rappresenta un caso che evidenzia ritardi, leggerezze e disinformazione, la questione politica centrale è questa: l’attuale maggioranza non esprime una volontà unitaria sulle scelte di politica estera e di sicurezza e non si tratta certo di scelte secondarie, come lei sa, onorevole Ministro.
Abbiamo così assistito ad un balletto (qualche esponente, non di secondo piano, della maggioranza questa mattina lo definiva, in un colloquio privato, una commedia) non molto esaltante: riaffermazioni dell’insostituibilità della NATO contrapposte a quelle del suo superamento storico e politico, con il finale di scaricare sull’Alleanza il tutto; da qui il susseguirsi di contraddizioni e di smentite, sulle mappe dei siti colpiti dalle armi UD, che l’Alleanza non ci avrebbe fornito o lo avrebbe fatto in modo incompleto, sulla mancanza di informazioni e sui pericoli di armi già impiegate dall’esercito americano da un decennio, per finire con la trovata della moratoria.
Noi non diamo per scontato, onorevoli colleghi, in attesa delle conclusioni delle commissioni ad hoc, che le armi ad uranio impoverito hanno degli effetti postumi che possono arrecare gravi danni alla salute delle persone, civili e militari, e che le sei morti di soldati che hanno prestato servizi nei Balcani debbano necessariamente ricondursi a questa loro esperienza. Quel che noi sosteniamo è che da parte del Governo, di questo e di quelli che lo hanno preceduto, ci sono state omissioni nella valutazione del problema, ritardi nell’informazione, confusione e contraddizioni nelle spiegazioni e nei provvedimenti.
Già nel febbraio scorso, cioè un anno fa, il problema si era posto e più recentemente, a settembre, la stampa nazionale aveva affrontato il caso soffermandosi ampiamente sui pericoli, reali o presunti, delle munizioni all’uranio. Se è vero che ancora certezze scientifiche non sono state raggiunte, vedremo quali saranno quelle di casa nostra. Tuttavia, il minimo che si possa dire è che la questione non è affatto chiara è che sospetti e dubbi sono più che leciti.
Noi non chiudiamo gli occhi ipocritamente sulla realtà di una guerra. Non crediamo alle guerre umanitarie, né a quelle che hanno la pretesa di essere giuste, né che le nuove tecnologie, che tendono a ridurre i tempi del confronto risparmiando al massimo il prezzo che possono pagare gli amici, abbiano finalità umanitarie. Il fatto che noi si sia politicamente e moralmente d’accordo nel rispetto dei patti sottoscritti e delle alleanze scelte, il fatto che noi non abbiamo esitato, dall’Eufrate al Danubio, a sostenere l’impegno militare dei nostri alleati, ebbene tutto questo non ci ha impedito e non ci impedisce di dare una valutazione critica degli avvenimenti.
Noi sappiamo che i deserti d’Arabia sono stati un eccezionale ed enorme poligono di tiro, grazie al quale si sono svuotati vecchi arsenali e sperimentate nuove armi. Nei Balcani, dopo una guerra che ci ha trovato solidali nell’impegno ma con qualche dubbio sul come ci siamo arrivati, 40.000 proiettili all’uranio per colpire qualche decina di cannoni e qualche centinaio di carri obiettivamente sono troppi.
Quindi, crediamo di avere le carte in regola, non essendo afflitti dalla sindrome atlantica, per poter affrontare questo caso con franchezza e onestà, sia nei confronti della NATO che delle nostre istituzioni militari. Non crediamo che da parte dei nostri alleati e dei nostri comandi ci potesse essere una stupida volontà autolesionista. Nei tempi in cui viviamo e in cui si afferma la dottrina di una guerra a "zero morti", nessun generale può pensare di agire con una leggerezza tale da provocare morti in tempo di pace. Il fatto è che la guerra, ma anche i postumi di essa, comporta livelli di rischio che non sempre vengono valutati nella loro interezza.
Nel caso specifico evidentemente non ha funzionato il meccanismo di consultazione interalleato. La sicurezza americana, ostentata ancora in questi giorni, ha contribuito forse a far abbassare la guardia. Comunque, la diversità tra le due situazioni, quella in Bosnia e quella nel Kosovo, si spiega con il diverso impiego dei nostri contingenti.
Né va sottovalutato un fatto psicologico strisciante: i condizionamenti che le istituzioni militari del nostro Paese hanno di fronte ad una realtà politica interna contraddittoria e complicata che, come si è visto, ostacola spesso l'impiego delle nostre Forze armate, sia pure in missioni di pace.
E' giusto chiedere ai tecnici, in questo caso ai militari, risposte esaurienti sulle condizioni d'impiego dei soldati, sui rischi sui campi di battaglia, sui pericoli delle nuove armi, sulle misure adottate per ridurre le minacce.
Questo però non giustifica la latitanza delle autorità politiche e la loro incapacità ad affrontare un problema come quello che stiamo dibattendo.
Ci sono stati a disposizione tempi, segnali e documentazioni per approfondire il problema con tempestività e serietà. Al di là delle notizie di stampa, che certo non sono mancate, come ricordava il Ministro, dove sono finiti dossier dei servizi di informazione e analisi dei centri di ricerca internazionali? Nel macero?
C'è stata un imperdonabile leggerezza, onorevole ministro Mattarella, cui si è cercato tardivamente rimedio, ma la situazione disperata in cui si dibatte la maggioranza ha finito con l'aggravare la situazione. Abbiamo così scaricato sulla NATO, che pure ha le sue quote di responsabilità, un problema che doveva essere affrontato prioritariamente in sede nazionale. C'erano, onorevole Ministro, tutte le condizioni per farlo.
La colpa, a ben vedere, – che novità! – è del solito nostro potente alleato d'oltreoceano che ci tiene all'oscuro delle sue nefaste sperimentazioni belliche!
Il caso di cui stiamo parlando offre, comunque, onorevoli colleghi, l'opportunità per un riequilibrio del rapporto in seno alla NATO. Non è pensabile che gli europei lascino sugli americani, ora che è finita la guerra fredda, il peso maggioritario della propria sicurezza. Dalla logistica al trasporto aereo, dalle armi d'avanguardia all'intelligence, l'Europa si affida agli Stati Uniti e ai loro arsenali. Non vuole spendere di più per la sua sicurezza. Al rallentatore sta cercando di mettere a punto una forza di intervento che certamente non deve essere indipendente dalla NATO ma, come suggeriscono i francesi, un minimo di autonomia dovrà pure averla. Con la nuova presidenza americana di George Bush si offre l'opportunità di riequilibrare questo rapporto e quindi di incidere sul processo decisionale. Finiranno così gli alibi tipo uranio impoverito.
Per la parte che ci riguarda come nazione, noi potremo contribuire a questo processo nella misura in cui esprimeremo una politica estera e di sicurezza coerente e credibile. In caso contrario, apprenderemo dai giornali che gli organi di sicurezza americani hanno deciso di chiudere l'ambasciata a Roma per la minaccia di un attentato. E' raro, onorevoli colleghi, che un Paese subisca un affronto del genere. Non ci consola che Clinton, ormai con le valigie fuori dalla Casa Bianca, in ricordo dell'ospitalità fiorentina, abbia cercato di rimediare alla scelta realistica dell'intelligence con un'ipocrita attestato di stima e di collaborazione.
Onorevole Ministro, queste dichiarazioni, ad affronto avvenuto, offendono il nostro Paese: di qui la richiesta di un cambiamento della guida politica, soprattutto della politica estera e di sicurezza, del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi AN e FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Benedetto. Ne ha facoltà.
DI BENEDETTO. Signor Ministro, le dettagliate informazioni che ci ha fornito questa mattina testimoniano l'impegno profuso da lei e dai suoi Sottosegretari nell'affrontare la questione relativa all'utilizzo di munizioni ad uranio impoverito durante i vari conflitti nei Balcani; vicenda esplosa all'attenzione prima di tutti noi, poi dell'Europa e, infine, di tutto il mondo, per le denunce dei tragici eventi che hanno colpito alcuni nostri militari presenti in quelle missioni, ai quali oggi è stata purtroppo riscontrata quella devastante malattia denominata leucemia.
Siamo tutti alla spasmodica ricerca della verità: se vi è o no un legame tra le sofferenze patite dai nostri militari e l'utilizzo di materiale radioattivo. Non so se la soluzione si troverà mai in un dibattito parlamentare, per quanto approfondito, in Aula o in sede di Commissione d'inchiesta, senza essere in possesso delle risultanze che emergeranno dall'indagine che lei, signor Ministro, ha così opportunamente avviato con la nomina della commissione di esperti presieduta dal professor Mandelli.
Sono convinto che la questione è scientifica e non emotiva, né tanto meno politica. Per questo motivo tutti noi dobbiamo accantonare inutili isterismi o assurde posizioni riduttive, operando non solo con la massima trasparenza, rapidità e incisività, ma soprattutto con grande senso di responsabilità e in perfetta buona fede. Non c'è da meravigliarsi o adombrarsi del dibattito a volte molto acceso sui mass-media, né tanto meno del confronto, spesso anche aspro, tra le forze politiche: a patto che tutto ciò sia sinceramente finalizzato alla ricerca delle vere cause del problema e non invece a spregevoli strumentalizzazioni elettorali che hanno ben poco in comune con gli interessi dei nostri militari, degli operatori del volontariato e delle popolazioni dei Balcani.
Non mi convincono però alcuni sommari inviti, un po' troppo affrettati e sopra le righe, provenienti da autorevoli esponenti della NATO, che tendevano a evitare l'incrinarsi dei rapporti all'interno dell'Alleanza o che l'Italia facesse qualche brutta figura. L'obiettivo di tutte le nostre riflessioni non può che essere quello di stabilire con esattezza lo stato delle cose, con la sicurezza di riuscire a centrare l'identificazione di un percorso storico, che non può avere punti oscuri per la massima istituzione democratica, il Parlamento che, fra gli altri compiti, ha quello di garantire l'efficacia delle scelte che interessano l'intera nazione e la salvaguardia del bene comune e della salute di tutti - ripeto tutti - i cittadini.
Posso testimoniare, senza tema di smentita, - e lei lo sa, signor Ministro - che nella Commissione difesa del Senato, che ho l'onore di presiedere, tutti i componenti si sono sempre prodigati in tal senso, lavorando sempre più per il bene comune che per gli interessi di parte o di partito. Nell'autunno dello scorso anno, quando si iniziavano a riscontrare casi di tumore per alcuni nostri militari, la Commissione deliberò di recarsi in Bosnia per rendersi conto dello stato delle cose e per conoscere dalla viva voce dei nostri responsabili in teatro quale fosse la vera situazione.
Sembra incredibile, signor Ministro, ma in quella occasione fummo rassicurati da autorevoli fonti militari che in Bosnia non furono utilizzate munizioni all'uranio impoverito e che quindi non esistevano problemi di contaminazione. Il fatto si commenta da solo e quindi non mi soffermo oltre sulla sua eccezionale gravità; ma mi rendo conto - è nei fatti - che a lei, signor Ministro, non si possono addebitare responsabilità per quanto accaduto cinque anni e sei Governi fa. Infatti è evidente che il buco di comunicazione e di informazioni risale a quei periodi: non è di oggi.
Ma una cosa è certa: non possiamo avere due verità su alcune domande essenziali. La NATO sapeva? C'è chi dice che non era tenuta a sapere quali munizioni venivano utilizzate dai contingenti dei vari Stati; altri dicono che sarebbe stato sufficiente chiedere per sapere. Eppure parliamo di proiettili che, seppur non messi al bando e rientranti oggi tra le munizioni convenzionali, sono stati da sempre al centro di vivaci e intensi dibattiti sulla loro potenziale pericolosità, come ricordava il senatore Andreotti.
Se la NATO sapeva, ha informato o no i nostri vertici militari circa l'utilizzo di queste munizioni? Anche qui c'è chi dice che sì, la NATO informò l'Italia; altri invece affermano che non vi era necessità di informare l'Italia, perché i nostri esponenti avrebbero dovuto sapere, essendo nella routine, che determinati aerei, gli A-10, usavano le munizioni all'uranio impoverito alternativamente ad altri tipi di munizioni traccianti o incendiarie.
Presidenza del vice presidente FISICHELLA
(Segue DI BENEDETTO). Infine, quale dei nostri vertici all'epoca era informato e non ha riferito correttamente?
Signor Ministro, dobbiamo dare risposte certe a queste domande. Ciò significa individuare le responsabilità per rafforzare sempre di più gli stretti rapporti tra gli alleati. Altro che mettere in discussione la presenza dell'Italia nell'Alleanza, nella quale abbiamo sempre creduto e crediamo tuttora. Non è più il tempo per prese di posizioni strumentali e velleitarie che rischiano di essere di sola e pura testimonianza. Il problema è quale contenuto dare ai protocolli della Nato, fissando regole certe nello scambio tra i Paesi alleati e superando la condizione paradossale in cui ciascun Governo è autorizzato a decidere autonomamente sull'uso delle armi e munizioni da impiegare in azioni comuni.
Signor Ministro, è facile affermare che si può fare sempre di più e meglio. Tuttavia, credo che l'atteggiamento serio e responsabile del Governo e suo personale sia non solo da condividere ma anche da sostenere, per arrivare alla verità su tutta la vicenda e per accertare definitivamente se l'utilizzo dell'uranio impoverito nelle munizioni possa creare contaminazione, causando patologie terribili tra i militari ed i civili che vengono con esso in contatto in qualunque modo.
Per questo motivo, sono veramente deluso della posizione soprattutto degli Stati Uniti d'America e dell'Inghilterra, posizione che impedirà – non so se la decisione è stata già presa, ma credo che in ogni caso verrà adottata questa mattina – alla Nato di accettare la proposta seria del Governo italiano, sostenuta anche dal Governo tedesco, di sospendere l'utilizzo delle munizioni all'uranio impoverito sino a quando non saranno disponibili dati certi sulla connessione tra l'utilizzo di tali munizioni e la salute dei militari.
Da parte mia, signor Ministro, proporrò alla Commissione difesa di avviare immediatamente un'indagine conoscitiva sull'utilizzo di munizioni all'uranio impoverito da parte della Nato nelle vicende belliche nei Balcani, sul livello di conoscenza da parte italiana di tale utilizzo e sulle misure adottate dalle Forze armate italiane per prevenire eventuali rischi alla salute connessi a tale impiego.
In conclusione, signor Ministro, desidero ancora una volta rivolgere un pensiero grato a tutti i nostri militari presenti nei Balcani, i quali continuano a lavorare, nonostante tutto, con impegno e dedizione anche in questa difficile situazione. Ad essi non possiamo che rinnovare la nostra stima, il nostro affetto e soprattutto il nostro grazie. (Applausi dai Gruppi UDEUR e PPI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Folloni. Ne ha facoltà.
FOLLONI. Signor Presidente, signor Ministro, la ringrazio non formalmente per la sua relazione e per l'equilibrio che colloca fuori dall'emotività dei giornali, e a volte anche di quest'Aula, il problema di verificare quale nesso ci sia tra l'impiego dei proiettili all'uranio impoverito ed i casi di leucemia che abbiamo registrato nei giorni scorsi.
Tuttavia, due questioni mi pare rilevino e su queste pongo a lei qualche osservazione. La prima questione riguarda l'informazione che intercorse tra i comandi Nato ed i Governi dell'Alleanza in generale e in particolare per l'uso di armi e di sostanze chimiche o comunque inquinanti in occasione dei conflitti. Questo vale tanto riguardo ai danni che possono derivare ai militari impegnati sul territorio quanto – e non è fatto trascurabile o secondario - agli effetti sulle popolazioni civili che risiedono nei territori teatro di operazioni militari.
Dunque, chiedo a lei, signor Ministro, chiarimenti sulle informazioni ricevute dal nostro Governo e, di conseguenza, sul consenso esplicitamente o implicitamente fornito dal Governo italiano alla Nato in occasione di tutte le operazioni belliche condotte, sotto responsabilità del comando dell'Alleanza, tanto in Kosovo quanto in Bosnia.
La seconda questione ci porta più lontano. Com' è noto, i proiettili all'uranio impoverito furono usati, ben prima che in Bosnia, nella guerra del Golfo, dieci anni fa. In quel caso non risulta l'esposizione di militari italiani. Tuttavia, in un contesto di forte degrado ambientale per gli agenti chimici usati in quel conflitto e per gli effetti dei bombardamenti e degli incendi dei pozzi petroliferi, l'Organizzazione mondiale della sanità ha registrato un rilevante aumento delle leucemie, in particolare di quelle infantili, nell'area del Sud Iraq.
Sarebbe opportuno, signor Ministro, estendere gli accertamenti in corso da parte di commissioni di indagine anche sulle cause di quei dati che l'Organizzazione mondiale della sanità ha registrato in Iraq. Il tempo di dieci anni trascorso da quel più antico conflitto consente di avere un più ampio arco di osservazione per valutare il manifestarsi di patologie postbelliche.
E questo tanto per sapere - mentre la comunità internazionale si orienta a considerare l'intervento militare anche a fine di tutela dei diritti umani - quali effetti si producono sulle popolazioni civili a ragione delle missioni condotte da forze multinazionali.
Sono dunque due le questioni rispetto alle quali chiedo a lei chiarimenti, signor Ministro, e concordo con il senatore Andreotti sul fatto che noi non dovremmo mai usare il cancellino di fronte a questi due problemi. Le chiedo quale sia il grado di informazione dei Governi sulle conduzioni delle azioni dell'Alleanza e quale reale tutela dei diritti umani operiamo quando muoviamo i nostri soldati. Se vorrà darmi risposta, signor Ministro, la ringrazio.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Palombo, al quale ricordo che Alleanza Nazionale dispone complessivamente di otto minuti e sei secondi e che anche un altro collega del Gruppo è iscritto a parlare.
Ha facoltà di parlare il senatore Palombo.
*PALOMBO. Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, il tema che stiamo trattando ha fatto precipitare nell'angoscia migliaia di famiglie italiane e ha creato preoccupazione ed ansia in quei giovani che hanno partecipato alle missioni in Bosnia ed in Kosovo. La paura cresce ogni giorno ed è alimentata anche da chi, rivestendo cariche istituzionali che dovrebbero indurre alla prudenza, pur non conoscendo a fondo il problema o avendone solo sentito parlare, rilascia dichiarazioni a tutto campo affermando il più delle volte cose inesatte o non rispondenti a verità.
Ritengo che sarebbe opportuna una pausa di riflessione per esaminare il problema sia sotto l'aspetto militare che sotto quello politico.
Per quanto attiene all'aspetto militare valgono per tutte, a mio avviso, le dichiarazioni dure, ma purtroppo molto realistiche, rilasciate ad un quotidiano nazionale dal generale Wesley Clark il quale, a precisa domanda del giornalista che lo intervistava se fosse stato lui ad ordinare l'uso di proiettili con testate contenenti uranio impoverito, ha risposto: "Noi abbiamo condotto una guerra e abbiamo usato le armi di cui disponevamo. E' chiaro che in quel momento ci interessava indebolire l'esercito di Milosevic ed abbiamo fatto ricorso anche ai proiettili con uranio impoverito che ci garantivano una forza d'urto adeguata contro i mezzi corazzati nemici. Il problema è che dopo ogni guerra restano le macerie. Ora si tratta di ricostruire e di risanare i danni ambientali".
Fatta questa dura, ma realistica premessa, ritengo opportuno esaminare cosa è accaduto in Bosnia prima ed in Kosovo dopo, facendo riferimento in modo particolare alla conoscenza della problematica dell'uso dei proiettili ad uranio impoverito da parte dei nostri contingenti.
Le unità dell'esercito italiano che hanno operato in Bosnia a partire dal 18 dicembre 1995 non sono mai state informate dell'avvenuto impiego di munizionamento all'uranio impoverito sul territorio della Bosnia-Erzegovina; va tuttavia osservato che nel 1994-1995 l'ONU, che schierava in territorio bosniaco l'UNPROFOR, richiese alla NATO di intervenire militarmente con forze aree sulle unità militari serbo-bosniache. In sostanza, aerei NATO hanno utilizzato munizionamento all'uranio impoverito su un territorio sul quale operavano, ancorché in funzione ONU, connazionali statunitensi, francesi, britannici e canadesi.
Questo, da un lato, potrebbe testimoniare la "buona fede" degli alleati, convinti che l'uranio impoverito sia un "no problem", dall'altro, non assolve un sistema politico che non può non aver memorizzato gli eventi di politica estera e di cooperazione militare nell'ambito dell'Alleanza. Quanto all'esercito, non si può che ribadire che non è stato mai sensibilizzato né informato della potenziale presenza di uranio impoverito nell'area di competenza in Bosnia.
Dal momento che le dichiarazioni dell'onorevole Ministro su questo punto sono state fumose, incerte e non mi hanno convinto, chiedo ancora una volta, e una volta per tutte, che si chiarisca se la NATO nel 1995 ha comunicato o meno al Governo italiano che in Bosnia era stato usato munizionamento ad uranio impoverito e se l'autorità politica ne ha informato i vertici militari o viceversa, ed attraverso quali canali.
Capisco il suo imbarazzo, signor Ministro, quando dice che le notizie ufficiali, e sottolineo ufficiali, sull'uso dell'uranio impoverito le sono prevenute solo il 21 dicembre 2000, e quando deve dichiarare che il problema non fu sollevato e che le operazioni furono condotte sotto l'egida dell'ONU, per cui ci possiamo chiamare fuori, o quando afferma che lei non ha vissuto le vicende del 1995. Certamente chi era al suo posto dovrebbe saperne molto di più di lei sulla materia; dovrebbe sapere che il tipo di munizionamento che viene stivato a bordo degli aerei, la maggior parte dei quali decollava dalla base di Aviano - viene annotato su appositi registri e dovrebbe anche sapere che al rientro da ogni missione i piloti devono riferire in un briefing operativo quali obiettivi hanno colpito e il tipo di munizionamento impiegato.
L'onorevole Amato, a questo proposito, ci ha tenuto a far sapere di aver chiesto chiarimenti sulla delicata materia alla NATO, trattando con questa come se fosse una potenza straniera e non un'aggregazione di Stati della quale anche l'Italia fa parte. Avrebbe fatto meglio e prima se avesse chiesto notizie all'ammiraglio Venturoni che presiede il Consiglio militare dell'Alleanza.
Ben diverso era il livello di informazione relativo all'impiego delle armi all'uranio impoverito in Kosovo.
Il generale Del Vecchio, comandante della "Garibaldi", la prima brigata italiana entrata in Kosovo, lo ha dichiarato ufficialmente in più occasioni: da evidenziare l'adeguata organizzazione da parte della brigata Garibaldi in termini di difesa nucleare, batteriologica e chimica.
L'Esercito ha assegnato alla brigata anche una compagnia specializzata del VII Reggimento NBC (nucleare, batteriologico, chimico) che, usando strumenti ed apparati della più moderna tecnologia (ad esempio l'intensimetro polivalente Rotem SMA d3) ha potuto controllare con estrema chiarezza la non pericolosità di aree di accantonamento e di servizio, nonché contrassegnare e delimitare zone caratterizzate da presenza di contaminazione radioattiva ancorché di livello sempre moderato.
Questo prezioso supporto fornito dall'Esercito direttamente alle sue unità, in comune con una coscienza informativa, alimentata dall'attenzione dei comandanti verso il problema, hanno determinato l'apprezzamento di Pekka Haavista, ex ministro finlandese dell'ambiente e capo del team di esperti che sta effettuando per LUNCP (l'Agenzia ambientale dell'ONU) i controlli ambientali in Kosovo.
Il funzionario ha elogiato la professionalità e la collaborazione degli italiani, criticando i tedeschi, che nel settore vicinore a quello italiano, ugualmente colpito da proiettili all'uranio impoverito, non adottano le necessarie precauzioni.
Ho detto questo per dimostrare che quando i nostri soldati sono stati avvertiti hanno posto in essere tutte le dovute precauzioni, mentre quando sono stati mandati allo sbaraglio e non hanno avuto alcuna indicazione sul territorio nel quale operavano si sono potuti verificare anche fatti anomali.
Al punto in cui ci troviamo, signor Ministro, ed in attesa che si pronunci la Commissione medico-scientifica da lei costituita per far luce su quanto è accaduto e sta accadendo, è necessario che l'Esercito, attenendosi alle direttive che lei ha impartito, - e prendo per buone le sue affermazioni, conoscendo la sua serietà - di concerto con la direzione generale della Sanità militare, avvii tempestivamente, appoggiandosi anche a laboratori convenzionati che offrono le dovute garanzie, l'effettuazione degli esami di laboratorio per tutto il personale impiegato nel teatro balcanico, per i contingenti di prossimo avvicendamento, per il personale già rientrato e per coloro che, terminato il servizio, sono stati posti in congedo.
In particolare, il personale che presta attualmente servizio nei contingenti in Bosnia, Kosovo e Albania dovrà essere sottoposto da subito a controlli da parte dei comandi di appartenenza, usufruendo delle strutture militari presenti in area di operazione, rinforzate, ove necessario, con idonee apparecchiature da acquistare con fondi stanziati ad hoc dal Ministero della difesa.
Analoga attenzione dovrà essere assicurata per coloro che hanno operato nei Balcani e che si sono congedati per termine del servizio e che dovranno essere contattati per effettuare gli accertamenti sanitari previsti dai protocolli presso le strutture pubbliche dei luoghi di residenza, con onere a carico dello Stato.
E' ovvio che tali accertamenti dovranno essere svolti anche sul personale civile che ha operato nei Balcani e si dovrà accertare anche se le bombe scaricate in Adriatico dagli aerei alleati di ritorno dalle missioni a corto di carburanti possono rappresentare un pericolo per le popolazioni rivierasche.
PRESIDENTE. Senatore Palombo, ha esaurito il tempo a disposizione del suo Gruppo, pertanto il senatore Maggi non potrà prendere la parola.
PALOMBO. Ho terminato. Consegnerò la restante parte del mio intervento. (Applausi dal Gruppo AN. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Il senatore Maggi però non ha più tempo per intervenire.
È iscritto a parlare il senatore Peruzzotti. Ne ha facoltà. Ricordo che il Gruppo dispone complessivamente di 15 minuti e che gli iscritti sono 3.
PERUZZOTTI. Signor Presidente, signor Ministro, vorrei riportare un po’ il dibattito in quest'Aula nell'interesse della comunità, nell'interesse della gente; perché la gente fuori di qui vuole delle risposte concrete: lo vogliono i familiari dei ragazzi morti; lo vogliono i familiari dei ragazzi tuttora impegnati in quei territori; lo vuole l'opinione pubblica; lo vogliono le forze politiche che si sono accorte, magari dopo un po’ di tempo, di quello che la Lega già dall'aprile del 1999 aveva sottolineato con numerose interrogazioni parlamentari.
E' bene che si sappia, signor Ministro, che dall'aprile 1999 la Lega aveva presentato delle interrogazioni parlamentari mirate, parlando di uranio impoverito e da parte dei vari Governi che si sono succeduti c'è sempre stata latitanza. Si parlava di uranio impoverito anche per quanto riguarda le bombe buttate nel Lago di Garda e ci sono state date risposte fuorvianti: c'è stato detto che sono stati trovati degli ordigni bellici risalenti alla guerra 1940-1945 e che non c'è stata traccia nel Lago di Garda di bombe sganciate dagli aerei americani. Queste affermazioni ci lasciano sinceramente perplessi.
Allora, bisogna dare delle risposte concrete, al di là delle dichiarazioni elettoralistiche di tante forze politiche che in questo momento vedono nell'uranio radioattivo uno strumento per colpire l'opinione pubblica e l'interesse dell'elettore. Bisogna dare -ripeto- delle risposte concrete, signor Ministro. Il Governo ha sempre taciuto; torno a ripetere: dall'aprile 1999 non ci sono state date quelle risposte che chiedevamo.
Sento parlare di Commissioni parlamentari; sento parlare della disponibilità di tutte le forze politiche di istituire Commissioni parlamentari: le proposte sono le più svariate. Occorre che in quest'Aula le forze politiche tutte si assumano la propria responsabilità. I Regolamenti di Senato e Camera consentono, se c'è unità d'intenti di tutte le forze politiche, di mettere in piedi nel giro di 48 ore una Commissione d'indagine. Allora noi lanciamo la sfida: i Capigruppo di tutte quelle forze politiche che dicono ai giornali, alla stampa, alle televisioni, facendo arrivare lontano il messaggio in tutto il Paese, che occorre una Commissione d'inchiesta, ebbene già da oggi si attivino qui in Senato per far sì, d'accordo con la Presidenza, che da domani mattina, o da domani sera al più tardi, questo ramo del Parlamento possa istituire una Commissione monocamerale d'indagine con tutti i poteri che hanno le Commissioni d'inchiesta. Se poi si vuole coinvolgere anche la Camera dei deputati, ci si metta d'accordo tra Presidente della Camera dei deputati, Presidente del Senato, Capigruppo delle forze politiche di maggioranza e di opposizione della Camera dei deputati e del Senato e nel giro di 48 ore si fa decollare la Commissione d'indagine, che ha poteri a 360 gradi.
Questa è quel che bisogna dire, il messaggio politico che la Lega dà in quest'Aula: basta parole; ci vogliono fatti e risposte concrete. Tutte il resto è aleatorio.
Il dato di fatto certo è che ci sono dei ragazzi mandati in missione militare all'estero, che sono ritornati, che hanno contratto malattie, che sono morti, e non si sa che cosa succederà in futuro. Il dato è che ci sono delle morti e questo è fuori discussione. Il dato certo, comunque, è che qualcosa di terribile è successo in quei territori. Vogliamo fare chiarezza e soprattutto vogliamo accertare le precise responsabilità di chi sapeva, politico o non politico, e ha taciuto con un comportamento omertoso e veramente vergognoso per una società civile. (Applausi dal Gruppo LFNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Semenzato. Ne ha facoltà. Ricordo che il Gruppo dei Verdi ha a disposizione 13 minuti.
SEMENZATO. Signor Presidente, colleghi, onorevole Ministro, il 16 aprile 1999, subito dopo le prime voci sull'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito nella guerra del Kosovo, noi Verdi presentammo un'interrogazione nella quale si chiedeva se era vero che la NATO stava utilizzando in Kosovo quel tipo di armamenti, si lanciava un allarme sui rischi di inquinamento ambientale e si chiedeva una moratoria sull'utilizzo di quei proiettili.
Pochi giorni dopo, il 19 aprile 1999, mentre era in corso l'escalation della guerra in Kosovo, scrivevo in una lettera all'allora presidente del Consiglio, onorevole D'Alema, che l'uso dell'uranio impoverito e il conseguente inquinamento dei territori del Kosovo per centinaia e forse migliaia di anni rappresentava una scelta in aperto contrasto con i fini umanitari dichiarati, cioè quelli di sostegno, di difesa e tutela delle popolazioni.
E' del tutto evidente che quello era il momento per sospendere l'utilizzo dei proiettili all'uranio. Oggi, dopo ciò che è successo, si rende necessaria ogni possibile iniziativa per la loro messa al bando e - aggiungo - per vietare ogni utilizzo di tale materiale anche per finalità civili, essendo noto, ad esempio, il loro uso come contrappesi nelle ali di molti aerei civili, tra i quali anche alcuni Jumbo dell'Alitalia, uso che comporta un rischio per l'incolumità generale.
Su queste questioni, in questi quasi due anni, attraverso varie interrogazioni e due proposte di Commissione d'inchiesta parlamentare, il Gruppo dei Verdi ha cercato di richiamare l'attenzione del Parlamento e del Governo.
Spero che oggi, al contrario del passato, si manifesti una sensibilità all'allarme che il mondo ambientalista lancia sui rischi connessi agli effetti radioattivi e tossici dell'uranio in tutte le sue forme.
Purtroppo, dobbiamo partire da una dura e drammatica realtà, quella dei sette morti e dei numerosi ammalati per quella che ormai viene definita la sindrome dei Balcani.
Noi crediamo e chiediamo che le Forze armate, il Governo e il Parlamento debbano dare una risposta chiara all'opinione pubblica sulle origini di questa vicenda.
Certo può essere che non sia solo l'uranio la causa di quella che viene chiamata la sindrome dei Balcani. Alcuni sollevano il concorso di altri fattori: il benzene, i vaccini, il bombardamento di fabbriche o di depositi chimici. Può darsi. Siano gli scienziati a darci delle risposte! Ma anche qui è necessaria la massima trasparenza: ci dica la Nato, e se lo sa il Governo, se tra gli obiettivi distrutti dagli attacchi Nato nei pressi di Sarajevo erano compresi anche depositi di armi chimiche.
Ci si dica se tra il munizionamento scaricato nell'Adriatico ci sono proiettili all'uranio. Ci si dica dei bombardamenti in Serbia dove operano ormai tanti volontari italiani e saremo presto chiamati a una forte ricostruzione.
Emerge con evidenza in questi giorni che siamo stati tenuti all'oscuro di troppe cose. Ecco perché non si tratta, come qualcuno sostiene, di anti-atlantismo di ritorno, ma più concretamente di capire con chiarezza come siano divisi i ruoli e le responsabilità dentro la Nato, se l'Italia fa parte dei soci di minoranza destinati a subire sempre e comunque scelte di alleati sempre più potenti.
Qualsiasi siano le cause è sempre più evidente che esiste una correlazione tra la permanenza di militari nella aree dove vi sono stati conflitti negli ultimi anni, prima in Iraq e ora nei Balcani e un'eccezionale insorgenza di malattia o di morte tra quegli stessi militari.
Negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna, i cosiddetti veterani del Golfo stanno combattendo, da dieci anni, la propria battaglia contro le amministrazioni e i Governi di quei Paesi per conoscere la verità, e questo non può essere ignorato. E non vogliamo che questo si riproponga in Italia.
Di certo sappiamo, e questo è ammesso da tutti gli esperti, che l'uranio impoverito, se inalato o ingerito, è tossico. Ci viene detto cioè che se è inalato o entra nella catena alimentare i rischi sono effettivamente alti. Allora pongo qui il problema di che cosa si è fatto per decontaminare le zone attorno a Sarajevo al fine di evitare questi rischi per i nostri militari, per i volontari civili, per la popolazione civile. Che cosa si è fatto se meno di due mesi fa, quando con i colleghi della Commissione difesa sono stato a Sarajevo, ci è stato detto dalle massime autorità militari che in quella zona i proiettili all'uranio non erano mai stati utilizzati.
Vede, ministro Mattarella, qualche giorno fa un giornalista italiano, di nome Fausto Biloslavo, si è recato nei dintorni di Sarajevo, è entrato in un edificio bombardato e vi ha trovato abbandonati numerosi proiettili all'uranio.
Vedo grandi dibattiti su come l'uranio impoverito possa entrare nella catena alimentare.
Guardi, onorevole Ministro, questi che ho in mano sono un macinacaffè ed un macinino per il pepe che ho acquistato, come altri colleghi, al mercato di Sarajevo durante la visita della Commissione difesa. Come tanti altri oggetti di uso comune, diffusissimi, questi macinini sono fabbricati con bossoli di proiettili raccolti attorno alla città. Potrebbero essere benissimo bossoli di quei proiettili all'uranio impoverito che Fausto Biloslavo ha raccolto e consegnato ai militari italiani di Sarajevo qualche giorno fa.
Insomma, non c'è nessun controllo sull'utilizzo e la proliferazione di questo materiale in quella zona già martoriata. A differenza di quanto lasciano trasparire i servizi di repertorio con i filmati sugli interventi del nucleo NBC (Nucleare-Batteriologico-Chimico), c'è il timore diffuso e comunque il timore dei Verdi che la questione dell'uranio impoverito sia stata fortemente sottovalutata e che oggi l'Italia e la comunità internazionale si debbano porre il problema di un intervento rapido ed efficace non solo per ciò che riguarda i militari. Vi è il problema, infatti, della popolazione civile, della verifica se la "sindrome dei Balcani" abbia colpito e in che modo la popolazione di Sarajevo e della Bosnia. Sarebbe un ben tragico fatto dover constatare che dopo anni di assedio delle truppe serbe, la popolazione di Sarajevo si troverà ancora, nei prossimi anni, assediata da un nemico oscuro ma altrettanto pericoloso.
Per questo credo che il Governo italiano e la comunità internazionale si debbano impegnare a condurre degli screening sanitari di massa tra la popolazione dei Balcani, di Sarajevo, del Kosovo, della Serbia. E' necessario dare garanzia a quelle popolazioni per la libertà, per i diritti, per la tutela delle quali, non dimentichiamolo mai, sono stati fatti bombardamenti ed interventi armati.
Vorrei anche chiederle, onorevole Ministro, un intervento più circoscritto ma assolutamente urgente a tutela di quei volontari e di quel personale civile che in questi anni ha agito nella zona dei Balcani. Vorrei un impegno per un piano di controlli sanitari da svolgere per tutto il personale italiano che è stato impegnato, prima in Bosnia, dal 1994, e poi in Kosovo e in Serbia dal 1999 in poi, accettando l'ipotesi della responsabilità per l'uso delle armi e quindi anche del risarcimento per chi è stato o sarà vittima delle conseguenze di queste armi.
Le chiedo che sia istituito o, quantomeno, esteso anche ai civili il numero verde attualmente esistente per i militari. Che sia creata un'anagrafe di tutto il personale civile e del volontariato che si è recato nelle aree dei Balcani nel corso di questi anni. Se per i militari quest'anagrafe deriva automaticamente dagli elenchi delle presenze, degli invii, per il personale civile va ricostruita insieme alle associazioni del volontariato, degli enti locali, di tutto quel mondo che si è adoperato nel campo della solidarietà, insieme ai centri di cooperazione internazionale.
Onorevole Ministro, il mio Gruppo ha avanzato la proposta dell'istituzione di una Commissione d'inchiesta parlamentare su quella che viene definita la "sindrome dei Balcani", una Commissione monocamerale, del solo Senato della Repubblica, che possa agire, anche nelle ristrettezze di tempo lasciate dalla fine della legislatura. Noi crediamo che la situazione di diffuso allarme nella pubblica opinione riguardo agli ormai numerosi casi di tumori e di leucemie di militari provenienti dalle aree dei Balcani, il rischio che queste sindromi colpiscano anche i civili italiani impegnati in quelle zone e le popolazioni locali, impongano un forte impegno anche dell'istituzione parlamentare a ricerca della verità.
Già molti parlano di un nuovo caso Ustica, cioè di una situazione in cui la ricerca della verità si perde nei tempi lunghissimi e nei meandri delle burocrazie militari. Per questo, la pur importante e doverosa commissione di inchiesta varata da lei, ministro Mattarella, non è sufficiente. Di qui la necessità che anche il Senato faccia la sua parte.
Onorevole Ministro, colleghe e colleghi, nel dibattito di questi giorni riaffiora talvolta la tentazione di sostenere che al dunque l'uranio impoverito poco c'entra con le morti avvenute.
Il risultato è non solo di lasciare inevasa la richiesta di verità, ma anche di finire con il negare una verità nota fin dai tempi dei coniugi Curie, cioè i pericoli della radioattività per la salute umana. Sappiamo che sulla vicenda pesa, come è pesata ieri in sede NATO, la pressione dell'enorme business legato al riciclaggio delle scorie nucleari, di cui l'uranio impoverito è una componente centrale. Per questo, ritengo che il principio di precauzione che l'Europa ha adottato in temi di rischi sanitari ed ambientali non possa che essere applicato anche in questo caso e che il nostro Paese, insieme all'Europa, debba impegnarsi chiaramente per abbandonare ogni uso dell'uranio impoverito. (Applausi dal Gruppo Verdi e del senatore Crescenzio).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Zulueta, alla quale ricordo che il suo Gruppo ha 38 minuti a disposizione.
La senatrice De Zulueta ha facoltà di parlare.
DE ZULUETA. Signor Presidente, signor Ministro, il nostro dibattito di oggi arriva alla fine di un lungo percorso di discussione proprio sui rischi connessi all'uso dell'uranio impoverito. È vero che essa si è svolta spesso in un clima caratterizzato da una certa distrazione; occorre però ricordare che quest'Aula approvò nel luglio del 1999 un ordine del giorno, di cui ero prima firmataria e che recava anche la firma del presidente della Commissione affari esteri, senatore Migone, proprio sull'uso dell'uranio impoverito. Lo presentammo per una ragione semplice: le nostre truppe erano appena entrate in Kosovo e non esistevano notizie ufficiali riguardo all'uso di queste armi, ma vi erano, sulla base delle conoscenze allora disponibili, timori connessi ai rischi potenziali di un inquinamento da uranio impoverito.
Devo dire, signor Ministro, sembrerà una mia pignoleria, che anche se era forse di pubblico dominio che quelle armi erano state impiegate nel 1999 esisteva a questo proposito soltanto una conferma durante una conferenza stampa del Pentagono svoltasi a Washington in cui non si diede nessun dettaglio, conferma mai ribadita dalla NATO in quell'anno. Per cui, si sapeva, ma non si sapeva; e soprattutto non si sapeva - come in quel periodo sottolineò il capo della missione UNEP delle Nazioni Unite che stava svolgendo le sue indagini in tutto il territorio della ex Jugoslavia sugli effetti sull'ambiente della guerra - in primo luogo se quelle armi erano state usate, ma soprattutto dove e in che quantità, ed era essenziale avere risposte a queste domande per poter fare gli accertamenti del caso, sempre a tutela del personale militare e soprattutto della popolazione civile.
Il Parlamento ha poi insistito: ci furono interrogazioni alla Camera, un'altra nostra interrogazione qui al Senato nel novembre del 1999 e di nuovo a gennaio del 2000. La NATO rispose a febbraio del 2000, con la lettera che lei, signor Ministro, ha citato, da parte di Lord Robertson, Segretario generale di fresca nomina, al Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. In quell'occasione per la prima volta la NATO confermò l'uso di munizioni all'uranio impoverito e specificò di aver sparato 31.000 proiettili di quel tipo nel territorio del Kosovo. La maggior parte di questi proiettili - si seppe già allora - furono sparati nelle vicinanze della frontiera tra Kosovo ed Albania, e cioè tra Pec e Djackovica, cioè nella zona dove erano schierate le truppe italiane. Le mappe però non le abbiamo avute fino a novembre dell'anno scorso, quando finalmente la missione dell'UNEP, con un forte sostegno italiano, ha potuto intraprendere i rilevamenti.
Signor Ministro, lei stesso ha confermato che abbiamo avuto le notizie sull’uso dell’uranio impoverito in Bosnia appena prima di Natale dell’anno scorso, cioè a dicembre. Mi riferisco alle notizie sul fatto che furono sparate più di 10.000 munizioni all’uranio impoverito. Credo sia importante ricordare questo lavoro perché il Parlamento ed il Governo italiano possono rivendicare anche il merito di aver insistito con costanza sulla necessità di un’informazione piena e completa sull’uso di queste armi come lei stesso, signor Ministro, ha sottolineato tanto più importanti in quanto l’operazione in Kosovo fu svolta con una missione umanitaria e cioè a tutela della popolazione civile. Pertanto, era molto importante poter conoscere qualsiasi effetto inquinante che potesse mettere a repentaglio la salute di questa stessa popolazione e dei militari di stanza nella zona.
Il nostro lavoro però fu avviato in chiave precauzionale. A noi preoccupava tutelare preventivamente la salute delle persone potenzialmente esposte, basandoci sulle conoscenze già esistenti e sul potenziale di pericolosità di queste armi. Occorre sottolineare che questa pericolosità è legata alla loro radioattività e cioè ad un pericolo di permanenza nell’ambiente, al lungo periodo e soprattutto agli effetti perniciosi e a lungo termine sugli organismi delle persone esposte.
Ma l’urgenza del dibattito di oggi nasce da un fatto nuovo e drammatico: la morte di ben sette militari italiani, tutti veterani di missioni nei Balcani e tutti per malattie tumorali, sei di questi per leucemia. Questo non è un fatto isolato, non riguarda solo l’Italia: ci sono stati cinque morti in Belgio, due in Olanda, due in Spagna, uno in Portogallo, uno nella Repubblica Ceca, un volontario svizzero che ha prestato servizio in Bosnia è deceduto anch’egli per tumore ed un ungherese. Oltre questi, quattro soldati francesi e cinque belgi sono attualmente affetti da leucemia. In altre parole, ci troviamo di fronte ad una situazione preoccupante, potremmo anche dire di emergenza.
Il Governo ha illustrato gli strumenti che ha attivato per dare risposta ai gravi interrogativi posti da questi decessi: la Commissione scientifica, la possibilità di accertamenti per tutti i civili e i militari che hanno prestato servizio in quelle zone e soprattutto l’offerta di collaborazione medica alle autorità della Bosnia e del Kosovo. A questo si affiancherà un’inchiesta parlamentare.
Lei, signor Ministro, ha sottolineato l’importanza di mantenere la questione del DU separata dall’accertamento della verità. In altre parole, non possiamo escludere - e sarebbe sbagliato farlo - altre ipotesi di origine, ed è giustissimo, ma non possiamo nemmeno nasconderci il fatto che queste armi sono ad impatto radiologico e il percorso comune delle vittime tra i militari è quello di un servizio nei Balcani, dove furono usate. Da qui l’inevitabile attenzione al DU, come fosse imputato principe ma non naturalmente esclusivo.
Anche per il Golfo, dove furono usate in modo ancora più massiccio queste armi, non si esclude una concatenazione di fattori che potrebbe aver provocato gravi malattie per oltre 100.000 veterani. Cito il caso della Gran Bretagna dove in questi giorni la Commissione difesa della Camera dei comuni ha chiesto lo screening medico di tutti i veterani dei Balcani e forse verrà esteso anche a quelli del Golfo; screening che si riferisce appunto alla possibilità di contaminazione radiologica.
La richiesta di un’indagine approfondita internazionale è stata fatta non solo dall’Italia ma anche dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio e dal Portogallo. Il Presidente di turno dell’Unione europea, lo svedese Göran Persson, ha detto ieri che la riunione del 22 gennaio dei Ministri degli esteri dell’Unione europea sarà in parte dedicata proprio al tema dell’uranio impoverito.
Persson ha sottolineato che, in questo ambito, dobbiamo assumere le nostre decisioni su base scientifica; tuttavia egli concorda con il presidente della Commissione europea Romano Prodi il quale ha affermato che, nel caso in cui fossero accertati rischi connessi all'uso di queste armi, si dovrebbe procedere immediatamente alla loro messa al bando.
Non possiamo nasconderci che ci troviamo di fronte ad una casistica anomala rispetto alle conoscenze scientifiche esistenti sugli effetti dell'uranio impoverito. Ma è proprio questa anomalia a far presumere che l'uso di questo materiale abbia implicazioni estremamente preoccupanti. E' stata giusta dunque, in chiave precauzionale, la proposta di mettere al bando queste armi con la richiesta di moratoria, che è stata ripetuta oggi in sede di Consiglio atlantico da parte del Governo italiano.
Il numero di casi di leucemia, rispetto alla media nazionale, è molto elevato; la media italiana è di un caso di leucemia su 60.000 abitanti. Sono circa 60.000 i soldati italiani che si sono avvicendati nei Balcani e sono 20 i casi accertati di leucemia, secondo quanto riferito dal Ministro.
MATTARELLA, ministro della difesa. Ho parlato di patologie, di 10 casi di patologie diverse.
DE ZULUETA. Ebbene la media di casi accertati di patologia leucemica sarebbe venti volte superiore alla media nazionale e lo stesso vale per le Forze armate dei nostri alleati; donde l'importanza di nuove ricerche. Esistono già alcune ricerche, avviate per esempio in Inghilterra, le quali indicano che le nostre conoscenze sono forse incomplete e che questo materiale è molto più pericoloso di quanto pensassimo. Si sapeva e si sa che le polveri dell'uranio impoverito, sprigionate al momento dell'esplosione, sono tossiche e radiologiche e, se vengono respirate, ingerite o comunque immesse nell'organismo, hanno effetti potenzialmente devastanti.
Non si sapeva però che queste polveri sono estremamente persistenti. Uno studio recente della Royal Society ha ritrovato, non nel suolo bensì nell'aria, sopra Bassora, polveri radioattive che possono essere ricondotte ai bombardamenti di dieci anni fa. Ciò significa che una radiazione bassa ma perniciosa potrebbe produrre effetti simili a quelli prodotti dall'incidente atomico di Chernobyl. L'alta incidenza e il moltiplicarsi di casi di leucemia in zone dell'Iraq, fatto ormai riconosciuto dall'Organizzazione mondiale della sanità, sta a testimoniare che questo potrebbe effettivamente essere il caso.
Signor Ministro, dobbiamo chiarire la tossicità chimica del DU e il suo comportamento a lungo termine nell'ambiente. A questo fine occorrerà tempo, ma intanto è assolutamente evidente, a noi e a buona parte dell'opinione pubblica, che la richiesta di sospensione precauzionale è più che fondata e deve essere fortemente sostenuta.
Le notizie riportate oggi dai giornali, secondo cui la moratoria è stata esclusa, non sono del tutto veritiere. La moratoria non è esclusa; possiamo continuare a lavorare in tal senso; abbiamo il sostegno di certi altri Paesi ma incontriamo naturalmente anche una certa resistenza.
Ha fatto bene il signor Ministro a chiamarla "cosiddetta" moratoria, perché quello che si chiede, se ho capito bene, è un cambiamento dei protocolli che riguardano l'uso di munizioni all'interno dell'Alleanza. I protocolli esistenti lasciano alla decisione sovrana di ogni Stato membro il munizionamento: noi, per ora - anche se, alla luce di quello che si sta scoprendo, credo sia inevitabile un lavoro per la messa al bando di queste armi, e io lo sosterrò, equiparandole alle armi chimiche o a quelle non convenzionali ad effetti inumani - non possiamo vietare ai nostri alleati di equipaggiarsi come essi decidono; quello che possiamo chiedere legittimamente, e con buone chance di successo, ritengo, è che siano modificati i protocolli esistenti per escludere l'uso congiunto di queste armi senza un consenso preventivo. Questo risultato determinerebbe una moratoria di fatto, perché le operazioni prevedibili sarebbero sempre quelle di peace keeping o di peace enforcement, e sarebbe una risposta adeguata alle preoccupazioni che stanno giustamente tormentando non solo il nostro Paese ma anche i nostri partner europei.
In conclusione, vorrei dire che questo dibattito sta a dimostrare un altro fatto: la mancanza di strumenti di controllo parlamentare sulla politica di difesa europea. Stiamo discutendo a cose fatte, a decisioni prese; e non sappiamo ancora con chiarezza a chi risponderà e dovrà rispondere il responsabile della politica estera e di difesa, Xavier Solana. Anche il Parlamento europeo viene informato in queste ore a cose fatte. Si tratta di decisioni che hanno ricadute pesanti per i nostri Paesi, per le nostre popolazioni, per i nostri militari schierati di volta in volta in operazioni di peace keeping. E adesso che è stata sciolta l'UEO, che almeno aveva un suo strumento di controllo parlamentare, occorre vedere come ci attrezzeremo per far sì che in futuro si agisca in modo più stringente e tempestivo per orientare, indirizzare e segnalare al Governo le nostre giuste preoccupazioni. (Applausi dai Gruppi DS e PPI e del senatore Marino).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maggi. Sono rammaricato ma non posso dargli la parola, avendo il suo Gruppo esaurito il tempo a disposizione.
MAGGI. Signor Presidente, mi autorizzi allora a consegnare per iscritto il mio intervento, avendo Alleanza Nazionale esaurito il tempo a disposizione.
PRESIDENTE. Certamente, senatore Maggi. La ringrazio.
È iscritto a parlare il senatore Tabladini. Ne ha facoltà.
TABLADINI. Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, nel corso dei miei studi ho avuto a che fare con i radionucleidi, con la radioattività, come viene genericamente chiamata. Evidentemente, non voglio tenere una lezione o un pistolotto, mi limito ad esprimere ad alta voce considerazioni che faccio dentro di me.
Questa commissione dovrà andare a valutare sul territorio la presenza di radionucleidi. Questo era possibile prima che ci fosse la nube di Chernobyl, quando intere aree come l'Italia (escluso il Lazio, che è sempre stato radioattivo naturalmente) o l'intero Paese jugoslavo, suppongo, avevano il silenzio radioattivo.
Oggi il silenzio radioattivo non c'è più. Non solo. È a macchia di leopardo e potreste verificarlo facilmente usando un rilevatore geiger: se lo ponete sotto i tacchi delle vostre scarpe, vi accorgerete che questo crepita.
Come dicevo, per questa commissione diventerà difficile essere in grado di valutare qual è la radioattività, quali i radionucleidi che provengono dall'uranio impoverito e qual è invece la radioattività, che ormai si suppone possa essere – chiamiamola in questo modo e tra virgolette – "naturale", causata dalla famosa nube di Chernobyl.
L'uranio impoverito di per sé dovrebbe essere a bassissima intensità di becquerel; dico "dovrebbe" perché non siamo ancora in grado, anche dal punto di vista biomedico, di stabilire quant'è effettivamente la quantità di radionucleidi che una persona può assumere senza avere dei disturbi. Se vi ricordate, quando da ragazzi ci si sottoponeva ad una visita medica si passava quasi sempre davanti ai raggi X. Oggi, per fortuna, questo non avviene più, anzi si cerca di evitare il più possibile queste situazioni.
La mia paura è che, puntando esclusivamente sulla presunta radioattività, ci si possa dimenticare di un fatto che reputo molto più importante. I reduci del Vietnam – qualcuno ha citato il Vietnam – al loro ritorno, riportarono un numero di malattie del sangue dalle 50 alle 100 volte superiore alla media nazionale. Questo perché? Perché, dove c'è stato un teatro bellico c'è inquinamento, che è prevalentemente di carattere chimico. E' evidente che anche l'uranio impoverito può entrare nella catena dell'inquinamento chimico ambientale. Tuttavia, dovete sapere che quando c'è una guerra saltano serbatoi di sostanze chimiche ed il benzene è presente nell'aria.
Non vorrei quindi che la commissione medica, indirizzata esclusivamente ad individuare la presenza di radioattività, non riesca poi a venire a capo di nulla. Personalmente sono convinto che a provocare queste situazioni sia il tipico inquinamento che si verifica a seguito di un evento bellico, inquinamento che sicuramente registrerà anche la presenza di radionucleidi dovuti all'uranio impoverito. Tuttavia, non credo che questa sia la sola ed unica causa.
Naturalmente, se ci sarà la moratoria su questi involucri – tutto sommato si tratta di involucri – sarò il primo a votarla, perché in ogni caso è evidente che un certo livello di pericolosità lo manifesteranno. Tuttavia, ripeto che dobbiamo evitare di indirizzare la commissione medica solo su una strada, perché potremmo rischiare di non ottenere assolutamente nulla o, perlomeno, dei dati che tra di loro non sono ricollegabili.
Chiedo scusa se non ho svolto un intervento di carattere politico ma ho realizzato un altro tipo di operazione. Penso comunque che i miei colleghi sapranno, in modo migliore, affrontare l'aspetto politico di questa situazione. (Applausi dal Gruppo LFNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dolazza. Ne ha facoltà.
DOLAZZA. Signor Ministro, giustamente lei ha detto che è intervenuto nel mese di giugno.
Ebbene, quando nel mese di febbraio la commissione tecnico-scientifica e la Commissione difesa hanno visitato la NATO tra le domande rivolte - anche dal sottoscritto - al Capo di Stato Maggiore vi fu quella in merito all'uso di questo tipo di materiale negli armamenti. La risposta ricevuta fu la seguente: se non viene ingerito non fa male. Devo dire che sono rimasto in un certo senso allibito.
Ora il dire che non fa male e che non abbiamo dati informativi al riguardo non risponde a verità. Mi spiego. La Boeing ha emanato un technical operating di sicurezza per quanto concerne i velivoli incidentati che prendono fuoco, le operazioni dei pompieri nello spegnimento dell'incendio e il trattamento delle persone ferite. Questa normativa è stata emanata addirittura nel 1989. Pertanto, sin da allora esiste un allarme in merito alla pericolosità di queste sostanze.
Signor Ministro, lei ha poi dichiarato che le situazioni in cui questo materiale esplode devono essere esaminate, ma questa mi sembra quasi una barzelletta. Tali sostanze possono esplodere perché contenute in una bomba che viene lanciata o perché fanno parte di un velivolo prodotto dalla Boeing che si schianta al suolo o perché utilizzate nella costruzione della torretta di un carro armato. A tal proposito vorrei sapere da lei anche qual è la quantità di tale materiale utilizzata nella costruzione dei carri armati che abbiamo ordinato e nella protezione dei blindati che assegniamo al nostro personale che opera in Bosnia. Questo non si sa.
Mi dà ancora più fastidio poi il fatto che le Forze armate considerino una specie di intrusione il fatto che i politici e la popolazione vogliano sapere quali armi vengono usate.
Quando in Commissione difesa si è parlato dell'intervento degli italiani nelle zone operative, descrivendo queste grandi operazioni di pace, che sono poi operazioni di guerra, si è fatto riferimento agli effetti di pacificazione e di salvaguardia della popolazione, ma si è saltato completamente il capitolo che dice che "a far la guerra ci si può sempre fare male". Coloro che inviamo a combattere non corrono solo il rischio di essere colpiti da un proiettile ma devono muoversi in un territorio dove, nel momento in cui si fa la guerra, una serie di sostanze che nel mondo civile e tranquillo vengono considerate inquinanti, velenose e tossiche si spargono dappertutto. La prima a pagare è la popolazione civile, secondariamente tutte le persone che operano in quel territorio, a partire dalla Croce Rossa per finire ai nostri soldati.
Inoltre, non mi è piaciuto il fatto che quando in Commissione difesa, nel 1995 e nel 1996, sono state affrontate queste argomentazioni e io ho sollevato tali problematiche, sono stato accusato, così come tutta la mia parte politica, di fare questi discorsi per questioni di contrapposizione politica. Ora venite a raccontarmi di aver scoperto che la gente può ammalarsi di leucemia e può morire.
Ricordo di avere fatto presente che il 90 per cento delle abitazioni che andavamo a bombardare contenevano alte percentuali di sostanze isolanti tossiche, come la fibra di vetro o la lana di roccia, ma tutto questo fu passato sotto silenzio, fu ignorato, così come quando feci presente che non disponevamo di effettiva attrezzatura di protezione. Mi piace sentire il collega che ha parlato di protezione NBC ma questo tipo di protezione è sproporzionato alla forza che abbiamo e all'intensità del problema. Questo lo sanno tutti ma nessuno lo dice.
La scelta politica di intervento per la pace non si discute, ma avrei preferito che insieme alla descrizione dell'importanza di tale intervento fosse menzionato anche il grande rischio che avremmo fatto correre al nostro personale, ai soldati.
C'è un altro elemento che accentua il fatto che le Forze armate fino ad ora si ritengono al di sopra di ogni sospetto e si rifiutano di rispondere ad ogni domanda: al comando della 5a ATAF durante le operazioni c'era il generale Fornasiero, attuale Capo di Stato maggiore della Forza armata, il quale non può dire che non sapeva che dell'armamento della base da lui comandata facevano parte queste bombe.
Infine, annuncio al signor Ministro che presenterò un'interrogazione con risposta scritta concernente il sottufficiale del Cocer che ha sollevato il problema in un articolo sulla stampa e che ha ricevuto sanzioni disciplinari per avere offeso l'immagine della Forza armata; ricordo che al riguardo è stata inoltrata dal suo comando una richiesta al tribunale militare di Roma. Pregherei il Ministro di rispondere a questa interrogazione perché ritengo che tale azione rappresenti un atto coercitivo nei confronti del rappresentante del Cocer. (Applausi dal Gruppo LFNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Manca. Ne ha facoltà.
MANCA. Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, sono giorni e giorni che la mia parte politica si è premurata di affermare che le dimensioni dell'allarme connesse con le conseguenze sulla salute dei nostri militari e delle popolazioni civili dovute all'impiego nell'area balcanica di proiettili ad uranio impoverito o depleto non consentivano dilazioni o atteggiamenti "distratti" degli ambiti interessati.
Abbiamo anche detto che tali dimensioni imponevano l'adozione di iniziative urgenti, di azioni e di misure per chiarire definitivamente i termini del problema, dando ovviamente una priorità assoluta agli aspetti collegati con la salute delle persone che hanno operato, operano ed opereranno nelle zone interessate.
Non si poteva, inoltre, lasciare sospesa la questione pertinente al futuro impiego a scopi militari della sostanza incriminata, così come non si potevano né si possono non prendere in esame possibilità e misure atte comunque e dovunque a prevenire e prevedibilmente debellare del tutto i danni su persone ed ambienti interessati dalla presenza di elementi di natura nucleare, batteriologica e chimica. Misure cioè che da anni soprattutto gli ambienti militari, e in particolare quelli dell'Alleanza, tengono presenti sia in ambito addestrativo che operativo, con branche ed equipaggiamenti specifici, conosciute e conosciuti rispettivamente come branche ed equipaggiamenti NBC.
Ciò premesso, si trattava e si tratta di avere dall'Esecutivo tutte le possibili risposte a tutte le possibili domande che scaturivano e scaturiscono ancora esaminando i diversi aspetti del problema. Finalmente oggi il Governo si accorge di avere dei doveri da compiere nei confronti del Senato e, con ritardo davvero non spiegabile, ci comunica quanto è in suo possesso.
Prendiamo atto, signor Ministro, delle comunicazioni forniteci e diciamo subito che esse non ci soddisfano. Infatti, al di là di quanto specificato a proposito del numero dei casi, delle diversità di patologie, dell'istituzione di commissioni sanitarie, di gruppi e di altre misure preventive di controllo e di cura, ci viene spontaneo e legittimo rimproverare al Governo non solo il modo insicuro, confuso e poco attendibile con cui ha gestito fino ad oggi il problema, ma anche e soprattutto il fatto che in tutta la vicenda è facilmente individuabile un'area di responsabile latitanza governativa che, alla luce di quanto è accaduto negli ultimi tempi, è tanto inspiegabile quanto grave. Mi riferisco, in particolare, al fatto che non è vero che il Governo sia stato preso in contropiede dalle denunce di casi di malattie per un cospicuo numero di giovani già impegnati nei Balcani. Il Governo, infatti, era al corrente da anni - e ciò anche per sua stessa ammissione in data 7 maggio 1999 - che sul problema dei proiettili ad uranio impoverito esisteva - sono parole del Governo - "una discussione seria, di portata internazionale, circa i rischi derivanti dall'uso dell'uranio impoverito in campo militare"; sempre lo stesso Governo, nella stessa data, confermava che esistevano "motivi di preoccupazione che si fondavano su analisi scientifiche e che non si intendeva sottovalutare". Ho riportato testualmente le parole del sottosegretario Brutti.
Di qui una domanda, signor Ministro: se è vero, come è vero, quanto appena detto, cosa ha fatto il Governo una volta che ha avvertito che esistevano - ripeto - motivi di preoccupazione ed in cosa si è concretizzata la sua volontà di non sottovalutare il tutto?
La risposta a tale quesito è semplice e ci viene suggerita dal comportamento tenuto dal Governo in questi ultimi giorni. Il Governo, cioè, si era espresso nella maniera che abbiamo ricordato per pura esigenza di soddisfare formalmente forze politiche della sua maggioranza. Non si è mosso, quindi, come le preoccupazioni suggerivano. Nulla ha fatto per chiarire subito con gli Stati Uniti d'America, con la Francia e con l'Inghilterra, di cui si conosceva - sempre a dire del Governo - la disponibilità del tipo di armamento, il se, il quando, il dove e il come avevano impiegato quest'ultimo, avendo così gli elementi per avere risposte sicure e rassicuranti al momento dell'insorgere del problema.
Abbiamo voluto ricordare queste circostanze perché costituiscono precisa testimonianza non tanto di responsabilità dirette e connesse con le malattie denunciate, cosa che sarà chiarita dalla commissione di esperti, quanto di responsabilità connesse con una divergenza tra ciò che si dice nell'interesse politico e ciò che si fa nell'interesse della verità.
Considerazioni a parte meritano poi le reiterate incongruenze messe in luce dai partiti governativi e gli episodi dagli stessi promossi per sbandierare un anacronistico, ingrato ed insensato antiatlantismo e antiamericanismo. Tali incongruenze non sono nuove, altre volte sono venute alla ribalta ma non ne è seguita mai l'unica decisione di coerenza politica, cioè la fuoriuscita dalla maggioranza e dal Governo con la conseguente caduta di quest'ultimo. Ciò non è avvenuto nel passato, speriamo che avvenga ora per giungere poi allo scioglimento delle Camere per il bene del Paese e per l'esigenza ormai non più rinviabile di dare all'Italia una nuova maggioranza ed un nuovo Governo, non più pronto a rinnegare accordi ed alleanze, con la piena consapevolezza anche e soprattutto che i valori della civiltà occidentale sono insostituibili e gli unici che hanno dimostrato negli ultimi cinquant'anni di essere garanti di libertà, di democrazia, di pace e di benessere.
A proposito di fedeltà alle alleanze, occorre dire a chiare lettere che l'attacco alla NATO operato da forze dell'attuale maggioranza non solo è anacronistico e insensato, ma anche vuoto di contenuto in quanto all'Alleanza atlantica per i casi in esame, allo stato delle conoscenze, nulla può essere rimproverato, facendo nascere anche il sospetto che il tutto sia stato fatto per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dalle colpe, dalle inadempienze e dalle contraddizioni del Governo e della maggioranza. Ed è proprio questo che si deve al più presto chiarire, anche per risanare i colpi inferti al nostro prestigio internazionale, non senza tuttavia aver soddisfatto per prima l'ineludibile esigenza relativa a tutta la vicenda "proiettili all'uranio impoverito" e, cioè, all'accertamento della connessione delle malattie denunciate con l'impiego di detto materiale, assumendo nel contempo l'impegno dello Stato a non venir meno alle proprie responsabilità e ai propri doveri, specialmente nei casi in cui i cittadini italiani hanno lavorato e rischiato per tenere alto il nome dell'Italia nella difesa della libertà, della pace e del rispetto dei popoli a noi vicini.
Concludo, signor Ministro, signor Presidente, precisando che la Casa delle libertà ha presentato due documenti sull'argomento in trattazione che confluiranno poi in un unico ordine del giorno. Non posso comunque congedarmi senza rivolgere, a nome del Gruppo Forza Italia, un saluto grato e riconoscente a tutti i militari italiani, con particolare riguardo a quelli che hanno operato, operano e opereranno nelle missioni di pace. (Applausi dai Gruppi FI e AN. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Elia, al quale ricordo che il suo Gruppo ha ancora a disposizione sette minuti e 24 secondi.
Ha facoltà di parlare il senatore Elia.
ELIA. Signor Presidente, Ministro, intervengo per integrare ciò che, assai autorevolmente, è stato già esplicitato dal senatore Andreotti su due o tre punti che mi paiono rilevanti, pur tenuto conto della molto esauriente posizione iniziale del Ministro.
Nell'occasione di questa discussione sull'uranio impoverito in alcuni ambienti, soprattutto della sinistra italiana, si è manifestata una sorta di effetto retroattivo, per cui si è voluto contestare, in questa occasione, la stessa giustificazione e la stessa fondatezza dell'intervento di ingerenza umanitaria a suo tempo esercitato nel Kosovo: effetto di una profonda confusione tra due questioni che devono essere tenute nettamente distinte.
Nella dottrina vi è ormai un largo consenso - anche se non vi è certamente unanimità - a favore della nozione e della realtà degli interventi umanitari in altri Paesi, superando i vecchi limiti della sovranità statale sacra nel diritto internazionale fino a qualche anno fa.
Tuttavia bisogna tener distinto, da questa giustificata possibilità di intervento per difendere i diritti umani, il principio di proporzionalità. In questo caso è stata rispettata la proporzione tra mezzi e fini? Questo è il problema che potremmo risolvere dopo aver conosciuto i risultati degli accertamenti di carattere scientifico attualmente in corso.
Devo anche aggiungere che questo principio di proporzionalità, che ha un campo così vasto nelle giurisprudenze costituzionali e dei tribunali internazionali, è stato fatto proprio, anche in questa circostanza, a proposito del Kosovo, dalla Santa Sede che ha contestato non tanto l'ingerenza umanitaria quanto il fatto che sia stato osservato e rispettato il principio di proporzionalità in questo tipo di intervento.
Certamente l'intervista del generale Clark, di cui a "La Stampa" di ieri e che è stata richiamata, è formulata nel linguaggio tipico dei militari: facevamo una guerra, abbiamo impiegato i mezzi più efficaci che avevamo a disposizione.
Tutti presi dal ruolo dei grandi bombardamenti a 8.000 metri di altezza, non sappiamo quale sia stato il ruolo, forse decisivo, di questi interventi contro le forze corazzate serbe. Comunque, quando avremo a disposizione quegli elementi potremo giudicare circa il pericolo dell'uranio, visto che il generale Clark ha fatto un riferimento anche molto preciso ai pericoli che teoricamente ci sarebbero anche per l'uso del piombo. Come sapete, infatti, in presenza di determinate condizioni, il piombo può dar luogo alla malattia del saturnismo. Quindi, elementi di metallo di vario tipo possono, in certe situazioni e in determinate condizioni, produrre conseguenze patologiche.
In qualità di firmatario della risoluzione presentata dalla maggioranza debbo aggiungere che il mio Gruppo approva pienamente l'intervento del Governo italiano per una sospensione che, in realtà, significa soltanto - dato che, per fortuna, non sono in corso eventi di tipo bellico - un invito a soprassedere all'uso di mezzi bellici nel caso deprecatissimo in cui si riproducessero altre situazioni di questo tipo.
Concludo riaffermando anch'io piena gratitudine verso coloro, in particolare le Forze armate italiane, che collaborano alle missioni di pace. (Applausi dai Gruppi PPI e DS).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Migone, al quale ricordo che il suo Gruppo ha ancora a disposizione venti minuti e 41 secondi. Desidero altresì ricordare che naturalmente le dichiarazioni di voto fanno parte del pacchetto complessivo dei tempi.
Ha facoltà di parlare il senatore Migone.
MIGONE. Signor Presidente, vorrei rassicurare lei e anche i colleghi che non userò per intero i 20 minuti e che quanto ho da dire potrà valere, se i colleghi del mio Gruppo lo riterranno, anche come dichiarazione di voto.
Io credo che in questa occasione sia giusto avanzare in questa sede una rivendicazione del pieno ruolo parlamentare che su un importante argomento è stato svolto proprio da questo ramo del Parlamento.
Come ha già ricordato la senatrice De Zulueta, che si è distinta all'interno della nostra Commissione per il lavoro che ha svolto su questo argomento, la prima risoluzione del Senato della Repubblica risale al 27 luglio 1999; dunque noi abbiamo segnalato tale questione e abbiamo intrapreso un dialogo con il Governo su di essa non, come è stato detto da quasi tutti gli organi della stampa, quando è giunta notizia dei primi casi di "sindrome dei Balcani", ma fin dall'inizio, nelle sedi deputate e nelle sedi istituzionali. Dunque dovremmo tutti compiere una riflessione sul motivo per cui i dibattiti, le discussioni, le verifiche nelle sedi istituzionali sono estremamente più avanzate del dibattito politico che poi rimbalza nei diversi media (e dico questo senza distinzioni di orientamento).
Ma non è finita qui, perché con questa prima risoluzione si è aperto un dialogo, una discussione nel Parlamento e con il Governo, nell'ambito del quale mi corre l'obbligo di segnalare la disponibilità, da questo punto di vista, del Ministero dell'ambiente che, sulla base di interrogazioni svolte presso la Commissione affari esteri del Senato, ha appoggiato e stimolato le iniziative delle Nazioni Unite, dell'UNEP per quanto riguarda il primo accertamento dei fatti, e ha stimolato l'inizio, appunto, di una discussione in sede NATO e in tutte le sedi collettive in cui siamo inseriti.
Forse c'è anche qualche aspetto tecnico che dev'essere affrontato, non è questa la sede più indicata, ma un poco lo è: può andare avanti un Senato senza un suo ufficio stampa, sicchè restano oscure attività istituzionali importantissime da questo punto di vista, che non vengono neppure debitamente presentate? Insomma, il mondo si è trasformato e sappiamo quali tecniche siano necessarie.
PRESIDENTE. Senatore Migone, se posso interromperla, il Senato sta dotandosi di un ufficio stampa.
MIGONE. Questa è un'ottima notizia, ragione non secondaria di festeggiamento da parte di tutti i colleghi.
L'altra osservazione che vorrei fare è di sostanza. Nel nostro intervento è stato messo sempre in prima linea quanto invece è stato trascurato in larga parte dal dibattito mediatico, cioè la salute delle popolazioni. Con questo naturalmente non voglio assolutamente minimizzare quella che è una nostra responsabilità diretta di tipo istituzionale per quanto riguarda i militari e i civili italiani che operano nell'ex Jugoslavia.
Evidentemente, però, è una lacuna enorme dal punto di vista politico e anche etico un dibattito che consideri questo in qualche maniera trascurabile. Voi sapete che le disattenzioni nel profondo sono qualche volta più colpevoli delle esclusioni esplicite. Ebbene, vedo che attraverso il nostro dibattito, attraverso i documenti che abbiamo presentato, questo fatto fondamentale viene recuperato.
Chi come me è convinto che possono esserci delle esigenze di intervento umanitario anche di carattere militare può sostenere tale posizione soltanto a condizione che i mezzi siano rispondenti alla finalità umanitaria e che, da questo punto di vista, vi sia un'ulteriore assunzione di responsabilità da parte delle organizzazioni internazionali di cui facciamo parte. All'interno di queste ultime deve esserci - ed è un elemento fondamentale della proposta di risoluzione da noi presentata - un metodo di collegialità politica, nella consapevolezza che in questa fase storica più che mai il carattere politico della collegialità si gioca anche sulla scelta degli strumenti e che quindi l'impiego di strumenti come questi non può che essere deciso collegialmente.
Diceva il collega Di Benedetto, ed ha perfettamente ragione, che le decisioni collegiali debbono poi essere informate, deve esserci un dovere reciproco di informazione da parte dei Paesi membri. Su questo punto dobbiamo essere estremamente chiari: è importante che le Forze armate italiane non abbiano impiegato una determinata arma, ma se si tratta di un intervento della NATO o delle Nazioni Unite, la responsabilità è tale e quale per tutti i Paesi membri, anche se direttamente i loro esponenti non hanno utilizzato dette armi; a mio avviso è un passo avanti che può essere fatto.
Naturalmente, la premessa di tutto ciò è che esista un problema. È giusto richiamare, come mi sembra facciano tutte le proposte di risoluzione presentate, l'esigenza di verifiche di carattere scientifico per quanto riguarda l'uranio impoverito, ma è anche giusto constatare, previe ulteriori verifiche di carattere epidemiologico, che esiste già un dato di anomalia statistica, perché quando in un bacino ristretto di giovanotti in buona salute si riscontra un numero di casi di malattie gravissime infinitamente superiore alle medie nazionali degli stessi settori di popolazione che non si sono trovati in quella determinata condizione, un problema c'è.
Ritengo che esistano degli elementi probanti anche di carattere scientifico per indicare che lo stesso uranio impoverito costituisca un grave problema da questo punto di vista, ma allo stato attuale della questione, anche se non si tratta dell'uranio impoverito, mi si deve comunque spiegare perché ci sono questi casi infinitamente superiori alla media generale per la stessa fascia di popolazione. Quindi, il problema esiste in ogni caso.
A tale proposito vorrei rivolgere a me stesso, alle colleghe e ai colleghi un invito: impariamo a discutere di politica estera, almeno in questa fase storica, in una maniera un po' più laica. Vedete, chi è apparentemente severo oggi nei confronti della NATO, ma domani potrebbe esserlo verso l'OSCE o le Nazioni Unite, potrebbe rivendicare che proprio questa sua severità è la prova della sua convinta adesione ai valori costituenti della NATO medesima.
Infatti, se si appartiene ad una Nazione, ad un’istituzione, ad un’organizzazione internazionale in maniera convinta si vuole che questa organizzazione sia all’altezza delle aspirazioni che vengono poste nella medesima.
Pertanto, amici e colleghi dell’opposizione, cerchiamo di non assecondare (noi qualche volta lo facciamo, ma poco in questa sede) la tendenza alla banalizzazione anacronistica per cui ogni questione di politica estera - lo dico anche a qualche mio collega della sinistra - diventa una discussione sul fatto di essere più o meno filoamericani o antiamericani, a favore o contro la NATO.
Cerchiamo di essere più pragmatici; cerchiamo di attenerci al tema, perché così facendo siamo anche sicuri di servire gli interessi del nostro Paese, primo tra i quali è il rafforzamento e l’autonomia delle organizzazioni internazionali cui si onora di appartenere. (Applausi dal Gruppo DS).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Ministro.
MATTARELLA, ministro della difesa. Signor Presidente, non ho motivo di replicare. Ringrazio l’Assemblea del Senato per il dibattito serio ed interessante che è stato svolto e il Governo assicura che terrà nel debito conto tutte le indicazioni che sono emerse nel corso degli interventi.
PRESIDENTE. Comunico all’Assemblea che sono state presentate le proposte di risoluzione nn. 58, 59, 60, 61, 62 e 63, su cui invito il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
MATTARELLA, ministro della difesa. Signor Presidente, esprimo parere contrario sulla proposta di risoluzione n. 58, presentata dal senatore Servello e da altri senatori. Tranne una particolare specificazione, non vi sarebbe contrarietà sulla parte dispositiva, ma il Governo non condivide né può condividere in alcuna parte le premesse, che assumono un significato politico. Pertanto, il parere è contrario.
Sulla proposta di risoluzione n. 59, presentata dal senatore Russo Spena, il parere è contrario e penso che ciò non sorprenda il presentatore.
Per quanto attiene alla proposta di risoluzione n. 60, presentata dal senatore Pianetta e da altri senatori, il Governo non ha motivo di opporsi e può accoglierla, tranne che per il capoverso concernente la presa d’atto, che riguarda l’esigenza di un’indagine conoscitiva da parte della Commissione parlamentare competente. Sul punto il Governo non può esprimersi poiché esula dal suo ambito, essendo interamente ed esclusivamente di dominio parlamentare.
Vi è soltanto un problema che intendo sottolineare. Nella parte che impegna il Governo si parla di "affrontare la questione della collegialità paritaria in seno agli organismi della NATO". Questa collegialità paritaria esiste già. Il Governo non intende dare l’impressione di condividere una valutazione per cui la NATO ha graduazioni diverse di partecipanti e Stati membri. Quindi, suggerirei semmai di correggere questa espressione. Se rimane così, il Governo può accogliere la proposta di risoluzione nel suo complesso, ma intende precisare che non esiste un problema di collegialità paritaria nell’ambito della NATO, perché anche nei confronti di quest’ultima sarebbe una considerazione poco gradevole, non corrispondente al vero, che il Governo non condivide. Fatta questa precisazione, il Governo - ripeto - può accogliere la proposta di risoluzione n. 60.
Il parere sulla proposta di risoluzione n. 61, presentata dal senatore La Loggia e da altri senatori, è contrario. Anche in questo caso non vi sarebbero obiezioni rispetto alla parte dispositiva, ma la porta motiva è, con tutto il rispetto per gli estensori, piena di inesattezze e manifesta un atteggiamento politico che il Governo non può condividere.
La proposta di risoluzione n. 62, presentata dal senatore Milio e riguardante la Cecenia, mi sembra esorbitare dal tema oggi in discussione; mi rimetto comunque alla valutazione della Presidenza circa la sua attinenza all'argomento trattato. Non saprei come assumere concretamente l'impegno qui richiamato, che mi sembra più che altro di tipo declaratorio, considerate le difficoltà che la Comunità internazionale potrebbe incontrare nell'accertamento sull'uso di armi ad uranio impoverito in Cecenia. Potrei manifestare attenzione al problema e dichiarare l'interesse del Governo a conseguire la verità rispetto a quanto qui è prospettato, ma un impegno a svolgere un accertamento nei confronti della Russia, che dovrebbe svolgersi attraverso la Comunità internazionale, è decisamente impervio.
Esprimo parere favorevole sulla proposta di risoluzione n. 63, presentata dal senatore Angius e da altri senatori. Desidero tuttavia fare una precisazione rispetto al terzo capoverso del dispositivo. Ho detto nelle comunicazioni che si sta procedendo a definire le modalità per controlli sanitari riguardanti i civili che hanno operato nei Balcani nell'ambito delle missioni, come dipendenti pubblici, come volontari e nell'ambito delle ONG, e non per i civili presenti in quelle zone ad altro titolo, per motivi commerciali o turistici. I moduli di accertamento rispetto ai civili avranno caratteristiche ovviamente peculiari, trattandosi di persone non inserite nelle strutture delle Forze armate, e saranno definiti nelle prossime giornate.
Per quanto riguarda l'indennizzo vorrei aggiungere che il Governo è vincolato dalle norme di leggi vigenti e avverte l'obbligo, ove emergesse un danno correlato all'uranio impoverito, di corrispondere con sollecitudine l'indennizzo previsto dalle norme stesse. Ciò varrebbe qualunque fosse la causa del danno. Il Governo ribadisce dunque l'impegno a corrispondere forme di indennizzo e di risarcimento, attinenti a cause di servizio, qualunque sia la ragione del danno, anche se dovesse rivelarsi diversa dall'uranio impoverito.
PRESIDENTE. Riassumendo, il Governo ha espresso parere contrario sulle proposte di risoluzione nn. 58, 59 e 61. Il parere sulla proposta di risoluzione n. 60 è favorevole a condizione che siano accolte alcune modifiche; il parere sulla proposta di risoluzione n. 63 è favorevole.
Per quanto attiene la proposta di risoluzione n. 62, per scrupolo la Presidenza ha ritenuto di ascoltare il parere del Ministro ma, per questioni di attinenza con l'argomento in discussione, il senatore Milio potrebbe ritirarla, udite le dichiarazioni del Ministro.
MILIO. Accolgo l'invito del Ministro e ritiro la proposta di risoluzione n. 62.
PRESIDENTE. Passiamo dunque alla votazione delle proposte di risoluzione.
MILIO. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MILIO. Signor Presidente, vorrei aggiungere la mia firma alle proposte di risoluzione nn. 58, 59 e 61.
D'ONOFRIO. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO. Signor Presidente, penso che il collega Pianetta voglia dire che le modifiche che il Ministro ha avanzato sulla proposta di risoluzione n. 60 sono pienamente accolte: comunque è bene che lo dica l'estensore della proposta di risoluzione medesima.
Vogliamo che la divergenza di opinioni che si è manifestata sulla moratoria non entri a far parte della risoluzione: rimane la divergenza di opinioni, ma il testo, non trattando della materia, lascia che essa sia legittimamente opinabile. È importante che il Governo esprima parere favorevole sulla proposta di risoluzione n. 60, perché non contiene questa parte; non contenendo tale parte ritengo che si possa mantenere il dialogo aperto anche con chi ha opinioni diverse.
Pertanto, dichiaro il voto favorevole del nostro Gruppo sulla proposta di risoluzione n. 60: il collega Pianetta indicherà le ragioni in base alle quali accoglie le modifiche proposte dal Governo.
PIANETTA. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIANETTA. Signor Presidente, accettiamo le modifiche proposte dal Governo a proposito del concetto di "collegialità paritaria". Proponiamo pertanto che si dica: "ad assicurare in attuazione della collegialità in seno agli organismi della NATO metodi e procedure trasparenti e realistiche". In questo modo, come chiede il Governo, non vi è alcun riferimento a una "collegialità paritaria".
PRESIDENTE. Onorevole Ministro, concorda con le modifiche apportate dal senatore Pianetta?
MATTARELLA, ministro della difesa. Sì, signor Presidente.
PRESIDENTE. C'è poi la parte in cui si dice che il Senato della Repubblica "Prende atto della necessità che sia svolta dalla Commissione competente una indagine conoscitiva …". Non so se sia una formulazione pertinente. Forse si potrebbe intervenire anche qui, modificando o cancellando questo riferimento. Che ne dice, senatore Pianetta? Si potrebbe dire che il Senato procede ad una indagine conoscitiva sulla base degli strumenti previsti dal Regolamento.
PIANETTA. È chiaro che l'impegno per il Governo riguarda la parte successiva. Per la prima parte il Senato prende atto, quindi non è coinvolto il Governo.
PRESIDENTE. Ma il Senato prende atto della necessità che sia svolta dalla Commissione competente un'indagine conoscitiva? Forse si poteva rovesciare il discorso nei termini che ho indicato: il Senato si impegna a svolgere un'indagine conoscitiva sulla base degli strumenti regolamentari.
PIANETTA. Certamente, è un problema del Senato.
PRESIDENTE. Quindi la proposta risoluzione può essere riformulata in questo senso.
Ricordo che sulle risoluzioni nn. 58, 59 e 61 il parere è contrario, mentre è favorevole sulle risoluzioni nn. 60 e 63. La risoluzione n. 62 è stata ritirata.
MANTICA. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MANTICA. Signor Presidente, ritiriamo la proposta di risoluzione n. 58.
PRESIDENTE. Senatore Russo Spena, intende ritirare la proposta di risoluzione n. 59?
RUSSO SPENA. No, signor Presidente, la mantengo.
PRESIDENTE. Metto ai voti la proposta di risoluzione n. 59, presentata dal senatore Russo Spena e da altri senatori.
Non è approvata.
Metto ai voti la proposta di risoluzione n. 60, presentata dal senatore Pianetta e da altri senatori, con le modificazioni proposte dal Ministro e accolte dai presentatori.
È approvata.
Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 61.
D'ONOFRIO. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO. Signor Presidente, la ritiriamo.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 63.
SERVELLO. Domando di parlare per spiegare a me stesso e agli altri colleghi...
PRESIDENTE. Senatore Servello, le ricordo che il tempo a disposizione del suo Gruppo è terminato.
SERVELLO. Non vuol dire niente! Se ci sono degli strumenti….
PRESIDENTE. Senatore Servello, faccia una segnalazione nelle forme rituali, perché non posso seguirla in continuazione.
In ogni caso, ha facoltà di intervenire.
SERVELLO. Signor Presidente, vorrei dire soltanto che non siamo contrari a questa proposta di risoluzione. Tuttavia, c'è il passo relativo alla moratoria che ci mette nella condizione di non poterla votare. Quindi, ci asterremo nella votazione, pur essendo favorevoli allo spirito della proposta di risoluzione in questione.
CASTELLI. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Senatore Castelli, anche il suo Gruppo ha terminato il tempo a disposizione.
CASTELLI. Signor Presidente, intervengo solo per dire che manteniamo la proposta di risoluzione n. 61.
PRESIDENTE. Era stato comunicato il ritiro di tale proposta di risoluzione. Dovrà, quindi, essere precisato alla Presidenza quali firmatari invece la mantengono.
Metto ai voti la proposta di risoluzione n. 61, presentata dal senatore La Loggia e da altri senatori, successivamente ritirata e mantenuta dai senatori Provera, Peruzzotti, Antolini e Castelli.
Non è approvata.
Metto ai voti la proposta di risoluzione n. 63, avanzata dal senatore Angius e da altri senatori.
È approvata.
Onorevoli colleghi, avverto che, in conseguenza del dibattito testé conclusosi, risultano esauriti i seguenti atti di sindacato ispettivo: 2-01144 del senatore De Carolis; 2-01201 del senatore Servello; 3-04097 del senatore Marino; 3-04205 del senatore Camerini; 3-04207 del senatore Maggi; 3-04213 del senatore Petrucci; 3-04214 del senatore Peruzzotti; 3-04215 del senatore Marino; 3-04216 del senatore Manca e 3-04218 del senatore Specchia.