Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 353 del 14/10/2025
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Seguito della discussione del disegno di legge:
(1277) IANNONE ed altri. - Modifica alla legge 2 marzo 2023, n. 22, in materia di conflitto di interesse nell'ambito della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere (Relazione orale)(ore 18,02)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 1277.
Ricordo che nella seduta dell'8 ottobre il relatore ha svolto la relazione orale, è stata respinta una questione pregiudiziale e ha avuto inizio la discussione generale.
È iscritta a parlare la senatrice Di Girolamo. Ne ha facoltà.
DI GIROLAMO (M5S). Signor Presidente, colleghe e colleghi, sarò molto chiara: questo provvedimento è un insulto. È un insulto alla coscienza civile, alla memoria e alle istituzioni. Prima ancora che contro Scarpinato e De Raho, questo provvedimento è contro la verità, anzi contro la ricerca della verità. Appare quindi strano che a proporre un testo del genere sia proprio chi dice di aver scelto di impegnarsi in politica all'indomani della morte di Paolo Borsellino. Signori miei, crediamo davvero che dietro quella di via d'Amelio e altre stragi ci sia un'inchiesta su mafia e appalti? Io sono quasi certa che non lo crediate nemmeno voi, ma una cosa è chiara: avete deciso che è a questo che gli italiani devono credere.
Riesce difficile dire qualcosa su questo provvedimento, Presidente. Cosa c'è da dire su una legge fatta contro due parlamentari della Repubblica italiana?
Cosa c'è da dire su un presunto conflitto di interesse del senatore Scarpinato e dell'onorevole De Raho in Commissione antimafia? Avreste fatto bene a scriverlo con caratteri chiari e cubitali, almeno per seguire il principio dell'intellegibilità di una norma: legge contro Scarpinato e De Raho, legge contro la verità.
Non era mai successo nella storia del Parlamento italiano che si arrivasse a tanto, ma sta succedendo adesso. Questo disegno di legge non prevede che chi ha un presunto conflitto di interesse debba essere escluso da ogni Commissione: no, solo e unicamente dalla Commissione antimafia. Siamo a uno dei punti più bassi della democrazia parlamentare. (Applausi). Siamo all'allarmante paradosso che Antonio D'Alì, condannato in via definitiva a sei anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, ha potuto fare, sostenuto da molti di quelli che oggi sono in maggioranza, il Sottosegretario di Stato per l'interno e Roberto Scarpinato non può sedere in Commissione antimafia. Siamo all'allarmante paradosso che Nicola Cosentino, condannato in via definitiva a dieci anni di carcere per concorso esterno e ritenuto referente politico del clan dei Casalesi, ha potuto fare, sempre sostenuto da molti di quelli che oggi siedono in maggioranza, il Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze e Federico Cafiero De Raho, che i Casalesi li ha combattuti e anche catturati, lui no, lui non può sedere in Commissione antimafia. Non dimentichiamo poi l'ex senatore Marcello Dell'Utri, che stava tranquillamente e beatamente seduto in Commissione cultura, visto che per qualcuno era prima di tutto un eminente bibliofilo.
Il testo che vi accingete ad approvare è tutto meno che generale e astratto, lo avete scritto voi stessi, per colpire qualcuno; lo avete scritto nella relazione illustrativa dove si legge che le disposizioni introdotte permettono di risolvere una situazione che si è presentata in questa legislatura all'interno della Commissione antimafia. Ma c'è di più. Il provvedimento, in buona sostanza, stabilisce che, in assenza di qualsiasi incriminazione, la maggioranza possa impedire a un parlamentare di ascoltare le audizioni, consultare atti, partecipare alla redazione della relazione di minoranza. Ciò significa che, in pratica, un parlamentare non indagato, ma sgradito alla maggioranza avrebbe un trattamento deteriore rispetto a un parlamentare incriminato per mafia. (Applausi).
Inoltre, signor Presidente, si consente alla maggioranza di incidere in maniera significativa sul principio sancito dall'articolo 67 della Costituzione, che protegge la libertà del mandato parlamentare. Ce lo ricorda, da ultimo, la sentenza n. 207 del 2021 della Corte costituzionale. Cosa dice questa sentenza? Eccovi serviti: la garanzia del libero mandato non consente l'instaurazione in capo a singoli parlamentari di vincoli idonei a incidere giuridicamente sullo status del parlamentare e sulle modalità di svolgimento del mandato elettivo.
Tra le altre cose, non prevedete la sostituzione del commissario in conflitto di interessi. Gli verrà impedita la partecipazione ai lavori e la consultazione dei documenti che investono la sua situazione. Tutto questo sempre a discrezione della maggioranza che, in questo modo, tra le altre cose, crea evidenti disparità nella composizione dei Gruppi in Commissione antimafia, visto che il commissario che voi reputate in conflitto di interessi non potrà essere sostituito e, di conseguenza, la proporzione tra i Gruppi parlamentari viene alterata in modo irreversibile. Anche questo aspetto a voi non interessa.
C'è poi un errore di fondo, ossia il ritenere come fatto isolato la strage di via D'Amelio e seguire per la stessa una sola pista di indagine e non inserirla, come invece andrebbe fatto, in un contesto più ampio. Tra il 1992 e il 1994 sono state compiute sette stragi. È necessario, per capire qualcosa, ma soprattutto se si vuole capire qualcosa, avere una visione unitaria di quanto accaduto che tenga conto del collegamento tra un episodio criminale e gli altri e anche del quadro politico esistente all'epoca dei fatti. Se non si procede in questo modo, si intralcia la ricerca della verità, cosa che voi state colpevolmente facendo.
Signor Presidente, per suo tramite mi rivolgo ai colleghi della maggioranza, dicendo loro che questo provvedimento è una vera vergogna che si porteranno addosso per tanto tempo. Questo provvedimento è contro la verità, una verità che voi state decidendo di non far conoscere al Paese. Siete voi che oggi, in quest'Aula, vi assumete la responsabilità di una scelta scriteriata, siete voi che lo fate in coscienza.
Siete voi che approvate un provvedimento assurdo, voi che preferite che nulla si sappia. In poche parole, signor Presidente, questo provvedimento è cosa vostra, perché se dovesse venir fuori il coinvolgimento della destra eversiva e neofascista in quelle che vengono impropriamente definite stragi solo di mafia, se dovesse venir fuori che apparati deviati dello Stato hanno avuto un ruolo determinante nell'ideazione e nella realizzazione di quelle stragi, il conflitto d'interesse riguarderebbe altre persone e non certo chi ha dedicato la propria vita a combattere la mafia, a combattere il malaffare, a servire lo Stato e le istituzioni, esattamente come hanno fatto Scarpinato e De Raho, che voi oggi allontanate dalla Commissione antimafia.
Dicevo all'inizio, signor Presidente, che questo provvedimento mortifica la verità e soprattutto la ricerca della verità, e allora vorrei chiudere questo mio intervento con una domanda, ovviamente retorica, che è rivolta alla maggioranza, al membro di Governo qui presente: vi interessa davvero scoprire la verità? Vi interessa scoprire cosa sia successo realmente in uno dei periodi più bui della nostra storia? È ovvio che la domanda è retorica, perché già conosciamo la risposta. Probabilmente sarebbe: sì, ma fino a un certo punto. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rando. Ne ha facoltà.
RANDO (PD-IDP). Signor Presidente, colleghe e colleghi, ci troviamo oggi a discutere un provvedimento che, dietro l'apparente obiettivo di rafforzare la trasparenza e l'imparzialità dei lavori della Commissione parlamentare antimafia, nasconde un pericoloso e gravissimo scivolamento istituzionale. Si tratta di un provvedimento che, nei fatti, mina uno dei principi cardine del nostro ordinamento costituzionale: la libertà del mandato parlamentare, come tutelato dall'articolo 67 della Costituzione.
Colleghe e colleghi, la legge in discussione ‑ lo ricordiamo ‑ introduce nella normativa istitutiva della Commissione antimafia un obbligo di astensione dalla partecipazione ai lavori e dalla consultazione della documentazione, qualora sussista una presunta situazione di conflitto di interessi. La disposizione prevede, inoltre, che tale situazione possa essere segnalata ad altri componenti e che la Commissione stessa approvi una relazione conclusiva sull'obbligo di astensione da trasmettere al Presidente della Camera di appartenenza. Ebbene, lo stesso Servizio studi del Senato, non certo un organo di parte, ha espresso con grande chiarezza un rilievo dirimente: questa previsione incide direttamente sull'esercizio del mandato parlamentare; non solo, richiama esplicitamente la necessità di approfondire la compatibilità di una tale disciplina con l'articolo 67 della Costituzione, che afferma testualmente che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».
Aggiungo ancora che la stessa Corte costituzionale, con la sentenza n. 207 del 2021 ripresa prima dalla collega, ha ribadito in maniera chiara che la garanzia del libero mandato non consente l'introduzione, in capo ai singoli parlamentari, di vincoli - da qualunque fonte derivino: legislativa, statutaria, negoziale - idonei a incidere giuridicamente sullo status del parlamentare e sulle modalità di svolgimento del mandato elettivo. Sono parole inequivocabili, che dovrebbero far riflettere ogni legislatore serio prima di avallare un intervento che tenta, di fatto, di introdurre una forma di limitazione esterna alla libertà del parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni. Un fatto gravissimo, senza precedenti, che ci dice una cosa chiara: qui, cari colleghi e colleghe, il punto non è solo tecnico o formale, ma è politico, istituzionale e costituzionale, perché qui non stiamo discutendo di un codice etico o di un dovere morale di trasparenza che ciascun parlamentare può e deve liberamente assumere. Qui si tenta di trasformare un criterio di opportunità politica in un vincolo giuridico, in un obbligo sanzionabile che limita il diritto e il dovere del parlamentare di partecipare ai lavori di una Commissione d'inchiesta. Ora, tutti sappiamo che la Commissione antimafia è, per definizione, una Commissione bicamerale d'inchiesta dotata, ai sensi dell'articolo 82 della Costituzione, degli stessi poteri e delle stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria, ma proprio per questo il parallelismo con l'astensione del giudice o del pubblico ministero che il testo tenta maldestramente di evocare è del tutto improprio. Il parlamentare non è un magistrato, non è un organo tecnico, né un funzionario amministrativo; è un rappresentante dello Stato e, nel momento in cui il legislatore impone un obbligo di astensione, determina un vulnus gravissimo alla libertà del mandato e introduce una forma surrettizia di controllo politico sul singolo parlamentare.
Non è un caso, appunto, che lo stesso Servizio studi sottolinei come l'istituto del conflitto di interessi appartenga, nel nostro ordinamento, all'ambito amministrativo e non a quello parlamentare. Deriva infatti dai principi di buon andamento e imparzialità dell'azione amministrativa (articolo 97 della Costituzione), ma non è mai stato configurato come un vincolo giuridico per i rappresentanti eletti e non può esserlo senza stravolgere il fondamento stesso della rappresentanza democratica.
Ma la verità, signor Presidente, è che questo disegno di legge non nasce da un'esigenza di imparzialità della Commissione antimafia. Nasce da un clima politico avvelenato, da una volontà di punire il dissenso e di colpire selettivamente un senatore o un deputato - lo sappiamo tutti - che ha espresso opinioni non gradite alla maggioranza e che ha osato esercitare fino in fondo il proprio ruolo di parlamentare libero e indipendente. (Applausi).
È un provvedimento contra personam mascherato da riforma di principio e questo, in una democrazia matura, è inaccettabile. Non è tollerabile che l'Aula del Senato, luogo della rappresentanza sovrana del popolo italiano, si presti a legiferare per spirito di ritorsione politica. Non è accettabile che il diritto di un parlamentare di partecipare ai lavori di una Commissione venga subordinato a un giudizio di obiettività espresso dai suoi stessi colleghi. Non è accettabile che si legiferi contro la Costituzione per regolare un conflitto interno alla Commissione antimafia, invece di risolverlo nei modi che la nostra democrazia parlamentare già prevede, attraverso il dibattito, la responsabilità politica, la trasparenza dei lavori.
Il rischio è duplice, signor Presidente: da un lato si lede l'autonomia del Parlamento, invadendo un ambito di competenza che spetta esclusivamente ai Regolamenti parlamentari, dall'altro si crea un precedente pericolosissimo. Oggi si limita la partecipazione a una Commissione, domani (perché no?) si potrebbe limitare il diritto di voto in Aula o la possibilità di esprimere una posizione difforme dal Gruppo. (Applausi). È un piano inclinato, che porta dritto verso la compressione della libertà parlamentare e verso una torsione autoritaria delle nostre istituzioni.
Vorrei ricordare, a chi oggi si fa scudo di parole come «etica» o «trasparenza», che nessuna etica può essere imposta per legge. Qui invece la maggioranza ha scelto un'altra strada, quella dell'imposizione della sanzione e della limitazione delle prerogative parlamentari. In questo senso, le parole della Corte costituzionale risuonano come un monito: la libertà del mandato non tollera vincoli di alcuna natura che possono incidere sullo status del parlamentare o sulla modalità del suo mandato. Eppure questo disegno di legge lo fa in modo esplicito: introduce un vincolo legale, una procedura di accertamento e una conseguenza giuridica (l'obbligo di astensione). È difficile immaginare una violazione più chiara e più grave del principio sancito dall'articolo 67 della Costituzione.
Per questo, colleghe e colleghi, non basta dire che la disposizione sarà applicata solo in casi eccezionali o che sarà il Regolamento interno a disciplinarne le modalità. Il problema, infatti, non è come si applicherà la norma; il problema è che la norma esiste, è che la legge, per la prima volta nella storia repubblicana, istituisce un vincolo esterno al mandato parlamentare. Questo costituisce un precedente che nessun Parlamento responsabile dovrebbe accettare.
Vorrei sottolineare anche un altro aspetto. Questo disegno di legge si inserisce in una deriva più ampia, che vede la maggioranza di Governo tentare, passo dopo passo, di condizionare l'autonomia delle istituzioni di garanzia. È successo con la riforma della magistratura, con la separazione delle carriere, con i tentativi di commissionare le autorità indipendenti, con l'idea stessa di una premiership che indebolisce il Parlamento. Oggi si aggiunge un tassello ulteriore: la subordinazione del parlamentare alle decisioni della maggioranza anche nell'esercizio del suo mandato. È un filo rosso pericoloso, che conduce a un modello istituzionale dove la rappresentanza libera è sostituita dall'obbedienza politica.
Colleghe e colleghi, la Commissione antimafia ha sempre rappresentato un presidio di legalità, di ricerca della verità, di unità istituzionale. Ha saputo, nei momenti più difficili, lavorare oltre le divisioni di parte per servire un solo interesse, quello del Paese. Ecco perché è paradossale e doloroso che, proprio in nome dell'antimafia, si introduca una norma che mina alla radice il pluralismo politico e la libertà del pensiero parlamentare.
Chi difende davvero la democrazia non ha paura del dissenso. Chi rispetta le istituzioni non le piega alla convenienza politica del momento. Questo disegno di legge è un grave errore politico e istituzionale; è un testo che va respinto, non emendato, perché non si può correggere una norma viziata da incostituzionalità nel suo stesso impianto, e perché non possiamo accettare che la maggioranza trasformi l'Aula del Senato in un tribunale politico contro i parlamentari non allineati.
Signor Presidente, difendere l'articolo 67 della Costituzione significa difendere la libertà di tutti noi, significa ricordare che il mandato parlamentare non appartiene ai partiti, né ai Governi né ai Regolamenti d'Aula, ma appartiene al popolo italiano e nessuna legge, nessun disegno di legge, nessuna maggioranza di turno possono privarcene. Ebbene, in questo provvedimento non c'è la tutela dell'imparzialità, ma c'è solo l'arbitrio della maggioranza e noi non saremo complici di un atto che calpesta la Costituzione e umilia il Parlamento. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marton. Ne ha facoltà.
MARTON (M5S). Signor Presidente, Governo, tutti i colleghi del MoVimento 5 Stelle che mi hanno preceduto hanno usato le parole che oggi ripeto anch'io: noi siamo tutti Roberto Scarpinato. (Applausi). Magari lo fossimo davvero almeno un po'. Avete mai riflettuto su cosa significhi essere e vivere come Roberto Scarpinato? Oltre tre quarti della vita sotto scorta armata, fin da ragazzo. Mentre voi giocavate a pallone nei cortili, lui cresceva sapendo che il pericolo era lì al suo fianco ogni singolo istante. Mentre voi tornavate liberamente a casa da scuola, lui saliva su auto blindate. Mentre voi costruivate la vostra vita senza pensieri, a lui veniva negata la normalità. Perché? Perché la mafia, lui, l'ha combattuta davvero, non a parole, non con slogan da comizio, ma con la sua vita, con le sue indagini, con il suo coraggio, e continua a farlo. (Applausi). Continuerà anche dopo che avrete approvato questo miserevole disegno di legge.
Intanto voi cosa fate? Lo escludete dalla Commissione antimafia. Non lo vogliamo escludere - direte - ma deve solo astenersi. Solo? Leggete con me cosa prevede questo vostro capolavoro normativo: obbligo di astenersi dalla partecipazione ai lavori e dalla consultazione della documentazione sui fatti medesimi qualora ciò possa arrecare pregiudizio all'obiettività delle indagini. Traduco per chi ci ascolta: non può più seguire ciò di cui si è occupato per tutta la vita (Applausi); non può consultare documenti su argomenti che conosce meglio di chiunque altro; non può partecipare alle discussioni su casi che ha studiato per decenni; non può mettere a disposizione della Repubblica quella competenza unica e insostituibile. Poca roba, insomma. Sì, escluderlo totalmente sarebbe stato troppo anche per voi. Avreste sollevato un'ondata di indignazione impossibile da gestire, quindi avete escogitato questa soluzione: deve astenersi dal fare quello che sa fare meglio: la lotta alla mafia. (Applausi). È questo che chiamate democrazia?
Lasciate che usi una similitudine calcistica per spiegare il vostro ragionamento, così forse capite meglio. Avete due fuoriclasse in squadra, ma per la partita finale, quella decisiva, li mettete in panchina; in panchina, sì, perché non convocarli farebbe arrabbiare troppa gente. Ma in campo? Mai, troppo pericolosi, potrebbero anche fare la differenza. Ho detto «due fuoriclasse», perché con un solo colpo escluderete anche Cafiero De Raho, guarda caso ex procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo: un altro che la mafia l'ha combattuta sul campo, non nei talk show; un altro che ha dedicato la vita a proteggere questo Paese; un altro che ha vissuto una vita sotto minaccia costante. E voi volete fuori entrambi, i due parlamentari che più di tutti potrebbero garantire che quella Commissione faccia il proprio dovere al meglio.
Allora alcune domande sorgono spontanee. Perché avete così paura che possano dire la loro sui fatti che conoscono meglio di chiunque altro in quest'Aula? Cosa temete così tanto? Che svelino verità scomode? Che impediscano di insabbiare? Che ricordino cosa significa davvero combattere la mafia? Qual è il vostro obiettivo? Qui non si tratta di conflitto di interessi, non si tratta di obiettività, non si tratta di correttezza procedurale, ma si tratta di potere: il potere di controllare la narrazione, il potere di decidere cosa può essere detto e cosa no; il potere di stabilire quali verità possano emergere e quali debbano essere sepolte.
Uno degli obiettivi è chiaro: riscrivere la storia a vostro uso e consumo. Volete mani libere affinché la relazione finale della Commissione antimafia contenga solo le vostre verità di comodo, che vi sia scritto che le stragi furono solo di mafia, un fenomeno criminale; nessun collegamento con i servizi segreti deviati, nessuna traccia di quelle famose menti raffinatissime di cui parlava Borsellino, nessun riferimento agli esponenti della destra eversiva, che hanno intrecciato affari con Cosa nostra, come alcuni conoscenti della Presidente della Commissione antimafia che - guarda un po' - per questo disegno di legge non sarebbe in conflitto di interessi. Lei no, lei può restare, lei può decidere, lei può dirigere i lavori senza alcun problema, ma Scarpinato e De Raho, loro, devono rimanere fuori. Curioso, non trovate? (Applausi).
Parliamoci chiaro: questo è un disegno di legge politico, non c'è nulla di tecnico in questa operazione, non c'è nulla di giuridico che la giustifichi. State piegando le regole per colpire due persone specifiche. State creando una norma ad personam mascherata da principio generale. State forzando l'interpretazione del concetto di conflitto di interessi fino a stravolgerne il senso, al di là delle forzature giuridiche che state compiendo contro queste due persone preparate e perbene; al di là del precedente deprecabile che state istituendo e che domani potrebbe essere usato contro chiunque dia fastidio al potere di turno; al di là del vostro sentirvi i depositari del potere assoluto, perché vi hanno votato, come ripetete in continuazione, come un mantra che dovrebbe giustificare qualsiasi vostra scelta.
Vi ricordo una cosa: vi ricordo che anche le leggi razziali furono istituite con il favore di larga parte degli elettori di allora. Anche quelle leggi avevano una maggioranza parlamentare, anche quelle leggi furono votate democraticamente e anche allora c'era chi diceva «il popolo ci ha dato il mandato».
La storia ha dimostrato dove porta quella strada. Il consenso elettorale non rende giusta una legge ingiusta. La maggioranza parlamentare non rende legittima una sopraffazione. Il potere numerico non vi dà il diritto morale di calpestare chi ha servito questo Stato più di quanto voi possiate mai immaginare.
Sono convinto che Roberto e Cafiero saranno ancora più determinati di prima. Questa vostra legge non li fermerà. Questa vostra legge non li intimorirà. Questa vostra legge non li piegherà. Anzi, sono convinto che questa vostra legge vergogna li renderà, ancor più di oggi, simboli della legalità sotto attacco. (Applausi). Diventeranno il simbolo di chi non si arrende di fronte alla prepotenza del potere. Diventeranno il simbolo di chi continua a lottare anche quando le istituzioni lo tradiscono. Sono e saranno il simbolo di un'Italia migliore, quella che non si piega alla logica del più forte. (Applausi). Loro sono già nella storia: non quella che voi vorreste scrivere nei vostri documenti di parte, ma quella vera, quella che sa del loro coraggio, quella che conosce la loro coerenza, quella che dice e dirà che non hanno mai smesso di combattere, nemmeno quando il nemico non è più solo la mafia; quella storia che non vi permetteremo di riscrivere.
Potete approvare questo disegno di legge, potete escluderli dai lavori, potete provare anche a silenziarli in quella Commissione, ma non potete cancellare quello che hanno fatto e non potete cancellare quello che rappresentano. Non potete e non potrete cancellare la verità. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Della Porta. Ne ha facoltà.
DELLA PORTA (FdI). Signor Presidente, Sottosegretario, onorevoli colleghe e colleghi, io cercherò di dare un modesto contributo tecnico alla discussione rispetto a un provvedimento che vuole solo stabilire un principio e non proporre un'azione contra personam.
Ho sentito in questi giorni di discussione agitare da parte vostra lo spettro della clava, come se noi volessimo agitare questi provvedimenti per distruggere le opposizioni. Guardate che non abbiamo bisogno di questo. Vi vinciamo nelle urne oggi e domani anche senza questo provvedimento. (Applausi). E dico questo perché - ripeto - vorrei dare un contributo tecnico.
Questo disegno di legge introduce disposizioni specifiche per la gestione dei casi di conflitto di interessi all'interno della Commissione parlamentare antimafia, al fine di rafforzare la trasparenza e la credibilità dell'organo stesso. Difatti, il conflitto che potenzialmente dovesse emergere su autodenuncia del soggetto, ovvero su richiesta dalla Commissione, non deriva dalle funzioni svolte dal commissario in conflitto, bensì da elementi oggettivi e fatti concreti, che dovranno essere attentamente valutati dalla Commissione.
Più volte ho sentito affermare dalle opposizioni, soprattutto dai colleghi del MoVimento 5 Stelle, che noi utilizzeremmo due pesi e due misure. Anche in questo caso errate, poiché, metodologicamente, il conflitto deve essere sollevato e valutato. Infine, l'organo collegiale dovrà decidere se ci sono i presupposti che evidenziano il conflitto di interessi di un componente.
Alla domanda posta da alcuni colleghi, soprattutto durante i lavori della 1ª Commissione, se un magistrato antimafia possa essere componente della Commissione parlamentare antimafia, la risposta è certamente sì, ma non è questo il problema. Il conflitto di interessi, nella sua accezione generale, si verifica quando un individuo o un'entità ha interessi secondari, spesso personali, che potrebbero influenzare o interferire con l'interesse primario. In pratica, si tratta di una situazione in cui le decisioni o le azioni di una persona sono influenzate da un interesse personale o privato, che potrebbe essere in contrasto con l'interesse pubblico.
Il principio alla base del provvedimento non ha nomi o cognomi, non ha indicazioni precostituite, non ha obiettivi prestabiliti, ma si rivolge erga omnes nei confronti di tutti coloro dovessero trovarsi in situazioni tali per cui la loro presenza ai lavori di Commissione, per quel determinato provvedimento, potrebbe compromettere la serenità e la trasparenza dei lavori medesimi.
Il soggetto in conflitto, quindi, lo deve essere per fatti personali, a lui direttamente attribuibili. Non può, quindi, estendersi a rapporti indiretti, di conoscenza, di amicizia o anche di parentela, se questi rapporti nulla hanno a che vedere con i fatti indagati dalla Commissione d'inchiesta. Dovreste sapere che vi è un detto, popolare dalle mie parti, ma credo anche dalle vostre, che afferma che le colpe dei padri non dovrebbero mai ricadere sui figli, figuriamoci quelle degli zii.
Anche in questo caso, però, tutta l'azione delle opposizioni si è concentrata sul sabotaggio del provvedimento in esame, che mira - come detto - a rendere più trasparenti ed efficaci i lavori della Commissione, per arrivare alla verità su fatti gravissimi come quelli relativi alla strage di via D'Amelio. È una sfida, questa, che dovrebbe vederci uniti, ma che purtroppo si risolve, ancora una volta, con la vostra inarrestabile sete di strumentale contrapposizione.
Il provvedimento, peraltro, non altera in alcun modo la composizione della Commissione e non comporta l'estromissione dei suoi membri, ma solo l'obbligo - come è stato già detto - di astensione. Ebbene, proprio su tale ultima questione vale la pena rammentare che le Commissioni d'inchiesta parlamentari procedono nelle indagini con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria.
L'istituto dell'astensione costituisce un presidio anche riguardo alla posizione dei magistrati nell'esercizio della loro attività giurisdizionale. In considerazione delle forti analogie tra l'attività di inchiesta parlamentare e l'attività giurisdizionale, non si comprenderebbe perché l'obbligo di astensione previsto per i giudici non dovrebbe essere previsto anche nello statuto della Commissione di cui trattasi. Tale innovazione, giuridicamente ineccepibile, dovrà inoltre essere tenuta in prioritaria considerazione anche per le future leggi istitutive.
Anche su tale fondamentale aspetto più e più volte ho sentito affermare, in maniera perentoria, che si vuole estromettere un parlamentare dalla Commissione: nulla di più errato, nulla di più falso. Al contrario, il disegno di legge in esame mira a preservarne il corretto funzionamento attraverso una misura circoscritta e proporzionata.
In particolare, introduce una forma di incompatibilità temporanea e tematica, limitata ai soli ambiti nei quali un componente si trovi in una posizione di possibile conflitto di interessi, anche potenziale, rispetto all'oggetto dell'indagine o del procedimento in corso. Tale incompatibilità non è quindi permanente, né generalizzata, ma si applica esclusivamente alle sedute dei lavori che riguardano il tema specifico del conflitto.
Infine, nella relazione al disegno di legge è chiaramente riportato che uno dei vantaggi della soluzione prospettata - l'astensione dai lavori, appunto - non influisce sulla composizione del collegio e non costringe a sostituire il componente che si trovi anche inaspettatamente in questa condizione. Inoltre, non incide sulle scelte dei Presidenti di Assemblea. È dunque un'opzione legislativa equilibrata e garantista, nei confronti sia dell'intera Commissione che del componente stesso, il quale è tenuto ad astenersi dal partecipare solo ai lavori della Commissione riguardanti atti ed acquisizioni che possano risultare non imparziali rispetto ai propri interessi.
Che cosa non abbiate capito di questo semplice passaggio a me non è chiaro, salvo poi riversare sulla nostra maggioranza i vostri improperi, dimenticando però che tra le vostre file c'è chi si è dilettato a conversare con un audito per concordare le domande da porre in Commissione. (Applausi).
La finalità del provvedimento - e mi avvio a concludere - è duplice: tutelare l'imparzialità e l'autorevolezza della Commissione, evitando che anche solo il sospetto di interferenze possa comprometterne l'operato; garantire i diritti e la dignità dei singoli membri, evitando sanzioni sproporzionate e meccanismi di esclusione automatica.
In sintesi, il disegno di legge rappresenta un intervento equilibrato e mirato, che non interferisce con l'autonomia e la rappresentatività dell'organo parlamentare, ma ne consolida la funzione istituzionale in linea con i principi di legalità e buon andamento dell'azione pubblica. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bilotti. Ne ha facoltà.
BILOTTI (M5S). Signor Presidente, colleghe e colleghi, Governo, chi vi parla nell'estate del 1992, quella che fu insanguinata dalle stragi di Capaci e di via d'Amelio, era una bambina di 10 anni. Mai avrei potuto immaginare di diventare un giorno membro della Commissione antimafia, né di lavorare a fianco di un uomo che, mentre io indossavo ancora il grembiule delle elementari, già combatteva il più grande cancro del Paese. Men che meno però, signor Presidente, avrei mai potuto immaginare di parlare un giorno dallo scranno di quell'uomo e non per ringraziarlo di aver lottato con tutte le sue forze contro quel cancro, ma perché questa maggioranza ha avuto l'ardire di mettere nero su bianco il tentativo di fermare quella lotta che da allora, da quando ero una bambina, grazie a uomini come Roberto Scarpinato non si è mai arrestata.
Eh no, signor Presidente, non mi sono sbagliata, volevo proprio dire «l'ardire», perché il coraggio è un'altra cosa. Il coraggio, colleghi, come non se lo sapeva dare don Abbondio, non siete stati in grado di darvelo voi, perché non avete avuto il coraggio di ammettere che avete paura della verità. Per questo oggi, offendendo il buonsenso prima ancora che di diritto, ci venite a parlare di conflitto di interessi in Commissione antimafia.
Colleghi, vi parlo di buonsenso perché state dicendo che un magistrato antimafia sarebbe in conflitto di interessi a parlare di mafia come un medico a parlare di sanità o un ingegnere di infrastrutture: santificate l'incompetenza, per dirla con le parole che abbiamo ascoltato in audizione.
E allora, prima di addentrarmi a discutere del perché questo provvedimento sia anche un'offesa al diritto, diciamo le cose come stanno. Questo disegno di legge non nasce per rafforzare la trasparenza: nasce per regolare un caso politico, per gestire un fastidio. E, quando una legge nasce per regolare un fastidio, non è più diritto: è vendetta, e la Repubblica si fonda non sulla vendetta (Applausi), ma sulla giustizia.
Voi, colleghi, volete non garantire l'imparzialità della Commissione antimafia, ma stabilire, con il pretesto del conflitto di interessi, che una maggioranza - segnatamente, quella del momento - possa decidere chi può parlare e chi deve tacere, chi può partecipare e chi no, chi è puro e chi è in conflitto e pretendete di farlo, primo punto, scrivendo che l'astensione scatta qualora ciò possa recare pregiudizio all'obiettività delle indagini. Di grazia, chi decide se c'è pregiudizio? Con quali criteri e con quale controllo? Quello che state introducendo non è altro che una censura istituzionalizzata, un meccanismo che può essere usato come arma politica contro l'opposizione.
Signor Presidente, chi garantisce che questo strumento non venga utilizzato per silenziare chi chiede conto dei rapporti opachi tra potere e criminalità? Chi ci assicura che non si stia costruendo una Commissione antimafia in cui si combatte più contro i commissari scomodi che contro le mafie stesse? (Applausi).
Secondo punto: prevedete non un divieto di retroattività, quello che è previsto per la legge penale, ma che il conflitto di interessi si applichi a chi è stato eletto e nominato prima dell'entrata in vigore della legge che lo prevede. Negate ad una persona che potrebbe essere in conflitto di interessi le garanzie previste per chi commette un reato. Questo è.
Terzo punto: confondete, o meglio fingete di confondere, perché vi fa comodo, la funzione conoscitiva e politica delle Commissioni d'inchiesta parlamentari con quella giurisdizionale dell'autorità giudiziaria. Le Commissioni d'inchiesta hanno gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria, non la stessa natura, tant'è vero che non sono tribunali, non emettono sentenze e, dunque, non può applicarsi loro lo stesso obbligo di astensione previsto per i giudici.
Colleghi e colleghe, la verità è che siamo al paradosso, perché dite di voler difendere l'imparzialità, invece finite per colpire la libertà. Dite di voler evitare i conflitti di interesse, invece create un conflitto di potere. Attenzione, colleghi, un precedente come questo non si ferma qui: oggi riguarda l'antimafia, che rischia di essere trasformata da un organo di inchiesta e di ricerca della verità ad un luogo di epurazione politica. Chiamiamo le cose per nome. Domani, però, potrà riguardare qualunque altra Commissione d'inchiesta, qualunque altro tema che risulti scomodo a chi governa. Oggi tocca a un parlamentare di opposizione, domani potrà toccare a chiunque ed è una china molto pericolosa e chi ama veramente la democrazia dovrebbe essere il primo a fermarla. La verità è che voi volete colpire un collega di specchiata onestà, un uomo che per decenni ha servito lo Stato in prima linea nella lotta alla mafia, un ex magistrato che ha indagato dove altri tacevano e che oggi, da senatore della Repubblica, continua a mettere la sua competenza e la sua coscienza al servizio della verità. Colpire lui oggi significa mandare un messaggio a chiunque voglia alzare la testa domani: attento, potremmo zittire anche te.
Presidente, colleghe e colleghi, se passa l'idea che un Gruppo politico possa decidere chi ha diritto di parlare e chi no, allora non serviranno più le mafie a intimidire la verità: basteranno le maggioranze parlamentari. E la libertà non si difende quando conviene: si difende sempre, soprattutto quando è scomoda. Per questo siamo tutti Roberto Scarpinato. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.
GASPARRI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, io parlo dal mio posto perché non siamo tutti Scarpinato. (Applausi). E io personalmente ne sono anche lieto, perché spiegherò alcune cose.
Faccio questo intervento perché alcune verità restino agli atti. Non voglio convincere nessuno, ognuno voterà questa legge secondo verità. Potremmo rispondere a centinaia di insulti che alcuni parlamentari hanno rivolto in particolare al Gruppo Forza Italia e ai Governi Berlusconi. Lo faccio non con le polemiche, o con analoghi aggettivi, ma con la forza dei numeri. Durante i Governi Berlusconi - sono stati diversi - la lotta alla mafia è stata incessante ed efficace, con risultati pratici e con norme importanti: nel periodo dal 2001 al 2005 e dal 2008 al 2011 sono stati arrestati - certo dalle Forze di polizia e dall'impegno della magistratura, ma sulla spinta di un'azione dei Governi guidati da Berlusconi - circa 1.300 latitanti mafiosi.
Nel 2002 fu reso permanente il 41-bis. Molti non lo sanno e lo voglio ricordare: il carcere duro all'epoca era rinnovato periodicamente, non faceva parte stabilmente dell'ordinamento dello Stato.
Ero Ministro di quel Governo e fu assunta la convinta decisione di renderlo un elemento permanente, che difatti fa parte dell'ordinamento. Ciò è avvenuto nel 2002, durante un Governo Berlusconi.
Nel 2008 - in quest'Assemblea ero Capogruppo del Popolo della Libertà e qualche collega forse c'era, e vedo il relatore, senatore Balboni - rafforzammo il 41-bis. Che cosa accadeva? Ricorsi in sede amministrativa vanificavano quei provvedimenti per una ragione, un cavillo. Noi modificammo alcune norme per rendere meno attaccabile dai ricorrenti, che erano evidentemente dei mafiosi, la combinazione del 41-bis, che fu reso più aspro contro i mafiosi. In quello stesso anno si è posto fine ai gratuiti patrocini per i reati mafiosi. Sono cose che hanno fatto i Governi Berlusconi in questo Paese: è la forza dei fatti contro le chiacchiere.
Nel 2009 sono stati dati più poteri - pensate un po' - al procuratore nazionale antimafia non perché chiudesse gli occhi, come ha fatto De Raho di fronte al caso Striano (Applausi), non per essere inerte di fronte a quello che è accaduto nella procura nazionale; noi abbiamo dato più poteri perché crediamo che da quello scranno, da quel posto si debba fare la lotta alla mafia.
Dal 2009 al 2011 sono stati arrestati 32 tra i più importanti latitanti mafiosi. Sono stati redatti il Piano nazionale e il codice antimafia nella fase 2010-2011. Sono stati sequestrati e confiscati circa 50.000 beni alle mafie solo nella fase 2008-2011 (poi quest'attività è proseguita anche con altri Governi) per un valore di 25 miliardi di euro. Nel 2008 è stato aumentato di 30 milioni il Fondo di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso.
Questo è quello che con orgoglio rivendicano il centrodestra e Forza Italia, in ricordo dei Governi Berlusconi che questi fatti hanno realizzato. (Applausi). Quando qualcun altro potrà avere lo stesso bilancio, lo venga a dire nelle Aule del Parlamento.
Peraltro, viene detto: non mi vogliono far combattere la mafia. Ma sei stato 30 anni alla guida della procura e potevi sgominare tutti; non è che lo devi fare, dopo che hai lasciato la procura della Repubblica, nella Commissione antimafia. (Applausi). Chi ha impedito a Scarpinato e altri di fare quello che volevano fare? Hanno avuto poteri ampi.
Ricordo anche dei fatti, tra cui l'interrogazione dell'allora onorevole Mancuso che riguardava Scarpinato, che risulta coinvolto in una vicenda immobiliare a Sciacca insieme a Lidia Maria Giulia e altri parenti, poi collegati alla signora Di Grado e ad altre persone di dubbia fama. È una vicenda immobiliare mai chiarita, perché all'epoca il ministro Diliberto diede risposte equivoche e noi vorremmo ancora sapere con chi ha avuto affari immobiliari il dottor Scarpinato.
In punta di fatto, le incompatibilità dove sono? Montante, già direttore di Confindustria e condannato - credo che stia in carcere attualmente - ricevette dei pizzini - lo ha detto lui - da Scarpinato, che gli dava l'elenco dei membri del Consiglio superiore della magistratura (CSM) dell'epoca per avere forse qualche promozione. Ripeto: Montante, condannato per reati connessi alla mafia. Chissà perché Scarpinato lo frequentava. Luca Palamara, che può piacere o meno, poi, a un certo punto, si è pentito delle nefandezze che compiva il CSM e - cito l'intervista del febbraio 2023 - ha detto: Scarpinato è considerato un eroe, ma ecco come ha avuto i posti. Io non ho visto smentite o querele a Palamara, che dice che Scarpinato, come tanti - ve lo ricordato quel CSM della vergogna? - ha fruito di spartizione di posti. Lui non sapeva, lui non vedeva, non conosceva Montante, non sapeva chi era la persona con cui a Sciacca facevano traffici immobiliari, non sapeva mai nulla. Questa è la storia del passato. Quindi, noi da Scarpinato non prendiamo alcuna lezione. (Applausi), anche perché Scarpinato ci tiene a dire che l'archiviazione fu parziale. Questo è un atto giudiziario. Il 1992 è l'anno della famosa inchiesta mafia e appalti, che è costata processi e persecuzioni al generale Mori e al colonnello De Donno, assolti dopo essere stati perseguitati ingiustamente da Scarpinato e altri, che vorrebbero riprocessarli in Commissione antimafia. (Applausi).
Questi, caro Presidente, sono atti giudiziari. Il 13 luglio 1992 si archivia parzialmente, ma in maniera sostanziale, l'inchiesta mafia e appalti. Le firme sono del dottor Guido Lo Forte e del dottor Roberto Scarpinato. Si dice che poi l'inchiesta in parte è stata riaperta: sì, 7-8 anni dopo.
Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 18,50)
(Segue GASPARRI). Sono stati dati anni di vantaggio ad autentici criminali e chi ha sbagliato non venga in antimafia a dare lezioni, perché le carte sono queste. (Applausi).
Potremmo continuare. Le altre inchieste sui sistemi criminali sono state archiviate. Le stragi le ha fatte la mafia, avrà avuto anche complicità e quant'altro, ma alcune narrazioni sono state archiviate. A un certo punto sembra, secondo alcuni racconti, che a Capaci i mafiosi non trovassero nemmeno più spazio: tra fascisti, neofascisti, massoni, Licio Gelli, Servizi deviati; forse il mafioso che ha schiacciato il tasto per la strage di Capaci si doveva fare spazio fra tutti i presenti, stando alle fantomatiche ricostruzioni.
Veniamo ad adesso. Queste sono fonti aperte, sono i giornali. Che cosa ha fatto il dottor Scarpinato? Ha avuto colloqui con il dottor Natoli per istruire e suggerire domande. Poi dice: ma facciamole fare al senatore tal dei tali, e alcuni sono anche qui in Aula; no, quello non conta, non ho rapporti. Scarpinato diceva che voleva seppellire la Colosimo sotto una montagna di documenti e poi diceva a Natoli: io ti chiedo questo, tu rispondi quello. È tutto a disposizione. C'è un'incompatibilità grande come una casa e, se qualche istituzione - qualunque essa sia ‑ dovesse difendere questa incompatibilità, si assumerà la responsabilità di impedire la lotta alla mafia. (Applausi). Qualsiasi istituzione. Dobbiamo mettere valanghe di atti, è tutto sui giornali.
Poi Natoli - quello con cui Scarpinato combinava le domande - non con Scarpinato, ma con i parenti - ci sono le intercettazioni, e le leggo sui giornali - ha ricoperto di insulti la famiglia Borsellino, dicendo che la signora Borsellino era una deficiente e che l'avrebbe detto Paolo Borsellino; dei figli ha detto nefandezze, il dottor Natoli ha dovuto scusarsi pubblicamente, per dire con chi combinava le domande e le risposte Scarpinato. Sono indagati, Natoli ed altri, a Caltanissetta. È indagato Pignatone, collega di venture, che con la sua famiglia ha comprato 24 immobili da persone di malaffare. Viene detto negli atti dell'antimafia, lo scrivono i giornali, lo dice la televisione. Pignatone, se hai un briciolo di sangue, smentisci questa affermazione secondo cui tu e la tua famiglia avete comprato sottocosto case da persone di malaffare.
Questa è la storia italiana e noi dovremmo far fare il processo dell'antimafia.
PRESIDENTE. Naturalmente, il presidente Gasparri si assume la responsabilità di ciò che afferma.
GASPARRI (FI-BP-PPE). Signora Presidente, faccio riferimento a fonti aperte, a giornali. Poi le mando tutto.
PRESIDENTE. Siccome in Aula ricordiamo sempre addirittura i gradi di giudizio, qui siamo anche alle ipotesi. Lei ha usato il verbo indicativo, solo per questo glielo dico.
GASPARRI (FI-BP-PPE). Io l'ho invitato a fare una smentita. Guardi, il dottor Pignatone ha presieduto anche tribunali ecclesiastici, quindi se vuol fare una smentita… Dottor Pignatone, ha comprato sottocosto o no le case da persone di malaffare? Ha detto che le ha pagate anche in nero. Quel che sto dicendo è uscito dappertutto, l'ha detto interrogato dalla magistratura di Caltanissetta, mica l'ha detto a me.
Ebbene, noi riteniamo che De Raho debba spiegare la vicenda Striano, di cui potremmo a lungo parlare, perché anche l'omessa vigilanza, la culpa in vigilando, è qualcosa che uno che fa il procuratore nazionale antimafia dovrebbe spiegare.
Per quanto riguarda Scarpinato, parliamo di archiviazioni, acquisizioni, rapporti, domande, e vedo che qualche collega mi guarda, proprio quelli che sono stati citati, di cui si è detto: no, quello non è adatto, non gliele facciamo fare le domande, ma a quell'altro. Insomma, sceglievano pure quelli che facevano le domande.
Quindi, a chi viene qui a leggere i discorsini scritti da altri, noi opponiamo la verità della storia, di chi la mafia l'ha combattuta e di chi invece non ha alcun titolo morale e non può inquinare l'attività della Commissione antimafia, perché noi accusiamo Scarpinato ed altri di voler fare un processo postumo sbagliato inquinando e condizionando le Commissioni di oggi. (Applausi). Noi tutto questo non lo consentiremo. Facemmo la lotta alla mafia e continueremo a farla e Scarpinato chieda scusa agli italiani delle parziali archiviazioni e dei tanti errori che ha compiuto. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Patuanelli. Ne ha facoltà.
PATUANELLI (M5S). Signora Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, io non ho alcun intervento scritto da altri, ma dirò quello che penso, come sempre. Oggi lo dico come se fossi io Roberto Scarpinato e, fra l'altro, lo faccio dal suo banco. Il senatore che è intervenuto prima di me ha anticipato quello che avrei voluto dire e ha risposto indirettamente alla buona fede del senatore Della Porta, che nel suo intervento ha detto chiaramente che non c'è un intento ad personam, né persecutorio.
Poi ha parlato il presidente Gasparri e si è capito esattamente qual è il senso di questa norma. (Applausi).
Peraltro, credo anch'io che le sentenze abbiano il giusto peso e credo che vadano lette tutte, non a senso alternato. Ci sono sentenze che riguardano una forza politica di questo Parlamento. Non lo ripeto, perché è già stato detto e non voglio ripetere ciò che hanno detto gli altri - sarò anche breve - ma, insomma, mi sembra del tutto evidente che, quando si parla di sentenze, vadano lette, interpretate, viste e capite tutte.
Mi concentrerò su due elementi che ritengo fondamentali. Il primo riguarda il tema dei conflitti di interesse. La mia forza politica è da sempre interessata a fare un ragionamento serio e scevro da preconcetti rispetto all'argomento dei conflitti di interesse. Per trent'anni in questo Paese non si è potuto fare un dibattito serio su cosa serviva, da parte del legislatore, per fornire elementi chiari che riguardassero i conflitti di interesse, perché c'era una persona che era un portatore di conflitto di interesse in tutte le sue attività. La politica non si è potuta concentrare sui conflitti di interesse, perché - da un lato - c'era una strumentalizzazione e - dall'altro - c'era un'altra strumentalizzazione.
Oggi questo non c'è più e credo che sarebbe proprio il momento di affrontare il tema dei conflitti di interesse. Perché si ritiene che in una sola Commissione si debba individuare una norma atta a gestire potenziali conflitti di interesse e poi, ad esempio, c'è una Commissione il cui Presidente è uno dei più grandi avvocati italiani, l'avvocato Bongiorno? Riteniamo che non ci sia un conflitto di interesse? In questo ramo del Parlamento ci sono decine di avvocati che esercitano la professione anche mentre espletano il loro mandato parlamentare. Non c'è un conflitto di interesse? Vogliamo parlarne seriamente? Perché chi fa un'attività professionale non è in conflitto di interesse rispetto ai temi che sono in discussione in quest'Aula?
Ci sono tantissimi grandi imprenditori in quest'Aula. Ci sono conflitti di interesse? Vogliamo parlarne, capirli, vedere se è necessaria una norma complessiva sui conflitti di interesse? Ci sono imprenditori - un po' meno capaci, a mio avviso - anche tra i membri del Governo, che fingono di dismettere le proprie attività e fanno il Ministro del settore di riferimento delle proprie attività imprenditoriali. Però questo è lecito e non serve parlare del tema dei conflitti di interesse? (Applausi).
Per il suo tramite dico al senatore Della Porta, che sicuramente ha fatto un intervento in buona fede, che ciò dimostra che questa legge è fatta per togliere dalla Commissione antimafia due magistrati che hanno dedicato la loro vita a combattere la mafia. (Applausi). Se non è piaciuto il modo in cui l'hanno fatto, se hanno fatto delle cose che a delle parti politiche non sono piaciute, pazienza; però hanno dedicato la loro vita a combattere la mafia. E chi meglio di loro può dare un contributo a una Commissione che di questo tratta, o almeno dovrebbe trattare?
Secondo elemento, Presidente: noi non siamo preoccupati dell'approvazione di questo provvedimento. Tutto sommato, se anche questo provvedimento - cosa che immagino accadrà - non dovesse essere approvato in via definitiva entro la fine di questa legislatura, la mia preoccupazione sulla tenuta democratica di un Paese in cui la maggioranza presenta un testo come questo rimane inalterata. Il tema non è soltanto se questo disegno di legge diventerà legge dello Stato. Il problema di cui tutti dovremmo occuparci è se questo è il modo con cui si fa politica (non un atto legislativo). (Applausi). Questa è la scelta politica di una parte che stravolge le regole democratiche a colpi di maggioranza e vuole imporre la fuoriuscita o l'astensione in Commissione di un senatore e di un deputato soltanto su un presupposto politico.
Io chiedo ai colleghi di maggioranza - e sono tanti che hanno questa perplessità - di fermarsi e di dichiararlo pubblicamente.
Vorrei che quei tanti colleghi di maggioranza che in questi giorni durante il dibattito, nelle pieghe del dibattito, hanno dimostrato perplessità rispetto a questo modo di condurre il provvedimento in questione, la sua scrittura, il suo testo e il suo arrivo in Aula, lo dicessero pubblicamente: a noi non va bene un Paese in cui, anche se le Aule parlamentari sono elette democraticamente, c'è una parte delle forze politiche che vuole politicamente cancellare la storia di due magistrati antimafia; noi non siamo disponibili. (Applausi). Vorrei sentire queste parole da parte dei tanti colleghi di maggioranza che l'hanno detto e le vorrei sentire amplificate da questi microfoni.
Noi abbiamo iniziato tutti i nostri interventi dicendo: «siamo tutti Roberto Scarpinato». Ha detto bene il collega Marton: magari fossimo tutti noi un briciolo di quello che è stato e che è Roberto Scarpinato, con tutto quello che ha fatto per questo Paese. Vorrei davvero trovare in quest'Aula tanti più Roberto Scarpinato e vedere tante meno persone che, tutto sommato, se un campione dell'antimafia esce dalla Commissione antimafia sono contente. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bazoli. Ne ha facoltà.
BAZOLI (PD-IDP). Signora Presidente, è difficile dissimulare lo sconcerto per questa iniziativa legislativa che viola palesemente tanti principi di diritto e anche tanti principi di natura costituzionale. Lo sconcerto, se possibile, aumenta alla luce delle parole del collega Gasparri che, se fossimo in un'aula di tribunale, sarebbero una dichiarazione palesemente confessoria: il senatore Gasparri ha confessato (Applausi) che il provvedimento in questione è fatto per consentire di togliere dalla Commissione antimafia una persona che non la pensa come il senatore Gasparri. Questo è il punto. In questo disegno di legge si dice che non può partecipare alle sedute della Commissione antimafia una persona che si trovi in conflitto di interessi in relazione a determinati fatti oggetto dell'indagine della Commissione antimafia. Questo dice il testo di legge. In cosa consista questo conflitto di interessi non è in alcun modo precisato, cioè non si spiega cos'è il conflitto di interessi.
Il conflitto di interessi in campo giuridico, nel campo del diritto amministrativo, del diritto penale e della responsabilità erariale, è quel conflitto che si ha quando c'è un interesse privato che confligge con un interesse pubblico. Se un pubblico ufficiale, nell'adottare un provvedimento, si fa influenzare da un interesse privato, che condiziona il suo provvedimento che quindi non risponde più all'interesse pubblico ma a un interesse privato, quello è conflitto di interessi, e così si definisce. In questo caso, invece, non è definito che cos'è conflitto di interessi. Chi lo definisce? Chi stabilisce cos'è conflitto di interessi? Sapete chi stabilisce, secondo questo disegno di legge, un conflitto di interessi che impedisce a un componente della Commissione antimafia di svolgere il suo mandato di commissario della Commissione antimafia? Lo decide la maggioranza: la maggioranza pro tempore decide, quando e se ne ha il desiderio, se un commissario della Commissione antimafia è o non è in conflitto di interessi. Quindi la maggioranza, a suo arbitrio, può decidere di escludere un componente di minoranza dall'esercizio delle sue funzioni in Commissione antimafia. (Applausi). Questo è quello che c'è scritto in questa legge. Ma vi rendete conto che è una compressione incredibile, palese e inaccettabile delle prerogative di un parlamentare, se viene rimesso alla mercé della maggioranza decidere se quel parlamentare può o non può partecipare ai lavori di una Commissione, e di una Commissione così importante come quella antimafia? È inaccettabile. Questo viene fatto, come ha confessato poco fa il senatore Gasparri, per togliere di mezzo il senatore Scarpinato, che è antipatico.
È antipatico perché sostiene tesi che non collimano con alcune tesi che invece vengono sostenute da una parte della maggioranza e, quindi, è meglio eliminarlo dalla Commissione antimafia con un atto di legge che consente alla maggioranza di toglierlo di mezzo.
Colleghi, tutto questo è inaccettabile, come vi è stato detto dai colleghi che prima di me hanno citato le sentenze della Corte costituzionale secondo le quali nessun parlamentare può essere privato delle proprie prerogative per atto normativo, amministrativo e di qualunque natura. Non si può fare, è una violazione delle prerogative parlamentari. Non si può fare una legge che quando limita una libertà, che è la libertà di un parlamentare di frequentare una Commissione parlamentare, non spiega quali sono i criteri attraverso i quali si può privare di questa libertà. Tutto questo non è accettabile. Condivido quanto detto dal senatore Patuanelli e spero ci sia un sussulto di responsabilità da parte dei parlamentari di maggioranza. Se infatti passasse una norma così, costituirebbe un precedente spaventoso, che autorizzerebbe qualunque maggioranza in futuro a fare la stessa cosa.
Voglio aggiungere, concludendo sul punto, che questa vicenda è, a mio avviso, tanto più preoccupante perché avviene proprio sullo sfondo di quel contrasto che si sta verificando all'interno della Commissione antimafia nella ricostruzione di alcune vicende drammatiche del nostro Paese. Un contrasto che riguarda la ricostruzione del periodo dello stragismo mafioso degli anni Novanta, che ha, purtroppo, segnato il nostro Paese e che vede contrapposta una lettura che cerca di schiacciare quegli episodi come legati solo alla criminalità organizzata e chi invece ritiene che quegli episodi siano in linea e in scia con tanti eventi che hanno condizionato la nostra democrazia, nei quali c'è anche il coinvolgimento del terrorismo neofascista e di parte dei Servizi. Siamo dentro questo scontro. Lo sfondo di questa vicenda è dentro questo scontro e noi sappiamo che al suo interno ci sono tanti interessi, anche opachi, che puntano a indirizzare la direzione di indagine e di verifica della Commissione antimafia solo da una parte, senza consentire la libertà di verifica delle varie ipotesi su cui si sta facendo una ricostruzione anche di natura politica.
La cosa che a me colpisce di questa vicenda è che si arriva al punto che i condizionamenti di questi poteri opachi, ancora presenti nel Paese, non solo riescono a permeare una parte dei media che stanno facendo una battaglia su questo, ma addirittura arrivano in Parlamento. Riescono a condizionare addirittura un'attività legislativa per fare in modo che quelli che vengono considerati nemici di una ricostruzione storica vengano tolti di mezzo dalla possibilità di fare la loro attività d'indagine parlamentare. Questo mi preoccupa molto ed è lo sfondo sul quale si sta verificando questa vicenda.
Mi auguro davvero, con tutta la mia speranza, che ci si fermi qui e che questo progetto di legge naufraghi perché sarebbe un precedente molto pericoloso per questo Parlamento. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Russo. Ne ha facoltà.
RUSSO (FdI). Signora Presidente, io sono semplicemente Raoul Russo, senatore della Repubblica e siedo con onore e umiltà al mio posto perché così hanno voluto gli italiani che hanno dato il loro consenso al progetto politico di Giorgia Meloni e della comunità umana e politica di Fratelli d'Italia, che è erede di una storia importante, quella della destra italiana, una storia fatta di sacrifici, battaglie politiche e sociali, combattute sempre in nome dell'Italia e del suo popolo. Un'avventura incredibile che è stata vissuta soprattutto da generazioni di giovani che si sono succedute negli anni e che hanno sempre avuto a cuore i valori della legalità, dell'onestà e, quindi, della libertà da qualsiasi ricatto mafioso come stella polare del loro percorso esistenziale.
«Potrei anche morire da un momento all'altro, ma morirei sereno pensando che resteranno giovani come voi a difendere le idee in cui credono: ecco, in quel caso non sarei morto invano».
Naturalmente non sono parole mie, ma di Paolo Borsellino. (Applausi). Con queste parole, nel settembre del 1990, alla festa nazionale del Fronte della Gioventù consegnò un messaggio indimenticabile ad una platea di giovani di destra. Quel giorno Borsellino, inconsapevolmente, scrisse il proprio epitaffio. Quei ragazzini, invece, decisero di incidere quella frase nei loro cuori e nelle loro menti, per farne memoria nella loro azione militante quotidiana.
Era la generazione di quei ragazzi che, all'indomani della strage di via D'Amelio, con ancora nelle orecchie il boato dell'esplosione che dilaniò Palermo, riempirono la città con i manifesti: meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Ciancimino. Io facevo umilmente parte di quella platea dei giovani di Siracusa.
Questa premessa, con annessa autocitazione biografica, fatta con nessun intento autocelebrativo, mi è necessaria per confutare con forza i deliranti insulti che dai banchi delle opposizioni sono piovuti nei confronti delle forze politiche di maggioranza, in particolare di Fratelli d'Italia e nei confronti della presidente Chiara Colosimo, giovane, appassionata e preparata Presidente della Commissione antimafia, che a pieno titolo fa parte di questa storia. (Applausi).
Infatti, gli argomenti che ho udito in quest'Aula da parte di chi si oppone a questa norma di civiltà altro non sono stati che richiami a fantomatici complotti che le forze di maggioranza avrebbero ordito per tacitare una presunta voce scomoda in Commissione antimafia. Di scomodo vi è solo la retorica intollerante di chi ritiene di essere depositario di verità assolute e di una pretesa superiorità morale, degna di Torquemada e Robespierre. (Applausi).
Per fortuna, di questa retorica fuorviante e inconcludente gli elettori se ne sono accorti ed il declino elettorale ce lo conferma, elezione per elezione. Oggi, invece, dobbiamo affrontare una questione che va al cuore della credibilità delle nostre istituzioni: il tema del conflitto di interessi all'interno della Commissione parlamentare antimafia, con particolare riferimento alla posizione del senatore Roberto Scarpinato ed al filone d'inchiesta relativo alla strage di via d'Amelio.
Nel corso dei decenni, la Commissione, dalla sua istituzione negli anni Sessanta, ha contribuito a far emergere verità scomode, a proporre riforme legislative, a segnalare i rapporti pericolosi tra mafia, politica ed economia. Le sue relazioni hanno avuto un impatto enorme sul dibattito pubblico e sulla memoria collettiva. Ecco perché non possiamo permettere che la sua autorevolezza venga messa in discussione.
La Commissione antimafia deve essere un faro di trasparenza e imparzialità, non può sopportare zone d'ombra o sospetti di conflitto. I suoi poteri sono disciplinati dall'articolo 82 della Costituzione: poteri e limiti analoghi a quelli dell'autorità giudiziaria, rinnovati di legislatura in legislatura da un'apposita norma.
I compiti sono chiari: indagare sul fenomeno mafioso, verificare l'attuazione delle leggi, proporre modifiche normative, acquisire atti e documenti, convocare audizioni, riferire periodicamente alle Camere. Tuttavia, in questo impianto normativo persiste una lacuna grave: nessuna disciplina sui conflitti di interesse dei commissari, né obblighi di dichiarazione, né procedure di valutazione, né sanzioni. Tutto è lasciato al senso di responsabilità personale e a prassi informali: una lacuna che per noi oggi diventa insostenibile.
Parlando del principio generale di imparzialità, tocchiamo un principio cardine del nostro ordinamento. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma del fondamento stesso di ogni funzione pubblica: l'imparzialità, regolata dalle norme nel nostro ordinamento che regolano l'agire dei funzionari pubblici e dei magistrati.
Lo Stato è rigoroso con i suoi funzionari e con i suoi magistrati. A maggior ragione non possiamo accettare che una Commissione parlamentare che indaga con i poteri dell'autorità giudiziaria su fenomeni drammatici come una strage di mafia non si ponga questo problema.
La Commissione antimafia non è un organo tecnico, è vero, ma le sue relazioni hanno un peso enorme: incidono sulla memoria pubblica, orientano la politica legislativa, entrano nei libri di storia, e se anche un solo dubbio di parzialità si insinua, tutto il lavoro rischia di essere delegittimato.
È per questo che il concetto di apparenza di imparzialità diventa decisivo. I cittadini devono avere la certezza che nessuno stia usando la Commissione per confermare tesi già sostenute o per rileggere la propria storia professionale.
È noto che il senatore Scarpinato, durante la sua carriera di magistrato, ha avuto un ruolo centrale in due filoni strettamente connessi: le indagini sulla strage di via d'Amelio del 19 luglio 1992, seguite dalla procura di Caltanissetta, dove egli prestava servizio come sostituto procuratore. Quelle indagini, lo sappiamo, furono complesse e segnate da errori e depistaggi che hanno portato a processi di revisione ed a una verità giudiziaria costruita con fatica nei decenni successivi. Poi, i processi sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, condotti dalla procura di Palermo, in cui Scarpinato ebbe un ruolo di primo piano, sostenendo in aula una ricostruzione che legava direttamente la stagione stragista ai rapporti tra apparati dello Stato e organizzazioni mafiose.
In entrambi i casi egli non è stato osservatore esterno; è stato un protagonista diretto, pubblico ministero titolare di indagini, artefice di scelte processuali, autore di requisitorie che hanno segnato il dibattito pubblico.
Ora, possiamo davvero ritenere che la stessa persona che ieri indagava e sosteneva una precisa la lettura di quei fatti in tribunale oggi possa sedere come commissario in Commissione e contribuire a scrivere relazioni su quelle stesse vicende? Noi pensiamo di no e non per sfiducia personale, ma per una ragione di principio: chi è stato attore diretto di una vicenda non può essere anche arbitro imparziale della sua rilettura istituzionale; la sovrapposizione tra la funzione giudiziaria esercitata ieri e il ruolo politico istituzionale ricoperto oggi rischia di trasformarsi in una condizione di oggettiva incompatibilità.
Il rischio è duplice: da un lato, che i lavori della Commissione vengano percepiti come condizionati da chi deve difendere o rilanciare le proprie tesi passate; dall'altro, che le stesse conclusioni della Commissione perdano valore agli occhi dell'opinione pubblica, perché macchiate dal sospetto di parzialità.
Non è irrilevante ricordare che la vicenda di via d'Amelio ancora oggi è una ferita aperta nella coscienza civile del Paese. I familiari delle vittime chiedono da anni piena verità e trasparenza, a partire dai figli del compianto giudice Borsellino.
In questo contesto, sarebbe devastante se la Commissione antimafia fosse percepita come il luogo in cui si confermano ricostruzioni già sostenute da uno dei suoi membri quando era magistrato, che non hanno superato il vaglio della magistratura giudicante. Lo stesso Scarpinato ha avuto ampiamente modo di portare avanti le sue teorie da magistrato e molte di esse non hanno portato a nessun successo giudiziario. Ecco perché la posizione del senatore Scarpinato, rispetto al filone d'inchiesta sulla strage di via d'Amelio e alla trattativa Stato-mafia appare, indipendentemente dalle intenzioni personali, oggettivamente incompatibile con il principio d'imparzialità che deve guidare i lavori della Commissione antimafia.
Sia chiaro, non stiamo discutendo dell'onorabilità del senatore Scarpinato, né del suo impegno contro la mafia; stiamo discutendo di un principio: nessuno può essere chiamato a giudicare vicende nelle quali è stato parte diretta. Se questo principio vale per un giudice o per un pubblico ministero, deve valere anche per i Commissari parlamentari, tanto più in una materia delicata come l'antimafia. La lotta alla mafia è la sfida più importante per la nostra Nazione. Non possiamo permettere che la Commissione antimafia, simbolo della presenza dello Stato, sia indebolita da zone d'ombra. Lo dobbiamo ai cittadini, ma soprattutto alla memoria di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone e di tutte le vittime della mafia.
Mi sembra opportuno, a tal proposito, ricordare le parole che Manfredi Borsellino in una lettera aperta ha voluto dedicare ai suoi figli, nel momento in cui hanno avuto notizie dalla stampa di come il giudice Natoli, nel suo ambito familiare, definiva i figli e i congiunti stessi del giudice Borsellino (cosa di cui poi si è dovuto scusare pubblicamente). A questo punto, scrive Manfredi Borsellino, sento il dovere di dirvi oggi di continuare a camminare sempre a testa alta, perché forse vostro padre e le vostre zie per questi personaggi avranno pochi neuroni, ma siamo stati fortunati per aver avuto figli come voi e genitori - per dirla in gergo calcistico, come sapete, caro a papà - di un'altra categoria.
Ecco, in Commissione antimafia devono operare in scienza e coscienza Commissari di un'altra categoria, mossi unicamente dalla volontà di raggiungere la verità; e una parte della verità potrebbe appunto rintracciarsi in quel covo di vipere, come ebbe a definire Paolo Borsellino la procura di Palermo, in cui operava anche il giudice Scarpinato.
La Commissione antimafia deve restare un luogo di verità, imparzialità e credibilità, non un'arena di sospetti e di conflitti; ecco perché insistiamo: il conflitto di interessi va disciplinato per legge e va affrontato subito, qui e ora, non per convenienza politica, com'è stato detto, ma per rispetto delle istituzioni e della Repubblica stessa.
Mi si permetta di concludere con un doveroso ringraziamento al presidente Chiara Colosimo (Applausi), che con abnegazione ed equilibrio guida la Commissione antimafia cercando la verità, laddove magari ancora non è stata cercata, partendo dalle audizioni delle principali vittime viventi della strage di via d'Amelio, cioè i figli del compianto Borsellino.
Per essere chiari, l'unica volta che la Presidente ha interrotto il senatore Scarpinato - che si è lamentato pubblicamente di essere stato tacitato nei lavori di Commissione - è stata quando lo stesso, agendo più da pubblico ministero inquisitore che da parlamentare, ha cercato di condurre quasi un controinterrogatorio nei confronti di Lucia Borsellino e suo marito Fabio Trizzino. Tutto ciò non è accettabile.
La presidente Colosimo è stata allora oggetto di un linciaggio incredibile, osceno e violento: questo non lo possiamo accettare, come non abbiamo potuto accettare quello che abbiamo subito in quest'Aula.
Sia chiaro: il nostro unico intendimento è la ricerca della verità e della giustizia. È quello che ci interessa per storia politica, per credo ideologico, ma soprattutto per rispetto del nostro ruolo di parlamentari.
Respingiamo quindi al mittente qualsiasi accusa di aver voluto fare un atto parziale per tacitare qualcuno. Noi vogliamo dare parola agli italiani che vogliono verità. (Applausi).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.