Legislatura 19ª - 4ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 344 del 29/04/2026
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SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAI SENATORI TATJANA ROJC, FRANCESCHINI, SIMONA FLAVIA MALPEZZI E SENSI SUL DOCUMENTO CCXL, N. 2 E CONNESSI ALLEGATI
La 4a Commissione,
premesso che:
il Documento di finanza pubblica (DFP) per il 2026 certifica, in via definitiva, il fallimento dell'azione di Governo a tre anni e mezzo dal suo insediamento, amplificando la netta distanza tra i bisogni reali di cittadini e imprese e la narrazione irrealistica della situazione economica e di finanza pubblica del Paese, l'assenza di idee sul futuro e i deludenti risultati conseguiti dall'esecutivo;
il DFP 2026, in linea con i precedenti documenti di finanza pubblica, è un testo vuoto, che si limita ad illustrare la situazione macroeconomica e di finanza pubblica tendenziale, rinunciando a prospettare, proprio nel momento di maggiore necessità, gli interventi da adottare nell'immediato e nei prossimi mesi per indirizzare il Paese verso un futuro di maggiore crescita e di miglioramento del benessere economico e sociale;
la rinuncia a definire nel DFP 2026 un percorso virtuoso di politiche economiche e sociali è tanto più grave se si tiene conto che le condizioni di vita dei cittadini sono in costante peggioramento e le difficoltà del contesto geopolitico internazionale rischiano di travolgere il nostro sistema economico produttivo e l'occupazione;
l'innalzamento del costo della vita nel periodo 2022-2023 ha sensibilmente ridotto i salari reali degli italiani e il leggero recupero registrato nel corso degli ultimi due anni non è stato in grado di compensare la pesante perdita di potere d'acquisto di cittadini e famiglie. Secondo l'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), il debole recupero registrato nel 2025 non ha consentito di ridurre l'ampia perdita di potere d'acquisto che si è verificata nel biennio 2022-2023, tanto che le retribuzioni contrattuali reali sono ancora inferiori di circa l'8 per cento rispetto a quelle registrate nel gennaio del 2021;
secondo recenti stime, il fiscal drag ha eroso i redditi dei cittadini italiani per un ammontare stimato di oltre 25 miliardi di euro, solo parzialmente restituiti dal Governo con le misure di politica fiscale;
nel frattempo, si assiste all'aumento della disuguaglianza economica e sociale, così come alla caduta di un sempre maggiore numero di persone e famiglie nella povertà o in situazioni di esclusione sociale. I più recenti dati evidenziano che, nel 2024, in Italia viveva in una condizione di povertà assoluta il 9,8 per cento della popolazione e complessivamente si contavano 5.744.000 di poveri assoluti, di cui 1,3 milioni di minori, per un totale di oltre 2.224.000 di famiglie;
la forbice della distribuzione della ricchezza si allarga sempre di più. Il 5 per cento delle famiglie italiane più abbienti possiede oggi circa le metà (49,4 per cento) della ricchezza netta totale del Paese. Dal dicembre 2010 al giugno 2025 la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro in termini nominali. Tuttavia, la distribuzione dell'incremento è stata fortemente asimmetrica: circa il 91 per cento della nuova ricchezza è andato al 5 per cento più ricco delle famiglie, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7 per cento;
mentre le condizioni socio-economiche dei cittadini peggiorano, la pressione fiscale viene portata dal Governo a livelli insostenibili, raggiungendo la soglia del 43,1 per cento nel 2025, a un livello mai registrato nel corso degli ultimi 11 anni;
sul fronte delle imprese i dati sono altrettanto allarmanti. Le imprese italiane perdono capacità produttiva e arretrano sul fronte della competitività. La produzione industriale è crollata nel corso degli ultimi tre anni, registrando dati negativi per 35 mesi su 40, di cui 26 consecutivamente. Le difficoltà strutturali del settore industriale e lo stato di perdurante caduta della produzione ha innescato una serie di crisi aziendali, cessazioni di attività o cessioni di importanti aziende ad acquirenti esteri;
nel corso degli ultimi tre anni, le analisi di mercato hanno evidenziato che centinaia di imprese italiane sono passate sotto controllo estero. Si tratta di un flusso che attraversa l'intero tessuto del made in Italy e coinvolge importanti imprese operanti nei settori della manifattura, della meccanica, della moda, della logistica e dei servizi. Non si tratta soltanto del passaggio di un marchio ma di una ricomposizione strutturale della proprietà delle imprese italiane che passa sotto il controllo azionario straniero, che ha costretto il Governo, in assenza di una efficace politica industriale in grado di far crescere le imprese, a ricorrere all'utilizzo dello strumento del "golden power" su asset di volta in volta ritenuti strategici per il Paese. Nel solo anno 2025, il Governo ha esercitato i poteri speciali in 40 casi, di cui 38 sotto forma di condizioni e prescrizioni e ha ricevuto oltre 900 comunicazioni tra notifiche e pre-notifiche relative ad operazioni di acquisizione;
tutti gli indicatori di produttività peggiorano sensibilmente nel corso degli ultimi mesi, ampliando il divario esistente tra l'Italia e i Paesi maggiormente sviluppati. La produttività totale dei fattori (PTF) che racchiude tutti i fattori che contribuiscono alla crescita economica, come il progresso tecnico, l'innovazione e l'efficienza dei processi, ha mostrato una dinamica negativa nel 2023, con un calo dell'1,6 per cento, per proseguire la discesa nel 2024. Il Report ISTAT sulle misure di produttività del 12 dicembre 2025 evidenzia una diminuzione della PTF di 1,2 punti percentuali nel 2024, confermata dai primi dati disponibili relativi al 2025. In tale contesto, preoccupa l'andamento della produttività per ora lavorata che ha subìto una caduta di 2,7 punti percentuali nel 2023 e di 1,9 punti percentuali nel 2024, per proseguire la discesa anche nel 2025;
nel frattempo cresce sempre di più il ricorso delle imprese alla Cassa integrazione guadagni. Se nel 2023, il totale delle ore autorizzate è stato pari a 401.139.474, nel 2025 il totale delle ore autorizzate ha raggiunto la soglia di 534.817.665, con un incremento del 33,3 per cento nel breve volgere di due anni. Nei primi tre mesi del 2026, si conferma un trend preoccupante, con un totale provvisorio di 127.418.822 ore autorizzate e con una proiezione in peggioramento a fronte della situazione in atto;
gli ultimi dati sull'andamento del mercato del lavoro evidenziano segnali di inversione di tendenza, con una riduzione degli occupati di oltre 29.000 unità nel mese di febbraio. Gran parte dei 24,1 milioni di occupati è nella fascia oltre i 50 anni, mentre i giovani e le donne sono in difficoltà a trovare un'occupazione stabile. Il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d'Europa (58 per cento contro una media UE del 71,3 per cento), segnando un divario di genere oltre i 19 punti. L'occupazione flette nelle classi d'età centrali (25-49 anni);
l'Italia, con un tasso di occupazione per la fascia di età 15-64 anni del 67,7 per cento, occupa l'ultimo posto in ambito UE (76,1 per cento in media), superata nelle ultime posizioni dalla Grecia (71 per cento) e dalla Romania (69 per cento);
crescono gli inattivi, raggiungendo la soglia dei 12,3 milioni di cittadini (33,9 per cento), che sommati a 1,36 milioni di disoccupati, raggiungono la soglia di circa 13,7 milioni di cittadini senza occupazione;
considerato che:
sul quadro del Paese in difficoltà si addensano ora le ricadute delle crisi geopolitiche in atto, con scenari che non promettono nulla di positivo per i prossimi mesi. Sulle prospettive di ripresa economica e produttiva, per il corrente anno e per quelli successivi, gravano diversi fattori di rischio, fra i quali il conflitto in corso in Medioriente, la vicenda dei dazi, l'elevato livello dei costi dell'energia, che nel loro insieme rappresentano fattori di ulteriore incertezza che rallenta piani di sviluppo e gli investimenti delle imprese;
i choke points in Medioriente sono gli epicentri di forte tensione per gli scambi commerciali internazionali. Il Canale di Suez, che convoglia il 10 per cento del traffico mondiale e il 22 per cento del commercio di container, ha da tempo mostrato la sua estrema vulnerabilità a seguito degli attacchi alle navi in transito nel Mar Rosso. Il conflitto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran ha aperto un nuovo e inatteso fronte di tensione, con un blocco navale dello Stretto di Hormuz che si protrae ormai da oltre un mese e che sta assumendo contorni di drammatica urgenza globale;
il blocco di una quota consistente del trasporto marittimo in tali aree inizia a produrre devastanti effetti sia sugli scambi commerciali internazionali sia sull'andamento dei prezzi energetici. L'aumento del costo del carburante sta creando un effetto a catena sullo scenario internazionale che colpisce i margini operativi di tutte le filiere produttive con conseguente revisione al ribasso di tutte le stime di crescita a livello globale;
l'Italia, per la sua peculiare natura geografica di piattaforma logistica naturale nel Mediterraneo e per la sua vocazione manifatturiera, è tra i Paesi più coinvolti dalle conseguenze nefaste dell'instabilità geopolitica in Medioriente e del conseguente blocco dei traffici marittimi. Le imprese del nostro Paese, a partire dalle piccole e medie imprese (PMI), che costituiscono il cuore pulsante dell'export italiano, sono le più vulnerabili in questo scenario. A differenza dei grandi conglomerati multinazionali, le PMI non dispongono di strumenti di hedging finanziario o di potere contrattuale sufficiente per rinegoziare i costi dei noli con i grandi vettori marittimi globali, trovandosi, così, spiazzate dall'aumento dei costi di produzione e dall'impossibilità di consegnare i propri prodotti sui mercati internazionali. Un effetto a catena che, abbinato alla crescita dei costi energetici, colpisce i margini operativi di tutta la filiera del Made in Italy;
l'Italia è il Paese europeo con i maggiori costi nella bolletta elettrica e del gas e si posiziona tra i Paesi UE con il carico fiscale più elevato sui prezzi dei carburanti e l'evoluzione del contesto geopolitico rischia di peggiorare ulteriormente la situazione;
l'escalation militare e il difficile transito attraverso lo stretto di Hormuz stanno producendo pesanti effetti sui mercati energetici internazionali, con un fortissimo aumento delle quotazioni del petrolio e del gas. Il protrarsi del blocco delle navi petroliere rischia di innalzare il prezzo del greggio nei prossimi mesi ad un livello stabilmente sopra i 100 dollari, e di generare, conseguentemente, su scala globale fino a un punto di inflazione aggiuntivo nei prossimi dodici mesi, cancellando mezzo punto di crescita economica. In tale contesto, particolare preoccupazione destano le ricadute del conflitto in Medioriente sul nostro sistema economico, con le imprese manifatturiere più esposte rispetto ai competitors europei e internazionali alla volatilità dei prezzi energetici, nonché per la ripresa dell'inflazione;
i prezzi dei carburanti in Italia, dopo alcuni mesi caratterizzati da oscillazioni modeste dei prezzi di listino dei carburanti alla pompa, oggi sono in netto rialzo. Una consistente spinta all'incremento dei prezzi dei carburanti dipende dalle politiche messe in atto dal Governo. Il riallineamento delle aliquote delle accise per diesel e benzina, e in particolare l'aumento delle aliquote di accisa sul diesel ha spinto in alto il prezzo dei carburanti nei primi due mesi dell'anno e la situazione è ulteriormente peggiorata per effetto dell'impennata delle quotazioni del petrolio e del gas naturale legata alla guerra nel Golfo Persico. Nel breve volgere di pochi giorni, il prezzo dei carburanti alla pompa è salito rapidamente raggiungendo quota 2 euro al litro in modalità self service, con ricadute sui costi e energetici e la competitività del sistema produttivo nazionale;
una delle immediate conseguenze riguarda anche il "caro materiali" in conseguenza delle difficoltà commerciali e di approvvigionamento di materie prime e semilavorati e l'innalzamento ulteriore dei costi del "carrello della spesa";
la guerra e l'aumento drammatico dei prezzi del petrolio, del gas naturale, dell'energia elettrica, dei materiali e del carrello della spesa, si inseriscono in una situazione dei mercati internazionali già sotto grave stress a causa della vicenda dei dazi. L'accordo al ribasso sui dazi tra UE e Stati Uniti dell'agosto 2025, frutto del mancato sostegno a una forte e decisa azione comune europea da parte di alcuni governi nazionali, in particolare quello italiano, aveva già provocato un duro colpo per le esportazioni italiane. La sentenza pronunciata il 20 febbraio scorso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha statuito l'illegittimità dei dazi "IEEPA" (International Emergency Economic Powers Act) imposti dall'amministrazione Trump, ha ulteriormente aggravato il clima di incertezza sui mercati internazionali, a causa della reazione dell'Amministrazione Trump che ha introdotto dazi globali al 15 per cento, con effetto immediato, su quasi tutte le importazioni di merci, e del vertiginoso incremento del contenzioso legali, con richiesta da parte delle imprese danneggiate della restituzione degli importi illegittimamente riscossi dall'amministrazione USA;
rilevato che,
a fronte delle difficoltà descritte, i contenuti del DFP 2026 evidenziano la definitiva resa del Governo. Lo scenario delineato nel documento prefigura forti rischi di "stagflazione" - la peggiore delle situazioni macroeconomiche -, con una debole crescita del PIL, rivista al ribasso rispetto al Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP) di ottobre 2025, e un'inflazione rivista al rialzo sia per l'anno in corso sia per il prossimo;
facendo riferimento ad uno scenario baseline, il PIL tendenziale è previsto per l'anno in corso allo 0,6 per cento. Tale ottimistico dato è influenzato da un effetto di trascinamento statistico del 2025 sul 2026 più favorevole e non tiene conto dei riflessi del conflitto in Medioriente i cui effetti si manifesteranno pienamente nella seconda parte dell'anno;
le stime delle principali Istituzioni internazionali evidenziano, infatti, scenari meno ottimistici. Il Fondo monetario internazionale ha ridotto le stime di crescita del PIL italiano allo 0,5 per cento sia nel 2026 sia nel 2027, con una riduzione dello 0,2 per cento rispetto alle stime di gennaio. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) indica una crescita frenata allo 0,4 per cento nel 2026, tagliando le stime precedenti a causa dell'instabilità in Medioriente che alimenta l'inflazione. A livello nazionale, l'Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) stima un impatto negativo del conflitto tra 0,2 e 0,4 punti percentuali sul PIL nel 2026-2027. Per gli anni successivi, il PIL è previsto allo 0,6 per cento nel 2027, per salire allo 0,8 per cento nei due anni successivi;
l'UPB, nella lettera di validazione, ha sottolineato come le previsioni del Governo siano ottimistiche sia sulla crescita sia sulle componenti interne della domanda, principali fattori di spinta dell'attività economica, all'interno di uno scenario internazionale esposto a fortissimi rischi e tale da determinare, anche in misura significativa, una revisione delle previsioni nell'arco di un breve intervallo di tempo;
sulla base di questi dati, l'Italia si posiziona come "fanalino di coda" per crescita del PIL nel triennio 2026-2028 sia rispetto alla media dell'Eurozona (1,3 per cento) sia a quella globale (3,1 per cento). Il differenziale di crescita rispetto all'Eurozona è di circa 0,6 punti percentuali;
rallentano progressivamente anche i consumi delle famiglie, che passano dall'1,1 per cento del 2025 allo 0,8 per cento nel 2026, per scendere, poi, allo 0,5 per cento nel 2027, nonostante il ritardo con cui l'aumento dell'inflazione si trasmette alle decisioni di spesa delle famiglie, orientate a mantenere le abitudini consolidate;
crollano gli investimenti, che passano dal 3,5 per cento del 2025 all'1,9 per cento del 2026, dato influenzato dalla coda del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), per attestarsi allo 0,9 per cento nel 2027 e intorno all'1 per cento negli anni successivi;
le esportazioni si riducono rispetto al 2025, passando dall'1,2 per cento allo 0,9 per cento, così come le importazioni, che scendono dal 3,6 per cento al 2,3 per cento;
nel mercato del lavoro, frena la crescita dell'occupazione nazionale, che passa dall'1,1 per cento del 2025 allo 0,5 per cento sia nel 2026 sia nel 2027 e diminuisce il trend di crescita nominale dei redditi da lavoro dipendente, che passa dal 3,8 del 2025 al 3,2 per cento nel 2026 e al 3,1 per cento nel 2027;
la produttività totale dei fattori prosegue il suo percorso di ininterrotta caduta, registrando una diminuzione dello 0,2 per cento per il 2026 e per il 2027;
per quanto di competenza della Commissione,
lo scorso 21 aprile è stato sancito il fallimento dell'uscita dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo, dopo tre anni di politiche di austerità indirizzate al conseguimento di questo obiettivo e un susseguirsi manovre di bilancio e di provvedimenti privi di interventi orientati alla crescita economica e alla realizzazione di vere riforme per l'ammodernamento del Paese;
anche in questo caso il Governo, anziché affrontare con serietà e consapevolezza il proprio fallimento, ha tentato vanamente di attribuire le colpe al Superbonus e, in modo del tutto pretestuoso, persino all'ISTAT. La permanenza nella procedura di infrazione, pur non producendo particolari effetti sui margini di politica di bilancio, impatta sulla credibilità del Paese, circostanza particolarmente grave a fronte del nostro elevato debito pubblico;
il mancato raggiungimento dell'obiettivo dell'uscita dalla procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo rappresenta un mancato obiettivo del Governo, ma a carico dell'esecutivo resta l'impegno per il 2026 e gli anni successivi di rispettare il percorso di spesa netta concordato con l'UE;
i margini di bilancio, pertanto, si assottigliano in ragione del deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, tanto che dal Governo emerge la possibilità di invocare all'UE una maggiore flessibilità per intervenire a sostegno di famiglie e imprese o, addirittura, in assenza di appoggio, di procedere, in contrasto con le regole di Governance europea sottoscritte dallo stesso Governo Meloni, a uno scostamento di bilancio;
gli unici interventi previsti nel DFP 2026, nel breve periodo, si limitano soltanto all'obiettivo di tamponare la situazione dell'incremento degli oneri dei combustibili allo scopo di contenere - finora senza successo - le tensioni inflazionistiche, mentre per quanto riguarda la prossima legge di bilancio, l'ultima della legislatura, il Governo si affida alla sorte, condizionando l'entità della prossima manovra alla situazione in atto al momento della sua stesura;
il rapporto deficit/PIL, al 3,1 per cento nel 2025, è previsto scendere al 2,9 per cento nel 2026, attestandosi al 2,8 per cento nel 2027, al 2,5 per cento nel 2028 e al 2,1 per cento nel 2029. L'uscita dalla procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo, rispetto alle previsioni del DPFP 2025, è, pertanto, rinviata al 2027;
il rapporto debito/PIL è stimato in preoccupante risalita. A fine 2025 è aumentato dal 134,7 per cento del 2024 al 137,1 per cento. Il picco del rapporto debito/Pil è previsto avvenire quest'anno, in corrispondenza di un livello pari al 138,6 per cento del PIL (1,2 punti percentuali sopra le previsioni di ottobre scorso e 1,0 punti sopra quelle di un anno fa), mentre il processo di graduale diminuzione è previsto ripartire nei due successivi anni per arrivare alla soglia del 136,3 per cento nel 2029;
con un rapporto debito/Pil vicino al 139 per cento e una crescita allo 0,6 per cento, il margine di sicurezza dell'Italia rispetto a possibili shock sui tassi di interesse rimane pericolosamente ridotto, esponendo il Paese a rischi di instabilità finanziaria che il documento non affronta con la necessaria determinazione;
il PNRR, principale strumento di rilancio della spesa per investimenti, avanza a un ritmo insufficiente e rappresenta una delle principali responsabilità dell'esecutivo, quando mancano pochi mesi alla sua conclusione; sono stati accumulati ritardi nella realizzazione degli interventi e permangono rischi di possibili perdite di risorse. I ritardi più gravi si concentrano nelle opere più complesse e nelle missioni per la transizione ecologica e la riduzione dei divari territoriali e sociali, creando opportunità di lavoro, garantendo l'assistenza sanitaria, scuole, alloggi, opere per la tutela del territorio e il contrasto al dissesto idrogeologico, collegamenti ferroviari, infrastrutture e servizi essenziali per milioni di cittadini, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno e nelle aree interne. Si tratta di interventi il cui completamento è a rischio, nonostante siano stati in parte già ridimensionati. Ad oggi, nel complesso, sono poche le opere collaudate e fruibili. Difficoltà incontrano pure i progetti dei Comuni che denunciano ritardi dello Stato nel trasferimento delle risorse per i cantieri, mettendo a rischio sia la prosecuzione e il rispetto delle tempistiche di ultimazione degli interventi sia la tenuta dei bilanci comunali;
rinviando il completamento di misure strutturali per il rilancio del Paese nella sua interezza, sociale e territoriale, a danno di cittadini e imprese, pur se per le necessarie misure di sussidio al sistema economico danneggiato dalle politiche commerciali statunitensi, il Governo ha rinunciato di fatto all'ambizione originaria del Piano e del NextGenerationEU stesso;
particolare rilevanza assume il mancato raggiungimento degli obiettivi europei in materia di politiche a sostegno della prima infanzia; il DPF sancisce, infatti, il raggiungimento dell'obiettivo dei posti minimi degli asili nido in ciascuna regione, ma esso viene abbassato dal 33 per cento al 15 per cento: una copertura che si discosta fortemente sia dagli impegni fissati dalla normativa nazionale sia dagli obiettivi europei minimi;
osservato, infine, che:
il quadro del DPF 2026 sancisce una crescita economica bassa, nel migliore degli scenari, una ripresa dell'inflazione, il mancato raggiungimento degli obiettivi di indebitamento prefissati e con un debito pubblico in risalita, un livello di pressione fiscale ai massimi nel corso degli ultimi 11 anni, senza prefigurare, nell'immobilismo che caratterizza l'azione dell'esecutivo, novità sul fronte delle politiche economiche, fiscali, sociali, industriali e sul terreno delle riforme, per invertire il percorso intrapreso fin dal suo insediamento e prospettare miglioramenti per le condizioni di cittadini e imprese;
con il DFP 2026 si è consumato un fallimento del progetto di politiche fondate sull'austerità e in netto contrasto con i proclami contenuti nel programma elettorale del 2022. L'uscita dalla procedura d'infrazione era la cornice delle politiche economiche del Governo Meloni contenute nella legge di bilancio 2026 e nelle precedenti. Tutte le proposte sostenute dall'opposizione per sostenere e dare respiro alla crescita, per potenziare i fondi per la scuola, la sanità e le imprese, per garantire una strategia aggiuntiva sugli investimenti dopo il PNRR sono state respinte per realizzare questo obiettivo, ma il 22 aprile scorso Eurostat ha certificato il fallimento di una strategia impostata sul rigore e la prudenza e la responsabilità si sono trasformate in ulteriori promesse mancate;
il DFP 2026 non contiene alcuna misura strutturale credibile per rilanciare la produttività, l'innovazione e la competitività del sistema produttivo italiano, limitandosi a una rendicontazione degli impegni assunti e a previsioni macroeconomiche già riconosciute come incerte dallo stesso Ministro proponente;
la questione salariale, con salari reali ancora sotto i livelli pre-inflazione in molte categorie, continua ad aggravarsi, comprimendo i consumi delle famiglie (cresciuti solo dello 0,9 per cento nel 2025, nonostante il favorevole mercato del lavoro) e riducendo la domanda interna, unico vero motore della crescita italiana;
il quadro che emerge dopo quasi quattro anni dall'insediamento del Governo Meloni è quello di un Paese più debole e impoverito. È giunto il momento di cambiamenti necessari per salvare il Paese e rimetterlo su un percorso virtuoso di ripresa.
Tutto ciò premesso, esprime parere contrario.