Legislatura 19ª - 6ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 306 del 29/04/2026
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SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAI SENATORI
CROATTI, TURCO E Concetta DAMANTE
SUL DOCUMENTO CCXL, N. 2 E CONNESSI ALLEGATI
La 6a Commissione Finanze e Tesoro,
esaminato, per le parti di competenza, il documento di finanza pubblica 2026 e connessi allegati (Doc. CCXL n. 2);
premesso che:
con notevole ritardo rispetto alle indicazioni di legge (10 aprile), il Consiglio dei Ministri in data 22 aprile ha approvato il Documento in oggetto;
come noto, l'Italia è oggetto di Procedura di Disavanzo Eccessivo (PDE), a causa del deficit superiore al 3 per cento del PIL, avviata dal Consiglio Europeo nel luglio 2024; tale valore nel 2025 si è attestato al 3,1 per cento impedendo all'Italia di ricorrere all'uscita anticipata dalla PDE;
questo (mancato) risultato comporterà effetti negativi sulla stabilità finanziaria ed economica italiana in termini di maggiori interessi sul debito e minore flessibilità di bilancio;
si tratta di una sconfitta di carattere politico ed economico non solo del Governo, ma del Paese intero, profondamente segnato da 4 anni di politiche restrittive. La politica economica prettamente "contabilistica" del governo Meloni, basata su austerità e rigore, ha avuto come obiettivo principale l'approvazione degli organismi di Bruxelles, funzionale al raggiungimento dell'agognata conclusione della PDE, e non quello di rispondere alle esigenze e alle necessità del Paese, rivelando una assenza di coraggio politico, di visione strategica e di lucidità programmatica;
il PIL italiano si è fermato allo 0,5 per cento nel 2025 e le previsioni indicano per il 2026 una crescita dello 0,6 per cento, inferiore rispetto a quella indicata nel DPFP dello scorso ottobre (pari allo 0,7 per cento). Tale andamento è confermato anche per il 2027, mentre le previsioni per il biennio 2028-2029 prefigurano una crescita annua dello 0,8 per cento;
il mancato conseguimento del previsto traguardo, testimonia il clamoroso fallimento e il grave errore strategico compiuto dal Governo che ha puntato tutte le sue carte su un obiettivo, irrealizzato, che ha comportato 4 anni di misure improntate all'austerità;
il tasso di crescita annuale della spesa netta, considerata nella traiettoria, è pari a 1,3 per cento nel 2025, 1,6 per cento nel 2026, 1,9 per cento nel 2027, 1,7 per cento nel 2028, 1,5 per cento nel 2029, 1,1 per cento nel 2030 e 1,2 per cento nel 2031;
nell'anno in corso il tasso di crescita cumulato (che somma i tassi di crescita annui), si attesta all'1,5 per cento rimanendo ancora al di sopra del limite fissato allo 0,9 per cento nelle raccomandazioni del Consiglio;
valutato che:
l'avvio del nuovo conflitto in Medio Oriente ha stravolto nuovamente gli equilibri economici globali, con impatti rilevanti. La guerra sta comportando la distruzione o il danneggiamento di rilevanti infrastrutture energetiche e indotto pesanti restrizioni al transito lungo rotte di fondamentale importanza, in particolare attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo strategico commerciale, attraverso cui transita, a livello mondiale, circa un quinto del petrolio, un quarto del Gas Naturale Liquefatto (GNL) e un terzo dei fertilizzanti azotati. Come rilevato dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), ciò ha provocato forti rincari dei prezzi delle materie prime e interruzioni delle catene di approvvigionamento globali nonché rilevanti impatti sull'inflazione importata, soprattutto in Europa, dove l'aumento della dinamica e delle attese sui prezzi inciderà sulle dinamiche di politica monetaria;
il Documento riporta che nel 2025 l'Italia ha raggiunto l'obiettivo NATO di destinare il 2 per cento del PIL alla spesa per la difesa, in linea con gli impegni internazionali e che il Governo italiano intende ottemperare agli impegni presi durante il Summit della NATO, tenutosi a L'Aja a giugno dello scorso anno, in base ai quali la spesa in difesa dovrebbe raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035, di cui il 3,5 per cento per spese strettamente legate alla difesa e il restante 1,5 per cento relativo a misure per la sicurezza intese in senso più ampio;
il DFP conferma l'impegno italiano relativamente alla partecipazione italiana allo strumento europeo Security Action for Europe (SAFE) che costituisce uno dei cinque pilastri della strategia europea per promuovere un aumento in tempi rapidi delle spese in difesa degli Stati membri e attraverso il quale l'Italia ha richiesto e ottenuto l'autorizzazione per un prestito garantito dalla UE con un importo di 14,9 miliardi di euro, le cui erogazioni, che saranno scaglionate nel tempo, sono attese con cadenza semestrale a partire dalla fine del 2026, subordinatamente al raggiungimento dei relativi traguardi;
purtroppo, e per l'ennesima volta, il Governo manca l'occasione per dimostrare una tempra adeguata al contesto, confermandosi assolutamente incapace di fornire risposte immediate ed efficaci, mostrando la completa assenza di coraggio politico, di visione strategica, di lucidità programmatica;
considerato che:
le necessità degli italiani sono molte e inequivocabili, gli ultimi dati diramati dai maggiori Organismi pubblici sono trasparenti e reclamano l'adozione di misure di sostegno strutturali;
l'Istat ha comunicato che la pressione fiscale ha raggiunto livelli impensabili fino a 3 anni fa: il 43,1 per cento del Pil, con una crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 2024, valore che sembrava ormai irraggiungibile e che era stato toccato solo nel 2014. Ancora più allarmante è il dato riferito al quarto trimestre del 2025, che ha registrato un impressionante picco del 51,4 per cento; a fronte di questi dati, l'Istituto Nazionale di Statistica ci informa che il redito disponibile delle famiglie è alle prese con una crescita affievolita, il 2,4 per cento nel 2025 rispetto al 2,9 per cento registrato l'anno precedente, e che il potere di acquisto ha mostrato un incremento assai limitato, pari allo 0,9 per cento annuo nel 2025; particolarmente allarmante è il dato, riferito al quarto trimestre 2025, che indica che la propensione al risparmio delle famiglie italiane è scesa al 7,8 per cento, registrando una riduzione di 0,8 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Un calo che evidenzia una contrazione nella capacità di accantonamento del reddito disponibile e, di conseguenza, la necessità delle famiglie di intaccare i propri risparmi per poter affrontare inflazione e carico fiscale;
il carico fiscale, infatti, si riversa in modo sproporzionato su lavoratori dipendenti e pensionati, attraverso il drenaggio fiscale, l'elusione, l'evasione e la congerie di regimi sostitutivi, come certificato dalle analisi delle dichiarazioni dei redditi appena rese disponibili, tutti fenomeni aggravati dalle politiche tributarie del Governo Meloni;
Confindustria ha rilevato il peggioramento dello scenario macroeconomico complessivo, segnalando che l'impatto dello shock energetico influisce in molti modi sull'economia italiana: caduta della fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalita dei tassi sovrani; riduzione delle attese sull'industria, che stava provando a risalire; frenata anche dei servizi; reggono solo gli investimenti, che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del PNRR;
il Piano nazionale di ripresa e resilienza da 194 miliardi di euro, partito con la pandemia e in scadenza proprio quest'anno, nel tempo si è inabissato in una serie di fallimenti;
l'incapacità di portare a meta gli interventi progettati e di investire le risorse ricevute sono responsabili della crescita zero; l'evidenza dei risultati raggiunti è impalpabile, in tutto regna l'opacità assoluta;
la Banca d'Italia, nelle proiezioni macroeconomiche per il triennio 2026-2028, è stata esplicita: oltre a confermare i dati diffusi a inizio marzo sull'insignificante incremento del PIL nei prossimi anni (+0,5 per cento sia nel 2026 che nel 2027 e +0,8 per cento del 2028), ha riscontrato un tasso di inflazione al 2,6 per cento per l'anno in corso. Un quadro allarmante che, nel caso in cui le attuali condizioni geopolitiche dovessero prolungarsi o addirittura peggiorare, potrebbe condurre alla materializzazione di uno scenario "avverso", con un ulteriore incremento dell'inflazione di quasi il 2 per cento nel 2026 e dell'1,5 per cento nel 2027. In tal caso, ci troveremmo di fronte a un ulteriore aumento dell'incertezza, a un deterioramento della fiducia e a tensioni sui mercati finanziari, con conseguente irrigidimento delle condizioni di finanziamento da parte delle banche e un impatto enorme sui redditi e le spese delle famiglie, come anticipato nei giorni scorsi dallo stesso Governatore;
considerato altresì che:
il Governo attribuisce il mancato raggiungimento del 3 per cento del rapporto deficit/PIL all'emersione in gran parte in attesa di nuovi crediti edilizi legittimati dalla legislazione previgente sul Superbonus;
su tale dato, prosegue il DFP, ha inciso in maniera rilevante la componente dei contributi agli investimenti riconducibile a crediti per bonus edilizi per circa 8,4 miliardi (equivalenti a quasi lo 0,4 per cento del PIL) e superiori alle aspettative. Secondo il Governo, senza tale componente, il cui effetto di natura transitoria e non strutturale è stato correlato a specifici comportamenti degli operatori economici beneficiari della suddetta misura, il rapporto deficit-PIL sarebbe stato pari al 2,7, e dunque inferiore di oltre tre decimi di punto percentuale rispetto alla previsione del DPFP;
su questo tema occorre nuovamente ricordare lo straordinario contributo apportato all'economia italiana dallo strumento di agevolazione fiscale degli interventi in edilizia, e il fatto che il suo utilizzo e la sua estensione siano stati richiesti dall'intero arco costituzionale dei partiti e che l'attuale Ministro dell'Economia sia stato tra gli esponenti politici con maggiori responsabilità governative in materia;
detto questo, è utile riportare quanto segue: tra i dati pubblicati nel DFPF di fine ottobre e quelli pubblicati a marzo dall'Istat i contributi per gli investimenti in cui rientrano le spese per il Superbonus rilevano un incremento di 4,4 miliardi di euro. La questione sorprendente, è legata al fatto che tale cifra non basta a spiegare l'incremento di contributi agli investimenti pari a 6,6 miliardi di euro rispetto a quanto riportato nel DPFP. Ciò che il DFP non chiarisce, è la differenza di questi 2,2 miliardi di euro (pari a quasi lo 0,1 per cento del PIL);
un atteggiamento arrogante, di chi è stato convinto fino alla fine di poter gestire agevolmente i conti pubblici e conseguentemente i rapporti con la UE, rimanendo sotto la soglia del 3 per cento;
il passaggio dal credito d'imposta al meccanismo dell'iperammortamento per gli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026, rischia di non compensare adeguatamente la perdita di competitività delle imprese coinvolte. Nonostante l'importante quantità di risorse stanziate per il prossimo triennio, l'efficacia della misura risente già dai primi mesi dei ritardi nell'adozione, anche in questo caso, dei decreti attuativi ma anche della natura stessa dello strumento della deduzione, che risulta meno immediato rispetto al credito d'imposta, penalizzando la liquidità immediata delle PMI proprio in una fase di contrazione del credito come quella attuale. Tale inerzia ha generato un clima di incertezza che ha indotto molte imprese a sospendere o posticipare i piani di investimento, contribuendo alla stagnazione della produzione industriale;
il DFP 2026, dunque, non contiene alcuna misura strutturale credibile per rilanciare la produttività, l'innovazione e la competitività del sistema produttivo italiano, limitandosi a una rendicontazione degli impegni assunti e a previsioni macroeconomiche già riconosciute come incerte dallo stesso Ministro proponente;
esprime, per quanto di competenza, parere contrario.