Legislatura 19ª - 6ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 306 del 29/04/2026

6ª Commissione permanente

(FINANZE E TESORO)

MERCOLEDÌ 29 APRILE 2026

306ª Seduta

Presidenza del Presidente

GARAVAGLIA

Interviene il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze Lucia Albano.

La seduta inizia alle ore 9,05.

IN SEDE CONSULTIVA

(Doc. CCXL, n. 2 - Allegati I, II, III, IV e V) Documento di finanza pubblica 2026 e connessi allegati

(Parere alla 5ª Commissione. Seguito e conclusione dell'esame. Parere favorevole)

Prosegue l'esame sospeso nella seduta di ieri.

Interviene la senatrice TAJANI (PD-IDP), che presenta e illustra uno schema di parere contrario, pubblicato in allegato, facendo presente che dal Documento emerge anzitutto la scommessa persa dal Governo sull'uscita dalla procedura di infrazione già dal 2026, che dimostra il fallimento della politica di controllo delle spese, al di là di eventuali responsabilità sul piano più strettamente tecnico-contabile. Si tratta di una presa d'atto che pesa nel dibattito e che mostra la sostanziale assenza di strategia di politica economica, ancor più grave in una fase caratterizzata da prospettive di crescita deboli, scarsa produttività e bassa propensione ai consumi interni. A fronte dei flebili effetti macroeconomici degli investimenti previsti nel PNRR, restano incertezze e cautele che non offrono adeguate rassicurazioni a imprese e lavoratori. Preannuncia quindi il voto contrario al parere di maggioranza.

Il senatore CROATTI (M5S) presenta e illustra una proposta di parere contrario, ribadendo le motivazioni e le critiche espresse in sede discussione generale.

Il senatore TREVISI (FI-BP-PPE) sottolinea l'arretratezza dell'Europa sui temi cruciali dell'innovazione tecnologica e dell'utilizzo dell'intelligenza artificiale, sollecitando una presa di coscienza di tutte le forze politiche per varare misure condivise su tale fronte cruciale.

Il relatore MELCHIORRE (FdI) propone alla Commissione di esprimere un parere favorevole.

Non essendovi ulteriori richieste di intervento, accertata la presenza del prescritto numero di senatori, la proposta di parere favorevole presentata dal relatore, posta ai voti, è approvata.

Sono dichiarati preclusi gli schemi di parere contrario presentati a prima firma dai senatori Cristina Tajani e Croatti, a nome dei rispettivi Gruppi.

La seduta termina alle ore 9,15.



SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAI SENATORI

Cristina TAJANI, BOCCIA E LOSACCO

SUL DOCUMENTO CCXL, N. 2 E CONNESSI ALLEGATI

La 6a Commissione Finanze e tesoro,

premesso che,

il Documento di finanza pubblica 2026 certifica, in via definitiva, il fallimento dell'azione di Governo a tre anni e mezzo dal suo insediamento, amplificando la netta distanza tra i bisogni reali di cittadini e imprese e la narrazione irrealistica della situazione economica e di finanza pubblica del Paese, l'assenza di idee sul futuro e i deludenti risultati conseguiti dall'esecutivo;

il DFP 2026, in linea con i precedenti documenti di finanza pubblica, è un testo vuoto, che si limita ad illustrare la situazione macroeconomica e di finanza pubblica tendenziale, rinunciando a prospettare, proprio nel momento di maggiore necessità, gli interventi da adottare nell'immediato e nei prossimi mesi per indirizzare il Paese verso un futuro di maggiore crescita e di miglioramento del benessere economico e sociale;

la rinuncia a definire nel DFP 2026 un percorso virtuoso di politiche economiche e sociali è tanto più grave se si tiene conto che le condizioni di vita dei cittadini sono in costante peggioramento e le difficoltà in corso nel contesto geopolitico internazionale rischiano di travolgere il nostro sistema economico produttivo e l'occupazione;

l'innalzamento del costo della vita nel periodo 2022-2023 ha sensibilmente ridotto i salari reali degli italiani e il leggero recupero registrato nel corso degli ultimi due anni non è stato in grado di compensare la pesante perdita di potere d'acquisto di cittadini e famiglie. Secondo l'Istat, il debole recupero registrato nel 2025 non ha consentito di ridurre l'ampia perdita di potere d'acquisto che si è verificata nel biennio 2022-2023, tanto che le retribuzioni contrattuali reali sono ancora inferiori di circa l'otto per cento rispetto a quelle registrate nel gennaio del 2021;

secondo recenti stime, il fiscal drag ha eroso i redditi dei cittadini italiani per un ammontare stimato di oltre 25 miliardi di euro, solo parzialmente restituiti dal governo con le misure di politica fiscale;

nel frattempo, si assiste all'aumento della disuguaglianza economica e sociale così come alla caduta di un sempre maggiore numero di persone e famiglie nella povertà o in situazioni di esclusione sociale. I più recenti dati evidenziano che nel 2024, in Italia viveva in una condizione di povertà assoluta il 9,8 per cento della popolazione e complessivamente si contavano 5.744.000 di poveri assoluti, di cui 1,3 milioni di minori, per un totale di oltre 2.224.000 di famiglie;

la forbice della distribuzione della ricchezza si allarga sempre di più. Il cinque per cento delle famiglie italiane più abbienti possiede oggi circa le metà (49,4 per cento) della ricchezza netta totale del Paese. Dal dicembre 2010 al giugno 2025 la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro in termini nominali. Tuttavia, la distribuzione dell'incremento è stata fortemente asimmetrica: circa il 91 per cento della nuova ricchezza è andato al 5 per cento più ricco delle famiglie, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7 per cento;

mentre le condizioni socio-economiche dei cittadini peggiorano, la pressione fiscale viene portata dal Governo a livelli insostenibili raggiungendo la soglia del 43,1 per cento nel 2025, ad un livello mai registrato nel corso degli ultimi 11 anni;

sul fronte delle imprese i dati sono altrettanto allarmanti. Le imprese italiane perdono capacità produttiva e arretrano sul fronte della competitività. La produzione industriale è crollata nel corso degli ultimi tre anni registrando dati negativi per 35 mesi su 40, di cui 26 consecutivamente. Le difficoltà strutturali del settore industriale e lo stato di perdurante caduta della produzione ha innescato una serie di crisi aziendali diffuse su tutto il territorio nazionale, cessazioni di attività o cessioni di importanti aziende ad acquirenti esteri;

nel corso degli ultimi tre anni, le analisi di mercato hanno evidenziato che centinaia di imprese italiane sono passate sotto controllo estero. Si tratta di un flusso che attraversa l'intero tessuto del Made in Italy e coinvolge importanti imprese operanti nei settori della manifattura, della meccanica, della moda, della logistica e dei servizi. Non si tratta soltanto del passaggio di un marchio ma di una ricomposizione strutturale della proprietà delle imprese italiane che passa sotto il controllo azionario straniero, costringendo il Governo, in assenza di una efficace politica industriale in grado di far crescere le imprese, a ricorrere all'utilizzo dello strumento del "golden power" su asset di volta in volta ritenuti strategici per il Paese. Nel solo anno 2025, il Governo ha esercitato i poteri speciali in 40 casi, di cui 38 sotto forma di condizioni e prescrizioni e ha ricevuto oltre 900 comunicazioni tra notifiche e pre-notifiche relative ad operazioni di acquisizione;

tutti gli indicatori di produttività peggiorano sensibilmente nel corso degli ultimi mesi, ampliando il divario esistente tra l'Italia e i Paesi maggiormente sviluppati. La produttività totale dei fattori (PTF) che racchiude tutti i fattori che contribuiscono alla crescita economica, come il progresso tecnico, l'innovazione e l'efficienza dei processi, ha mostrato una dinamica negativa nel 2023, con un calo dell'1,6 per cento, per proseguire la discesa nel 2024. Il Report Istat sulle misure di produttività del 12 dicembre 2025 evidenzia una diminuzione della PTF di 1,2 punti percentuali nel 2024, confermata dai primi dati disponibili relativi al 2025. In tale contesto, preoccupa l'andamento della produttività per ora lavorata che ha subito una caduta di 2,7 punti percentuali nel 2023 e di 1,9 punti percentuali nel 2024, per proseguire la discesa anche nel 2025;

nel frattempo cresce sempre di più il ricorso delle imprese alla Cassa integrazione guadagni. Se nel 2023, il totale delle ore autorizzate è stato pari a 401.139.474, nel 2025 il totale delle ore autorizzate ha raggiunto la soglia di 534.817.665, con un incremento del 33,3 per cento nel breve volgere di due anni. Nei primi tre mesi del 2026, si conferma un trend preoccupante, con un totale provvisorio di 127.418.822 ore autorizzate e con una proiezione in peggioramento a fronte della situazione in atto;

gli ultimi dati sull'andamento del mercato del lavoro evidenziano segnali di inversione di tendenza, con una riduzione degli occupati di oltre 29.000 unità nel mese di febbraio. Gran parte dei 24,1 milioni di occupati è nella fascia oltre i 50 anni, mentre i giovani e le donne sono in difficoltà a trovare un'occupazione stabile. Il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d'Europa (58 per cento contro una media UE del 71,3%), segnando un divario di genere oltre 19 punti. L'occupazione flette nelle classi d'età centrali (25-49 anni);

l'Italia, con un tasso di occupazione per la fascia di età 15-64 anni del 67,7 per cento, occupa l'ultimo posto in ambito UE (76,1 per cento in media), superata nelle ultime posizioni dalla Grecia (71 per cento) e dalla Romania (69 per cento);

crescono gli inattivi, raggiungendo la soglia dei 12,3 milioni di cittadini (33,9 per cento), che sommati ad 1,36 milioni di disoccupati, raggiungono la soglia di circa 13,7 milioni di cittadini senza occupazione;

Considerato che,

sul quadro del Paese in difficoltà si addensano ora le ricadute delle crisi geopolitiche in atto, con scenari che non promettono nulla di positivo per i prossimi mesi. Sulle prospettive di ripresa economica e produttiva, per il corrente anno e per quelli successivi, gravano diversi fattori di rischio, fra i quali il conflitto in corso in Medio oriente, la vicenda dei dazi, l'elevato livello dei costi dell'energia, che nel loro insieme rappresentano fattori di ulteriore incertezza che rallenta piani di sviluppo e gli investimenti delle imprese;

i choke points in medio Oriente, sono gli epicentri di forte tensione per gli scambi commerciali internazionali. Il Canale di Suez, che convoglia il 10 per cento del traffico mondiale e il 22 per cento del commercio di container, ha da tempo mostrato la sua estrema vulnerabilità a seguito degli attacchi alle navi in transito nel Mar Rosso. L'apertura del conflitto tra Usa e Israele nei confronti dell'Iran, ha aperto un nuovo e inatteso fronte di tensione nel Golfo Persico, con un blocco navale dello Stretto di Hormuz che si protrae ormai da oltre un mese e che sta assumendo contorni di drammatica urgenza globale;

il blocco di una quota consistente del trasporto marittimo in tali aree inizia produrre devastanti effetti sia sugli scambi commerciali internazionali sia sull'andamento dei prezzi energetici. L'aumento del costo del carburante sta creando un effetto a catena sullo scenario internazionale che colpisce i margini operativi di tutte le filiere produttive con conseguente revisione al ribasso di tutte le stime di crescita a livello globale;

l'Italia, per la sua peculiare natura geografica di piattaforma logistica naturale nel Mediterraneo e per la sua vocazione manifatturiera, è tra i Paesi più coinvolti dalle conseguenze nefaste dell'instabilità geopolitica in Medio oriente e del conseguente blocco dei traffici marittimi. Le imprese del nostro Paese, a partire dalle piccole e medie imprese (PMI), che costituiscono il cuore pulsante dell'export italiano, sono le più vulnerabili in questo scenario. A differenza dei grandi conglomerati multinazionali, le PMI non dispongono di strumenti di hedging finanziario o di potere contrattuale sufficiente per rinegoziare i costi dei noli con i grandi vettori marittimi globali, trovandosi così spiazzate dall'aumento dei costi di produzione e dall'impossibilità di consegnare i propri prodotti sui mercati internazionali. Un effetto a catena che, abbinato alla crescita dei costi energetici, colpisce i margini operativi di tutta la filiera del Made in Italy;

l'Italia è il Paese europeo con i maggiori costi nella bolletta elettrica e del gas e si posiziona tra i Paesi UE con il carico fiscale più elevato sui prezzi dei carburanti e l'evoluzione del contesto geopolitico rischia di peggiorare ulteriormente la situazione;

l'escalation militare nel Golfo Persico e il conseguente difficile transito attraverso lo stretto di Hormuz stanno producendo pesanti effetti sui mercati energetici internazionali, con un fortissimo aumento delle quotazioni del petrolio e del gas. Il protrarsi del blocco delle navi petroliere rischia di innalzare il prezzo del greggio nei prossimi mesi ad un livello stabilmente sopra i 100 dollari, e di generare conseguentemente su scala globale fino a un punto di inflazione aggiuntivo nei prossimi dodici mesi, cancellando mezzo punto di crescita economica. In tale contesto, particolare preoccupazione destano le ricadute del conflitto in Medio Oriente sul nostro sistema economico, con le imprese manifatturiere più esposte rispetto ai competitors europei e internazionali alla volatilità dei prezzi energetici, nonché per la ripresa dell'inflazione;

i prezzi dei carburanti in Italia, dopo alcuni mesi caratterizzati da oscillazioni modeste dei prezzi di listino dei carburanti alla pompa, oggi sono in netto rialzo. Una consistente spinta all'incremento dei prezzi dei carburanti dipende dalle politiche messe in atto dal Governo. Il riallineamento delle aliquote delle accise per diesel e benzina, e in particolare l'aumento delle aliquote di accisa sul diesel ha spinto in alto il prezzo dei carburanti nei primi due mesi dell'anno e la situazione è ulteriormente peggiorata per effetto dell'impennata delle quotazioni del petrolio e del gas naturale legata alla guerra nel Golfo Persico. Nel breve volgere di pochi giorni, il prezzo dei carburanti alla pompa è salito rapidamente raggiungendo quota 2 euro al litro in modalità self service, con ricadute sui costi e energetici e la competitività del sistema produttivo nazionale;

una delle immediate conseguenze della situazione, oltre la crescita esponenziale del prezzo dei carburanti alla pompa e del prezzo dell'energia elettrica per cittadini e imprese, riguarda anche il "caro materiali" in conseguenza delle difficoltà commerciali e di approvvigionamento di materie prime e semilavorati e l'innalzamento ulteriore dei costi del "carrello della spesa";

la guerra e l'aumento drammatico dei prezzi del petrolio, del gas naturale, dell'energia elettrica, dei materiali e del carrello della spesa, si inseriscono in una situazione dei mercati internazionali già sotto grave stress a causa della vicenda dei dazi. L'accordo al ribasso sui dazi tra Ue e Stati Uniti dell'agosto 2025, frutto del mancato sostegno ad una forte e decisa azione comune europea da parte di alcuni governi nazionali, in particolare quello italiano, aveva già provocato un duro colpo per le esportazioni italiane. La sentenza pronunciata il 20 febbraio scorso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha statuito l'illegittimità dei dazi "IEEPA" imposti dall'amministrazione Trump, ha ulteriormente aggravato il clima di incertezza sui mercati internazionali, a causa della reazione dell'Amministrazione Trump che ha introdotto dazi globali al 15 per cento, con effetto immediato, su quasi tutte le importazioni di merci e del vertiginoso incremento del contenzioso legali, con richiesta da parte delle imprese danneggiate della restituzione degli importi illegittimamente riscossi dall'amministrazione Usa;

Rilevato che,

a fronte delle difficoltà descritte, i contenuti del DFP 2026 evidenziano la definitiva resa del Governo. Lo scenario delineato nel documento prefigura forti rischi di "stagflazione" - la peggiore delle situazioni macroeconomiche -, con una debole crescita del PIL, rivista al ribasso rispetto al DPFP di ottobre 2025, ed un'inflazione rivista al rialzo sia per l'anno in corso sia per il prossimo;

facendo riferimento ad uno scenario baseline, il PIL tendenziale è previsto per l'anno in corso allo 0,6 per cento. Un dato più che ottimistico, influenzato da un effetto di trascinamento statistico del 2025 sul 2026 più favorevole e che non ingloba i riflessi del conflitto in Medio oriente i cui effetti si manifesteranno pienamente nella seconda parte dell'anno;

le stime dei principali organismi internazionali evidenziano, infatti, ben altri scenari. Il Fondo monetario internazionale ha ridotto le stime di crescita del Pil italiano allo 0,5 per cento sia nel 2026 che nel 2027, con una riduzione dello 0,2 per cento rispetto alle stime di gennaio. L'OCSE indica una crescita frenata allo 0,4 per cento nel 2026, tagliando le stime precedenti in conseguenza dell'instabilità in Medio Oriente che alimenta l'inflazione;

a livello nazionale, l'Ufficio parlamentare di bilancio, nella lettera di validazione, ha sottolineato come le previsioni del governo siano al limite del panel, con previsioni ottimistiche sia sulla crescita sia sulle componenti interne della domanda, formulate all'interno di uno scenario internazionale esposto a fortissimi rischi e tale da determinare, anche in misura significativa, una revisione delle previsioni nell'arco di un breve intervallo di tempo. L'ufficio ha stimato un possibile impatto negativo del conflitto tra 0,2 e 0,4 punti percentuali sul PIL nel 2026-2027;

il dato sulla crescita posiziona l'Italia come "fanalino di coda" nel triennio 2026-2028 sia rispetto alla media dell'Eurozona (1,3 per cento) che a quella global (3,1 per cento). Il differenziale di crescita rispetto all'Eurozona è di circa 0,6 punti percentuali, superata anche da tutti i Paesi della sponda del Mediterraneo;

i consumi delle famiglie rallentano progressivamente passando dall'1,1 per cento del 2025 allo 0,8 per cento nel 2026, per scendere poi allo 0,5 per cento nel 2027, nonostante il ritardo con cui l'aumento dell'inflazione si trasmette alle decisioni di spesa delle famiglie, orientate a mantenere le abitudini consolidate. La questione salariale, con salari reali ancora sotto i livelli pre-inflazione in molte categorie, continua ad aggravarsi, comprimendo i consumi delle famiglie e riducendo la domanda interna, unico vero motore della crescita italiana

crollano gli investimenti, che passano dal 3,5 per cento del 2025 all'1,9 per cento del 2026, dato influenzato dalla coda del PNRR, per attestarsi allo 0,9 per cento nel 2027 e intorno all'1 per cento negli anni successivi;

le esportazioni, per effetto del conflitto in Medio oriente e delle politiche commerciali USA, si riducono rispetto al 2025 passando dall'1,2 per cento allo 0,9 per cento, così come le importazioni che scendono dal 3,6 per cento al 2,3 per cento;

nel mercato del lavoro, frena la crescita dell'occupazione nazionale che passa dall'1,1 per cento del 2025 allo 0,5 per cento sia nel 2026 sia nel 2027e diminuisce il trend di crescita nominale dei redditi da lavoro dipendente che passa dal 3,8 del 2025 al 3,2 per cento nel 2026 e al 3,1 per cento nel 2027.;

la produttività totale dei fattori prosegue il suo percorso di ininterrotta caduta, registrando una diminuzione dello 0,2 per cento per il 2026 e per il 2027;

sul fronte della finanza pubblica, con il DFP 2026 arriva al capolinea anche la narrazione del Governo sulla tenuta dei conti pubblici. Lo scorso 21 aprile è stato sancito il fallimento dell'obiettivo di fuoriuscita dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo dopo tre anni e mezzo di politiche incentrate sull'austerità e un susseguirsi manovre di bilancio e di provvedimenti privi di interventi orientati alla crescita economica e alla realizzazione di vere riforme per l'ammodernamento del Paese;

anche in questo caso il Governo, anziché affrontare con serietà e consapevolezza le proprie responsabilità, ha tentato vanamente di attribuire le colpe della situazione al Superbonus e, in modo del tutto pretestuoso, persino all'ISTAT;

la permanenza nella procedura di infrazione impatta sulla credibilità del Paese, circostanza particolarmente grave a fronte del nostro elevato debito pubblico. A carico dell'esecutivo resta ora l'impegno di rispettare il percorso di spesa netta concordato con l'UE, con margini di bilancio assottigliati sul 2026 e gli anni successivi in ragione del deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica;

consapevole della situazione, diversi membri del Governo hanno ipotizzato la possibilità di invocare all'UE una maggiore flessibilità per intervenire a sostegno a famiglie e imprese o addirittura, in assenza di appoggio, di procedere, in contrasto con le regole di Governance europea sottoscritte dallo stesso Governo Meloni, ad uno scostamento di bilancio;

a fronte dell'assenza di risorse, gli unici interventi ipotizzati nel DFP 2026 potrebbero riguardare, nel breve periodo, la situazione dell'incremento degli oneri dei combustibili allo scopo di contenere - finora senza successo - le tensioni inflazionistiche. Su un orizzonte più ampio vi è assoluta incertezza, con la prossima legge di bilancio - l'ultima della legislatura - affidata alla sorte e condizionata alla situazione in atto al momento della sua stesura;

il rapporto deficit/PIL, al 3,1 per cento nel 2025, è previsto scendere al 2,9 per cento nel 2026, attestandosi al 2,8 per cento nel 2027, al 2,5 per cento nel 2028 e al 2,1 per cento nel 2029. L'uscita dalla procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo, rispetto alle previsioni del DPFP 2025, è pertanto rinviata al 2027;

il rapporto debito/PIL è stimato in preoccupante risalita. A fine 2025 è aumentato dal 134,7 per cento del 2024 al 137,1 per cento. Il picco del rapporto debito/Pil è previsto avvenire quest'anno, in corrispondenza di un livello pari al 138,6 per cento del PIL (1,2 punti percentuali sopra le previsioni di ottobre scorso e 1,0 punti sopra quelle di un anno fa), mentre il processo di graduale diminuzione è previsto ripartire nei due successivi anni per arrivare alla soglia del 136,3 per cento nel 2029;

con un rapporto debito/Pil vicino al 139 per cento e una crescita allo 0,6 per cento, il margine di sicurezza dell'Italia rispetto a possibili shock sui tassi di interesse rimane pericolosamente ridotto, esponendo il Paese a rischi di instabilità finanziaria che il documento non affronta con la necessaria determinazione;

sul fronte delle spese il Governo prosegue nell'azione di austerità. Le spese finali al netto degli interessi passano da un livello del 47,3 del 2025 al 47,1 per cento nel 2026 per proseguire nel trend di discesa fino al 45,4 per cento nel 2029, mentre la spesa per interessi cresce progressivamente passando dal 3,9 per cento del 2025 al 4,1 per cento nel 2026 e salire negli anni successivi fino a raggiungere la soglia del 4,5 per cento nel 2029. Al contempo, le entrate finali vengono costantemente mantenute ad un livello superiore, consentendo il conseguimento di un saldo primario in crescita del 1,2 per cento nel 2026 per salire progressivamente fin al 2,4 per cento nel 2029. Il saldo di bilancio strutturale, corretto per il ciclo al netto delle misure una tantum e delle altre misure temporanee, diminuisce progressivamente dal 3,1 per cento del 2026 al 2,4 per cento del 2029;

sul fronte della spesa netta, il raggiungimento di un livello di spesa leggermente più elevato rispetto a quello coerente con il tasso di crescita cumulato fissato nelle raccomandazioni, non dovrebbe comportare effetti sul percorso di aggiustamento, in considerazione dell'impostazione delle politiche fiscali - elevata pressione fiscale e maggiori entrate tributarie - che contribuiscono in modo determinante a salvaguardare la sostenibilità della finanza pubblica;

per quanto di competenza della Commissione,

preoccupa il dato dell'inflazione che, nello scenario migliore, è previsto raddoppiare rispetto al 2025, salendo dall'1,4 per cento al 2,8 per cento, riflettendo i significativi aumenti dei prezzi di petrolio e gas, con un raggiungimento del picco nel quarto trimestre del 2026, per attestarsi poi al 2 per cento nel 2027 e all'1,9 per cento nel 2028. Un dato, che seppure di minore entità, riapre la questione dell'erosione dei redditi reali dei cittadini italiani dopo che le retribuzioni contrattuali reali avevano già subito, a seguito del forte innalzamento del costo della vita nel periodo 2022-2023, un forte ridimensionamento, non ancora recuperato;

nel DFP 2026 la pressione fiscale viene mantenuta dal Governo a livelli molto elevati intorno al 43 per cento per tutto il periodo previsionale. La pressione fiscale, al 43,1 per cento nel 2025, ha raggiunto il livello più alto degli ultimi undici anni, con un incremento di 1,2 punti percentuali rispetto all'anno precedente, rendendo l'Italia uno dei Paesi con il carico fiscale più elevato d'Europa a fronte dei tagli a servizi fondamentali come sanità, trasporti e scuola;

a pagarne le spese è il ceto medio con lavoro dipendente e i pensionati, sui quali grava gran parte del peso del gettito Irpef. I più recenti dati evidenziano che su 42,6 milioni di contribuenti dichiaranti, il 76,87 per cento dell'intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 milioni ne pagano il 23,13 per cento. Lavoratori dipendenti e pensionati coprono oltre il 52 per cento dell'Irpef, mentre il 43 per cento degli italiani non versa Irpef o ne versa una quantità esigua;

gran parte del carico fiscale si riversa in modo sproporzionato su lavoratori dipendenti e pensionati, mentre la congerie di regimi sostitutivi, l'elusione e l'evasione fiscale, come certificato dalle analisi delle dichiarazioni dei redditi appena rese disponibili, sono tutti fenomeni aggravati dalle politiche tributarie del Governo Meloni;

le politiche fiscali adottate dal Governo nel corso della legislatura hanno contribuito ad allargare la diversificazione del trattamento fiscale tra le diverse categorie di contribuenti, a vantaggio dei soggetti che possono beneficiare di strumenti come la Flat tax, dei regimi d'imposta sostitutivi e del concordato preventivo biennale;

allo stato attuale, il rispetto dell'articolo 53 della Costituzione Italiana è posto quasi esclusivamente a carico dei percettori di reddito di lavoro dipendente e assimilato nonché da pensione, chiamati a concorrere in maniera più incisiva e più di altri alle spese pubbliche;

una delle misure centrali della Riforma Fiscale, il "concordato preventivo biennale" è un plateale insuccesso del Governo. Presentato in origine come intervento orientato a premiare i contribuenti virtuosi e a garantire maggior gettito e maggiore compliance fiscale tra contribuenti e fisco, è stato progressivamente trasformato in strumento per premiare i contribuenti meno virtuosi e coloro che non hanno adempiuto in passato ai propri obblighi tributari;

sul fronte del contrasto all'evasione fiscale nel corso della legislatura si sono fatti diversi passi indietro. Dopo gli iniziali interventi di "tolleranza" fiscale - tra cui si ricordano, fra gli altri : 1) la rottamazione della cartelle esattoriali sotto i 1.000 euro affidate alla riscossione dal 2000 al 2015; 2) la definizione agevolata per liti pendenti; 3) la rottamazione delle multe stradali; 4) lo sconto sulle controversie tributarie pendenti al 1° gennaio 2023; 5) gli sconti e pagamenti rateali per i ravvedimenti; 6) le modalità di pagamento agevolato per gli avvisi bonari; 7) le irregolarità formali da denuncia dei redditi sanate con il pagamento di 200 euro; 8) le sanzioni ridotte per gli atti di accertamento; 9) il condono sui guadagni da criptovalute; 10) la rinuncia agevolata alle controversie tributarie; 11) la regolarizzazione dei versamenti senza sanzioni o interessi; 12) il condono per società calcistiche; 13) il condono penale per chi è stato già condonato per reati tributari - e quelli previsti dalla Rifroma fiscale - tra cui le misure di attenuazione dei controlli riguardanti l'accertamento, quelle riguardanti il contenzioso e le limitazioni poste all'azione dell'Agenzia delle entrate in tema di riscossione - si sono aggiunte le reiterate "rottamazione o "pace fiscale";

è stato recentemente evidenziato che un numero sempre più consistente di contribuenti non provvede al versamento in maniera spontanea di quote rilevanti delle imposte dovute e dichiarate, in attesa di misure di definizione agevolata. Nel DFP 2026, in linea con quanto avvenuto sin dall'inizio della legislatura, non si intravedono interventi volti a contrastare tale fenomeno e gli altri comportamenti di evasione ed elusione che rappresentano un macigno che impedisce lo sviluppo del Paese;

nonostante i recenti dati diffusi sul recupero dell'evasione fiscale - gran parte frutto di decisioni prese precedentemente all'insediamento del Governo in carica - il "buco" fiscale rimane di proporzioni gigantesche, con perdite stimate intorno ai 90 miliardi di euro;

nessuna di queste vicende è stata presa in considerazione dal DFP 2026 e nessuna politica di intervento è prospettata per risolvere anche parte dei problemi che affliggono sia il mondo delle imprese, poste di fronte alle difficoltà emergenti nello scenario internazionale e quelle strutturali nel nostro Paese, sia quello delle famiglie, che in numero sempre più numeroso scivola verso la povertà;

nel DFP 2026, il Governo ha evitato di prefigurare l'articolazione delle misure della prossima manovra di finanza pubblica e dei relativi effetti finanziari. Nulla viene detto su altri importanti voci del bilancio pubblico e in particolare su temi ad impatto sociale, sul potenziamento dei salari reali e sul contrasto alla povertà. Nel corso degli ultimi mesi la disuguaglianza economica e sociale si è ampliata ed è aumentato il rischio di povertà o di esclusione sociale per famiglie e individui. Al contempo si allarga la forbice della distribuzione della ricchezza, con un sempre più ristretto numero di individui più abbienti che possiede gran parte della ricchezza netta totale;

Osservato, infine, che,

il quadro del DPF 2026 sancisce, in sintesi e nel migliore degli scenari, una crescita economica debole, una decisa ripresa dell'inflazione, il mancato raggiungimento degli obiettivi di indebitamento, la risalita del debito pubblico, un livello di pressione fiscale ai massimi nel corso degli ultimi 11 anni, senza prefigurare, nell'immobilismo che caratterizza l'azione dell'esecutivo, novità sul fronte delle politiche economiche, fiscali, sociali, industriali e sul terreno delle riforme, per invertire il percorso intrapreso fin dal suo insediamento e prospettare miglioramenti per le condizioni di cittadini e imprese;

con il DFP 2026 si è consumato un fallimento del progetto di politiche fondate sull'austerità e in netto contrasto con i proclami contenuti nel programma elettorale del 2022. L'uscita dalla procedura d'infrazione era la cornice delle politiche economiche del Governo Meloni contenute nella legge di bilancio 2026 e nelle precedenti. Tutte le proposte sostenute dall'opposizione per sostenere e dare respiro alla crescita, per potenziare i fondi per la scuola, la sanità e le imprese, per garantire una strategia aggiuntiva sugli investimenti dopo il PNRR sono state respinte per realizzare questo obiettivo, ma il 22 aprile scorso Eurostat ha certificato il fallimento di una strategia impostata sul rigore e la prudenza e la responsabilità si sono trasformate in ulteriori promesse mancate;

il quadro che emerge dopo a quasi quattro anni dall'insediamento del Governo Meloni è quello di un Paese più debole e impoverito. E'' giunto il momento di cambiamenti necessari per salvare il Paese e rimetterlo su un percorso virtuoso di ripresa.

Tutto ciò premesso, esprime parere contrario.



SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAI SENATORI

CROATTI, TURCO E Concetta DAMANTE

SUL DOCUMENTO CCXL, N. 2 E CONNESSI ALLEGATI

La 6a Commissione Finanze e Tesoro,

esaminato, per le parti di competenza, il documento di finanza pubblica 2026 e connessi allegati (Doc. CCXL n. 2);

premesso che:

con notevole ritardo rispetto alle indicazioni di legge (10 aprile), il Consiglio dei Ministri in data 22 aprile ha approvato il Documento in oggetto;

come noto, l'Italia è oggetto di Procedura di Disavanzo Eccessivo (PDE), a causa del deficit superiore al 3 per cento del PIL, avviata dal Consiglio Europeo nel luglio 2024; tale valore nel 2025 si è attestato al 3,1 per cento impedendo all'Italia di ricorrere all'uscita anticipata dalla PDE;

questo (mancato) risultato comporterà effetti negativi sulla stabilità finanziaria ed economica italiana in termini di maggiori interessi sul debito e minore flessibilità di bilancio;

si tratta di una sconfitta di carattere politico ed economico non solo del Governo, ma del Paese intero, profondamente segnato da 4 anni di politiche restrittive. La politica economica prettamente "contabilistica" del governo Meloni, basata su austerità e rigore, ha avuto come obiettivo principale l'approvazione degli organismi di Bruxelles, funzionale al raggiungimento dell'agognata conclusione della PDE, e non quello di rispondere alle esigenze e alle necessità del Paese, rivelando una assenza di coraggio politico, di visione strategica e di lucidità programmatica;

il PIL italiano si è fermato allo 0,5 per cento nel 2025 e le previsioni indicano per il 2026 una crescita dello 0,6 per cento, inferiore rispetto a quella indicata nel DPFP dello scorso ottobre (pari allo 0,7 per cento). Tale andamento è confermato anche per il 2027, mentre le previsioni per il biennio 2028-2029 prefigurano una crescita annua dello 0,8 per cento;

il mancato conseguimento del previsto traguardo, testimonia il clamoroso fallimento e il grave errore strategico compiuto dal Governo che ha puntato tutte le sue carte su un obiettivo, irrealizzato, che ha comportato 4 anni di misure improntate all'austerità;

il tasso di crescita annuale della spesa netta, considerata nella traiettoria, è pari a 1,3 per cento nel 2025, 1,6 per cento nel 2026, 1,9 per cento nel 2027, 1,7 per cento nel 2028, 1,5 per cento nel 2029, 1,1 per cento nel 2030 e 1,2 per cento nel 2031;

nell'anno in corso il tasso di crescita cumulato (che somma i tassi di crescita annui), si attesta all'1,5 per cento rimanendo ancora al di sopra del limite fissato allo 0,9 per cento nelle raccomandazioni del Consiglio;

valutato che:

l'avvio del nuovo conflitto in Medio Oriente ha stravolto nuovamente gli equilibri economici globali, con impatti rilevanti. La guerra sta comportando la distruzione o il danneggiamento di rilevanti infrastrutture energetiche e indotto pesanti restrizioni al transito lungo rotte di fondamentale importanza, in particolare attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo strategico commerciale, attraverso cui transita, a livello mondiale, circa un quinto del petrolio, un quarto del Gas Naturale Liquefatto (GNL) e un terzo dei fertilizzanti azotati. Come rilevato dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), ciò ha provocato forti rincari dei prezzi delle materie prime e interruzioni delle catene di approvvigionamento globali nonché rilevanti impatti sull'inflazione importata, soprattutto in Europa, dove l'aumento della dinamica e delle attese sui prezzi inciderà sulle dinamiche di politica monetaria;

il Documento riporta che nel 2025 l'Italia ha raggiunto l'obiettivo NATO di destinare il 2 per cento del PIL alla spesa per la difesa, in linea con gli impegni internazionali e che il Governo italiano intende ottemperare agli impegni presi durante il Summit della NATO, tenutosi a L'Aja a giugno dello scorso anno, in base ai quali la spesa in difesa dovrebbe raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035, di cui il 3,5 per cento per spese strettamente legate alla difesa e il restante 1,5 per cento relativo a misure per la sicurezza intese in senso più ampio;

il DFP conferma l'impegno italiano relativamente alla partecipazione italiana allo strumento europeo Security Action for Europe (SAFE) che costituisce uno dei cinque pilastri della strategia europea per promuovere un aumento in tempi rapidi delle spese in difesa degli Stati membri e attraverso il quale l'Italia ha richiesto e ottenuto l'autorizzazione per un prestito garantito dalla UE con un importo di 14,9 miliardi di euro, le cui erogazioni, che saranno scaglionate nel tempo, sono attese con cadenza semestrale a partire dalla fine del 2026, subordinatamente al raggiungimento dei relativi traguardi;

purtroppo, e per l'ennesima volta, il Governo manca l'occasione per dimostrare una tempra adeguata al contesto, confermandosi assolutamente incapace di fornire risposte immediate ed efficaci, mostrando la completa assenza di coraggio politico, di visione strategica, di lucidità programmatica;

considerato che:

le necessità degli italiani sono molte e inequivocabili, gli ultimi dati diramati dai maggiori Organismi pubblici sono trasparenti e reclamano l'adozione di misure di sostegno strutturali;

l'Istat ha comunicato che la pressione fiscale ha raggiunto livelli impensabili fino a 3 anni fa: il 43,1 per cento del Pil, con una crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 2024, valore che sembrava ormai irraggiungibile e che era stato toccato solo nel 2014. Ancora più allarmante è il dato riferito al quarto trimestre del 2025, che ha registrato un impressionante picco del 51,4 per cento; a fronte di questi dati, l'Istituto Nazionale di Statistica ci informa che il redito disponibile delle famiglie è alle prese con una crescita affievolita, il 2,4 per cento nel 2025 rispetto al 2,9 per cento registrato l'anno precedente, e che il potere di acquisto ha mostrato un incremento assai limitato, pari allo 0,9 per cento annuo nel 2025; particolarmente allarmante è il dato, riferito al quarto trimestre 2025, che indica che la propensione al risparmio delle famiglie italiane è scesa al 7,8 per cento, registrando una riduzione di 0,8 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Un calo che evidenzia una contrazione nella capacità di accantonamento del reddito disponibile e, di conseguenza, la necessità delle famiglie di intaccare i propri risparmi per poter affrontare inflazione e carico fiscale;

il carico fiscale, infatti, si riversa in modo sproporzionato su lavoratori dipendenti e pensionati, attraverso il drenaggio fiscale, l'elusione, l'evasione e la congerie di regimi sostitutivi, come certificato dalle analisi delle dichiarazioni dei redditi appena rese disponibili, tutti fenomeni aggravati dalle politiche tributarie del Governo Meloni;

Confindustria ha rilevato il peggioramento dello scenario macroeconomico complessivo, segnalando che l'impatto dello shock energetico influisce in molti modi sull'economia italiana: caduta della fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalita dei tassi sovrani; riduzione delle attese sull'industria, che stava provando a risalire; frenata anche dei servizi; reggono solo gli investimenti, che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del PNRR;

il Piano nazionale di ripresa e resilienza da 194 miliardi di euro, partito con la pandemia e in scadenza proprio quest'anno, nel tempo si è inabissato in una serie di fallimenti;

l'incapacità di portare a meta gli interventi progettati e di investire le risorse ricevute sono responsabili della crescita zero; l'evidenza dei risultati raggiunti è impalpabile, in tutto regna l'opacità assoluta;

la Banca d'Italia, nelle proiezioni macroeconomiche per il triennio 2026-2028, è stata esplicita: oltre a confermare i dati diffusi a inizio marzo sull'insignificante incremento del PIL nei prossimi anni (+0,5 per cento sia nel 2026 che nel 2027 e +0,8 per cento del 2028), ha riscontrato un tasso di inflazione al 2,6 per cento per l'anno in corso. Un quadro allarmante che, nel caso in cui le attuali condizioni geopolitiche dovessero prolungarsi o addirittura peggiorare, potrebbe condurre alla materializzazione di uno scenario "avverso", con un ulteriore incremento dell'inflazione di quasi il 2 per cento nel 2026 e dell'1,5 per cento nel 2027. In tal caso, ci troveremmo di fronte a un ulteriore aumento dell'incertezza, a un deterioramento della fiducia e a tensioni sui mercati finanziari, con conseguente irrigidimento delle condizioni di finanziamento da parte delle banche e un impatto enorme sui redditi e le spese delle famiglie, come anticipato nei giorni scorsi dallo stesso Governatore;

considerato altresì che:

il Governo attribuisce il mancato raggiungimento del 3 per cento del rapporto deficit/PIL all'emersione in gran parte in attesa di nuovi crediti edilizi legittimati dalla legislazione previgente sul Superbonus;

su tale dato, prosegue il DFP, ha inciso in maniera rilevante la componente dei contributi agli investimenti riconducibile a crediti per bonus edilizi per circa 8,4 miliardi (equivalenti a quasi lo 0,4 per cento del PIL) e superiori alle aspettative. Secondo il Governo, senza tale componente, il cui effetto di natura transitoria e non strutturale è stato correlato a specifici comportamenti degli operatori economici beneficiari della suddetta misura, il rapporto deficit-PIL sarebbe stato pari al 2,7, e dunque inferiore di oltre tre decimi di punto percentuale rispetto alla previsione del DPFP;

su questo tema occorre nuovamente ricordare lo straordinario contributo apportato all'economia italiana dallo strumento di agevolazione fiscale degli interventi in edilizia, e il fatto che il suo utilizzo e la sua estensione siano stati richiesti dall'intero arco costituzionale dei partiti e che l'attuale Ministro dell'Economia sia stato tra gli esponenti politici con maggiori responsabilità governative in materia;

detto questo, è utile riportare quanto segue: tra i dati pubblicati nel DFPF di fine ottobre e quelli pubblicati a marzo dall'Istat i contributi per gli investimenti in cui rientrano le spese per il Superbonus rilevano un incremento di 4,4 miliardi di euro. La questione sorprendente, è legata al fatto che tale cifra non basta a spiegare l'incremento di contributi agli investimenti pari a 6,6 miliardi di euro rispetto a quanto riportato nel DPFP. Ciò che il DFP non chiarisce, è la differenza di questi 2,2 miliardi di euro (pari a quasi lo 0,1 per cento del PIL);

un atteggiamento arrogante, di chi è stato convinto fino alla fine di poter gestire agevolmente i conti pubblici e conseguentemente i rapporti con la UE, rimanendo sotto la soglia del 3 per cento;

il passaggio dal credito d'imposta al meccanismo dell'iperammortamento per gli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026, rischia di non compensare adeguatamente la perdita di competitività delle imprese coinvolte. Nonostante l'importante quantità di risorse stanziate per il prossimo triennio, l'efficacia della misura risente già dai primi mesi dei ritardi nell'adozione, anche in questo caso, dei decreti attuativi ma anche della natura stessa dello strumento della deduzione, che risulta meno immediato rispetto al credito d'imposta, penalizzando la liquidità immediata delle PMI proprio in una fase di contrazione del credito come quella attuale. Tale inerzia ha generato un clima di incertezza che ha indotto molte imprese a sospendere o posticipare i piani di investimento, contribuendo alla stagnazione della produzione industriale;

il DFP 2026, dunque, non contiene alcuna misura strutturale credibile per rilanciare la produttività, l'innovazione e la competitività del sistema produttivo italiano, limitandosi a una rendicontazione degli impegni assunti e a previsioni macroeconomiche già riconosciute come incerte dallo stesso Ministro proponente;

esprime, per quanto di competenza, parere contrario.