Legislatura 19ª - 8ª e 9ª riunite - Resoconto sommario n. 25 del 17/09/2025

Il senatore FRANCESCHELLI (PD-IDP) ritiene che l'articolo 10 sia il fulcro del principio in base al quale la caccia, da attività senza fini di lucro, diventa attività di impresa. Si tratta quindi di un mutamento epocale, a suo giudizio inaccettabile, in quanto si costringono gli agricoltori a svolgere attività imprenditoriale sulla fauna selvatica. Reputa quindi che tale approccio distorca la visione originaria poiché le imprese agricole si trovano a vendere i capi abbattuti.

Dopo aver ricordato la normativa vigente sulle aziende faunistico-venatorie, per costituire le quali serve una quota di consenso, sottolinea come alla base della legislazione attuale vi sia la funzione di natura pubblica della caccia. Richiama quindi le previsioni del codice civile sui beni oggetto di espropriazione per pubblica utilità, lamentando che il disegno di legge n. 1552 faccia venir meno proprio la funzione pubblicistica.

Dissente dunque dalla impostazione che costringe i proprietari non favorevoli a costituire riserve di caccia nel proprio territorio a soccombere rispetto a interessi di altri soggetti privati. Ritiene infatti che ciò sia illegittimo in quanto comprime la proprietà privata senza adeguate motivazioni. Illustrando l'emendamento 10.36, fa presente che per la conversione in aziende agri-turistico-venatorie occorrerebbe il consenso di tutti i proprietari terrieri ubicati nel perimetro dell'azienda. È inaccettabile del resto che, in virtù anche dell'estensione del calendario venatorio, si svolgano attività con fini di lucro da parte di soggetti terzi su terreni altrui senza consenso. Tale circostanza pone inoltre problemi di sicurezza per chi svolge la manodopera nei campi e impatta sulle coltivazioni, tra cui menziona i vigneti. Tali criticità renderanno a suo avviso inevitabile una modifica dell'articolo 10.

Aggiunge inoltre che non è possibile trarre profitto dal fatto che gli ungulati danneggino terreni di alcuni e poi vengano abbattuti in altre zone, in assenza di un fondo comune che ristori tutti gli agricoltori e che eviti discriminazioni. Occorre evitare che i soggetti danneggiati subiscano ulteriori pregiudizi senza poter neanche beneficiare dei vantaggi che invece spettano a coloro i quali fanno attività di impresa, con il risultato che l'esigua minoranza svolge attività con fini di lucro e la grande maggioranza si trova a pagare i danni. Ciò risulta peraltro in contrasto con l'obiettivo di salvaguardare le aree interne e di sostenere l'agricoltura di montagna, tanto più che molte aziende hanno una superficie minima ridotta.

Dopo aver sollecitato nuovamente la previsione di un fondo nazionale, fa notare che la possibilità di svolgere attività turistico-venatoria presuppone che vi siano prede disponibili; tuttavia, paventa il rischio di potenziare effetti distorsivi in base ai quali anziché contenere gli animali selvatici, essi vengono incrementati proprio per consentire di praticare attività turistica. Queste previsioni finiscono a suo giudizio per legalizzare interessi contrapposti e per mortificare la cosiddetta caccia sociale. Ritiene invece che la trasformazione in aziende agri-turistico-venatorie debba essere quantomeno subordinata alla pianificazione regionale.