Legislatura 19ª - Atto di Sindacato Ispettivo n. 1-00140

Atto n. 1-00140

Pubblicato il 10 aprile 2025, nella seduta n. 294

ALFIERI, DELRIO, CASINI, BOCCIA, BAZOLI, MIRABELLI, LORENZIN, NICITA, ZAMBITO, IRTO, BASSO, D'ELIA, ZAMPA, ROSSOMANDO, CAMUSSO, CRISANTI, FINA, FRANCESCHELLI, FRANCESCHINI, GIACOBBE, GIORGIS, LA MARCA, LOSACCO, MALPEZZI, MANCA, MARTELLA, MELONI, MISIANI, PARRINI, RANDO, ROJC, TAJANI, VALENTE, VERDUCCI, VERINI

Il Senato,

premesso che:

martedì 25 marzo è stato rilasciato il regista e attivista palestinese Hamdan Ballal, 36 anni. L'arresto del regista vincitore del premio Oscar per il documentario "No other land", che riguarda proprio l'espansione e la violenza dei coloni israeliani nei territori dalla Cisgiordania, era avvenuto nel villaggio di Susiya a sud di Hebron. Secondo diversi testimoni, Ballal, dopo essere stato aggredito da decine di coloni, è stato arrestato dai soldati israeliani presenti sul posto, che non erano intervenuti, invece, per fermare le violenze;

l’arresto segue di pochi giorni il licenziamento da parte del Governo, prontamente sospeso dalla Corte Suprema, del capo dello Shin Bet, Ronen Bar, fatto senza precedenti nella storia di Israele. I rapporti tra Bar e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, da sempre tesi, sono precipitati con la pubblicazione, lo scorso 4 marzo, di un rapporto sui fatti del 7 ottobre 2023. Nel documento lo Shin Bet, pur riconoscendo i propri fallimenti nel prevenire il peggior attacco terroristico nella storia del Paese compiuto da Hamas e costato la vita a 1.200 persone, ha denunciato “una politica di silenzio che ha permesso ad Hamas un massiccio rafforzamento militare” e accusato l’ufficio del primo ministro di aver occultato informazioni e prove che dimostravano come l’esercito avesse avvertito il Governo ore prima dell’inizio degli attacchi. Nelle ultime settimane, inoltre, lo Shin Bet stava conducendo le indagini sul cosiddetto scandalo “Qatargate”, in base alle quali alcuni stretti collaboratori di Netanyahu avrebbero accettato ingenti somme di denaro dall’Emirato, ritenuto uno dei principali finanziatori di Hamas, per promuovere gli interessi di Doha nel Paese;

lo scorso 23 marzo, invece, il Consiglio dei ministri israeliano ha approvato, anche in tal caso per la prima volta nella storia di Israele, una mozione di sfiducia contro la procuratrice generale Gali Baharav-Miara, la figura di più alto livello della magistratura, che dirige le attività di pubblica accusa. Val la pena ricordare, inoltre, come a novembre ad essere licenziato sia stato il ministro della Difesa Yoav Gallant;

il 26 e il 27 marzo il Ministero israeliano della Diaspora ha promosso la Conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo, laddove si è assistito al paradosso di un evento che ha visto invitati gli esponenti dell’estrema destra europea, con radici profondamente legate all’antisemitismo, e che ha portato sia l'UCEI, Unione delle comunità ebraiche italiane, oltre che le comunità ebraiche francesi, inglesi e tedesche alla decisione di non partecipare;

lo scorso 27 marzo la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato un disegno di legge per modificare la composizione del Comitato per le nomine giudiziarie e porlo sotto il controllo della politica, in quello che è ampiamente considerato dai media israeliani un duro colpo all'indipendenza della magistratura. Il processo di scelta dei giudici sarà, pertanto, di fatto controllato dalla Knesset e anche in questo caso si assiste ad un fatto mai accaduto nella storia di Israele. Il potere della Corte Suprema sarà ridotto, mentre il ruolo dell'Ordine degli avvocati sarà eliminato;

in un comunicato congiunto Yair Lapid, Binyamin Gantz, Avigdor Liberman e Yair Golan hanno dichiarato che: “Il governo ha approvato una legge per sottomettere i giudici ai politici, proprio mentre 59 ostaggi sono ancora a Gaza. Invece di occuparsi di sicurezza e unità, torna a mettere in atto leggi che dividono il popolo”;

le proteste contro la riforma, che avevano già diviso il Paese nel 2023, sono riprese con forza. Da giorni migliaia di israeliani stanno manifestando a Tel Aviv e Gerusalemme contro il Governo, accusando Netanyahu di violare i principi democratici del Paese, e di stare prolungando la guerra a Gaza per un tornaconto politico, mettendo a rischio spregiudicatamente la vita degli ostaggi ancora in mano ai terroristi di Hamas;

a quanto detto occorre aggiungere, infatti, la ripresa dei bombardamenti su Gaza e l’avanzata delle forze israeliane a nord ovest di Rafah, dove è stato emesso un nuovo ordine di evacuazione, che hanno portato centinaia di nuove vittime che vanno ad aggiungersi alla drammatica conta giunta oramai a circa 50.000 morti, nonché l’escalation continua delle violenze in Cisgiordania;

il Presidente israeliano, Isaac Herzog, vista la ripresa dei bombardamenti, si è detto scioccato nel constatare che la liberazione degli ostaggi a Gaza non sia più la massima priorità per il Governo;

considerato che:

in questi giorni a Gaza centinaia di palestinesi, esasperati e stremati dopo 17 mesi di guerra, scoppiati a seguito del brutale attacco di Hamas del 7 ottobre, hanno protestato nel nord di Gaza contro Hamas. L’inizio delle manifestazioni ha mostrato quanto la volontà di ribellarsi a Hamas sia aumentata tra la popolazione civile. Secondo quanto riportato da diversi reporter ci sono grosse sacche di dissenso, ma il timore è ancora alto, anche alla luce delle ritorsioni prontamente messe in atto dai miliziani;

storici clan della Striscia, come i Doghmush, gli Husayni e i Barghouti, per la prima volta invocano apertamente la fine del controllo del gruppo terroristico, accusandolo di usare la popolazione come scudo umano. In particolare, lo scorso 25 marzo è stato diffuso un documento, carta intestata “Stato di Palestina - Famiglie e clan dei governatorati meridionali della Striscia di Gaza” dove si legge: “Hamas deve subito lasciare la presa su Gaza”;

il consigliere del presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, Mahmoud Abbas, ha dichiarato che: "Le manifestazioni nella Striscia di Gaza sono un grido dei residenti contro le politiche di Hamas", secondo il leader palestinese l’unica soluzione possibile è ripristinare il controllo dell'ANP sulla Striscia;

rilevato, inoltre, che:

come tristemente noto, il presidente Trump, in spregio a qualunque principio del diritto internazionale, ha avanzato una proposta per la creazione di una “riviera del Medio Oriente” in base alla quale la Striscia sarebbe “consegnata agli Stati Uniti da Israele alla chiusura dei combattimenti” e la sua intera stremata popolazione “reinsediata altrove”, verosimilmente tra Egitto e Giordania, una proposta che suscitato l’indignazione di gran parte della comunità internazionale e dei principali Paesi europei, con l’eccezione del Governo italiano;

lo scorso 4 marzo al Cairo la Lega Araba, alla presenza anche del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e del presidente del Consiglio europeo António Costa, ha presentato un Piano per Gaza alternativo a quello statunitense, che prevede due fasi, sette zone in cui allestire alloggi temporanei nella Striscia, nessuna deportazione dei palestinesi e cinque anni di ricostruzione con un costo stimato di 53 miliardi. La proposta araba, prevede l’amministrazione della Striscia da parte di un comitato composto da tecnocrati palestinesi per un periodo di transizione, cui dovrebbe poi subentrare l’Autorità nazionale palestinese, escludendo, dunque, qualunque coinvolgimento di Hamas nella futura amministrazione;

il piano, rifiutato dal Governo israeliano, ha ricevuto, invece, oltre l’appoggio dell’Organizzazione per la cooperazione islamica che conta 57 Paesi membri, il sostegno dell’Unione europea e del Governo britannico;

tuttavia, la ripresa dei bombardamenti, avallata esplicitamente dall’amministrazione statunitense, e la mancanza di un’iniziativa europea visibile e realmente incisiva che vada oltre un sostegno puramente formale, stanno sostanzialmente consentendo l’abbandono di qualunque piano per una futura pace e la realizzazione dell’obiettivo di “due popoli, due Stati”,

impegna il Governo:

1) ad adoperarsi in tutte le sedi per rilanciare il Piano arabo per la ricostruzione e la futura amministrazione di Gaza anche alla luce del favore di larga parte della comunità internazionale e a sostenere ogni iniziativa diplomatica volta ad assicurare la liberazione degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, il ripristino della tregua e un reale rilancio del processo di pace, la protezione dei civili e la fine delle violenze da parte dei coloni e dell’esercito israeliano in Cisgiordania;

2) a sostenere il riconoscimento dello Stato di Palestina, nel rispetto del diritto alla sicurezza dello Stato di Israele, per preservare la realizzazione dell’obiettivo di “due popoli, due Stati”;

3) ad adoperarsi in tutte le sedi sia internazionali che europee, perché si proceda nei confronti del Governo israeliano con una ferma condanna della violazione delle fondamentali regole dello stato di diritto in atto, come denunciato dalle forze di opposizione israeliane, sostenendo, inoltre, in sede europea l’applicazione di sanzioni dirette nei confronti dei coloni e dei membri del Governo israeliano che sostengono apertamente le violenze degli stessi in Cisgiordania.