Legislatura 19ª - Atto di Sindacato Ispettivo n. 1-00015
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Atto n. 1-00015
Pubblicato il 27 dicembre 2022, nella seduta n. 22
RAPANI, ORSOMARSO, SISLER, BERRINO, LIRIS
Il Senato,
premesso che:
i decreti legislativi n. 155 e n. 156 del 2012 hanno dato il via a un piano di riordino degli uffici giudiziari sul territorio nazionale, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo quantomeno opinabile, con la soppressione di importanti presidi di legalità: 30 tribunali, 38 procure, tutte le 220 sezioni distaccate dei tribunali centrali e 674 uffici di giudice di pace;
la revisione, giustificata dalla dichiarata necessità di migliorare l'efficienza del sistema giustizia e ispirata a presunti obiettivi di contenimento della spesa pubblica, ha, di fatto, reso più difficile l'accesso alla giustizia per tutti e allungato i tempi dei processi; una simile riscrittura della geografia giudiziaria, infatti, lungi dal rappresentare una razionalizzazione del sistema giudiziario utile a una, pur condivisibile, riduzione dei costi, non ha ottenuto gli effetti sperati e ha scaricato ulteriori costi e disagi sulla collettività; nei calcoli del Governo non erano stati considerati, inoltre, i costi aggiuntivi derivanti dalle chiusure delle strutture, come gli investimenti necessari per garantire il passaggio di personale e attività ai tribunali provinciali;
in particolare, in Calabria la revisione delle circoscrizioni giudiziarie ha comportato la soppressione di otto sezioni distaccate (Chiaravalle centrale, Acri, San Marco Argentano, Strongoli e Scalea nel cosentino e crotonese; le sezioni distaccate di Siderno, Cinquefrondi e Melito di Porto Salvo per ciò che attiene a Reggio Calabria) e del Tribunale e della Procura di Rossano, oggi Corigliano-Rossano (Cosenza);
in un territorio quale quello calabrese, soffocato da sempre dalla presenza forte e radicata della criminalità organizzata, che limita le libertà democratiche e corrode l’ossatura della regione, lo Stato, invece di potenziare la propria presenza, ha proceduto con un’incomprensibile scelta di chiusura e arretramento;
la riduzione del sistema giustizia è stata, per la Calabria e i calabresi, significativa e alla naturale difficoltà logistica e funzionale della nuova architettura territoriale giudiziaria, che ha comportato difficoltà e disagi, si deve aggiungere la morfologia della regione, che si presenta assai complessa; senza considerare, peraltro, che i numerosi centri urbani sono serviti da un sistema di trasporti insufficiente nella sua dotazione infrastrutturale e di servizi, che rende difficile la mobilità interna ed esterna di passeggeri e merci, rappresentando un freno allo sviluppo socio-economico della regione;
l’allora Ministro della giustizia, Paola Severino, aveva giustificato la soppressione del tribunale di Rossano e il suo accorpamento a quello di Castrovillari sulla base delle seguenti considerazioni: criminalità omogenea nei circondari di Castrovillari e Rossano; contiguità territoriale dei due circondari giudiziari e facilità di collegamento tra i territori; a giudizio dei proponenti sono tutti criteri che risultano, in maniera chiara, oggettiva e documentabile, privi di qualsivoglia fondamento;
in primis, occorre evidenziare la scelta paradossale di accorpare al tribunale minore di Castrovillari, per numeri e carico di lavoro, quello di Rossano, ufficio giudiziario con 150 anni di storia (nei primi anni del secolo scorso è stato anche sede di Corte d’assise) e presidio legale di riferimento della vasta piana di Sibari e dell’entroterra pre silano; il circondario del tribunale di Rossano ha una superficie di circa 1.500 chilometri quadrati, di gran lunga superiore anche a quella di alcune province italiane, e conta una popolazione di oltre 134.000 abitanti; comprende 20 comuni, tra cui quelli di Rossano e Corigliano calabro, con popolazione anagrafica complessiva di oltre 80.000 abitanti, quasi tutti concentrati nell’asse stradale di 13 chilometri che si sviluppa lungo la strada statale 106, meglio nota come “strada della morte”;
i carichi di lavoro del tribunale di Rossano e della Procura della Repubblica presso il tribunale risultanti dalle cancellerie al 2013 erano quantitativamente e qualitativamente rilevanti, così come le sopravvenienze, sia con riferimento agli anni precedenti che al solo anno 2012, totalmente ignorati dal Ministero della giustizia: dagli ultimi dati estratti dal registro di cancelleria dell'ex tribunale di Rossano e di quello di Castrovillari dell’11 settembre 2013 (prima della chiusura del tribunale di Rossano), solo con riferimento ai carichi penali pendenti, il tribunale di Castrovillari ne aveva 1.344 a fronte dei 4.962 del soppresso Tribunale di Rossano; mentre per il penale collegiale il carico di lavoro era di 30 procedimenti per il tribunale di Castrovillari a fronte dei 157 di quello di Rossano. Un rapporto di 4 a uno che è peggiorato con il tempo e che con il passare degli anni non ha fatto altro che peggiorare a dismisura la qualità del servizio giudiziario;
l’accorpamento al tribunale di Castrovillari, struttura costruita per ospitare un’utenza di 120.000 abitanti e non certo di 250.000, è risultato fallimentare anche per le casse dello Stato, depredate dai costi aggiuntivi di trasporto da e per Castrovillari per il trasferimento di detenuti, per i magistrati e i rappresentanti di forze dell’ordine in attività di polizia giudiziaria, unitamente a tutto il mondo dei professionisti (avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, eccetera) costretti a viaggiare quotidianamente;
in una dettagliata relazione presentata dall'Associazione nazionale magistrati al Ministero è stato evidenziato come la riforma della geografia giudiziaria abbia generato gravi carenze, con conseguenti ulteriori difficoltà, degli uffici giudiziari accorpanti nel far fronte all'inevitabile incremento degli affari giudiziari provenienti dalle sezioni distaccate; non solo, si evidenziano anche le questioni collegate allo stato dell'edilizia giudiziaria, spesso già completamente insufficiente a gestire affari e personale prima dell'entrata in vigore della riforma della geografia giudiziaria, e logicamente per molti uffici posta in maggiore sofferenza dall'ulteriore carico rappresentato dagli accorpamenti;
a Rossano calabro, peraltro, l’edificio è di proprietà del Comune, da poco tornato nella sua disponibilità a causa di un cortocircuito con il Ministero della giustizia, ma in questo momento è inutilizzato, anche se ospita l’archivio storico, mai trasferito a Castrovillari per mancanza di spazi;
di non secondaria importanza, come detto, è la situazione infrastrutturale dell’area: la distanza tra Rossano e Castrovillari è di oltre 65 chilometri, mentre la distanza tra la maggior parte dei comuni del circondario e Castrovillari supera i 120: una distanza enorme, che quotidianamente devono coprire avvocati, personale UNEP, dipendenti del tribunale e utenti della giustizia, in generale;
nel circondario di Rossano-Corigliano vi è una micro e, soprattutto, una macro criminalità (giudizialmente accertata in via definitiva da numerose sentenze emesse all’esito dei processi svolti dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per esempio i procedimenti penali denominati “Galassia”, “Satellite”, “Flash Market”, “Fusion”, “Corinan”) diffusa e assai ramificata nel territorio, gestita da cosche mafiose operanti soprattutto nei territori di Rossano, Corigliano calabro, Mirto Crosia e Cariati, che imporrebbe la permanenza e, anzi, il potenziamento di un presidio atto ad assicurare la presenza anche fisica dello Stato;
vi è un altro dato fondamentale: nel comune di Rossano ha sede una casa di reclusione, di recente costruzione, che è la terza della Calabria per grandezza e capienza, in cui sono ristretti circa 400 detenuti; nel settore di massima sicurezza sono ospitati 70 detenuti di fede musulmana, dei quali 21 condannati per il reato di terrorismo internazionale, tanto che il carcere rossanese è balzato agli onori della cronaca come la “Guantanamo d’Italia”;
nel rapporto della CEPEJ (Commissione europea per l’efficienza della giustizia) del 21 giugno 2013, recante le linee guida sulla revisione della geografia giudiziaria per favorire le condizioni di accesso a un sistema giudiziario di qualità, con riferimento alla necessità per gli Stati membri di salvaguardare alcuni presidi di giustizia in aree territoriali al di là e in deroga a determinati criteri, viene espressamente indicato il caso di tre tribunali del Sud Italia (Caltagirone, Rossano e Sciacca), “i quali pur essendo inizialmente individuati per la chiusura sulla base delle loro dimensioni e prestazioni, sono stati successivamente ‘salvati’ perché ritenuti in prima linea nella battaglia contro la mafia” (Caltagirone e Sciacca effettivamente “salvati”), nonché sotto il profilo dell’ubicazione geografica ed infrastrutturale viene sottolineata la necessità del rispetto del diritto all’equo accesso alla giustizia (nel caso di specie si è violato il principio di localizzazione che impone di ridurre al minimo la distanza tra l’ufficio giudiziario per tutti i comuni di quel territorio, oltretutto in carenza assoluta di collegamenti pubblici);
anche le Commissioni Giustizia di due rami del Parlamento, dopo aver sottolineato la necessità di coniugare le esigenze di legalità al risparmio della spesa pubblica ed aver chiesto espressamente al Governo di esentare dalla soppressione quei presidi che operano in zone ad alta densità di criminalità organizzata, in particolare di non sopprimere nessuno dei quattro tribunali calabresi (Rossano, Castrovillari, Paola e Lamezia), avevano specificato che, ove proprio non fosse stato possibile mantenere tutti i quattro tribunali, erano da salvaguardare prioritariamente quei territori con una maggiore distanza dal capoluogo di provincia (quindi, ancora Rossano, che dista da Cosenza oltre 100 chilometri);
lo stesso procuratore antimafia Nicola Gratteri in diverse occasioni ha rilevato l’anomalia, facendo riferimento al paradosso per cui la Procura di Paola è distante solo 30 chilometri dalla Procura di Cosenza, mentre l’ex procura di Rossano dista da Castrovillari oltre circa 65 chilometri;
i dati citati, non certamente esaustivi, evidenziano senza dubbio alcuno che il tribunale e la Procura della Repubblica di Rossano rispondevano e rispondono a tutti i parametri espressamente previsti dalla legge delega per il mantenimento del presidio giudiziario;
sul piano dell'accesso alla giurisdizione, l'intervento di revisione della geografia giudiziaria di primo grado ha ampiamente dimostrato, con evidenze rafforzate nel periodo di emergenza sanitaria, come tale settore non possa essere considerato soltanto in termini di “bilancio” e contenimento della spesa;
le stesse “Linee guida sulla revisione della geografia giudiziaria per favorire le condizioni di accesso ad un sistema giudiziario di qualità” della CEPEJ del 23 giugno 2013, sottolineano come la “giustizia di prossimità” costituisca un valore fondamentale di uno Stato di diritto; il diritto di ciascun cittadino ad agire in giudizio per la tutela delle proprie posizioni giuridiche soggettive, riconosciuto dall'articolo 24, comma primo, della Costituzione, deve essere assicurato anche attraverso la predisposizione di un adeguato sistema di accesso alla giustizia;
la Commissione europea per l'efficienza della giustizia in più occasioni ha ribadito che le riforme della geografia giudiziaria realizzate nei vari Stati membri devono tenere conto di tutti gli elementi di criticità che possano limitare l'accesso dei cittadini a un sistema giudiziario di qualità; la Commissione, in particolare, nel dettare le proprie linee guida, ha riconosciuto il valore della vicinanza degli uffici giudiziari ai cittadini come elemento utile a favorirne l'accesso alla giustizia e sottolineato che “dover presenziare a un'udienza fissata la mattina presto per una persona anziana, o per una persona che non guida o non è dotata di mezzo proprio, in assenza di adeguati mezzi di trasporto pubblico, rappresenta una situazione problematica che può influire sul diritto di equo accesso alla giustizia”;
nella XVIII Legislatura il Parlamento si è impegnato con la “commissione Vietti”, istituita nell’agosto 2015, a mettere mano alla riforma giudiziaria. Tale commissione avrebbe dovuto predisporre un progetto di riforma relativo “allo sviluppo del processo di revisione della geografia giudiziaria, attraverso una riorganizzazione della distribuzione sul territorio delle corti di appello e delle procure generali presso le corti di appello, dei tribunali ordinari e delle procure della Repubblica ed una collegata promozione del valore della specializzazione nella ripartizione delle competenze”;
la commissione ha concluso i propri lavori con l’elaborazione di un testo a cui nessuno dei Governi che si sono succeduti in questi anni ha dato seguito, mentre a distanza di 10 anni è chiaro che la riforma della geografia giudiziaria, specialmente nei tribunali di provincia, ha contribuito a rallentare i tempi della giustizia, ingolfando ulteriormente le stanze dei palazzi di giustizia: a farne le spese, sempre e comunque, è la giustizia;
l’Italia è costellata di situazioni rimaste “a metà”, i cui costi vanno spesso ad incidere sugli enti locali, che già devono patire il disagio di non avere un tribunale;
i palazzi di giustizia rimangono vuoti, ma i Comuni pagano: è il caso di Acqui Terme in provincia di Alessandria, dove dal 2020 ha la sua sede l’ufficio servizi sociali; per permettere il trasferimento dell’ufficio l’amministrazione comunale nel 2018 ha dovuto finanziare dei lavori di sistemazione e adattamento, ma fino al 2018 la struttura ha ospitato l’archivio e il Ministero della giustizia ha continuato a pagare l’affitto, vanificando ogni possibile risparmio; una situazione simile a Chiavari (Genova), dove il tribunale è stato chiuso poco dopo la sua costruzione, che alla comunità è costata 4 milioni di euro;
sempre in Liguria, è stato chiuso il tribunale di Sanremo (Imperia) e la sezione distaccata di Ventimiglia, un tribunale di confine, con carichi di lavoro di gran lunga superiori a quelli del tribunale accorpante, con un istituto carcerario che registra la presenza di oltre 300 detenuti, di cui oltre la metà stranieri;
ci sono poi situazioni che risultano bloccate da anni, come quella del tribunale di Lucera, in provincia di Foggia; nel 2013 il Ministero ha accolto l’istanza, concedendo al Tribunale di Foggia l’utilizzo degli immobili già sede del tribunale soppresso per un periodo di 5 anni; il Comune di Lucera ha più volte manifestato l’intenzione di rinnovare la concessione gratuita al Ministero e di investire un milione di euro per lavori di manutenzione straordinaria e adeguamento alle normative nel caso in cui l’edificio divenisse la sede della sezione lavoro o sede di una sezione distaccata, ma ad oggi non si svolge alcuna attività giudiziaria e Lucera è soltanto un supporto di natura logistica di tipo archivistico, al quale fanno riferimento anche le ex sedi distaccate di Ange, San Severo, Apricena e Rodi Garganico;
anche a Melfi, in Basilicata, il palazzo di giustizia svolge ormai la funzione di archivio, i costi di gestione del tribunale ammonterebbero a circa 200.000 euro annui ai quali si devono sommare i soldi spesi per l’accorpamento del tribunale di Melfi con quello di Potenza e quelle per lo spostamento continuo dei fascicoli poiché tutto l’archivio, dal 1860 ad oggi, si trova ancora a Melfi;
in alcuni casi la chiusura è stata addirittura un pro forma: Montepulciano è stato accorpato a Siena e gli edifici che ospitavano il tribunale sono stati utilizzati come archivio fino al 2015; il Comune ha chiesto al Ministero di potervi trasferire degli uffici giudiziari, tra i quali l’ufficio del giudice di pace, che pagava un affitto di 122.000 euro annui a un privato, gli uffici giudiziari, però, non si trovano nel vecchio tribunale ma in un edificio di proprietà di privati per la cui sistemazione il Comune ha speso 250.000 euro, e ogni anno corrisponde un canone d’affitto di 280.000 euro per i primi cinque anni e 230.000 a seguire, salvo adeguamenti;
la maggior parte degli ex tribunali oggi vive in un “limbo”: è il caso di Alba (Cuneo) dove su uno stabile di recente costruzione grava ancora il vincolo dell’impiego come ufficio giudiziario; ospita infatti un giudice di pace e la sede dell’INAIL per un bacino d’utenza di 211.000 persone, che devono rivolgersi per i processi a un’altra sede; a Mistretta, piccola località siciliana in provincia di Messina, i locali sono rimasti a disposizione del Ministero, ma le spese sono a carico del Comune, attualmente le vecchie aule di giustizia ospitano il giudice di pace e il vero problema è che il tribunale più vicino si trova a 100 chilometri di distanza;
e ancora, ci sono i tribunali per i quali non si è ancora concluso l’iter di soppressione: Avezzano, Lanciano, Vasto e Sulmona in Abruzzo e Urbino che sono ancora in attesa;
l'esigenza di assicurare la “prossimità geografica” degli uffici giudiziari è tanto maggiore sia con riguardo alla necessità pratica di consentire alla cittadinanza la possibilità di fruire di un servizio agilmente raggiungibile sul piano territoriale, sia per offrire alla stessa popolazione un presidio tangibile di legalità attiva;
occorre una rivisitazione della geografia giudiziaria, con l'obiettivo di riportare tribunali, procure e uffici del giudice di pace vicino ai cittadini e alle imprese,
impegna il Governo:
1) ad assumere ogni opportuna iniziativa di competenza, anche di carattere normativo, al fine di ripristinare l’ex tribunale di Corigliano-Rossano e la Procura della Repubblica presso il tribunale di Corigliano-Rossano o, in subordine, per istituire il tribunale della Sibaritide;
2) a promuovere l’istituzione di un tavolo di confronto per trovare le soluzioni più adeguate alle esigenze del sistema giudiziario nazionale, con particolare riferimento alla specificità territoriale, alla situazione infrastrutturale e al tasso d’impatto della criminalità organizzata;
3) ad assumere ogni opportuna iniziativa di competenza a difesa della presenza dei tribunali e dei giudici di pace nei comuni al di sopra dei 15.000 abitanti, da considerare quali irrinunciabili baluardi di legalità e della presenza dello Stato sul territorio, individuando, in alternativa, percorsi di minor impatto sociale per favorire una più efficiente amministrazione della giustizia ed una più radicale diffusione della cultura della legalità.