Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 398 del 11/03/2026

Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026 nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente e conseguente discussione (ore 09,36)

Approvazione della proposta di risoluzione n. 1

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026 nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente».

Ha facoltà di parlare il presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Meloni.

MELONI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatori, prima di andare ai contenuti propri del Consiglio europeo della prossima settimana, come sapete, avevo proposto di anticipare a oggi le previste comunicazioni per relazionare al Parlamento e confrontarmi con le forze politiche anche su come affrontare la crisi in Medio Oriente che, con i suoi effetti, investe direttamente la sicurezza, l'economia, gli interessi italiani ed europei. È una crisi complessa, certamente tra le più complesse degli ultimi decenni, che ci impone di agire con lucidità e serietà. Io mi auguro sinceramente che possa essere affrontata anche con uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica che, banalizzando, non aiuta nessuno a ragionare con profondità.

Colleghi, qui non c'è un Governo che si sottrae al confronto parlamentare, come dimostrano la presenza in Parlamento del ministro degli affari esteri Tajani e del ministro della difesa Crosetto per ben due volte in meno di una settimana e la mia presenza qui oggi. Non c'è un Governo complice di decisioni altrui, né tantomeno un Governo isolato in Europa e nemmeno un Governo colpevole delle conseguenze economiche che questa crisi può avere su cittadini, famiglie e imprese; tutte cose che ho sentito dire in questi giorni e che non fanno giustizia di un impegno che non abbiamo mai smesso di portare avanti in questo delicato quadrante della geopolitica e che abbiamo intensificato in questi dieci giorni, affrontando la crisi con estrema cautela, in stretto raccordo con i nostri partner europei e in costante contatto con i leader del Medio Oriente e del Golfo, mettendo in campo tutti gli strumenti necessari sul piano politico-diplomatico, su quello militare e della sicurezza e su quello economico interno. (Applausi).

Qui c'è il Governo italiano, chiamato, suo malgrado, ad affrontare uno dei tornanti più complessi della storia recente e preferiremmo non doverlo fare da soli. Intendo dire che è sempre auspicabile, nelle fasi più difficili della storia, che una Nazione democratica come la nostra sappia compattarsi intorno alla difesa dei propri interessi nazionali. Ma non lo dico - guardate - per proporre una sorta di unanimismo peloso o per tentare di neutralizzare la voce delle opposizioni; lo dico perché uno scenario come questo impone alle classi dirigenti - a tutte le classi dirigenti - responsabilità, lucidità e capacità di adattare le proprie decisioni alla rapidità degli eventi e perché in altri tempi, in un altro ruolo, è quello che ho fatto io e che ha fatto il partito che guido, quando, da leader dell'unica forza politica di opposizione al Governo Draghi, non esitai a schierarmi con un Governo che politicamente contrastavo senza sconti nelle ore drammatiche dell'aggressione russa all'Ucraina. Significa che si può fare, senza rinunciare a nulla della propria identità politica e della propria alterità.

Mi auguro che lo spirito di questo appello possa essere raccolto e che l'Italia possa parlare, nelle prossime settimane, con una sola voce. Ma voglio allo stesso tempo rassicurare gli italiani sul fatto che, anche se questo non dovesse verificarsi, il Governo continuerà ad affrontare la crisi e a rappresentare l'Italia con autorevolezza, serietà e abnegazione, come sempre abbiamo fatto, fin dall'inizio del nostro mandato. (Applausi).

Siamo di fronte a un'evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali e al venir meno di un ordine mondiale condiviso. Si tratta di un processo in corso da tempo, ma che, come ho già detto, ha avuto un punto di svolta ben preciso, ovvero l'anomalia dell'invasione di una Nazione vicina da parte di un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, cioè proprio di quell'organismo che del diritto internazionale dovrebbe essere il primo garante. La destabilizzazione globale che ne è derivata ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove pure l'attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026, ma quella del 7 ottobre 2023. (Applausi).

È l'attacco barbaro, folle, al territorio israeliano da parte di Hamas; un attacco letale e sofisticato, che è stato possibile anche grazie al sostegno finanziario, logistico e di equipaggiamento fornito dall'Iran a questo gruppo terroristico; lo stesso sostegno che l'Iran ha fornito negli ultimi decenni a Hezbollah in Libano, a molteplici gruppi armati in Iraq e in Afghanistan, responsabili anche della morte di soldati italiani, agli Houthi in Yemen, al regime di Assad in Siria e che si estende oltre i confini del Medio Oriente, se si considera che l'Iran fornisce alla Russia droni Shahed, ovvero l'arma più utilizzata e più insidiosa nella campagna di aggressione alla popolazione civile in Ucraina.

È in questo contesto di crisi attuale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l'intervento americano e israeliano contro il regime iraniano; un intervento a cui - lo dico subito, a scanso di ogni equivoco - l'Italia non prende parte e non intende prendere parte. (Applausi).

È un'escalation militare che l'Italia, invece, si è impegnata, nei mesi scorsi, ad evitare, insieme a Nazioni come l'Oman e il Qatar. Ricordo che per due volte abbiamo ospitato a Roma i negoziati sul nucleare e che dall'inizio abbiamo sostenuto ogni sforzo di facilitazione che veniva condotto. A lungo abbiamo anche tenuto aperto un canale di comunicazione con Teheran, sottolineando l'urgenza di un accordo, che assicurasse il carattere esclusivamente civile del programma nucleare iraniano. Anche qui penso che non si possa prescindere dall'interrogarsi sul perché un tale accordo non si sia dimostrato possibile, perché se da una parte la leadership iraniana ha sempre negato di volersi dotare di un'arma nucleare, dall'altra la Repubblica islamica, come riferito dal direttore dell'Agenzia atomica delle Nazioni Unite Rafael Grossi, procede ad arricchire l'uranio fino a una purezza del 60 per cento, un livello che qualsiasi esperto della materia riconosce essere molto più alto di quello necessario per gli usi civili del nucleare e molto vicino a quello necessario a fabbricare una bomba atomica. Qualcosa di molto diverso, ad esempio, dall'accordo siglato tra Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, che prevede la rinuncia all'arricchimento da parte emiratina a fronte della cooperazione americana nello sviluppo del loro nucleare civile. Un quadro, quindi, che non poteva non destare preoccupazione, perché spero sia chiaro a tutti in quest'Aula che non possiamo permetterci un regime degli ayatollah in possesso dell'arma nucleare, unita peraltro a una capacità missilistica che potrebbe presto essere in grado di colpire direttamente l'Italia e l'Europa. Ancora di più, perché questo scenario segnerebbe la fine del quadro internazionale di non proliferazione e darebbe vita a una corsa agli armamenti nucleari che avrebbe ripercussioni drammatiche sulla sicurezza globale.

Credo che questi elementi debbano tutti essere presi in considerazione, così come dobbiamo ammettere che, non essendo stati parte diretta dei negoziati, non abbiamo gli elementi per avvalorare con certezza, ma neanche per smentire, le valutazioni degli Stati Uniti sull'indisponibilità dell'Iran a chiudere un accordo definitivo. Il punto è che noi viviamo, purtroppo, in un mondo che ci costringe a scegliere tra cattive opzioni: quindi, da una parte consideriamo drammatico l'avvio di un altro conflitto e non sottovalutiamo gli impatti diretti, soprattutto di carattere economico, che quel conflitto può generare per l'Italia, ma, dall'altra parte, sappiamo che si tratta di conseguenze che non sono neanche paragonabili ai rischi che correremmo se facessimo finta di nulla di fronte allo scenario di un regime fondamentalista che massacra i suoi oppositori, colpisce i Paesi del Golfo e si dota di missili a lungo raggio con testate atomiche. Sono queste le nostre valutazioni e le ragioni della nostra prudenza. Certo, sarebbe molto più facile per noi rispondere con slogan e frasi fatte, alimentando la comprensibile paura dei cittadini, ma sarebbe anche molto meno responsabile e molto più pericoloso.

Cosa intende fare il Governo, quindi, e che posizioni porterà a Bruxelles nel confronto con i partner europei per far fronte a questa crisi? Prima di tutto, come dicevo in apertura, sin dall'inizio della crisi ci siamo tenuti in continuo contatto con i leader mediorientali, ma anche con i nostri principali alleati, perché riteniamo che sia fondamentale coordinare i nostri sforzi e le nostre iniziative. A questo scopo, come probabilmente sapete, ho anche promosso un coordinamento con Francia, Germania e Regno Unito; con il cancelliere Merz, il primo ministro Starmer e il presidente Macron abbiamo avuto modo di sentirci più volte in questi giorni per condividere le valutazioni sull'evoluzione della crisi, coordinare le rispettive risposte nazionali, a fronte di ripercussioni globali sia sul piano economico sia sul piano della sicurezza, inclusa quella energetica e alimentare. Siamo determinati a mantenere questo raccordo per calibrare tempestivamente le strategie comuni e non risparmiare alcuno sforzo d'intesa con i partner regionali nel favorire iniziative che riportino stabilità nell'area.

In questo quadro vedo tre direzioni principali per la nostra azione immediata: in primo luogo, dobbiamo lavorare sul piano diplomatico per verificare se e quando dovessero esistere i margini per un ritorno della diplomazia, un obiettivo che però è sicuramente impossibile fino a quando l'Iran continuerà con i suoi attacchi ingiustificati verso i Paesi del Golfo e altri Paesi della regione. Ma intendiamo anche far sentire la nostra voce affinché nel perdurare delle azioni militari di Stati Uniti e Israele volte a neutralizzare la capacità bellica iraniana venga preservata l'incolumità dei civili, a partire dai bambini. Per questo, a nome del Governo esprimo ferma condanna per la strage delle bambine avvenuta nella scuola di Minab, nel sud dell'Iran (Applausi), la solidarietà ai familiari delle giovanissime vittime e la richiesta che si accertino rapidamente le responsabilità di questa tragedia.

Secondo: dobbiamo completare l'azione di messa in sicurezza delle decine di migliaia di italiani presenti nell'area e dare assistenza a chi è rimasto bloccato. Abbiamo organizzato voli e convogli che hanno permesso di rimpatriare finora oltre 25.000 connazionali, dando priorità a chi era in transito e a chi era in situazioni di particolare fragilità. Desidero ringraziare in modo particolare tutte le Nazioni del Golfo per il grande aiuto che ci hanno dato in questo frangente, così come il Ministero degli affari esteri, l'Intelligence e la Protezione civile per questo importantissimo lavoro. (Applausi).

In terzo luogo, come già discusso in Parlamento, stiamo fornendo assetti di difesa aerea ai Paesi del Golfo, così come hanno fatto gli altri principali Paesi europei. Questo non soltanto perché si tratta di Nazioni amiche e di partner strategici dell'Italia, ma anche perché in quell'area sono presenti decine di migliaia di cittadini italiani che dobbiamo proteggere, senza contare che nel Golfo sono di stanza circa 2.000 soldati italiani. Inoltre, come sapete, abbiamo inviato una nostra unità navale a Cipro per sostenere un partner europeo che ha visto il proprio territorio colpito da parte iraniana: un atto dovuto di solidarietà europea, ma anche di prevenzione.

Permettetemi anche di fare chiarezza, ancora una volta, sul tema delle basi militari. Mi pare che tutti i partner europei si stiano attenendo a quello che prevedono i loro accordi in questa materia. Anche il Governo spagnolo, di cui tanto si parla, ha detto tramite il suo portavoce che esiste un accordo bilaterale tra Spagna e Stati Uniti e che, al di fuori di quell'accordo, non ci sarà alcun utilizzo delle basi spagnole. Il che significa che l'accordo non viene messo in discussione e che non vengono messe in discussione tutte le attività che rientrano nell'accordo. È quello che sta facendo anche l'Italia, e francamente stupisce che questa scelta venga condannata in Patria ed esaltata in Spagna dalle stesse identiche persone. Un po' di logica da questo punto di vista non guasterebbe. (Applausi).

A meno che la questione non sia che dobbiamo chiudere le basi americane in territorio italiano, perché in questo caso permettetemi di dire che chi lo sostiene avrebbe potuto farlo quando era al Governo, mentre ha scelto di fare altro, e non lasciarlo intendere quando si trova all'opposizione. Mi corre l'obbligo di ricordare, infatti, che le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati da Governi di ogni colore. Secondo quegli accordi, ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche (che, semplificando, non comportano bombardamenti). Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi per altre attività, la competenza a decidere se concedere o meno quell'utilizzo spetterebbe, sempre in virtù di quegli accordi, al Governo. Ma su questo punto ribadisco con chiarezza la posizione che il Governo ha già espresso: la decisione in quel caso per noi spetterebbe al Parlamento. Allo stesso modo, e a scanso di equivoci, chiarisco che ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso, così come ribadisco che noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra. (Applausi).

Merita un accenno anche la delicata situazione in Libano, dove purtroppo abbiamo assistito nuovamente alla decisione scellerata di Hezbollah di trascinare l'incolpevole popolo libanese in una nuova guerra con Israele. Ho sentito nei giorni scorsi il primo ministro Netanyahu, al quale ho ribadito la contrarietà dell'Italia a qualunque escalation, fermo restando il diritto di Israele di rispondere agli attacchi di Hezbollah. Esprimiamo la nostra condanna per le vittime civili, tra le quali il sacerdote Pierre El Raii, e la nostra solidarietà alle comunità locali costrette ad abbandonare le loro case, tra cui le comunità cristiane di alcuni villaggi del Libano meridionale, scortate in sicurezza dai nostri militari.

Allo stesso modo in Libano, come sapete, sono presenti oltre 1.000 soldati italiani all'interno della missione delle Nazioni Unite UNIFIL (United Nations Interim Force In Lebanon). Si tratta di una missione sotto comando italiano che ha un mandato cruciale, quello di sostenere la sovranità, l'integrità territoriale e la stabilità del Libano. Per questo la sicurezza del personale di UNIFIL dev'essere garantita in ogni momento. È una richiesta specifica che reiteriamo a Israele e siamo estremamente preoccupati dall'attacco che ha colpito nei giorni scorsi il contingente ghanese della missione. Ai feriti e alle autorità di Accra va tutta la nostra solidarietà. (Applausi).

Anche perché in Libano, con il presidente Aoun e con il primo ministro Nawaf, assistiamo alla volontà concreta di porre fine a questo ciclo insensato di violenza, affermando finalmente il monopolio dello Stato sulle armi e lavorando per il disarmo di Hezbollah. È uno sforzo che dobbiamo sostenere, sul quale l'Italia, che gioca un ruolo centrale nel sostegno internazionale alle forze armate libanesi, è protagonista, senza ovviamente dimenticare il ruolo difficile, ma importante, che i nostri militari continuano a svolgere con coraggio nel Libano meridionale.

Accanto a queste direttrici principali della nostra azione, il Governo si è immediatamente attivato per rafforzare la sicurezza interna, a partire dal presidio degli obiettivi sensibili, contro eventuali rischi di terrorismo collegati a possibili cellule dormienti o lupi solitari. Tanto il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza quanto il Comitato di analisi strategica antiterrorismo sono di fatto riuniti permanentemente.

Ovviamente, stiamo dedicando la massima attenzione alle possibili ricadute economiche di questa crisi. Abbiamo predisposto tutti gli strumenti di monitoraggio sull'andamento dei prezzi e il contrasto a eventuali fenomeni speculativi sui prezzi dell'energia, per monitorare i quali il Presidente dell'autorità per l'energia ARERA ha istituito un'apposita task force, così come sui beni di consumo, sui quali il ministro Urso ha attivato quello che tutti conosciamo come Mister prezzi, cioè il sistema di monitoraggio che verifica se ci sono aumenti anomali e ingiustificati dei prezzi (soprattutto pompe di benzina e generi alimentari). In particolare, sui carburanti stiamo valutando anche di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili, che questo Governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023, nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile. Come sapete, il meccanismo, la cui attivazione è stata peraltro chiesta anche da parte dell'opposizione, consente di utilizzare la parte di maggiore IVA derivante dall'aumento dei prezzi per ridurre le accise. Lo strumento della sterilizzazione era presente anche nel nostro programma e la sua attivazione è tra le contromisure che siamo pronti a prendere.

Sui prezzi dell'energia c'è poi un livello che dipende dall'Unione europea, con particolare riferimento al sistema di tassazione del carbonio, il cosiddetto ETS (Emissions Trading System), sul quale però tornerò diffusamente tra poco. Intanto ricordo che il Governo ha recentemente varato un decreto energia di grande rilevanza per ridurre in modo strutturale il prezzo dell'energia per famiglie e imprese. Si tratta di una iniziativa che nessuno prima di noi aveva avuto il coraggio di adottare e che ha scontentato le grandi aziende energetiche, ma in compenso è stata accolta con grande favore da tutto il mondo produttivo. (Applausi). Riguardo all'attuale aumento dei prezzi dei carburanti, il messaggio che voglio dare agli italiani, ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese, è il seguente: consiglio prudenza, perché faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi, compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili. (Applausi).

Al Consiglio UE della prossima settimana parleremo ancora una volta anche di Ucraina. Il conflitto è purtroppo entrato nel suo quinto anno e in questo lungo periodo la posizione italiana non è mai cambiata: l'Italia resta fermamente al fianco di Kiev, del suo popolo e delle sue istituzioni, a sostegno della sua integrità territoriale, della sua sovranità e della sua indipendenza, come ho avuto modo di ribadire al presidente Zelensky in occasione del nostro ultimo contatto, avvenuto giovedì scorso. Per noi non si tratta solo di un dovere morale, ma anche di una necessità strategica: sostenere l'Ucraina, come ho detto molte volte, significa difendere la sicurezza dell'intero Continente europeo. Allo stesso modo, ho avuto modo di dire in passato che una prospettiva di pace è ora possibile solo grazie alla tenace resistenza ucraina e al deciso sostegno occidentale, che hanno impedito che la Russia realizzasse la facile invasione dell'intera Nazione, come si era prefissata. I fatti smentiscono la propaganda del Cremlino, purtroppo ancora forte anche in Italia. Un dato su tutti: dopo mesi di scarsissimi progressi sul campo, nel mese di febbraio 2026 la Russia ha perso più territori di quanti ne abbia conquistati; in sostanza, a febbraio si è ridotta la percentuale di territorio ucraino sotto controllo russo, con buona pace di chi sosteneva che la resa incondizionata fosse l'unica strada percorribile per l'Ucraina.

Tengo inoltre ad evidenziare anche come gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura per la Nazione aggredita ci chiamino direttamente in causa. Per questo l'Italia è stata presente, accanto ai principali partner europei, anche in occasione dell'ultimo round trilaterale a Ginevra per un coordinamento diretto con Washington e Kiev. Si tratta di un segnale politico di grande rilevanza, perché è fondamentale che le sensibilità nazionali ed europee siano al centro del percorso negoziale, atteso che l'intero processo tocca interessi fondamentali dell'Europa e necessita di un consenso europeo.

Miriamo a soluzioni condivise, che rispettino la dignità ucraina e la solidità dell'asse euroatlantico, perché una pace vera non si costruisce nel vuoto. Si raggiunge solo agendo uniti con i nostri alleati, a partire da Washington, di cui continuiamo a sostenere con convinzione gli sforzi di mediazione. Inoltre, l'Italia continuerà a promuovere, in sede di G7 e UE, la pressione economica sulla Russia, che si ostina a non voler mostrare segnali concreti che consentano di fare passi avanti nel percorso negoziale.

Guardiamo al ventesimo pacchetto di sanzioni europee come a un passaggio necessario per ridurre ulteriormente le entrate che alimentano la macchina bellica del Cremlino. Le misure dovranno essere incisive ed efficaci, ma anche calibrate, per evitare ricadute asimmetriche sui nostri operatori economici e sui nostri interessi nazionali.

Sul fronte del sostegno finanziario, il compromesso raggiunto nel Consiglio europeo di dicembre, un nuovo prestito garantito dal margine del bilancio UE, rappresenta uno strumento fondamentale per la sopravvivenza dell'Ucraina, ma non solo, perché un eventuale collasso finanziario di Kiev - spero sia chiaro a tutti - comporterebbe danni incalcolabili per l'intera stabilità europea.

Accogliamo, pertanto, con favore l'approvazione dei testi legislativi da parte del Parlamento europeo, anche se, nonostante l'impegno assunto da tutti i leader in Consiglio a dicembre sia stato preciso, oggi siamo di fronte a uno stallo che crea non poche difficoltà. La questione sollevata dall'Ungheria e dalla Slovacchia, legata alle forniture petrolifere dell'oleodotto Druzhba, tuttavia, richiede a nostro avviso una soluzione politica. Anche su questo, l'Italia è pronta a dare una mano, ma non consideriamo praticabile aggirare il principio dell'unanimità richiesto per le modifiche al bilancio dell'Unione europea.

La forza dell'Europa risiede nel rispetto delle sue regole e nella capacità di sintesi politica, nel consenso e non nell'imposizione. Lavoreremo, nei prossimi giorni, affinché l'unità del campo non venga scalfita da dispute bilaterali, perché un'Europa divisa è l'unico vero regalo che potremmo fare a Mosca.

Infine, desidero toccare brevemente il tema dell'allargamento che, come sapete, io amo chiamare processo di riunificazione. Il negoziato di pace e il processo di adesione dell'Ucraina all'Unione stanno cominciando a essere due facce della stessa medaglia. Tuttavia, riteniamo che eventuali accelerazioni del processo di allargamento debbano coinvolgere tutti i candidati, a partire da quelli dei Balcani occidentali, preservando l'equilibrio istituzionale e l'integrità del mercato interno dell'Unione europea perché solo un'Europa riunificata può raggiungere la forza necessaria per competere e restare sicura e influente nel mondo di oggi.

Il contesto internazionale che stiamo vivendo mette alla prova anche le nostre economie e la loro competitività. Ne parleremo in modo approfondito nel prossimo Consiglio europeo, anche con la Presidente della Banca centrale europea e al Presidente dell'Eurogruppo, in occasione del Vertice euro che avrà luogo a margine del Consiglio stesso.

Sul fronte della competitività e delle politiche energetiche, come sapete, l'Italia ha adottato da tempo una strategia di stoccaggi e di diversificazione, legata sia ai fornitori sia alle fonti, con un costante sviluppo delle rinnovabili, ma anche guardando al nucleare di nuova generazione e, in prospettiva, al traguardo della fusione nucleare. Questo approccio pragmatico ci protegge efficacemente da interruzioni negli approvvigionamenti, ma ovviamente non può assorbire tutte le tensioni sui prezzi dell'energia che si verificano al diminuire improvviso dell'offerta globale.

Proprio per questo, non solo dobbiamo continuare sulla strada del rafforzamento dell'autonomia strategica italiana ed europea, ma dobbiamo soprattutto eliminare rapidamente tutti i fattori interni su cui invece abbiamo il pieno controllo, che minano la nostra competitività. In un contesto come quello attuale, a maggior ragione non possiamo più permetterci di autosabotare la nostra competitività con burocrazia, dazi interni o posizioni ideologiche. (Applausi).

Come sapete, da subito questo Governo si è impegnato senza sosta su questi aspetti, in particolare per garantire che la transizione ecologica fosse sostenibile per le imprese e per la società, scongiurando il rischio di desertificazione industriale del nostro Continente.

Lo scorso gennaio, in occasione del vertice intergovernativo con la Germania, l'altro grande protagonista dell'industria europea, ho lanciato con il cancelliere Merz un documento bilaterale per un rilancio della competitività basato su quattro priorità chiare: la semplificazione e il taglio della burocrazia europea, il rafforzamento del mercato unico, il rilancio dell'industria automobilistica nel segno della neutralità tecnologica e una politica commerciale ambiziosa basata su regole condivise e pari condizioni.

Successivamente, lo scorso 12 febbraio, a margine del Consiglio europeo informale di Alden Biesen, insieme al cancelliere tedesco Merz e al primo ministro belga De Wever, abbiamo riunito un'ampia maggioranza dei leader europei per parlare di questi temi in modo pragmatico e operativo, con l'obiettivo di fornire alla Commissione indicazioni tempestive e puntuali, affinché sul tema della competitività, così come su quello della semplificazione burocratica e normativa, ci sia finalmente la svolta che da tempo auspichiamo. Di questi temi abbiamo parlato nuovamente in occasione di una videoconferenza organizzata ieri per preparare al meglio il Consiglio europeo della prossima settimana.

Condividiamo l'idea che in materia di competitività non ci sia più tempo da perdere, tanto più in un contesto internazionale così instabile e imprevedibile. Il tempo dell'azione è ora e sono fiera che il nostro Governo stia giocando un ruolo di primissimo piano in questa direzione.

In occasione di questi confronti, il tema dei prezzi dell'energia - che tuttora variano significativamente da una Nazione europea all'altra - è ovviamente emerso come fattore chiave. Piaccia o no, in molte Nazioni europee una parte rilevante del costo dell'energia è legata, direttamente o indirettamente, al sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto ETS. Un sistema che necessita di una revisione per correggere una serie di meccanismi che oggi, in un significativo numero di Stati membri, Italia inclusa, gonfiano artificialmente il prezzo dell'elettricità, con punte che per la nostra Nazione toccano i 30 euro per megawattora: un quarto dell'intero costo dell'elettricità. Perché, com'è noto, gli ETS sono di fatto una tassa voluta dall'Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma che finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili, che questa tassa non la pagano.

Con lo scoppio della crisi in Medio Oriente, il tema dei prezzi dell'energia ha evidentemente assunto ancora maggiore rilevanza ed è per questo che, a livello europeo, stiamo anche chiedendo, in attesa proprio di questa necessaria revisione annunciata per la seconda metà di quest'anno, di sospendere urgentemente l'applicazione dell'ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico. (Applausi). Si tratta di un provvedimento che serve subito e almeno fino a quando i prezzi globali delle fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente.

Al di là di questa misura emergenziale urgente, chiediamo che la revisione dell'ETS corregga strutturalmente l'effetto inflativo legato all'applicazione congiunta delle regole europee di fissazione del prezzo dell'energia elettrica e dell'ETS. L'ETS dovrebbe colpire solo chi inquina e non la produzione tramite rinnovabili. E non pagare l'ETS sulle rinnovabili è, peraltro, proprio l'obiettivo che si è posto il Consiglio dei ministri approvando, lo scorso 18 febbraio, il cosiddetto decreto bollette. La nostra aspettativa è che l'Unione europea ci consenta di correggere rapidamente, in maniera strutturale, questo meccanismo controproducente.

Sempre in tema di ETS, chiediamo che vengano affrontate altre due questioni fondamentali: la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore, che, come sapete, comprendono alcuni dei settori chiave del made in Italy - la siderurgia, le cartiere, la lavorazione del vetro, la ceramica - e la riduzione della volatilità del prezzo delle quote ETS attraverso l'introduzione di un cap, oppure escludendo dal mercato degli ETS gli attori non industriali, così da limitare ogni speculazione finanziaria su questo strumento.

La riforma dell'ETS non è però l'unica proposta che intendiamo portare a Bruxelles in tema di prezzi dell'energia. Vogliamo agire anche sui costi regolatori e infrastrutturali che amplificano artificialmente il prezzo del gas, in particolare le tariffe di trasporto lungo le rotte d'importazione.

Un'altra opzione che chiederemo di approfondire è la costituzione di un servizio di liquidità di gas a disposizione del gestore del sistema di trasmissione nazionale sulla base di procedure competitive definite che consentano di individuare fornitori disposti a immettere gas sul mercato nazionale a prezzi prestabiliti in caso di necessità.

Su tutti questi aspetti, molti dei quali ovviamente controversi per via delle differenti condizioni nazionali, siamo al lavoro e da qui al Consiglio europeo, come di consueto, intendiamo fare il massimo.

Anche la discussione sul nuovo quadro finanziario pluriennale 2028-2034 si concentrerà sugli strumenti finanziari attraverso cui rafforzare la competitività del nostro sistema economico. Su questo fronte la proposta presentata dalla Commissione europea il 16 luglio scorso ha segnato un cambio di passo significativo con circa 450 miliardi di euro dedicati alla competitività e alla ricerca.

Dal nostro punto di vista, competitività significa sostegno alle industrie di punta, ma anche, come ricordavo prima, lotta determinata alla deindustrializzazione che minaccia il nostro Continente a causa delle politiche ideologiche, miopi e autolesionistiche del recente passato. Pertanto, in tema di competitività, saremo inflessibili su alcuni principi. E ancora, la piena applicazione del principio di neutralità tecnologica, che un anno fa riuscimmo a introdurre nelle conclusioni del Consiglio europeo e che deve rimanere una bussola irrinunciabile, e il sostegno alle industrie di transizione a partire dal settore automotive, sul quale ci aspettiamo concreti passi in avanti rispetto alla proposta eccessivamente timida presentata dalla Commissione europea.

Un'altra priorità riguarda il sostegno alle piccole e medie imprese all'interno del nuovo Fondo europeo per la competitività, attraverso risorse dedicate e strumenti mirati e accessibili, anche per favorire un afflusso bilanciato delle risorse UE verso tutti i nostri territori.

Allo stesso tempo, affronteremo con spirito propositivo il tema del rafforzamento e completamento del mercato interno e del 28° regime, il nuovo quadro giuridico semplificato per imprese innovative. Il tema della competitività si inquadra chiaramente in un negoziato sul Quadro finanziario pluriennale estremamente ampio, che ancora deve affrontare in dettaglio temi cruciali come la dimensione finanziaria, ma da parte nostra abbiamo ben chiare le priorità italiane.

Il tema delle risorse è centrale, siamo favorevoli a investimenti ingenti nella competitività, ma questo non deve in alcun modo compromettere la politica agricola comune e la politica di coesione. Competitività e politiche tradizionali non sono in contrasto, sono invece due facce della stessa medaglia. La coesione, infatti, contribuisce alla competitività e rafforza il mercato interno, assicurando al contempo la convergenza dei territori.

C'è poi la questione delle cosiddette risorse proprie. Anche qui il nostro obiettivo è molto chiaro: evitare che per sostenere la competitività di pochi si finisca con l'introdurre nuove tasse europee per tutti. Il Governo si è impegnato dal primo giorno nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese e non faremo rientrare dalla finestra quello che stiamo cercando di buttar fuori dalla porta. (Applausi).

Riteniamo inoltre che si debba modernizzare il bilancio, eliminando i cosiddetti rebates, gli sconti fiscali ormai anacronistici e iniqui di cui ancora beneficiano alcuni Paesi. E penso al tema delle condizionalità, in particolare a quelle legate allo Stato di diritto che, a nostro avviso, non devono essere utilizzate strumentalmente, e a quelle ambientali, con riferimento al principio del "Do no significant harm" che, se mal interpretato, come spesso accade, rischia di minare proprio quella competitività tanto declamata.

Nell'attuale contesto geopolitico risulta fondamentale anche rafforzare il quadro relativo al commercio internazionale secondo tre direttrici, dal nostro punto di vista.

La prima: consolidare gli accordi esistenti, a partire da quello con gli Stati Uniti, a seguito della nota sentenza della Corte suprema e delle successive decisioni dell'amministrazione americana e dal recente accordo UE-Mercosur, che la Commissione ha annunciato di voler attuare in via provvisoria.

La seconda: giocare un ruolo proattivo nella definizione di nuovi accordi, a partire da quello storico con l'India.

La terza: rafforzare il principio di reciprocità, come meritoriamente fa il nuovo regolamento che vieterà l'ingresso nel mercato europeo di prodotti agricoli trattati con antibiotici e pesticidi banditi in UE, e il sistema dei controlli doganali per garantire parità di condizioni tra i nostri produttori e quelli extraeuropei.

È un tema, quest'ultimo, su cui l'Italia è da sempre all'avanguardia, tanto da aver proposto Roma come sede della nuova Agenzia europea delle dogane, una sfida complessa ma motivante, su cui il Governo è impegnato insieme a Roma Capitale e su cui ci aspettiamo un sostegno corale da parte di tutte le forze politiche e di tutto il sistema Italia.

Al Consiglio europeo faremo anche il punto sullo stato di attuazione della tabella di marcia per la prontezza della difesa europea, un tema sempre più attuale e urgente, in particolare per quanto riguarda il piano d'azione sui droni e sulla sicurezza antidroni, cui l'Italia, con le eccellenze della propria industria della difesa, potrà dare un contributo essenziale.

In questo quadro, intendiamo ribadire l'importanza di assicurare che questi progetti siano mirati e garantire la sicurezza di tutti i Paesi dell'Unione. Ancora una volta, i fatti hanno confermato che tutti i confini dell'Alleanza hanno la stessa rilevanza e che la prontezza europea nella difesa dev'essere sviluppata a 360 gradi. Tutti conosciamo e sosteniamo la necessità di proteggere il fianco Est dell'Europa e della NATO, ma non possiamo consentire, come ho già più volte ricordato in quest'Aula, richiamando i conflitti e l'instabilità del Medio Oriente in Libia, nel Sahel e nel Corno d'Africa, che si perda di vista il nostro fianco meridionale. (Applausi).

Intanto, l'Italia prosegue nel percorso di rafforzamento della sua difesa, anche grazie all'approvazione dei finanziamenti agevolati previsti dal programma Security Action for Europe (SAFE), con l'assegnazione di 14,9 miliardi di euro a progetti che abbiamo attentamente selezionato, per massimizzare lo sviluppo dell'industria della difesa nazionale e le ricadute occupazionali, privilegiando lo sviluppo di strumenti dual use, cioè utilizzabili tanto a scopo militare quanto a scopo civile.

In ultimo, anche in questo Consiglio europeo torneremo a parlare d'immigrazione. Oggi come non mai c'è ampio consenso tra gli Stati membri sulla linea politica da seguire in ambito migratorio tanto a livello di legislazione interna, quanto di dimensione esterna. Sono particolarmente fiera del fatto che stia prendendo corpo un pacchetto di norme importantissime che l'Italia ha fortemente voluto e sostenuto, lavorando per costruire su di esse il più ampio consenso possibile: la revisione del concetto di Paese terzo sicuro, l'adozione di una lista europea di Paesi di origine sicuri con la possibilità di designare Paesi di origine sicuri con eccezioni territoriali e personali e, a breve, la revisione del Regolamento rimpatri, con la previsione esplicita degli hub per i rimpatri in territorio extra-UE. (Applausi).

In sostanza, oggi l'Europa ci dice chiaramente, nero su bianco, che il Governo italiano ha tutto il diritto di far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo (Applausi), anche se temo che per alcuni non basterà neanche questo e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania (Applausi. Commenti), com'è accaduto nel recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo e - è molto desolante doverlo raccontare - violenza sessuale su minore, che per i giudici non possono essere trattenuti, né rimpatriati, perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale. (Applausi. Commenti). Tali decisioni non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buonsenso.

Voglio però dire chiaramente che, nel pieno rispetto della Costituzione, noi continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per rispettare la volontà popolare di combattere l'immigrazione illegale e garantire la sicurezza dei cittadini. Intanto, in vista della piena operatività del nuovo Patto migrazione e asilo con il recente disegno di legge sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri, abbiamo disposto il potenziamento dei centri d'accoglienza e permanenza per il rimpatrio, anche attraverso il sostegno operativo della Croce Rossa italiana.

Continua inoltre il lavoro con i nostri partner per assicurare che le convenzioni internazionali siano adeguate alle sfide migratorie del nostro tempo. Lo stiamo facendo sia a livello di Consiglio d'Europa, dove stiamo lavorando affinché il Comitato dei ministri sposi la posizione italo-danese adottata lo scorso dicembre da 27 Stati membri sulla necessità di un aggiornamento della Convenzione, sia a livello di Nazioni Unite, anche in vista del prossimo International Migration Review Forum.

È chiaro a tutti che crescente instabilità può significare anche possibili nuovi flussi. Di fronte questo rischio, a maggior ragione la posizione italiana non cambia: una cosa è la protezione umanitaria, che dev'essere riservata a chi davvero la merita, come abbiamo dimostrato da ultimo nei confronti del popolo palestinese, altra cosa è l'immigrazione irregolare, che invece dev'essere scoraggiata, non soltanto perché problematica per i Paesi di destinazione, ma anche perché mette a repentaglio la vita e le prospettive di un'esistenza dignitosa dei migranti stessi. La forte diminuzione di questi anni delle morti nel Mediterraneo sta lì a dimostrarlo ed è uno dei risultati di cui l'Italia deve andare maggiormente fiera. (Applausi).

In conclusione, colleghi, la settimana prossima, quando andrò a Bruxelles, lo farò per rivendicare con orgoglio ciò che l'Italia può e deve fare per sé stessa e per l'Europa, perché le crisi di oggi non ammettono né debolezze né ambiguità: o l'Europa trova il coraggio di difendere i propri confini, la propria libertà e il proprio benessere o è destinata all'irrilevanza in un mondo che non fa sconti a nessuno.

Per quello che ci riguarda, abbiamo scelto da che parte stare: dalla parte del realismo contro l'ideologia, delle soluzioni contro i proclami e dell'orgoglio nazionale contro le tifoserie. E poco importa che si tenti di dire che siamo isolati proprio mentre siamo al centro di ogni coordinamento internazionale; poco importa che a ogni tornante difficile debba sentirmi ripetere che il nostro Governo dovrebbe scegliere da che parte stare tra uno e l'altro, che dovrebbe schierarsi con questo o con quello, che dovrebbe seguire l'uno piuttosto che l'altro, come immagino potrebbe accadere anche oggi, perché sapete già che non condivido questa visione provinciale della politica europea e internazionale (Applausi) e ancora meno condivido l'idea che ci sia sempre qualcun altro da cui dobbiamo prendere esempio. Noi seguiamo sempre e solo lo stesso obiettivo, ci schieriamo sempre e solo con un unico interesse, che è quello dell'Italia, una grande Nazione che ha le radici nel Mediterraneo, la testa in Europa e il cuore con l'Occidente. Lo facciamo con orgoglio e determinazione ogni giorno e a maggior ragione intendiamo farlo con determinazione in questo tempo molto difficile. Vi ringrazio. (Vivi, prolungati applausi).

PRESIDENTE. Al fine di consentire al Presidente del Consiglio dei ministri la consegna presso la Camera dei deputati del testo delle comunicazioni che ha appena reso qui al Senato, sospendo la seduta, che riprenderà indicativamente alle ore 10,45, con la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.

La seduta è sospesa.

(La seduta, sospesa alle ore 10,23, è ripresa alle ore 10,53).

La seduta è ripresa.

Avverto che le proposte di risoluzione dovranno essere presentate entro la conclusione della discussione generale.

Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.

È iscritto a parlare il senatore Monti. Ne ha facoltà.

*MONTI (Misto). Signor Presidente, signora Presidente del Consiglio, ho apprezzato il suo appello ad uno spirito costruttivo e di coesione. Sarebbe importante che in questa occasione le opposizioni potessero unirsi tra loro e con la maggioranza, ma mi chiedo cosa stia facendo la maggioranza e cosa abbia fatto lei, in questi tre anni, per favorire l'unità. Osservandola con attenzione e senza pregiudizi, mi sono formato la convinzione che lei si sforzi di portare unità in ambiti che sono fuori dalla sua portata (l'unità dell'Occidente) e si impegni meno a conseguire l'unità, qualche volta anzi indulgendo alla divisione, là dove potrebbe avere più effetto: in Europa e in Italia.

L'Occidente: la sua è una fatica mirabile, ma di Sisifo, perché gli Stati Uniti hanno abbandonato il concetto di Occidente e puntano apertamente alla sottomissione culturale e politica dell'Unione europea e alla sua disgregazione. Il Presidente degli Stati Uniti mostra affinità con i leader autocratici; del resto, comincia ad emergere nei fatti, secondo molti, che il vincitore della guerra in Iran per ora è il presidente Putin. Lo stesso Board of peace non è che un doppio e fallace eufemismo: la pace è una vaga aspirazione e il board non è un consiglio, ma un trono.

In Italia lei è spesso divisiva, spesso approfondisce il solco tra maggioranza e opposizioni; certo non oggi. In Europa lei ha due tare, lei che - mi avventuro a dire - a me non sembra più sovranista (e di questo mi rallegro) ha però due tare: la vicinanza ai sovranisti di Ungheria e Slovacchia e la vicinanza al supersovranista d'oltre Atlantico.

Malgrado questi grossi handicap - e ci sono naturalmente sovranisti anche nella sua maggioranza - in Europa lei agisce. Ho osservato con molto interesse, in particolare, il protocollo tra lei e il cancelliere Merz. Qui vorrei invitare però all'attenzione ai… (Il microfono si disattiva automaticamente) …che ci sia vicinanza tra Italia e Germania, i contenuti sono molto pericolosi. Basti pensare al fatto che entrambi auspicate un allargamento delle maglie sugli aiuti di Stato alle imprese: è ovvio l'interesse nazionale per la Germania, ma la prego di indicarmi qual è l'interesse nazionale per l'Italia, che non ha molto spazio, a differenza della Germania, da spendere in aiuti alle imprese. Anche la grande coesione che avete tra voi nello smantellare tutto quello che chiamate ideologico e che ha a che fare con la green transition è nel breve periodo qualcosa che appaga la vostra grande vicinanza agli ambienti industriali, ma a giudizio degli esperti sta preparando un forte aumento di competitività per la Cina, dato che la Cina prosegue con determinazione sulla via della transizione e rafforza così la propria leadership in quella che comunque sarà l'economia di domani.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Terzi di Sant'Agata. Ne ha facoltà.

TERZI DI SANT'AGATA (FdI). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli Ministri, colleghi, essendo il primo del mio Gruppo a prendere la parola, credo di dover esprimere a titolo personale, per le circostanze dell'ordine dei lavori, ma anche probabilmente interpretando l'opinione e la volontà dell'intero Gruppo, il più caldo apprezzamento e ringraziamento al presidente Meloni (Applausi), per la visione con cui ha dato ancora una volta prova di determinazione, coraggio e chiarezza di intenti. Tutto questo in una situazione internazionale che è motivo di preoccupazione e forse anche di paura da parte di molti, ma nelle nostre file soprattutto - credo però che sia diffuso nella maggioranza e anche nel Paese - vi è anche il senso di fiducia e di orgoglio per quanto il Governo sta facendo sul piano innanzitutto del supremo interesse del nostro Paese e della nostra Nazione, che è quello della difesa dei nostri connazionali dentro e fuori le frontiere, ovunque si trovino, e dei nostri valori (Applausi), dei nostri militari, delle donne e degli uomini in armi che difendono, in numerose missioni di pace e in tutte le strade italiane, la sicurezza della nostra gente e della nostra Nazione.

In tutto questo credo che si collochi cosa accadrà al prossimo Consiglio europeo. Il Presidente del Consiglio ha toccato ogni punto difficile, anche il più complicato dal punto di vista del dibattito interno a questo Parlamento e nel Paese, ed ha concluso parlando delle migrazioni. Vorrei soffermarmi su una duplice responsabilità che il Governo e tutti i Ministri che lo compongono si assumono preparando il Consiglio europeo: quella di essere pronti a difendere gli interessi della Nazione, come hanno fatto con voce sicura sin dall'inizio della legislatura il Presidente del Consiglio e il suo Governo, e la responsabilità di costruire una direzione, di tracciare una rotta sicura per l'Europa insieme a tutti gli Stati dell'Unione.

È dal 24 febbraio 2022 che i cardini dell'ordine internazionale esistente sono crollati, soprattutto quelli più saldi - riconosciuti dalla stessa URSS e poi dalla Federazione Russa, con l'Atto finale di Helsinki - per l'Europa, per le Nazioni Unite e per tutto il mondo, cioè i princìpi di sovranità in confini riconosciuti, la protezione delle minoranze da parte degli Stati che le ospitano e il divieto assoluto dell'uso della forza. Con la criminale aggressione russa all'Ucraina tali principi sono saltati e ciò che sta accadendo anche in Medio Oriente ne è la conseguenza. È un conflitto che riguarda tutta l'Europa e il mondo e tocca svariati settori, ad esempio l'energia. Voglio sottolineare ciò che oggi il presidente Meloni ha detto e abbiamo visto che si è mossa già nei giorni scorsi con gli altri Paesi europei chiedendo la sospensione degli oneri ETS.

Circa il conflitto, è chiaro a tutti come l'obiettivo di una strategia diplomatica nazionale ed europea per prevenire l'ulteriore uso della forza e per stabilire la legalità nei rapporti tra Stati non possa che basarsi sui seguenti punti: in primo luogo, deterrenza; in secondo luogo, aiuto alle vittime dell'aggressione; in terzo luogo, strumenti diplomatici e sanzionatori che, nel caso dell'Ucraina, facciano pressione sulla Russia per ottenere una pace regolata dal diritto. Tutto questo nel più stretto coordinamento con l'Unione europea, gli Stati Uniti, la NATO e i partner del G7. Oggi l'obiettivo di qualsiasi negoziato deve assicurare l'affermazione della piena legalità e del diritto internazionale nelle relazioni tra gli Stati in Europa e nel mondo, e il Governo italiano lo sta facendo con autorevolezza e grande determinazione. (Applausi). È fondamentale poi mantenere la pressione europea nei confronti della Russia per portare Mosca al tavolo negoziale.

Quanto al conflitto in Medio Oriente, è chiaro che esso è strettamente legato al 7 ottobre - l'ha detto il Presidente del Consiglio in diverse occasioni e anche oggi - e, ancor prima, all'aggressione della Russia all'Ucraina, per le concatenazioni e le strategie dell'asse ostile all'Occidente. Russia, Iran e Cina sono legate a doppio filo. Putin e Xi Jinping, appena venti giorni prima di quel 24 febbraio 2022 e dell'aggressione all'Ucraina, avevano dichiarato che il loro partenariato è senza limiti, è un'alleanza senza limiti. Entrambi, insieme all'Iran, alimentano conflitti in Europa e Medio Oriente, si aiutano reciprocamente con armi, energia, tecnologie e materiali critici. Tale asse di aggressori si muove per conquistare spazi politici, economici e di sicurezza, che essi rivendicano a scapito dell'Occidente, di cui noi siamo fieri di far parte e che continueremo sempre a sostenere, come ha detto ancora oggi il Presidente del Consiglio. (Applausi).

Il più grande responsabile della crisi che sta insanguinando il Medio Oriente, che ne è fautore e protagonista da ben 47 anni è l'Iran. Per la prima volta nella storia del khomeinismo, il regime iraniano è riuscito in un'opera straordinaria, che non era mai riuscito a fare nessuno nel mondo musulmano e nel mondo arabo. Il regime khomeinista iraniano è riuscito a riunire i Paesi arabi e del mondo musulmano sunnita, invece che contro Israele e contro l'Occidente, attorno all'Occidente e, in diverse forme, anche attorno a Israele.

Questo ha aperto una realtà nuova, nella quale il Governo italiano e il presidente Meloni si stanno muovendo con grande abilità e chiarezza di rotta, grazie alla fiducia e la credibilità dei rapporti con gli altri Paesi, con cui l'Italia si sta sempre più accreditando. Golfo, Mediterraneo, Africa, Sud Est asiatico, il Piano Mattei, il corridoio economico IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), in questa crisi, sono tutte aree geopolitiche ed iniziative che danno corpo e spazio alla nostra efficace azione diplomatica e politica.

Dall'orrendo pogrom del 7 ottobre l'aggressività dell'Iran si è moltiplicata sino a colpire direttamente i Paesi europei e atlantici per abbattere, con la sua folle ideologia razzista e antisemita, la nazione d'Israele. Qui non torno su polemiche facili, di cui abbiamo parlato quando si è approvata qui la legge contro l'antisemitismo, però questa esitazione a trovare e condividere con la maggioranza determinate formulazioni dimostra come alla fine, anche sul piano della politica estera, il vero nodo sia quello di non accettare che si ribadiscano i valori fondanti classici, giudaico-cristiani, che ci informano. (Applausi).

L'Italia non è parte del conflitto e non intende essere parte del conflitto. Il presidente del Consiglio lo ha detto oggi e, prima del Presidente del Consiglio, i ministri Tajani e Crosetto lo avevano anticipato eloquentemente in dettaglio nelle Aule del Senato e della Camera. Oggi, di nuovo, il Presidente del Consiglio è stato estremamente chiaro: l'Italia rafforzerà la presenza a scopo difensivo nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall'Iran.

De-escalation e cessazione delle operazioni militari sono ora i primi obiettivi e il Presidente del Consiglio li ha oggi eloquentemente spiegati. Ciò deve avvenire in condizioni di sicurezza e stabilità vere e condivise per tutta la regione del Medio Oriente. Ciò significa che l'Iran deve in ogni caso rinunciare a qualsiasi risposta militare e ad atti di terrorismo e di guerra contro tutti i Paesi.

Signor Presidente, vorrei concludere sull'aspetto della disinformazione, delle ingerenze esterne e della manipolazione cognitiva attuato strategicamente dalle tre potenze non amiche che ho appena accennato, Russia, Cina e Iran, per dire che la 4a Commissione del Senato ha approvato una risoluzione, quasi all'unanimità, su queste materie e si aspetta di poterla discutere anche in Aula appena possibile. Ciò perché l'Iran continuerà a ostentare la solidità di quel regime sanguinario con gli attacchi, con i massacri e con il terrorismo, ma anche attraverso una pervicace disinformazione e manipolazione dei media e delle coscienze, con Cina e Russia ad esso unite in questo asse di aggressione. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Calenda. Ne ha facoltà.

CALENDA (Misto-Az-RE). Signor Presidente, signora Presidente del Consiglio, penso che lei abbia usato toni pacati e che parte della sua relazione in ordine alla questione della politica internazionale sia anche condivisibile. Il vero problema è quello che non c'è nella sua relazione.

Avete parlato della frattura dell'Occidente, come ha fatto anche adesso l'onorevole collega, ma essa non nasce con l'aggressione russa (e Dio sa se io non sia il più antirusso in quest'Aula; diciamo che sicuramente lo sono più del suo Vice Premier). (Applausi).

La frattura dell'Occidente però non nasce lì, ma da quella imposta da Donald Trump. Robert Kagan, un grande saggista americano esperto di politica estera, conservatore e repubblicano, ha detto una cosa a mio avviso illuminante: la potenza dell'America, che è servita a reggere l'ordine liberale e l'Occidente, è stata messa da Trump a servizio della sua distruzione. Questa cosa non possiamo far finta di non vederla, perché è in atto. È in atto non solamente in Medioriente, ma anche nel rapporto che Trump ha solidissimo e di subordinazione straordinaria con Vladimir Putin, e ce l'ha da tanti, tanti anni prima che cominciasse a fare politica e continua ancora oggi, ogni giorno, quando dice a Vladimir Putin "bravo", "vuole la pace", "ci ho parlato", dopo aver saputo che i russi avevano dato le indicazioni agli iraniani su dove colpire gli obiettivi americani. Perché accade? Perché sono strettamente legati.

Non possiamo non vedere come Trump tratta l'Europa tutta, di cui noi facciamo parte, come vassallo da tassare e a cui chiedere di spostare investimenti (Stellantis sta chiudendo in Italia e investirà 13 miliardi negli Stati Uniti) e di comprare gas liquefatto. Non possiamo non vedere come tutti i giorni ci dica che quel sistema che si fondava sulla NATO non esiste più, tanto che a un certo punto ha preteso la Groenlandia, come se fosse una cosa dovuta. Qui manca la sua analisi. Che ci piaccia o meno, oggi l'Europa è al centro di tre pressioni, che vengono da tre potenze neoimperialiste in un sistema che, purtroppo, è dominato dal caos e non da un nuovo ordine mondiale. Queste tre potenze sono la Russia, la Cina (andatevi a vedere il piano cinese per i prossimi 15 anni, che prevede un blocco dell'invio dei minerali critici, una sovrapproduzione strutturale da smaltire in Europa) e contemporaneamente gli Stati Uniti, che vogliono la disarticolazione dell'Europa. Noi siamo al centro di questa pressione, signora Presidente del Consiglio. Queste persone hanno alleati in Europa. Lei non può essere, da un lato, con l'Europa e dire che l'Europa deve fare e, dall'altro lato, fare la campagna elettorale per Orbán, che è sostenuto da Putin apertamente (Applausi), così come dal suo vice presidente del Consiglio. Non può ricordare la propaganda russa forte in questo Paese che certamente allinea a sinistra, ma che ha nel suo vice presidente del Consiglio il centro della propaganda russa.

Allora tutte queste cose si devono decidere. Siamo col piano di Weber, di rafforzare le istituzioni comuni, quello che condivide Tajani, oppure no, continuiamo a dire, per esempio, che il veto sull'ingresso dell'Ucraina nell'UE deve rimanere perché non si può aggirare dal momento che l'Ungheria pro-putiniana è comunque un pezzo dell'Occidente? Io sostengo che non è un pezzo dell'Occidente.

Signora Presidente del Consiglio, oggi esiste una cosa da difendere, che purtroppo non è l'Occidente, ma la civiltà europea, costruita sulla base dei diritti, dello Stato di diritto e della libertà economica, ma anche delle protezioni sociali. Questa bistrattata Europa è il posto in cui si vive meglio al mondo. Il punto da capire, che lei oggi non ha sciolto, è se lei è a difesa della civiltà europea e dell'Europa unita o non lo è. Se non lo è, signora Presidente del Consiglio, sta venendo meno a un ruolo storico fondamentale. Se lo è, deve abbandonare Orbán e Trump, perché le due cose insieme non possono starci. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gasparri. Ne ha facoltà.

GASPARRI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, grazie per il suo intervento. Credo che qualcuno coltivi l'illusione che l'Italia possa dettare l'agenda al pianeta; decidiamo cosa fanno i russi, gli americani, il Medio Oriente, l'Iran. Sarei contento se lei potesse guidare un Governo che dall'Italia, erede della tradizione dell'antica Roma, del Rinascimento, dettasse l'agenda al mondo. Temo che il quadro della situazione sia un po' più complicato. Mi accontento del suo realismo.

Lei, all'inizio, ha parlato di cautela e presenza. Siamo presenti; ringrazio anche il Governo e il Ministro degli affari esteri, gli italiani rientrati. Qualcuno ha ironizzato sulla protezione dei connazionali. Per noi è una cosa importante e ringraziamo il Governo che lo ha fatto dando attenzione a tutti. (Applausi). A qualcuno forse non gliene importava niente che tornassero a casa persone che, per lavoro o per altre ragioni, erano impegnate in quelle aree.

Tutti invochiamo il diritto internazionale, però, care anime belle del mondo, chi glielo dice alla Russia, quando invade l'Ucraina, che c'è il diritto internazionale? Chi glielo dice alla Corea del Nord, quando fa gli esperimenti nucleari, che c'è il diritto internazionale? Chi glielo dice ad Hamas, quando ammazza gli israeliani, che c'è il diritto internazionale? Chi glielo dice a tutta questa pletora di realtà?

Noi vorremmo che il diritto internazionale, la pace e la Carta dell'ONU prevalessero, ma poi apprendiamo, presidente Meloni, che all'ONU nominano vice presidente della Commissione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sociale un iraniano. Io non mi sento garantito dall'ONU che mette un iraniano a garantire i diritti civili. Lo posso dire o no? (Applausi). Poi vorrei che l'ONU comandasse il mondo, portasse la pace, sfamasse i bambini e tutelasse tutti, ma purtroppo non è così. Meno ipocrisia e più realismo.

Ma veniamo alla vicenda dell'Iran, che lei, Presidente, ha ricordato. Si può dire: siete d'accordo o non siete d'accordo? Stamattina anche la von der Leyen ha detto che non piangiamo Khamenei, anzi io sono preoccupato del Khamenei-bis. Sembra una di quelle storie italiane della Prima Repubblica: ora non c'è più quello, ma ce n'è un altro, e non so se sarà cattivo o se sarà buono. Io vorrei che anche gli iraniani, invece che essere ammazzati per strada, potessero votare i loro Governi. Perché non parliamo di questo? (Applausi). Non c'è libertà. Sono 40.000 le persone che sono state massacrate. Noi abbiamo pianto di fronte alle vittime di Gaza, ma perché le vittime di Teheran non sono altrettanto importanti? Eppure, non abbiamo visto mobilitazioni. Abbiamo visto sindaci del PD ascoltare i comizi di Hannoun, un palestinese fondamentalista nelle città italiane, ma vediamo meno emozione per gli iraniani.

Israele sarà intervenuto certamente fuori dai canoni del diritto internazionale, ma dobbiamo anche comprendere che quello Stato non accetta un secondo Olocausto, perché Khamenei - quell'altro - diceva: faccio la bomba atomica per distruggere Israele. Israele e gli ebrei hanno patito quello che hanno patito nel Novecento e anche in altre epoche e non accettano un altro Olocausto. Lei, signora Presidente, ha detto che ha parlato con Netanyahu - Bibi, facciamo in questo o in quel modo - ma gli israeliani sono sotto attacco, sono minacciati e - com'è stato ricordato - l'Iran ha armato gli Houthi, che impediscono anche i liberi commerci che interessano l'Italia e l'operazione Aspides è finalizzata proprio a tutelare le navi commerciali; ha armato Hamas, ha armato Hezbollah e quindi è un fattore di destabilizzazione dell'intero Medio Oriente. Finché ci sarà quell'Iran, ci saranno - temo - conflitti, guerre e anche pericoli commerciali ed economici e aumenti del costo delle materie prime.

Quanto ai rapporti con gli Stati Uniti, sottoscrivo quello che ha detto la Presidente: siete molto ipocriti, perché noi facciamo quello che fa la Spagna, ma Sánchez è un eroe e noi siamo servi degli americani. (Applausi). Siete degli ipocriti, perché i comportamenti sono assolutamente uguali. Dopodiché, presidente Meloni, giorni fa, quando erano qui in Aula i ministri Crosetto e Tajani - sono venuti in Commissione e in Aula alla Camera e al Senato - ho citato un articolo del «Manifesto» del 2019, a firma di Manlio Dinucci: «Il 24 marzo 1999, la seduta del Senato riprende alle 20,35 con una comunicazione (…) dell'allora vice presidente del Governo D'Alema (…): "Onorevoli senatori, come le agenzie hanno informato, alle ore 18,45 sono iniziate le operazioni della Nato"». Come vedete, il Governo del 1999, guidato da D'Alema, avvisa qualche ora dopo il Senato di aver fatto dei bombardamenti: dov'era il rispetto del Parlamento, colleghi della sinistra? (Applausi). Dov'era il rispetto della democrazia? Dov'erano le regole che invocate oggi, che nessuno bombarda nessuno, e si applicano le regole del 1954, quelle che applica la Spagna di Sánchez? (Applausi).

Onorevole Tajani, vedo che anche oggi D'Alema le fa la lezioncina, ma non so se sta a bordo della barca - Ikarus o Giulia G, non ricordo - perché qui abbiamo una sinistra in cui alcuni fanno le conferenze a pagamento in Arabia, altri come D'Alema stavano su una barca che batteva bandiera inglese. Noi difendiamo l'Italia, mentre voi siete pagati dagli arabi o issate le bandiere inglesi sulle vostre navi nel golfo di Olbia. Questa è la realtà, quindi D'Alema faccia meno lezioncine.

Signor Presidente, ci sarebbero molte altre cose da dire, che diranno le senatrici Ronzulli e Craxi. Noi di lezioni non ne prendiamo e riteniamo che anche sull'immigrazione, sui dossier europei e sull'energia abbia detto cose molto chiare, quindi diremo sì anche alla svolta europea, perché vogliamo battere chi dietro il no fa una politica di resa anche sul fronte dell'immigrazione.

Questo Governo, cari colleghi, ha convinto l'Europa a dire sì a una politica di sicurezza e di difesa. Andrà certamente con forti argomenti e con il nostro consenso ai prossimi summit internazionali, perché fa una politica giusta, senza ipocrisia e senza dover subire le lezioncine che altri non hanno alcun titolo per impartire. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dreosto. Ne ha facoltà.

DREOSTO (LSP-PSd'Az). Signor Presidente, signora Presidente del Consiglio. colleghi senatori, vorrei subito chiarire un aspetto importante. Alcuni mesi fa abbiamo visto l'Italia, il nostro Paese, impegnata a scortare la cosiddetta Flotilla: hippy, figli di papà, giornalisti, militanti di sinistra, tutti impegnati per la causa palestinese. Bene, triste però notare come la sinistra oggi sembri quasi considerare gli iraniani un popolo di serie B: per Gaza, piazze piene, addirittura frange estremiste pro-Pal che avevano siglato saldature ideologiche e accuse di genocidio, mentre per gli ayatollah tutti muti. Per la difesa dei nostri interessi nazionali, tutti muti.

Signora Presidente del Consiglio, io ho una mia opinione, una mia visione: penso che, se oggi alla Casa Bianca ci fossero stati Obama, Hillary Clinton o qualche altro rappresentante democratico, non sarebbe tardato il supporto della sinistra italiana anche a concedere quelle basi per le quali oggi lei ci ha detto non c'è stata richiesta. Questo evidentemente andrebbe anche in un senso logico rispetto al passato: quando gli Stati Uniti hanno richiesto al nostro Paese l'utilizzo delle basi, noi responsabilmente le abbiamo sempre concesse; i soliti pesi, le solite due misure a cui siamo ormai tristemente abituati.

Mi permetto allora di rilanciare e dire una cosa estremamente semplice, a supporto di una posizione che vorrei definire realistica, pragmatica, ma assolutamente non ideologica. Se siamo stati in grado di scortare la Flotilla propagandistica, che nulla ha portato al popolo palestinese, forse dovremmo iniziare a pensare seriamente a scortare anche le nostre petroliere, le nostre gasiere e le nostre navi commerciali (Applausi), quelle che difendono la nostra economia, il nostro commercio e i nostri approvvigionamenti di energia. Come Lega non possiamo ignorare questi temi. Il tessuto produttivo, in particolare quello del Nord, ci lancia allarmi seri e reali. Dobbiamo ascoltarli, perché in quel caso si tratta evidentemente non di simboli né di propaganda, ma di difendere quelli che sono per noi gli interessi nazionali, il lavoro delle nostre imprese e la sicurezza economica del nostro Paese. (Applausi).

Oggi lo Stretto di Hormuz, il Mar Rosso e il canale di Suez non sono soltanto questioni geopolitiche: sono il collo di bottiglia evidente attraverso il quale passano energia, materie prime e componenti essenziali per il nostro sistema produttivo. Quando si parla di Medio Oriente si pensa subito al petrolio e al gas. Certo - lo abbiamo detto - sono fondamentali, ma non c'è solo questo e lei lo ha voluto anche ribadire. Da quell'area passano anche alluminio, fertilizzanti, prodotti petrolchimici e molti materiali di base per l'industria italiana ed europea, prodotti che spesso vengono realizzati in quei Paesi proprio perché - guarda caso - lì l'energia costa meno. Allora la domanda è molto semplice: come fanno le nostre imprese a lavorare, se queste catene di approvvigionamento si interrompono? Come fanno le nostre aziende, soprattutto le imprese del Nord, il cuore manifatturiero dell'Italia, a continuare a produrre, se il prezzo dell'energia esplode o se le materie prime non arrivano più? Difendere la libertà delle rotte marittime e garantire la sicurezza energetica e la stabilità delle forniture significa allora difendere il nostro tessuto produttivo, le nostre fabbriche e - fondamentale - i nostri cittadini attraverso i posti di lavoro.

È per questo che serve un bagno di assoluto realismo. Per troppi anni l'Europa ha guardato la geopolitica con lenti ideologiche. Oggi, invece, dobbiamo tornare a guardarla con gli occhi dell'interesse nazionale e della sicurezza economica. Questo significa avere il coraggio - e qui mi rivolgo a lei, signora Presidente del Consiglio - di dire con chiarezza nelle sedi opportune - com'è già avvenuto - che alcune politiche europee vanno assolutamente ripensate.

Se davvero vogliamo rafforzare la nostra autonomia strategica, dobbiamo anche riportare in Europa parte delle produzioni industriali strategiche che negli ultimi anni, purtroppo, abbiamo lasciato andare altrove e per farlo dobbiamo necessariamente rivedere o eliminare - lo sottolineo - alcuni strumenti che sono diventati una vera e propria zavorra per il nostro sistema industriale. Parlo evidentemente di alcuni dei sistemi di regolazione e mi riferisco in particolare agli ETS - ne ha parlato lei - ma anche ad altri, che finiscono per penalizzare fortemente la nostra competitività. Non possiamo assolutamente continuare a chiedere alle nostre aziende e alle nostre imprese di competere in un mondo con regole così stringenti e così pesanti, con costi energetici che sono ormai insostenibili, in riferimento a un mercato competitivo di concorrenti globali. In questo quadro, la sicurezza energetica e quella economica devono diventare la nostra stella polare.

Vorrei fare un inciso sulle dichiarazioni di ieri della presidente della Commissione europea Von der Leyen, che, con una straordinaria retromarcia, si accorge oggi che l'energia nucleare può essere un'alternativa e voglio ricordarlo a quest'Assemblea che noi per primi abbiamo seguito questo percorso, magari con il sorriso di qualcuno sulle labbra.

Presidente, penso ai nostri porti, che rappresentano uno strumento fondamentale per l'economia del nostro Paese. Io vengo dal Friuli-Venezia Giulia, che ha un porto importantissimo, quello di Trieste, che tra l'altro può diventare anche uno snodo fondamentale nei processi che stiamo percorrendo da qui ai prossimi mesi. Perché questo accada, però, è chiaro che servono una stabilità delle rotte marittime e una politica estera ed energetica fondata su realismo e deterrenza: quando parliamo di deterrenza, parliamo anche di deterrenza italiana, deterrenza del nostro Paese; va bene quindi la presenza delle nostre fregate a Cipro, per far capire che possiamo intervenire a difesa dei nostri interessi economici e strategici; tuttavia, non possiamo nemmeno sottovalutare il rischio della sicurezza interna. Vorrei cogliere ancora una volta l'occasione per ringraziare la nostra Intelligence e il lavoro degli uomini e delle donne in divisa, che ogni giorno garantiscono la sicurezza del nostro Paese. (Applausi).

Come Lega lo diciamo da tempo: mentre tutti guardavano esclusivamente al fronte orientale, noi abbiamo sempre richiamato l'attenzione sul fronte Sud dell'Alleanza, che si è aperto proprio in questi contesti.

PRESIDENTE. Si avvii a concludere.

DREOSTO (LSP-PSd'Az). Vado a concludere, Presidente. Il Mediterraneo, il Medio Oriente e il Nordafrica sono aree decisive per la nostra sicurezza energetica. Ora non lo diciamo più solo noi: un Mediterraneo sicuro vuol dire sicurezza anche per il nostro sistema produttivo.

Concludo, Presidente, con poche parole: diplomazia, per evitare l'escalation; deterrenza, per impedire che gli attori destabilizzanti mettano a rischio la sicurezza della regione; sviluppo economico, per creare interessi condivisi tra Paesi.

Un inciso, visto che c'è anche il ministro Tajani… (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi).

PRESIDENTE. La ringrazio. È già un minuto oltre il termine.

È iscritto a parlare il senatore Misiani. Ne ha facoltà.

MISIANI (PD-IDP). Signor Presidente, la Presidente del Consiglio, nel suo intervento, ha parlato di uno dei tornanti più complessi della storia recente e ha invitato le opposizioni all'unità e alla coesione nazionale. Siamo d'accordo, però la presidente Meloni farebbe bene a spiegare questo concetto ai suoi parlamentari, perché negli interventi dei rappresentanti della maggioranza abbiamo ascoltato attacchi a testa bassa all'opposizione. (Applausi). Non si costruiscono così l'unità e la coesione nazionale.

Presidente, questa mattina Walter Veltroni ha scritto sul «Corriere della Sera» che il mondo sta precipitando in una spirale molto pericolosa: la prevalenza assoluta della forza sulla politica, della guerra sul dialogo, del delirio sulla ragione; ha ricordato che tre quarti della popolazione mondiale oggi vive sotto un regime autocratico. È il valore più alto dal 1978. Siamo tutti consapevoli che il vecchio ordine multilaterale è saltato e che il mondo di prima non tornerà, ma un mondo senza regole va inevitabilmente verso il caos, verso una nuova corsa agli armamenti, verso una nuova stagione di proliferazione nucleare. Queste sono infatti le conseguenze di un mondo in cui salta l'ordine multilaterale.

Il Governo italiano allora non può limitarsi a prendere atto di questa situazione. Il punto politico su cui chiediamo chiarezza al Governo italiano è se l'Italia, insieme alle altre medie potenze, vuole spendersi o meno per ricostruire un nuovo ordine internazionale, raccogliendo l'invito del premier canadese Mark Carney al Forum di Davos, che credo sia assolutamente condivisibile. Secondo noi dobbiamo farlo. Secondo noi è quello il nostro compito e secondo noi dobbiamo svolgere quel ruolo a viso aperto, dicendo chiaramente ai Governi degli Stati Uniti e di Israele, al presidente Trump e al premier Netanyahu - così cari amici della presidente Meloni - che hanno imboccato una direzione radicalmente sbagliata. Dobbiamo dirlo a viso aperto, con coraggio e determinazione, perché non abbiamo alternative, se vogliamo ricostruire la pace, la democrazia e la libertà nel mondo.

Signor Presidente, la guerra che è ancora in corso nel Golfo Persico non è solo una tragedia umanitaria e un fattore di grave instabilità, è anche uno shock economico e sociale e l'Italia lo subisce arrivandoci in condizioni di oggettiva fragilità.

Ricordo tre dati: il potere d'acquisto delle retribuzioni rimane inferiore dell'8 per cento rispetto al livello del dicembre 2021; ciò vuol dire in media una mensilità in meno per 18 milioni di lavoratori dipendenti. Secondo dato: le famiglie in povertà energetica hanno superato il 9 per cento del totale, il valore più alto di sempre nel nostro Paese. Terzo punto: la nostra economia era già in stagnazione; abbiamo chiuso il 2025 con una crescita assolutamente deludente, nonostante le decine di miliardi di investimenti del PNRR. Veniamo da tre anni di calo ininterrotto della produzione industriale, innanzitutto a causa del differenziale dei costi dell'energia dell'Italia rispetto al resto d'Europa.

Signor Presidente, abbiamo accolto con favore le aperture della presidente Meloni e del ministro Giorgetti rispetto alla proposta avanzata dalla segretaria del PD Elly Schlein di attivare il meccanismo delle accise mobili, però il Consiglio dei ministri di ieri non ha deciso nulla. Non ha deciso nulla sulle accise, non ha deciso nulla sulle bollette e nulla sulle imprese energivore che a parole dite di voler proteggere. C'è stata una riunione in piena crisi energetica che non ha deciso nulla, però il problema non è solo l'inerzia di ieri. Il problema è che veniamo da tre anni di scelte sbagliate sull'energia, tre anni di decisioni contraddittorie sulle rinnovabili. E qual è il risultato? Abbiamo un tasso d'installazione che è la metà degli obiettivi che il vostro Governo ha stabilito nel Piano nazionale integrato per l'energia e il clima; tre anni di annunci e di promesse sul nucleare, che è un tema su cui la pensiamo diversamente, però ricordo sommessamente che questo Governo così nuclearista in tre anni non ha individuato nemmeno il sito per le scorie delle centrali nucleari chiuse quarant'anni fa. (Applausi).

Vi sono poi il taglio dei finanziamenti per le comunità energetiche rinnovabili e l'indebolimento di tutti gli strumenti per l'efficientamento energetico. Il superbonus andava chiuso, sì, ma voi avete tagliato anche gli incentivi che c'erano prima. Da ultimo, vi è un decreto bollette che era già debole in partenza, ma con la crisi energetica in atto è oggettivamente travolto.

Signor Presidente, tutti sappiamo che la variabile tempo è decisiva per la valutazione degli effetti economici e sociali della guerra. Se il conflitto - come tutti auspichiamo - finirà rapidamente, è probabile che l'impennata dei prezzi verrà riassorbita, ma se la guerra durasse mesi - nell'amministrazione americana da questo punto di vista ascoltiamo posizioni contraddittorie - gli scenari dicono che il prezzo del barile di petrolio potrebbe superare i 150 dollari e il gas 120 euro per megawattora, con uno shock paragonabile a quello degli anni Settanta. L'Italia è particolarmente vulnerabile, perché noi continuiamo a importare il 75 per cento dell'energia che consumiamo e sono tutte importazioni di gas e petrolio.

È anche per questo motivo che l'interesse nazionale italiano, quello concreto - le bollette che pagano le famiglie e le imprese - è dire al presidente Trump e al premier Netanyahu di cessare immediatamente il fuoco, di porre fine a questa guerra e di riaprire i canali della diplomazia. È qui l'interesse nazionale italiano. (Applausi).

Sul piano strategico, questa crisi ci obbliga e obbliga anche voi a riflettere su un punto fondamentale: le rinnovabili non sono un lusso ambientalista, ma sono la risposta più efficace all'aumento dei prezzi dei fossili e al tema dell'autonomia strategica dell'Italia e dell'Europa, perché il sole, il vento e l'acqua non li dobbiamo importare dal Golfo Persico o dalla Russia, ma ce li abbiamo in casa. (Applausi). Martin Wolf, che non è il capo di Legambiente o del WWF, oggi sul «Financial Times» ha scritto che la lezione principale di questo shock è che i Paesi devono ridurre la propria vulnerabilità ai combustibili fossili, investendo sulle rinnovabili. E ripeto che l'ha scritto Martin Wolf. Più fotovoltaico, più eolico, più idroelettrico e più accumulo significano bollette più basse e indipendenza rispetto agli shock geopolitici.

Peccato che l'azione del Governo su questo profilo non sia solo inadeguata, ma vada anche in una direzione sbagliata. Presidente Meloni, il sistema ETS con tutti i suoi limiti - mi avvio alla conclusione - è stato decisivo negli ultimi vent'anni per accelerare la decarbonizzazione, tant'è vero che è stato copiato da altri Paesi. Sospenderlo o addirittura smantellarlo è un errore strategico. Va rivisto? Sì, va rivisto; e se ne discute in Europa sulla revisione, sul corridoio dei prezzi, sui temi che la Presidente ha posto in quest'Aula, ma la sterilizzazione che avete previsto nel vostro decreto è una cosa completamente diversa e va in una direzione sbagliata, perché incentiva la produzione di elettricità da gas, proprio quando il prezzo del gas sta esplodendo. Ma come si fa a scegliere questo tipo di strategia? (Applausi).

Noi crediamo che sia necessario imboccare una direzione diversa: le misure di emergenza, le accise mobili - anche sul gas, presidente Meloni, lo prescrive una norma di un vostro decreto-legge, il n. 19 del 2025 - le rinnovabili e la fiscalizzazione degli oneri generali di sistema con i soldi che incassate dall'ETS (4 miliardi di euro), dai dividendi delle società (2,5 miliardi di euro) e che incasserete con la proroga delle concessioni della distribuzione elettrica. Oggi questi soldi finiscono nel calderone: utilizzateli per tagliare le bollette delle famiglie e delle imprese, se volete dare veramente una mano a questo Paese e alla nostra economia. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scurria. Ne ha facoltà.

SCURRIA (FdI). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, membri del Governo, onorevoli colleghi, intanto grazie di essere qui, presidente Meloni, perché noi passiamo giornate intere a sentirci dire dai colleghi dell'opposizione che lei dovrebbe venire in quest'Aula per riferire sostanzialmente su tutto. Allora ho provato un po' a vedere qual è la postura delle altre democrazie e degli altri Paesi europei, a vedere lì cosa succede. Sono andato nel tempio della democrazia, nel Regno Unito, dove immaginavo che il Premier passasse in Parlamento a raccontare cosa succedeva in questa crisi internazionale: dichiarazioni, comunicati, Ministri giustamente in Aula a riferire sulla vicenda, ma nessun Premier in Parlamento. Allora sono andato in Francia, dove sono in due, il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro, e qualcuno sarà andato in Parlamento a riferire. Ma in due non ne hanno fatto uno, neanche in Francia. Merz in Germania? No, neanche in Germania il Parlamento ha avuto il Cancelliere in Aula. Allora sono andato sul sicuro. (Commenti).

PRESIDENTE. Senatore Boccia.

SCURRIA (FdI). Ho detto: figuriamoci se in Spagna Sánchez non avrà infiammato il Parlamento parlando contro la guerra e contro l'utilizzo delle basi americane. Invece niente neanche in Spagna. (Applausi). Forse perché Sánchez, qualche settimana fa, ha dovuto aumentare di 2 miliardi le spese militari, dopo aver detto il contrario, e quindi è un po' in crisi anche nel suo Paese; tranne che per la sinistra italiana, Sánchez ha qualche problema. E allora qual è l'unico leader che rispetta il luogo della sovranità popolare? Qual è l'unico Presidente del Consiglio che, rispetto a tutti gli altri leader europei, viene a confrontarsi con il Parlamento? Giorgia Meloni. Grazie di questo, Presidente. (Applausi).

Ho ovviamente ascoltato la sua relazione, in particolare il passaggio sulla guerra e sull'Iran. Parliamo dell'iniziativa americana e israeliana, su cui lei sia in Aula oggi sia nei giorni scorsi ha avuto parole molto chiare. Ovviamente sono d'accordo con chi dice che la democrazia non si esporta con le bombe - lo ripeto, su questo siamo tutti d'accordo - però poi bisogna anche capirci su cosa fare. Ho appena sentito dire che dobbiamo riaprire le trattative diplomatiche. Sono decenni che noi con l'Iran cerchiamo di aprire le porte diplomatiche sulla moratoria nucleare e sui diritti umani. Abbiamo tentato in tutti i modi di far "ragionare" gli ayatollah - uso una parola difficile per loro - ma lo stato dell'arte non è cambiato. Abbiamo posto anche sanzioni a livello europeo e con gli Stati Uniti, ma nulla ha cambiato il volto di quel regime. È un regime che - qui però nessuno lo ricorda - solo nelle ultime settimane ha ammazzato 40.000 persone nelle strade. (Applausi). È un regime che arma Hamas, che, oltre a fare tutto quello che sappiamo, è stato l'anima del 7 ottobre ed è la prima causa del mancato sviluppo della Palestina e dei palestinesi. È il regime che finanzia Hezbollah, che lancia o lanciava quotidianamente missili su Israele, oltre ad aver sostanzialmente tolto la sovranità del territorio libanese al Governo libanese. È il regime che alimenta il terrorismo degli Houthi e noi come comunità internazionale abbiamo dovuto montare una missione internazionale per proteggere le navi mercantili che navigano nelle coste dello Yemen. È un regime che - ce lo ricorda l'organizzazione Nessuno tocchi Caino - lo scorso anno ha mandato mediamente a morte sei persone al giorno. Questo è il livello della pena di morte nel regime iraniano. (Applausi).

Allora cosa dobbiamo fare? Basta fare un corteo il sabato pomeriggio e recitare scioglilingua sui diritti umani, come si fa in alcune manifestazioni? Bisogna affidarci alle Nazioni Unite? Come ricordava il collega Gasparri, le Nazioni Unite nella vicenda iraniana sono riuscite solamente a nominare un iraniano vice presidente della commissione sui diritti umani. Signor Presidente, dobbiamo parlare del futuro e del ruolo degli organismi multilaterali e sovranazionali, della riforma delle Nazioni Unite, del ruolo che svolgono il Consiglio d'Europa e l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), del protagonismo dell'Unione europea nelle dimensioni internazionali. Siamo certi che la linea che lei oggi ci ha esposto nella sua relazione sia quella giusta, perché non c'è alcun cedimento nei confronti dell'Iran finché si conferma la centrale del terrore, ma intanto bisogna lavorare con i partner europei - come stiamo facendo e come ci hanno raccontato il ministro Tajani e il ministro Crosetto la scorsa settimana - e soprattutto con gli interlocutori del mondo arabo. È la via italiana che abbiamo da subito percorso con l'inizio della crisi in Medio Oriente. È la forza di questo Governo riconosciuto da tutti.

C'è stato un evento a suo modo storico la scorsa settimana, perché nel torneo Sei Nazioni l'Italia di rugby ha battuto l'Inghilterra, e su questo «The Times» si è interrogato scrivendo testualmente: le vittorie sportive spesso arrivano quando le Nazioni sono in piena espansione. (Commenti). Non l'ho scritto io, ma l'ha scritto «The Times». Capisco che abbiate un po' di problemi a leggere la stampa internazionale, ma questo è quello che viene scritto… (Commenti).

PRESIDENTE. Colleghi, potrà citare un giornale straniero o c'è un divieto? Non ho capito: c'è una censura sui giornali stranieri, come su «Il Foglio» magari?

Prego, senatore Scurria, continui, andiamo avanti.

SCURRIA (FdI). …«Il Secolo d'Italia». (Applausi). Non mi vogliono far leggere il resto di quello che ha scritto «The Times». Dicevo: sono le Nazioni in piena espansione e la prima vittoria italiana fa parte di questa tendenza. E sempre «The Times» aggiunge: l'Italia festeggia la disoccupazione scesa al 5,1 per cento, inferiore al tasso della Gran Bretagna. Scrive sempre «The Times» - vi leggo solamente, non lo sto scrivendo io - che lo scorso anno il PIL pro capite dell'Italia ha superato quello della Gran Bretagna - continua «The Times» - ed è frutto della maggiore stabilità politica del Governo guidato da Giorgia Meloni. (Applausi). Ripeto, lo scrive «The Times».

Di fronte, come sempre, ai profeti di sciagura che - come abbiamo sentito anche nell'intervento precedente - non vogliono vedere tutto questo, chiacchierano di isolazionismo in Europa e parlano sempre di cose tragiche, a noi invece piace guardare i risultati raggiunti. E non parlo solamente di quelli che ho appena letto, ma anche di quello che ci ha detto il Presidente del Consiglio sulle politiche migratorie, per esempio all'interno dell'Unione europea, dove l'Italia ne diventa motore.

Signor Presidente, voglio concludere riferendomi ancora una volta a quello che i giornali internazionali - ma non so se posso pronunciarne il nome - scrivono di noi. Anzi, voglio concludere proprio in questo modo, leggendo ancora una volta «The Times», che è proprio l'ultimo dei giornali, il quale, testualmente, accredita l'Italia come nuova direttrice dell'Europa. Avanti così, presidente Meloni! (Applausi).