Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 362 del 04/11/2025

VERINI (PD-IDP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VERINI (PD-IDP). Signor Presidente, «forse, nessuno allora ebbe la percezione di quanto gravi e di quanto durature sarebbero state le conseguenze di quella sera. Ci siamo ancora dentro. Chi ha sollecitato e preparato l'assassinio di Rabin è oggi al potere in Israele ed è difficile vedere e capire quale sarà, per israeliani e palestinesi, l'esito di quel giorno funesto di 30 anni fa». Così ha scritto ieri Anna Foa in memoria di Yitzhak Rabin. Quel giorno era il 4 novembre 1995. A Tel Aviv, al termine di una grande manifestazione, colui che fu, insieme a Yasser Arafat e a Shimon Peres, il protagonista degli accordi di Oslo, venne assassinato da Yigal Amir, un giovane estremista della destra religiosa, vicino a un partito che era stato messo fuori legge perché razzista. Quella sera, con Rabin vennero uccisi gli Accordi di Oslo, la speranza di una pace giusta e duratura, la prospettiva di due popoli, due Stati. Il fanatico che sparò lo disse chiaramente al processo: ho colpito Rabin per colpire il processo di pace.

Del resto, la destra estrema e fanatica israeliana, tra i cui principali esponenti c'era Benjamin Netanyahu, si distinse per una violenta campagna d'odio, agitando piazze nelle quali si diceva di fermare con ogni mezzo le idee di Rabin, che veniva addirittura raffigurato vestito da nazista e minacciato di morte. Con lui a guidare quelle campagne che culminarono con l'omicidio c'era anche Itamar Ben-Gvir, attualmente Ministro del Governo israeliano. Ai funerali, la vedova di Rabin, Lea, non volle stringere la mano a Netanyahu.

Il 7 ottobre e Gaza sono figlie di quella sera, di quel sogno spezzato. Certo, in 30 anni sono accadute tante cose. Israele ha dovuto conoscere la paura, il terrore, gli attentati - tante famiglie per anni hanno mandato due figli a scuola in due autobus diversi: se uno avesse subito un attentato, almeno l'altro sarebbe tornato a casa - e ha dovuto conoscere l'antisemitismo, che ha ripreso piede nel mondo, in Europa, con due guide politiche amorali: i terroristi di Hamas, che, dopo la morte di Arafat e la crisi dell'Autorità nazionale palestinese, hanno guidato la Palestina con l'obiettivo sciagurato, "Palestina libera dal mare al fiume", di distruggere Israele e, altra guida insieme ad Hamas, l'Iran, con identico obiettivo e, in più, la minaccia nucleare.

A questo terrore, a questa paura, ai missili che partivano contro le sue città, però, Israele ha risposto nel peggiore dei modi, con l'estremismo fanatico, con l'odio, con l'estremismo dei coloni - anche oggi c'è stato l'assalto a una moschea - contrari perfino agli Accordi di Abramo, contrapposto all'odio di Hamas. Ha risposto tollerando e coprendo i coloni fanatici, con continue violazioni dei confini, fino al 7 ottobre, un vero e proprio orrore che ricordava da vicino i sei milioni di morti della Shoah, la volontà nazista di soluzione finale, di sterminio degli ebrei in quanto tali, ovunque fossero. Ma al 7 ottobre il Governo della destra estrema di Netanyahu - come sappiamo - ha replicato nel peggiore dei modi, con stragi di civili, di bambine e bambini, con massacri e perfino con l'arma della guerra, costringendo alla fame la popolazione di Gaza.

È per questo, dunque, che tutte le persone di buonsenso e democratiche, pur vedendone i gravi limiti e le fragilità, non possono che sperare che il cessate il fuoco diventi una pace stabile e duratura verso due popoli e due Stati.

Per questo, Presidente, ricordiamo Rabin e il suo sacrificio. Se gli uomini di pace e giustizia muoiono, non muore il loro esempio e non possono venire uccise le loro idee. Così è per lui, così è stato per Olof Palme o Martin Luther King. Ricordare Rabin significa rinnovare il suo messaggio, la sua testimonianza e credere davvero nella pace. (Applausi).