Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 335 del 30/07/2025
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LORENZIN (PD-IDP). Signora Presidente, onorevoli senatori, siamo qui a discutere di questo decreto-legge omnibus, così com'è stato denominato dallo stesso Governo, l'ennesimo in questa legislatura e in questo anno.
Io vengo da una stagione in cui i provvedimenti omnibus si contavano con le dita. Di solito se ne faceva uno a gennaio ed era un decreto-legge in cui si recuperavano le cose lasciate in sospeso nell'arco nell'anno e già quello era soggetto a un vaglio stringente dal Quirinale e visto come una lesione dell'azione parlamentare, tant'è vero che ogni anno, nell'intervento sul provvedimento omnibus a gennaio, tutti i Gruppi parlamentari stigmatizzavano quella che era ormai diventata una prassi.
Ora, di provvedimenti omnibus ne abbiamo a bizzeffe, tant'è vero che abbiamo più decreti-legge omnibus che proposte di riforme. Se dovessimo fare un conto dei decreti omnibus di questa legislatura, vedremmo che sono molti di più delle due o tre riforme che ci sono state proposte. E questo vuol dire che questa che doveva essere la grande legislatura politica del Governo Meloni, che ci presentava una visione dell'Italia, un progetto per il Paese, in una fase, tra l'altro, difficile, come è stato detto, dopo il Covid, in una situazione geopolitica di trasformazione importante, in realtà è una legislatura che a oggi si sta caratterizzando per una serie di provvedimenti patchwork, con dei piccoli aggiustamenti, spesso con delle misure abbastanza discutibili che non risolvono situazioni complesse, ma finiscono per aggravarle, oppure che si è costretti a ritirare in corso d'opera. Ciò è così vero che in questo decreto omnibus abbiamo avuto il "taglio al taglio", cioè i tagli dei tagli previsti dalla legge di bilancio, perché poi si sono resi conto che alcune misure che erano state prese durante la manovra di bilancio in realtà non andavano bene.
Signor Presidente, c'è un elefante enorme proprio al centro di quest'Aula, che si chiama "dazi". Stiamo facendo un dibattito abbastanza surreale rispetto ad alcune misure molto particolari che sono all'interno di questo provvedimento. Il Parlamento è impegnato ormai da più di un mese su decreti e "decretini", mentre sopra le nostre teste di decide il destino della politica industriale del nostro Paese e dell'Europa, della politica economica, della tenuta sociale del nostro Paese.
Quello che noi abbiamo chiesto ripetutamente al presidente Meloni, ma anche al ministro Urso e al ministro Giorgetti era di avviare un percorso completamente diverso in Parlamento. Abbiamo già avuto stagioni difficili in questo Paese, purtroppo anche negli ultimi anni. In queste stagioni difficili, solitamente, c'era un richiamo al Parlamento e al Paese per affrontare i nodi che ci venivano sottoposti. Dall'elezione del presidente Trump ormai sono passati parecchi mesi e si è capito che la dimensione geopolitica era cambiata, che l'Europa era sollecitata ad affrontare una serie di sfide completamente diverse rispetto a quelle del nostro passato, fino al punto che noi abbiamo avuto un completo cambiamento dell'asset e della concezione dello stesso Occidente. In questo contesto, sul futuro dell'Occidente, dell'Europa e dell'Italia, non è che i dazi ci colgano di sorpresa: sono stati annunciati a gennaio, dopodiché pensavamo che avremmo avuto dazi uguali alla Gran Bretagna o alla Turchia, invece abbiamo avuto dazi maggiori e oggi c'è chi plaude al 15 per cento, ma tutti sapevamo che il 30 per cento era una cosa impossibile. Sembra di stare in un suq, dove uno dice un prezzo e dopo la trattativa si arriva alla metà. In questo suq, che però non è un mercatino delle cose, ma è il mercato del nostro destino, si stanno consumando le vite di intere filiere di imprese, di cittadini e di lavoratori. (Applausi).
In quest'ottica, signor Presidente, ci aspettavamo che ci fosse un piano B per l'Italia, che ricordo essere il secondo Paese manifatturiero europeo. Un piano B che permettesse di affrontare immediatamente in corso d'opera le crisi che oggi si apriranno da qui ai prossimi mesi sui settori industriali, sulla filiera agricola, su tutto quello che è il made in Italy, cui è stato dedicato addirittura un Ministero. Ci aspettavamo che anche in questo decreto-legge ci fosse una strategia economica e finanziaria su alcune questioni importantissime, ma non solo non abbiamo avuto nulla, non c'è un piano B per il Paese, ma ancora oggi viviamo nel silenzio mentre le economie dei Paesi vicini nostri competitor sono mesi che stanno dibattendo con i loro Ministri dello sviluppo economico e dell'economia su come affrontare questa fase.
Non solo, ma nel frattempo non abbiamo solo i dazi al 15 per cento; abbiamo una svalutazione del dollaro, le nostre banche stanno comprando tanto più debito americano rispetto agli scorsi mesi; in più abbiamo un vincolo di 700 miliardi, che abbiamo accettato sulle forniture di armi, e di altri 600 sull'energetico. Mi chiedo come faremo ad affrontare la nostra legge di bilancio rispetto a degli spazi di manovra che oggi non ci sono e che non vediamo.
Nel frattempo noi volevamo risolvere delle crisi. Da questo punto di vista ringrazio il sottosegretario Freni, con cui abbiamo fatto un lavoro anche come opposizione (penso al payback). Le crisi che noi volevamo e potevamo risolvere in questi mesi, quantomeno con una pianificazione e con un cambio di rotta nella prospettiva e nei modelli di governance di alcuni settori (quelli che dipendono dal regolatorio), non le abbiamo affrontate. Abbiamo deciso di rimanere in una comoda comfort zone, con cui abbiamo governato la gestione del bilancio e delle politiche economiche, finanziarie e industriali negli ultimi dieci, quindici o vent'anni.
Non usciamo da questo schema di gioco e abbiamo visto cosa ciò significhi nel payback per i dispositivi medici e nel payback per i farmaci, due misure di contenimento della spesa piuttosto ardite, che hanno come risultato da un lato quello di tenere sotto controllo la spesa, ma dall'altro - ricordiamocelo - quello di indebolire ancora di più la competitività di un nostro settore trainante su innovazione e tecnologia (farmaci e dispositivi), dove siamo stati la prima e la seconda potenza europea, rispetto a un cambio di assetto geopolitico che ci chiede necessariamente di cambiare le regole in gioco.
Abbiamo accolto con soddisfazione il fatto che siano stati approvati molti nostri emendamenti. Penso a tutti gli aspetti riguardanti il blocco delle esecuzioni da parte delle Regioni o il fatto di creare dei fondi di garanzia per le aziende che sono tenute a pagare e a tanti altri aspetti (la tempistica) che sono stati recepiti. Rimane però un problema enorme. In primo luogo non abbiamo affrontato strutturalmente il tema del payback dei dispositivi, che per i prossimi anni rimane qua bello presente nella contabilità delle aziende. In seconda battuta, non accettando la nostra proposta della franchigia, non siamo riusciti a tutelare quelle piccole e medie imprese che sono il tessuto portante della filiera dei dispositivi medici, una delle filiere più forti e più innovative nel nostro territorio nazionale. Rischiamo un depauperamento del settore e il fallimento di intere filiere di piccole imprese, che non possono essere salvate dal meccanismo previsto dal Fondo di garanzia, perché, per poter accedere a quel Fondo di garanzia (sono nostri emendamenti, quindi figurati se li critichiamo, però sono un secondo step), devi avere una copertura di liquidità che ti permette di rimanere sul mercato. Questi sono degli esempi.
Noi chiediamo che nella legge di bilancio - lo dico al sottosegretario Freni e ne abbiamo già parlato in Commissione - si riesca, almeno su alcuni nodi strutturali del nostro sistema, che possono essere risolti con il regolatorio insieme alle filiere, a trovare un nuovo meccanismo. Lo so che è difficile; questi strumenti si stanno perpetrando negli anni, perché sono facili da gestire nella loro rozzezza. Ma non abbiamo più bisogno di questi strumenti rozzi; abbiamo bisogno di nuovi modelli, che ci permettano di vincere una sfida nel medio e lungo termine che già avevamo in capo, quella della competitività del nostro sistema industriale, in un contesto di cambiamento della dimensione economica e finanziaria delle regole di mercato, che oggi, alla luce dei dazi, non è più urgente, ma è qualcosa di superato dalla realtà.
Allora, Presidente, mi avvio a concludere dicendo che, come abbiamo sottolineato, le critiche nel complesso al decreto-legge sono già state fatte dai miei colleghi.
Almeno su questo settore, sugli enti locali, su due dei grandi temi che abbiamo portato in discussione, noi abbiamo bisogno di avere una visione di sistema Paese che questo Governo non sta offrendo.
Noi abbiamo una dimostrazione plastica, quotidiana, di una narrativa, nel Paese e in quest'Aula, tutta improntata all'ideologia. Una narrazione trionfalistica, quando di trionfale, in questo momento, non c'è nulla. (Applausi). C'è, invece, molto di cui preoccuparsi e molto su cui condividere e coinvolgere il Paese a tutti i livelli, su scelte strategiche che dobbiamo fare adesso, perché il nostro tempo per poter cambiare e incidere su questioni importanti sta scadendo. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Borghi Enrico. Ne ha facoltà.