Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 335 del 30/07/2025
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FURLAN (IV-C-RE). Signora Presidente, colleghi e colleghe, ci troviamo a discutere un provvedimento che - immagino - nelle intenzioni del Governo dovrebbe offrire risposte rapide a settori chiave della nostra economia e del nostro sistema sociale. Misure urgenti a favore delle imprese, del lavoro, delle infrastrutture e dei territori: un provvedimento che arriva in un momento decisivo, praticamente all'indomani dalla firma dell'accordo tra Stati Uniti e Unione europea sui dazi commerciali, un'intesa destinata ad avere effetti significativi sulle dinamiche del commercio internazionale, sugli equilibri, sulle aree economiche e inevitabilmente sulle prospettive delle nostre filiere produttive.
Di fronte a uno scenario che cambia e cambia in peggio, mettendo a rischio la nostra economia, immaginavamo che il Governo volesse varare un provvedimento incisivo a tutela delle nostre imprese, delle nostre filiere economico-produttive, dei nostri lavoratori e delle nostre lavoratrici. In realtà, non è così. Avete risposto con un decreto-legge che è l'ennesimo decreto omnibus: disorganico, pieno di misure frammentarie, in cui si prova a coprire emergenze vere con pezze mal cucite, senza alcun disegno strategico, per far fronte non solo nel futuro (quindi manca ancora una volta la programmazione), ma anche nell'oggi, nel presente, alle emergenze che rischiano di travolgerci.
Siamo di fronte a un decreto-legge che manca complessivamente di respiro europeo. Su questo siete completamente assenti ed è francamente sconcertante che, in un momento in cui l'Italia dovrebbe dotarsi di strumenti strutturali per accompagnare le sue imprese anche nella transizione economica e produttiva che stiamo vivendo, non si preveda una sola misura in grado di rafforzare le imprese italiane, la loro capacità di stare sul mercato internazionale, né vediamo un'azione organica a favore di quelle piccole e medie imprese che sono l'ossatura economica del nostro Paese e che saranno le prime ad avere problemi veramente molto seri.
L'accordo sui dazi apre scenari nuovi e problematici in molti settori. Penso alle nostre eccellenze, come l'agroalimentare e l'automotive, ma rischiamo anche di ritrovarci penalizzati e marginalizzati interi settori importanti, dalla chimica alla moda, alla farmaceutica e a tutte le imprese industriali. Confindustria ha stimato che con i dazi al 15 per cento si rischia una ricaduta sulle nostre imprese di oltre 20 miliardi e si stima il rischio di perdere circa 200.000 posti di lavoro. Come hanno risposto esimi esponenti di questo Governo?
Il ministro Salvini ha risposto dicendo che i dazi americani sono un'ottima possibilità, una grande opportunità per le nostre imprese; ancor meglio il ministro Lollobrigida, che ha semplificato spiegando che non tutti i settori saranno in crisi, per un motivo molto semplice, e cioè che in America non sanno fare il pecorino. Signor Presidente, se non fosse che parliamo di 200.000 posti di lavoro che ballano, sarebbe quasi ridicolo, sarebbe quasi da farci due risate insieme. Le nostre industrie e i nostri settori produttivi invece non stanno ridendo per niente e ancor meno i tanti lavoratori e le tante le lavoratrici che hanno ben presente cosa significheranno i dazi trumpiani.
Voi continuate in questo modo in economia, non con un lungo respiro, non con una capacità di programmazione, ma tanto al mucchio, con quello che arriva a seconda del momento. Prendiamo l'articolo 1: si autorizza l'utilizzo del Fondo per l'avvio delle opere indifferibili per finanziare interventi che sono usciti dal PNRR. Bene, dove sono i criteri di selezione? Dove sono la trasparenza, la programmazione, la valutazione d'impatto? Dov'è il coinvolgimento delle parti sociali e dei territori? Siamo sempre all'approccio emergenziale. Sul PNRR permettetemi di insistere: siamo arrivati a un livello di opacità e ritardo non più accettabile. La cabina di regia non si riunisce dal dicembre 2023. Le parti sociali, che dovrebbero essere protagoniste dell'attuazione, sono sistematicamente escluse. I progetti vengono spostati, tagliati, riscritti, con una logica che pare più contabile che strategica. Mentre accade tutto questo, il divario tra i territori cresce, le disuguaglianze aumentano, i cantieri rallentano.
L'articolo 3 prevede un Fondo per le reti metropolitane e il trasporto rapido di massa. Anche in questo caso non c'è alcuna risorsa aggiuntiva. Come pensate di realizzarlo? Sempre e solo razionalizzazioni: taglio da una parte e metto sull'altra. Ma non è così che doteremo di un trasporto locale efficiente le nostre Città metropolitane, che arrancano.
Veniamo a un altro nodo cruciale, quello delle Province e delle Città metropolitane. Il decreto-legge in discussione prevede il ripristino di alcune risorse per la manutenzione stradale, ma siamo ben lontani da ciò che serve per affrontare il degrado della viabilità secondaria nel nostro Paese. Ormai in Italia, con il ministro Salvini, parlare di infrastrutture equivale a parlare solo ed esclusivamente del Ponte sullo Stretto: tutte le risorse sono accumulate su quell'opera, perdendo di vista le esigenze e le carenze della Penisola. Inoltre, per quanto riguarda il termine "ponte", visto che la presidente Meloni avrebbe dovuto essere il ponte tra l'Italia e gli Stati Uniti, mi permetto di dire: non usatelo più, è un termine che non porta bene.
È proprio sul lavoro che troviamo forse gli aspetti più deludenti del decreto-legge in esame. Prevedete un bonus per le lavoratrici madri con due o più figli. Si tratta di un intervento positivo nelle intenzioni, che estende l'aiuto anche alle autonome, ma non è strutturale, non ha effetti sulla contribuzione pensionistica e rischia di essere l'ennesimo bonus a tempo. Lo diciamo da anni: la natalità non si incentiva attraverso questi incentivi spot, ma con i servizi, con le politiche di conciliazione, con contratti stabili, con asili nido accessibili.
Anche sulla sanità, siamo al solito, Presidente. Prevedete fondi per le prestazioni in ambito dermatologico - benissimo - ma senza aggiungere risorse, sempre gravando su quel Fondo sanitario nazionale che è già stato più volte tagliato.
Oltre a questo, la cosa davvero sconcertante sono i tentativi (meno male che vi siete vergognati da soli e li avete ritirati) di mettere le mani senza freno - il punto più basso che avete toccato - sulle modifiche sul lavoro, tentando ancora una volta di cambiare le regole e le tutele dei lavoratori attraverso gli emendamenti. Con il decreto-legge cosiddetto Ilva, appena una settimana fa, avevate provato a cambiare la norma per il recupero dei crediti dei lavoratori: vi abbiamo scoperto e fermato. Con questo decreto-legge fate un altro tentativo, stavolta per aumentare addirittura fino a 48 mesi la durata dei contratti di somministrazione. (Il microfono si disattiva automaticamente).
PRESIDENTE. Concluda.
FURLAN (IV-C-RE). È un regalo per qualche impresa, ma non un regalo per i tanti i lavoratori e le tante lavoratrici che vogliono uscire dal precariato ed essere stabilizzati.
Allora, signora Presidente, è evidente che non ci siamo: non ci siamo sul lavoro, non ci siamo sull'economia, sulle infrastrutture. Non ci siamo per il Paese ed è per questo che andrebbe cambiato dalla prima all'ultima riga. Siamo indietro e questo immobilismo, questa non capacità di intervento, fa rischiare grosso l'economia del Paese, le sue imprese, i lavoratori e i cittadini. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nicita. Ne ha facoltà.