Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 335 del 30/07/2025
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CAMUSSO (PD-IDP). Signor Presidente, colleghe e colleghi, signori del Governo, sarà forse per la stagione verso la quale andiamo, ma ci troviamo per l'ennesima volta a discutere di un decreto-legge che, nella sua essenzialità, urgenza, omogeneità di materia, non fa invidia a tanti altri che abbiamo votato precedentemente, cioè un decreto-legge dove c'è di tutto un po' senza che si riesca a trovare esattamente qual è il filo conduttore. Spesso non si trovano neanche le ragioni dell'urgenza che possa giustificare la forma della decretazione. In questa abitudine, che ormai connota questa legislatura, abbiamo anche sempre, progressivamente, la conferma degli emendamenti che compaiono e scompaiono, che vengono fatti ritirare, che ricompaiono qualche giorno dopo in un altro decreto-legge, poi ricompaiono nuovamente.
Purtroppo, questa è un'abitudine molto connessa a questioni che riguardano il lavoro: come se il lavoro non fosse una materia di straordinaria importanza. Anzi, potremmo dire, in realtà, una condizione. Ho sentito poco fa una delle relatrici dire che le politiche economiche si fondano sul lavoro. Ecco, non ce ne eravamo accorti dalla modalità con cui lo affrontate. Anzi, sembrerebbe una variabile del tutto indipendente. (Applausi).
In verità, noi sappiamo che la vita delle persone, la vita economica, la vita sociale del Paese si fonda esattamente su questo. Vi è, dunque, una prima domanda che io vorrei che ci proponessimo: si può intervenire e regolare il mercato del lavoro a colpi di emendamenti, che si presentano, si modificano, si ritirano, spariscono e poi ricompaiono?
Verrebbe anche da domandare se abbiamo ancora un Ministero del lavoro, se c'è ancora un luogo nel quale si determinano le politiche. E verrebbe anche da domandare se in questo Senato abbiamo una Commissione permanente che si occupa di queste materie, perché qualche giorno fa, credo non più di una settimana fa, discutevamo di un decreto, il decreto Ilva, nel quale le materie lavoristiche erano molto di più di quelle delle politiche industriali. La Commissione lavoro, però, non aveva avuto modo di dare altro che un parere consultivo.
Adesso ci ritroviamo di nuovo di fronte al fatto che si affrontano una serie di questioni, in parte di puro rifinanziamento, in parte di norma. Poi ci sono i famosi emendamenti "fantasma", che di nuovo vengono sviluppati dentro un cosiddetto decreto economia, che però dalla Commissione lavoro non ha avuto nulla.
Davvero bisognerebbe provare a riflettere su tutto questo, perché c'è una totale distonia tra il vostro racconto pubblico e quello che succede sostanzialmente nel vostro agire di Governo. Tutti noi continuiamo a sentire dire da questo Governo di essere difensore della contrattazione, di essere pronto a obbedire a qualunque confronto e di essere disponibile a qualunque discussione e definizione rispetto alle politiche sociali e ai rapporti con le parti sociali.
Al congresso di una grande organizzazione sindacale come la Cisl di qualche giorno fa, il Presidente del Consiglio si è lungamente dilungata sulla necessità delle relazioni e sulla possibilità di definire dei patti sociali. Forse meriterebbe che anche il Parlamento provasse a interrogarsi su come avvengono tutte queste cose e su quali sono le modalità con cui si affrontano questi temi.
Potrei, ma non vorrei annoiarvi molto, parlarvi dei tre disegni di legge che sono passati dalla 10 a Commissione e sono rimasti in 10 a Commissione. Attendiamo da quasi due anni il completamento della discussione sul salario minimo.
La senatrice Mancini ha presentato dall'inizio di legislatura un disegno di legge su temi che riguardavano il mercato del lavoro. Arrivammo fino alla discussione degli emendamenti e poi se ne sono perse le tracce. Si sono - come dire - dispersi improvvisamente nel nulla. L'iniziativa parlamentare, quindi, non ha permesso di produrre alcun provvedimento significativo su questo tema.
Nel contempo, però, evidentemente, con decreti e contro decreti d'urgenza, si continuano a introdurre norme e modifiche all'interno del dibattito su altri argomenti o all'interno norme precedenti. Si interviene su aspetti che sono il segno di una difficoltà. Faccio un esempio tratto dagli emendamenti "scomparsi": abbiamo appreso che ci sarebbe stata l'intenzione (poi l'emendamento è stato per fortuna ritirato) di portare la somministrazione fino a quattro anni. Potremmo fare una discussione di merito su come è possibile, che senso abbia che ci siano delle missioni che durano quattro anni e che questo non determini l'esistenza un rapporto regolare tra l'impresa e il lavoratore o la lavoratrice? Non stiamo parlando di situazioni emergenziali. Potrei narrarvi di grandi imprese farmaceutiche che ormai fanno della somministrazione lunga il modo per non avere strutture, ma se lo fanno grandi imprese con i livelli di profitto che ci sono assolutamente noti e con il bisogno di avere una struttura forte (non voglio citare qui i dazi di Trump, ma sarebbe bene farlo) come ci possiamo immaginare che ci sia un mercato del lavoro regolato e come possiamo pensare che il Parlamento si risolva ad affrontare una discussione di questo tipo, che dovrebbe esattamente ragionare sul senso che hanno i contratti e le modalità con cui i contratti di lavoro si muovono, se poi li si affronta con un emendamento in questo modo?
Oppure potremmo ragionare del fatto che sono tre anni che l'OCSE ci ripete sistematicamente che i salari nel nostro Paese sono diminuiti e non tengono il passo. Sono tre anni che sentiamo dire che bisogna rinnovare i contratti e che, anzi, il Governo è impegnato a favorire questa cosa. Se poi non succede: pace ed amen. Però, c'è un tema relativo al salario nel nostro Paese? C'è un tema relativo alla crescita e al lavoro povero? C'è la necessità di intervenire? C'è un tema che riguarda il fatto - e ce l'avete rinfacciato in tutti i modi a partire dal Presidente della Commissione lavoro della Camera mentre discutevamo di salario minimo - che ci sono contratti che, per i tempi in cui si rinnovano o per le difficoltà che incontrano non riescono a reggere il passo né con il costo della vita, né con l'inflazione, ma neanche con il criterio di una retribuzione dignitosa.
Avete detto e sostenuto che non è possibile, secondo voi, fare il salario minimo nel nostro Paese, che pure tanta parte d'Europa pratica ed è stato particolarmente anche utile e significativo in questa fase - penso alla Spagna, alla Germania e alla Francia - anche per le incertezze che la situazione economica determinava. Per voi non è possibile, avete sempre usato come argomento quello che voi eravate per la contrattazione, che la contrattazione avrebbe risolto i problemi. Allora, nell'altro emendamento scomparso, c'è uno dei più violenti attacchi alla contrattazione collettiva che io abbia mai visto in una vita in cui forse di contrattazione un po' mi sono occupata. Infatti contemporaneamente si interviene sulla norma contenuta all'articolo 51 del decreto legislativo n. 81, che prevede, come ha sempre detto gran parte della giurisprudenza del nostro Paese, che il contratto nazionale di lavoro, siglato e firmato dalle organizzazioni maggiormente rappresentative, rappresenti la base salariale di riferimento. Avete aggiunto alcune cose che però cambiano la natura di quell'affermazione, perché i contratti nazionali sono tali esattamente perché riguardano la Nazione, esattamente perché determinano che il valore del lavoro che fai, per le ore che fai, vale dal Nord al Sud, dal Centro alla periferia e vale anche per le isole. Se si dice che i contratti sono di zona, cominciamo ad avere un'altra dimensione. Nella memoria di molti tornano le gabbie salariali, per esempio. Forse è questa la strada. Se poi si dice, come in altri provvedimenti, che sono quelli maggiormente applicati e ci si mette il termine zone, per chi ha un po' di esperienza di contrattazione, questo vuol dire semplicemente che siete disposti a legittimare i contratti pirata che si determinano in singole porzioni di territorio. (Applausi).
Allora la domanda che dobbiamo porci è: se vogliamo cominciare davvero a discutere di lavoro, se vogliamo farlo fino in fondo, se vogliamo farlo attribuendo alle Commissioni il ruolo che devono avere, dobbiamo anche decidere se preferiamo ed immaginiamo di avere un andamento regolato delle retribuzioni e una possibilità effettiva di valorizzazione del lavoro, o se invece, in nome del vostro rifiuto di affrontare il problema dei salari, questo si traduce anche nell'ammazzare la contrattazione collettiva. Il messaggio che credo che sia giusto darvi è che la contrattazione collettiva, che è tanta parte della storia delle organizzazioni sindacali, non si può distruggere e noi comunque impediremo che lo facciate. (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Furlan. Ne ha facoltà.