Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 335 del 30/07/2025

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 1565 (ore 16,54)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Camusso. Ne ha facoltà.

CAMUSSO (PD-IDP). Signor Presidente, colleghe e colleghi, signori del Governo, sarà forse per la stagione verso la quale andiamo, ma ci troviamo per l'ennesima volta a discutere di un decreto-legge che, nella sua essenzialità, urgenza, omogeneità di materia, non fa invidia a tanti altri che abbiamo votato precedentemente, cioè un decreto-legge dove c'è di tutto un po' senza che si riesca a trovare esattamente qual è il filo conduttore. Spesso non si trovano neanche le ragioni dell'urgenza che possa giustificare la forma della decretazione. In questa abitudine, che ormai connota questa legislatura, abbiamo anche sempre, progressivamente, la conferma degli emendamenti che compaiono e scompaiono, che vengono fatti ritirare, che ricompaiono qualche giorno dopo in un altro decreto-legge, poi ricompaiono nuovamente.

Purtroppo, questa è un'abitudine molto connessa a questioni che riguardano il lavoro: come se il lavoro non fosse una materia di straordinaria importanza. Anzi, potremmo dire, in realtà, una condizione. Ho sentito poco fa una delle relatrici dire che le politiche economiche si fondano sul lavoro. Ecco, non ce ne eravamo accorti dalla modalità con cui lo affrontate. Anzi, sembrerebbe una variabile del tutto indipendente. (Applausi).

In verità, noi sappiamo che la vita delle persone, la vita economica, la vita sociale del Paese si fonda esattamente su questo. Vi è, dunque, una prima domanda che io vorrei che ci proponessimo: si può intervenire e regolare il mercato del lavoro a colpi di emendamenti, che si presentano, si modificano, si ritirano, spariscono e poi ricompaiono?

Verrebbe anche da domandare se abbiamo ancora un Ministero del lavoro, se c'è ancora un luogo nel quale si determinano le politiche. E verrebbe anche da domandare se in questo Senato abbiamo una Commissione permanente che si occupa di queste materie, perché qualche giorno fa, credo non più di una settimana fa, discutevamo di un decreto, il decreto Ilva, nel quale le materie lavoristiche erano molto di più di quelle delle politiche industriali. La Commissione lavoro, però, non aveva avuto modo di dare altro che un parere consultivo.

Adesso ci ritroviamo di nuovo di fronte al fatto che si affrontano una serie di questioni, in parte di puro rifinanziamento, in parte di norma. Poi ci sono i famosi emendamenti "fantasma", che di nuovo vengono sviluppati dentro un cosiddetto decreto economia, che però dalla Commissione lavoro non ha avuto nulla.

Davvero bisognerebbe provare a riflettere su tutto questo, perché c'è una totale distonia tra il vostro racconto pubblico e quello che succede sostanzialmente nel vostro agire di Governo. Tutti noi continuiamo a sentire dire da questo Governo di essere difensore della contrattazione, di essere pronto a obbedire a qualunque confronto e di essere disponibile a qualunque discussione e definizione rispetto alle politiche sociali e ai rapporti con le parti sociali.

Al congresso di una grande organizzazione sindacale come la Cisl di qualche giorno fa, il Presidente del Consiglio si è lungamente dilungata sulla necessità delle relazioni e sulla possibilità di definire dei patti sociali. Forse meriterebbe che anche il Parlamento provasse a interrogarsi su come avvengono tutte queste cose e su quali sono le modalità con cui si affrontano questi temi.

Potrei, ma non vorrei annoiarvi molto, parlarvi dei tre disegni di legge che sono passati dalla 10 a Commissione e sono rimasti in 10 a Commissione. Attendiamo da quasi due anni il completamento della discussione sul salario minimo.

La senatrice Mancini ha presentato dall'inizio di legislatura un disegno di legge su temi che riguardavano il mercato del lavoro. Arrivammo fino alla discussione degli emendamenti e poi se ne sono perse le tracce. Si sono - come dire - dispersi improvvisamente nel nulla. L'iniziativa parlamentare, quindi, non ha permesso di produrre alcun provvedimento significativo su questo tema.

Nel contempo, però, evidentemente, con decreti e contro decreti d'urgenza, si continuano a introdurre norme e modifiche all'interno del dibattito su altri argomenti o all'interno norme precedenti. Si interviene su aspetti che sono il segno di una difficoltà. Faccio un esempio tratto dagli emendamenti "scomparsi": abbiamo appreso che ci sarebbe stata l'intenzione (poi l'emendamento è stato per fortuna ritirato) di portare la somministrazione fino a quattro anni. Potremmo fare una discussione di merito su come è possibile, che senso abbia che ci siano delle missioni che durano quattro anni e che questo non determini l'esistenza un rapporto regolare tra l'impresa e il lavoratore o la lavoratrice? Non stiamo parlando di situazioni emergenziali. Potrei narrarvi di grandi imprese farmaceutiche che ormai fanno della somministrazione lunga il modo per non avere strutture, ma se lo fanno grandi imprese con i livelli di profitto che ci sono assolutamente noti e con il bisogno di avere una struttura forte (non voglio citare qui i dazi di Trump, ma sarebbe bene farlo) come ci possiamo immaginare che ci sia un mercato del lavoro regolato e come possiamo pensare che il Parlamento si risolva ad affrontare una discussione di questo tipo, che dovrebbe esattamente ragionare sul senso che hanno i contratti e le modalità con cui i contratti di lavoro si muovono, se poi li si affronta con un emendamento in questo modo?

Oppure potremmo ragionare del fatto che sono tre anni che l'OCSE ci ripete sistematicamente che i salari nel nostro Paese sono diminuiti e non tengono il passo. Sono tre anni che sentiamo dire che bisogna rinnovare i contratti e che, anzi, il Governo è impegnato a favorire questa cosa. Se poi non succede: pace ed amen. Però, c'è un tema relativo al salario nel nostro Paese? C'è un tema relativo alla crescita e al lavoro povero? C'è la necessità di intervenire? C'è un tema che riguarda il fatto - e ce l'avete rinfacciato in tutti i modi a partire dal Presidente della Commissione lavoro della Camera mentre discutevamo di salario minimo - che ci sono contratti che, per i tempi in cui si rinnovano o per le difficoltà che incontrano non riescono a reggere il passo né con il costo della vita, né con l'inflazione, ma neanche con il criterio di una retribuzione dignitosa.

Avete detto e sostenuto che non è possibile, secondo voi, fare il salario minimo nel nostro Paese, che pure tanta parte d'Europa pratica ed è stato particolarmente anche utile e significativo in questa fase - penso alla Spagna, alla Germania e alla Francia - anche per le incertezze che la situazione economica determinava. Per voi non è possibile, avete sempre usato come argomento quello che voi eravate per la contrattazione, che la contrattazione avrebbe risolto i problemi. Allora, nell'altro emendamento scomparso, c'è uno dei più violenti attacchi alla contrattazione collettiva che io abbia mai visto in una vita in cui forse di contrattazione un po' mi sono occupata. Infatti contemporaneamente si interviene sulla norma contenuta all'articolo 51 del decreto legislativo n. 81, che prevede, come ha sempre detto gran parte della giurisprudenza del nostro Paese, che il contratto nazionale di lavoro, siglato e firmato dalle organizzazioni maggiormente rappresentative, rappresenti la base salariale di riferimento. Avete aggiunto alcune cose che però cambiano la natura di quell'affermazione, perché i contratti nazionali sono tali esattamente perché riguardano la Nazione, esattamente perché determinano che il valore del lavoro che fai, per le ore che fai, vale dal Nord al Sud, dal Centro alla periferia e vale anche per le isole. Se si dice che i contratti sono di zona, cominciamo ad avere un'altra dimensione. Nella memoria di molti tornano le gabbie salariali, per esempio. Forse è questa la strada. Se poi si dice, come in altri provvedimenti, che sono quelli maggiormente applicati e ci si mette il termine zone, per chi ha un po' di esperienza di contrattazione, questo vuol dire semplicemente che siete disposti a legittimare i contratti pirata che si determinano in singole porzioni di territorio. (Applausi).

Allora la domanda che dobbiamo porci è: se vogliamo cominciare davvero a discutere di lavoro, se vogliamo farlo fino in fondo, se vogliamo farlo attribuendo alle Commissioni il ruolo che devono avere, dobbiamo anche decidere se preferiamo ed immaginiamo di avere un andamento regolato delle retribuzioni e una possibilità effettiva di valorizzazione del lavoro, o se invece, in nome del vostro rifiuto di affrontare il problema dei salari, questo si traduce anche nell'ammazzare la contrattazione collettiva. Il messaggio che credo che sia giusto darvi è che la contrattazione collettiva, che è tanta parte della storia delle organizzazioni sindacali, non si può distruggere e noi comunque impediremo che lo facciate. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Furlan. Ne ha facoltà.

FURLAN (IV-C-RE). Signora Presidente, colleghi e colleghe, ci troviamo a discutere un provvedimento che - immagino - nelle intenzioni del Governo dovrebbe offrire risposte rapide a settori chiave della nostra economia e del nostro sistema sociale. Misure urgenti a favore delle imprese, del lavoro, delle infrastrutture e dei territori: un provvedimento che arriva in un momento decisivo, praticamente all'indomani dalla firma dell'accordo tra Stati Uniti e Unione europea sui dazi commerciali, un'intesa destinata ad avere effetti significativi sulle dinamiche del commercio internazionale, sugli equilibri, sulle aree economiche e inevitabilmente sulle prospettive delle nostre filiere produttive.

Di fronte a uno scenario che cambia e cambia in peggio, mettendo a rischio la nostra economia, immaginavamo che il Governo volesse varare un provvedimento incisivo a tutela delle nostre imprese, delle nostre filiere economico-produttive, dei nostri lavoratori e delle nostre lavoratrici. In realtà, non è così. Avete risposto con un decreto-legge che è l'ennesimo decreto omnibus: disorganico, pieno di misure frammentarie, in cui si prova a coprire emergenze vere con pezze mal cucite, senza alcun disegno strategico, per far fronte non solo nel futuro (quindi manca ancora una volta la programmazione), ma anche nell'oggi, nel presente, alle emergenze che rischiano di travolgerci.

Siamo di fronte a un decreto-legge che manca complessivamente di respiro europeo. Su questo siete completamente assenti ed è francamente sconcertante che, in un momento in cui l'Italia dovrebbe dotarsi di strumenti strutturali per accompagnare le sue imprese anche nella transizione economica e produttiva che stiamo vivendo, non si preveda una sola misura in grado di rafforzare le imprese italiane, la loro capacità di stare sul mercato internazionale, né vediamo un'azione organica a favore di quelle piccole e medie imprese che sono l'ossatura economica del nostro Paese e che saranno le prime ad avere problemi veramente molto seri.

L'accordo sui dazi apre scenari nuovi e problematici in molti settori. Penso alle nostre eccellenze, come l'agroalimentare e l'automotive, ma rischiamo anche di ritrovarci penalizzati e marginalizzati interi settori importanti, dalla chimica alla moda, alla farmaceutica e a tutte le imprese industriali. Confindustria ha stimato che con i dazi al 15 per cento si rischia una ricaduta sulle nostre imprese di oltre 20 miliardi e si stima il rischio di perdere circa 200.000 posti di lavoro. Come hanno risposto esimi esponenti di questo Governo?

Il ministro Salvini ha risposto dicendo che i dazi americani sono un'ottima possibilità, una grande opportunità per le nostre imprese; ancor meglio il ministro Lollobrigida, che ha semplificato spiegando che non tutti i settori saranno in crisi, per un motivo molto semplice, e cioè che in America non sanno fare il pecorino. Signor Presidente, se non fosse che parliamo di 200.000 posti di lavoro che ballano, sarebbe quasi ridicolo, sarebbe quasi da farci due risate insieme. Le nostre industrie e i nostri settori produttivi invece non stanno ridendo per niente e ancor meno i tanti lavoratori e le tante le lavoratrici che hanno ben presente cosa significheranno i dazi trumpiani.

Voi continuate in questo modo in economia, non con un lungo respiro, non con una capacità di programmazione, ma tanto al mucchio, con quello che arriva a seconda del momento. Prendiamo l'articolo 1: si autorizza l'utilizzo del Fondo per l'avvio delle opere indifferibili per finanziare interventi che sono usciti dal PNRR. Bene, dove sono i criteri di selezione? Dove sono la trasparenza, la programmazione, la valutazione d'impatto? Dov'è il coinvolgimento delle parti sociali e dei territori? Siamo sempre all'approccio emergenziale. Sul PNRR permettetemi di insistere: siamo arrivati a un livello di opacità e ritardo non più accettabile. La cabina di regia non si riunisce dal dicembre 2023. Le parti sociali, che dovrebbero essere protagoniste dell'attuazione, sono sistematicamente escluse. I progetti vengono spostati, tagliati, riscritti, con una logica che pare più contabile che strategica. Mentre accade tutto questo, il divario tra i territori cresce, le disuguaglianze aumentano, i cantieri rallentano.

L'articolo 3 prevede un Fondo per le reti metropolitane e il trasporto rapido di massa. Anche in questo caso non c'è alcuna risorsa aggiuntiva. Come pensate di realizzarlo? Sempre e solo razionalizzazioni: taglio da una parte e metto sull'altra. Ma non è così che doteremo di un trasporto locale efficiente le nostre Città metropolitane, che arrancano.

Veniamo a un altro nodo cruciale, quello delle Province e delle Città metropolitane. Il decreto-legge in discussione prevede il ripristino di alcune risorse per la manutenzione stradale, ma siamo ben lontani da ciò che serve per affrontare il degrado della viabilità secondaria nel nostro Paese. Ormai in Italia, con il ministro Salvini, parlare di infrastrutture equivale a parlare solo ed esclusivamente del Ponte sullo Stretto: tutte le risorse sono accumulate su quell'opera, perdendo di vista le esigenze e le carenze della Penisola. Inoltre, per quanto riguarda il termine "ponte", visto che la presidente Meloni avrebbe dovuto essere il ponte tra l'Italia e gli Stati Uniti, mi permetto di dire: non usatelo più, è un termine che non porta bene.

È proprio sul lavoro che troviamo forse gli aspetti più deludenti del decreto-legge in esame. Prevedete un bonus per le lavoratrici madri con due o più figli. Si tratta di un intervento positivo nelle intenzioni, che estende l'aiuto anche alle autonome, ma non è strutturale, non ha effetti sulla contribuzione pensionistica e rischia di essere l'ennesimo bonus a tempo. Lo diciamo da anni: la natalità non si incentiva attraverso questi incentivi spot, ma con i servizi, con le politiche di conciliazione, con contratti stabili, con asili nido accessibili.

Anche sulla sanità, siamo al solito, Presidente. Prevedete fondi per le prestazioni in ambito dermatologico - benissimo - ma senza aggiungere risorse, sempre gravando su quel Fondo sanitario nazionale che è già stato più volte tagliato.

Oltre a questo, la cosa davvero sconcertante sono i tentativi (meno male che vi siete vergognati da soli e li avete ritirati) di mettere le mani senza freno - il punto più basso che avete toccato - sulle modifiche sul lavoro, tentando ancora una volta di cambiare le regole e le tutele dei lavoratori attraverso gli emendamenti. Con il decreto-legge cosiddetto Ilva, appena una settimana fa, avevate provato a cambiare la norma per il recupero dei crediti dei lavoratori: vi abbiamo scoperto e fermato. Con questo decreto-legge fate un altro tentativo, stavolta per aumentare addirittura fino a 48 mesi la durata dei contratti di somministrazione. (Il microfono si disattiva automaticamente).

PRESIDENTE. Concluda.

FURLAN (IV-C-RE). È un regalo per qualche impresa, ma non un regalo per i tanti i lavoratori e le tante lavoratrici che vogliono uscire dal precariato ed essere stabilizzati.

Allora, signora Presidente, è evidente che non ci siamo: non ci siamo sul lavoro, non ci siamo sull'economia, sulle infrastrutture. Non ci siamo per il Paese ed è per questo che andrebbe cambiato dalla prima all'ultima riga. Siamo indietro e questo immobilismo, questa non capacità di intervento, fa rischiare grosso l'economia del Paese, le sue imprese, i lavoratori e i cittadini. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nicita. Ne ha facoltà.

NICITA (PD-IDP). Signora Presidente, nelle cattive notizie che questo decreto-legge - ma più che il decreto-legge in sé l'approccio del Governo che testimonia - mi sia consentito innanzitutto dare conto del fatto che sia il ministro Ciriani, sia il sottosegretario Freni, sia anche il relatore e le relatrici abbiano rappresentato in questa discussione un momento di confronto importante e anche di collaborazione, di disponibilità. Pertanto, tutte le cose che noi riteniamo essere profondamente negative nell'approccio di questo Governo non riguardano né i relatori né il Governo qui rappresentato oggi.

Voi avete dovuto riconoscere, anche i relatori, che questo è un altro, ennesimo decreto-legge omnibus. Apprezzo, per il suo tramite, signora Presidente, il senatore Damiani, che ci ha detto, in uno sforzo di entusiasmo e di ottimismo, che questo è un decreto-legge a tutto tondo. Un decreto-legge a tutto tondo è talmente tondo da sembrare più che altro un contenitore vuoto: io guardo al bicchiere tondo ed effettivamente guardo tanto alla parte che è mezza vuota, quanto a quella che è piena del metodo di governo che noi, da mille giorni, siamo costretti ad osservare. Questo è un metodo di governo che non soltanto si basa sui decreti d'urgenza; e ripeto che apprezzo moltissimo lo sforzo che fa il Ministro per i rapporti con il Parlamento, perché deve interfacciarsi con tutti i Ministri per decreti che sono di cosiddetta urgenza - nei quali viene di volta in volta buttato qualcosa e noi inseguiamo questo qualcosa con i nostri emendamenti. Il decreto-legge in esame è firmato da 12 Ministri e contiene 20 articoli che si occupano delle cose più disparate; molti di questi non sono neanche urgenti dal punto di vista dell'urgenza dell'atto, poi tutto è urgente, tutti i bisogni sono ugualmente urgenti. Tuttavia, quello che questo Governo non fa e non ha fatto è darci una politica economica fatta di priorità, di programmazione, di risorse programmate, fatta di strumenti che rispondono a singole questioni.

Questa frammentazione continua dei decreti-legge ci dice semplicemente che di sicuro questo Governo, contrariamente a quanto la presidente Meloni ci diceva in campagna elettorale, non era pronto, non aveva una visione delle priorità del Paese, né degli strumenti necessari. (Applausi). Sono mille giorni che facciamo maratone alternate, tra l'altro, tra Camera e Senato, inseguendo dei decreti cosiddetti urgenti che non ci permettono di affrontare e di risolvere in un tempo sufficientemente congruo un singolo tema. Di ogni tema si affrontano solo dei pezzettini. Nelle Commissioni, giustamente, i senatori di maggioranza e di minoranza pongono di volta in volta questioni su singoli temi relativi ai territori e si chiedono perché una specifica questione venga esclusa. Sul tema del sisma, ad esempio, si introduce l'estensione delle misure fiscali del 110 per cento, giustamente, per il sisma del 2009 e del 2016 dell'Italia centrale e a quel punto - altrettanto giustamente - il collega Lotito chiedeva cosa si intendesse fare per quello che è avvenuto in Molise. Negli emendamenti che io ho presentato, ad esempio, si diceva che c'è stato un terremoto nel 2018 nel catanese, anche in quel caso lo stato di emergenza è stato eliminato e quando ne abbiamo chiesto ragione al Governo ci è stato risposto che non c'erano le risorse.

Vorrei capire, a questo punto, come si costruisce la politica economica in questo Paese: si varano dei decreti, ci si buttano dentro delle cose in funzione di ciò che ciascun Ministro vuole proporre in quel momento, non si affrontano i singoli problemi, poi ci si rivolge al MEF per chiedere le risorse e quindi chiaramente, quando si affronta un tema, poi si dice che le risorse sono finite, perché le risorse non sono funzionali a un progetto o a una programmazione, ma sono il vincolo di singole questioni che vengono buttate di volta in volta sul terreno del dibattito parlamentare.

Dobbiamo chiederci, colleghi, se questi decreti-legge rispondano a una emergenza o se piuttosto dopo mille giorni non dobbiamo tutti prendere atto che sono proprio questi decreti-legge a creare l'emergenza, perché tale è quella di un Paese che non è in grado, dopo mille giorni, di risolvere uno solo dei suoi annosi problemi. (Applausi).

Spesso sento chiedere perché, se siamo tanto bravi, noi che siamo stati al Governo, non abbiamo risolto questi problemi prima. Ebbene, chi dice questo - lo dico con rispetto - non ha idea di cosa sia la fragilità di un sistema, di cosa sia la politica economica. La politica economica, purtroppo, in tutti i Paesi, non è un fenomeno lineare, non è che si raggiungono dei livelli e poi ci si costruisce sopra. C'è una fragilità. Questo Paese è uscito dal Covid dovendo ricostruire dopo una grande perdita economica, con un crollo che è stato il più grande, il primo tra i Paesi occidentali. C'è la fragilità di un sistema che affronta un cambio generazionale: centinaia di migliaia di persone che emigrano, di giovani che vanno via da questo Paese, di imprese che muoiono, di riconversione industriale che deve essere fatta. Non è che tutti i problemi si risolvano a una certa data, per cui sostanzialmente basta affrontare di volta in volta singole questioni.

Quello che manca in questo Governo è davvero un concetto di programmazione. Ci chiediamo con una certa ansia, visto che questi mille giorni sono trascorsi così, come saranno i prossimi giorni, quando ci avvicineremo all'appuntamento elettorale. Se non è stata fatta una programmazione in questi mille giorni, cosa accadrà nei prossimi due, soprattutto di fronte alle vere emergenze?

Ogni volta che poniamo la questione dei dazi, ad esempio, vi è una reazione di fastidio. Nel provvedimento c'è un articolo che inizia ad affrontare, come ha detto la relatrice Mennuni, il tema degli incentivi a chi investe in India come quelli che già erano stati dati per l'America Latina. Ma voi pensate che questa sia la risposta che deve essere data a un Paese trainato dalle esportazioni come l'Italia, quando abbiamo dei dazi imposti dagli Stati Uniti che raggiungono, se consideriamo anche la svalutazione del dollaro, il 28 per cento alla dogana? Sopra questi valori, infatti, vanno aggiunti di volta in volta anche tutti gli altri pezzetti che devono andare a finanziare la filiera dei prodotti.

Qual è la risposta che ha dato questo Governo, oltre ad annunci e a commenti timidi che hanno indebolito la nostra capacità di rappresentazione del problema in Europa? Cos'è che si dice quando si fa riferimento semplicemente in modo vago all'interesse nazionale e quando poi invece si inseguono i sovranisti d'oltreoceano, perché sono simili a come vorremmo essere noi?

Ma il punto è che l'interesse nazionale, che spesso la Presidente del Consiglio evoca, si difende anche quando ciò rappresenta un sacrificio alle nostre politiche e per le nostre idee. Quello è il coraggio di perseguire l'interesse nazionale, e non di sottometterlo alla propria agenda politica e alla propria propaganda.

Qui i temi sono tutti sul tappeto. Questo è un decreto-legge che si chiama economia, ma non c'è nessuna iniziativa dal punto di vista della programmazione economica - come è stato detto - non c'è nulla che riguarda l'industria, nulla che riguarda i salari, nulla che riguarda la risposta veramente urgente che deve essere data sui dazi. Abbiamo già i dati dell'Istat, che ci dicono che stiamo decrescendo, rispetto a quanto ci aspettavamo, in quest'ultima parte dell'anno. Abbiamo un problema di programmazione, che è totalmente estraneo e lontano, con il Piano strutturale di bilancio europeo, che pure ci dà un periodo lungo, perché ci dà sette anni di tempo per programmare e per fare aggiustamenti. Questa programmazione non c'è.

In questo Parlamento abbiamo avuto tre decreti-legge nelle ultime settimane: quello fiscale, quello sulle piccole e medie imprese e adesso il decreto economia. In nessuno di questi tre decreti cosiddetti urgenti si affronta l'emergenza dei dazi o si affronta l'emergenza della politica industriale.

Per concludere, Presidente, questo tipo di programmazione frammentata a cosa è funzionale? Non è funzionale allo sviluppo economico e non è funzionale a soddisfare i bisogni delle famiglie, dei lavoratori e delle imprese. Allora a cosa è funzionale una produzione di decreti di urgenza frammentata? A una sola cosa: al conseguimento e al mantenimento di un potere politico, perché, di fronte alla frammentazione, si alimenta la discriminazione, si dice "tu sì e tu no" alle Regioni, ai territori e alle imprese e questo aumenta il potere politico di chi è al Governo.

La presidente Meloni, quando si è insediata, ha concluso citando una frase di Giovanni Paolo II, che diceva che la libertà consiste nel diritto di ciascuno di fare ciò che si deve. E lei commentò dicendo: "io intendo fare…" (Il microfono si disattiva automaticamente).

PRESIDENTE. Concluda.

NICITA (PD-IDP). La Presidente ha detto: "io intendo fare ciò che devo". Ora, ciò che si deve fare in questo Paese non corrisponde a ciò che si vede fare; ciò che si vede non è ciò che si deve. C'è bisogno di una capacità, di un dovere di governare che fino adesso non si è trovato e devo dire che, da questo punto di vista, l'unica cosa che possiamo fare è sperare che, dopo questi mille giorni, ci sia o la capacità di cambiare rotta oppure si decreti la fine di un Governo che non ha adempiuto ai propri doveri. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Magni. Ne ha facoltà.

MAGNI (Misto-AVS). Signora Presidente, onorevoli colleghi, dopo un lungo e frettoloso travaglio, che è terminato stanotte in Commissione, ma che non è ancora terminato, perché la discussione prosegue anche in questo momento, siamo qui a esaminare questo decreto-legge, che negli ultimi giorni avete chiamato decreto economia, ma che è un vero e proprio omnibus, dove c'è di tutto e di più. Ha anche qualche limite costituzionale, tant'è che non si può nascondere che il Quirinale stesso ha posto una serie di problemi su alcuni temi contenuti in questo omnibus. Si va dal finanziamento alle imprese alla proroga del superbonus, dal bonus per le mamme alle infrastrutture, ai trasporti locali, al lavoro interinale.

Fino ad arrivare a interventi sugli enti territoriali, l'ennesimo rinvio della sugar tax, disposizioni riguardanti il turismo, innovazione tecnologica, persino l'abbassamento dell'IVA sui beni di lusso, come l'antiquariato e l'arte. Sostanzialmente, un'accozzaglia di problemi che è difficile mettere insieme.

È per questo che, ad esempio, siamo di fronte ad una situazione in cui è difficile individuare qual è la traiettoria, perché è una frammentazione unica di problemi che rischia, ovviamente, di non vedere o perlomeno di dare risposte al limite a breve, con problemi che rimangono però sul tappeto.

Eppure vengono citati temi importanti, che avrebbero la necessità di essere discussi maggiormente. Alcuni li ho già citati, ma mi riferisco anche ai temi del terzo settore e delle start-up, ai temi legati al superbonus delle aree terremotate, agli interventi sociali. C'è di tutto e di più.

Io ho partecipato a tutta la discussione in Commissione e quindi so di che cosa si sta discutendo. Ovviamente, lo ripeto, l'unica cosa che non c'è è un'idea di prospettiva e in quale contesto vengono indirizzati questi temi. Una cosa, però, è certa in tutte le vostre decisioni: che c'è una tendenza alla centralizzazione di tutte le decisioni. Non a caso si fa una specie di finanziaria per decreto. Questo è il dato. Si approva un decreto, che ha pochi giorni per essere tramutato in legge, e in pratica ci si mette d'accordo in Consiglio dei Ministri per dare delle risposte tra i partiti che rappresentano la maggioranza. Il Parlamento, in qualche modo, è solo chiamato: a rettificare, se va bene; altrimenti a prendere atto di questi atti.

Dico questo perché c'è una tendenza centralizzata, che esclude le autonomie locali. Penso, ad esempio, alla questione del rifinanziamento del post PNRR. Con quale logica si scelgono alcune zone ed enti locali rispetto ad altri? Esiste un quadro complessivo, delineato e chiaro? No, probabilmente, la scelta è in capo a chi ha più pressione politica.

Sappiamo tutti cosa vuol dire questa cosa: avere un rapporto è una cosa importante. Io non sottovaluto mai niente. È importante, per un parlamentare o per la maggioranza, rispondere in qualche modo a maggiori sollecitazioni, ma il problema è che la politica deve guardare l'insieme, senza distinguere tra destra e sinistra di fronte ai problemi concreti degli enti locali.

Poi ci sono, ovviamente, anche forme di grande potere. Penso, ad esempio, al provvedimento di proroga di sette anni per la società Milano-Cortina. Tale misura, contenuta nel decreto sport, discusso in questi giorni alla Camera, è stata spostata e inserita qui. Ma per quale ragione c'era questa urgenza di fare la proroga?

Qual è l'urgenza? Tranquillizzare chi gestisce? Pongo la domanda. Non c'è nessuna urgenza. È uno strapuntino, sostanzialmente, al Ministro delle infrastrutture, che ovviamente ci tiene a queste questioni, così come pensa di risolvere il problema dello sviluppo del nostro Paese facendo il ponte sullo Stretto.

Quanto ad intervenire su una serie di questioni dal punto di vista sociale, anche qui, ad esempio, si è tentato di fare delle cose molto complicate.

Vorrei ricordare a tutti che non ne parlano solo i giornali, ma ne abbiamo parlato anche noi tutta la notte di un emendamento che era stato estrapolato dal decreto Ilva, non c'era nel testo e c'è stata una discussione su questo tema, fuori da qualsiasi contesto. C'è poi il caso del tentativo di approvare un emendamento mai ritirato relativo al prolungamento del lavoro somministrato che da 48 mesi, cioè da quattro anni, rischiava di arrivare a sette anni. Quindi, altro che stabilità del posto di lavoro, formazione e sicurezza, prospettive, salario adeguato e quant'altro. Come tutti voi sapete, infatti, è molto difficile garantire tutte queste cose a chi lavora in regime di somministrazione e quindi in termini precari.

Ora di questo ha fatto parlare il cosiddetto decreto economia, anziché affrontare i temi importanti, ripeto, che esso contiene. La discussione è avvenuta su cose che sostanzialmente non c'entrano. Bisognerebbe chiedersi per quale ragione si è voluto inserire questo dato o addirittura utilizzare il bonus alle mamme e la proroga dell'Ape sociale - una cosa buona - sottraendo però le risorse al Fondo per la povertà. Siamo di fronte a questo tipo di avvenimenti. La redistribuzione non è mai dall'alto verso il basso, ma è sempre molto bassa.

Quindi, quando si parla della questione dal punto di vista sociale, non si parla del fatto che i salari non crescono. Non si affronta il tema dei salari, di cui hanno parlato anche altri, e di come mantenere il loro potere d'acquisto. Questo non c'è: discutiamone.

Oppure, a proposito del rinvio della sugar tax, qual è la ragione per cui continuiamo a guardare indietro? L'ho detto anche in altri interventi su altri decreti-legge: non si può continuare a pensare di fermare l'innovazione, il cambiamento, di guardare sempre indietro, come se, tornando indietro, noi salviamo l'economia, salviamo la nostra industria, le nostre prospettive. Dovremmo avere la capacità di seguire, ovviamente senza smantellare, ma orientando.

Poi c'è un'altra cosa che grida vendetta: l'altro giorno abbiamo discusso del decreto fiscale e voi prevedete un'IVA agevolata sui prodotti di lusso, cioè sui prodotti di antiquariato anziché sui prodotti di prima necessità. Mi permetto di sottolineare questi fatti.

Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, è stato detto che era molto difficile intervenire, perché non c'erano gli spazi e non c'erano le risorse, ma francamente se si trovano un miliardo e 200 milioni per intervenire su alcuni temi, si può allargare, si deve allargare in questa direzione.

Presidenza del vice presidente CASTELLONE (ore 17,38)

(Segue MAGNI). Noi pensiamo che, anziché spalancare le porte alla precarietà e ai bassi salari e peggiorare le condizioni dei lavoratori, mettendone in discussione i diritti, sarebbe opportuno fare un salto di qualità, cercando di fare una discussione, confrontandoci su quale sia la prospettiva per questo Paese, di fronte al fatto che dovremmo affrontare sia la questione dei dazi e sia il fatto che - lo sottolineo e concludo - sono 28 mesi che in questo Paese c'è un calo della produzione industriale. Quindi se vogliamo affrontare il tema della sicurezza sul lavoro, delle condizioni di lavoro, dei salari e quindi del superamento della precarietà, è fondamentale sapere qual è la politica industriale che questo Paese deve fare e voi questo non l'avete ancora delineato in tre anni. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Damante. Ne ha facoltà.

DAMANTE (M5S). Signora Presidente,colleghi, Governo, oggi siamo di nuovo chiamati a trattare un decreto-legge omnibus. La novità adesso è che lo stesso Governo lo chiama "omnibus", il che dimostra una certa onestà intellettuale che riconosciamo. A nostro avviso, però, essendo un decreto omnibus, si presenta quasi come un pasticcio normativo e non è la prima volta. È un pasticcio normativo, ma anche una semplice foglia di fico per nascondere, dietro l'apparenza della prontezza e dell'urgenza amministrativa, la sostanziale incapacità di affrontare realmente le emergenze del Paese.

In questo decreto-legge omnibus si trattano molti temi - così come hanno detto i relatori - che sono cari agli italiani e sono veramente i problemi degli italiani: vedi il payback, vedi l'edilizia carceraria, vedi le questioni legate agli enti locali, al terzo settore, al turismo, all'emergenza idrica. Ma mi chiedo perché la decretazione d'urgenza appaia l'unico strumento possibile di questo Governo per risolvere i problemi. Io mi farei anche un'altra domanda, colleghi: non è forse proprio la mancanza di una programmazione reale che crea questi problemi (Applausi) e quindi ci ritroviamo un'altra volta ad adottare decreti d'urgenza e di emergenza?

Il decreto-legge omnibus non è una risposta: è un elenco di rinvii, di deroghe, di proroghe e di toppe che comunque non riparano un vestito ormai logoro. Per questo non l'abbiamo accettato. Non lo possiamo accettare, non lo possiamo legittimare, e non perché sia tutto sbagliato in effetti - non è questo il punto - ma perché non c'è una visione, non c'è una strategia, non c'è la volontà reale di cambiare le cose.

Oggi, Presidente, in questi pochi minuti che mi sono concessi in discussione generale, vorrei attenzionare soprattutto l'articolo 2, comma 1, che affronta un'emergenza: la siccità. L'emergenza idrica, soprattutto in alcune parti del Paese, è evidente e l'articolo 2 del decreto omnibus destina, al fine di potenziare le infrastrutture idriche, 10 milioni di euro per l'anno 2025 e 11 milioni di euro per l'anno 2026, finalizzati alla realizzazione di impianti di dissalazione, anche mobili, nei Comuni di Porto Empedocle, Trapani e Gela. Siamo consci che l'emergenza idrica in alcune parti del Paese, in particolar modo nella mia terra, la Sicilia, è rilevante e che debbono essere considerate tutte le opzioni per fronteggiarla, compresa la realizzazione di impianti di dissalazione, tra l'altro inseriti all'interno della pianificazione prevista dalle direttive comunitarie del 2000.

Attenzione, però: la direttiva parla di misure ulteriori. Vorrei sottolineare questo concetto: le misure ulteriori sono finalizzate a soddisfare i fabbisogni idrici dell'uomo in uno scenario climatico volto al cambiamento. Quindi, sono misure - lo sottolineo - «ulteriori»: ulteriori a che cosa? Non so se conoscete la storia e ciò che accade in Sicilia da parecchi anni. Bisogna intervenire con i dissalatori, ma i dissalatori c'erano anche prima in Sicilia. Io sono di Gela e il dissalatore che oggi viene ulteriormente finanziato con i fondi del Governo già esisteva: è stato chiuso tra il 2012 e il 2015. Sapete perché? Era energivoro, perché era insostenibile economicamente e soprattutto dal punto di vista ambientale. Oggi ci ritroviamo in emergenza e, quindi, rifinanziamo questi dissalatori. Ma, attenzione: non vorrei che finanziare questi dissalatori fosse un alibi per chi governa in questo momento la Sicilia, per il viceré Schifani, che ha così tanti poteri commissariali, dati da questo Governo, che è diventato non un governatore, ma un viceré, non interviene magari sulle reti idriche, sugli impianti di depurazione, sugli impianti fognari e su tutto ciò che succede in Sicilia perché manca l'acqua per via del cambiamento climatico: non interviene nelle dighe e negli invasi.

Non vorrei che questo fosse un alibi, perché non sarebbe sostenibile nel tempo. La dissalazione, infatti, richiede energia termica o meccanica per ottenere la separazione di acqua dolce dalla soluzione salina di alimentazione, ed è pertanto intrinsecamente energivora. Chi pagherà la bolletta? Questa è la domanda che faccio. Il viceré in Sicilia?

È poi inutile che lo stesso governatore Schifani vada a inaugurare i dissalatori, tra l'altro copiando un altro presidente della Regione, un tale Cuffaro, che venne a Gela negli anni passati a fingere di bere l'acqua dissalata. "Buonissima", disse, salvo poi inventarsi - mi dispiace utilizzare questo termine - la famosa supercazzola: "potabile, ma non bevibile". (Commenti). Nemmeno l'originalità…

PRESIDENTE. Senatrice, la invito ad usare sempre un linguaggio consono.

DAMANTE (M5S). Per dire "potabile non bevibile" diciamo che ci vuole un po' di coraggio, giusto?

Allora dico che è la questione è molto seria. Sì, interveniamo per l'emergenza, ma l'emergenza non può essere un alibi.

Dicono che il clima sta cambiando. E, se ciò è vero, non sarebbe opportuno presentare un piano organico per la manutenzione e il completamento delle dighe? Se ciò non viene fatto, significa che non c'è alcun cambiamento climatico; oppure, se c'è, significa che, come tutto il resto, si vuole sfruttarlo per gestire una perenne emergenza, così come accade con gli incendi estivi che stiamo vedendo in questi giorni in Sicilia, con lo smaltimento rifiuti, con il dissesto delle strade e con tante, troppe situazioni emergenziali in Sicilia. Lo sappiamo, l'ha detto poco fa il collega del PD: dove c'è emergenza e necessità prolifera e aumenta la politica con la "p" minuscola, e la Sicilia ne è piena.

Informo infine, il viceré Schifani, e anche il Governo che gli dà tutti questi poteri, che quest'inverno in Sicilia ha piovuto a sufficienza per riempire gli invasi e addirittura ricostituire il lago di Pergusa. Allora - e lo ripeto - se non si interviene in reti idriche, sugli invasi, sui depuratori, sul recupero delle acque reflue, efficienza e innovazione, significa parlare sì di siccità in Sicilia, ma soprattutto offendere l'intelligenza dei siciliani. Basterebbe una politica seria, non coloniale. Basterebbe avere un Presidente di Regione, non un viceré. Basterebbe programmare gli interventi seri sulla rete idrica che perde la metà dell'acqua e non avremmo bisogno dei dissalatori. Quando arriveranno le bollette sarà un problema per tutti: per i Comuni, per i cittadini siciliani, ma per l'Italia intera, perché il Governo dovrà intervenire. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dreosto. Ne ha facoltà.

DREOSTO (LSP-PSd'Az). Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, parlare oggi in quest'Aula dopo una lunga, intensa, vissuta seduta notturna della Commissione bilancio significa farlo certamente con un po' di stanchezza, ma anche con grande soddisfazione. Vedete, quando si lavora in maniera così importante per ottenere risultati concreti per i cittadini e per i territori, tutto evidentemente ha un senso. Ringrazio innanzitutto i colleghi senatori. Ringrazio i relatori per il loro impegno, in particolare la collega Testor e il mio collega, senatore Claudio Borghi. Ringrazio per il lavoro condiviso, per l'impegno, per la lucidità anche in momenti tardi e forse quando ce n'era davvero bisogno, il sottosegretario Freni. È anche grazie a lui che abbiamo portato a casa dei risultati importanti che oggi possiamo raccontare con orgoglio.

Si tratta di un decreto-legge che dà risposte concrete a famiglie, imprese, giovani, territori, che sono strategici evidentemente per la tenuta e la crescita del nostro Paese. Voglio in primis sottolineare che, grazie all'approvazione all'unanimità di un emendamento fortemente voluto dal sottoscritto, dalla Lega, ma poi votato da tutti i colleghi e inserito in questo decreto-legge, è stato finalmente chiarito un punto fondamentale per migliaia di donne e uomini impegnati ogni giorno nella Protezione civile e nella Croce Rossa. I volontari e i coordinatori comunali delle attività di volontariato non potranno più essere equiparati ai datori di lavoro o ai dirigenti per le responsabilità previste dal decreto-legge n. 81 del 2008. È una semplice precisazione, però è estremamente importante; una normativa attesa, giusta, doverosa, che non poteva più aspettare e che la politica non poteva più ritardare di dare.

Come sanno i colleghi, non è stata una battaglia semplice, non sono mai mancati gli ostacoli, forse neppure qualche malumore; noi, però, non guardiamo ai protagonismi, ma ai risultati e il risultato odierno va a tutelare ogni giorno chi mette al servizio della collettività il proprio operoso volontariato, in silenzio, senza clamore, spesso senza chiedere in cambio nulla. Questo emendamento è davvero per loro, per tutti i coordinatori e per tutti i volontari. Io stesso da volontario, prima ancora che legislatore, sono stato sensibilizzato dal movimento della protezione civile del Friuli-Venezia Giulia, terra che, dopo il terremoto del 1976 e per la felice intuizione di colui che non mancheremo mai di ricordare, l'allora ministro Zamberletti, ha visto nascere proprio in Friuli-Venezia Giulia la Protezione civile, che, come dicevo, fin da subito ha posto con grande forza questa esigenza. È grazie a loro e alla determinazione che abbiamo posto come Lega che questa battaglia è arrivata finalmente a destinazione. Certamente il percorso non è terminato; è un percorso che, siamo certi, vedrà presto il Governo impegnato in una riforma più complessiva e che effettivamente sia esaustiva per questi volontari.

Ritengo però che oggi dovevamo assolutamente dare una risposta concreta e forte. Permettetemi allora di ringraziare, per il costante scambio di informazioni, l'assessore regionale alla Protezione civile del Friuli-Venezia Giulia, Riccardo Riccardi, il governatore Massimiliano Fedriga e non da ultima, la mia corregionale sottosegretaria Sandra Savino, che ha partecipato, tra l'altro, assieme al sottosegretario Freni, a tutti i lavori della Commissione e che ha permesso, tra l'altro, attraverso il suo impegno, di far approvare all'unanimità questo emendamento.

Fra tanti, desidero poi evidenziare un altro risultato importante. In questo decreto-legge siamo riusciti anche a ripristinare fondi importanti a sostegno delle emittenti radiotelevisive locali; una misura per noi fondamentale e troppo spesso trascurata, che invece rappresenta un presidio irrinunciabile di democrazia, pluralismo e anche identità territoriale. Le emittenti locali non sono solo semplici strumenti di informazione; sono voce del territorio, racconto della comunità, memoria collettiva e anche antenna di quelle che possono essere le esigenze locali. Difenderle significa difendere il radicamento, la trasparenza e la partecipazione democratica nei luoghi reali della vita delle persone.

Un altro emendamento certamente importante, anche questo portato all'attenzione di tutta la Commissione, è quello che incrementa le risorse per il fondo riservato ai giovani che desiderano e pensano alla prima casa. Anche in questo caso si tratta di una risposta concreta a sostegno delle nuove generazioni, in particolare proprio a quelle che credono ancora - fortunatamente - nel nostro Paese.

Non voglio dilungarmi moltissimo perché ritengo che i relatori abbiano presentato in maniera assolutamente esaustiva, anche dal punto di vista tecnico-economico, con i numeri, il contenuto del decreto-legge in esame. Concludo quindi dicendo che con questo provvedimento non abbiamo solo parlato di numeri, di conti o di equilibri finanziari; abbiamo dato risposte concrete a chi serve lo Stato con spirito civico, a chi ogni giorno ci racconta il Paese, l'Italia vera, quella che lavora, quella che partecipa, quella che si impegna. Continuiamo su questa strada con serietà, con ascolto e soprattutto con la forza che la Lega mette al servizio del Paese. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Lorenzin. Ne ha facoltà.

LORENZIN (PD-IDP). Signora Presidente, onorevoli senatori, siamo qui a discutere di questo decreto-legge omnibus, così com'è stato denominato dallo stesso Governo, l'ennesimo in questa legislatura e in questo anno.

Io vengo da una stagione in cui i provvedimenti omnibus si contavano con le dita. Di solito se ne faceva uno a gennaio ed era un decreto-legge in cui si recuperavano le cose lasciate in sospeso nell'arco nell'anno e già quello era soggetto a un vaglio stringente dal Quirinale e visto come una lesione dell'azione parlamentare, tant'è vero che ogni anno, nell'intervento sul provvedimento omnibus a gennaio, tutti i Gruppi parlamentari stigmatizzavano quella che era ormai diventata una prassi.

Ora, di provvedimenti omnibus ne abbiamo a bizzeffe, tant'è vero che abbiamo più decreti-legge omnibus che proposte di riforme. Se dovessimo fare un conto dei decreti omnibus di questa legislatura, vedremmo che sono molti di più delle due o tre riforme che ci sono state proposte. E questo vuol dire che questa che doveva essere la grande legislatura politica del Governo Meloni, che ci presentava una visione dell'Italia, un progetto per il Paese, in una fase, tra l'altro, difficile, come è stato detto, dopo il Covid, in una situazione geopolitica di trasformazione importante, in realtà è una legislatura che a oggi si sta caratterizzando per una serie di provvedimenti patchwork, con dei piccoli aggiustamenti, spesso con delle misure abbastanza discutibili che non risolvono situazioni complesse, ma finiscono per aggravarle, oppure che si è costretti a ritirare in corso d'opera. Ciò è così vero che in questo decreto omnibus abbiamo avuto il "taglio al taglio", cioè i tagli dei tagli previsti dalla legge di bilancio, perché poi si sono resi conto che alcune misure che erano state prese durante la manovra di bilancio in realtà non andavano bene.

Signor Presidente, c'è un elefante enorme proprio al centro di quest'Aula, che si chiama "dazi". Stiamo facendo un dibattito abbastanza surreale rispetto ad alcune misure molto particolari che sono all'interno di questo provvedimento. Il Parlamento è impegnato ormai da più di un mese su decreti e "decretini", mentre sopra le nostre teste di decide il destino della politica industriale del nostro Paese e dell'Europa, della politica economica, della tenuta sociale del nostro Paese.

Quello che noi abbiamo chiesto ripetutamente al presidente Meloni, ma anche al ministro Urso e al ministro Giorgetti era di avviare un percorso completamente diverso in Parlamento. Abbiamo già avuto stagioni difficili in questo Paese, purtroppo anche negli ultimi anni. In queste stagioni difficili, solitamente, c'era un richiamo al Parlamento e al Paese per affrontare i nodi che ci venivano sottoposti. Dall'elezione del presidente Trump ormai sono passati parecchi mesi e si è capito che la dimensione geopolitica era cambiata, che l'Europa era sollecitata ad affrontare una serie di sfide completamente diverse rispetto a quelle del nostro passato, fino al punto che noi abbiamo avuto un completo cambiamento dell'asset e della concezione dello stesso Occidente. In questo contesto, sul futuro dell'Occidente, dell'Europa e dell'Italia, non è che i dazi ci colgano di sorpresa: sono stati annunciati a gennaio, dopodiché pensavamo che avremmo avuto dazi uguali alla Gran Bretagna o alla Turchia, invece abbiamo avuto dazi maggiori e oggi c'è chi plaude al 15 per cento, ma tutti sapevamo che il 30 per cento era una cosa impossibile. Sembra di stare in un suq, dove uno dice un prezzo e dopo la trattativa si arriva alla metà. In questo suq, che però non è un mercatino delle cose, ma è il mercato del nostro destino, si stanno consumando le vite di intere filiere di imprese, di cittadini e di lavoratori. (Applausi).

In quest'ottica, signor Presidente, ci aspettavamo che ci fosse un piano B per l'Italia, che ricordo essere il secondo Paese manifatturiero europeo. Un piano B che permettesse di affrontare immediatamente in corso d'opera le crisi che oggi si apriranno da qui ai prossimi mesi sui settori industriali, sulla filiera agricola, su tutto quello che è il made in Italy, cui è stato dedicato addirittura un Ministero. Ci aspettavamo che anche in questo decreto-legge ci fosse una strategia economica e finanziaria su alcune questioni importantissime, ma non solo non abbiamo avuto nulla, non c'è un piano B per il Paese, ma ancora oggi viviamo nel silenzio mentre le economie dei Paesi vicini nostri competitor sono mesi che stanno dibattendo con i loro Ministri dello sviluppo economico e dell'economia su come affrontare questa fase.

Non solo, ma nel frattempo non abbiamo solo i dazi al 15 per cento; abbiamo una svalutazione del dollaro, le nostre banche stanno comprando tanto più debito americano rispetto agli scorsi mesi; in più abbiamo un vincolo di 700 miliardi, che abbiamo accettato sulle forniture di armi, e di altri 600 sull'energetico. Mi chiedo come faremo ad affrontare la nostra legge di bilancio rispetto a degli spazi di manovra che oggi non ci sono e che non vediamo.

Nel frattempo noi volevamo risolvere delle crisi. Da questo punto di vista ringrazio il sottosegretario Freni, con cui abbiamo fatto un lavoro anche come opposizione (penso al payback). Le crisi che noi volevamo e potevamo risolvere in questi mesi, quantomeno con una pianificazione e con un cambio di rotta nella prospettiva e nei modelli di governance di alcuni settori (quelli che dipendono dal regolatorio), non le abbiamo affrontate. Abbiamo deciso di rimanere in una comoda comfort zone, con cui abbiamo governato la gestione del bilancio e delle politiche economiche, finanziarie e industriali negli ultimi dieci, quindici o vent'anni.

Non usciamo da questo schema di gioco e abbiamo visto cosa ciò significhi nel payback per i dispositivi medici e nel payback per i farmaci, due misure di contenimento della spesa piuttosto ardite, che hanno come risultato da un lato quello di tenere sotto controllo la spesa, ma dall'altro - ricordiamocelo - quello di indebolire ancora di più la competitività di un nostro settore trainante su innovazione e tecnologia (farmaci e dispositivi), dove siamo stati la prima e la seconda potenza europea, rispetto a un cambio di assetto geopolitico che ci chiede necessariamente di cambiare le regole in gioco.

Abbiamo accolto con soddisfazione il fatto che siano stati approvati molti nostri emendamenti. Penso a tutti gli aspetti riguardanti il blocco delle esecuzioni da parte delle Regioni o il fatto di creare dei fondi di garanzia per le aziende che sono tenute a pagare e a tanti altri aspetti (la tempistica) che sono stati recepiti. Rimane però un problema enorme. In primo luogo non abbiamo affrontato strutturalmente il tema del payback dei dispositivi, che per i prossimi anni rimane qua bello presente nella contabilità delle aziende. In seconda battuta, non accettando la nostra proposta della franchigia, non siamo riusciti a tutelare quelle piccole e medie imprese che sono il tessuto portante della filiera dei dispositivi medici, una delle filiere più forti e più innovative nel nostro territorio nazionale. Rischiamo un depauperamento del settore e il fallimento di intere filiere di piccole imprese, che non possono essere salvate dal meccanismo previsto dal Fondo di garanzia, perché, per poter accedere a quel Fondo di garanzia (sono nostri emendamenti, quindi figurati se li critichiamo, però sono un secondo step), devi avere una copertura di liquidità che ti permette di rimanere sul mercato. Questi sono degli esempi.

Noi chiediamo che nella legge di bilancio - lo dico al sottosegretario Freni e ne abbiamo già parlato in Commissione - si riesca, almeno su alcuni nodi strutturali del nostro sistema, che possono essere risolti con il regolatorio insieme alle filiere, a trovare un nuovo meccanismo. Lo so che è difficile; questi strumenti si stanno perpetrando negli anni, perché sono facili da gestire nella loro rozzezza. Ma non abbiamo più bisogno di questi strumenti rozzi; abbiamo bisogno di nuovi modelli, che ci permettano di vincere una sfida nel medio e lungo termine che già avevamo in capo, quella della competitività del nostro sistema industriale, in un contesto di cambiamento della dimensione economica e finanziaria delle regole di mercato, che oggi, alla luce dei dazi, non è più urgente, ma è qualcosa di superato dalla realtà.

Allora, Presidente, mi avvio a concludere dicendo che, come abbiamo sottolineato, le critiche nel complesso al decreto-legge sono già state fatte dai miei colleghi.

Almeno su questo settore, sugli enti locali, su due dei grandi temi che abbiamo portato in discussione, noi abbiamo bisogno di avere una visione di sistema Paese che questo Governo non sta offrendo.

Noi abbiamo una dimostrazione plastica, quotidiana, di una narrativa, nel Paese e in quest'Aula, tutta improntata all'ideologia. Una narrazione trionfalistica, quando di trionfale, in questo momento, non c'è nulla. (Applausi). C'è, invece, molto di cui preoccuparsi e molto su cui condividere e coinvolgere il Paese a tutti i livelli, su scelte strategiche che dobbiamo fare adesso, perché il nostro tempo per poter cambiare e incidere su questioni importanti sta scadendo. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Borghi Enrico. Ne ha facoltà.

BORGHI Enrico (IV-C-RE). Signor Presidente, è piuttosto complicato riuscire a assicurare lo svolgimento delle attività di Commissione con gli interventi di Aula, ma questo è un tema che, naturalmente, rimando all'organizzazione dei nostri lavori e forse anche a qualche riflessione circa l'esigenza che vi dovrebbe essere una compatibilità fra lo svolgimento di alcune attività delle Commissioni bicamerali di controllo e i lavori dell'Aula.

Al netto di questa riflessione e ringraziando la Presidenza della cortesia che ha voluto usare nell'organizzazione del calendario di questi lavori, chiunque al di fuori di quest'Aula che dovesse imbattersi nell'oggetto di cui noi stiamo discutendo, immaginerebbe che noi stiamo discutendo della vicenda più clamorosa, più significativa, più rilevante degli ultimi decenni.

Chiunque immaginerebbe che noi stiamo impegnando il nostro tempo, le nostre risorse, le nostre intelligenze ad affrontare una vicenda che, molto probabilmente, segnerà nel profondo, non solo l'economia, il lavoro, la produzione dell'Occidente, ma addirittura l'impianto all'interno del quale il sistema delle relazioni fra le due sponde dell'Atlantico sta vivendo.

La doccia scozzese alla quale abbiamo dovuto assistere domenica scorsa, durante l'incontro nel resort, fra il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, e la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dovrebbe imporci (uso il condizionale) una capacità reattiva di risposta che dovrebbe discendere da un'analisi.

Quindi, leggendo il testo di questo disegno di legge di conversione di un decreto-legge, laddove si parla di disposizioni urgenti per il finanziamento di attività economiche di imprese, nonché di interventi di carattere sociale in materia di infrastrutture, immediatamente saremmo portati o sarebbero portati, coloro i quali ci osservano da fuori, ad arrivare alla conclusione che qui stiamo cercando di elaborare una risposta rispetto al problema più grave, più consistente, più preoccupante, che i nostri cittadini, le nostre imprese, i nostri lavoratori, la nostra economia sta vivendo, cioè l'introduzione dell'impatto dei dazi nell'economia reale.

Invece no: siamo costretti a dovere ratificare un malvezzo tipico della nostra vita politica. Lo dico perché non voglio e non intendo gettare la croce, da questo punto di vista, sul Governo, tenuto conto del fatto che il Governo non fa altro che reiterare, una volta di più, un meccanismo che non funziona e che pure dovrebbe indurre a qualche riflessione soprattutto coloro i quali si erano presentati qua dentro immaginando che avrebbero rivoluzionato le procedure, le modalità, i contenuti con i quali abbiamo prodotto la legislazione nel nostro Paese.

Ecco, la rivoluzione, come la montagna, ha partorito un topolino, perché ci ritroviamo una volta di più a fare i conti con l'ennesimo cosiddetto omnibus, nel quale, al di sotto della sigla così altisonante, retorica e anche generica, di disposizioni urgenti per il finanziamento di attività economiche e imprese, ci troviamo ad avere il consueto hellzapoppin nel quale ciascuno ha provato a fare qualche attività che, dal punto di vista della produzione legislativa, non è null'altro che la sovrapposizione dello svuotamento dei cassetti dei singoli Ministeri, cioè quando arriviamo a questo periodo dell'anno, ogni Ministero apre il cassetto, si guarda attorno, siccome sappiamo che ci sarà la legge di bilancio alla ripresa, che costituisce l'ultimo treno per Yuma. Questo è il penultimo treno per Yuma, cioè quello nel quale comunque tentare di mettere tutte quelle modalità che per inerzia, per incapacità, per confusione, per ritardi, per lentezze, per burocrazie o per scontri politici non sono stati portati all'interno di un quadro organico.

In questo, siccome ho detto che voglio cercare di essere onesto intellettualmente, voglio riconoscere al sottosegretario Freni, insieme con i relatori, uno sforzo di ascolto, nel limite del possibile, delle istanze che sono arrivate dalla opposizione che, come lei sa, avrebbe potuto anche svolgere un'attività ostruzionistica al punto tale da far decadere questo provvedimento con delle ripercussioni anche sull'economia reale e sulle attività del nostro Paese, quindi in questo senso vogliamo dare atto della capacità di ascolto che si è estrinsecata anche in un accoglimento dei contributi che l'opposizione ha saputo e potuto dare su alcuni elementi puntuali.

Tutto questo, naturalmente, non sposta i termini della questione rispetto a quello che cercavo di dire in precedenza. Pochi minuti fa, alla Camera, il ministro Giorgetti… Ci tengo all'interlocuzione con il Sottosegretario, anche perché avevo appena finito di ringraziarlo.

PRESIDENTE. Ha ragione, senatore, ma evidentemente gli Uffici avevano bisogno di interloquire col Sottosegretario.

BORGHI Enrico (IV-C-RE). Ci tengo anche perché volevo dirgli se può espandere almeno questa capacità di dialogo e di ascolto anche ad altri suoi colleghi. Poi in separata sede gli farò un elenco dettagliato, puntuale e preciso dei livelli di ostracismo cui altri componenti dell'Esecutivo ci hanno costretto nel corso di questi ultimi tre anni.

Come dicevo, pochi minuti fa all'interno della Camera, il ministro Giorgetti ha parlato di una previsione dell'impatto dei dazi sull'economia reale, parlando per il 2026 di una stima di impatto dello 0,5 per cento sul PIL. Il Governo è addirittura più pessimista rispetto allo Svimez, che ieri ci aveva detto che immaginava una proiezione di un impatto dello 0,3 per cento sul PIL che, se vogliamo parlare di cose concrete, significa che stiamo parlando di una riduzione delle nostre esportazioni, di qualcosa che balla fra gli 8 e i 7 miliardi e mezzo qualora si configuri l'inserimento o meno del comparto farmaceutico all'interno della casistica contemplata nella amabile discussione del resort scozzese.

Se vogliamo ancora di più parlare di carne viva dei cittadini, la Svimez ieri ci ha detto che l'impatto dei dazi è stimabile, sempre in rapporto a quello che stavo dicendo, fra gli 89.000 e le 103.000 unità di lavoro in meno. Allora è evidente che, rispetto a questa che è la realtà viva, concreta e quotidiana, noi non possiamo rispondere con un omnibus che si limita a fare le pezze a colori nella dimensione dello svuota-cassetti a cui facevo riferimento in precedenza, anche perché noi abbiamo bisogno - lo dico al Governo - di elaborare, nel più breve tempo possibile e nella modalità più rapida e più concreta, una capacità di intervento nei confronti dell'economia reale delle imprese del nostro territorio, perché l'intesa politica, ancorché paradossale, che è stata raggiunta con gli Stati Uniti d'America, da un lato, che danno una versione e con l'Unione europea dall'altro che ne dà un'altra ha un punto certo.

E cioè che è in atto il più grande trasferimento di risparmio dall'Unione europea agli Stati Uniti d'America e non si sposta solo il risparmio, perché spostandosi il risparmio, si spostano le leve economico-finanziarie sulla base delle quali si impernia lo sviluppo dell'intera Unione europea.

Su questo aspetto, quindi, serve a poco presentarci un decreto che, in qualche misura, è il decreto delle retromarce: lo abbiamo visto sulla vicenda delle Province, in cui il Ministro Salvini è stato costretto a tornare indietro rispetto al taglio che aveva annunciato sulla viabilità provinciale e la viabilità minore e quindi ha dovuto utilizzare, a proposito dello svuota-cassetti, questo strumento per tornare indietro rispetto ad uno scivolone che aveva compiuto. Così come abbiamo dovuto fare una battaglia per eliminare da questa operazione la tentazione di estendere da due a quattro anni il periodo del lavoro a somministrazione. (Applausi). Non si modifica l'impianto che regola il nostro meccanismo di lavoro con un decreto fatto alla fine di luglio.

Francamente devo dire, cari colleghi, che non si sentiva un grandissimo bisogno di introdurre la Fondazione dell'intelligenza artificiale per l'industria. Forse servirebbe qualcos'altro nel nostro Paese; servirebbero una strategia, un'idea, un progetto che noi non abbiamo ravvisato all'interno di questa modalità che oggi viene portata all'attenzione del Parlamento, in una condizione nella quale - mi avvio alla conclusione, signora Presidente - noi sappiamo che l'impatto sarà pesantissimo, figlio del protezionismo, della logica della sovranità, della chiusura dei mercati. Questo impatto vede già oggi una maggioranza sfilacciata e contraddittoria, tra Vannacci che loda Trump e Lollobrigida che ci viene a spiegare che l'impatto potrebbe non essere così drammatico. Lo invitiamo a farsi un giro, scelga lui dove andare tra le Langhe, le colline del Prosecco, la valle del Chianti o la Piana Rotaliana. Scelga lui, vada a parlare con i produttori del vino o dell'agricoltura del nostro Paese, con Pichetto Fratin che è nostalgico di Kamala Harris (avvisatelo che nel frattempo le cose sono cambiate) e con la Presidente del Consiglio, unico leader europeo, che ha pensato bene di definire quello che è accaduto in Scozia un accordo positivo e sostenibile.

Se si ritiene che quello che sta accadendo nel mondo sia qualcosa di positivo e sostenibile per la nostra economia, allora si capisce perché si pensa di intervenire con un omnibus e non con una reale capacità di intervento. Lo si fa perché non si hanno idee e si finisce per credere alla propaganda che si racconta. (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Barcaiuolo. Ne ha facoltà.

BARCAIUOLO (FdI). Signora Presidente, non so se questo è un decreto - sì, probabilmente lo è - omnibus o se era omnibus il dibattito, visto che molti degli interventi che mi hanno preceduto hanno sicuramente travalicato i temi del decreto (Applausi).

Io farò un intervento invece monotematico sull'articolo 7, che è quello che racchiude i provvedimenti che riguardano il payback sui dispositivi medici, perché credo che questo sia un argomento molto impattante, su cui questa maggioranza, questo Governo e Fratelli d'Italia in modo particolare hanno lavorato dall'inizio della legislatura. Non è infatti il primo provvedimento in materia: ci son stati altri provvedimenti prima che rinviavano l'attuazione nel 2023, uno stanziamento di un miliardo di euro sempre nel 2023 e oggi un altro stanziamento di circa 500 milioni tra Governo e una piccola quota lasciata alle Regioni, rispetto a una norma che è fondamentalmente ingiusta, iniqua e con palesi profili di incostituzionalità, come ha sancito la stessa Corte costituzionale (Applausi).

È un po' bizzarro, però, pensando all'origine di questa norma, che chi l'ha introdotta, ovvero il Partito Democratico a guida di Matteo Renzi, ieri ci ha fatto invece una lezione sul libero mercato, sulla globalizzazione, sulla libertà delle imprese, quando ha pensato, concepito ed emanato la norma più sovietica e statalista della storia repubblicana nei confronti dell'iniziativa privata (Applausi).

Cos'è infatti la norma sul payback? Altro non è che una tassa per controllare l'eventuale sforamento della spesa sanitaria, rispetto alla quale colui che la deve pagare conoscerà anni dopo l'entità, la quantità e se dovrà pagarla.

Questo evidentemente va a distruggere ogni tipo di pianificazione industriale e a minare ogni tipo di stabilità all'interno di quelle aziende, creando un'incertezza che - ripeto - la stessa Corte costituzionale, dopo una serie di ricorsi dinanzi al TAR Lazio, che ha adito appunto la Corte, ha sancito la legittimità esclusivamente nella fase di una eventuale temporaneità della norma.

Oggi, con questo decreto noi facciamo un ulteriore, ma forse non definitivo, passo nei confronti della risoluzione di questo problema. Fratelli d'Italia, con orgoglio, è stato l'unico partito a non votare né in origine né nella sua attuazione, che si è concretizzata esclusivamente con il Governo a guida 5 Stelle nella scorsa legislatura, questa norma assolutamente iniqua.

Oggi noi abbiamo in quel comparto circa 4.650 imprese, che muovono circa 19 miliardi di euro all'anno di mercato e che hanno 130.000 dipendenti. È chiaro che noi andiamo a intervenire per tutelare quel mercato e quei dipendenti che rischiavano di perdere il posto di lavoro (Applausi), come risultato di una norma che era difficilmente sostenibile per l'impresa. Questo, tra l'altro, è uno dei comparti d'eccellenza italiani; infatti, come volume d'affari si pone al terzo posto in Europa e come numero di dipendenti al secondo posto in Europa.

Qual è la prospettiva? Oggi noi analizziamo il triennio dal 2025 al 2028, con il Governo che di fatto stanzia uno sconto sul dovuto complessivo del 75 per cento. Grazie al lavoro dei tanti colleghi in Commissione e ovviamente alla disponibilità del Governo si è riusciti a migliorare, con l'inserimento del Fondo di garanzia e di altre norme che possono tentare di aiutare da qui al 31 dicembre, anche la non possibilità per le Regioni, che sono il soggetto diretto creditore nei confronti delle aziende, di poter compiere atti esecutivi. Dopo ci sarà un triennio successivo, e mi auguro che già dopo l'estate si possa iniziare un nuovo tavolo per andare a studiare il superamento di questa norma. Abbiamo infatti due bussole che non dobbiamo abbandonare: da un lato, la sentenza della Corte costituzionale che parla di liceità della norma solo ed esclusivamente in quanto a titolo temporaneo; dall'altro, la risposta alle aziende, che devono avere il principio dell'affidamento e la capacità di poter fare una loro pianificazione industriale, proprio per mantenere quel livello di ricchezza e quel livello occupazionale che fa di quel settore un'eccellenza italiana. (Applausi).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

Sospendo la seduta, che riprenderà al termine della Conferenza dei Capigruppo.

(La seduta, sospesa alle ore 18,22, è ripresa alle ore 18,30).