Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 335 del 30/07/2025
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DELRIO, MANCA, PARRINI, FRANCESCHELLI, RANDO, ZAMBITO, ROSSOMANDO, CAMUSSO, VERINI, ROJC, GIACOBBE, BASSO, TAJANI, MALPEZZI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e per gli affari europei, il PNRR e le politiche di coesione. - Premesso che:
il mercato unico europeo, nato per rafforzare l'integrazione europea, eliminare le barriere commerciali, garantire una concorrenza leale e promuovere la cooperazione e la solidarietà tra gli Stati membri, ha consentito nel corso degli anni ai Paesi aderenti prima alla Comunità europea e poi all'Unione europea di accelerare il processo di espansione delle proprie economie oltre i ristretti confini nazionali e di posizionarsi al centro dell'economia mondiale per livelli di produzione, volume di scambi commerciali internazionali e capacità di innovazione. Nel corso degli ultimi due decenni, tuttavia, la spinta alla crescita ha subito un deciso rallentamento, in gran parte determinato dalla caduta della produttività europea;
nel corso degli ultimi mesi si è aggiunto un ulteriore fattore, che rischia di produrre un ulteriore rallentamento della crescita economica europea: le politiche commerciali della nuova amministrazione Trump e la paventata introduzione di dazi su un ampio ventaglio di merci europee destinate all'esportazione negli USA, di cui non si conosce ancora l'entità. La settimana scorsa il presidente gli Stati Uniti Donald Trump ha spedito una lettera alla Commissione europea indicando e minacciando di alzare i dazi all'Unione europea fino al 30 per cento. Le decisioni del presidente gli Stati Uniti non possono essere declassate a semplice tattica negoziale ma devono essere prese per quello che sono in realtà: un cambiamento sostanziale dell'ordine globale e delle regole multilaterali del commercio. Questa strategia sta creando molta incertezza nelle imprese direttamente e indirettamente interessate, costrette a riprogrammare produzioni, scorte, investimenti e quindi assunzioni. Ciò rischia di divenire un costo non aggirabile ed un rischio serio per l'economia europea, anche ammesso che si arrivi a una soluzione negoziale accettabile, tenuto conto della circostanza, rilevata anche da ultimo dall'ISPI, che già oggi la somma di dazi medi (10 per cento) e deprezzamento del dollaro comporta un dazio sostanziale del 18 per cento;
a fronte di questo scenario, l'Unione europea, per mantenere intatti i punti di forza del proprio modello socio-economico che ha finora permesso di coniugare alti livelli di integrazione economica e sviluppo umano con bassi livelli di disuguaglianza, è chiamata a trovare nuovi percorsi di crescita economica e di spinta verso una maggiore produttività. La crescita è una sfida esistenziale per la UE, senza la quale rischia di diventare inesorabilmente meno prospera, meno uguale, meno sicura e, di conseguenza, meno libera di scegliere il proprio destino. L'Europa sta tentando di coordinarsi per rispondere con una voce sola alle nuove sfide che emergono dallo scenario internazionale e per reagire in maniera adeguata ed unitaria. Il rapporto Draghi, presentato al Parlamento europeo il 17 settembre 2024 a valle di un incarico conferitogli dalla Commissione europea l'anno precedente, delinea gli orientamenti in risposta alle cause che hanno determinato la perdita di competitività nel corso degli ultimi 20 anni. "Il futuro della competitività europea" identifica tre aree principali di intervento per la UE al fine di rilanciare la crescita e gestire le grandi trasformazioni in atto: digitalizzazione, decarbonizzazione e cambiamenti geopolitici. Il fabbisogno finanziario necessario per raggiungere gli obiettivi è stimato nel rapporto in almeno 750-800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi annui, pari al 4,4-4,7 per cento del PIL della UE nel 2023. La quota di investimenti UE dovrebbe passare dall'attuale 22 per cento circa del PIL a circa il 27 per cento, invertendo un declino pluridecennale nella maggior parte delle grandi economie dell'Unione;
sul fronte delle nuove politiche commerciali dell'amministrazione Trump, a prescindere dalle eventuali contromisure che saranno adottate, occorre prodigarsi per implementare con maggiore fermezza e rapidità una strategia di lungo periodo che rafforzando l'Unione europea ne garantisca la crescita ed il futuro. Si tratta di un'esigenza imprescindibile avvertita dalla Commissione stessa, che ha avvertito che con le tariffe imposte dagli USA "siamo a un punto di rottura" nelle relazioni internazionali e che di fronte a queste sfide "stare fermi non è più un'opzione" per l'Europa che deve smettere di contare su Washington, o finirà trascinata nel declino altrui;
oltre alle sfide per il rilancio della competitività e all'opportuna e urgente risposta sul fronte esterno dei dazi, l'Europa dovrà concentrarsi anche sulle riforme interne necessarie a facilitare il percorso di rafforzamento della sua economia, del mercato unico e della sua coesione sociale. L'Europa deve imparare a camminare con le proprie gambe, anche sul tema dell'innovazione digitale e dell'energia e a conciliare il percorso di decarbonizzazione con l'esigenza di preservare la competitività della propria industria;
considerato che:
il Presidente della Repubblica, citando i Rapporti Draghi e Letta, ha ricordato che le conseguenze del "non fare" comportano arretramento economico, stallo tecnologico e vulnerabilità strategica. Il rapporto sul futuro della competitività europea del professor Draghi è stato sostenuto con mozioni dalle Camere ma pare essere andato "nel dimenticatoio" ed essere rimasto assente dall'agenda dei Governi nazionali;
finora l'Europa si è concentrata su obiettivi singoli o nazionali senza calcolarne il costo collettivo. Le barriere interne, non imputabili certo alla UE, sono un retaggio di tempi in cui lo Stato nazionale era la cornice naturale per l'azione ma è ormai chiaro che agire in questo modo non ha portato né benessere agli europei, né finanze pubbliche sane, né tantomeno autonomia nazionale;
l'eurozona è cresciuta a malapena alla fine dell'anno scorso, sottolineando la fragilità della ripresa interna e la dipendenza dell'economia dalla domanda estera. Le politiche macroeconomiche che hanno governato l'Europa dal 2008 in poi, sottolinea Draghi, sono state caratterizzate da "uno sforzo deliberato per reprimere la crescita dei salari, in modo da aumentare la competitività esterna ma hanno frenato i consumi e indebolito la domanda interna. Prima del 2008, la domanda interna nell'area dell'euro cresceva circa allo stesso ritmo degli Stati Uniti. Da allora, la domanda interna negli Stati Uniti è cresciuta a un ritmo più che doppio";
esiste l'incapacità di lunga data della UE di affrontare in particolare le sue elevate barriere interne e gli ostacoli normativi. Secondo il FMI "le barriere interne dell'Europa equivalgano a una tariffa del 45 per cento per la produzione e del 110 per cento per i servizi";
si osserva il freno alla crescita delle aziende tecnologiche europee per effetto della concorrenza proveniente dall'estero. L'Europa ha di fatto aumentato le tariffe doganali all'interno dei suoi confini e rafforzato la regolamentazione in un settore che rappresenta circa il 70 per cento del PIL,
si chiede di sapere:
se si intenda promuovere un'azione politica coordinata con altri Stati per la piena attuazione del rapporto sulla competitività perché in questa fase storica risulta urgente, anzi prioritario, che l'Europa agisca: stare fermi non è più un'opzione;
se si intenda armonizzare e semplificare le normative nazionali abbattendo le barriere interne;
se si intenda stimolare un coordinamento senza precedenti tra tutti i Governi e i Parlamenti agendo con una risposta rapida e sempre più come se si fosse un unico Stato come riporta il rapporto Draghi;
se si intenda lavorare per l'emissione di debito comune europeo per investimenti produttivi straordinari necessari alla competitività delle imprese italiane ed europee.
(3-02095)